Ferragosto, di Enrico Franceschini: mare, piadina e delitti.

“A quest’ora, l’Adriatico fa la sua figura: il mare è vuoto, l’orizzonte è addolcito dalla luce che precede il crepuscolo, perfino l’acqua ha un colore invitante.”

Enrico Franceschini, Ferragosto

L’Adriatico. Sembra di esserci, lì sulla riviera romagnola, con le sue spiagge sabbiose rigate da file ordinate di ombrelloni colorati, nell’aria il profumo di bomboloni freschi, pesce fritto e piadine col prosciutto. Ad abbrustolirsi al sole, immobili come lucertole fino a quando il suono della Publiphono (che risuonava immancabile come il raffreddore in inverno lungo la spiaggia di Rimini e dintorni religiosamente tutte le mattine alle 11 e alle 17 nel pomeriggio) non riscuoteva dal coma indotto dall’overdose di UVB segnalando l’ora del bagno o della merenda. Poi ci si univa all’esodo dei umanità sciabattante fatta di madri e padri carichi come bestie da soma di borse da spiaggia, secchielli e salvagenti con al seguito bambini impastati di sabbia, diretta alle pensioni famigliari dalle sale apparecchiate che facevano presagire le delizie del pranzo. La storia delle mie vacanze. Almeno fino a quando non ho cominciato a viaggiare per conto mio, sostituendo lo zaino alla pensione completa.

Ed ora, con il Covid ancora imperante, e gli inevitabili obblighi di quarantena (sì, no, forse: chi ci capisce qualcosa è bravo…) e costosi PCR tests, e altre difficoltà logistiche legate alla fortuna di avere ancora un lavoro, immergermi tra le pagine di Ferragosto, il nuovo giallo di Enrico Franceschini è stata la cosa più vicina ad una vacanza che mi sia capitata quest’anno – meno gli inevitabili gavettoni. E me le sono godute entrambe, sia la storia che la vacanza letteraria.

File di ombrelloni sulla Riviera Romagnola

In questa seconda commedia noir, ritroviamo i personaggi di Bassa Marea: Andrea Muratori detto Mura, due divorzi alle spalle, un figlio a Londra a fare il quasi avvocato, una vita da corrispondente all’estero alle spalle e ora pensionato anzitempo residente in un capanno sul mare a Bagnomarina – che assomiglia tantissimo a Cesenatico, ma che qui diventa il simbolo universale della località balneare della Riviera Romagnola e dei suoi tre amici di sempre, la famiglia che Mura non ha. Ma era da dire che, dopo una vita passata a caccia di notizie in giro per il mondo, la pesca, la lettura del giornale, la corsetta sulla spiaggia e la partitella a basket con gli amici finiscono per non bastare più. E il Mura comincia ad annoiarsi.

La noia e la sua debolezza per le donne, la cui vicinanza è sufficiente a trasformare  il nostro eroe in un ‘minchione’ come avrebbe detto mia nonna, un credulone incapace di dire loro di no – si tratti di una procace moglie che sospetta che il marito le metta le corna, una bellissima trans brasiliana o la vistosa ballerina martinicana che recluta Mura per investigare sulla morte del marito, noto fotografo erotomane ritrovato morto nel suo studio dalla donna delle pulizie in una posa a dir poco oscena. Ma quelli che sembrano due casi completamente diversi come una banale questione di corna e un delitto a sfondo pornografico, sono in realtà uno solo che porta Mura ad imbattersi in qualcosa di molto più grande. Una storia dell’Italia fascista che coinvolge addirittura Mussolini e Claretta Petacci e lo scoop che potrebbe riportarlo in prima pagina – alla faccia di chi lo ha costretto al prepensionamento.

Come Bassa Marea, anche Ferragosto è una riflessione sul passato e presente dell’Italia, di un Paese emerso devarstato dal dopoguerra e che grazie ai dollari americani pompati nelle industrie dal piano Marshall ha visto una ripresa economica senza precedenti. Un vero e proprio miracolo economico quello degli anni Sessanta, “quando la Romagna ambiva a diventare la California italiana”, la meta delle ferie democratiche di massa, il luogo in cui quasi tutti potevano permettersi di trascorrere due settimane in albergo o in una delle numerosissime pensioni famigliari che punteggiavano la riviera. “Mezzo secolo più tardi,” continua Franceschini, “il miracolo italiano si è sgonfiato ma la Romagna no: la costa delle ferie di massa, delle vacanze a basso prezzo già da prima che fosse inventato il termine low cost, del divertimentificio in disco-pub, aqua-park, go-kart, mini-golf, night-club e tutto quanto si può dire in un inglese facilmente comprensibile con due parole separate da un trattino.”

