A Londra la passione, il potere e la politica nell’Opera.

Opera che passione! Ma anche potere e politica, come racconta la mostra del Victoria and Albert Museum. Perché un’opera è tutt’e  e tre queste cose e forse anche di più. Certamente, è dramma allo stato puro fatto musica.

Ma come descrivere un’opera? E soprattutto, come farci sopra una mostra? Ma se vogliamo, lo stesso problema era sorto con mostre precedenti come David Bowie Is, Savage Beauty: Alexander McQueen e Pink Floyd: Their Mortal Remains, perche le mostre “teatrali” sono tra le cose in cui il mio adorato Victoria and Albert Museum eccelle. E anche in quest’occasione non si è smentito, e dalla collaborazione del museo londinese con la Royal Opera House (con la consulenza del mitico Maestro Antonio Pappano e del direttore uscente Kasper Holten), il risultato è questa magnifica Opera, Passion, Power and Politics.

Sì perché l’opera non è solo musica cantata a squarciagola da signore voluttuose o da tenori sovrappeso (che da quando l’opera è trasmessa in diretta nei cinema anche i cantanti sono selezionati in base alle loro qualità fisiche, non solo vocali, come ben sa Lisette Oropesa, la soprano cubano-americana, che è stata costretta ad una dieta ferrea quando ha capito che stava perdendo i ruoli a causa del suo peso), ma come tutte le arti è il frutto di un particolare momento storico, sociale e culturale.

Opera Exhibition photography, 26th September 2017

Ma quale scegliere? Da dove cominciare? Allestire una mostra completa sulla storia dell’opera sarebbe stato impossibile, e allora la curatrice Kate Bailey ha deciso di concentrarsi su sette prime teatrali in sette città europee diverse che, nel corso di quattrocento anni, ben rappresentavano un periodo storico e sociale particolarmente significativo. E così si va dalla Venezia di Monteverdi, con l’Incoronazione di Poppea del 1642 simbolo della decadenza e della corruzione della società veneziana, alla Londra di Handel, all’avanguardia per i macchianari di scena e dove Rinaldo nel 1711 causò furore in quanto cantato in italiano; la Vienna di Mozart, con le Nozze di Figaro, la prima opera tipicamente illuminista che porta in scena gente comune, per arrivare alla Milano risorgimentale di Verdi con il suo magnifico Nabucco del 1842. La Parigi di Napoleone III che nel 1861 vede la prima del Tannhäuser di Wagner era una città in grande trasformazione, mentre la Dresda pre-espressionista di Richard Strauss che nel 1905 vede la prima di Salome, era sinonimo di modernità e rivoluzione sessuale per le donne. La Leningrado in cui di Šostakovič mette in scena  del 1934 la sua tragica Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, è simbolo della censura e dell’oppressione del regime di Stalin.

Opera Passion, Power and Politics installation - Fratelli d’Italia Matthias Schaller 2005–17

Opera Passion, Power and Politics installation – Fratelli d’Italia Matthias Schaller 2005–17

