Tra Modernismo e Omega Workshop: il radicale mondo di Vanessa Bell

Era il Novembre del 1910 quando la prima mostra del Post-impressionismo apriva a battenti a Londra. Il re Edoardo VII era morto da pochi mesi, ma già la dolcezza della Belle Époque si stava tingendo dei colori accesi della nuova epoca. Nell’aria c’era profumo di cambiamento e l’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934) decise di cavalcare l’onda allestendo una mostra rivoluzionaria. La chiamò Manet and the Post-Impressionists e con essa presentò all’Inghilterra l’opera di Cézanne, Van Gogh, Gauguin, PicassoMatisse. Fry conosceva i gusti del grande pubblico e sapeva che avrebbe avuto vita dura. E in questo non si sbagliava: la mostra fu un disastro. Eppure fu uno degli eventi più importanti della storia dell’arte moderna.

Anni di isolamento culturale avevano reso la Gran Bretagna praticamente impermeabile ad ogni infiltrazione straniera e tutto ciò che veniva da fuori era visto con sospetto. Così, mentre in Europa soffiava il vento del cambiamento, in Gran Bretagna Ibsen era proibito, Zola e Balzac e la letteratura francese in genere erano condannati come depravati e i grandi della letteratura russa non erano neppure tradotti.  Ci volle la tragedia della Prima Guerra Mondiale per portare il Modernismo anche sulle coste britanniche.

Sul continente l’intera struttura dell’universo, del tempo e della mente erano già state messe in discussione dalle scoperte della relatività di Einstein, del tempo come durata di Bergson e dell’inconscio di Freud. Tutte le cose che diamo ora per scontate – il telefono, l’automobile, la macchina da scrivere, l’aereoplano e (anche se un po’ più tardi) la radio, furono inventate nel giro di un quarantennio, quello compreso tra il 1870 e il 1910 (circa). Gli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale innescarono in Europa la più grande rivoluzione culturale mai vista dal tempo del Romanticismo, quella modernista. Un rivoluzione che porterà cinque anni più tardi lo scrittore D.H. Lawrence a scrivere che “fu nel 1915 che il vecchio mondo è finito.”

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale che portò oltremanica i primi pioneri del Modernismo che fuggivano da Francia, Germania, Danimarca, Russia e Polonia, la letteratura e le arti in genere (si trattasse di arti visive, musica o teatro) anche in questa piccola isola, cambiarono per sempre.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Nessuno fece propria questa rivoluzione culturale più del Bloomsbury Group, fondato all’inizio del XX secolo da Lytton Strachey, Leonard Woolf, Clive Bell e Thoby Stephen, le cui sorelle erano due donne straordinarie che avrebbero lasciato tracce indelebili nella storia del Modernismo in Gran Bretagna. I loro nomi erano Virginia e Vanessa Stephen, ma sarebbero diventate famose con i nomi dei rispettivi mariti, lo scrittore Leonard Woolf e l’artista Clive Bell. E qui comincia la nostra storia.

Nonostante Vanessa Bell sia stata una delle figure chiave del Bloombury Group e dell’Omega Workshop, è spesso ricordata per lo più per essere la sorella di Virginia Woolf. Il che, pur essendo innegabile, è una definizione molto limitante di una donna che fu certamente uno dei personaggi più interessanti del suo tempo. E allora ben venga Vanessa Bell (1879-1961), la bellissima retrospettiva allestita alla Dulwich Picture Gallery – la prima dedicata all’artista dalla sua morte avvenuta nel 1961.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Era nata Vanessa Stephen in una famiglia dell’alta borghesia dell’Inghilterra edoardiana, la figlia maggiore di Sir Leslie Stephen e Julia Prinsep Duckworth, una nipote della pionieristica fotografa Vittoriana Julia Margaret Cameron. Quella della famiglia Stephen era una elegante casa al numero 22 di Hyde Park Gate, nei pressi del famoso parco, piena di ospiti e servitù e dove Vanessa fu educata in lingue, matematica, storia e disegno. Ma questa vita dorata cambia bruscamente alla morte dei genitori. Costretta in quanto sorella maggiore ad assumere il ruolo di angelo del focolare e ad occuparsi della casa e dei fratelli, Vanessa si rifugia boccheggiante nel mondo colorato della Royal Academy dove segue le lezioni di pittura di John Singer Sargent. Le critiche di quel grande americano che giudicava le sue opere troppo grigie furono un vero toccasana per Vanessa che poco a poco comincia a semplificare le forme riducendole a sagome semi-geometrice riempite da blocchi di colore .

