Il sole di South Bank

Oggi è stato un giorno dedicato all’improvvisazione. Indecisa sul cosa fare, ma decisa a fare qualcosa che non fosse restare a casa a fare le pulizie, che chi vive al Nord impara a non dare mai il tempo e la temperatura per scontati, sono salita sul primo autobus che è passato e mi sono diretta verso il fiume.

Che quando sono in dubbio sul cosa fare, per me c’è una sola risposta: andare a fare un giro a South Bank. Soprattutto con una giornata di sole come questa. Non sono una grande appassionata di arte contemporanea, ma la Tate Modern abita una posizione benedetta lungo la riva Sud del Tamigi e la mostra su Alberto Giacometti è stata una piacevole rivelazione che mi è piaciuta molto più di quanto mi aspettassi. Sono poi salita al decimo piano del nuovo edificio, la Switch House progettato da Herzog & de Meuron dove dall’alto dei suoi 65m la terrazza panoramica offre una magnifica vista del cupolone di St Pauls’ Cathedral e dello Shard il bellissimo grattacielo di RenzoPiano (e dell’interno degli appartamenti dalle vetrate immense dei ricconi circostanti, ma non credo questo fosse previsto…)

Saint Paul's Cathedral from Tate Modern. London, 2017. Photo by Paola Cacciari
Saint Paul’s Cathedral from Tate Modern. London, 2017. Photo by Paola Cacciari
View from Tate Modern, London 2017 © Paola Cacciari
View from Tate Modern, London 2017 © Paola Cacciari

Ho camminato pigramente lungo una South Bank immersa nel sole, piena di buskers, turisti e gente varia ed eventuale che si godeva la giornata, mentre i soliti artisti creavano sculture di sabbia sulla “London Beach”…

South Bank, London 2017 © Paola Cacciari
South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

… sono passata davanti all’ingresso del Royal National Theatre, detto semplicemente The National, che in realtà sono tre teatri, l’Oliver Theatre, il più grande modellato sulla base del teatro greco di Epidauro che prende il nome di Lawrence Oliver il suo primo direttore artistico, il Lyttelton Theatre e il Cottesloe Theatre, e la cui pesante struttura di cemento armato realizzata da Denys Lasdun costruita nel 1976, si trasforma quando esce il sole in una terrazza-bar con tanto di sedie a sdraio e chioschi che vendono di tutto, dai panini ai gelati, ai drinks…

National Theatre, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari
National Theatre, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

Ma per me la terrazza per eccellenza è quella della Royal Festival Hall, una delle più grandi sale da concerti di Londra, nonchè l’unico edificio rimasto del Festival of Britain del 1951, il grande festival che propose il nome per il lavoro di ricostruzione del sito urbano nel dopoguerra, e oggi particolarmente affollata dal pubblico domenicale.

Royal Festival Hall, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari
Royal Festival Hall, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

Il South Bank Centre è uno dei posti che amo di piu’ in assoluto di Londra. Oltre alla suddetta Royal Festival Hall e al già citato National Theatre, questo grande complesso architettonico comprende anche altre due sale da concerti di dimensioni piu’ piccole, la Queen Elizabeth Hall e la Purcell Room (entrambe inaugurate nel 1967) e The Hayward Gallery (1968), mentre nelle vicinanze ci sono i cinema del BFI Southbank (conosciuto dal 1951 al 2007 come National Film Theatre) e BFI IMAX. Nel foyer della Royal Festival Hall ci sono spesso mostre di buon livello, festival lettarari e performaces musicali spesso gratuite.

E cosa c’e di meglio di sedersi ad un tavolo con una birra fresca e il giornale e guardare l’umanità varia ed eventuale di questa incredibile città impegnata a godersi la giornata? Nice! 🙂

 

La vita è uno scivolo… E Carsten Höller lo sa.

L’artista concettuale belga che nel 2006 ha portato un gigantesco scivolo di 15m nella Turbine Hall di Tate Modern (che ha certamente causato non pochi lividi tra i più spericolati elementi del pubblico…), torna a Londra. E  con lui il suo diabolico scivolo, che fa bella mostra di se’ fuori dalla Hayward Gally a Southbank.

Carsten Höller richiede al suo pubblico di usare parecchio le mani. Che si tratti di trovare la strada a tentoni al buio di un corridoio, di aggrapparsi alle maniglie di una macchina volante (giuro, anche se io non sono abbastanza avventurosa per provarla…) o di entrare in un dado gigante. Ma nonostante ne richieda cosi tanto l’uso, le mani non sono la cosa più importante di questa mostra, ma le decisioni che si prendono. Da cui il titolo Carsten Holler: Decision.

One of Carsten Holler’s Two Flying Machines, 2015: ‘marginally cheaper than a bungee jump’. Photograph: Ela Bialkowska
Flying Machines, 2015. Photograph: Ela Bialkowska

Perché a seconda della decisione che si prende – che si scelga un’entrata anziché un’altra, che si decida di usare lo scivolo all’uscita della galleria oppure no o di fare un giro sulla macchina volante, noi del pubblico si avrà un’esperienza del tutto diversa della mostra. Ed è questo il punto che Holler vuole sottolineare: il prendere il considerazione soluzioni alternative a quelle a cui siamo abituati. Per liberarci almeno per un po’ del pilota automatic che cosi spesso finisce con il dominare le nostre vite. È un esercizio di mindfulness se vogliano, la disciplina che insegna a vivere nel presente (anche se Seneca c’era gia arrivato nel I secolo DC, basta leggere il De Breviate Vita…).

