Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)

Il mercatino di Natale del Southbank Centre.

Quest’anno Londra  è  stata più che mai invasa dei mercatini di Natale: ce ne sono ovunque, persino nella centralissima Leicester Square ai piedi della statua di Shakespeare e davanti a Tate Modern. Ma il mio preferito (forse perche il primo a cui sono stata) è  quello che da anni decora la zona di SouthBank dominata da quella bellissima bruttura architettonica che è la sala da concerti della Royal Festival Hall. Anni fa si chiamava Cologne Christmas Market, dalla città di Colonia, ma forse adesso che è  più affermato nel calendario dell’inverno londinese, gli organizzatori del mercato non sentono più il bisogno di sottolineare la sua origine tedesca. Chissa’..

Southbank Centre Christmas Market © Jason Alden

Southbank Centre Christmas Market © Jason Alden

Perché i merctini di Natale sono di origine tedesca. Se vogliamo credere a Wikipedia, i mercatini di Natale hanno avuto origine nel tardo medioevo, in quella parte dell’Europa di lingua tedesca che includeva anche quelle regioni della Francia e Svizzera che un tempo appartenevano al Sacro Romano Impero ed erano noti generalmente come Mercato di San Nicola. Il primo documento che attesta un mercato di Natale risale al 1434 e cita uno Striezelmarkt (mercato degli ‘Striezel’, un dolce tipico tedesco) avvenuto a Dresda il lunedì precedente il Natale.

I primi mercatini di Natale non erano altro che fiere invernali che duravano un paio di giorni e che si tenevano intorno alla chiesa principale della città per sfruttare il passaggio dei fedeli che andavano a messa. Almeno fino a quando questa posizione si rivelò essere troppo efficace, tanto da spingere un parroco di Norimberga nel 1616 a lamentarsi di non poter officiare il rito pomeridiano della vigilia di Natale in quanto nessuno ci andava piú! Con tutta probabilità questo boom della popolarità dei mercatini di Natale avvenne durante la Riforma protestante, quando Martin Luther – notoriamente contrario al culto dei santi – cambiò il nome del Mercato di San Nicola in Christkindlmarkt, introducendo l’usanza nota anche in molte regioni d’Italia che sia Gesù Bambino a portare i regali ai bambini e non San Nicola (da cui il nome Christkindlsmarkt). Un’ironia, se vogliamo, che una tradizione Protestante si sia affermata nella patria del cattolicesimo. Mi chiedo sie la mia religiosissima nonna lo sapeva!

Anche al mercatino di Natale di Southbank, i prodotti in vendita nelle bancarelle a forma di chalet alpino sono quasi sempre gli stessi che si trovano in tutti gli altri Christmas Markets., e mi piacciono proprio per quello: le colorate decorazioni per l’albero di Natale, i dolci tipici natalizi  come il gingerbread, il pan di zenzero a forma di cuore, di omino stilizzato o di albero di natale, piccoli oggetti di artigianato assolutamnete inutili, ma di cui (ogni anno) si pensa  di non poter fare  a meno, e regali e regalini unici e meno unici con cui riempire la calza della Befana. Il tutto naturalmente accompagnato da profumato vin brulé, panini, salsicce e würstel caldi annaffiati da tanta birra. Quest’anno il mercato è più grande del solito ed e’ accompagnato da conferenze, eventi legati alle festività natalizie al Southbank Centre Winter Festival, di cui tutte le informazioni sono qui

Londra//fino al 25 Gennaio 2017

Southbank Centre
Belvedere Road
London
SE1 8XX

Cento anni di film di guerra all’Imperial war Museum

Non sono mai stata un’appasionata di film di Guerra. I racconti dei nonni sugli orrori della Seconda Guerra Mondiale e il telegiornale quotidiano sono sempre stati più che sufficienti a dissuadermi dall’amare questo genere, che c’è già abbastanza violenza nel mondo reale senza andarne a cercare di più anche sul grande schermo. Datemi commedie come Pane e Tulipani, Notting Hill o un bel drammone in costume ed io sono felice…
Ma il cinema mi piace e ancora di più mi piace la storia del cinema e la storia del costume che lo accompagna (nel 2012 il Victoria and Albert Museum ospito’ una splendida mostra sui costumi di Hollywood dal titolo Hollywood Costumes) anche se i costumi in questione sono per film di guerra.