Il tutto raccontato attraverso scenografie, schizzi, strumenti musicali, spartiti, costumi, dipinti, fotografie e sculture.  E così si va dai costumi di scena disegnati da Salvador Dalì per la produzione di Salome del 1949, ai dipinti di Manet, Degas, al pianoforte di Mozart e lo spartito originale del Nabucco di Verdi, in prestito dall’Archivio Storico Ricordi di Milano, il tutto accompagnato da installazioni video e audio e lighting design, e naturalmente da tanta tantissima, musica. Che non si può parlare di opera senza lasciar parlare la musica e grazie a cuffie bluetooth è possibile ascoltare le arie più belle che ci accompagnano in questo viaggio nel tempo e nello spazio da una città all’altra, da un secolo a un altro (Pur ti miro, Lascia ch’io pianga, Va pensiero etc).  E sfido anche il cuore più arido e menefreghista a non sentirsi almeno un po’ patriottico con il ‘Va pensiero‘ di Verdi, eseguito dal Royal Opera Chorus,  che ci esplode nelle orecchie mentre quando siamo davanti ad un’installazione fotografica a trecentosessanta gradi chiamata (opportunamente) Fratelli d’Italia” (2005-2016) dell’artista tedesco Matthias Schaller che per l’occasione ha fotografato oltre 150 teatri d’opera in tutto il paese, tra cui La Scala di Milano, La Fenice di Venezia, San Carlo di Napoli e Dell’Opera di Roma (e anche il Teatro Colón di Buenos Aires in Argentina, come simbolo dell’emigrazione italiana e dell’influenza culturale in Sud America). Che come dice Kasper Holten, ex direttore della Royal Opera House, per capire il legame dell’opera con la storia basta guardare alla collocazione dei teatri, sempre nel cuore delle città, come è naturale che sia per i luoghi che sono sia espressione di potere sia centri di incontro e di elaborazione intellettuale.

Opera Passion, Power and Politics installation – Leningrad / Lady Macbeth of Mtsensk
(c) Victoria and Albert Museum, London

Ci ho messo un po’ a trovarlo ma al terzo giro di va pensiero ho trovato anche il Teatro Comunale di Bologna! 🙂  Come sedere a teatro, ma lungo i corridoi di un museo.

L’unica domanda che rimane aperta è quale prima dell’opera potrà riflettere l’Europa nel ventunesimo secolo. Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Londra// fino al 25 Febbraio 2018

Opera, passion, Power and Politics @ Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

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A Londra, le Polaroid di Wim Wenders

Il nome di Wim Wenders per me sarà sempre sinonimo de Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin) il meraviglioso film del 1987 con Bruno Ganz nei panni di Damiel, l’angelo che decide di diventare umano, ispirato dalle poesie di Rainer Maria Rilke. Ma oltre ad eccellere come regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, il tedesco Wenders non se la cava male anche con le fotografie (che in fondo ripensandoci, cosa sono le pellicole cinematografiche se non un susseguirsi di fotogrammi??). Soprattutto con le fotografie che molti di coloro che appartengono alla generazione per digitale ricorderanno bene: le Polaroid.

Magari avessi tenuto quelle poche che ho scattato quando ero piccola! Anche se sinceramente dubito che The Photographers’ Gallery si sarebbe disturbata a montarci sopra una mostra come invece ha fatto con quelle di Wenders. C’era qualcosa di magico nel premere il pulsante e attendere il piccolo miracolo che si verificava dopo qualche minuto, quello del vedere uscire la pellicola fotografata uscire dalla pancia di plastica della macchina fotografica. Ricordo l’impazienza, la trepidazione (sara’ uscita bene? non sara’ venuto nulla?) e la sorpresa di tenere fra le mani quel piccolo pezzo di carta che aveva stampato sopra un pezzo della mia vita. Perché quella foto era una cosa vera, un oggetto unico ed irripetibile. La Polaroid era un pezzo di passato traferito nel presente. La tecnologia moderna ci ha derubati del gusto dell’attesa.

They were made from theValley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt

Valley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt

Scattate tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, le Polaroid di Wenders non sono poi così diverse da migliaia altre istantanee scattate in vacanza. Stropicciate, sovraesposte, spesso mosse nel tentativo di catturare il movimento – lo sventolare di una bandiera, l’ondurale ritmico di una parata per les trade di New York, il volto della sua amica Annie al volante dulle strade della California in un’epoca in cui Photoshop era utilizzato ancora da pochi eletti, queste immagini hanno i tipici colori leggermente azzurognoli e sbiaditi delle vecchie istantanee. Sara’ per questo che mi piacciono tanto: mi riportano indietro nel tempo. Ma nel contesto di una galleria d’arte, diventano un monito potente ad un mondo irrimediabilmente perduto, un’epoca soffusa da mistero e romanticismo, popolata da macchine fotografiche ingombranti e difficili da mettere a fuoco che producevano fotografie “vere”. Un’epoca insomma che pare già impossibilmente lontana.

