Il giovane Verdi e Shakespeare

Che mi piaccia l’opera non è un segreto, così come il fatto che abbia una passione sfegatata per William Shakespeare. E mi sono spesso chiesta perchè in Italia abbiamo dovuto aspettare Giuseppe Verdi per avere un’opera che prendesse a soggetto una delle tragedie del Bardo.

Verdi and Shakespeare Photo Huttom ArchiveGetty Images
Verdi and Shakespeare. Photo: Huttom Archive/Getty Images

Certo, nel 1816 ci aveva provato Gioacchino Rossini (1792-1868) con il suo Otello ossia Il moro di Venezia, che tuttavia tratta il Bardo con tale leggerezza e libertà (inserendo un gondoliere che canta sotto le finestre di Desdemona il famoso verso dantesco: “nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria” e talvolta – che orrore!! – sostituendo la conclusione tragica con un lieto fine, a seconda delle perefrenze del pubblico) che è di fatto difficile riconoscere la struttura della trama del dramma originale shakespiriano. Uh!

Specchio delle passioni e di tutte le umane contraddizioni, Shakespeare diventa presto uno dei simboli del Romanticismo – o almeno di quello dell’Europa del Nord. Ma in Italia, dove le traduzioni dal Bardo erano poche e poco accurate e dove imperversava ancora la tradizione neoclassica, le passioni raccontate da questo poeta “barbaro” erano considerate troppo violente per un pubblico dalle miti inclinazioni come quello del Bel Paese. Ma questo era prima di Madame de Stäel che, nel gennaio del 1816, scrive un lungo articolo in forma di lettera, dal titolo Sulla maniera e la utilità delle traduzioni che viene pubblicato sulla rivista Biblioteca italiana. E scoppia la polemica.

Portrait of Germaine de Staël, by François Gérard, 1810
Portrait of Germaine de Staël, by François Gérard, 1810

Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein, meglio nota con il nome di Madame de Staël (1766-1817), intellettuale francese di origini svizzere, donna coltissima e molto amante delle arti in generale e della letteratura italiana in particolare, non era famosa per il suo tatto. “Dovrebbero a mio avviso gl’italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche; onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini.” Scrive la letterata andando dritta al punto. La sua lettera voleva solo essere un affettuoso scossone alle coscienze dei letterati italiani che, privi del desiderio di confrontarsi con altre tradizioni letterarie, continuavano ad imitare i maestri greci e latini producendo opere obsolete come abiti fuori moda. “L’affettuoso scossone” ebbe l’effetto voluto e, nonostante le polemiche,  il lavoro di traduzione della letteraura straniera cominciò con entusiasmo e tra il 1829 e il 1834 furono pubblicate varie traduzioni italiane di almeno otto tragedie di Shakespeare, anche se bisognerà attendere il 1839 perché Carlo Rusconi completi la traduzione di tutti i drammi del Bardo. Traduzione che Verdi utilizzerà come base per il libretto del suo Macbeth.

La lunga storia d’amore di Verdi con le opere di Shakespeare inizia proprio con Macbeth, tragedia che il Maestro considerava “una delle più grandi creazioni dell’uomo”. E come dargli torto? Ricordo ancora con un brivido lo splendido Macbeth a cui ho assistito al Globe Theatre  la prima volta che ho sentito recitare Shakespeare in lingua originale. Anche Verdi adorava Macbeth e insieme al suo librettista Francesco Maria Piave voleva creare “qualcosa fuori dall’ordinario”.  E dopo aver assitito alla suddetta opera alla Royal Opera House non posso che applaudirlo ancora piú selvaggiamente di quanto ho fatto l’altra sera a teatro. L’opera, scritta nel 1847, vede Verdi nella sua versione più teatrale, traboccante di energia e di passione.

