L’amore al tempo del Modernismo

Pensate che lo stare in coppia ai nostri giorni sia faticoso e complicato? Aspettate allora di vedere Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde alla Barbican Art Gallery e vi ricrederete. Che raccolte nella galleria londinese ci sono mezzo secolo di coppie esplosive, triangoli trasgressivi, passionali relazioni, adulteri, tradimenti e, per fortuna, anche tanta grande arte da ammirare e da godere. E la cosa più sorprendete è che la metà delle creazioni in questione  sono opere di donne, di quelle stesse donne che legate a uomini famosi, o perlomeno “più” famosi di loro (non che abbiano mai avuto l’opportunita’ di diventarlo famose quelle donne…), sono state confinate dalla storia al ruolo di muse o dilettanti.

E insieme ai soliti sospetti, cioè alle combinazioni stellari di personalità esplosive come Frida Kahlo e Diego Rivera, Dora Maar e Pablo Picasso, di Lee Miller e Man Ray, di Federico Garcia Lorca e Salvador Dali, troviamo nomi meno famosi come i  costruttivisti Aleksandr Rodchenko e Varvara Stepanova, che insieme hanno prosperato nella bolla creativa formatasi dopo la rivoluzione bolscevica, dando vita ad un’arte grafica inconfondibile. Eppure, nonostante i due abbiano sempre lavorato come partner alla pari, gli storici dell’arte hanno scelto in gran parte di cancellare il contributo della Stepanova. Lo stesso si puo’ dire per Lilly Reich, per oltre dieci anni stretta collaboratrice di Ludwig Mies van der Rohe e il cui contributo  nella creazione del celebre padiglione tedesco per l’Esposizione del 1929 e in particolare della famosa poltrona Barcelona è stato completamente ignorato.

Non occorre essere psicologi per vedere come in molte di queste unioni la personalità dell’uomo sia l’elemento dominate, anche e soprattutto nel campo artistico, al punto di arrivare a sopprimere la creatività femminile. Basta prendere la compositrice Alma Mahler, le cui meravigliose composizioni sono state stata praticamente “bandite” dal marito il compositore Gustav Mahler, il cui ego non lasciava spazio a nessun altro talento all’infuori del suo. Alla morte del marito, Alma ebbe una relazione con il pittore Oskar Kokoschka, che era così ossessionato da lei da farsi fare bambola a grandezza naturale fatta a sua immagine.

Un antidoto può essere trovato nel mondo amorevole e solidale abitato da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, e da Vanessa Bell e Duncan Grant e tra i membri liberali del Bloomsbury Group; o nella strana scena artistica sulla Rive Gauche di Parigi, dove le donne hanno creato il lavoro secondo le proprie condizioni e posto le basi di quello che ora è significa essere moderni.

Ci sono cosi tante coppie e così tanta arte che uno alla fine si sente vagamente sopraffatto da tanto impeto intellettuale. La mia scoperta piu’ grande tuttavia è stata la straordinaria.Romaine Brooks (1874-1970). Una delle più note artiste della scena artistica della Rive gauche parigina degli anni venti, Brooks dipinse molti ritratti di personaggi legati a questo periodo, tra cui Ida Rubinstein e la marchesa Luisa Casati, la stessa dipinta da  Giovanni Boldini nel 1908, oltre allo stesso Gabriele D’Annunzio, che la soprannominò “Cinerina” per la predominaza dei toni grigi nella sua tavolozza.

Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920
Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920

Ma questa mostra e le relazioni che ci racconta in fondo ci dicono  tutte la stessa cosa: che alla fine l’arte migliore emerge dal disordine più complicato. Mettiamoci l’anima in pace.  