‘They are a healthy memory of how things were –New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation

New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation

Lo scopo originale di una fotografia, che era quello di ricordare, è scomparso: la fotografia digitale  ha ucciso la magia della pellicola . Ed ora, come dice anche Wenders, la fotografia è una cosa del passato. Che non è solo il significato dell’immagine che è cambiato, ma l’atto di “osservare”. Ora si fotografa principalemnete per condividere sui social media. Lo vedo tutti i giorni al museo – gente che entra in una sala, scatta foto a raffica e poi esce, senza neppure degnare di uno sguardo l’oggetto “vero” – come se ora le persone siano diventate incapaci di guardare al mondo se non attraverso la lente di una macchina fotografica, preferibilmente quella del loro cellulare. La fotografia non è più qualcosa essenzialmente legata  all’unicità dell’immagine, all’inquadratura o alla composizione. Con la fotografia digitale tutto ciò è sparito. Peccato.

Londra// fino all’11 Febbraio 2018

Wim Wenders: Instant Stories @ Photographers’ Gallery

 

Back in Time: Nena 99 Luftballons

Ero ancora alle scuole medie quando nel 1983 Nena, aka Gabriele Susanne Kerner esplose sulla scena musicale internazionale con 99 Luftballons. Il successo fu tanto che il gruppo tedesco ne fece una versione in inglese 99 Red Ballons, rimase al 1º posto delle classifiche del Regno Unito per tre settimane nel marzo del 1984 – cosa che la mia dolce metà che e’ un po’ più grande di me, ricorda bene.

Era il periodo di Videomusic l’emittente televisiva nata nel 1984 che trasmetteva solo video musicali e il videoclip 99 Luftballons era uno dei miei preferiti, soprattutto la parte in cui si vede Nena e la sua band cantare mentre alle loro spalle si alzano dapprima dei fumogeni colorati e poi una serie di altrettanto colorati palloncini. beata ingenuità..

Nena 99 Luftballons (1983)

Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)

Il mercatino di Natale del Southbank Centre.

Quest’anno Londra  è  stata più che mai invasa dei mercatini di Natale: ce ne sono ovunque, persino nella centralissima Leicester Square ai piedi della statua di Shakespeare e davanti a Tate Modern. Ma il mio preferito (forse perche il primo a cui sono stata) è  quello che da anni decora la zona di SouthBank dominata da quella bellissima bruttura architettonica che è la sala da concerti della Royal Festival Hall. Anni fa si chiamava Cologne Christmas Market, dalla città di Colonia, ma forse adesso che è  più affermato nel calendario dell’inverno londinese, gli organizzatori del mercato non sentono più il bisogno di sottolineare la sua origine tedesca. Chissa’..

Southbank Centre Christmas Market © Jason Alden

Southbank Centre Christmas Market © Jason Alden

Perché i merctini di Natale sono di origine tedesca. Se vogliamo credere a Wikipedia, i mercatini di Natale hanno avuto origine nel tardo medioevo, in quella parte dell’Europa di lingua tedesca che includeva anche quelle regioni della Francia e Svizzera che un tempo appartenevano al Sacro Romano Impero ed erano noti generalmente come Mercato di San Nicola. Il primo documento che attesta un mercato di Natale risale al 1434 e cita uno Striezelmarkt (mercato degli ‘Striezel’, un dolce tipico tedesco) avvenuto a Dresda il lunedì precedente il Natale.

