C’era una volta il biglietto di carta…

C’era una volta in un tempo lontano, quella piccola cosa che si chiamava biglietto di carta. Per andare a teatro, al cinema, ad un concerto o ad un museo, in aereo o a qualche evento sportivo, si riceveva un piccolo tagliando colorato che attestava l’avvenuta transazione e il nostro diritto si entrare nel reame (più o meno) fatato per cui ci si era dati pena di attendere in fila, e pagare.

Ricordo con affetto i distributori automatici di biglietti nell’atrio principale della Royal Festival Hall o del National Theatre. Prenotavo spettacoli e concerti da casa e quando passavo da quelle parti, inserivo la mia carta di credito e la macchinetta si metteva in moto, stampando allegramente i miei biglietti per gli eventi per i mesi a venire. Riponevo quei tesori in una busta e ogni tanto li andavo a guardare, pregustando gioie future: una soddisfazione pazzesca.

Poi è arrivato il Covid e, quella che già era una tendenza diffusa, ma opzionale (che si poteva scegliere tra il biglietto fisico e quello digitale) è divenuta standardizzata a Londra. Certo, consentendo di effettuare la transazione senza alcun contatto, l’e-ticket e il QR code necessario per il sistema Test and Trace del governo, hanno permesso a musei, teatri, negozi e ristoranti e di riaprire cautamente le porte al pubblico nel bel mezzo della pandemia. Che al giorno d’oggi, poiché anche lo smartphone più basilare può scaricare e visualizzare gli e-ticket, non è necessario stamparli, sono più economici, sostenibili e non si perdono nella posta o tra le pile di carta della scrivania…

Ma a livello emotivo, non sono la stessa cosa. Almeno non per me che da quando ero piccola conservo i biglietti delle cose che faccio, degli spettacoli a cui vado, delle mostre che vede. Biglietti che trovano posto su l’album di ritagli del momento, insieme a qualche nota personale, e che mi piace riguardare ogni volta che mi sento nostalgica. Stampare i biglietti digitali non ha senso – vanifica l’idea stessa della sostenibilità. E comunque non è la stessa cosa.

E se i vantaggi della tecnologia e digitalizzazione che ci separano da certi oggetti fisici ormai considerati obsoleti come i CD, i DVD, le musicassette e i biglietti di carta appunto – bisogna convenire che guardare con aria sognante un codice a barre, non da’ certo la stessa soddisfazione del rigirare tra le mani un colorato biglietto stropicciato. Che difficilmente un QR code sarà in grado di sollecitare nel nostro cervello quelle epifanie sensoriali che Proust chiamava memoria involontaria, in grado di restituirci un ricordo intatto, insieme alle sensazioni fisiche che si erano provate, gli odori, i colori, i suoni…

Red is the colour

La Ferrari non è l’unica iconica “rossa” del design italiano. C’è anche la cosiddetta Rossa Portatile, quella progettata da Ettore Sottsass e Perry A. King per Olivetti. Chi come me appartiene alla Generation X cresciuta a cavallo tra i due mondi, pre e post computer, naturalmente sa che mi riferisco alla scintillante macchina da scrivere Valentine di Olivetti.  

Come gli abiti che indossiamo, anche gli oggetti di cui ci circondiamo nelle nostre vite rappresentano sogni ed aspirazioni. La Valentine non è solo un’icona del design italiano, ma il simbolo del momento storico in cui è nata, caratterizzato dalle forti rotture sociali, politiche e culturali. Prodotta a partire dal 1969, l’Olivetti diventa da subito un oggetto di culto tanto che nel giro di due anni un esemplare viene acquisito dal MoMA per la propria prestigiosa collezione.

Olivetti Valentine, Paola Cacciari

La Valentine è la prima macchina interamente in plastica. La sua caratteristica principale è la portabilità e l’integrazione dell’oggetto alla sua custodia: la parte posteriore della macchina è essa stessa la “chiusura” della valigetta, e include la maniglia. Si chiude con due semplici sicure di gomma laterali e, protetta dal suo “guscio”, è pronta ad essere portata in giro nel mondo.

Con la Valentine si voleva rinnovare il successo della Olivetti Lettera 22 ma anche l’immagine dell’intera azienda. La portatile non era destinata a tecnici ed esperti, ma concepita come un oggetto pop per tutti. Alla sua uscita la si poteva trovare in mano (si fa per dire) a stelle del cinema come Richard Burton ed Elizabeth Taylor, o immortalata sulla pellicola come quella che si vede nella stanza del giovane Alex, il protagonista del film Arancia Meccanica, diretto da Stanley Kubrick nel 1971.