Avendo trascorso le mie prime diciotto estati tra Rimini e Riccione, con un breve intervallo a Lido di Classe, la Romagna raccontata da Franceschini la conosco bene che è la Romagna dei miei ricordi. Riaffiorano alla memoria nomi da tempo dimenticati come Fiabilandia, Mirabilandia, l’Italia in Miniatura, e luoghi mitici come la Baia degli Angeli (che io ho conosciuto quando era già la Baia Imperiale), il Pineta e il Cocoricó e altre discoteche storiche che hanno fatto ballare generazioni di vacanzieri, inclusa la sottoscritta. Lungi dall’essere solo lo sfondo della storia, la Romagna ne è in realtà la vera protagonista, qui descritta con amore infinito dalla sapiente penna di Enrico Franceschini. Ne emerge una nostalgica mappa socio-culturale di una generazione non troppo distante dalla mia che si ritrova ad abitare un mondo che non riconosce più.

È impossibile non simpatizzare con questi quattro ex ragazzi di ieri, sorpresi dalla sesta decade della loro vita come da un improvviso temporale estivo che li ha travolti come un fulmine a ciel sereno. Ed che ora si ritrovano a cercare di riconciliare la loro esuberante voglia di vivere e divertirsi con gli acciacchi portati dall’inevitabile avanzare dell’anagrafe. Lo so benissimo, che ho lo stesso problema: la non coincidenza tra età interiore ed età anagrafica. Che in fondo i cinquanta o i sessanta sono i nuovi trenta o quaranta: non si è vecchi, ma solo un po’ vintage – come il paio di Ray Ban regalati a Mura da Caterina (detta Cate), corrispondente di guerra e sua amica/amante. E se non lo sa lei che ha trent’anni meno di lui…

E se mi sono divertita ad immergermi nell’atmosfera nostalgico-felliniana di Bassa Marea, devo dire che in Ferragosto la trama noir è più solida, meglio sviluppata, la storia più avvincente e temi recenti come prostituzione, immigrazione, la pericolosa risorgere della destra – sono intessuti con la naturalezza del flusso di coscienza nella trama di questa deliziosa black comedy dal sapore di sale. I personaggi sono meglio delineati, soprattutto quelli femminili – donne forti e indipendenti, che sanno quello oche vogliono e come ottenerlo e che tollerano i loro compagni bambocci con l’affetto che si potrebbe avere per un cucciolo pasticcione a cui si è abituati e di cui si apprezza la compagnia. Sebbene, come donna, non possa esimermi dall’arricciare il naso davanti commenti bonariamente volgari se vogliamo, ma sempre volgari, di una generazione di uomini come Mura & C. cresciuta prima del “politically correct”. Non che il politically correct del giorno d’oggi abbia miracolosamente fatto sparire i commenti volgari diretti alle donne (basta guardare i socials per accorgersi del contrario), le pressioni sociali ancora esistenti per quanto riguarda decisioni fondamentali come famiglia, maternità, figli e lavoro, sia ben chiaro…

Ma questa è un’altra storia, che non ha nulla a che vedere con il libro in questione, anche se confesso che mi piacerebbe vedere le donne dei Moschettieri avere un ruolo più centrale nelle avventure della combriccola. Chissà cosa ci riserverà la prossima storia al profumo di piadina di Mura e C. …

Paola Cacciari © 2021

Sognando il Cotswolds

Piantina Cotswolds
Cotswolds © Natural England copyright 2012.

