Tra Modernismo e Omega Workshop: il radicale mondo di Vanessa Bell

Era il Novembre del 1910 quando la prima mostra del Post-impressionismo apriva a battenti a Londra. Il re Edoardo VII era morto da pochi mesi, ma già la dolcezza della Belle Époque si stava tingendo dei colori accesi della nuova epoca. Nell’aria c’era profumo di cambiamento e l’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934) decise di cavalcare l’onda allestendo una mostra rivoluzionaria. La chiamò Manet and the Post-Impressionists e con essa presentò all’Inghilterra l’opera di Cézanne, Van Gogh, Gauguin, PicassoMatisse. Fry conosceva i gusti del grande pubblico e sapeva che avrebbe avuto vita dura. E in questo non si sbagliava: la mostra fu un disastro. Eppure fu uno degli eventi più importanti della storia dell’arte moderna.

Anni di isolamento culturale avevano reso la Gran Bretagna praticamente impermeabile ad ogni infiltrazione straniera e tutto ciò che veniva da fuori era visto con sospetto. Così, mentre in Europa soffiava il vento del cambiamento, in Gran Bretagna Ibsen era proibito, Zola e Balzac e la letteratura francese in genere erano condannati come depravati e i grandi della letteratura russa non erano neppure tradotti.  Ci volle la tragedia della Prima Guerra Mondiale per portare il Modernismo anche sulle coste britanniche.

Sul continente l’intera struttura dell’universo, del tempo e della mente erano già state messe in discussione dalle scoperte della relatività di Einstein, del tempo come durata di Bergson e dell’inconscio di Freud. Tutte le cose che diamo ora per scontate – il telefono, l’automobile, la macchina da scrivere, l’aereoplano e (anche se un po’ più tardi) la radio, furono inventate nel giro di un quarantennio, quello compreso tra il 1870 e il 1910 (circa). Gli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale innescarono in Europa la più grande rivoluzione culturale mai vista dal tempo del Romanticismo, quella modernista. Un rivoluzione che porterà cinque anni più tardi lo scrittore D.H. Lawrence a scrivere che “fu nel 1915 che il vecchio mondo è finito.”

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale che portò oltremanica i primi pioneri del Modernismo che fuggivano da Francia, Germania, Danimarca, Russia e Polonia, la letteratura e le arti in genere (si trattasse di arti visive, musica o teatro) anche in questa piccola isola, cambiarono per sempre.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Nessuno fece propria questa rivoluzione culturale più del Bloomsbury Group, fondato all’inizio del XX secolo da Lytton Strachey, Leonard Woolf, Clive Bell e Thoby Stephen, le cui sorelle erano due donne straordinarie che avrebbero lasciato tracce indelebili nella storia del Modernismo in Gran Bretagna. I loro nomi erano Virginia e Vanessa Stephen, ma sarebbero diventate famose con i nomi dei rispettivi mariti, lo scrittore Leonard Woolf e l’artista Clive Bell. E qui comincia la nostra storia.

Nonostante Vanessa Bell sia stata una delle figure chiave del Bloombury Group e dell’Omega Workshop, è spesso ricordata per lo più per essere la sorella di Virginia Woolf. Il che, pur essendo innegabile, è una definizione molto limitante di una donna che fu certamente uno dei personaggi più interessanti del suo tempo. E allora ben venga Vanessa Bell (1879-1961), la bellissima retrospettiva allestita alla Dulwich Picture Gallery – la prima dedicata all’artista dalla sua morte avvenuta nel 1961.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Era nata Vanessa Stephen in una famiglia dell’alta borghesia dell’Inghilterra edoardiana, la figlia maggiore di Sir Leslie Stephen e Julia Prinsep Duckworth, una nipote della pionieristica fotografa Vittoriana Julia Margaret Cameron. Quella della famiglia Stephen era una elegante casa al numero 22 di Hyde Park Gate, nei pressi del famoso parco, piena di ospiti e servitù e dove Vanessa fu educata in lingue, matematica, storia e disegno. Ma questa vita dorata cambia bruscamente alla morte dei genitori. Costretta in quanto sorella maggiore ad assumere il ruolo di angelo del focolare e ad occuparsi della casa e dei fratelli, Vanessa si rifugia boccheggiante nel mondo colorato della Royal Academy dove segue le lezioni di pittura di John Singer Sargent. Le critiche di quel grande americano che giudicava le sue opere troppo grigie furono un vero toccasana per Vanessa che poco a poco comincia a semplificare le forme riducendole a sagome semi-geometrice riempite da blocchi di colore .

