Illustre sconosciuto: Lockwood Kipling

Per chi come me è nato in un’era pre-Facebook, Instagram, Twitter (etc, etc, etc), i cartoni animanti di Walt Disney erano una parte integrante dell’intrattenimento di un bambino degno di questo nome. Bambi, Cenerentola, Biancaneve, Lilli e il Vagabondo, Gli Aristogatti, e naturalmente lui,  il Libro della Jungla. Non mi era mai passato per l’anticamera del cervello che Rudyard Kipling, l’autore del libro da cui il film era stato tratto, avesse avuto anche lui un padre. E lavorando al museo dovrei saperlo visto che da 13 anni mi osserva dall’altro della facciata del giardino. Ma è proprio così.

Lockwood Kipling with his son Rudyard Kipling, 1882 National Trust / Charles Thomas

Oltre ad aver prodotto il celeberrimo Rudyard infatti, John Lockwood Kipling (1837-1911) era anche un brillante illustratore, giornalista, designer e curatore. E avendo trascorso la maggior parte della sua carriera in India, dove si dedica all’insegnamento delle belle arti nell’India britannica, era decisamente nella posizione migliore per raccogliere e collezionare arte indiana per conto del museo. Ed anche questo io dovrei saperlo, visto che il Museo (che allora non si chiamava ancora Victoria and Albert, ma South Kensington Musem) offrì a questo ambizioso figlio di un pastore metodista il suo primo posto permanente nel 1863, prima di trasferirsi in India e diventare il difensore più importante delle arti e mestieri di questo Paese.

La sua storia d’amore con l’arte indiana ebbe inizio durante il più straordinario evento dell’epoca vittoriana, la Grande Esposizione del 1851. Ospitata nel monumentale Crystal Palace in Hyde Park (e successivamente trasferita a Siddenham, al Sud di Londra), la Great Exhibition aveva nella sezione dedicata alla India il suo display più spettacolare. Non è  difficile immaginare come questo ragazzino dello Yorkshire in gita scolastica a Londra per visitare la Grande Esposizione sia rimasto così colpito dallo scintillio dei gioielli, dalle decorazioni delle spade e dai vivaci colori dei tessuti.

E così, dopo aver servito come apprendista a Burslem, nello Staffordshire dove lavora alla decorazione del Wedgwood Institute, si trasferisce a Londra dove entra a far parte del V&A. Uno dei primi incarichi di Kipling al South Kensington Museum fu infatti quello di aiutare a modellare la decorazione in terracotta esterna degli edifici del nuovo museo. E il suo contributo fu così significativo che il suo viso fu persino immortalato per i posteri in un pannello mosaico decorativo nella parte Nord-Ovest della facciata del giradino, un tempo la monumentale facciata dell’ingresso del museo e oggi un’altrettonato munumentale (sebbene leggermente sprecata in questa funzione) ingresso al ristorante.

Mosaic panel, after Godfrey Sykes (ca. 1866) Credit: © Victoria and Albert Museum, London

Con la moglie Alice McDonald, sposta nel 1865, Kipling si muoveva nello stesso circolo dei Preraffaelliti e delle Arts and Crafts con Edward Burne-Jones come cognato (avendo il pittore preraffaellita sposato la sorella di Alice, Georgiana) e frequentavano la Red House di William Morris a Bexleyheath. Lasciare tutto questo per l’India misteriosa in quello stesso anno, fu certamente una mossa coraggiosa. A Bombay (ora Mumbai) cosi come in Lahore Kipling insegna alla locale Accademia di belle Arti, dove incoraggia i suoi studenti ad glissare sulle influenze europee (contravvenendo alle strette direttive  dei programmi imperiali che richiedevano che la formazione nelle scuole d’arte anglo-indiane insegnassero i principi europei) e a trarre invece ispirazione dall’architettura delle loro città e dal ricco artigianato locale.

Formative experience: The Great Exhibition, India No 4, by Joseph Nash, circa 1851. Kipling saw the exhibition as a boy Royal Collection Trust

Oggi, la reputazione di Kipling è eclissata, non solo da altri più famosi designer del XIX secolo, come William Morris, ma anche dal suo super-imperialista e super-famoso figlio scrittore Rudyard. Un oblio ingiusto, visto che Il Museo deve l’acquisizione di gran parte della sua splendida collezione di opere d’arte proveninenti dal subcontinente indiano a questo signore. Questo è qualcosa a cui il V&A ha rimediato con Lockwood Kipling: Arts and Crafts in the Punjab and London, una piccola deliziosa mostra da poco terminata in concomitanza con il 70° anniversario dell’indipendenza e della partizione dell’India. Un’occasione buona per approfondire la storia di questo famoso illustre sconosciuto.