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde

Barbican Art Gallery, EC2

barbican.org.uk

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Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Steve McCurry a Bologna

Ci sono fotografie che per la loro potenza espressiva diventano simboli di un’epoca. E come The Falling Soldier (1936) di Robert Capa e Migrant Mother (1936) di Dorothea Lange, anche il viso di l’orfana dodicenne Sharbat Gula, la ragazzina afgana dagli incredibili occhi verdi immortalata nel 1984 in un campo profughi del Pakistan dal fotografo americano Steve McCurry, è diventata una vera propria icona del nostro tempo. Apparsa sulla copertina del National Geographic del giugno 1985, il volto della ragazza afgana campeggia al centro della Cappella Farnese a Palazzo d’Accursio nella mia Bologna. E’ un’immagine così potenteme e poetica che basterebbe da sola a riempire la sala.

Ma non lo è, sola: è circondata da una serie di altre straordinarie immagini (una quarantina di ritratti circa) altrettanto potenti e poetici, che formano Una testa, un volto. Pari nelle differenze,  una bellissima esposizione dedicata ai ritratti del celebre fotografo americano e organizzata nell’ambito della Biennale della Cooperazione. Montate su strutture antropomorfe dotate di specchi nei quali i visitatori si rispecchiano, diventando così essi stessi volti della mostra, le immagini sono accompagnate da monitor che rimandano video di stranieri incontrati da McCurry che vivono a Bologna per studiare all’Università o per sfuggire alla violenza e alla miseria e che raccontano la propria storia. Il tutto accompagnato da un tabellone su cui campeggiano gli articoli fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, della Carta dei Diritti Umani e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’O.N.U.

Steve McCurry. Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Bologna. 2018 ©Paola Cacciari (8)

Parole da ricordare, soprattutto in un momento come questo, in cui la situazione politica globale si sta irrigidendo sempre più su posizioni di intolleranza e di estremismo. Che, nonostante le nostre differenze culturali e linguistiche, abbiamo tutti una faccia e un volto. Siamo, insomma, pari nelle differenze.

2018 ©Paola Cacciari

Bologna// fino al 6 gennaio 2019

Una testa, un volto. Pari nelle differenze

Sala e Cappella Farnese, Palazzo d’Accursio, Bologna

A Londra i Capolavori della Fotografia Sovietica

Vadislav Mikosha aveva solo sette anni quando la Rivoluzione d’Ottobre scosse la Russia, portando alla fine del dominio zarista e alla nascita dell’Unione Sovietica. Quando nel 1990 l’URSS fu demolita insieme al muro di Berlino, il famoso fotografo e cameraman aveva 80 anni. Il che significa che è stato testimone dell’intera storia della Russia sovietica – dall’immediato periodo seguito alla rivoluzione, alla Seconda Guerra Mondiale, alla guerra fredda e oltre. 

Morning exercise, Moscow, 1937, by Vladislav Mikosha. Photograph: Courtesy of the Atlas Gallery, London

Solo tra i suoi contemporanei ad essere fotografo di scena e cameraman, Mikosha è stato l’autore di immagini iconiche di eventi come la brutale demolizione di Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nel 1931, la difesa di Sebastopoli e la liberazione di Varsavia. Mikosha, che era ebreo, sopravvisse alle purghe antisemitiche di Stalin attenedosi attentamente alla linea del partito. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è diventato un fotografo documentarista per pubblicazioni come Pravda e Ogoniok – l’equivalente sovietico della rivista Life – che copre la parata della vittoria sulla Piazza Rossa e gli incontri storici tra Stalin e Mao, Chruscev e Kennedy. Morì nel 2004, all’età di 95 anni, lasciando dietro di sé un vasto numero di immagini che documentavano un secolo di cambiamenti che senza dubbio avrebbe trovato inimmaginabili come quel bambino di sette anni.

