Rankin x Sergei x Husky Loops = Tempo

Sergei x Rankin(2018) Music “Tempo” by Husky Loops

Questo accade quando Sergei Polunin è lasciato completamente libero di esplorare le sue emozioni tramite il movimento. 🙂

Grazie al fotografo di moda (e non solo) Rankin e al suo website Hunger Magazine  per questa chicca! 🙂

#Polunin

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I giganti della fotografia vittoriana

Ci siamo così abituati avendo a portata di mano macchine fotografiche sempre più sofisticate come quelle dei nostri smartphones, che è facile dimenticare che che solo due secoli fa la fotografia non esisteva. Alcuni ragazzini nati dopo l’invenzione dello smartphone di fatto non riescono a concepire un mondo senza Instagram e Facebook . Eppure qualcuno l’ha inventata (Henry Fox Talbot) e qualcun’altro l’ha resa grande.

Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London
Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London

Un’intera generazione di fotografi vittoriani l’ha elevata a forma d’arte in un momento in cui questo stumento era considerato appunto … uno strumento, qualcosa di puramente meccanico utile unicamenbte per documentare la realta’. Ma Julia Margaret Cameron (1815-1879), Lady Clementina Hawarden (1822-1865), Lewis Carroll (1832-1898 – sí, quello di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie) e Oscar Gustave Rejlander (1813-1875) la pensavano diversamente e hanno cominciato a sperimentare con la fotografia come e forma d’arte.

Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London
Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London

Ma bisogna dire che, sebene interessanti siano le immagini di Rejlander , soprattutto quelle utilizzate per illustrare il trattato di Charles Darwin, The Expression of the emotions in man and animals, eleganti quelle della Hawarden o inquietanti quelle delle bambine ritratte da Carrol (il fatto che Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, fotografasse ragazzine nude ha contribuito alla tesi che fosse un pedofilo, anche se bisogna dire che le fotografie di bambini nudi erano molto comuni all’epoca e altri fotografi vittoriani si sono cimentati sul tema), ancora una volta è Julia Margaret Cameron che torreggia sui colleghi. Con il suo bianco e nero sfumato, lei è la vera visionaria e la vera artista. #VictorianGiants

Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography
Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography

 

 

Londra// fino al 2 Maggio 2018

Victorian Giants: The Birth of Art Photography

National Portrait Gallery

npg.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

Il genio di Roger Mayne

Anni fa, mentre mi trovavo a passare nella Photography gallery del museo, un collega mi ha indicato un ragazzino che corre insieme ad altri in una strada senza automobili. “Quello sono io…” Mi dice soddisfatto. E ha ragione ad esserlo: la sua vita così come la sua faccia sono state consegnate ai posteri….

È una bellissima foto in bianco e nero degli anni cinquanta scattata a Southam Street, nella zona Ovest di Londra, non lontano da Portobello Road . Il fotografo è Roger Mayne.

Southam Street, W10, 1956-1961. Roger Mayne. Copyright Roger Mayne
Southam Street, W10, 1956-1961. Roger Mayne. Copyright Roger Mayne

Tra il 1956 e il 1961 Southam Street divenne il soggetto principale delle foto di Mayne e nel suo lavoro c’è la sensazione che sia la vita a fornire le pose piuttosto che il contrario. Basta guardare le sue foto per avere la sensazione che che fuggisse l’artificialità come la peste.

L’Inghilterra del dopoguerra non era un bel posto per essere ragazzini, c’era povertà e il razionamento. Ma in quella foto c’è una cosa fondamentale: l’esuberanza dell’essere giovani, dell’essere vivi . Come le altre sue foto di bambini che giocano con le biglie è bellissima e dà un senso di comunità completamente assente dalle nostre attività quotidiane.

Al giorno d’oggi i ragazzini sono assorbiti dal loro smartphone, non hanno tempo o voglia per parlare gli uni con gli altri, per condividere giochi e passatempi semplici come le biglie. Anch’io in un’epoca non troppo lontana giocavo con le biglie, in cortile a Bologna, o al mare sulla spiaggia di Rivazzurra. Sembra una vita fa. Forse perché lo è. E mi sento improvvisamente molto vecchia.