Colline ondulate, boschi rigogliosi, pittoreschi villaggi ed eleganti palazzi color miele.
No, non stiamo parlando di Downtown Abbey o di un episodio dell’Ispettore Barnaby (che pure sono stati ambientati da queste parti), ma dell’Inghilterra da cartolina, quella tutta fiori, ponticelli e ruscelli illustrata sulle vecchie scatole di cioccolatini. Insomma, del Cotswolds.
Designata come Area of Outstanding Natural Beauty (AONB) nel 1966, il Cotswolds si srotola sopra una superficie di 2.040 km2, attraverso le sei contee di Gloucestershire, Oxfordshire, Wiltshire, Somerset, Worcestershire e Warwickshire. Sulla mappa appare come un’area a forma di losanga allungata, compresa approssimativamente tra le città di Stratford-Upon-Avon a Nord, Bath a Sud, Gloucester e Cheltenham ad Ovest, e Oxford a Est.

Cotswolds landscape by Saffron Blaze

Origini del nome Cotswolds

Non si sa per certo da dove derivi il nome Cotswolds.
Tra le numerose spiegazioni, quella più comunemente accettata sostiene che derivi dall’unione di “cot” inteso come “recinto per le pecore”, e “wold” che significa “collina” – quindi, qualcosa come ‘recinto per le pecore sulle dolci colline’. Il che, visto che la regione deve la sua ricchezza al commercio medievale della lana, sembra più che appropriato.
La lana pregiata prodotta dalla razza di pecore “Cotswold Lion” era apprezzata in tutta Europa ed era la merce di esportazione più importante durante il Medioevo. I numerosi mercanti fiamminghi e italiani che popolavano i mercati dell’Inghilterra medievale, acquistavano la lana grezza nei mercati locali, che poi spedivano via mare nelle Fiandre o in Italia per essere lavorata. E dato che nel XIV secolo la lana rappresentava il 50% dell’economia nazionale, non sorprende che il grande cuscino imbottito e ricoperto di panno rosso privo di braccioli che costituisce il seggio ufficiale del Lord Speaker della House of Lords nel Palazzo di Westminster, sia chiamato Woolsack – letteralmente “sacco”, o “balla di lana.

Ancora oggi l’antica ricchezza dell’area si riflette nell’architettura religiosa della regione, le cui chiese imponenti sono realizzate nello stile gotico perpendicolare prediletto nell’Europa del Nord tra il XIV e il XVI secolo.
Le abitazioni civili, invece, sono spesso costruite con la pietra calcarea locale sono caratterizzate da tetti a due spioventi di pietra o tegole. Il colore della pietra utilizzata varia in base alla posizione geografica dell’abitato, con la pietra color miele usata nel nord e nordest, quella dorata comune al centro della regione, e quella perlata associata a Bath, tipica del sud dell’area.

Castle Combe, Cotswolds. By Saffron Blaze

I Villaggi del Cotswolds

I villaggi del Cotswolds sono numerosi e tutti offrono qualcosa di particolare all’occhio del visitatore curioso.
Da Bourton-on-the-Water con i suoi caratteristici ponti bassi sul fiume Windrush, che attraversa il centro della città, alle pittoresche locande in legno di Winchcombe, a quella piccola gemma dell’architettura medievale (risale al XII secolo) che è Chipping Campden.
E se William Morris, il celebre scrittore, designer e socialista e padre dell’Arts and Crafts, definì Bibury “il villaggio più bello d’Inghilterra”, da non perdere è anche il pittoresco villaggio di Broadway, punteggiato da negozi di antiquariato e deliziose sale da tè, e nelle cui vicinanze sorge la bizzarra Broadway Tower, una una torre di 17 metri a forma di castello sassone, ideata tra il 1798-1799 da due grandi architetti dell’epoca, Capability Brown e James Wyatt per Lady Coventry.

Broadway Tower, Cotswolds. By MykReeve

Oltre ai magnifici resti termali della più famosa Bath, gli appassionati di storia romana non vorranno farsi scappare una visita a Cirencester, l’antica Corinium romana, le cui origini risalgono invece al I secolo d.C.
Situata sulla Fosse way, una delle più importanti strade romane, costruita tra il I e il II o secolo d.C. per collegare Exeter con Lincoln, Cirencester era probabilmente la più grande città della Britannia romana dopo Londinium (Londra), come attestano i resti di numerose ville e accampamenti militari ritrovati nell’area.
Le mura racchiudevano una città di 240 acri (100 ettari) e scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di una basilica romana, di un anfiteatro e di numerose ville dalla ricca decorazione a mosaico, ora esibiti nel Corinium Museum insieme ad una vasta e interessantissima collezione di antichità della Britannia romana.