Certamente due cose accaddero nella vita di questa giovane donna costretta a maturare troppo in fretta e che decisero quale direzione avrebbe preso la sua vita. La prima fu vendere la casa di Hyde Park Gate nel 1904 per trasferirsi insieme a Virginia e ai fratelli Thoby and Adrian a Bloomsbury, nella zona Nord di Londra dove cominciarono a socializzare con un gruppo di artisti, scrittori e intellettuali amici di Thoby che avrebbero poi formato il Bloomsbury Group. La seconda fu un’altra grande mostra sul Post-Impressionismo, la seconda organizzata da Roger Fry nel 1912 alla Grafton Gallery di Mayfair, pochi anni dopo quella sull’Impressionismo organizzata da Paul Durand-Ruel (il padrino degli impressionisti), a cui Vanessa partecipò come artista. La vista del colore acceso e audace e a malapena contenuto da una grossa linea nera di contorno delle opere di Matisse, Picasso, Cézanne e Degas ebbe su di lei un effetto elettrizzante e liberatorio. E non solo quello.

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Le costrizioni della società vittoriana ed edoardiana non avevano posto nella sua casa che Vanessa condivideva con il marito Clive Bell a Bloomsbury che, al contrario di quella in cui era cresciuta, era  un luogo di creatività e tolleranza, dove pacifismo, ateismo, omosessualità e relazioni aperte erano accettate come libertà fondamentali dell’individuo. Non sorprende pertanto che ancora oggi i membri del Bloomsbury Group siano venerati come una sorta di icone della liberazione sociale e sessuale del Novecento.

Quando Vanessa sposò il critico d’arte Clive Bell nel 1907 (matrimonio dal quale nacquero due figli, Julian e Quentin) la coppia decise che il loro sarebbe stato un matrimonio aperto ed entrambi ebbero amanti nel corso della loro vita. Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Vanessa e il marito Clive, il loro amante – il pittore bisessuale, Duncan Grant (dalla cui relazione nacque una figlia, Angelica) e il suo compagno ‘Bunny’ si trasferirono nella campagna del Sussex, a Charleston Farmhouse. Qui Vanessa e Grant dipingevano e creavano oggetti per l’Omega Workshop.

Vanessa Bell, Tents and Figures, 1913, Folding screen, Victoria & Albert Museum. © The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett Photo credit © Victoria and A

Fondata dal critico e artista Roger Fry con la collaborazione degli stessi Duncan Grant e Vanessa Bell, Omega era una società a responsabilità limitata che si proponeva di armonizzare l’artigianato d’artista con la realtà commerciale. Ispirati dai colori brillanti dei Fauves e dalla sfaccettata astrazione del Cubismo, i giovani talenti dell’avanguardia artistica inglese si prefiggevano di rinnovare l’arredamento contemporaneo. Creavano nuovi prodotti per la casa dai colori accesi e decorati da dinamici motivi astratti che sfidavano la sobrietà formale del movimento Arts and Crafts. Ma al contrario di William Morris, Fry non era interessato a farsi arbitro del buon gusto: come Paul Poiret voleva vedere i colori brillanti e l’audace semplificazione delle forme del Post-Impressionismo applicate al design. Convinto che un oggetto dovesse piacere unicamente per le sue qualità estetiche, Fry insiste che i disegni siano prodotti in modo anonimo, contraddistinti solo dalla lettera greca Ω (Omega) racchiusa in un quadrato.  E i suoi disegni per tappeti e tessuti per l’Omega dimostrano che,anche artisticamente, Vanessa Bell ha sperimentato con ogni stile possibile – dall’astrazione, al fauvismo al cubismo e con sempre con risultati inebrianti. Le sue illustrazioni create per le copertine dei libri di Virginia Woolf pubblicati dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice creata dalla sorella con il marito Leonard nel 1917 sono piccole meraviglie di grafica.