I primi mercatini di Natale non erano altro che fiere invernali che duravano un paio di giorni e che si tenevano intorno alla chiesa principale della città per sfruttare il passaggio dei fedeli che andavano a messa. Almeno fino a quando questa posizione si rivelò essere troppo efficace, tanto da spingere un parroco di Norimberga nel 1616 a lamentarsi di non poter officiare il rito pomeridiano della vigilia di Natale in quanto nessuno ci andava piú! Con tutta probabilità questo boom della popolarità dei mercatini di Natale avvenne durante la Riforma protestante, quando Martin Luther – notoriamente contrario al culto dei santi – cambiò il nome del Mercato di San Nicola in Christkindlmarkt, introducendo l’usanza nota anche in molte regioni d’Italia che sia Gesù Bambino a portare i regali ai bambini e non San Nicola (da cui il nome Christkindlsmarkt). Un’ironia, se vogliamo, che una tradizione Protestante si sia affermata nella patria del cattolicesimo. Mi chiedo sie la mia religiosissima nonna lo sapeva!

Anche al mercatino di Natale di Southbank, i prodotti in vendita nelle bancarelle a forma di chalet alpino sono quasi sempre gli stessi che si trovano in tutti gli altri Christmas Markets., e mi piacciono proprio per quello: le colorate decorazioni per l’albero di Natale, i dolci tipici natalizi  come il gingerbread, il pan di zenzero a forma di cuore, di omino stilizzato o di albero di natale, piccoli oggetti di artigianato assolutamnete inutili, ma di cui (ogni anno) si pensa  di non poter fare  a meno, e regali e regalini unici e meno unici con cui riempire la calza della Befana. Il tutto naturalmente accompagnato da profumato vin brulé, panini, salsicce e würstel caldi annaffiati da tanta birra. Quest’anno il mercato è più grande del solito ed e’ accompagnato da conferenze, eventi legati alle festività natalizie al Southbank Centre Winter Festival, di cui tutte le informazioni sono qui

Londra//fino al 25 Gennaio 2017

Southbank Centre
Belvedere Road
London
SE1 8XX

Cento anni di film di guerra all’Imperial war Museum

Non sono mai stata un’appasionata di film di Guerra. I racconti dei nonni sugli orrori della Seconda Guerra Mondiale e il telegiornale quotidiano sono sempre stati più che sufficienti a dissuadermi dall’amare questo genere, che c’è già abbastanza violenza nel mondo reale senza andarne a cercare di più anche sul grande schermo. Datemi commedie come Pane e Tulipani, Notting Hill o un bel drammone in costume ed io sono felice…
Ma il cinema mi piace e ancora di più mi piace la storia del cinema e la storia del costume che lo accompagna (nel 2012 il Victoria and Albert Museum ospito’ una splendida mostra sui costumi di Hollywood dal titolo Hollywood Costumes) anche se i costumi in questione sono per film di guerra.

E comunque c’è film e film, come ci sono aspetti diversi della guerra e come ci sono guerre diverse come questa affascinante mostra ci ricorda. A cominciare dai filmati girati da coraggiosi soldati/giornalisti che hanno rischiato la vita per documentare eventi reali come la battaglia della Somme nel 1916 e lo sbarco il Normandia, il famoso D-Day ricreato in modo così realistico in Salvate il Soldato Ryan da farmi rischiare l’infarto.

La mostra esplora le storie di persone realmente vissute che hanno ispirato scrittori e registi. Da eroi come Lawrence of Arabia, la cui tunica araba è esposta accanto al costume di scena indossato da Peter O’Toole nel film omonimo, al mostro per eccellenza, Adolf Hitler interpretato magistralmente da Bruno Ganz in Downfall. E se il “come” rappresentare Hitler (umano? con sentimenti ed emozioni? solo come un mostro?) è un dilemma che tutt’ora ossessiona i registi, anche il come affrontare l’Olocausto non è una passeggiata. La tragedia degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale tecnicamente non rientra nel genere del film di guerra visto che la guerra non è la protagonista, ma appare in sottofondo. Schindler’s List è certamente uno dei film più belli sul soggetto. Quando uscì nelle sale cinematografiche mi colpì moltissimo e ammetto di aver provato una certa emozione nel vedere l’abito da uomo di Liam Neeson nella scena finale con Ben Kingsley.