Le Dimore Storiche nella campagna del Cotswolds

La splendida campagna del Cotswolds vanta alcune delle dimore storiche e dei giardini più belli e meglio conservati del paese, a cominciare dal sontuoso Blenheim Palace. Situato al limitare della cittadina di Woodstock, vicino a Oxford, questo grandioso palazzo barocco fu costruito nel XVIII secolo per il generale John Churchill, il I Duca di Malborough come ricompensa la sua decisiva vittoria nella battaglia di Blenheim nel 1704 e rimase la residenza dei Churchill per i successivi tre secoli, il più famoso dei quali, Winston Churchill, nacque qui nel 1874.

Blenheim Palace Cortwolds
Blenheim Palace By Magnus Manske

Il castello di Sudeley, vicino a Winchcombe e costruito nel 1443, e appartenuto per un periodo alla potente famiglia Seymour, fu per un breve periodo la residenza di Katherine Parr, la sesta ed ultima moglie di Enrico VIII.
Uscita incolume dal matrimonio con Enrico, (che muore nel 1547), la povera Katherine riesce finalmente a sposare l’amato Sir Thomas Seymour a cui era stata costretta a rinunciare dal re, solo per morire di parto nel 1548. Quando si dice la sfortuna…

Nonostante l’importante ruolo giocato dalla rivoluzione industriale nel Sud della regione, i paesaggi bucolici e la pittoresca architettura del Cotswolds furono risparmiati dall’industrializzazione galoppante del tardo Ottocento. Cosa che entusiasmò William Morris e gli artisti delle Arts and Crafts, che nel XIX secolo si ispirarono per il loro prodotti di design alle tradizioni domestiche della campagna britannica per i loro prodotti di artigianato.
Kelmscott Manor, la bella casa nei pressi del piccolo villaggio di Kelmscott, nell’Oxfordshire e costruita nel 1570 circa, divenne la residenza di campagna di Morris dal 1871 fino alla sua morte nel 1896.

Il Cotswolds ispirazione di artisti e scrittori

Per generazioni, artisti e scrittori hanno trovato ispirazione tra la rigogliosa campana del Cotswolds, da William Shakespeare, nato a Stratford-Upon-Avon, al limitare del Nord Cotswolds, a Lewis Carroll, l’autore di Alice’s Adventures in Wonderland e Through the Looking-Glass che trascorse così tanto tempo nell villaggio di Stow-on-the-Wold, a casa dell’amico, il reverendo Edward Litton, da arrivare a basare il suo personaggio più famoso, sulla figlia di Litton.
Bath, l’elegante città neoclassica al limitare del Cotswolds, dove Jane Austen visse per alcuni anni e non sempre felicemente, divenne la scena per due dei suoi sei romanzi, Persuasion e Northanger Abbey, mentre J.M. Barrie trovò l’ispirazione per molte delle avventure del suo Peter Pan durante le sue numerose visite a Stanway House.
Il Cotswolds non è probabilmente il primo posto a cui si pensa leggendo Il Signore degli Anelli, ma le descrizioni delle ondulate colline della Terra di Mezzo abitata dagli Hobbit lasciano pochi dubbi sui luoghi che ispirarono J.R.R. Tolkien. I fanatici dello scrittore non vorranno farsi scappare una visita alla pittoresca cittadina di Moreton-in-Marsh, dove il caratteristico pub The Bell Inn ispirò il Prancing Pony, la locanda in cui gli Hobbit incontrano per la prima volta Aragorn.

E se la magnifica trilogia di Tolkien è stata filmata in Nuova Zelanda, la campagna e i villaggi del Cotswolds sono certamente tra i grandi favoriti del cinema e della televisione, britannica e internazionale.
La parrocchia di St Mary nel fittizio villaggio di Kembleford, per esempio, sede del simpatico sacerdote-detective Padre Brown, è in realtà la chiesa medievale di St Peter and Paul a Blockley, poco lontano da Moreton-in-Marsh, mentre i corridoi di Hogwarts in Harry Potter sono gli splendidi chiostri della cattedrale di Gloucester.
La stessa cattedrale ha fornito le ambientazioni anche per numerose scene della serie televisiva Wolf Hall, tratta dai libri di Hilary Mantel, oltre che per episodi di Sherlock e Doctor Who.
Gli amanti del regista James Ivory, invece, non mancheranno di riconoscere Dyrham Park in Quel che resta del giorno (The Remains of the Day): lo spettacolare palazzo del XVII secolo, con tanto di immensi giardini e parco dei cervi) a circa 24 km rispettivamente da Bath e Bristol, è stato infatti utilizzato nel 1993 come set per l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro.