 

Londra// fino al 2 Aprile 2017,

Lockwood Kipling: Arts and Crafts in the Punjab and London

V&A Museum, Londra

vam.ac.uk

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Julia Margaret Cameron e la fotografia vittoriana

Era il 21 Ottobre del 1875 e una folla si era riunita al porto di Southampton per assistere alla partenza del piroscafo Pekin diretto a Ceylon. Tra i passeggeri, la sessantenne Julia Margaret Cameron (1815-1879) e il marito, Charles Hay (1795-1881). Dopo anni di alti e bassi finanziari, i due si erano arresi all’evidenza e avevano deciso di tornare a finire i loro giorni nelle più economiche colonie.

Nata a Calcutta da madre francese e da padre anglo-indiano, Julia Margaret Cameron era la sorella ‘insignificante’ in una famiglia di belle ragazze, ma il suo fascino e la sua intelligenza compensavano ampiamente ogni altra mancanza e fecero di lei la più formidabile delle sei figlie. La sua famiglia apparteneva a quell’élite di dipendenti pubblici britannici che vivevano un’esistenza privilegiata nelle colonie, il che aveva permesso a Margaret di ricevere un’ottima educazione in Francia ed in Inghilterra. Tornata a Calcutta, sposa nel 1838 Charles Hay Cameron, un giurista della Compagnia delle Indie Orientali. Lui aveva 20 anni più di lei, estremamete colto e amico intimo di molti uomini di spicco del suo tempo; sfoggiava una lunga barba bianca e aveva capelli altrettanto candidi che qualche anno più avanti avrebbero fatto di lui uno splendido Merlino. Sebbene non fossero aristocratici, i due godevano all’epoca di un’ottima posizione all’interno della società anglo-indiana e di un altrettanto ottima rendita, il che aveva permesso a Charles Hay l’acquisto di numerose piantagioni di caffè a Ceylon.

'Vivien and Merlin' (Agnes Mangles (Lady Chapman); Charles Hay Cameron) by Julia Margaret Cameron, 1874 © National Portrait Gallery, London

‘Vivien and Merlin’ (Agnes Mangles (Lady Chapman); Charles Hay Cameron) by Julia Margaret Cameron, 1874 © National Portrait Gallery, London

Le cose cambiano quando, nel 1848 Charles si ritira dal servizio e la famiglia fa ritorno in Inghilterra, dapprima a Londra, dove viveva la sorella della Cameron, Sarah Prinsep, il cui salotto a Little Holland House era frequentato regolarmente da artisti e scrittori famosi. Ma (ora come allora) la vita a Londra era troppo cara per la numerosa famiglia Cameron e nel 1860 si trasferiscono a Freshwater, sull’Isola da Wight, dove ancora oggi è possibile visitare la loro casa. Ed è qui che, nel 1864, la figlia regala a Margaret una macchina fotografica per aiutarla a passare il tempo durante una delle prolungate assenze del marito e dei cinque figli maschi, occupati con le piantagioni di caffè a Ceylon. Aveva 48 anni. Ed è così che ebbe inizio l’avventura di Julia Margaret Cameron, fotografa.

The Parting of Lancelot and Guinevere by Julia Margaret Cameron. Credit The Metropolitan Museum of Art

The Parting of Lancelot and Guinevere by Julia Margaret Cameron. Credit The Metropolitan Museum of Art

Il successo di Julia Margaret Cameron è tanto straordinario, quanto insolito, poiché nella seconda metà dell’Ottocento la fotografia amatoriale non era il passatempo diffuso che conosciamo adesso, e ancora meno lo era per una donna. Il mestiere del fotografo era costoso, impegnativo e anche molto faticoso: le prime macchine fotografiche erano pesanti, ingombranti e la preparazione e lo sviluppo dei negativi richiedeva moltissime sostanze chimiche difficili da trasportare. Ciononostante, nel giro di un anno, Margaret aveva compilato numerosi album fotografici per il piacere suo e dei suoi cari ed era diventata una socia della Photographic Society di Londra.