“Forse tutta la grafica con la quale abbiamo annunciato la Valentine, non è perfetta: forse si scosta molto dalla antica, famosa, favolosa, classica impostazione della Olivetti, ma spero ci sarà perdonata la presunzione — che certo non è irriverenza — per aver tentato un’apertura verso i nuovi tempi e anche verso la nuova struttura dei programmi dell’industria che affronta ogni giorno responsabilità più vaste e società più coscienti,” affermava Ettore Sottsass.

Ma l’impatto della Valentine va oltre la sua funzionalità. È la rappresentazione del desiderio di libertà di un periodo storico unico.

2022 ©Paola Cacciari

Buon compleanno Sergei Diaghilev

Cento cinquanta anni fa, nel 1872 in famiglia aristocratica di Novgorod, nasceva l’artefice della prima, vera rivoluzioni russa: Sergej (Serge) Pavlovič Djagilev. La rivoluzione creata dalla visione di Diaghilev nel mondo del teatro influenzerà le arti visive e la danza cambiando per sempre non solo coreografie e scenari, ma anche il gusto del pubblico. Diaghilev è passato alla storia per aver portato il balletto in generale – e il balletto russo in particolare – nel mondo degli sponsor privati (o quasi), nonchè per essere stato il più famoso omosessuale dal tempo di Oscar Wilde (che non a caso aveva incontrato e per cui nutriva grande stima).

Prima di diventare l’impresario per eccellenza e sconvolgere così le consuetudini del pubblico e della critica dell’inizio del Novecento, Sergei tuttavia intraprende altre strade – studia legge all’università, si dedica alla pittura, al canto e alla musica. Da critico d’arte e amante del balletto, diventa consigliere artistico dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo prima di fondare con gli amici Leon Bakst e Alexandre Benois la rivista d’avanguardia Mir Iskusstva (Il mondo dell’arte). Ma la vicinanza allo zar non gli impedisce, quando scoppia la rivoluzione del 1905, di schierarsi con i rivoluzionari e appoggiare lo sciopero dei ballerini del Teatro Imperiale. 

Sempre nel 1905 organizza a San Pietroburgo un’esposizione di ritratti russi e, l’anno successivo, un’importante mostra di arte russa al Petit Palais di Parigi, considerata la più grande e completa in Europa. Vi partecipano molti artisti del tempo, da Aleksandr Nikolaevič Benois a Kostantin Somov ai più giovani Michail Fëdorovič Larionov e Natalia Gontcharova. L’ascesa di Sergei Diaghilev sembra inarrestabile. Nel 1907 presenta cinque concerti di musica russa a Parigi e nel 1908 mette in scena una produzione del Boris Godunov con Fëdor Å aljapin all’Opéra di Parigi. L’organizzazione di esposizioni d’arte e di concerti di musica russa a Parigi segna l’inizio di un lungo rapporto con la Francia.

Affascinato dal balletto, che occupa (e ha sempre occupato) nella cultura russa un ruolo molto più importante che in qualsiasi altra nazione europea, incluse Francia e Italia dove la danza classica era nata all’inizio del XIX secolo, Diaghilev si imbarcò nell’avventura che diventerà la sua ragione di vita. Era il 1909.

Lavoravo da qualche anno al museo quando il V&A allestì una strepitosa mostra dedicata al padre di tutti gli impresari, dal titolo Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929. Scenari teatrali, costumi di scena, poster, filmati d’epoca cronologicamente organizzati in tre sale, raccontavano la storia della compagnia e le sue alterne fortune – fortune che spesso ridussero sull’orlo della bancarotta sia Diaghilev che i suoi sponsor. E se materiali, costumi e poster erano storicamente interessanti, fu il potere evocativo dei piccoli oggetti quotidiani a catturare la mia immaginazione: un paio di logore scarpette da ballo, il manoscritto de L’uccello di Fuoco di Stravinsky pieno di ripensamenti e di cancellazioni, le poche cose possedute da Diaghilev – il suo mantello  da viaggio, l’inseparabile cappello a cilindro e i binocoli con cui ha osservato i trionfi (e gli occasionali disastri) della sua compagnia. Testimoniavano il duro lavoro dietro la leggenda dei Balletti Russi.

"Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov" by Valentin Alexandrovich Serov - PDF (for version uploaded on 2 January 2014). Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg#/media/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg
“Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov” by Valentin Alexandrovich Serov .