Lev Borodulin, Pyramid. Moscow, 1954

Ma Mikosha e’ in buona compagnia che insieme a lui in questa piccola e prezioza mostra fotografica della Atlas Gallery di Londra, ci sono alcuni dei piu’ grandi nomi della fotografia sovietica proveninenti della Borudilin Collection di Mosca

Nato a Mosca nel 1923, il russo/israeliano Lev Abramovich Borodulin è un maestro di fotografia sportiva residente a tel Aviv dal 1972. Oltre lavorare come fotografo, Borodulin ha raccolto una collezione di primo piano di fotografi sovietici che include oltre al sopracitato Mikosha e molti altri, anche le iconiche immagini di Alexander Rodchenko, Arkadii Shaikhet e Boris Ignatovich.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Sono fotografie che ritraggono giovani contadini ed operai pieni di salute e dai sorris smaglianti, impegnati in attivita’ fisiche come la danza, l’atletica e sport di ogni tipo, che la prestaza fisica era un soggetto caro alla propaganda di Stalin. A quel tempo, un’enorme percentuale della popolazione russa era analfabeta, quindi la comunicazione visiva era estremamente importante.

Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924
Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924

La fotografia stava facendo passi da gigante e i fotografi sovietici avevano l’obbligo di fare foto che simboleggiassero il progresso collettivo, il proletariato moderno e l’idea di comunità. Quelli ritratti erano giovani russi pieni di salute che saltellavano ottimisticamente – poco male che nello stesso periodo la Russia fosse attanagliata da una carestia incredibile. Occhio non vede cuore non duole. Potere della propaganda. #sovietphotography

Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937
Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 24 Novembre 2018

Masterpieces of Soviet Photography is at Atlas Gallery, 

Atlas Gallery, London W1

Dorothea Lange/ Vanessa Winship

Uscendo dalla mostra, dopo un paio d’ore mica da ridere alle prese con la Grande Depressione americana e i Balcani post-comunisti, capisco il motivo per cui la Barbican Art Gallery ha deciso di allestire queste due mostre insieme. Ci sono molte sovrapposizioni nell’opera di queste due eccezionali fotografe, Dorothea Lange (1895-1965) e Vanessa Winship (nata nel 1960): dislocazione, spostamento, il modo in cui non solo i visi delle donne e dei bambini, ma anche gli edifici, i paesaggi e persino le automobili riflettono il collasso della società.

Dorothea Lange è venerata come una dea della fotografia documentaria del XX secolo. La fama della sua “Migrant Mother” – un’immagine scattata nel 1936 di Florence Leona Christine Thompson, una dei 300.000 americani negli anni Trenta fuggiromo dalla fame e dalla povertà del Midwest colpito dalla siccità – è tale che può a mio avviso che solo l’immagine del soldato morente scattata da Robert Capa durante la guerra civile spagnola  può equiparala. Tanto che il Barbican le ha dedicato una sorta di piccola cappella.

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Dorothea Lange. Portrait os Florence Thompson with several of her children in a photograph known as “Migrant Mother”. 1936

In questa immagine la donna fissa cupamente un punto lontano, lo sguardo perso nella distanza, lontana dalla sua famiglia, dalla sua disperata situazione e persino dall’atto di essere fotografata. È un’immagine tragica, di perdita totale ed assoluta e non sono di beni fisici (casa, terra, lavoro), ma di prospettive, di speranza e di identità. Lange chiamò questo stato “erosione dell’umanità”, rispecchiando nell’anima di queste persone ciò che stava accadendo al terreno agricolo che, coltivato in eccesso si era arreso alla natura, portando con sé questo pezzo del Sogno Americano.

È solo una parte della storia, però. Se i ritratti scattati alla gente comune che aveva deciso di migrare per sfuggire alla Grande Depressione e al Dust Bowl (la serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture) sono la parte piu’ conosciuta del lavoro della Lange, non sono le uniche immagini che la fotografa raccoglie degli Stati Uniti in ginocchio.

Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California
Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California

E così ci troviamo faccia a faccia con l’estrema povertà e il persistente e profondo razzismo del profondo Sud, con l’inumano confino dei giapponesi  e dei cittadini americani di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale (qualcosa che sembra nuovamente possibile nell’era distopica del Governo Trump), e con la distruzione postbellica della sua amata California da costruttori edilizi senza scrupoli e cultori dell’automobile.