Anna Netrebko and Zeljko Lucic star as the scheming Macbeths. Royal Opera House 2018. Credit: Alistair Muir
Anna Netrebko and Zeljko Lucic star as the scheming Macbeths. Royal Opera House 2018. Credit: Alistair Muir

È la prima opera italiana davvero shakespiriana. La vita di Macbeth, generale dell’esercito scozzese, cambia quando tre streghe predicono che sarà nominato signore di Cawdor dal re di Scozia Duncan, per poi ascendere lui stesso al trono. Lady Macbeth istiga lo sposo a commettere una serie di atroci delitti: ambizione, sangue e intrigo caratterizzano il loro breve regno. Ma le streghe fanno un’altra predizione che diventa realtà: Macbeth e la sua signora moriranno e la giustizia viene ripristinata.

Lady Macbeth è il personaggio psicologicamente più sfaccettato: è malvagia, ma al tempo stesso è fragile e compassionevole. È lei a spingere Macbeth, di per sé codardo, a commettere la serie di efferati delitti che lo portano al trono. Alla soprano (in questo caso la divina Anna Netrebko) sono richieste potenza e agilità insolite, una notevole estensione e tenuta nel registro grave e una tecnica inappuntabile. Fatta eccezione per un paio di arie del primo atto, la musica ha un tono lugubre e molto inquietante. Pare che alla prima dell’opera, Verdi abbia detto che la sua Lady avrebbe duvuto avere una voce sgradevole e strisciare sul palcoscenico, con caratteri più da demone che da donna…

A scene from Macbeth by Verdi, conducted by Antonio Pappano. Royal Opera House 2018. Photograph: Tristram Kenton for the Guardian
A scene from Macbeth by Verdi, conducted by Antonio Pappano. Royal Opera House 2018. Photograph: Tristram Kenton for the Guardian

Chiunque abbia letto il Macbeth di Shakespeare sa che le tre streghe sono personaggi essenziali della tragedia, il mezzi attraverso cui si manifesta il fato. Ma Verdi fa a meno di loro trasformandole in un intero coro ( inizialmente Verdi aveva previsto un coro di diciotto streghe!). Questo non era insolito nelle produzioni teatrali di Shakespeare dell’Ottocento. Verdi aveva le idee chiare sull’effetto che voleva creare quando disse a Francesco Maria Piave che i “cori” delle streghe dovevano essere “volgari, eppure bizzarri e originali (triviali, ma stravaganti ed originali) “. L’umorismo diabolico delle streghe esalta le qualita’ sublimi delle altre parti dell’opera.

Ma a differenza di Rossini, che con il suo Otello aveva trasformato un capolavoro letterario in un’opera lirica italiana, Verdi si avvicina a Macbeth lo con lo spirito di chi vuole fare dell’opera lirica italiana un mezzo in grado di trasmettere la stessa forza e la stessa passione di un capolavoro letterario.  Una cosa del genere era completamente nuova nel modo dell’opera italiana. Certo, tra i due Macbeth le differenze ci sono. L’opera non è il mezzo adatto per analizzare profondi problemi morali, ma tramite l’emozione della musica rappresenta il modo in cui i personaggi vivono il presente, ricordano o il passato o immaginano il futuro.

Ma nonostante la sua passione per l’Inghilterra, Verdi conosceva poco l’inglese e la sua conoscenza di Shakespeare era avvenuta dal punto di vista letterario piuttosto che teatrale, (proprio grazie tramite le traduzioni in lingua italiana tanto auspicate da Madame de Staël). E non era l’unico, che la ragione principale per cui Shakespeare era praticamente sconosciuto nell’italia dell’XIX secolo era che, fondametalmente, mancavano le traduzioni e fino alla fine del  XVIII secolo solo Giulio Cesare era stato tradotto in italiano nel 1756. Macbeth è la prima delle sue tre opere shakespeariane, seguita nel 1880 da Otello (1887) e Falstaff (1893), la sua unica opera buffa basata su Le allegre comari di Windsor di Shakespeare, i cui libretti furono entrambi scritti in collaborazione con lo scrittore e compositore Arrigo Boito. Verdi avrebbe voluto comporre un’opera basata sul Re Lear, ma fu sconfitto dalla mancanza dei cantanti giusti per questo suo ambizioso progetto. Altri sogni come La Tempesta, e l’Amleto, non furono mai sviluppatu, e restarono, appunto, sogni. #ROHMacbeth

2018 ©Paola Cacciari

Buon compleanno Hampton Court!