Che per esempio non sapevo che la compagnia di Diaghilev che per la cronaca comprendeva i migliori giovani ballerini russi, quasi tutti provenienti dal Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, come Anna Pavlova e Vaslav Nijinskij (la stella della compagnia, con cui l’impresario ebbe un’appassionata relazione) avesse collaborato con moltissimi artisti delle Avanguardie artistiche del Novecento, come Derain, Matisse e Picasso. Di Picasso il V&A si era assicurato il monumentale sipario de Le Train Bleu, disegnato nel 1924 e da lui formalmente dedicato a Diaghilev. Sarà il sipario ufficiale dei Balletti Russi per gli anni a venire, i segni dell’usura e le pieghe della sua superficie un testamento alla durezza della peripatetica esistenza di Diaghilev e della sua troupe durante i venta’nni della loro esistenza.

O che avesse lanciato le carriere di musicisti come Stravinskij, Prokofiev, Rimsky-Korsakov e dei miei adorati francesi Satie, Debussy e Ravel. Stravinskij, in particolare, compose le musiche per balletti come L’Uccello di fuoco, Petrushka,  La sagra della primavera (titolo originale francese Le Sacre du printemps) quest’ultimo con la coreografia di Vaslav Nijinsky e la prima al Theatre des Champs-Elysées di Parigi fece scoppiare un vero e proprio pandemonio (come spesso accadde con i Balletti Russi, diciamocelo) tra quelli che ritenevano questo balletto un abominio e quelli che invece lo esaltavano vedendo in esso la nascita della musica moderna.

Diaghilev reinventa la sua compagnia come laboratorio e piattaforma di lancio per le avanguardie, collaborando con artisti come Picasso, Cocteau, Derain, Braque e Matisse e lanciando la carriera di musicisti come Stravinskij e Prokofiev. Inizialmente ispirata all’arte russa della fine del XIX secolo, la compagnia dei i Balletti Russi durante i vent’anni della sua esistenza pertipatetica cambia completamente la percezione europea in fatto di musica, colore e movimento. Da Scheherazade che unisce la musica di Rimsky-Korsakov, il virtuosismo di Nijinsky e i disegni di Léon Bakst, a Parade che vede all’opera i geni di Eric Satie, Cocteau e Picasso.

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London
Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Ma durante i devastanti anni della Prima Guerra Mondiale (1914-18) la compagnia si trova tagliata fuori dai grandi circuiti dell’Europa occidentale di Londra, Parigi, Berlino e Montecarlo. E improvvisamente tutto cambia. Se nel 1914 Diaghilev e Stravinsky erano rispettabili cittadini dell’Impero Russo, quattro anni dopo si trovano improvvisamente esiliati e senza patria, in fuga da una Russia Bolscevica devastata dalla Guerra Civile. Con un ultimo colpo di coda, Diaghilev orchestra l’entrata in scena dei modernisti russi Natalia Goncharova, Mikhail Larionov e Naum Gabo, e la collaborazione con i Futuristi italiani di Marinetti. Ma ultimi anni dei Balletti russi ebbero raramente il successo incondizionato delle prime stagioni. Era finita un’epoca, e nel 1929 la compagnia di danza si scioglie.

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Illustrations by Léon Bakst

Diaghilev si spegne, povero ed esausto nell’agosto del 1929, al ‘Hotel des Bains al Lido di Venezia. Così povero infatti, che il suo funerale fu pagato dalla sua amica Coco Chanel. Per uno che un volta disse che “non si può vivere, si può solo essere” Diaghilev ha vissuto la sua vita con sorprendente intensità. Il repertorio dei Ballets Russes ancora oggi cattura l’immaginazione, portato nel mondo da alcuni dei suoi più celebri ballerini e devoti studenti – George Balanchine negli Stati Uniti, Ninette de Valois in Gran Bretagna, Serge Lifar a Parigi presso l’Opéra.

Londra// fino al 9 Gennaio 2011 Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929 @ Victoria and Albert Museum vam.ac.uk

2022 ©Paola Cacciari

Frans Hals, il maestro del nero

Era il 1998 quando durante una vacanza in Olanda ho incontrato per la prima volta Frans Hals (15801666). Ok, tecnicamente non era proprio la prima volta, che da brava storica dell’arte, ne conoscevo le opere avendole viste sui manuali di pittura olandese del Seicento. Ma non avevo mai visto i dipinti dal vero, almeno fino a quando la coppia di amici olandesi con cui stavo ad Amsterdam mi parcheggiò al Frans Hals Museum di Haarlem mentre loro sbrigavano alcune commissioni in città. Ed è stato amore a prima vista – o a seconda, che dir si voglia. Non ha importanza.