Al piano superiore della galleria d’arte, il lavoro di Vanessa Winship richiede un po’ di tempo per essere apprezzato. Sebbene non sia una fan delle didascalie poetico-oscure che descrivono (o no) le fotografie, devo dire che si respira un’atmosfera mistica nelle sue immagini (specialmente quelle degli stati balcanici post-comunisti); immagini permeate di una struggente e dolce-amara bellezza

Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship
Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship

Qui bambini e vecchi giocano tra monumenti commemorativi sovietici in rovina, memorie di un passato ancora molto recente. A differenza di quelle di Dorothea Lange, nelle immagini di vanessa Winship le persone sembrano riaffermarsi sul paesaggio. Ma come quelli della fotografa americana, anche questi sono  esseri umani erosi, ancora in parte legati a un regime morto come quello post comunista.

Ma e’ She Dances on Jackson la serie di fotografie che la  Winship ha scattato negli Stati Uniti nel 2011 che riecheggia maggiormente l’opera della Lange. Anche se i suoi giovani americani (alcuni sorridenti e ottimisti, alcuni impacciati, alcuni bianchi, altri appartenenti a minoranze etniche o linguistiche) non sono ridotti alla fame, il loro futuro nel mondo distopico dell’attuale America di Trump tuttavia non sembra più roseo di quello dei mezzadri sfollati immortalati dalla Lange.

Londra//fino al 2 Settembre 2018

Dorothea Lange: ‘Politics of Seeing’/ Vanessa Winship: And Time Folds

Barbican Art Gallery, Beech Street, London, EC2Y 8AE

Barbican Centre

2018 ©Paola Cacciari

Diario russo (A Russian Journal, 1948) di John Steinbeck con fotografie di RobertCapa

Cosa succede quando il premio Nobel John Steinbeck (1902-1968) e il suo amico fotografo, l’ungherese americano Robert Capa (1913-1954)decidono di unire le forze? Succede che nasce Diario russo (in inglese A Russian Journal, pubblicato nel 1948) uno dei libri di viaggio più poetici e divertenti del XX secolo.
Entrambi in bilico tra progetti finiti e progetti non ancora iniziati, nel 1947 i due amici decidono di visitare Mosca, l’Ucraina e la Georgia passando per quella che allora si chiamava ancora Stalingrado (nel 1961 ribattezzata Volgograd per decisione dell’allora segretario generale del PCUS Nikita Chruščёv).

La loro missione? Scoprire il popolo dell’Unione Sovietica, la gente comune e vedere con i loro occhi (e quelli della macchina fotografica) cosa indossano le persone, cosa servono per cena, come celebrano le loro festività – evitando per quanto possibile la propaganda della Guerra Fredda che allora al suo culmine.

La prosa di Steinbeck è una delizia e e le foto di Capa sono superlative. Mi pare di vederli all’opera, questi due giovanottoni americani – così caldi, onesti e divertenti. Uno Steinbeck semi-serio ammette apertamente che le loro osservazioni sono superficiali e non potrebbero mai essere altrimenti – e comunque quello non era il punto. Ma il tono è sempre pieno di affetto: il suo punto infatti è che le persone sono persone in tutto il mondo e come tali meritano il nostro rispetto (con l’eccezione dei prigionieri di guerra tedeschi che stanno ricostruendo Stalingrado – in fondo l’aveno distrutta loro…)

USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck.
USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck. © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

Ma la cosa per me più divertente sono le descrizioni che Steinbeck da’ di Robert Capa. Per anni ho venerato questo guerriero della macchina fotografica, ammirandone le storiche immagini della Guerra Civile Spagnola e dello Sbarco in Normandia. Ma non avevo idea della persona. Nelle parole di Steinback, Capa si trasforma: non piu’ un’entità astratta dietro la macchina fotografica, diventa una persona in carne ed ossa (e tanti capelli!) dotato da un’infaticabile energia, che si chiude in bagno per ore a leggere i libri sottratti di nascosto ai giornalisti e ai diplomatici americani a Mosca, e che parla tutte le lingue del mondo con gli accenti sbagliati. È triste pensare che solo sei anni dopo l’uscita di questo libro, quella bomba di energia che era Robert Capa sarebbe morto, ucciso da una mina antiuomo in Indocina.