2018 ©Paola Cacciari

 

Bologna loves Hamburg via The Beatles

Una recensione (questa volta in inglese) di una mostra sui Beatles nella mia Bologna. Astrid Kirchherr with the Beatles, a Palazzo Favae’ davvero da non perdere. Qui nella recencesione di Flaneur in Bologna 🙂 Buona lettura!

Flaneur in Bologna

It was impossible not to sing along this afternoon while Stefanie Hempel, beautiful low voice, cheerful interpretation and ukulele, was tuning Here comes the sun and With a little help from my friend at Palazzo Fava. The german singer was a special gift for the first day of Astrid Kirchherr with the Beatles, by Genus Bononiae and Ono Arte Contemporanea, an exhibition for all of those who have a little Dear Prudence, Blackbird or Lucy in the sky gently tattooed in their hearts.

1. AHDN_FabFour_Press LOWcredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO ASTRID KIRCHHERR 

I’m one of them and I was also one of the many improvised Beatles’ scholars. When I was 17 I spent a couple of weeks eagerly reading their biography, with that typical sting of pain for not having been there. And among the many “there” of the history of the Beatles there’s Hamburg.

7. The Beatles, Hugo Haase, 1960 LOW REScredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO…

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Malick Sidibé: L’occhio di Bamako. A Sommerset House

Nonostante a scuola avessi una vera e propria passione per la geografia, ammetto che la mia conoscenza della geografia Africana ha sempre lasciato un po’ a desiderare. Il fatto è che non sono mai riuscita a farmi una ragione di tutte quelle linee  dritte, trattaciate a tavolino che servivano da confini al posto di fiumi e catene montuose.
Per cui prima di entrare a Sommeset House a visitare la retrospettiva che l’istituzione londinese ha dedicato al fotografo Malick Sidibé (1936-2016) ho dovuto cercare su Google lo stato del Mali (“il Mali è uno stato dell’Africa occidentale situato all’interno e senza sbocchi sul mare che confina a nord con l’Algeria, ad est con il Niger, a sud con il Burkina Faso e la Costa d’Avorio, a sudovest con la Guinea e ad ovest con il Senegal e la Mauritania.” Grazie Wikipedia…).

2067Il fatto che il Mali si chiamasse Sudan Francese prima di proclamare la sua indipendenza dalla Francia nel 1960 non ha reso le cose più semplici. Un’indipendenza di breve durata, che il giovane stato si libera da un colonialimo solo per passare ad un altro anche se di un’altro tipo, quello americano del Rock’n’Roll, jeans e delle motociclette. E Sidibé è pronto ad immortalare con grande entusiasmo questo incredibile momento storico ed economico di un paese che si scrolla di dosso le restrizioni del colonialismo accogliendo la cultura Pop a braccia  aperte.

Le sue straordinarie foto in bianco e nero della gioventù di Bamako hanno un’immeditezza travolgente: coppie che ballano il Twist, pantaloni a zampa di elefante, occhiali da sole oversize e giacche dalle stampe caleidoscopiche la fanno da padroni. E non mi meraviglio che “l’occhio di Bamako”, come Sidibé era conosciuto, ha ricevuto molti premi nella sua lunga carriera diventanto nel 2007 il primo fotografo e il primo artista africano a vincere il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia.
Chissà ne è stato di quei volti sorridenti e di tutto quell’ottimismo, quale futuro e quali difficoltà aspettavano questi giovani dopo quel breve peridodo di promettente democrazia, e che ha portato guerre civili e colpi di Stato militare. Chissà se sono ancora vivi e come se la passano. Ma in queste bellissime fotografie, avvolte dalla magnifica colonna sonora di Rita Ray, questi volti sorridenti rimarranno per sempre giovani e felici.

Regardez-moi (1962) by Malick Sidibé. Photograph: Malick Sidibé/Jack Shainman Gallery, New York
Regardez-moi (1962) by Malick Sidibé. Photograph: Malick Sidibé/Jack Shainman Gallery, New York

 

Nuit de Noël (Happy Club), 1963 (c) Malick Sidibé. Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris
Malick Sidibé Les jeunes bergers peulhs, 1972 Tirage argentique baryté Papier : 50 x 60 cm Signé et daté © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, ParisBB=9.99Topaz2

 

“Les très bons amis en même tenue”, 1972 © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris
“Les très bons amis en même tenue”, 1972 © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris

 

Londra// estesa fino al 26 Febbraio 2017

Malick Sidibé: The Eye of Modern Mali a Sommerset House

somersethouse.org.uk

Entrata libera

The Camera Exposed @ Victoria and Albert Museum

Oggigiorno ci sentiamo tutti un po’ fotografi.  Ipad, tablet e smartphone sono sempre più sofisticati e hanno lo stesso numero di megapixel se non di più, di una macchina fotografica.