Ma devo ammettere che il mio preferito è quello appeso ai muri della Wallace Collection, e che giustamente è considerato il capolavoro di Hals: Il Cavaliere Sorridente. Completato nel 1624, non a torto è uno dei ritratti maschili più celebrati della storia dell’arte. Chi sia il gioviale signore dalle guance rosse che ci sorride complice dalla finestra del dipinto non si sa, che l’identità dell’uomo è sconosciuta, ma una cosa è certa non è un militare come l’accattivante titolo del quadro suggerisce. La ricchezza dell’abbigliamento, fa pensare piuttosto ad un ricco civile, forse il mercante di tessuti olandese Tieleman Roosterman. Che farsetti di questo tipo, così splendidamente ricamati, erano incredibilmente difficili reperire ed erano accessibili solo all’élite olandese, quella che intratteneva relazioni con la potente Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Un vero e proprio status symbol, insomma, non solo un’ostentazione di ricchezza, ma anche simbolo di appartenenza al circolo giusto.

Ma i quadri di Hals sono anche una disquisizione sulle complessità della moda maschile nell’Olanda del Seicento: a prima vista i soggetti dei suoi ritratti, uomini e donne, sono vestiti di nero e indossano i bianchi colletti in pizzo in voga all’epoca. Ma basta osservare con un po’ di attenzione per notare le sottili differenze indicanti non solo lo status sociale e la ricchezza del committente, ma anche l’evoluzione della moda con il passare del tempo. Cambiano il taglio dei capelli, la forma dei colletti (sempre candidi), la foggia e il materiale degli abiti (raso, seta o velluto), ma non il colore, sempre rigorosamente nero. Il nero era predominante, perché implicava “sobrietà e modestia. Ma il fatto che fosse di moda non era certo meno importante. Tanto che Van Gogh contò 27 sfumature di nero.

Portrait of a man, 1635, The Rijksmuseum, Amsterdam

I suoi contemporanei dicevano che i soggetti dei suoi ritratti erano così realistici che “sembravano vivere e respirare” sulla tela. E questo è certamente cero per questo ritratto del marcante Isaac Abrahamsz Massa. , Massa era un ricco mercante e diplomatico che trascorse diversi anni in Russia. Era anche un’amico di Hals, che lo ritrae in una posa particolarmente informale e innovativa. Con un gomito sopra lo schienale della sedia, Massa si gira a guardare qualcosa furi dal dipinto, le labbra socchiuse sorpreso nel mezzo di un discorso – immortalato per sempre in un fugace attimo di vita.

Portrait of Isaac Abrahamsz Massa, 1626. Collection Art Gallery Ontario, Toronto.

La pennellata morbida, carica di colore di Hals sembra galleggiare sulla tela, coagulandosi in cascate di spuma che in forma di ampi colletti, si adagiano morbidi sulle sete e sui velluti lucidi dei farsetti dei personaggi dipinti, nei fluttuanti polsini in pizzo che hanno la delicatezza di fiocchi di neve. Non a caso i suoi ritratti hanno l’immediatezza dei quadri di Manet, che dell’olandese ne era un grande ammiratore.

Londra//fino al 30 Gennaio 2022

Frans Hals: The Male Portrait @The Wallace Collection, Londra. #TheMalePortrait

2022 © Paola Cacciari

L’uniforme

È l’antitesi di un abito “alla moda”, ma visto che la indosso tutti i giorni, voglio dedicare un post a lei, all’uniforme. Nel corso dell mia vita ne ho indossate molte, dal camice da promoter nei supermercati bolognesi quando stavo lavorando alla tesi e cercavo di mettere da parte qualche soldo per viaggiare, a quelle delle varie catene di coffee shops in cui ho lavorato durante i miei primi anni a Londra quando vendere panini e caffè ad un branco di avvocati frettolosi era l’unico modo per migliorare i miei ‘listening and speaking skills’.

Poi è venuto il Museo, e nel corso della mia carriera da Gallery Assistant ne ho già cambiate cinque – l’ultima, arancione e blu e disegnata dallo stilista britannico Christopher Raeburn introdotta nel 2017 più moderna e sportiva per la nuova immagine che il museo vuole proiettare all’esterno, ha scatenato una vera e propria tempesta mediatica. Un mondo a parte da quella bianca e nera di prima e tutt’ora indossata da quelli della security che lavorano all’interno delle mostre temporanee, e il cui unico riferimento alla nostra attuale uniforme (e quindi all’unità del brand) è nella cravatta, blu come il cordino a cui è attaccato il pass. Siamo tutti uguali, ma diversi. Soprattutto siamo immediatamente riconoscibili. Almeno questa è l’intenzione, anche se dato il numero di persone che quotidianamente mi chiede “Scusi, ma lei lavora qui?” mi sorge qualche dubbio. Comunque.