Essere moderni significava uscire fuori, non starsene a casa con gli amici o la famiglia a fare gli angeli del focolare. Ma Vanessa è al meglio quando si dedica a creare semplici ritratti post-impressionisti della sorella Virginia impegnata a lavorare a maglia, o dei suoi amici più cari intellettuali e artisti bohémien come Lytton Strachey, Roger Fry (il creatore dello stesso termine Post-impressionismo) e Duncan Grant sprofondati in comode poltrone, impegnati a leggere, a scrivere, a pensare resi con semplici blocchi di colore acceso quasi astratto, dove raffinatezza e sfacciata sensualità convivono liberamente e dove l’umore e il sentimento sono evocati dal semplice uso del colore. Con la sua arte Vanessa Bell ha riscritto le regole dell’essere donna e artista dando la possibilità a tutte le donne di sognare finalmente quella che la sorella Virginia Woolf ha definito “una stanza tutta per sé”.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 4 Giugno 2017
Vanessa Bell (1879-1961),

Dulwich Picture Gallery
dulwichpicturegallery.org.uk

 

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Gli impressioni australiani @ National Gallery

“In un paese bruciato dal sole”, penso mentre guardo sbalordita il quadro che mi sta davanti. Si tratta di Fire’s On di Arthur Streeton (1867-1943).

 Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales

Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales

Il collegamento con il libro di Bill Bryson, che nella traduzione italiana porta come titolo quella frase, mi sembra più che appropriato che questo paesaggio  è un’esplosione di colori densi  illuminati da una luce così accecante da sembrare quasi piatta e dura. Chiamarlo impressionistra mi sembra una forzatura che lo spazio qui non è indistinto e la luce non è morbida ed opalescente come nei quadri dei francesi. Anzi, qui le superfici sembrano aride e asciutte, come se il caldo sole degli antipodi avesse asciugato il colore troppo in fretta. Dipinto nel 1891 fa parte di quella  piccola chicca di mostra che è Australia’s Impressionists alla  National Gallery.

L’Australia mi sembra così lontana che mi sembra quasi impossibile pensare che l’Impressionismo francese sia arrivato pure down under. Ma ripensandoci, in fondo non è poi così strano: i contatti era frequenti almeno con Il Regno Unito che utilizzava questo continente per le colonie penali.

A Melbourne Streeton conosce due emigrati inglesi, Charles Conder (1868-1909) e Tom Roberts (1856-1931) e i tre diventano amici. Tre artisti artisti che avevano avuto l’opportunità durante viaggi e permanze in Europa di intravedere barlumi di modernità nei notturni di Whistler e nella luce mutevole dell’impressionismo francese e volevano adattare questo vocabolario visivo ai paesaggi di casa loro. E l’Australia del dell’Ottocento era un luogo sorprendentemente urbanizzato, basta guardare alcune tele di Steenton che raccontano di città sotto la pioggia (“Ma piove anche in Australia?” chiede perplessa la signora elegante che mi sta accanto alla sua amica…), di translatlantici che allagano di fumo l’aria del porto, di folle di persone con ombrelli. Il ricordo della piovosa Inghilterra in cui Roberts aveva studiato, pesa  su queste immagini, così come l’influenza del grande James Whistler.

