I ritratti di Hoppé a Londra

Sono una fotografa frustrata. E allora mi sfogo ammirando le fotografie altrui, come questa bellissma mostra alla National Portrait Gallery di Londra dal titolo Hoppé Portraits: Society, Studio and Street.

Ma chi era Hoppé? Ammetto senza remore che non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora. E allora ho fatto qualche ricerca biografica. Nato in Germania, ma naturalizzato cittadino britannico, Emil Otto Hoppé (1878 –1972) è uno dei più importanti fotografi della prima metà del XX secolo. Famosissimo tra i suoi contemporanei, tanto da indurre Cecil Beaton a chiamarlo “il Maestro” è ora quasi completamente dimenticato.

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Ezra Pound (1918) by E.O. Hoppé

Figlio di un banchiere ed egli stesso destinato ad una carriera finanziaria, Hoppé arriva a Londra nel 1902 dove si appassiona alla fotografia. Abbandonata la carriera commerciale, nel 1907 apre uno studio e in pochi anni diventa il leader indiscusso del ritratto fotografico in Europa. Tra il 1907 e il 1945 Hoppé sembra avere fotografato tutte le maggiori personalità del mondo della politica, della letteratura e delle arti – da Henry James, a Rudyard Kipling, Albert Einstein e Aldous Huxley, Richard Strauss a Jacob Epstein, oltre a Leon Bakst a Vaslav Nijisky e numerosi altri ballerini e artisti della compagnia dei Balletti Russi.

Spinto da un’instancabile curiosità, a partire dal 1919 Hoppé comincia a viaggiare per il mondo alla ricerca di nuovi soggetti (‘tipi’) e paesaggi.; I suoi viaggi lo portano in Africa, Germania, Polonia, Romania, Cecoslovacchia, gli Stati Uniti, Cuba, Giamaica e i Caraibi, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Indonesia, Singapore, Malesia, India e Ceylon. Esperienze che culminano nella pubblicazione di due libri fotografici, Taken from Life (1922) e London Types (1926).

Emil Otto Hoppe’s photograph of The Pearlies, Master William Dennis Simmons, London, 1922 and (right) of Margot Fonteyn, 1935. Photo: National Portrait Gallery/PA Wire

La sua immagine di Benito Mussolini mostra il Duce dallo sguardo spiritato, pronto all’azione, allo scatto. Forse è nella natura del suo viso, nella mascella forte, ma anche nello sguardo lontano che passa pericolosamente vicino all’obiettivo di Hoppé, senza fissarsi da nessuna parte. È il 1924. Che cosa sentiva o immaginava Hoppé? Così spesso i suoi ritratti sembrano profetici!

A partire dagli anni Trenta, Hoppé esce dallo studio con sempre maggiore frequenza per cercare in strada i soggetti da fotografare. Affascinato dalla diversità culturale della società Britannica, esplora la multienicità della capitale fotografando persone appartenenti ad etnie differenti impegnate in lavori diversi (addetti delle pulizie, cameriere, venditori ambulanti), spesso servendosi di una macchina fotografica nascosta in un sacchetto di carta per non togliere nulla alla spontaneità della scena. Le sue foto sono cariche di atmosfera. Una vera ri-scoperta e una mostra da non perdere per gli amanti della fotografia!

Fino al 30 Maggio 2011, National Portrait Gallery, London

[NB: il post in qui sopra si riferisce ad una mostra del 2011; per chi vuole saperne di più su questo fotografo, il Mast di Bologna presenta Emil Otto Hoppé: Il Segreto Svelato dal 21 Gennaio al 3 Maggio 2015, dedicata alle sue fotografie industriali]

Percorsi. Tutte le mostre fotografiche in corso a Londra

Nonostante il clima economico incerto, il dibattito sull’eurozona e i bisticci della classe politica abbiano gettato un alone di cupa austerità sulla Gran Bretagna, la stagione artistica di Londra parte alla grande. Protagonista la fotografia in tutte le sue forme, con alcuni tra i più grandi musei e gallerie che ospitano importanti retrospettive e rassegne dedicate a questo mezzo.

Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007
Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007
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Da quando fu inventata, poco meno di due secoli fa, la fotografia non ha mai smesso di far discutere. È arte o è solo uno strumento con cui documentare la realtà? La risposta della National Gallery a questo eterno dilemma è Seduced by Art: Photography Past and Present, la prima mostra ospitata nella storica galleria britannica che offre un esame approfondito del dialogo che da sempre è esistito (e continua ad esistere) tra l’arte e la fotografia d’arte. E se fotografi vittoriani come Julia Margaret Cameron e Roger Fenton imitavano la pittura quando, agli albori, esploravano le possibilità artistiche di questo nuovo mezzo, artisti contemporanei come Thomas Struth e Tacita Dean non sono da meno nel creare fotografie persino più “artistiche” dei dipinti a cui sono ispirate. Basta guardare il magnifico vaso di fiori di Ori Gersht, che si rifà all’opera di Henri Fantin-Latour: a differenza del francese, Gersht accelera la scomparsa di questa natura morta congelando la composizione floreale prima di farla esplodere, creando così qualcosa allo stesso tempo di bello e terribile.

Se invece preferite il fotogiornalismo d’azione, quello che coglie “il momento decisivo” e racconta i grandi eventi del mondo con immediatezza e oggettività, allora non perdetevi Everything Was Moving: Photography from the 60s and 70s  al Barbican, una straordinaria rassegna che esplora due decadi – gli anni Sessanta e Settanta – che hanno visto la società cambiare in modo drammatico. Sono gli anni di Woodstock, dell’Apartheid, delle marce per i diritti civili in America, della rivoluzione culturale in Cina, del Vietnam e del ‘68. È la storia nel suo farsi, raccontata da dodici fotografi che hanno vissuto dall’interno le rivoluzioni politiche e socio-culturali di quegli anni tumultuosi. E accanto a leggende come David Goldblatt, William EgglestonBruce Davidson, ce ne sono altri meno conosciuti ma non meno significativi, come il sudafricano Ernest Cole i cui documenti fotografici delle condizioni di vita dei neri (lui stesso era di colore) durante gli anni dell’Apartheid costituiscono uno dei documenti più potenti dell’intera mostra.

Paola Cacciari © 2012
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Yoko Ono: To the Light

“Auguro amore e felicità per tutti.” E ancora: “Vorrei aver viaggiato di più.” Ma anche un prosaico: “Spero che la Spagna vinca gli Europei del 2012”. Sono solo alcune delle migliaia di bigliettini appesi ai rami di “Wish Tree for London”. È l’apertura della grande mostra che la Serpentine Gallery dedica, fino al 9 settembre, all’artista giapponese.

Yoko Ono – Fly – 1970 – still da film

Nata a Tokio nel 1933, la giovane Yoko inizia una nuova vita quando, dopo la Guerra, la sua famiglia si trasferisce a New York. Qui entra in contatto con l’avanguardia artistica che ruota attorno al compositore John Cage e con Fluxus, il movimento artistico formato da artisti, musicisti, architetti, compositori e designer fondato da George Maciunas all’inizio degli Anni Sessanta. Fluxus sostiene che l’arte è effimera e anonima e non si può identificare con istituzioni tradizionali come musei e gallerie e con concetti prestabiliti come quello di stile.
Affascinante quanto improbabile, l’idea di affidare all’osservatore il controllo dell’opera d’arte seduce la Ono, che la fa sua. E basta aggirarsi per gli spazi della Serpentine per realizzare quanto la sua arte sia immaginazione. Helmets (Pieces of Sky) è un’installazione fatta di elmetti capovolti sospesi dal soffitto. In ogni elmo i pezzi blu di un puzzle che, se completato, restituisce l’immagine del cielo. Ogni elmo è il volto di un soldato ucciso – gli occhi spalancati, il viso rivolto verso l’alto. “War is Over”, dichiara il poster sulla parete vicina. “If You Want It”, sussurra la voce di perenne speranza della Ono nella frase sottostante, scritta a caratteri così piccoli da essere a malapena leggibili. Per lei, sopravvissuta per miracolo al bombardamento della capitale giapponese durante la Seconda guerra mondiale, la pace è un dovere morale. Non a caso dagli Anni Sessanta è attivamente impegnata in favore del pacifismo e del rispetto dei diritti umani.