Certamente due cose accaddero nella vita di questa giovane donna costretta a maturare troppo in fretta e che decisero quale direzione avrebbe preso la sua vita. La prima fu vendere la casa di Hyde Park Gate nel 1904 per trasferirsi insieme a Virginia e ai fratelli Thoby and Adrian a Bloomsbury, nella zona Nord di Londra dove cominciarono a socializzare con un gruppo di artisti, scrittori e intellettuali amici di Thoby che avrebbero poi formato il Bloomsbury Group. La seconda fu un’altra grande mostra sul Post-Impressionismo, la seconda organizzata da Roger Fry nel 1912 alla Grafton Gallery di Mayfair, pochi anni dopo quella sull’Impressionismo organizzata da Paul Durand-Ruel (il padrino degli impressionisti), a cui Vanessa partecipò come artista. La vista del colore acceso e audace e a malapena contenuto da una grossa linea nera di contorno delle opere di Matisse, Picasso, Cézanne e Degas ebbe su di lei un effetto elettrizzante e liberatorio. E non solo quello.

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Le costrizioni della società vittoriana ed edoardiana non avevano posto nella sua casa che Vanessa condivideva con il marito Clive Bell a Bloomsbury che, al contrario di quella in cui era cresciuta, era  un luogo di creatività e tolleranza, dove pacifismo, ateismo, omosessualità e relazioni aperte erano accettate come libertà fondamentali dell’individuo. Non sorprende pertanto che ancora oggi i membri del Bloomsbury Group siano venerati come una sorta di icone della liberazione sociale e sessuale del Novecento.

Quando Vanessa sposò il critico d’arte Clive Bell nel 1907 (matrimonio dal quale nacquero due figli, Julian e Quentin) la coppia decise che il loro sarebbe stato un matrimonio aperto ed entrambi ebbero amanti nel corso della loro vita. Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Vanessa e il marito Clive, il loro amante – il pittore bisessuale, Duncan Grant (dalla cui relazione nacque una figlia, Angelica) e il suo compagno ‘Bunny’ si trasferirono nella campagna del Sussex, a Charleston Farmhouse. Qui Vanessa e Grant dipingevano e creavano oggetti per l’Omega Workshop.

Vanessa Bell, Tents and Figures, 1913, Folding screen, Victoria & Albert Museum. © The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett Photo credit © Victoria and A

Fondata dal critico e artista Roger Fry con la collaborazione degli stessi Duncan Grant e Vanessa Bell, Omega era una società a responsabilità limitata che si proponeva di armonizzare l’artigianato d’artista con la realtà commerciale. Ispirati dai colori brillanti dei Fauves e dalla sfaccettata astrazione del Cubismo, i giovani talenti dell’avanguardia artistica inglese si prefiggevano di rinnovare l’arredamento contemporaneo. Creavano nuovi prodotti per la casa dai colori accesi e decorati da dinamici motivi astratti che sfidavano la sobrietà formale del movimento Arts and Crafts. Ma al contrario di William Morris, Fry non era interessato a farsi arbitro del buon gusto: come Paul Poiret voleva vedere i colori brillanti e l’audace semplificazione delle forme del Post-Impressionismo applicate al design. Convinto che un oggetto dovesse piacere unicamente per le sue qualità estetiche, Fry insiste che i disegni siano prodotti in modo anonimo, contraddistinti solo dalla lettera greca Ω (Omega) racchiusa in un quadrato.  E i suoi disegni per tappeti e tessuti per l’Omega dimostrano che,anche artisticamente, Vanessa Bell ha sperimentato con ogni stile possibile – dall’astrazione, al fauvismo al cubismo e con sempre con risultati inebrianti. Le sue illustrazioni create per le copertine dei libri di Virginia Woolf pubblicati dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice creata dalla sorella con il marito Leonard nel 1917 sono piccole meraviglie di grafica.