Dalla sua, Julia Margaret Cameron ebbe la fortuna di appartenere ad un ambiente sociale insolito e privilegiato che le premise di dare libero sfogo al suo talento, altrimenti destinato ad essere quasi certamente soffocato dai compiti domestici. Inoltre, non le mancava l’aiuto domestico, sotto forma della sua paziente cameriera, Mary Hillier, reclutata nel processo fotografico come modella in quanto pare fosse bravissima a rimanere immobile durante i lunghi tempi dell’esposizione che richiedevano almeno 4 minuti.

Holman Hunt in Eastern Dress, May 1864

Holman Hunt in Eastern Dress, May 1864

Per oltre un decennio la Cameron fu un vulcano di creatività. In un epoca in cui la minaccia di morte e malattie era reale e constante, le prolungate assenze dei suoi cari e il timore di dover ancora una volta dire addio a persone e luoghi cari sembrano essere stati i motivi dominanti del suo rivolgersi alla fotografia come mezzo per preservare la memoria. Il suo atteggiamento verso la macchina fotografica era istintivo e passionale: l’obbiettivo per lei era una cosa viva. In un momento come l’epoca vittoriana, in cui non si era ancora deciso se la fotografia fosse un’arte o una scienza, Julia Margaret Cameron crea immagini simili a dipinti.

Julia Margaret Cameron John Herschel. The Metropolitan Museum of Art

Julia Margaret Cameron John Herschel. The Metropolitan Museum of Art

Le qualità pittoriche delle sue immagini, tuttavia, non piacevano a tutti, a cominciare dai soggetti stessi: lo storico Thomas Carlysle disse del suo ritratto che era “terribilmente brutto e sconsolato”, anche se ammette che gli assomigliava abbastanza. Ma le recensioni ufficiali sono più severe. I fotografi professionisti erano offesi dal “disprezzo” della Cameron per la fotografia scientifica e risentivano della facilità con cui lei aveva accesso ad amici famosi da usare come modelli. Il fatto poi che non fosse obbligata a vivere del suo lavoro – anche se, effettivamente, ogni immagine venduta era un innegabile aiuto per le disastrate finanze della famiglia, fece il resto. La prestigiosa rivista The Photographic Journal la stronca, accusandola di ignorare tutto quello che c’era di buono nella fotografia. Ma lungi dall’essere una negligenza, l’effetto flou caratteristico delle immagini di Julia Margaret Cameron era una scelta voluta che, insieme all’uso quasi caravaggesco della luce, rende le sue immagini simili ad apparizioni galleggianti nella cornice. Guardare la foto dell’astronomo e matematico John Herschel per credere…

Ma la sua impulsiva generosità, che spesso la portava a regalare album costosi ad amici e conoscenti, unita alla sua passione per il bello e alla volontà di mantenere alta la qualità del suo lavoro – cosa che le impediva di accettare persone che non le piacevano come clienti, costituivano d’altro canto veri e propri disastri finanziari. Ma lei pare non curarsene. Invece, fotografa i grandi uomini dell’epoca – Anthony Trollope, Alfred Tennyson, Charles Dickens, George Frederic Watts, Charles Dodgson (aka Lewis Carroll) e Charles Darwin (per citarne alcuni…), che ritrae a mezzobusto in un evidente riferimento alle composizioni rinascimentali del ritratto eroico. La maggior parte del suo lavoro, tuttavia, avviene negli intervalli tra le visite dei suoi amici, quando crea immagini che hanno per tema la bellezza in tutte le sue forme, le leggende arturiane, la poesia di Tennyson o i dipinti di Raffaello. Amici, parenti, figli, nipoti e cameriere sono, volenti o nolenti, di volta in volta trasformati in eroine bibliche, putti rinascimentali, damigelle e cavalieri medievali. Non a caso il preraffaellita G.F. Watts, che Julia Margatet Cameron aveva conosciuto a Little Holland House, fu un grande sostenitore del suo lavoro e utilizzò spesso le sue immagini come studi per i suoi dipinti.

Alfred Tennyson with Book, May 1865. National Museum of Photography, Film & Television, Bradford

Alfred Tennyson with Book, May 1865. National Museum of Photography, Film & Television, Bradford

Dopo il 1875, Julia continuò a praticare la fotografia anche a Ceylon, ma con meno ardore e certamente meno successo di quanto era avvenuto in Inghilterra. Le ragioni erano molteplici, a cominciare dalla difficoltà pratiche di reperire le sostanze chimiche e di ottenere acqua pura per sviluppare e stampare i negativi. Inoltre, lontano dalla comunità artistica di Little Holland House, le erano venuti a mancare i soggetti per i suoi ritratti fotografici oltre al mercato per distribuirli. Le poche immagini rimaste di questo ultimo periodo sono di personaggi locali in pose simili a quelle che la Cameron aveva scattato ai suoi vicini di casa in Inghilterra.