La gente fa sempre più fotografie che ama condividere sui social media e anche per questo lo smartphone ha soppiantato la tradizionale macchina fotografica. La fotografia, quella vera, richiede tempo e pazienza e se uno è pigro e restio (come la sottoscritta) a portarsi in giro un’ingombrante reflex, la scelta cade inevitabilemente sullo smartphone.

E allora, prorpio a questo mezzo che sta diventando sempre più obsoleto, il Victoria and Albert Museum ha dedicato una piccola e deliziosa mostra nella sala della fotografia, dal titolo The Camera Exposed dove, neanche a dirlo, la protagonista è proprio la macchina fotografica.

Weegee the Famous', Richard Sadler, 1963.  © Richard Sadler
Weegee the Famous’, Richard Sadler, 1963. © Richard Sadler

Dal proto-surrealista Eugène Atget al fotografo delle dive Richard Avedon, dalla fotografa vittoriana Clementina, Lady Hawarden a Don McCullin, i fotografi amano immortalarsi con il loro macchina fotografica. Già nel 1853, Charles Thurston Thompson (1816-1868), il primo fotografo ufficiale del Museo di South Kensington (come allora si chiamava allora il Victoria and Albert Museum), ha immortalato il suo la riflesso insieme alla sua macchina fotografica, nel vetro di un decoratissimo specchio veneziano. Ancora oggi ogni oggetto appartenente alle collezioni di un museo o pinacoteca è accuratamente documentato e le fotografie costituiscono preziosi documenti di studio per curatori e restauratori. Nel caso del V&A, questo economiche copie fotografiche erano ricercate anche da designer, artigiani e studenti di storia dell’arte.

'Venetian mirror circa 1700', Charles Thurston Thompson, 1853 © Victoria and Albert Museum, London
‘Venetian mirror circa 1700’, Charles Thurston Thompson, 1853 © Victoria and Albert Museum, London

Immortalando il suo riflesso e quello della sua ingombrante macchina fotografica e del treppiede che la sostiene, Thompson mostra il processo creativo dell’immagine. Ma luce non era sufficiente e lo specchio dovette essere portato fuori, all’aperto. A dimostrare che anche la vita di un fotografo da museo vittoriano poteva essere alquanto avventurosa…

Londra// fino al 5 Marzo 2017
The Camera Exposed

Victoria nad Albert Museum

vam.ac.uk

I ritratti di William Eggleston alla National Portrait Gallery

Uno dei (molti) vantaggi del lavorare nel museo che ospita la collezione nazionale di fotografia è che il display della Photography Gallery cambia circa ogni dieci mesi. Il che permette a chi, come me, ci passa per lavoro intere giornate, di imparare sempre cose nuove. Così quando oggi sono andata a vedere la retrospettiva che la National Portrait Gallery dedica a questo grande della fotografia, ero già preparata. Almeno un po’.

Il fotografo statunitense William Eggleston (1939 –) è famoso per le sue fotografie dai colori accesi. Al giorni d’oggi, grazie a siti come Instagram e affini, la fotografia a colori è diventata per molti un linguaggio universale forse anche più naturale della parola. Gli smartphones e i social media hanno reso le istantanee della nostra quotidianità una seconda lingua. Ma negli anni Sessanta, quando Eggleston comincia a sperimentare con il colore, questo non era il caso. Allora la fotografia a colori, principalmente associata all’industria della pubblicità, era considerate inadatta alla fotografia d’arte.

Nato a Memphis nel 1939, Eggleston è cresciuto in una famiglia agiata in cui (anche prima che le sue immagini cominciassero a vendere) il denaro non è mai stato un problema. Inutile dire che questo suo background di personaggio bianco e ricco rende William Eggleston un insolito cantore della realtà americana. Nel 1972 comincia a creare immagini utilizzando la una tecnica complessa e costosa che permette di stampare separatamente i vari colori presenti in un’immagine, permettendo soprattutto al rosso e al verde di manterene la brillantezza originaria.