Motorbike ridden by Steve Mc Queen in The Great Escape. Time Out

Ma la mostra esplora il ruolo di costumi e oggetti di scena come elementi essenziali per la comprensione di un personaggio – dalla moto guidata da Steve McQueen ne La Grande Fuga (accanto ai pupazzetti della sua parodia, Chicken Run) al mandolino, compagno inseparabile di un (poco credibile) Nicholas Cage ne Il mandolino del capitano Corelli al berretto da Babbo Natale indossato dall’annoiato marine impersonato da Jake Gyllenhaal in Jarhead.

Ed è proprio quest’ultimo oggetto, che appare così fuori posto nel deserto del Kuwait durante la prima guerra del Golfo che mi fa sorridere. Non ho visto il film, ma ero all’Università e ricordo benissimo il dramma di quella guerra – le voci concitate dei giornalisti del telegiornale che facevano a gara tra loro per descrivere con toni apocalittici l’Operazione Desert Shield e Saddam Hussein. E non è necessario soffrire d’ansia come la sottoscritta per mettere un limite alla mostruosità che si può sopportare, soprattutto quando si tratta di quella ricreata artificialmente per le sale cinematografiche. Un buon regista questo lo sa. E regala al suo pubblico qualcosa che gli ricordi che quello che sta passando davanti ai loro occhi è davvero solo un film. Come un berretto da Babbo Natale.

Jake Gyllenhaal wearing a Santa hat in the 2005 film Jarhead

Londra// Imperial war Museum
Real to Reel: A Century of War Movies
Londra//fino all’8 Gennaio 2017

#RealtoReel

Le memorie di una nazione in mostra al British Museum

Sono trascorsi cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, venticinque dalla caduta del muro di Berlino e, anche se qui non se ne parla affatto, trecento dall’accessione al trono britannico di Giorgio I di Hannover. Raccontare una storia complessa come quella della Germania non è certo una cosa facile. Raccontarla in 600 oggetti sembra quasi un impresa impossibile. Eppure il British Museum ci riesce con sorprendente facilità e grande diplomazia.

Il maggiolino Volkswagen accoglie il visitatore nella Great Court, preparandolo per quanto lo aspetta alla sommità della scalinata che conduce all’entrata dell mostra. Qui un pezzo del muro di Berlino ha l’effetto di un dantesco “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate… “

4.4 VW Beetle.jpgMa chi si aspetta doom and gloom ha sbagliato mostra, che in Germany: Memories of a Nation ci sono solo oggetti meravigliosi. Dal Rinoceronte di Albrecht Dürer al dipinto di Erasmo di Holbein realizzato a Basilea ad un orologio a carillon di Strasburgo – quando Basilea e Strasburgo erano ancora parte di una Germania i cui confini sembrano da sempre essere mobili come una barriera galleggiante. E la traduzione in tedesco della Bibbia fatta da Martin Lutero (qui presente nella versione dipinta da Lukas Cranac il vecchio) che ha dato il via alla lingua tedesca di Goethe, Schiller e dello Sturm und d Drang. E non solo. Dall’invenzione della stampa di Gutemberg alla scoperta della porcellana, dal Bauhaus e alla Volkswagen, la Germania ci ha regalato alcuni dei più importanti sviluppi tecnologici del nostro tempo.