Infine, qualche suggerimento pratico. Sebbene autobus e treni non manchino, i trasporti pubblici che attraversano il Cotswolds sono piuttosto limitati – gli autobus hanno corse ogni ora, e la ferrovia sfiora appena le città principali; pertanto chi desidera più flessibilità e la possibilità di uscire dalle aree più turistiche, dovrebbe considerare l’opzione di noleggiare un’auto. Gli appassionati di trekking poi, non vorranno lasciarsi scappare la Cotswold Way, un sentiero pedonale designato per escursioni che si estende per oltre 160 km che parte da Chipping Campden, non lontano da Stratford-upon-Avon e, attraversando villaggi-cartolina come Broadway, Winchcombe, Cleeves Hill, Painswick e termina a Bath.

Ulteriori informazioni e itinerari sono disponibili sul sito ufficiale di informazioni turistiche del Cotswolds http://www.cotswolds.com/ e sul sito del National Trust http://www.nationaltrust.org.uk/days-out/regionsouthwest/cotswolds

2021 Paola Cacciari su Londonita

I diari del COVID-19 #4

Sto leggendo Tombland di C.J. Samson, un noir storico della serie di Master Shardlake, avvocato un po’ deforme e detective riluttante nella Londra dei Tudor, coinvolto più spesso di quanto la sua natura pacifica vorrebbe, in intrighi politici e omicidi.

Siamo nel 1549, durante il regno di Edoardo VI . Sono trascorsi due anni dalla morte di Enrico VIII e Shardlake si trova ad essere spedito suo malgrado a Norwich per conto della quindicenne Lady Elizabeth per indagare su un caso di omicidio che coinvolge la moglie di un lontano parente. Ma il caso dell’omicidio diventa parte di una storia più grande, la ribellione contadina guidata da Robert Kett nella contea del Norfolk, nell’Inghilterra orientale.

Tra le ribellioni contadine del 1549, quella guidata da Kett fu la più grande rivolta popolare avvenuta tra la rivolta dei contadini del 1381 e la guerra civile. La recinzione della terra comune da parte dei ricchi proprietari terrieri per il loro uso privato (pascolo, caccia o allevamento di colombe) aveva lasciato i contadini senza un posto dove pascolare i loro animali. Se a questo si aggiungono altre difficoltà normalmente affrontate dalla gente comune, come l’inflazione, la disoccupazione, l’aumento degli affitti e diminuzione dei salari non sorprende che la gente fosse arrabbiata nei confronti di uno Governo guidato da uomini la cui politica era quello di rubare i poveri a vantaggio dei ricchi. Suona familiare?

Rivolte e insurrezioni non sono successe molte volte nel passato di varie nazioni, Ma nel caso dll’Inghilterra, il passato feudatario è particolarmente duro a morire. Basta guardare alla Brexit e pare evidente che gli inglesi, o almeno una certa classe di inglesi, quelli più ricchi e quelli più poveri, non riescano a fare a meno del feudalesimo. Altrimenti non avrebbero eletto i Tories. Se le cose non cambiano per la classe media liberale figlia della Rivoluzione Industriale non c’è speranza…

2020 ©Paola Cacciari

Gli anni ottanta e Pier Vittorio Tondelli

Non l’ho mai letto, Rimini di Pier Vittorio Tondelli dico. Ma per una vita ho passato le vacanze a Rimini, e proprio durante quegli anni Ottanta raccontati nel libro. La curiosità di comprendere meglio una parte della mia vita che mi è passata accanto senza che me ne accorgessi è troppo forte. Un’altro da aggiungere alla mia interminabile lista su Goodreads… Grazie a Zona di Disagio per il suggerimento. 🙂

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Gli anni ottanta nella ricchezza  di inesauribili fermenti culturali, una stagione intensa di idee e di scrittori destinata a restare, a cui oggi molti di noi guardano con grande nostalgia.