Mese ricco mi ci ficco. Ok, il proverbio non diceva proprio così ma ci siamo capiti. Che l’Aprile londinese è un mese davvero ricco in fatto di cose da fare tra mostre eventi e celebrazioni. A cominciare da quelle che si terranno ad Hampton Court in occasione del suo 500esimo compleanno. Costruito nel 1515 da Thomas Wosley (1473-1530) arcivescovo cattolico di York e Lord Cancelliere, famosamente caduto in disgrazia presso Enrico VIII per non essere riuscito a convincere il Papa a concedergli il divorzio da Caterina D’Aragona per sposare Anna Bolena, il palazzo fu opportunamente requisito da Enrico nel 1529 che non sopportava che altri suoi cortigiani avessero palazzi (mogli, amanti, castelli, cavalli etc etc ) più belli dei suoi. Ma non fu solo Enrico ad abitarci: Elisabetta I quasi ci morì di vaiolo, Shakespeare ci inscenò un’intera stagione teatrale per Giacomo I Stuart, la regina Vittoria lo preferiva al castello di Windsor e Van Gogh ci venne come turista per ammirarne la collezione di quadri.

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Hampton Court 2012©Nebbiadilondra

Per me che sono appassionata di storia del cibo, le cucine sono l’attrazione maggiore e durante le celebrazioni pasquali, cuochi veri saranno al lavoro per preparare cibo e carni allo spiedo usando lo stesso sistema e gli stessi utensili di 500 anni fa. È davvero incredibile pensare che qui due volte al giorno si preparavano i pasti per per oltre 600 persone, e senza l’ausilio dei gadgets moderni! Ora, nei locali che un tempo ospitavano le cucine di Elisabetta I, un delizioso caffè offre ai turisti affamati sandwiches di arrosto di maiale ispirati a quelli serviti alla mensa dei Tudor. Per chi desidera un assaggio (non solo metaforico) di una mensa rinascimentale.

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Hampton Court 2012©Nebbiadilondra

Parlando di Shakespeare, in concomintanza con il compleanno del Bardo (che, visto che non si sa di preciso quando cada, è celebrato il 23 Aprile, giorno di San Giorgio, il santo patrono d’Inghilterra) parte anche la stagione teatrale del Globe Theatre. Distrutto nel 1644, il teatro all’aperto di forma circolare sulle rive del Tamigi, la famosa wooden “O” di Shakespeare, fu ricostruito nel 1997 per volere dell’attore e regista statunitense Sam Wanamaker a poca distanza dal sito originale utilizzando, per quanto possibile, materiali edilizi di un tempo come il legno di quercia e la paglia per il tetto, mai più utilizzata a Londra dopo l’incendio del 1666. Qui per soli £5 (il prezzo di una pinta di birra in un pub del centro e meno di un pacchetto di sigarette…) potrete assicurarvi un posto in piedi in platea, tra i groundlings, e provare l’ebbrezza del vero teatro elisabettiano.