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Una magnifica istantanea, testuale e visiva, della Russia stalinista del dopoguerra, vista attraverso gli occhi di due viaggiatori che non si prendono troppo sul serio.

Nel sito dell’agenzia Magnum Photos trovate le altre magnifiche foto di Robert Capa www.magnumphotos.com/arts-culture/travel/robert-capa-russian-journal/

2018 ©Paola Cacciari

I giovani disoccupati di Tish Murtha

Vedendola da fuori, dalla realtà ovattata della mia piccola vita bolognese fatta di scuola, compiti, sabati pomeriggio in centro e domeniche pomeriggio al cinema, l’Inghilterra della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta sembrava un posto straordinariamente eccitante. Quegli erano gli anni dei Clash, dei Pink Floyd, di David Bowie e del New Romantic. Anni di grande innovazione e non solo nella musica pop, che avevano visto l’Inghilterra sconvolta da una controrivoluzione sociale, culturale e politica seconda solo a quella degli anni Sessanta. Avrei voluto esserci.

La “mia dolce metà” invece che in quegli anni c’è cresciuto, cerca di dimenticare di esserci stato. E dopo aver visto le foto di “Tish” Murtha (1956-2013) capisco anche perché.

 Kids jumping onto Mattresses, 1980 - Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Kids jumping onto Mattresses, 1980 – Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Nessuna bomba era caduta di recente su Kenilworth Road a Elswick, ma avrebbe potuto benissimo averlo fatto appena qualche giorno prima. Ma non ci troviamo nell’Inghilterra del dopoguerra, martoriata dalla bombe di Hitler, ma nella Newcastle Upon Tyne degli anni Ottanta dove, nel nord-ovest del Paese, grazie all’alacrità del governo di Margaret Thatcher nel distruggere l’industria manifatturiera e nel chiudere le miniere, in poco tempo erano spariti un milione di posti di lavoro.

La periferia ovest di Newcastle era tra i luoghi più colpiti. Qui i giovani si affacciavano alla vita adulta senza opportunità, tra il declino industriale e la stagnazione economica, vittime di una società che non era in grado di offrire una soluzione o un’alternativa ai loro problemi. Ora capisco cosa intenda il mio lui quando mi dice che non era facile essere adolescente sotto la Thatcher.

Youth Unemployment (1981)​ - Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Youth Unemployment (1981)​ – Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Le foto della Murtha sono una coraggiosa critica al governo conservatore, più impegnato a oscurare la portata del problema con la creazione di schemi fumosi come il “Programma per le opportunità giovanili”, che a fare qualcosa di concreto per coloro che avevano lasciato la scuola e si trovavano senza lavoro e senza alcuna speranza di trovarne uno. Quello della ragazza sulla sedia rovesciata, che sembra affondare sotto le macerie fumose della sua vita, era un mondo lontano anni luce dalla bolla dorata della City e dai suoi Yuppies.

Karen on overturned chair, 1980. Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Karen on overturned chair, 1980. Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Come racconta Owen Jones nel suo Chavs: The Demonization of the Working Class il sistema di classe britannico è “una prigione invisibile” da quale è sempre più difficile uscire per chi è nato in una famiglia della classe operaia. Sempre piú spesso solo un settore della popolazione può permettersi un’istruzione superiore in una scuola prestigiosa che a sua volta permetta di accedere ad un’Università prestigiosa e sucessivamente ad carriera redditizia. La Gran Bretagna è sulla buona strada per diventare una società gestita dai ricchi per i ricchi. A partire da quello della Thatcher, ogni governo successivo sembra essersi impegnato a smantellare i diritti politici ed economici della la classe operaia, e allo stesso tempo a trasformare agli occhi del ceto medio l’immagine del vecchio proletariato di un tempo (deferente, lavoratore, morale) in una crudele caricatura di se stesso (pigro, scansafatiche, amorale).