Pier Vittorio Tondelli è stato uno dei protagonisti della cultura italiana di quel magnifico decennio, l’ultimo scrittore in grado di rappresentare un’intera generazione.

Ricordo come se fosse oggi quel lontano 1985, avevo ventidue anni e in libreria usciva Rimini, il terzo romanzo di  Pier Vittorio Tondelli.

Mi precipitai a comprarlo e lo lessi con avidità come era sempre stato con i suoi romanzi precedenti.

Come accadeva sempre all’uscita di un suo libro, lo scrittore emiliano tendeva sempre a dividere sia il pubblico che la critica.

Io trovai Rimini un libro davvero bello e lo considerai subito uno spaccato importante degli anni che stavamo vivendo.

Una parte rilevante della critica non lo amo e lo liquidò con un romanzo da spiaggia.

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#5autori gialli più un libro per Lorenzo (parte 3)

PARLA DELLA RUSSIA

Poco incline al thriller che gronda sangue, mi sono appassionata preferibilmente a scrittori dalle atmosfere noir. E quindi spesso nelle mie scelte di lettura finisco per tornare indietro nel tempo.


Daphne du Maurier

Autrice classica il cui nome sembrerebbe evocare romanticherie d’altri tempi, Lady Daphne ha scritto più di trenta romanzi, dalle trame spesso inquietanti e misteriose. La Cornovaglia tempestosa ha fatto da sfondo a tante delle sue storie e il cinema ha saccheggiato la bibliografia di du Maurier con “Rebecca”, “Gli uccelli”, “Mia cugina Rachele“, “La taverna della Giamaica” (continua…). Suspense e colpo di scena sono arti in cui è maestra e i suoi libri si leggono ancora molto volentieri.


Patricia Highsmith

L’ho incrociata per caso negli anni Ottanta quanto bazzicavo la libreria Remainders di Roma. Sempre a caccia di libri che costassero poco mi soffermai su “Il talento di Mr. Ripley” (dimenticate il film con Matt…

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Bassa Marea di Enrico Franceschini

“Un mare liscio come l’olio.

È un luogo comune, ma rende l’idea. Alle cinque del mattino, l’Adriatico è un liquido immobile disteso lungo il litorale. Non un’increspatura agita l’orizzonte. Tutto è fermo: acqua, cielo, spiaggia.”

L’Adriatico la mattina presto, quando cielo e mare sembrano fondersi l’uno con l’altra, e la spiaggia si srotola ai loro piedi per km come un morbido, immacolato tappeto setoso. Ombrelloni ancora chiusi, bagnini con retini da pesca e rastrelli intenti a pescare mozziconi di sigaretta dalla sabbia, pettinandola amorevolmente come se non fosse destinata da li’ a poco ad essere calpestata dalla massa di bagnanti portati dal nuovo giorno.

Ho trascorso le mie prime 18 estati a Rivazzurra di Rimini, con un breve intervallo a Lido di Classe (si cambia provincia, ma sempre Romagna resta) e so esattamente di cosa parla Enrico Franceschini in Bassa Marea. E per me la gioia di questo romanzo giallo-umoristico non è dovuto solo all’intreccio (non troppo complicato eproprio per questo cosi plausibile) e alla simpatia dei personaggi della storia, quattro goliardi sessantenni dall’ironia tagliente e dall’umorismo grossolano (a metà tra Amici Miei e i vecchietti del Bar Lume, con un tocco di Raul Casadei), ma dal luogo in cui si svolge, la Romagna dei mei ricordi.

Andrea Muratori detto Mura, bolognese di origine con una lunga carriera giornalistica alle spalle come inviato giramondo, si ritrova “giovane” sessantenne (che i sessanta sono i nuovi quaranta, no?) pensionato anzitempo a Bagnomarina, la località marittima dove per anni ha trascorso la villeggiatura, e che sente più sua della sua Bologna. Ha pochi soldi in tasca e vive in un capanno di pescatori che si affaccia sul mare e sarebbe in pace con se stesso e con il mondo il Mura, se il destino non avesse deciso di metterci lo zampino facendogli trovare, una mattina presto durante la “corsetta” di routine sulla spiaggia deserta, invece delle solite conchiglie, il corpo di una donna più morta che viva che si rivelerà essere l’enigmatica russa Sasha.