Essere moderni significava uscire fuori, non starsene a casa con gli amici o la famiglia a fare gli angeli del focolare. Ma Vanessa è al meglio quando si dedica a creare semplici ritratti post-impressionisti della sorella Virginia impegnata a lavorare a maglia, o dei suoi amici più cari intellettuali e artisti bohémien come Lytton Strachey, Roger Fry (il creatore dello stesso termine Post-impressionismo) e Duncan Grant sprofondati in comode poltrone, impegnati a leggere, a scrivere, a pensare resi con semplici blocchi di colore acceso quasi astratto, dove raffinatezza e sfacciata sensualità convivono liberamente e dove l’umore e il sentimento sono evocati dal semplice uso del colore. Con la sua arte Vanessa Bell ha riscritto le regole dell’essere donna e artista dando la possibilità a tutte le donne di sognare finalmente quella che la sorella Virginia Woolf ha definito “una stanza tutta per sé”.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 4 Giugno 2017
Vanessa Bell (1879-1961),

Dulwich Picture Gallery
dulwichpicturegallery.org.uk

 

La guerra al sole: all’Estorick Collection

Ancora oggi in Italia quando si parla di Caporetto si parla di disastro. Chiunque abbia prestato attenzione alle lezioni di storia  a scuola sa che in quella che fu una terribile battaglia della Prima Guerra Mondiale si scontrarono il Regio Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche con risultati devatanti per entrambi gli eserciti, ma soprattutto per il nostro  che vide 30,000 soldati uccisi o feriti e circa 265,000 soldati fatti prigionieri – per non parlare di quelli fucilati per diserzione (le fucilazioni dei disertori – alcuni ragazzini di appena 17 anni sono uno dei capitoli più crudeli della nostra storia). Quello che molti non sanno è che l’Italia chiese aiuto alla Gran Bretagna che, dovutamente, spedì 200 mila truppe alla volta del Belpaese. Truppe che combatterono – e morirono – a migliaia a fianco delle forze italiane durante la Grande Guerra. E questa è la storia che ci racconta War In The Sunshine: The British In Italy 1917-1918 la nuova mostra di una rinnovata Estorick Collection of Modern Italian Art.

Certo, il trasporto di un tale numero di armi, uomini e munizioni attraverso l’Europa e attraverso le Alpi fu un’altra battaglia da cui la Gran Bretagna uscì vittoriosa anche grazie a cinque squadroni del Royal Flying Corps, tra i cui piloti era anche il pittore Sydney Carline (1888-1929).

Made on the wing’: British Scouts leaving their Aerodrome on Patrol, over the Asiago Plateau, Italy, 1918 by Sydney Carline. Photograph: Courtesy Imperial War Museum

Made on the wing’: British Scouts leaving their Aerodrome on Patrol, over the Asiago Plateau, Italy, 1918 by Sydney Carline. Photograph: Courtesy Imperial War Museum

Nato a Londra in una famiglia di artisti (suo cognato è un altro famoso artista di guerra, Stanley Spencer) Carline frequenta la prestigiosa Slade School dove incontra il guru dell’Omega Workshop, Roger Fry. Nel 1916 il pittore decide di partire volontario per la guerra e dopo aver superato con successo l’addestramento come pilota (un periodo in cui morivano almeno 35 allievi piloti al mese) viene spedito in missione in Francia dove viene abbattuto dalla contraerea tedesca. Si salva e riesce a tornare a casa solo poi essere rispedito nuovamente al fronte, questa volta in Italia. Incredibilmente Carline riesce ad unire il suo essere pilota da guerra con l’essere artista, a volte facendo le due cose contemporaneamente – letteralmente. Alcuni dei suo acquerelli, in fatti, sono stati fatti durante voli di ricognizione e con grandissime difficoltà, pilotando l’aereo con le ginocchia mentre cercava di scaldare l’acqua per dipingere con il fiato, visto che l’acqua si ghiacciava a quelle altezze. Tra i suoi ammiratori Carline contava Duncan Grant dell’Omega Wokshop, e Paul Nash, lui stesso artista di guerra e che come Carline alla fine del conflitto si troverà disoccupato.