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Globe Theatre, London. 2014©Nebbiadilondra

Al tempo di Shakespeare, infatti, per la modica somma di un centesimo, chi non poteva permettersi un posto a sedere su uno dei tre livelli del teatro poteva stare nello yard, il cortile posto sotto il palco e guardare da lì lo spettacolo. Preparatevi a stare scomodi, che non ci si può sedere se non durante l’intervallo e non sono ammessi gli ombrelli in caso di pioggia, ma solo impermeabili, ma è un’esperienza assolutamente elettrizzante e coinvolgente che, come ai concerti rock, durante le rappresentazioni teatrali (spesso in costumi elisabettiani) gli attori interagiscono con i groundlings come accadeva nel XVII secolo. E alla fine dello spettacolo potrete ristorarvi e recuperare le forze con una sosta al vicino Anchor pub, costruito (o ricostruito – su questo pare che le guide non riescano a mettersi d’accordo…) nel 1676 e che si dice fosse frequentato dagli attori dei teatri vicini, come il Globe, lo Swan e The Rose – e forse anche dallo stesso Shakespeare. Vero o no, cheers! Per la stagione del Globe guardate qui: www.shakespearesglobe.com/

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Paola Cacciari

Pubblicato su No Borders Magazine

All the (Shakespeare) world’s a stage…

Mi pare incredibile che mi ci siano voluti quasi quindici anni prima di avere il coraggio affrontare Shakespeare a teatro e in lingua originale, ma mica roba da ridere: è come far leggere Dante ad un forestiero!

E cosa meglio del Globe Theatre, la magica wooden ‘O’ , la O di legno di Shakespeare per un’esperienza di questo tipo? E anche se il Globe in questione non è quello originale, ma quello riscostruito per volontà dell’attore e regista statunitense Sam Wanamaker e finito nel 1997, quando ormai Wanamaker era scomparso non importa: il feeling è lo stesso.

Globe Theatre, London. Photo by Paola Cacciari
Globe Theatre, London. Photo by Paola Cacciari

Ho iniziato con Macbeth. Naturalmente, da brava secchiona quale sono, mi sono preparata: ho riletto la tragedia in italiano prima per rinfrescarmi la memoria eppoi di nuovo, in English. E fedele allo spirito del Globe, ero in platea, tra i groundlings come venivano chiamati coloro che frequentavano il Globe Theatre nei primi anni del XVII secolo – coloro che troppo poveri per pagarsi un posto a sedere in uno dei tre livelli del teatro (e in questo nulla è cambiato dalla prima meta del XXI secolo…), potevano guardare lo spettacolo per la modica somma di un centesimo dallo yard, il “cortile”, posto appena sotto il palco. 

Ora il biglietto in piedi costa £5: meno di un pacchetto di sigarette o di una pinta di birra in uno dei trendy pubs di Soho. Il prezzo è aumentato, ma lo spirito del Globe è rimasto. Certo, in piedi nella fossa è scomodo, che non ci si puo sedere se non durante l’intervallo, ma è assolutamente elettrizzante: gli attori (rigorosamente in costumi elisabettiani) sono talmente vicini che pare di poterli toccare con mano. E infatti a volte li si puo’ toccare visto che a volte scendono tra il pubblico… 

Adoro Shakespeare. E vederlo rappresentato in lingua originale è elettrizzante (un po’ come leggere Dante in italiano insomma…) tanto che quando e’ arrivato il momento di uno dei piu’ famosi soliloqui scritti da Shakespeare, quello in cui Macbeth si lancia nell’Atto V alla notizia della morte della sua compagna di vita (e di crimine) Lady Macbeth avevo la pelle d’oca per l’emozione…

“She should have died hereafter;
There would have been a time for such a word.
— To-morrow, and to-morrow, and to-morrow,
Creeps in this petty pace from day to day,
To the last syllable of recorded time;
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury
Signifying nothing.”

— Macbeth (Act 5, Scene 5, lines 17-28)

E dopo l’esperienza folgorante di Macbeth, non riuscivo a rassegnarmi al pensiero di dover attendere la prossima primavera per tornare Globe e in Ottobre sono riuscita ad vedere una delle ultime rappresentazioni di A Midsummer Night’s Dream prima che finisse la stagione. Meraviglioso. Sono trascorsi quasi 450 anni, ma the Bard continua ad incantare…

2013 ©Paola Cacciari

Shakespeare: Staging the World.