Nel tentativo di aiutare Sasha a ritrovare la figlia, Mura si imbatte nel lato oscuro della Romagna dove non tutto è sfavillante divertimento, ma dove clan di calabresi trafficano schiave del sesso, e immigrati cinesi spacciano erba sotto la finestra dell’ottantenne ex-maestra del paese. Ad aiutarlo nella sua goffa indagine, i suoi i suoi tre amici d’infanzia, tre come i Moschettieri (che in realtà erano quattro…), tre ex-ragazzi come lui e come lui determinati a non prendere la vita troppo seriamente, uno per tutti e tutti per uno. Perfetto per chi ama il giallo tinto di commedia con un tocco dolce-amaro di malinconia.

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Paola Cacciari © 2019

Isokon Gallery: il Modernismo a Londra

Per un attimo alla fine degli anni Trenta il quartiere di Hampstead al Nord di Londra, diventa il centro sociale e creativo del nord di Londra. Qui, a pochi passi dalla casa dell’archiettto modernista Ernö Goldfinger, immerso nel verde bucolico e semi-nascosto tra le eleganti case georgiane, l’Isokon Building è una vera e propria chicca della Londra Modernista.

Chiamato originariamente Lawn Road Flats, e poi ribattezzato Isokon dal nome dallo studio di design fondato nel 1929 da Jack e Molly Pritchard e dall’architetto Wells Coates, l’edificio era decisamente all’avanguardia se non addirittura in anticipo sui tempi quando fu inaugurato nel 1934. L’intento era quello di progettare un condominio – e i suoi interni – basandoli sul principio della vita urbana comunale e a prezzi accessibili (un sacrilegio visto che ultimamente uno degli appartamenti è stato venduto per £950,000 sterline). Per la prima volta infatti il cemento armato fu utilizzato nell’architettura domestica britannica cosa che, di conseguenza, attrasse una colorata varietà di artisti solidali con la causa modernista.

I suoi 32 appartamenti (completi di alloggi per la servitù) hanno ospitato una serie di famosi scrittori, artisti e architetti. Il pittore e scultore Henry Moore, il romanziere Nicholas Monsarrat e gli esiliati del Bauhaus Walter Gropius, László Moholy-Nagy e Marcel Breuer erano solo alcune delle élite culturali che si rifugiarono nelle sue mura, e spia sovietica Arnold Deutsch.

Pritchard e sua moglie, Molly, vivevano nell’attico, che è oggi sede di un altro imprenditore – uno con una passione simile per l’architettura e il buon design – Magnus Englund, l’amministratore delegato dei negozi di mobili Skandium, illuminazione e accessori per la casa.

L’Isokon è un corpo assolutamente estraneo alla monotonia residenziale di Belsize Park. Agatha Christie, che abitò in uno dei trenta mini-appartamenti dal 1941 al 1947 con il marito Max Mallowan, paragonò l’edificio ad un «transatlantico», certamente per il bianco abbagliante del suo cemento bianco e per la suggestione delle rampe della scala esterna che portano al terrazzo sul tetto piatto. Qui nel 1941 scrisse Quinta Colonna (in inglese “N or M?”) la sua unica spy-story. E non a caso, che questo edificio sembrava molto popolare con le spie russe tanto che l’impressionante conoscenza dei segreti del mestiere di spia e dell’attività della Quinta Colonna nella Gran Bretagna in tempo di guerra mostrata dalla scrittrice attirarono su di lei le attenzioni  dell’MI5, l’agenzia britannica di intelligence che per qualche tempo indagò su di lei.

Oltre alla Christie, celebri inquilini dell’Isokon furono Walter Gropius e Marcel Breuer, esuli del Bauhaus della Germania nazista rifugiatisi in Inghilterra dopo l’esperienza della scuola d’arte tedesca – a cui cui l’edificio, terminato nel 1934, è ispirato.  Molti pezzi del mobilio dell’Isokon furono progettati dagli stessi Gropius e Breuer – quest’ultimo autore  dell’iconica Isokon Long Chair (1935), insieme all’Isokon Penguin Donkey di Egon Riss (1935), furono entrambi venduti da Heal’s) che vissero nel palazzo prima di trasferirsi in America.