Italian Infantry and British Troops of 143rd Brigade, 48th Division advancing down the Val d’Assa mountain road, 10 am (1918), William Joseph Brunell. Courtesy: Imperial War Museum

Italian Infantry and British Troops of 143rd Brigade, 48th Division advancing down the Val d’Assa mountain road, 10 am (1918), William Joseph Brunell. Courtesy: Imperial War Museum

Ma c’è un’altra parte della mostra della Estorick, ed è quella raccontata dalle fotografie di Ernest Brooks e William Joseph Brunell. Se entrambi furono fotografi ufficiali di guerra, è tuttavia l’opera di Brunell che a mio avvivo cattura in pieno la stranezza di questa insolita alleanza: un’alleanza odiata da molti italiani i quali credevano che potesse prolungare il conflitto, ma voluta e festeggiata da molti altri che invece si rallegravano del sostegno britannico. E così nelle foto di Brunell troviamo insoliti incontri tra gli Highlanders scozzesi in kilt e i carabinieri di Venezia, tra fanti inglesi e bellezze italiane – incontri esitanti, di tanto in tanto sospetti, ma sempre pieni di curiosità come l’incontro tra queste due nazioni.

Londra//fino al 19Marzo 2017

War in the Sunshine: The British in Italy 1917-1918 @ Estorick Collection, London N1

estorickcollection.com

Il magico mondo di Charles e Ray Eames

Per avere successo nel mondo del design bisogna non solo avere talento, ma anche trovarsi al posto giusto al momento giusto. Come è accaduto alla coppia di coniugi americani Charles Eames (1907–1978) e Bernice Alexandra detta “Ray” (1912–1988) Eames che oltre a solidi ideali artistici e filosofici, ebbero anche dalla loro il vantaggio di vivere nell’epoca giusta. La loro idea di celebrare la bellezza degli oggetti quotidiani toccò infatti il tasto giusto nella sensibilità artistica del dopoguerra, quando il crescente benessere va di pari passo con un rinnovato interesse per la bellezza e la qualità.

Ray and Charles Eames at the office Photograph Eames Office

Ray and Charles Eames at the office Photograph Eames Office

Charles Eames nasce nel 1907 a St. Louis, nel Missouri. Nel 1940, dopo la laurea in architettura, è presso la Cranbrook Academy of Art che comincia a dedicarsi alla progettazione di mobili innovativi, collaborando inizialmente con l’architetto Eero Saarinen.  Beatrice Alexandra Kaiser (Ray Eames) nasce nel 1912 a Sacramento, California. Negli anni Trenta segue la scuola del pittore tedesco Hans Hofmann, studiando a New York e Provincetown. I due si incontrano nel 1940, a Cranbrook e nel giro di un anno decidono di sposarsi e di trasferirsi a Los Angeles, dove ha inizio la loro comune carriera.

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Leg splint designed by Charles and Ray Eames, 1942, moulded plywood. Victoria and Albert Museum

Molte delle tecnologie che gli Eames avrebbero poi utilizzato per uso domestico furono inizialmente sviluppate come parte dello sforzo bellico americano, come barelle e supporti ortopedico in legno compensato per le gambe dei feriti, creati nel 1942 per la Marina degli Stati Uniti. Attraverso oggetti come questi gli Eames iniziarono le loro indagini sulle possibilità del legno multistrato curvato che ha portato alla produzione di successo di sedie e poltrone nel corso dei successivi quattro anni.

L’intensa attività di progetto e ricerca così avviata, approda, nel periodo post-bellico, alla produzione in serie dei loro primi mobili in multistrato sagomato. A questo primo successo segue, negli anni successivi, una serie di progetti di mobili e oggetti che, spesso basati su materiali e tecnologie innovative, sono destinati a rivoluzionare la storia del design. All’approccio strutturale di Charles corrisponde la sensibilità formale sviluppata da Ray durante gli anni di studio delle arti plastiche.

Il loro approccio era semplice: identificare un problema e trovare il materiale adatto per risolverlo, senz amai dimenticare i dettagli. Che come diceva Charles Eames, “i dettagli non sono dettagli: i dettagli sono il progetto.”

Al centro della filosofia degli Eames si trova una visione radicalmente nuova della domesticità, incapsulata nella casa che la coppia costruì per se stessa a Los Angeles, nel quartiere Pacific Palisades, nel 1949. Con le sue pareti di vetro, acciaio e colorati panelli, la Eames House è considerata uno dei capolavori architettonici del periodo della Guerra Fredda. Con la estetica contemporanea che è tuttavia l’antitesi dell’austera scatola bianca modernistaun, l’abitazione era per la coppia un canovaccio per le loro idee e uno spazio alla moda per intrattenere i loro amici del mondo dello spettacolo. Tra i visitatori annotati nel libro degli ospiti di Ray ci sono anche Charlie Chaplin e Billy Wilder  per il quale avevano creato una speciale sedia bassa, visto che era incline a saltare dalla sedia quando era eccitato da qualcosa visto alla televisione...