Germany-Memories of a Nation

Goethe in the Roman Campagna. 1787, by Tischbein; The Strasbourg Clock, 1589, by Isaac Habrecht / pic: © U. Edelmann – Städel Museum – ARTOTHEK

E proseguendo nel percorso uno non può non chiedersi con l’avvicinarsi del XX secolo come i curatori avrebbero affrontato l’Olocausto – se l’avrebbero affrontato affatto o se avrebbero altato a piedi pari quel periodo di orrore e vergogna. E così quando si arriva alla replica delle porte di Buchenwald, vicino a Weimar, la città di Goethe- l’emozione è forte. Una semplice stanza bianca al cui centro è un panca che invita alla sosta e alla riflessione davanti alla replica del cancello di Buchenwald il cui motto Jedem das Seine, (a ciascuno il suo) fa congelare il sangue nelle vene. Sul muro una mota dei curatori dice non ci sono abbastanza parole per descrivere l’Olocausto. E se questo è palesemente inesatto (fatevi un giro all’Imperial War Museum di Londra dove un intero pieno
è dedicato a questa tragedia), la forza emotiva di questo “mausoleo” è di una violenza inaudita nella sua assoluta semplicità. Ancora di più se si pensa che l’artista ebreo incaricato di creare le porte, apparteneva al tanto odiato Bauhaus e utilizza per la scritta proprio i caratteri tipografici. Ride bene chi ride ultimo mi è venuto da pensare. Umorismo nero, anzi nerissimo.
Certo, lo spazio angusto non aiuta il layout della mostra, così come la l’abbondanza di testo che rallenta il ritmo del percorso. Ma ne vale la pena. Per imparare, per rimettere tutto in prospettiva. Ma soprattutto per capire.

Fino al 25 Gennaio
www.britishmuseum.org

Hyde Park Winter Wonderland 2014

E anche quest’anno è arrivato, il parco dei divertimenti più famoso di Londra! Giunto alla sua settima edizione, Winter Wonderland è una grande festa per grandi e piccini, uno degli eventi da non perdere nell’inverno londinese. E le interminabili file che si formano all’entrata durante il week-end ne sono una testimonianza evidente…

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Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

Inutile dire che cose da fare sono moltissime e vanno dalla pista di pattinaggio su ghiaccio al Regno Magico, per non parlare di giostre e Luna Park, una ruota panoramica che offre un fantastico panorama su Hyde Park, concerti di Natale e numerosi altri eventi per ogni età. E naturalmente non può mancare la Grotta di Babbo Natale…

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Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

Ma non finsice qui. C’è anche un autentico German Christmas market, il mercatino di natale tedesco con tante, coloratissime bancarelle, chioschi per caffè e bevande calde e, naturalmente, il classico vin brulé.

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Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

Godetevi l’atmosfera di festa nel Bavarian Village, il delizioso villaggio bavarese dove tra bratwurst e birra tedesca potrete deliziare le vostre orecchie ascoltando bande musicali eseguire dal vivo canzoni tipiche bavaresi o, in mancanza degli ottoni, musica pop tedesca (inclusa Nena e i suoi 99 palloncini – per chi è troppo giovane per ricordare gli anni Ottanta o all’epoca era distratto, guardate qui).

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Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

L’ingresso è gratuito, ma le attrazioni sono a pagamento. Ma non andate senza soldi che il concetto di “ingresso gratuito” è relativo. Se siete dotati di una volontà di ferro riuscirete a passeggiare e assorbire l’atmosfera di festa senza soccombere alla festa di colori, odori e divertimento in offerta. Io non ci riesco mai...

Londra//fino al 4 Gennaio 2015.

Aperto tutti i giorni  dalle 10am alle 10pmPer la pista di pattinaggio è consigliata la prenotazione. Per ulteriori informazioni http://www.hydeparkwinterwonderland.com/ Winter Wonderland tornerà in Novembre 2015.

Alighiero Boetti: Game Plan

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dall’altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che è stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti (1940 –1994), uno degli esponenti dell’Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sè su uno dei balconi di Tate Modern.