E comunque c’è film e film, come ci sono aspetti diversi della guerra e come ci sono guerre diverse come questa affascinante mostra ci ricorda. A cominciare dai filmati girati da coraggiosi soldati/giornalisti che hanno rischiato la vita per documentare eventi reali come la battaglia della Somme nel 1916 e lo sbarco il Normandia, il famoso D-Day ricreato in modo così realistico in Salvate il Soldato Ryan da farmi rischiare l’infarto.

La mostra esplora le storie di persone realmente vissute che hanno ispirato scrittori e registi. Da eroi come Lawrence of Arabia, la cui tunica araba è esposta accanto al costume di scena indossato da Peter O’Toole nel film omonimo, al mostro per eccellenza, Adolf Hitler interpretato magistralmente da Bruno Ganz in Downfall. E se il “come” rappresentare Hitler (umano? con sentimenti ed emozioni? solo come un mostro?) è un dilemma che tutt’ora ossessiona i registi, anche il come affrontare l’Olocausto non è una passeggiata. La tragedia degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale tecnicamente non rientra nel genere del film di guerra visto che la guerra non è la protagonista, ma appare in sottofondo. Schindler’s List è certamente uno dei film più belli sul soggetto. Quando uscì nelle sale cinematografiche mi colpì moltissimo e ammetto di aver provato una certa emozione nel vedere l’abito da uomo di Liam Neeson nella scena finale con Ben Kingsley.

Motorbike ridden by Steve Mc Queen in The Great Escape. Time Out

Ma la mostra esplora il ruolo di costumi e oggetti di scena come elementi essenziali per la comprensione di un personaggio – dalla moto guidata da Steve McQueen ne La Grande Fuga (accanto ai pupazzetti della sua parodia, Chicken Run) al mandolino, compagno inseparabile di un (poco credibile) Nicholas Cage ne Il mandolino del capitano Corelli al berretto da Babbo Natale indossato dall’annoiato marine impersonato da Jake Gyllenhaal in Jarhead.

Ed è proprio quest’ultimo oggetto, che appare così fuori posto nel deserto del Kuwait durante la prima guerra del Golfo che mi fa sorridere. Non ho visto il film, ma ero all’Università e ricordo benissimo il dramma di quella guerra – le voci concitate dei giornalisti del telegiornale che facevano a gara tra loro per descrivere con toni apocalittici l’Operazione Desert Shield e Saddam Hussein. E non è necessario soffrire d’ansia come la sottoscritta per mettere un limite alla mostruosità che si può sopportare, soprattutto quando si tratta di quella ricreata artificialmente per le sale cinematografiche. Un buon regista questo lo sa. E regala al suo pubblico qualcosa che gli ricordi che quello che sta passando davanti ai loro occhi è davvero solo un film. Come un berretto da Babbo Natale.

Jake Gyllenhaal wearing a Santa hat in the 2005 film Jarhead

Londra// Imperial war Museum
Real to Reel: A Century of War Movies
Londra//fino all’8 Gennaio 2017

#RealtoReel

Le memorie di una nazione in mostra al British Museum

Sono trascorsi cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, venticinque dalla caduta del muro di Berlino e, anche se qui non se ne parla affatto, trecento dall’accessione al trono britannico di Giorgio I di Hannover. Raccontare una storia complessa come quella della Germania non è certo una cosa facile. Raccontarla in 600 oggetti sembra quasi un impresa impossibile. Eppure il British Museum ci riesce con sorprendente facilità e grande diplomazia.

Il maggiolino Volkswagen accoglie il visitatore nella Great Court, preparandolo per quanto lo aspetta alla sommità della scalinata che conduce all’entrata dell mostra. Qui un pezzo del muro di Berlino ha l’effetto di un dantesco “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate… “

4.4 VW Beetle.jpgMa chi si aspetta doom and gloom ha sbagliato mostra, che in Germany: Memories of a Nation ci sono solo oggetti meravigliosi. Dal Rinoceronte di Albrecht Dürer al dipinto di Erasmo di Holbein realizzato a Basilea ad un orologio a carillon di Strasburgo – quando Basilea e Strasburgo erano ancora parte di una Germania i cui confini sembrano da sempre essere mobili come una barriera galleggiante. E la traduzione in tedesco della Bibbia fatta da Martin Lutero (qui presente nella versione dipinta da Lukas Cranac il vecchio) che ha dato il via alla lingua tedesca di Goethe, Schiller e dello Sturm und d Drang. E non solo. Dall’invenzione della stampa di Gutemberg alla scoperta della porcellana, dal Bauhaus e alla Volkswagen, la Germania ci ha regalato alcuni dei più importanti sviluppi tecnologici del nostro tempo.