The living room of the house the Eameses built in Los Angeles in 1949 Photograph Timothy Street-PorterEames Office

The living room of the house the Eameses built in Los Angeles in 1949 Photograph Timothy Street-PorterEames Office

La loro idea di celebrare la bellezza degli oggetti quotidiani toccò infatti il tasto giusto nella sensibilità artistica del dopoguerra, quando il crescente benessere va di pari passo con un rinnovato interesse per la bellezza e la qualità. Il loro grande merito fu di aver portato un ondata di rinnovamento nella società Americana del dopoguerra affamata di novità e in possesso del denaro necessario per pagarle. Dal loro amore per la sperimentazione e per i materiali, nacquero icone degli anni 1960 e 1970 come la famosissima Lounge Chair del 1956 che diventerà la sedia che ogni dirigente degno di questo nome vorrà avere nel proprio ufficio.

Charles Eames in the plywood Lounge and Ottoman, 1956 Photograph Eames Office

Charles Eames in the plywood Lounge and Ottoman, 1956 Photograph Eames Office

Anche se più conosciuti nel settore per il design di mobili e oggetti d’arredamento, la portata dell’opera degli Eames è tuttavia molto più ampia e con questa mostra il Barbican Centre ci regala la possibilità di esplorare la carriera eccezionale di questa eccezionale coppia.

Londra// fino al 14 Febbraio 2016

The World of Charles and Ray Eames

barbican.org.uk

 

Paul Durand-Ruel: la mente dietro l’Impressionismo.

Quando si suggeritì di organizzare una una grande mostra di pittura impressionista a Londra, un perplesso Claude Monet scrisse al suo gallerista Paul Durand-Ruel che un’esposizione di questo tipo era ‘sconsigliabile’ e rischiava solo di confondere il pubblico della capitale britannica che ‘sa molto poco di noi’. Era il 1904 e da allora è passato quasi un secolo e certo la conoscenza dell’Impressionismo del pubblico (di Londra e del mondo intero) è certamente migliorata. È uno dei movimenti artistici più amati della pittura e tutti sappiamo cos’è. O no? A quanto pare la risposta è no. Almeno non sappiamo tutto. Questo è il motivo per cui per cui Inventing Impressionism alla National Gallery è una mostra così intelligente: perché offre un punto di vista nuovo su un argomento che tutti pensiamo di conoscere.

Photograph of Paul Durand-Ruel in his gallery, taken by Dornac,

Photograph of Paul Durand-Ruel in his gallery, taken by Dornac, about 1910- Dornac, 1910 Archives Durand-Ruel

In focus per una volta non sono tanto i fantastici francesi (sebbene la qualità pittorica delle 85 opere in mostra racconta una storia diversa), quanto la mente dietro il loro successo. In fondo neanche Mozart sarebbe stato nulla senza suo padre o i Beatles senza un buon manager. Naturalmente Paul Durand-Ruel (1831-1922) non inventò l’Impressionismo – a questo ci pensarono Monet, Renoir e compagni – ma ne vide il potenziale in un momento in cui nessuno credeva in loro. E come disse Monet, se non fosse stato per i suoi sforzi, ‘non saremmo sopravvissuti.’

Allo scoppio della guerra franco prussiana nel 1870, Durand-Ruel si trasferisce con la sua famiglia, suoi quadri e le sue speranze a Londra dove, affittata una galleria d’arte in New Bond Street in Myfair, si dedica al difficile compito di vendere arte francese agli inglesi in un momento in cui l’opinione pubblica Britannica non era certo in favore della Francia. Ed è a Londra Charles Francois Daubigny, artista della scuderia di Durand-Ruel, lo introduce agli allora sconosciuti Claude Monet e Camille Pissarro, anch’essi rifugiatisi nella capitale britannica per sfuggire alla guerra. Entrambi dipingevano direttamente dalla natura in un modo simile a quello di Gustave Courbet, Camille Corot e degli artisti del Realismo francese della Scuola di Barbizon tanto amata da Durand-Rouel, ma i loro soggetti erano audaci, nuovi e soprattutto moderni.