Ho letto questo libro nel gennaio del 2016, alla vigilia del Referendum e con ogni pagina cresceva la consapevolezza che l’uscita dall’Unione Europea fosse una realtà davvero da non sottovalutare. Londra (e il sud-est del Paese) è una bolla multietnica e multiculturale in una realtà politica, sociale e culturale che non ha nulla in comune con la Capitale. Gli adolescenti fotografati da Tish Murtha sono diventati adulti e hanno votato per la Brexit. E vedendo queste foto capisco anche il perché.

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 14 Ottobre 2018.

Tish Murtha: Works 1976-1991, The Photographer’s Gallery

thephotographersgallery.org.uk

Tutti pazzi per Frida

Anche chi non ne conosce il nome probabilmente ne riconoscerà i grandi occhi scuri, il severo monosopracciglio, le alaborate acconciature e l’abbigliamento colorato di Frida Khalo (1907-1954).

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Kahlo with an Olmeca figurine, Coyoacán 1939 Credit: Nickolas Muray

E sono proprio i suoi abiti (e i cosmetici, e le scarpe, prostetiche e no) ad essere i protagonisti della mostra del Victoria and Albert Museum. Nata a Coyoacán, una delegazione di Città del Messico, il 6 luglio del 1907 anche se amava dire di essere nata nel 1910, data della rivoluzione messicana di cui Frida si sentiva profondamente figlia.

Frida Kahlo On White Bench, a photograph by Nickolas Muray, taken in 1938
Frida Kahlo On White Bench, a photograph by Nickolas Muray, taken in 1938

Fino al 2004, l’iconico guardaroba dell’artista e’ stato tenuto gelosamente sottochiave, chiuso nel bagno (sì, il bagno) della casa di Città del Messico che Frida aveva condiviso con il marito Diego Rivera. Per quarant’anni la Casa Blu, come era conosciuta, ha ospitato oltre seimila fotografie, gioielli, medicine, cosmetici e, naturalmente, i suoi preziosi abiti. La moda per Frida era politica fatta tessuto, e lungi dall’essere un “costume di scena” da indossare in certe occasioni, era per lei una seconda pelle e abbraccia con entusiasmo il colore e il costume tradizionale del Messico meridionale, che usa per esprimere la sua identità culturale e la sua devozione alla causa della rivoluzione messicana.

Tutto di Frida Kahlo era coraggioso: era una rivoluzionaria, un’amante appassionata, un’artista audace. Ma la sua vita fu una sequenza di tragedie – dalla polio che da bambina la lascia con una gamba più corta all’incidente che, nel 1925, la lasciò invalida e dolorante per tutta la vita. Questa mostra sembra un santuario di quel dolore. Ci sono i corsetti di gesso su cui dipinge la falce e il martello del Partito Comunista a cui era devota; le medicine e gli antidolorifici, le stampelle e scarpe ortopediche e persino  la  gamba prostetica con un civettuolostivale rosso.

La sua vita fu una sequenza di tragedie: dalla polio che da bambina la lascia con una gamba più corta dell’altra, all’incidente nel quale perde quasi la vita e che la lascia severamente menomata e impossibilitata ad avere figli. E che dire del matrimonio con Diego Rivera (1886-1957), pittore e muralista messicano, molto più grande di lei e donnaiolo impenitente? Neanche a dirlo le sofferenze sentimentali non si fecero attendere e anche Frida si buttò nei rapporti extraconiugali, etero e non. Nel 1939 arrivarono persino a divorziare in quanto Rivera arriva a tradirla con Cristina Kahlo, la sorella di Frida, ma si risposarono nel 1940 a San Francisco.
In mostra anche i suoi autoritratti e le luminose e coloratissime fotografie di Nicholas Murray, con cui la Khalo ebbe una celebre storia d’amore. Ed ora scusate, ma devo andare a comprare qualche fiore da mettere tra i capelli…

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 4 Novembre 2018
Frida Khalo: Making Herself Up

Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

Rankin x Sergei x Husky Loops = Tempo

Sergei x Rankin(2018) Music “Tempo” by Husky Loops

Questo accade quando Sergei Polunin è lasciato completamente libero di esplorare le sue emozioni tramite il movimento. 🙂