Germany-Memories of a Nation

Goethe in the Roman Campagna. 1787, by Tischbein; The Strasbourg Clock, 1589, by Isaac Habrecht / pic: © U. Edelmann – Städel Museum – ARTOTHEK

E proseguendo nel percorso uno non può non chiedersi con l’avvicinarsi del XX secolo come i curatori avrebbero affrontato l’Olocausto – se l’avrebbero affrontato affatto o se avrebbero altato a piedi pari quel periodo di orrore e vergogna. E così quando si arriva alla replica delle porte di Buchenwald, vicino a Weimar, la città di Goethe- l’emozione è forte. Una semplice stanza bianca al cui centro è un panca che invita alla sosta e alla riflessione davanti alla replica del cancello di Buchenwald il cui motto Jedem das Seine, (a ciascuno il suo) fa congelare il sangue nelle vene. Sul muro una mota dei curatori dice non ci sono abbastanza parole per descrivere l’Olocausto. E se questo è palesemente inesatto (fatevi un giro all’Imperial War Museum di Londra dove un intero pieno
è dedicato a questa tragedia), la forza emotiva di questo “mausoleo” è di una violenza inaudita nella sua assoluta semplicità. Ancora di più se si pensa che l’artista ebreo incaricato di creare le porte, apparteneva al tanto odiato Bauhaus e utilizza per la scritta proprio i caratteri tipografici. Ride bene chi ride ultimo mi è venuto da pensare. Umorismo nero, anzi nerissimo.
Certo, lo spazio angusto non aiuta il layout della mostra, così come la l’abbondanza di testo che rallenta il ritmo del percorso. Ma ne vale la pena. Per imparare, per rimettere tutto in prospettiva. Ma soprattutto per capire.

Fino al 25 Gennaio
www.britishmuseum.org

Hyde Park Winter Wonderland 2014

E anche quest’anno è arrivato, il parco dei divertimenti più famoso di Londra! Giunto alla sua settima edizione, Winter Wonderland è una grande festa per grandi e piccini, uno degli eventi da non perdere nell’inverno londinese. E le interminabili file che si formano all’entrata durante il week-end ne sono una testimonianza evidente…

e1a94-winterwonderland20142b018

Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

Inutile dire che cose da fare sono moltissime e vanno dalla pista di pattinaggio su ghiaccio al Regno Magico, per non parlare di giostre e Luna Park, una ruota panoramica che offre un fantastico panorama su Hyde Park, concerti di Natale e numerosi altri eventi per ogni età. E naturalmente non può mancare la Grotta di Babbo Natale…

4ec6d-winterwonderland20142b001

Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

Ma non finsice qui. C’è anche un autentico German Christmas market, il mercatino di natale tedesco con tante, coloratissime bancarelle, chioschi per caffè e bevande calde e, naturalmente, il classico vin brulé.

8188b-winterwonderland20142b021

Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

Godetevi l’atmosfera di festa nel Bavarian Village, il delizioso villaggio bavarese dove tra bratwurst e birra tedesca potrete deliziare le vostre orecchie ascoltando bande musicali eseguire dal vivo canzoni tipiche bavaresi o, in mancanza degli ottoni, musica pop tedesca (inclusa Nena e i suoi 99 palloncini – per chi è troppo giovane per ricordare gli anni Ottanta o all’epoca era distratto, guardate qui).

c0215-winterwonderland20142b027

Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

L’ingresso è gratuito, ma le attrazioni sono a pagamento. Ma non andate senza soldi che il concetto di “ingresso gratuito” è relativo. Se siete dotati di una volontà di ferro riuscirete a passeggiare e assorbire l’atmosfera di festa senza soccombere alla festa di colori, odori e divertimento in offerta. Io non ci riesco mai...