Mandatory Credit: Photo by Guy Bell/REX Shutterstock (4805692e) Carsten Holler's helter-skelter (Isomeric) slides come back to London - at South Bank's Hayward Gallery. Carsten Holler slides, Hayward Gallery, London, Britain - 30 May 2015 The modern artist is probably most famous in London for his installation at the Tate Modern, in which children and grown ups alike could slide down a 56-metre long helter-skelter back in 2007. this time they run from the gallery's glass pyramid ceiling to the entrance several floors below. They are part of Decision, the interactive exhibition which will run from June 10 to September 6 and will include - two robotic beds that will mirror each other's movements as they roam the gallery; and an installation called Flying Machines, which will be installed in the gallery's outdoor terrace opposite Waterloo Bridge, giving visitors "the sensation of soaring above city traffic".
Carsten Holler’s helter-skelter (Isomeric) at South Bank’s Hayward Gallery.

Eppoi diciamocelo, non sarebbe divertente uno volta ogni tanto uscire dal lavoro usando uno scivolo?? 😉

 

Londra // fino al 6 Settembre 2015.

Hayward Gallery

southbankcentre.co.uk

 

David Shrigley a The Hayward Gallery

Una risata lo seppellirà

Una retrospettiva ampia e completa, con tantissimi lavori nuovi e nuovissimi. È quella che la londinese Hayward Gallery – spazio pubblico, è bene sottolinearlo – dedica fino al 13 maggio a un mid career come David Shrigley. Fra citazioni più o meno scoperte di Cattelan e Creed, passando per Fischli & Weiss.

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David Shrigley – I’m dead – 2010 – photo Linda Nylind

Davanti a una delle 175 opere che popolano Brain Activity, la grande retrospettiva che The Hayward ha dedicato a David Shrigley (Macclesfield, 1968; vive a Glasgow), la prima reazione è una risata. Una risatina corta, gutturale, leggermente scandalizzata. Perché di certo, dice la coscienza comune, non è possibile ridere di cose così. Della morte, ad esempio. Perché tanta parte dell’opera di Shrigley non è altro che un giocare con la sua esistenza.
Quello di Shrigley è uno strano universo popolato da scoiattoli senza testa e struzzi decapitati; in cui cagnetti imbalsamati annunciano al mondo che sono – di fatto – morti (ne esiste anche una versione alternativa, con un gatto) e dove gli epitaffi sulle lapidi di granito sono sostituiti da liste della spesa. Un mondo da cui Gesù si è momentaneamente assentato, anche se pare intenda farvi ritorno, come il biglietto sulla campanella lascia sperare. La morte è irreversibile, sembra dire Shrigley; e allora, invece di deprimerci, tanto vale affrontarla con ironia e umorismo. Ovviamente un umorismo nero.

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Tracey Emin: Love is what you want

Tracey Emin – Knowing My Enemy – 2002 – courtesy White Cube, Londra – photo Stephen White

Dal sobborgo londinese di Croydon, dov’è nata, a Margate, sulla costa del Kent, nel Sud dell’Inghilterra, dov’è cresciuta; e ancora lo stupro, l’aborto, il successo, l’alcolismo, il suo gatto, l’incapacità di trovare l’amore o di avere un figlio: non passa giorno senza che i media riportino un brano più o meno scandaloso della sua vita. Una vita così costantemente sotto i riflettori che, più che con l’artista nominata per il Turner Prize, sembra di avere a che fare con un personaggio del Truman Show. E allora che cosa ci racconta di nuovo, di lei, la retrospettiva alla Hayward Gallery?
Tenera, aggressiva, affettuosa, arrogante, provocante: Tracey Emin (Londra, 1963) non tenta mai di sembrare diversa da se stessa. E non vuole. Credendo fermamente che avere segreti sia una cosa pericolosa, l’artista apre al mondo il vaso di Pandora delle sue emozioni. E la sua onestà è disarmante: ciò che può sembrare esibizionismo gratuito non è altro che il tentativo di comprendere e scendere a patti con i traumatici eventi che hanno segnato la sua vita. E il trauma è ovunque, nell’arte della Emin: nelle coloratissime trapunte che punteggiano le pareti della Hayward Gallery, nei disegni, nelle sculture e nelle installazioni di grandi dimensioni e nei numerosi video che compongono Love is what you want.

Tracey Emin – Self Portrait (Sometimes there is no tomorrow) – 2007 – courtesy White Cube, Londra
Ogni opera di questa straordinaria retrospettiva sembra sfumare nella successiva. Videoinstallazioni come Why I never became a dancer e How it Feels, in cui la Emin descrive con la calma surreale gli abusi sessuali dell’adolescenza in Margate e la sofferenza, fisica e mentale, dell’aborto sono opere di straordinaria intimità, veri e propri videodiari di un’anima inquieta che cerca chiarezza. […]
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