Nei suoi ritratti fotografici, scattati perlopiù nella sua città natale, Eggleston cattura la bellissima banalità del quotidiano. I  suoi soggetti sono colti alla sprovvista, a cena, alla stazione di servizio, al lavoro in un supermercato, come il giovane della foto qui sotto.

Untitled, 1965 (Memphis Tennessee) by William Eggleston. Photograph Wilson Centre for Photography © Eggleston Artistic Trust

È  una foto bellissima, una delle mie preferite della mostra (e ce ne sono molte di foto bellissime…).  La luce dorata del sole al tramonto illumina il suo bel volto, il ciuffo dorato, il braccio morbido. Sembra in posa. Eccetto che non lo è.  Il ragazzo sta di fatto riportando una fila di carrelli usati dentro al supermercato. È una scena così banale che molti non la degnerebbero neanche di una seconda occhiata. Ma la magia della luce naturale e la brillantezza del colore rendono assolutamente straordinaria.

Untitled, c.1980 (Joe Strummer) by William Eggleston
Untitled, c.1980 (Joe Strummer) by William Eggleston

Il suo approccio è  sempre lo stesso, indipendentemente dal soggetto. Che si tratti di una persona o di un paesaggio, del cantante dei Clash Joe Strummer, di suo zio o della sua amante, Eggleston tratta tutti allo stesso. Per lui la foto (e tutto ciò che essa contiene) racconta una storia e questa da sola basta a dare alle sue sue immagini un potenza straordinaria.

Ma è soprattutto  con le persone comuni che il suo genio si esprime pienamente, aprendosi alle possibilità offerte dall’immagine. Nei  volti dei suoi soggetti, Eggleston trova al tempo stesso tenacia e vulnerabilità. Mi spiego:  una cosa è  rappresentare un’idea generica dell’alienazione nelle sue immagini desolate di parcheggi deserti dei grandi centri commerciali; un altro è  fotografarla personificata nel ritratto di suo figlio che, accasciato sulla poltrona, una cicatrice visibile sulla fronte, guarda con ostilità la lente dell’obbiettivo. A dimostrare che, se una foto non è affatto una cosa semplice, un ritratto fotografico lo è  ancora meno.

 

Londra//fino al 23 Ottobre 2016.

William Eggleston: Portraits.

National Portrait Gallery

A Londra, in mostra il mondo di Paul Strand

Con la sua collezione di oltre 500.000 fotografie risalente al 1856, il Victoria and Albert Museum è senza dubbio il più antico archivio fotografico del mondo. Una collezione che di recente è stata allargata dall’aquisizione della serie Outer Hebridis del fotografo americano Paul Strand (1890-1976).

Contemporaneo del più famoso e acclamato Ansel Adams (1902-1984), Strand era un personaggio molto particolare. Socialista convinto, nutriva un interesse spirituale per il benessere di tutte le culture, genti e razze – cosa che lo portava spesso ad indignarsi e ad entrare in conflitto con persone ed istituzioni, soprattutto quelle americane.

Tir A'Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland
Paul Strand, Tir A’Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland, 1954. Victoria and Albert Museum

Cosa che accadde puntuale quando, nel 1954, venuto a conoscenza dell’impellente sorte degli abitanti di South Uist, isola dell’arcipelago delle Ebridi al Nord-Ovest della Scozia, le cui tradizioni e lingua gaelica erano minacciate da quello che, ai suoi occhi, era un ennesimo esempio dell’aggressivo militarismo della NATO (gli Stati Uniti pensavano di utilizzare l’isola come campo prova per i nuovo missili nucleari), Strand decide di fotografare la comunità dell’isola per preservare la memoria. Ciò che ne scegue è un magnifico libro fotografico, Tir un Mhurain (1954). Tuttavia, la sua presenza sull’isola in un periodo il cui la Guerra Fredda era al suo culmine, unita alle sue idee marxiste (cosa che gli aveva messo l’FBI costole), fa sì che per anni gli Stati Uniti vietassero la pubblicazione del libro. Il fatto poi che, per ragioni tutte sue, Strand si fosse intestardito a far stampare il libro nella Germania dell’Est non fu d’aiuto alla sua causa…

Wall Street, New York, 1915 © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Con queste referenze, non sorprende che ancora oggi Paul Strand non sia conosciuto come merita. Un’ingiustizia a cui il Victoria and Albert Museum spera di porre rimedio con una la grande retrospettiva dedicata a questo grande fotografo americano dal titolo Paul Strand: Photography and Film for the 20th Century.