Alighiero Boetti
Alighiero Boetti, Autoritratto – Mi fuma il cervello (1993)
Ed è stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere fino alla fine; e che anzi poteva limitarsi a concepirle e poi mettersi comodo e godersi lo svolgimento del processo che aveva moesso in moto e che altri avrebbero portato a termine. Ok, forse la cosa era un po’ più complicata… ma come ha detto lui stesso in un intervista con Il Messaggero nel 1977, “che questo lavoro venga fatto da me, da te, da Picasso o da Ingres, non importa. È il livellamento della qualità che mi interessa.” E livellata  o meno, questa mostra mi è davvero piaciuta, che quella di Boetti è un’arte giocosa e piena di ironia, che dà libero sfogo alla sua peripatetica abilità di creare opere che ‘parlano’ a contesti e persone differenti (anche ad una miscredente come me).
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Guatemala (1974)
Negli anni Settanta viaggia spesso tra il Guatemala e l’Oriente; poi, quasi per caso, l’Afghanistan. Il paese diventa per lui come una seconda patria, tanto che arriva ad aprire un hoteli, il One Hotel, nel quartiere residenziale di Kabul. Qui la sua passione per l’arte e culture Orientali e per la loro tradizione artigiana raggiunge vette mai viste. Crea arazzi, tappeti e ricami che altri realizzano per lui. Ma sono state le mappe del mondo ad avermi fulminato. Ce ne sono almeno dodici di questi giganteschi arazzi tessuti a mano (in media ci volevano cinque anni per finirne uno), enormi planisferi colorati di una bellezza incredibile, dove gli stati sono delineati dai colori delle loro bandiere: un vero documento geo-politico che con ogni arazzo illustra l’evoluzione delle frontiere geografiche. Boetti preparava il modello in Italia eppoi lo spediva in Afganistan per farlo realizzare da uomini e donne del luogo, in un momento (gli anni Settanta) in cui in Europa si sapeva a malapena che esitesse una nazione con questo nome.
Boetti diverte e si diverte, ma il suo interesse per la politica è reale e resta una costante del suo lavoro. La più recente delle mappe, è stata concepita nel 1989, in seguito alla caduta del muro di Berlino e alla riunificazione della Germania. E visto che i guai non vengono mai da soli, durante il tempo della sua lavorazione sono accadute altre cose mica da ridere, tipo la nascita della Namibia nel 1990 (che Boetti aveva lasciato in bianco dal 1979, rifiutandosi di riconoscere il protettorato sudafricano); la dissoluzione della Yugoslavia e della Cecoslovacchia, la caduta dell’Unione Sovietica e la nascita della Federazione Russa qui indicata con la nuova bandiera a strisce orizzontali bianco, blu e rosso, quella dello Zar Pietro il Grande.
Alighiero Boetti
Alighiero Boetti, Mappa, 1979
 
 E a dimostrare che il colore è un’opinione, i continenti sono tuffati in oceani gialli, verdi persino di rosa. Che in fondo, per chi non ha mai visto il mare come quei tessitori afgani, il suo ‘vero’ colore non ha molta importanza. Soprattutto se l’azzurro deve arrivare dall’Italia e c’è tanto filo rosa a disposizione…
Londra//fino al 27 Maggio 2012
Alighiero Boetti: Game Plan
Tate Modern

Cold War Modern London @ Victoria and Albert Museum

Stimolante, terrificante e terribilmente creativo: è il periodo della guerra fredda. Il V&A racconta di come la lotta per la supremazia progressista non si sia combattuta solo con i missili. Ma anche con lavatrici e sedie di plastica…