Londra//fino al 4 Gennaio 2015.

Aperto tutti i giorni  dalle 10am alle 10pmPer la pista di pattinaggio è consigliata la prenotazione. Per ulteriori informazioni http://www.hydeparkwinterwonderland.com/ Winter Wonderland tornerà in Novembre 2015.

Alighiero Boetti: Game Plan

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dall’altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che è stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti (1940 –1994), uno degli esponenti dell’Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sè su uno dei balconi di Tate Modern.

Alighiero Boetti
Alighiero Boetti, Autoritratto – Mi fuma il cervello (1993)
Ed è stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere fino alla fine; e che anzi poteva limitarsi a concepirle e poi mettersi comodo e godersi lo svolgimento del processo che aveva moesso in moto e che altri avrebbero portato a termine. Ok, forse la cosa era un po’ più complicata… ma come ha detto lui stesso in un intervista con Il Messaggero nel 1977, “che questo lavoro venga fatto da me, da te, da Picasso o da Ingres, non importa. È il livellamento della qualità che mi interessa.” E livellata  o meno, questa mostra mi è davvero piaciuta, che quella di Boetti è un’arte giocosa e piena di ironia, che dà libero sfogo alla sua peripatetica abilità di creare opere che ‘parlano’ a contesti e persone differenti (anche ad una miscredente come me).
Alighiero-Boetti-Guatemal-007
Guatemala (1974)
Negli anni Settanta viaggia spesso tra il Guatemala e l’Oriente; poi, quasi per caso, l’Afghanistan. Il paese diventa per lui come una seconda patria, tanto che arriva ad aprire un hoteli, il One Hotel, nel quartiere residenziale di Kabul. Qui la sua passione per l’arte e culture Orientali e per la loro tradizione artigiana raggiunge vette mai viste. Crea arazzi, tappeti e ricami che altri realizzano per lui. Ma sono state le mappe del mondo ad avermi fulminato. Ce ne sono almeno dodici di questi giganteschi arazzi tessuti a mano (in media ci volevano cinque anni per finirne uno), enormi planisferi colorati di una bellezza incredibile, dove gli stati sono delineati dai colori delle loro bandiere: un vero documento geo-politico che con ogni arazzo illustra l’evoluzione delle frontiere geografiche. Boetti preparava il modello in Italia eppoi lo spediva in Afganistan per farlo realizzare da uomini e donne del luogo, in un momento (gli anni Settanta) in cui in Europa si sapeva a malapena che esitesse una nazione con questo nome.
Boetti diverte e si diverte, ma il suo interesse per la politica è reale e resta una costante del suo lavoro. La più recente delle mappe, è stata concepita nel 1989, in seguito alla caduta del muro di Berlino e alla riunificazione della Germania. E visto che i guai non vengono mai da soli, durante il tempo della sua lavorazione sono accadute altre cose mica da ridere, tipo la nascita della Namibia nel 1990 (che Boetti aveva lasciato in bianco dal 1979, rifiutandosi di riconoscere il protettorato sudafricano); la dissoluzione della Yugoslavia e della Cecoslovacchia, la caduta dell’Unione Sovietica e la nascita della Federazione Russa qui indicata con la nuova bandiera a strisce orizzontali bianco, blu e rosso, quella dello Zar Pietro il Grande.
Alighiero Boetti
Alighiero Boetti, Mappa, 1979
 
 E a dimostrare che il colore è un’opinione, i continenti sono tuffati in oceani gialli, verdi persino di rosa. Che in fondo, per chi non ha mai visto il mare come quei tessitori afgani, il suo ‘vero’ colore non ha molta importanza. Soprattutto se l’azzurro deve arrivare dall’Italia e c’è tanto filo rosa a disposizione…
Londra//fino al 27 Maggio 2012
Alighiero Boetti: Game Plan
Tate Modern

Cold War Modern London @ Victoria and Albert Museum

Stimolante, terrificante e terribilmente creativo: è il periodo della guerra fredda. Il V&A racconta di come la lotta per la supremazia progressista non si sia combattuta solo con i missili. Ma anche con lavatrici e sedie di plastica…