A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide

A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide

Ma anche quando, come nel caso di Conder, provano a rappresentare un soggetto “europeo” come la spiaggia di Mentone, nessuno li potrà mai scambiare per impressionisti francesi che la loro pennellata è robusta e pesante, quasi aggressiva e decisamente più descrittiva che intuitiva. Il loro mondo è lontano da Antibes, e se vogliamo anche dall’Impressionismo stesso (certe immagini annegate nel sole mi ricordano più i macchiaoli che altro). E’ come parlare una lingua straniera: il vocabolario c’è, ma l’accento della terra d’origine resta nonostante gli anni di pratica. E parlo per esperienza. Il paesaggio australiano è misterioso, imponente, a tratti persino minaccioso. Nella pennellata di Streeton si percepisce l’urgenza di fermare sulla tela questa intensità anche quando dipinge un paesaggio marino come Ariadne, dove Arianna e’ abbandonata nel sole accecante degli antipodi: una figuretta solitaria sulla spiaggia bianchissima, contro il turchese dell’oceano.

Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra

Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra

Il quarto e ultimo della compagnia è John Peter Russell (1858- 1930). Nato  a Sidney, alla morte del padre (un ingegnere australiano) riceve un conspicua eredità che gli permette di scambiare l’ingenieria per l’arte. Nel 1881 il nostro eroe lascia il sole di Sydney per la pioggia e lo smog di Londra prima, dove si iscrive alla Slade School of Fine Art (l’Accademia di Belle Arti) e poi per Parigi. Fu qui che s’imbatté in Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Monet, Sisley e Matisse. Restera’ in Francia per trent’anni e ritorna in Australia da vecchio. Certo, i suoi turbolenti paesaggi marini sono esplosioni vorticose di blu, verde e bianco. Sono confusi, sfocati e così intensi che paiono infrangersi sul vetro della cornice.

 

Londra//fino al 26 Marzo 2017

Australia’s Impressionists @ National Gallery

nationalgallery.org.uk

Gli artisti degli artisti @ National Gallery

Van Dyck, Thomas Lawrence, Degas, Matisse, Delacroix, Tiziano, Ingres, Corot, Lucian Freud, Corot, Constable, Cézanne. E ancora Matisse, Picasso, Gauguin, Manet, Sisley, Delacroix, Poussin. Hollywwod walk of fame? No, Painters’ Paintings alla National Gallery. In un momento come questo, in questa strana estate dello scontento del 2016 come l’ho chiamata in un precedente post, trovo il rifugiarmi nell’arte ancora più terapeutico del solito.

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Cosa hanno in comune questi artisti? Il fatto di essere stati ammirati, collezionati, ma soprattutto amati da altri grandi artisti. A partire dal bellissimo ritratto di donna italiana di Corot che Lucien Freud teneva appeso nel soggiorno della sua casa di Notting Hill, insieme alla pagina di un catalogo raffiguarante un dipinto di Cézanne che lo ispirava che rimase li’ fino a quando l’artista non riuscì a comprare il dipinto originale.

Ma non solo per Freud l’arte nasceva dall’arte e da sempre gli artisti hanno trovato guida, ispirazione in coloro che li hanno preceduti. Così apprendo che Van Dyck non solo era un devoto ammiratore di Tiziano, ma che possedeva molti dipinti del maestro veneziano tra cui il dipinto che per lungo tempo si credeva fosse un ritratto di Ludovico Ariosto, mentre Edgar Degas oltre a collezionare opere dei due grandi maestri del XIX secolo, Ingres e Delacroix, era un insaziabile collezionista di contemporanei. Impressionista lui stesso, Degas aveva la fortuna di provenire da una famiglia agiata, cosa che gli permise di comprare molte delle opere dei suoi amici-colleghi contemporanei, sostenendoli cosi anche finanziariamente.