Fin dai suoi primi giorni straordinari, l’Isokon ha vissuto fortune alterne. Nel dopoguerra, in seguito ai cambiamenti nel proprietari e ad una manutenzione inadeguata, l’edificio è caduto in rovina ed eventualmente divenne inabitabile. Ristrutturato nel 2003, l’edificio è stato dichiarato monumento nazionale, il suo valore è ancora una volta chiaro. Persino le pareti interne, rivestite di pannelli di betulla impiallacciato originali e pavimenti in legno della attico sono stati restaurati. Il garage alla parte anteriore oggi sede della Galleria Isokon, dedicata alla storia unica dell’edificio.

2019 ©Paola Cacciari

The Isokon Gallery,

Lawn Road, Hampstead, London NW3 2XD

isokongallery.co.uk

La mano (An Event in Autumn) Henning Mankell

Chi mi conosce da un po’ sa che tra le mie numerose passioni c’è anche quella per il “giallo”, il buon vecchio noir, quello in cui non ci sono né effetti speciali, inseguimenti mozzafiato o auto che si ribaltano e si incendiano (etc etc etc), ma in cui l’investigatore di turno fa lavorare  le cellule grigie come Hercule Poirot per intenderci. Antieroi come il catalano Pepe Carvalho del compianto Manuel Vázquez Montalbán, amante del buon cibo e della sua Barcellona e cui Andrea Camillieri si ispirò per la figura del nostro amatissimo Salvo Montalbano, come il sognante commissario Adamsberg della medievista francese Fred Vargas. O come lo scorbutico e introverso Kurt Wallander dello svedese Henning Mankell.

Henning Mankell (1948-2015)
Henning Mankell (1948-2015)

E proprio alla saga di Wallander appartiene lo smilzo libretto che ho letto di recente, dal titolo An Event in Autumn (tradotto in italiano come La Mano), e scelto – oltre che per le sue promesse di un’altra avventura al grande Nord, anche per le sue piccole dimensioni, che mi serviva qualcosa da portare in borsa e che possibilmente non mi facesse venire la scogliosi come le 900 pagine di quel tomo che è The History of Modern Britan che riesco a leggere solo a casa.

Gli eventi si collocano cronologicamente subito prima del dodicesimo e ultimo libro della serie di Wallander dal titolo L’uomo inquieto. La trama è semplice: il commissario Wallander, ormai prossimo alla pensione, sta pensando di trasferirsi dal suo appartamento nel centro di Ystad, dove vive con sua figlia Linda appena entrata anch’essa a far parte del corpo di polizia del paese. Il suo desiderio di cambiare casa – una casa con giardino in cui tenere un cane – non è un segreto  e il suo collega e amico Martinsson gli propone una casa in campagna ereditata da un suo parente e situata vicino a quella in cui aveva vissuto il padre di Wallander, mosto diversi anni prima. Seppure da ristrutturare, la casa fa al caso suo e il detective è propenso all’acquisto, ma la mano di uno scheletro che sbuca dal terreno del giardino gli fa cambiare idea. E chi lo biasima? Io non di certo…

Quello che mi piace di Mankell è il suo realismo senza fronzoli, lo stile diretto al limite dello scarno e il fatto che i suoi protagonisti sono personaggi tutt’altro che eroici o perfetti. Al contrario. Hanno problemi famigliari e di salute, vivono vite mediocri o, al meglio, terribilmente normali. Wallander è divorziato, pessimista e diabetico.

Sarà anche una questione di clima, ma questa cupezza di fondo si ritrova anche in altri scrittori del cosidetto Nordic Noir. Basta leggere uno qualsiasi dei libri del norvegese Jo Nesbo, il cui Harry Hole  poliziotto anti-eroe e’ spesso ubriaco da far paura; e non parliamo dell’eroina della trilogia di Stieg Larsson, la hacker Lisbeth Salander, tanto geniale quanto emotivamente instabile e certamente danneggiata.

“C’è poco da stare allegri…” scuote la testa la mia dolce metà quando gli espongo le mie sul Nordic Noir. E ha certamente ragione, almeno per quanto riguarda l’ambientazione un po’ grigia e deprimente, lui che da quando BBC4 ha preso a mandare in onda Montalbano è diventato un mega-fan del giallo made in Italy. Che quando la cupezza scandinava diventa troppa, c’è sempre il sole della Sicilia di Camilleri…

2019 ©Paola Cacciari