Group of Ceylonese Plantation Workers, c.1875-78

E facile ritrovare nell’anticonvenzionale stile di vita della Cameron e dei suoi amici alcune similitudini con la compagine di intellettuali del famigerato Bloosmbury Goup. Similitudini notate già all’epoca dall’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934), che nel 1926 scrisse che il circolo di Julia Margaret Cameron “coltivò l’esotico e il bello con tutta l’energia e la determinazione della classe dominante. Con l’ammirevole disinvoltura conferita loro dalla posizione sociale […] hanno avuto il coraggio dei loro vezzi; hanno apertamente ammesso di essere ‘intensi’.” E intenso davvero è lo sguardo della bella Julia Jackson, nipote della Cameron e soggetto di alcuni dei suoi ritratti più affascinanti. La somiglianza con Virginia Woolf è incredibile. E non a caso, visto che la Jackson era la madre della celebre scrittrice. Dalla prozia Virginia Woolf eredita la vitalità e l’indomabile talento. Ma questa è un’altra storia…

By Paola Cacciari, 2015.

Pubblicato su Londonita

Per celebrare il becentenario della nascita di Julia Margaret Cameron, il Victoria and Albert Museum e lo Science Museum di Londra hanno organizzato due mostre:

Julia Margaret Cameron.

Victoria and Albert Museum

Londra//Fino al 21 Febbraio 2016.

vam.ac.uk

 

Julia Margaret Cameron: Influence and Intimacy

Science Museum

Londra//Fino al 3 Marzo2016.

sciencemuseum.org.uk

 

Un passaggio per l’India

Maharaja Sir Sri Krishnaraja Wodiyar IV Bahadur of Mysore – 1906 Keshavayya ©V&A Images

Tigri ed elefanti; gole impervie e giungle misteriose; avventurieri senza scrupoli e sovrani dalle incredibili ricchezze, i mitici maharajas (letteralmente ‘grandi re’): per chi vuole saperne di più sulla terra che ha affascinato Salgari e Kipling e sui suoi leggendari sovrani, il Victoria and Albert Museum ospita Maharaja: The Splendour of India’s Royal Court. Rubini e smeraldi di dimensioni impossibili, spade tempestate di diamanti, stravaganti turbanti, portantine in argento e avorio, e persino una (vera) Rolls Royce Phantom del 1927: circa duecentocinquanta oggetti -molti dei quali provenienti da collezioni reali indiane- a raccontare una storia che va dalla fine del XVIII secolo all’indipendenza dall’Inghilterra nel 1947.

Tutto comincia nel 1739 quando il vuoto politico creato dalla caduta dell’impero dei Mughal fa riemergere vecchi regimi e ne crea di nuovi. Troppo occupati a litigare tra loro, i maharajassi trovano presto a fare i conti con una nuova forza in campo: la Compagnia delle Indie Orientali. Fondata nel 1600 per proteggere gli interessi commerciali britannici in Asia, nel corso del XVIII secolo essa diventa per l’Inghilterra uno strumento di potere politico e militare. Un potere scosso da numerose rivolte, ma che nel XIX secolo vede gli inglesi controllare quasi due terzi dell’India. Come reagirono i maharajas alla nuova situazione politica? Alcuni si adattarono e mantennero (almeno nominalmente) la loro posizione, anche se spogliati di effettivo potere; altri non si adattarono e furono semplicemente rimossi. Ma con l’arrivo del Novecento l’immagine esotica dei maharajas con il turbante ed gli elefanti ingioiellati diventa obsoleta, sostituita da quella del Mahatma Gandhi e del movimento per l’indipendenza dell’India. Disoccupati, questi principi ‘ornamentali’ cominciano allora a viaggiare per l’Occidente con il beneplacito degli inglesi e con conseguenze interessanti. Vedono condizioni di vita migliori, sperimentano i progressi della tecnica (acquedotti! fognature!) e si scontrano con idée nuove (emancipazione femminile! democrazia!). Trovano anche nuovi amici dai nomi esotici come Van Cleef & Arpels, Vuitton, Cartier e Rolls Royce a cui commissionano gioielli stravaganti e potenti automobili. Educati ad Oxford e Cambridge, i playboy-maharajas del nuovo secolo abbandonano i panni dei nobili guerrieri per l’haute couture e gli interni Art Deco, giocano a polo, ascoltano Cole Porter e si fanno fotografare da Man Ray e Cecil Beaton. Ma tornati in patria non dimenticano quello che hanno visto. Diventano pragmatici: assumono un ruolo diverso in un contesto internazionale, trasformano i loro palazzi in hotels di lusso e se stessi in abili diplomatici ed uomini d’affari. Non più Re, ma guardiani del loro popolo. Ma con la stessa capacità di abbagliare.