E se sapere quale quadro appartesse a chi non investe il dipinto di un significato più intenso, apre tuttavia uno squarcio molto interessante sul gusto e le predilezioni estetiche ed artistiche di altri artisti-collezionisti. Joshua Reynolds, il primo presidente della Royal Academy utilizzava i quadri della sua vasta collezione durante le sue lezioni: ai miei tempi si usavano le diapositive o le immagini dei Maestri del Colore. Ora ci sono i tablet e internet, ma avrei di gran lunga perferito il sistema di Reynolds…

 Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

E anche se i curatori sostengono che la mostra non vuole raccontare nessuna storia, la storia ovviamente c’è, quella dell’arte vista attraverso gli occhi di artisti. Una storia in cui Reynolds guarda a van Dyck che guarda a Tiziano, mentre Matisse guarda Degas che guarda Ingres, e dove Degas, Matisse e Lucian Freud guardano tutti a Cézanne. È una splendida mostra, e una splendida dimostrazione che nella mente di artisti tutta l’arte nasce dall’arte.

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

 

Painters’ Paintings: From Freud to Van Dick

National Gallery

Londra//fino 4 Settembre 2016

Paul Durand-Ruel: la mente dietro l’Impressionismo.

Quando si suggeritì di organizzare una una grande mostra di pittura impressionista a Londra, un perplesso Claude Monet scrisse al suo gallerista Paul Durand-Ruel che un’esposizione di questo tipo era ‘sconsigliabile’ e rischiava solo di confondere il pubblico della capitale britannica che ‘sa molto poco di noi’. Era il 1904 e da allora è passato quasi un secolo e certo la conoscenza dell’Impressionismo del pubblico (di Londra e del mondo intero) è certamente migliorata. È uno dei movimenti artistici più amati della pittura e tutti sappiamo cos’è. O no? A quanto pare la risposta è no. Almeno non sappiamo tutto. Questo è il motivo per cui per cui Inventing Impressionism alla National Gallery è una mostra così intelligente: perché offre un punto di vista nuovo su un argomento che tutti pensiamo di conoscere.

Photograph of Paul Durand-Ruel in his gallery, taken by Dornac,

Photograph of Paul Durand-Ruel in his gallery, taken by Dornac, about 1910- Dornac, 1910 Archives Durand-Ruel

In focus per una volta non sono tanto i fantastici francesi (sebbene la qualità pittorica delle 85 opere in mostra racconta una storia diversa), quanto la mente dietro il loro successo. In fondo neanche Mozart sarebbe stato nulla senza suo padre o i Beatles senza un buon manager. Naturalmente Paul Durand-Ruel (1831-1922) non inventò l’Impressionismo – a questo ci pensarono Monet, Renoir e compagni – ma ne vide il potenziale in un momento in cui nessuno credeva in loro. E come disse Monet, se non fosse stato per i suoi sforzi, ‘non saremmo sopravvissuti.’

Allo scoppio della guerra franco prussiana nel 1870, Durand-Ruel si trasferisce con la sua famiglia, suoi quadri e le sue speranze a Londra dove, affittata una galleria d’arte in New Bond Street in Myfair, si dedica al difficile compito di vendere arte francese agli inglesi in un momento in cui l’opinione pubblica Britannica non era certo in favore della Francia. Ed è a Londra Charles Francois Daubigny, artista della scuderia di Durand-Ruel, lo introduce agli allora sconosciuti Claude Monet e Camille Pissarro, anch’essi rifugiatisi nella capitale britannica per sfuggire alla guerra. Entrambi dipingevano direttamente dalla natura in un modo simile a quello di Gustave Courbet, Camille Corot e degli artisti del Realismo francese della Scuola di Barbizon tanto amata da Durand-Rouel, ma i loro soggetti erano audaci, nuovi e soprattutto moderni.