Nato a New York al tramonto dell’Ottocento, Strand studia alla Ethical Culture Society  School della megalopoli americana, un istituto fondato nel 1880 con lo scopo di sviluppare negli studenti idee socialmente progressiste. In occasione di una gita scolastica che Strand visita per la prima volta la galleria d’arte 291 gestita dal grande fotografo modernista Alfred Stieglitz (1864-1946), la cui guida fa sì che Strand si avvicinasse, nel corso degli anni, allo stile grafico e modernista che lo contraddistingue. Basta guardare l’iconica Wall Street 1915 – i passanti ridotti a semplici macchie scure le cui ombre, così elegantemente delineate, completano armoniosamente le torreggianti masse dell’edificio circostante – per vedere all’opera quel Modernismo che tanta influenza avrà su un altro grand eamericano, Edward Hopper (1882-1967). Le sue immagini delle strade di New York, con la sua umanità varia ed eventuale, sono così evocative che gli si perdona il fatto di aver adottato trucchi degni di un reporter scandalistico (come l’utilizzare una lente nascosta per per scattare foto agli ignari passanti) per ottenere il suo scopo. Ma nonostante lavorasse in strada e all’aperto, Strand non si considerò mai un fotoreporter, preferendo le lunghe esposizioni e il lavoro in studio alla velocità e all’immediatezza della street photography.

Angus Peter MacIntyre, South Uist, Hebrides by Paul Strand, 1954. Victoria and Albert Museum, London © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Sebbene sia stato anche un regista cinematografico, Strand è tuttavia perlopiù noto per le sue suggestive immagini in bianco e nero, progetti immensi che lo hanno portato dalle Ebridi al New England, dalla Romania alla Francia, al Nuovo Messico e al Ghana e che raccoglie in libri fotografici. I volti tranquilli dei suoi soggetti – pastori, operai, contadini e pescatori, come il giovane Angus Peter MacIntyre, fotografato a South Uist nel 1954, emanano una luminosa dignità che emerge dall’asprezza della loro vita quotidiana. Ma Strand fotografa anche paesaggi e gli umili oggetti quotidiani – una finestra rotta, una porta aperta, briglie e finimenti per animali, una roccia e dei rami secchi – immortalandoli con tale precisione ed esattezza che per un attimo sembra quasi possibile sentire i suoni, gli odori, i profumi, i colori di quel mondo.

Sebbene non sia mai stato ufficialmente un membro del partito comunista, Strand non nascose mai le sue simpatie marxiste, circondandosi per tutta la vita di amici e collaboratori socialisti o appartenenti al Partito, cosa che non gli rese la vita facile nell’America dei primi anni Cinquanta, in preda al fervore anti-comunista istigato dal senatore repubblicano Joseph Raymond McCarthy (1908-1957). Eventualmente, stanco di essere perseguitato per le sue simpatie politiche e di essere accusato di essere una spia sovietica, nel 1949  Strand ne decide di trasferirsi in Francia, nel villaggio di Orgeval, dove visse fino alla sua morte avvenuta nel 1976.

Una delle più celebri collaborazioni di Paul Strand fu quella con il nostro Cesare Zavattini (1902-1989) che l’americano conosce nel 1949 a Perugia durante il convegno internazionale Il cinema e l’uomo moderno. Zavattini, del quale Strand condivide le simpatie comuniste, gli suggerisce per il suo prossimo progetto Luzzara, il suo paese natale, un piccolo borgo rurale in provincia di Reggio Emilia noto per l’industria casearia, i cappelli di paglia e le briglie per cavalli e per essere apertamente “Rosso”. Strand non si fa pregare e nella primavera del 1953 passa oltre cinque settimane a fotografarne gli sconcertatati abitanti (non capitava spesso di trovarsi al cospetto di un americano comunista negli anni Cinquanta) impegnati nella loro vita quotidiana .