Il contributo del British Museum agli eventi di London 2012 è una delle mostre più interessanti, evocative e affascinante degli ultimi tempi: Shakespeare: Staging the World. Più che una mostra, un vero e proprio viaggio nella vibrante Londra di Elisabetta I.
The Arundel Firs
The Arundel First Folio – Engraving of William Shakespeare by Martin Droeshout.
All the world’s a stage, And all the men and women merely players…’ dice un brano di As You Like It (Come vi Piace). E davvero tutte le opere di William Shakespeare sono nate per il palcoscenico della capitale. A Londra sono nate le ‘Playhouse’, i teatri come li conosciamo oggi, la wooden O citata da Enrico V, di cui il Globe Theatre (quello originale, costruito nel 1599 dalla compagnia teatrale a cui Shakespeare apparteneva, e distrutto da un incendio nel 1613) è l’esempio più famoso, ma certamente non l’unico.
Come i teatri, anche le compagnie teatrali erano un fenomeno nuovo.  Nell’autunno 1594 Shakespeare si unisce a The Lord Chamberlain’s Men, compagnia teatrale di cui divenne poi azionista e che, con l’ascesa al trono di Giacomo I nel 1603 che ne divenne patrono, fu ribattezzata The King’s Men. I loro spettacoli erano fondamentale per aprire una finestra sul mondo e hanno contribuito alla formazione di quella nuova identità nazionale che risuona nelle solenni parole di Enrico V. Ma attraverso i suoi personaggi, Shakespeare affronta anche temi scottanti che, se ambientati al suo tempo, non avrebbero mai superato il veto della censura. In un momento in cui Papa Pio V sosteneva gli intrighi per l’assassinio di Elisabetta I, questioni politiche come la successione della sovrana sono fuori discussione, ma sono esaminate in tragedie come Giulio Cesare e Riccardo II e III.
The Lyte Jewel from Shakespeare: Staging the World
The Lyte Jewel – miniature of James I. Photograph: British Museum
Dal Medioevo alla tragedia romana, Shakespeare si interroga sul potere della natura, sul passato classico esplorato e rivissuto. Da qui il fascino esercitato da Roma e soprattutto Venezia, città da sempre aperta agli scambi multiculturali, alla moda, al lusso. E’ difficile non rimanere incantati dinanzi alla raffinata bellezza degli oggetti in mostra – spade, lanterne, incisioni, gioielli, dipinti; non manca neanche l’originale seicentesco del Primo Folio che avevo già visto in Aprile durante la mia gita primaverile di Stratford Upon Avon. Oggetti che i brani recitati da grandi attori della Royal Shakespare Company (i cui visi sono proiettati sulle pareti ad intervalli regolari) aiutano a collocare nel contesto storico e letterario del periodo.
Portrait of Abd el-Ouahed ben Messaoud ben Mohammed Anoun, ambassador to England from the King of Barbary (Morocco), unknown artist, England, c. 1600.
Portrait of Abd el-Ouahed ben Messaoud ben Mohammed Anoun, ambassador to England from the King of Barbary (Morocco), unknown artist, England, c. 1600
Devo dire che, visto il mistero che circonda la vita del Bardo, mi chiedevo come sarebbe stato possibile costruire un’intera mostra attorno ad un fantasma. Ma avrei dovuto immaginare che con curatori come Dora Tornon (British Museum) e Jonathan Bathe (Professore di Letteratura del Rinascimento all’Università di Warwick ed esperto di Shakespeare) alla guida, il problema non ci sarebbe stato. Il risultato è una  straordinaria mostra che esplora un altrettanto straordinario periodo storico e sociale.
Britain’s last legitimate monarch: though late medieval, the portrait of Richard II, c.1395, raises a topic that resonated in Shakespeare’s time when the authority of both the Tudor and Stuart dynasties was doubtful
Portrait of Richard II, c.1395

Fino al 25 Novembre 2012