Fox Hill, Upper Norwood, Camille Pissarro 1870

Fox Hill, Upper Norwood, Camille Pissarro 1870 – The National Gallery, London, Presented by Viscount and Viscountess Radcliffe, 1964

Come gli artisti di Barbizon, anche Monet e Pisarro evitano la pittura di storia e dipingono paesaggi, nature morte e scene di svago Borghese. Ma lo fanno lavorando all’aperto, en plein air per catturare gli effetti della luce durante le diverse ore del giorno e delle stagioni. e in questo sta la grossa novità. Le loro sono tele spesso di piccole dimensioni ed eseguiti con con pennellate colori puri giustapposte e libere dalle gerarchie della prospettiva convenzionale. E guardando Madame Monet che legge un libro nella luce grigia di un appartamento in affitto in Kensington o le nevi blu di Pissarro a Upper Norwood e i suoi viali ombrosi di Sydenham, pare che la più grande delle rivoluzioni pittoriche del XIX secolo sia accaduta alla periferia di Londra. Per Durand-Ruel fu amore a prima vita. Tornato a Parigi nel 1872, iniziò immediatamente a comprare i dipinti di questa nuova entusiasmante generazione di artisti estendendo i suoi acquisti anche ad altri del gruppo come Alfred Sisley, Edgar Degas e Édouard Manet.

Horses before the Stands, 1866-8

Horses before the Stands, Hilaire-Germain-Edgar Degas 1866-8, Paris, Musée d’Orsay, bequeathed by Count Isaac de Camondo, 1911

Quella sulla “nuova pittura” come presto sarebbe stata chiamata, fu una scommessa coraggiosa e rischiosa che in più di un’occasione lo porta sull’orlo della bancarotta. Ma Durand-Ruel non demorde, che lui negli impressionisti (come il movimento viene battezzato dal critico Leroy, che ironizzava su un’opera di Monet, Impressione: levar del sole) ci crede. E lo dimostra offrendo agli artisti supporto morale e finanziario, organizzando mostre collettive e personali (un tipo di mostra ora standard tra gli artisti, ma fino ad allora raramente allestita), pubblicando cataloghi, corteggiando la stampa. Soprattutto Durand-Ruel era cosciente del fatto che doveva fare apparire ogni opera (anche i sensuali nudi di Renoir) moralmente ed esteticamente ineccepibile. E per questo non esita ad aprire la propria casa, affinché i parigini potessero ammirare la sua collezione privata e vedere con i loro occhi quanto belli ed eleganti fossero i dipinti di questa nuova arte sulle pareti di un’abitazione borghese.

E se un crollo in borsa nel 1874 gli impedisce di finanziare la prima collettiva dei pittori impressionisti (quella leggendaria, allestita nello studio del fotografo Nadar), si rifà con la seconda, tenutasi due anni dopo e in cui furono esposte circa 250 opere. La reazione non fu favorevole e le vendite quasi inesistenti, ma la stampa ne parlò – e anche molto. E la pubblicità, si sa, anche se negativa è pur sempre pubblicità…

Photograph of the Grafton Gallery, London, 1905

Grafton Gallery, London, 1905

Nel 1884 un nuovo crollo in borsa lo porta di nuovo quasi alla rovina. Ma questa volta la salvezza gli arriva dal mercato americano, dove ricchi collezionisti progressisti accolgono la nuova arte a braccia aperte, tanto da spingerlo ad aprire una nuova galleria permanente e New York nel 1888. E dopo l’America fu la volta della Germania e dell’Inghilterra. A Londra nel 1905 Durand-Ruel monta alla Galleria Grafton la più grande e più importante mostra impressionista mai tenuta in questo paese. Ritiratosi a vita privata nel 1913, morì nel 1922, felice che la sua follia fosse stata in realtà lungimiranza e con la certezza che alla fine i maestri dell’Impressionismo avevano trionfato.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Fino al 31 Maggio

The National Gallery, Trafalgar Square, London WC2N 5DN. Info: tel. +44 (0)20 7747 2885

information@ng-london.org.uk

nationalgallery.org.uk

Quando Manet dipingeva la Vita…

Da sempre adoro Édouard Manet (1832 –1883) e ho atteso con impazienza la mostra della Royal Academy. Vicino agli impressionisti, anche se non volle mai essere identificato con loro, Manet non partecipò mai neppure alle loro esposizioni ritenendo che gli artisti moderni dovessero esporre al Salon, invece di disertarlo preferendo le mostre indipendenti..