La caduta del muro di Berlino pareva aver consegnato per sempre l’espressione “guerra fredda” ai libri di storia. Certo dovevano pensarlo i curatori del V&A quando, quattro anni fa, progettaroro Cold War Modern: Design 1945-1970. Storia recente, questa, e mai come ora attuale in maniera inquietante.
L’irrigidimento della rivalità politica fra Stati Uniti e Unione Sovietica e l’esasperarsi dei conflitti materiali e ideologici tra le due superpotenze porta, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, alla divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti, nettamente separati da una frontiera ideologica, definite da Winston Churchill “cortina di ferro”. Nel tentativo di superare il senso di universale ansietà seguito alla fine della guerra, le due superpotenze si lanciarono in una frenetica gara per il raggiungimento di una superiore visione di progresso. Da entrambi i lati della cortina, le immagini diventano armi al servizio della propaganda. Reclutati dalle nuove democrazie, artisti e designer s’impegnano a cercare nuove soluzioni con cui rispondere alle necessità di una società in cui modernità e catastrofe sembrano inscindibili.
Cold War Modern esplora gli anni cruciali della guerra fredda e l’influenza esercitata da politica e ideologia sull’arte e sul design contemporaneo. Organizzata in otto sezioni, che vanno dall’immediato dopoguerra alla conquista dello spazio, il percorso espositivo si snoda con seriosa ironia attraverso trecento oggetti provenienti da tutto il mondo, inclusi i Paesi dell’ex blocco sovietico. Dalla violenta gestualità pittorica del Manifesto Bum (1951) di Enrico Baj a poster e tessuti disegnati da Picasso, associati ai gruppi pacifisti dell’Europa dell’Est, l’arte del periodo è in bilico tra speranza nel futuro e incontrollabile ansietà. Ma proprio la guerra, con la sua tremenda devastazione, fornisce a maestri come Le Corbusier nuove idee per ricostruire un mondo in cui l’archittettura diventa parte della visione di moderna razionalità.
Pablo Picasso - Sciarpa commemorativa del “Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti per la pace” - Berlino, agosto 1951
A partire dal ‘45, le due superpotenze investono nella produzione di armi nucleari, lanciano ambiziosi programmi spaziali, appoggiano e patrocinano lo sviluppo di nuove tecnologie da utilizzare come strumenti per rafforzare legami già esistenti di dipendenza economico-politica e crearne di nuovi. Si svelano i lati oscuri del periodo, e si scopre che proprio l’icona dei giovani italiani, la Vespa 125cc (1951) deriva dagli scooter dei paracadutisti americani, prodotta in massa con fondi statunitensi per il mercato italiano al fine di avvicinare l’Italia alla causa capitalista. E che le sedie in fibra di vetro dei fratelli Charles e Ray Eames sono realizzate con materiali precedentemente usati per la produzione di radar e aerei.
Nuovi materiali industriali come la plastica e la fibra di vetro trasformano il design di quegli anni, permettendo una libertà creativa dapprima sconosciuta. Utilizzata tanto in oggetti di design che in mobili – come le sedie di Eero Aarnio usate con grande effetto da Stanley Kubrick nell’epico 2001: Odissea nello spazio (1968) – che dai creatori di moda Paco Rabanne e Pierre Cardin, la plastica è il materiale più adatto per esprimere le forme fluide dell’era spaziale, diventando il simbolo stesso di progresso scientifico e di speranza nel futuro. Ma proprio le innovazioni tecnologiche che portano alla conquista dello spazio cambiano per sempre la relazione dell’uomo con la Terra.
Stanley Kubrick - 2001: Odissea nello spazio - 1968 - fotogramma dal film
Nell’ultima sala, Oasis No. 7 (1972) degli architetti austriaci Haus-Rucker-Co è una gigantesca sfera di plastica con palme e un’amaca: un mondo gonfiabile che pare destinato a scoppiare in ogni momento. Già negli anni ‘60 la percezione della fragilità del pianeta aveva sollevato domande sugli effetti di un’industrializzazione indiscriminata. Ora sta a noi trovare le risposte.

Londra//fino all’11 Gennaio 2009
Cold War Modern: Design 1945-70
Victoria and Albert Museum
Cromwell Road – SW7 2RL London
Orario: tutti i giorni ore 10-17.45; venerdì ore 10-22
www.vam.ac.uk