 Articolo pubblicato su Grandimostre numero 7 Novembre-Dicembre 2009
 mostra visitata il 15 ottobre 2009

MF Husain: Master of Modern Indian Painting al Victoria and Albert Museum

Matisse e Picasso incontrano Salman Rushdie: benvenuti nel mondo di  Maqbool Fida Husain, meglio noto semplicemente come MF Husain (1915-2011).

Gialli, rossi, verdi, blu stesi con una pennellata larga e sciolta chiusa da una nera linea di contorno di sapore vagamente gauguiniano: quelli di Husain sono colori accesi e caldi come la terra da cui proviene. Un vero e proprio assalto ai sensi. Almeno a quello della vista.
Nato nel 1915 a Pandharpur, in una famiglia indiana di religione musulmana, Husain giunse a Mumbai dalla provincia nel 1937, in  cerca di fortuna. Per anni si arrangia dipingendo i cartelloni pubbliciari per Bollywood, la fiorente industria cinematografica della capitale indiana. Ma la sua carriera inizia “davvero” con l’indipendenza dell’India nel 1947. Si unisce ad un gruppo di giovani artisti chiamati Bombay Progressive Artists Group animati dal desiderio di creare una moderna arte indiana. Rifiutando sia l’influenza coloniale britannica e la nativa tradizione di miniatura della scuola del Bengala, Husain vuole creare una nuova, audace arte internazionale che rifletteva la nuova India. Ma per questo bisognava ampliare gli orizzonti. Bisognava vedere cose nuove. E allora parte alla volta del Vecchio Continente.

M.F. Husain, Traditional Indian Festivals, 2008-2011. Courtesy of Usha Mittal, © Victoria and Albert Museum, London

Arrivato in Europa per la prima volta nel 1953, Husain la gira a piedi nudi. “Ho visto Picasso, Matisse, ma Paul Klee e stato la grande influenza,” disce, “perché era così intriso di filosofia indiana si era quasi trasformato in un pittore indiano.” 
E l’India resta una costante fonte di ispirazione per lui fino alla fine, avvenuta a Londra nel 2011 a 95 anni.
Le sue opere tuttavia furono causa di forti controversie quando, nel 1996, rese pubbliche una serie di tele realizzate nel negli anni Settanta nei quali erano presenti scene di nudo inaccettabili ai gruppi nazionalisti indù. Perché il nostro Husain spesso trattava gli dei e le dee dell’induismo come stimoli creativi piuttosto che come divinità, raffigurandoli spesso nudi e in pose sessualmente esplicite. Inutile dire che i gruppi nazionalisti indù, offesi a morte, che all’inizio degli anni Novanta montarono una campagna di protesta contro di lui, attaccando le sue mostre, vandalizzando le sue opere considerate blasfeme e persino la sua casa. Fino a quando, nel 2010, stanco delle continue minacce e vessazioni decise di prendere la cittadinanza del Qatar.

M.F. Husain, Ganesha, 2008. Courtesy of Usha Mittal, © Victoria and Albert Museum, London

Commissionata dalla famiglia del magnate dell’acciaio Lakshmi Mittal, la serie del Victoria and Albert Museum porta il nome di Indian Civilisation (2008-11) e comprende nove dipinti (di cui 8 sono trittici di grandi dimensioni) che celebrano la ricca mitologia, il passato, i festival  e le città della sua terra. Si tratta di immagini rese con una colorata  vitalità di sapore quasi cartonistico: una gioia per gli occhi. 

fino al 27 Luglio
‘MF Husain: Indian Civilisation’
Victoria and Albert Museum
vam.ac.uk

Mughal India: Art, Culture and Empire alla British Library

LIndia misteriosa è la protagonista della mostra Mughal India: Art, Culture and Empire, alla British Library. Fondata da Babur il Conquistatore, discendente del grande conquistatore turco-mongolo Tamerlano, la dinastia Mughal fu una delle più grandi dinastie imperiali a dominarono l’India tra il 1526 e il 1707.