La caduta del muro di Berlino pareva aver consegnato per sempre l’espressione “guerra fredda” ai libri di storia. Certo dovevano pensarlo i curatori del V&A quando, quattro anni fa, progettaroro Cold War Modern: Design 1945-1970. Storia recente, questa, e mai come ora attuale in maniera inquietante.
L’irrigidimento della rivalità politica fra Stati Uniti e Unione Sovietica e l’esasperarsi dei conflitti materiali e ideologici tra le due superpotenze porta, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, alla divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti, nettamente separati da una frontiera ideologica, definite da Winston Churchill “cortina di ferro”. Nel tentativo di superare il senso di universale ansietà seguito alla fine della guerra, le due superpotenze si lanciarono in una frenetica gara per il raggiungimento di una superiore visione di progresso. Da entrambi i lati della cortina, le immagini diventano armi al servizio della propaganda. Reclutati dalle nuove democrazie, artisti e designer s’impegnano a cercare nuove soluzioni con cui rispondere alle necessità di una società in cui modernità e catastrofe sembrano inscindibili.
Cold War Modern esplora gli anni cruciali della guerra fredda e l’influenza esercitata da politica e ideologia sull’arte e sul design contemporaneo. Organizzata in otto sezioni, che vanno dall’immediato dopoguerra alla conquista dello spazio, il percorso espositivo si snoda con seriosa ironia attraverso trecento oggetti provenienti da tutto il mondo, inclusi i Paesi dell’ex blocco sovietico. Dalla violenta gestualità pittorica del Manifesto Bum (1951) di Enrico Baj a poster e tessuti disegnati da Picasso, associati ai gruppi pacifisti dell’Europa dell’Est, l’arte del periodo è in bilico tra speranza nel futuro e incontrollabile ansietà. Ma proprio la guerra, con la sua tremenda devastazione, fornisce a maestri come Le Corbusier nuove idee per ricostruire un mondo in cui l’archittettura diventa parte della visione di moderna razionalità.
Pablo Picasso - Sciarpa commemorativa del “Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti per la pace” - Berlino, agosto 1951
A partire dal ‘45, le due superpotenze investono nella produzione di armi nucleari, lanciano ambiziosi programmi spaziali, appoggiano e patrocinano lo sviluppo di nuove tecnologie da utilizzare come strumenti per rafforzare legami già esistenti di dipendenza economico-politica e crearne di nuovi. Si svelano i lati oscuri del periodo, e si scopre che proprio l’icona dei giovani italiani, la Vespa 125cc (1951) deriva dagli scooter dei paracadutisti americani, prodotta in massa con fondi statunitensi per il mercato italiano al fine di avvicinare l’Italia alla causa capitalista. E che le sedie in fibra di vetro dei fratelli Charles e Ray Eames sono realizzate con materiali precedentemente usati per la produzione di radar e aerei.
Nuovi materiali industriali come la plastica e la fibra di vetro trasformano il design di quegli anni, permettendo una libertà creativa dapprima sconosciuta. Utilizzata tanto in oggetti di design che in mobili – come le sedie di Eero Aarnio usate con grande effetto da Stanley Kubrick nell’epico 2001: Odissea nello spazio (1968) – che dai creatori di moda Paco Rabanne e Pierre Cardin, la plastica è il materiale più adatto per esprimere le forme fluide dell’era spaziale, diventando il simbolo stesso di progresso scientifico e di speranza nel futuro. Ma proprio le innovazioni tecnologiche che portano alla conquista dello spazio cambiano per sempre la relazione dell’uomo con la Terra.
Stanley Kubrick - 2001: Odissea nello spazio - 1968 - fotogramma dal film
Nell’ultima sala, Oasis No. 7 (1972) degli architetti austriaci Haus-Rucker-Co è una gigantesca sfera di plastica con palme e un’amaca: un mondo gonfiabile che pare destinato a scoppiare in ogni momento. Già negli anni ‘60 la percezione della fragilità del pianeta aveva sollevato domande sugli effetti di un’industrializzazione indiscriminata. Ora sta a noi trovare le risposte.

Londra//fino all’11 Gennaio 2009
Cold War Modern: Design 1945-70
Victoria and Albert Museum
Cromwell Road – SW7 2RL London
Orario: tutti i giorni ore 10-17.45; venerdì ore 10-22
www.vam.ac.uk