Fox Hill, Upper Norwood, Camille Pissarro 1870

Fox Hill, Upper Norwood, Camille Pissarro 1870 – The National Gallery, London, Presented by Viscount and Viscountess Radcliffe, 1964

Come gli artisti di Barbizon, anche Monet e Pisarro evitano la pittura di storia e dipingono paesaggi, nature morte e scene di svago Borghese. Ma lo fanno lavorando all’aperto, en plein air per catturare gli effetti della luce durante le diverse ore del giorno e delle stagioni. e in questo sta la grossa novità. Le loro sono tele spesso di piccole dimensioni ed eseguiti con con pennellate colori puri giustapposte e libere dalle gerarchie della prospettiva convenzionale. E guardando Madame Monet che legge un libro nella luce grigia di un appartamento in affitto in Kensington o le nevi blu di Pissarro a Upper Norwood e i suoi viali ombrosi di Sydenham, pare che la più grande delle rivoluzioni pittoriche del XIX secolo sia accaduta alla periferia di Londra. Per Durand-Ruel fu amore a prima vita. Tornato a Parigi nel 1872, iniziò immediatamente a comprare i dipinti di questa nuova entusiasmante generazione di artisti estendendo i suoi acquisti anche ad altri del gruppo come Alfred Sisley, Edgar Degas e Édouard Manet.

Horses before the Stands, 1866-8

Horses before the Stands, Hilaire-Germain-Edgar Degas 1866-8, Paris, Musée d’Orsay, bequeathed by Count Isaac de Camondo, 1911

Quella sulla “nuova pittura” come presto sarebbe stata chiamata, fu una scommessa coraggiosa e rischiosa che in più di un’occasione lo porta sull’orlo della bancarotta. Ma Durand-Ruel non demorde, che lui negli impressionisti (come il movimento viene battezzato dal critico Leroy, che ironizzava su un’opera di Monet, Impressione: levar del sole) ci crede. E lo dimostra offrendo agli artisti supporto morale e finanziario, organizzando mostre collettive e personali (un tipo di mostra ora standard tra gli artisti, ma fino ad allora raramente allestita), pubblicando cataloghi, corteggiando la stampa. Soprattutto Durand-Ruel era cosciente del fatto che doveva fare apparire ogni opera (anche i sensuali nudi di Renoir) moralmente ed esteticamente ineccepibile. E per questo non esita ad aprire la propria casa, affinché i parigini potessero ammirare la sua collezione privata e vedere con i loro occhi quanto belli ed eleganti fossero i dipinti di questa nuova arte sulle pareti di un’abitazione borghese.

E se un crollo in borsa nel 1874 gli impedisce di finanziare la prima collettiva dei pittori impressionisti (quella leggendaria, allestita nello studio del fotografo Nadar), si rifà con la seconda, tenutasi due anni dopo e in cui furono esposte circa 250 opere. La reazione non fu favorevole e le vendite quasi inesistenti, ma la stampa ne parlò – e anche molto. E la pubblicità, si sa, anche se negativa è pur sempre pubblicità…

Photograph of the Grafton Gallery, London, 1905

Grafton Gallery, London, 1905

Nel 1884 un nuovo crollo in borsa lo porta di nuovo quasi alla rovina. Ma questa volta la salvezza gli arriva dal mercato americano, dove ricchi collezionisti progressisti accolgono la nuova arte a braccia aperte, tanto da spingerlo ad aprire una nuova galleria permanente e New York nel 1888. E dopo l’America fu la volta della Germania e dell’Inghilterra. A Londra nel 1905 Durand-Ruel monta alla Galleria Grafton la più grande e più importante mostra impressionista mai tenuta in questo paese. Ritiratosi a vita privata nel 1913, morì nel 1922, felice che la sua follia fosse stata in realtà lungimiranza e con la certezza che alla fine i maestri dell’Impressionismo avevano trionfato.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Fino al 31 Maggio

The National Gallery, Trafalgar Square, London WC2N 5DN. Info: tel. +44 (0)20 7747 2885

information@ng-london.org.uk

nationalgallery.org.uk