The Family, Luzzara The Lusetti, 1953 © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Ciò che ne risulta è il magnifico libro fotografico Un Paese (Portrait of an Italian Village) (1955), con racconti dello stesso Zavattini. In copertina è The Family (1953), forse una delle immagini più emblematiche create dal fotografo americano. Si tratta dei cinque fratelli Lussetti che, a piedi nudi, posano con la madre (il padre comunista era stato picchiato a morte dai fascisti) davanti alla porta della loro casa e che Strand aveva conosciuto grazie a Zavattini. Sembrano usciti da un quadro di Piero della Francesca, o da una scena di Ladri di Biciclette: le loro espressioni calme e dignitose cariche dei taciti traumi di chi ha molto sofferto durante la Guerra e il Fascismo.

Parmesan, Luzzara 1953 Philadelphia Museum of Art © Paul Strand Archive Aperture Foundation

Per Strand la fotografia è un processo artigianale che vede ogni foto come l’unione perfetta di luce e composizione. È un processo lento, lentissimo e le sue fotografie richiedono una grande di attenzione da parte dello spettatore. Prendetevi il tempo per farvi assorbire dai volti dei suoi soggetti, perdervi nelle consistenze dei suoi paesaggi e nella magia del suo mondo.  Perché quelle di Paul Strand non sono solo fotografie, ma piccole opere d’arte attentamente costruite.

2016 © Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Paul Strand: Photography and Film for the 20th Century

Londra// fino al 3 Luglio 2016

Victoria and Albert Museum

Vam.ac.uk/paulstrand

AL Barbican la Gran Bretagna raccontata dai fotografi internazionali

Ci sono molte ragioni per cui amo la fotografia, ma quella principale è che ha il potere di fermare il tempo. Io stessa sono un’entusiasta fotografa, anche se all’ingombro della DLSR preferisco una piccola Canon che sta in una mano e che viene con me ovunque nel caso ci sia un attimo di interessante, uno di quei “momenti decisivi” per dirla alla Cartier-Bresson, di cui voglio appropriarmi. Che per me la fotografia è fotogiornalismo, ritrattistica, natura o travel photography, insomma un mezzo per documentare la realtà.

Per questo non vedevo l’ora di visitare la mostra fotografica della Barbican Art Gallery: perché sapevo che avrei trovato tutto quello che mi piace di questa tecnica. Curata dal Martin Parr, Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers fa esattamente quello che dice di fare: racconta gli ultimi novant’anni di storia sociale britannica vista attraverso l’obbiettivo di 23 fotografi internazionali.

E ci tengo a sottolineare questa non-britannicità dei fotografi proprio perché la grande maggioranza dei soggetti immortalati mostrano persone di ogni classe sociale, età e razza impegnate in azioni di ogni tipo – da quelle importanti come manifestare contro la guerra, a quelle più banali come aspettare la metropolitana. Inutile dire che non mancano le eccentricita’  di vario tipo – una cosa in cui gli inglesi riescono benissimo anche adesso.

Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

E se tra i fotografi in questione c’era chi era più interessato all’aspetto sociale degli inglesi, chi alla vita dei minatori gallesi e agli slum dell’East End di Londra, i più sembrano essere affascinati dagli stereotipi che ancora adesso affascinano i turisti – autobus double decker avvolti dalla foschia del mattino, minigonne e hippies, lavoratori della City in bombetta e ombrello, famiglie che prendevano il tè (quando ancora il tè era un rito da rispettare) al bordo i una strada armati di tavolo e sedie da campeggio, bobbies e cappelli a cilindro.

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Girl holding a kitten. 1960. Photograph by Bruce Davidson/Magnum Photos

Ci sono nomi che conosco bene, come il mitico francese Henri Cartier-Bresson (1908-2004) o gli americani Paul Strand (1890-1976) e Bruce Davidson (b.1933) , altri che riconosco come l’americano Robert Frank (b.1924) e l’olandese Cas Oorthuys (1908-75) altri che non avevo mai sentito prima d’ora come il nostro Gian Butturini (b.1935) che visita Londra negli anni Sessanta e fotografa la Swinging London. E devo dire che dopo la carrellata di cieli grigi, povertà e sconforto come quelli della fotografa tedesca Edith Tudor-Hart (1908-73), è un sollievo vedere un gruppo i persone che si stanno divertendo un mondo…