Yoko Ono – To the Light – veduta della mostra presso la Serpentine Gallery, Londra 2012 – photo Jerry Hardman-Jones

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Yayoi Kusama a Tate Modern

Nata nel 1929 a Masumoto in una famiglia ricca e tradizionalista dell’alta borghesia che non approva la sua ambizione di diventare un’artista, Yayoi Kusama è la più giovane di quattro fratelli. La sua passione creativa si sviluppa sin da bambina e non è interrotta neppure dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale; catastrofe che tuttavia appare con forza nelle sue opere del periodo –nei materiali di fortuna e nelle immagini apocalittiche. Ma lo stile dell’arte Nihonga, fortemente legato al nazionalismo giapponese, che Kusama aveva inizato a studiare, viene presto abbandonato per le avanguardie artistiche europpe ed americane.

Sentendo la sua fragile emotività schiacciata dal conservatorismo di una società che non incoraggiava l’espressione individuale, soprattutto se si trattava di donne, Kusama decide di andarsene. “Per un’arte come la mia –un’arte che combatte al confine tra vita e morte, che mette in discussione cosa siamo e cosa significa vivere e morire- il Giappone era troppo piccolo, troppo servile, troppo feudale, troppo sdegnoso delle donne. La mia arte aveva bisogno di una libertà senza limiti e di un mondo più vasto.”

Nel 1957 approda negli Stati Uniti, a New York, attirata dal potenziale sperimentale di una scena artistica in tumulto. Gli inizi sono difficili e come numerosi altri artisti del periodo Kusama fatica a mantenersi con la sua arte. Ma in America trova lo spazio mentale di cui ha bisogno e, nel 1959, in risposta agli stimuli dellespressionismo astratto, crea i suoi primi lavori della serie Infinity Net, le grandi tele ricoperte da una serie di piccole pennellate che sembrano ripetersi all’infinito e che anticipaneo, nella loro seriale ripetitività, i traguardi dell’arte concettuale L’America degli anni Sessanta, con la Hippie Culture e il suo libero uso di droghe e del sesso,  sfida apertamente la moralità sociale appare particolarmente liberatoria e Kusama vi si butta a capofitto con la creazione, a partire dal 1967, di una serie di Happenings, performance provocatorie  in cui dipinge a pois i corpi dei partecipanti.

Nel 1973 decide che è tempo di tornare in Giappone. Ma il re-inserimento nella società nipponica è più difficile del previsto. La sua arte non è apprezzata dal pubblico conservatore di Tokyo e per sopravvivere si reinventa come mercante d’arte per continuare a produrre le sue opere; ma la sua attività è di breve durata con e il suo business fallisce dopo soli due anni. La sua salute debole e la sua fragile emotività hanno la meglio e nel 1977 entra volontariamente nell’ospedale psichiatrico, che è a tutt’oggi la sua casa e dove, a 82 anni, in questa calma protetta, continua a dare libero sfogo ad una vena creativa che sembra inesauribile.

Una delle ossessioni di Kusama è sempre satata la rappresentazione dello spazio infinito, un tema questo che l’artista ha più volte esplorato nelle Infinity Mirror Rooms, grandi installazioni in cui lo spettatore può muoversi, camminare e perdersi nella contemplazione di se stesso; questa creata appositamente per lo show di Tate Modern, è la più grande.

Portrait of Kusama kindly provided by Happy Famous Artists. Text and other photographs by Patrick Nguyen.
 
fino al 5 Giugno 2012
www.tate.org.uk
 

Yohji Yamamoto al Victoria and Albert Museum

È una delle qualità degli abiti di Yohji Yamamoto (Tokyo, 1943) quella di piacere un po’ a tutti, anche a coloro che di solito della moda non sono i più devoti seguaci.
Sono abiti dalla linea sobria, rilassata. Abiti fatti per sfidare il tempo. ‘Il tessuto per me è tutto’, afferma Yamamoto, semplicemente “Yohji” per i giapponesi e per gli addetti ai lavori. E le stesse donne che non si farebbero vedere morte in un abito della stagione passata, si vantano felicemente di indossare lo stesso Yamamoto da vent’anni. 

Ma non si tratta solo solo i tessuti. Ciò che brilla nelle sale del Victoria and Albert Museum, che ospita la prima retrospettiva dedicata al grande stilista, è il suo intero brand, il suo contegno, la sua dedizione, l’innegabile talento di questo personaggio che, con Kenzo ed Issey Miyake, appartiene al  pantheon dei grandi della moda giapponese.