Scacciato dalle sue terre in seguito all’invasione dei nomadi Uzbeki, Babur, non perse tempo e con un piccolo ma agguerritissimo esercito invase l’India, allora sotto il dominio del Sultanato di Delhi. Prontamente sconfitto il sultano Ibrahim Lodi nella battaglia di Panipat (1526) nei quattro anni successivi la battaglia, Babur  portò avanti un grandioso schema di conquiste estendendo il suo nuovo impero dall’Afghanistan al Bengala. Inutile dire che con l’aumento delle migrazioni turche in India dall’Asia centrale l’islamismo divenne più importante dell’induismo e questo richedeva cautela e tolleranza. Qualitá che Babur dimostro’ di possedere in abbondanza. I suoi antenati parlavano una lingua turca chiamata ciagatai (che lui stesso chiamava Tōrki, ovvero Turki), ma Babur e i suoi successori decisero di usare il persiano che divenne così la lingua franca dell’amministrazione e della cultura dei Mughal.
Squirrels in a Plane Tree
Squirrels in a Plane TreePicture: British Library Board, Johnson Album

Ma questo era solo l’inizio. Con Akbar  “il Grande”  (1556 al 1605), l’impero si ingrandì ancora con la conquista del Bengala. Sebbene analfabeta (l’unico tra i discendenti del mitico Babur) Akbar fu un grande patrono delle arti, e sotto di lui fioriscono non solo la pittura, ma anche l’architettura e la musica. Ma la grande qualità di Akbar fu soprattutto la tolleranza e il rispetto per l’altro, soprattutto quando “l’altro” in questione erano i suoi sudditi e si diede da fare per creare una nuova religione sincretistica tra l’Induismo e l’Islamismo.  Come Babur prima di lui, anche Akbar  era conscio di regnare su un popolo etnicamente composito che osservava culti diversi e dedicò tempo e risorse al tentativo di cercare punti di contatto tra le diverse fedi del popolo su cui regnava approfondendo la conoscenza di altri culti, invitando a dibattere pubblicamente e liberamente alcuni esponenti delle principali religioni presenti nel suo regno: musulmani, zoroastriani, hindu, giainisti e anche i missionari cristiani provenienti dal possedimento portoghese di  Goa.

Taj Mahal, Agra
Taj Mahal, AgraPicture: British Library Board

Gli ultimi grandi imperatori Moghul furono Shah Jahan “l’Imperatore del mondo” (1628 al 1658) passato alla storia per quell’edificio stupendo che è il Taj Mahal costruito per commemorare l’adorata sposa Mumtaz Mahal, morta di parto nel 1631;  e suo figlio Aurangzeb (1658 – 1707) che, spietato e fanatico, decise di mandare all’aria il lavoro diplomatico dei suo predecessori imponendo l’islamismo in tutta l’India, provocando rivolte e guerre. Alla sua morte, avvenuta nel 1707, l’impero si disgregò, con grande gioia dell’Impero Britannico che, controllando di già la maggior parte del sub-continente indiano per mezzo della Compagnia Inglese delle Indie Orientali, conquistò ciò che ne rimaneva dopo la rivolta dei Sepoy nel 1859 quando l’India passò interamente sotto il governo diretto della Corona britannica come colonia dell’Impero Britannico.

Prince Aurangzeb reports to Emperor Shah Jahan in durbar (1650-55
Prince Aurangzeb reports to Emperor Shah Jahan in durbar (1650-55)
Picture: British Library Board
I Moghul sono passati alla storia per lo sfarzo della loro corte imperiale e per lo splendore delle loro capitali, Delhi e Agra, città che esistono ancora oggi, nonché per i loro stupendi monumenti. Inoltre sono rinomati per la scuola artistica Moghul, che l’imperatore Humayun (1530-40) arricchì invitando un buon numero di artisti persiani presso la sua corte, con il ruolo di maestri. La fine della dinastia Moghul aprì indirettamente le porte dell’India alla penetrazione britannica.

fino al 2 Aprile 2013
http://www.bl.uk/mughalindia/