Manet: Portraying Life è la prima retrospettiva interamente dedicata alla ritrattistica di Edouard Manet. Sono ritratti che stupiscono, che emozionano con il loro sguardo diretto e la pennellata corposa- una risposta a Baudelaire e alla sua affermazione che l’arte deve riflettere la vita contemporanea senza l’aiuto delle convenzioni pittoriche.  E se la prospettiva piatta e lo spazio lineare fanno sembrare impacciati alcuni ritratti, altri creano risultati mozzafiato come quello ipnotico di Berthe Morisot.
Verso la fine della sua vita, forse anche a causa della vicinanza dei più giovani Renoir e Monet, Manet si dilunga un po’ troppo in melliflui ritratti di graziose fanciulle dalle gote rosate, resi con una pennellata alquanto inconsistente. La mostra è ben allestita (non ci si potrebbe aspettare niente di meno dalla Royal Academy) ma non si può fare a meno di sentirsi imbrogliati dalla assenza di grandi capolavori (considerato che la Courtauld Galley e la National Gallery sono a due passi e hanno entranbe meravigliosi esemplari…) e dalla presenza di una gigantesca mappa di Parigi che occupa un’intera sala – uno spazio che sarebbe stato meglio riempito da dipinti.
Ma resta il fatto che si tratta di altro blockbuster da aggiungere alla lista delle mostre-evento del 2013. Assolutamente da vedere.
Londra// fino al 14 Aprile 2013

Paul Gauguin a Tate Modern

Genio o mostro? Pioniere del Modernismo o turista del sesso? Alla Tate Modern, la storia di colui che ha cambiato per sempre la pittura moderna. In una mostra che sarebbe stata meglio alla Tate Britain…

Chi più chi meno, tutti conoscono la storia di Paul Gauguin (Parigi, 1848 – Atuana Hiva Oa, 1903), colui che – abbandonata la vita borghese, la moglie e i figli – cerca la felicità nei colori del Mari del Sud.

Allora perché un’altra mostra su Gauguin? Perché attraverso le oltre cento opere (dipinti, acquerelli, sculture e intagli in legno, ceramiche, scritti e lettere) che compongono Gauguin: Maker of Myth, i curatori della Tate Modern sono riusciti a raccontare qualcosa di nuovo. E cioè che, oltre a essere un grande innovatore, Gauguin è anche un meraviglioso narratore. E che le sue storie sono intessute di sottile dramma psicologico e di sentimenti potenti, espressi con colori vigorosamente anti-naturalistici.
Ed è tutto lì sotto i nostri occhi fin dall’inizio, già nel ritratto di suo figlio Clovis addormentato (1884), la testa bionda abbandonata sul braccio, il sonno reso inquieto da incubi che sembrano materializzarsi sulla carta da parati alle spalle del bambino. Passeranno oltre dieci anni prima che Freud pubblichi L’interpretazione dei sogni (1899).
La tecnica di Gauguin è da subito immediatamente riconoscibile. Paul Gauguin - Autoritratto con Manao tu papau - 1893 - olio su tela - cm 46x38 - Musée d'Orsay, ParigiFin da quando, affascinato dall’opera di Cézanne, abbandona l’illusione pittorica della profondità per una superficie piatta popolata da forme sintetiche di colore puro, racchiuso da un’audace linea di contorno, un riflesso dell’influenza delle stampe giapponesi e delle vetrate cloisonné delle cattedrali gotiche.
Ma è a Pont-Aven, dove ritorna nel 1888 dopo il breve soggiorno in Martinica del 1887 – e che lo porta ad allontanarsi dalle convenzioni pittoriche dell’arte europea -, che Gauguin raggiunge la piena maturità stilistica con La visione dopo il sermone (1888). Ed è qui che, sempre nel 1888, si riunisce attorno a lui un gruppo di giovani pittori di orientamento simbolista, tra cui Émile Bernard e Paul Sérusier, che fonderanno i Nabis.

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