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London, Gian Butturini

La sala finale della mostra è dedicata a un video che in realtà è una presentazione silenziosa di centinaia di foto a colori scattate nel centro commerciale Bullring di Birmingham dal fotografo olandese Hans Ejkkelboom (b.1949). Ha organizzato le immagini in griglie e sequenze in base alle similarità degli abiti, colore, forma, taglio, i marchi, modelli di ciò che le persone indossano così via Il commento dice che è ‘mettere in discussione la costruzione dell’identità e autorappresentazionè, il che significa lui sta sottolineando che un gran numero di persone che con affetto si immaginano di essere individui mentre indossano la stessa roba prodotta in serie. La presentazione è inquietante e ipnotica un finale appropriato per un’esposizione stupefacente.

 

Londra// fino al 19 Giugno 2016

Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers

barbican.org.uk

 

La City of London come non l’avevate mai vista: le foto di Martin Parr alla Guildhall Art Gallery

Per gli ammiratori del fotoreporter inglese Martin Parr questo è un davvero un buon momento. Non solo lo troviamo in veste di curatore di Strange and Familiar alla Barbican Art Gallery e in veste di artista con una selezione delle sue foto esposte nella mostra di Tate Modern Performing for the Camera, ma anche come curatore e artista della sua mostra alla Guildhall Art Gallery nella City of London, dove ricopre il ruolo di fotografo in residenza dal 2013.

Adoro Martin Parr da quando, nel 2014, ho visto il suo lavoro in mostra al Media Centre dello Science Museum di Londra in una mostra bellissima curata dallo stesso Parr, dal titolo Only in EnglandCome il grande Tony-Ray Jones prima di lui, anche Martin Parr ha un’incredibile capacita di cogliere il lato buffo e umoristico delle cose, soprattutto quando queste riguardano la vita dei suoi compatrioti.

Trinity Hospital Greenwich, annual visitation to the sheltered accommodation provided by the Mercers’ Company, London, 2015Photograph Martin ParrMagnum Photos
Trinity Hospital Greenwich, annual visitation to the sheltered accommodation provided by the Mercers’ Company, London, 2015Photograph Martin ParrMagnum Photos

Unseen City: Photos by Martin Parr raccoglie un centinaio di immagini dello Square Mile e delle sue secolari tradizioni, dal censimento dei cigni, lo Swan Upping, che risale al XII secolo, alla parata del sindaco della City, il Lord Mayor’s Show, che si tiene sin dal 1535. Che forse non tutti sanno che lo Square Mile, il miglio quadrato che contiene la City ha il suo sindaco. Il nuovo Lord Mayor viene investito ogni anno con una parata pubblica, a significare che questo ruolo è fra gli incarichi più importanti d’Inghilterra; ma mentre il Lord sindaco di Londra ha un ruolo amministrativo nello Square Mile, il Mayor of London (Boris Johnson, almeno ancora per il momento) è a capo della Greater London Authority.

Lord Mayor’s Show, Guildhall, City of London, 2014 Photograph Martin ParrMagnum Photos
Lord Mayor’s Show, Guildhall, City of London, 2014 Photograph Martin ParrMagnum Photos

All’occhio di un forestiero (come la sottoscritta) le foto sono una divertente e colorata testimonianza dell’eccentricità inglese e dell’amore questo popolo per le tradizioni. O più semplicemete, come dice la mia dolce metà che inglese lo è, “vestirsi in modo ridicolo e sfilare per la strada.” E se guardiamo la foto di una processione di personaggi in livrea rossa con moschetti seicenteschi sulle spalle che sfilano in modo ordinato davanti ad uno dei tanti negozi di sandwich Pret-a-Manger sotto gli occhi allucinati e divertiti di turisti e avventori non posso che dargli ragione. Ma davvero le parate storiche sono tra le cose che gli inglesi fanno meglio. E allora lasciamoli fare… 🙂

Musketeers at the Poulters’ procession on Ash Wednesday // Martin Parr // 2014
Musketeers at the Poulters’ procession on Ash Wednesday by Martin Parr, 2014. Photo by Paola Cacciari

2016 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 31 Luglio 2016.

Guildhall Art Gallery

cityoflondon.gov.uk