Grazie al fotografo di moda (e non solo) Rankin e al suo website Hunger Magazine  per questa chicca! 🙂

#Polunin

I giganti della fotografia vittoriana

Ci siamo così abituati avendo a portata di mano macchine fotografiche sempre più sofisticate come quelle dei nostri smartphones, che è facile dimenticare che che solo due secoli fa la fotografia non esisteva. Alcuni ragazzini nati dopo l’invenzione dello smartphone di fatto non riescono a concepire un mondo senza Instagram e Facebook . Eppure qualcuno l’ha inventata (Henry Fox Talbot) e qualcun’altro l’ha resa grande.

Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London
Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London

Un’intera generazione di fotografi vittoriani l’ha elevata a forma d’arte in un momento in cui questo stumento era considerato appunto … uno strumento, qualcosa di puramente meccanico utile unicamenbte per documentare la realta’. Ma Julia Margaret Cameron (1815-1879), Lady Clementina Hawarden (1822-1865), Lewis Carroll (1832-1898 – sí, quello di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie) e Oscar Gustave Rejlander (1813-1875) la pensavano diversamente e hanno cominciato a sperimentare con la fotografia come e forma d’arte.

Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London
Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London

Ma bisogna dire che, sebene interessanti siano le immagini di Rejlander , soprattutto quelle utilizzate per illustrare il trattato di Charles Darwin, The Expression of the emotions in man and animals, eleganti quelle della Hawarden o inquietanti quelle delle bambine ritratte da Carrol (il fatto che Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, fotografasse ragazzine nude ha contribuito alla tesi che fosse un pedofilo, anche se bisogna dire che le fotografie di bambini nudi erano molto comuni all’epoca e altri fotografi vittoriani si sono cimentati sul tema), ancora una volta è Julia Margaret Cameron che torreggia sui colleghi. Con il suo bianco e nero sfumato, lei è la vera visionaria e la vera artista. #VictorianGiants

Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography
Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography

 

 

Londra// fino al 2 Maggio 2018

Victorian Giants: The Birth of Art Photography

National Portrait Gallery

npg.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

Il genio di Roger Mayne

Anni fa, mentre mi trovavo a passare nella Photography gallery del museo, un collega mi ha indicato un ragazzino che corre insieme ad altri in una strada senza automobili. “Quello sono io…” Mi dice soddisfatto. E ha ragione ad esserlo: la sua vita così come la sua faccia sono state consegnate ai posteri….

È una bellissima foto in bianco e nero degli anni cinquanta scattata a Southam Street, nella zona Ovest di Londra, non lontano da Portobello Road . Il fotografo è Roger Mayne.

Southam Street, W10, 1956-1961. Roger Mayne. Copyright Roger Mayne
Southam Street, W10, 1956-1961. Roger Mayne. Copyright Roger Mayne

Tra il 1956 e il 1961 Southam Street divenne il soggetto principale delle foto di Mayne e nel suo lavoro c’è la sensazione che sia la vita a fornire le pose piuttosto che il contrario. Basta guardare le sue foto per avere la sensazione che che fuggisse l’artificialità come la peste.

L’Inghilterra del dopoguerra non era un bel posto per essere ragazzini, c’era povertà e il razionamento. Ma in quella foto c’è una cosa fondamentale: l’esuberanza dell’essere giovani, dell’essere vivi . Come le altre sue foto di bambini che giocano con le biglie è bellissima e dà un senso di comunità completamente assente dalle nostre attività quotidiane.

Al giorno d’oggi i ragazzini sono assorbiti dal loro smartphone, non hanno tempo o voglia per parlare gli uni con gli altri, per condividere giochi e passatempi semplici come le biglie. Anch’io in un’epoca non troppo lontana giocavo con le biglie, in cortile a Bologna, o al mare sulla spiaggia di Rivazzurra. Sembra una vita fa. Forse perché lo è. E mi sento improvvisamente molto vecchia.

2018 ©Paola Cacciari