Perchè è proprio la qualità strutturale dei suoi abiti a regnare sovrana tanto nello spazio bianco accecante principale della mostra – quasi un set fotografico- quanto nei sei display-satelliti che adornano con la loro misteriosa presenza altrettante aree del museo selezionate con grande cura da Masao Nihei, che da anni è di Yamamoto è il più stretto collaboratore.

fino al 10 Luglio
Victoria and Albert Museum

La grande moda di Yohji Yamamoto Victoria and Albert Museum

Enigmatico, iconico, evocativo, crea abiti dalle linee assimetriche, oversize, volutamente incompiuti. La semplicità, almeno in apparenza, e’ una delle caratteristiche degli abiti di Yohji Yamamoto (Tokyo, 1943). Come quella di piacere un po’ a tutti, anche a coloro che di solito non sono interessati alla moda. I suoi sono abiti dalla linea sobria, rilassata. Abiti fatti per sfidare il tempo. ‘Il tessuto per me è tutto’, afferma Yamamoto, semplicemente “Yohji” per i giapponesi e per gli addetti ai lavori. E le stesse persone che non si sognerebbero di indossare in un abito della stagione passata, si vantano allegramente di indossare lo stesso Yamamoto da vent’anni. Ma non  sono solo i tessuti di Yohji a brillare nelle sale del V&A, ma il suo intero brand, il contegno, la dedizione, l’innegabile talento di questo personaggio che, con Kenzo ed Issey Miyake, appartiene al  pantheon dei grandi della moda giapponese.

Yohji Yamamoto at the Victoria and Albert Museum, London 2011.
Yohji Yamamoto at the Victoria and Albert Museum, London 2011.

Nato a Tokio nel 1943, Yohji Yamamoto si laurea in legge alla università di Keio nel 1966, prima di dedicarsi agli studi di design della moda nel 1972. È del 1977 la sua prima linea di pret-a-porter, prima del successivo debutto sulle passerelle di Parigi nel 1981 con abiti che sembrano troppo grandi o incompleti che giocano sull’idea del genere o transgenere e sull’ironia. È la consacrazione.

In anni più recenti Yamamoto ha avviato diverse collaborazioni con marchi come Adidas (una linea di abbigliamento sportivo chiamata Y-3), Hermès, Mikimoto e persino l’italianissima Mandarina Duck, che hanno aumentato il bacino di utenza del brand giapponese, permettendogli di aprire nuovi negozi nel mondo, e la prima boutique Y-3 a New York.

Yohji Yamamoto at the Victoria and Albert Museum, London 2011.
Yohji Yamamoto at the Victoria and Albert Museum, London 2011.

Le collaborazioni con grandi artisti da Elton John, ai Placebo, da Takeshi Kitano (per il quale ha realizzato i costumi per i film Brother, Dolls e Zatoichi) a Pina Bausch hanno permesso allo stilista di mostrare differenti lati della sua estetica e della sua creatività. Fra gli entusiasti di Yamamoto si possono citare Herbie Hancock, Chris Lowe, Pete Wentz, Steve McQueen, la stilista Donna Karan, e l’attore Justin Theroux. Yamamoto ha anche disegnato i costumi di scena per i concerti di Jean Michel Jarre.

Yohji Yamamoto at the Victoria and Albert Museum, London 2011
Yohji Yamamoto at the Victoria and Albert Museum, London 2011

E se le scelte dei curatori possono sembrare azzardate se non caotiche, questo è dovuto anche al rifiuto di Yamamoto di scendere a compromessi con un percorso espositivo stabilito e di piegarsi a stereotipi di genere. Perchè è proprio la qualità strutturale dei suoi abiti a regnare sovrana tanto nello spazio bianco accecante della mostra (così bianca e pura da ricordare un set fotografico) quanto nei sei display-satelliti che punteggiano aree diverse del museo attentamente selezionate da Masao Nihei, che di Yamamoto è il più stretto collaboratore nonché disegnatore e scenografo.

 

Londra//fino al 10 Luglio 2011.

Yohji Yamamoto

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London, SW7 2RL, UK