La definizione che il vocabolario da’ dell’uniforme è:

abito uguale per tutti coloro che fanno parte di un corpo, di un collegio, di una milizia,

Il termine “divisa” è spesso utilizzato come sinonimo di uniforme, almeno in italiano. In inglese, invece, esiste solo il termine uniform, mentre divisa ha più il significato di livrea.

Sta di fatto che indossare un’uniforme non è mica cosa da poco: una divisa comporta certi doveri (comportarsi in un certo modo, non fare o dire cose che possano screditare l’organizzazione etc etc etc) e nel mio caso, pochi diritti che al contrario di quelle militari che ispirano rispetto e soggezione,  le uniformi del personale civile sembrano essere un invito agli abusi da parte del pubblico. Il personale dei supermercati, i postini e guidatori degli autobus ne sanno qualcosa.

Nella mente di Robert Baden-Powell, il fondatore degli Scouts, “l’uniforme cela tutte le differenze di condizione sociale in un paese e favorisce l’uguaglianza; ma, cosa ancor più importante, copre le differenze di nazionalità e razza e fede, facendo sì che tutti si sentano appartenenti ad un’unica grande fratellanza.”

Per questo stesso motivo in Gran Bretagna le uniformi sono d’obbligo anche nelle scuole dove lo scopo della divisa scolastica è quello di caratterizzare gli studenti appartenenti allo stesso istituto, e contemporaneamente evitare che il vestiario individuale utilizzato possa rendere evidente l’appartenenza degli studenti stessi a classi sociali diverse; o per i partecipanti al torneo di Wimbledon, che devono indossare divise bianche per rispettare una tradizione che risale al 1877 – anche se in questo caso non sono sicura l’idea di fondo si quella dell’uniformità…

Ma anche gli sportivi indossano una divisa, che in inglese si chiama kit– inteso nel senso di attrezzatura vera e propria oltre che di abiti. Ogni disciplina infatti prevede una propria divisa fatta elementi diversi a seconda dello sport praticato; divisa che deve permettere libertà di movimenti, e nel caso degli sport di squadra deve permettere di riconoscere facilmente i propri compagni a distanza. E in questo non molto è cambiato dall’uniforme militare.

Tra poco avremo una divisa nuova. Sarà la mia sesta divisa nei quasi vent’anni anni che ho trascorso al museo. Un nuovo anno. Un nuovo Capo di Dipartimento, un nuovo capitolo della mia Vita da Museo. E incrociamo le dita.

Ma allora sono postmoderna anch’io!

Nella biblioteca del museo mi sono trovata tra le mani il catalogo di una mostra di molti anni fa da titolo Postmodernism: Style and Subversion 1970-1990. Ricordo di essere uscita completamente elettrizzata. E non solo perché la mostra era divertente e interessante, ma perchè per una volta il passato che già passato, non era ancora troppo passato da non ricordalo. Che da figlia della Generazione X quale sono, le cose che stavano lì dentro me le ricordo tutte – o quasi. Sono postmoderna pure io!

Che negli anni Ottanta anch’io ero un’adolescente con la permanente da barboncino  impazzito (bruciacchiata al punto giusto) che se ne andava in giro infagottata in orrendi maglioni oversize con le maniche a raglan, annegata in giacche e giubbotti dalle spalle talmente imbottite da intimidire un giocatore di football americano, piegata sotto il peso di uno dei primi modelli di Walkman creati dalla Sony (così pesante che si vendeva provvisto di un’apposita tracolla!). iPod? Mp3? Spotify? iTunes? Stiamo scherzando?? Mai come negli anni Ottanta è stato così faticoso essere cool

Se per il Modernismo la decorazione era quasi un peccato mortale, per il Postmodernismo è vero il contrario. Quello postmoderno è un mondo effimero, dominato dalla teatralità e dall’esagerazione, un mondo abitato da pop stars androgine come Boy George o Grace Jones, un mondo in cui artificiale e naturale si uniscono come nelle architetture di Philip Johnson o di Hans Hollein che giocano in modo irriverente con i principi architettonici dell’architettura classica. In breve, un mondo che va affrontato con scettiscismo e ironia.

Dopo essermi aggirata per le varie sezioni (i curatori hanno saggiamente deciso di concentrarsi solo sul design, evitando arte e letteratura contemporanee che da sole avrebbero fornito abbastanza materiale per un’altra mostra) mi sono appropriata delle cuffie attaccate al televisore che trasmetteva non stop video di Kraftwerk, Talking Heads, Devo, Visage e altre chicche di MTV, guardata con aria attonita da una moderna adolescente mentre, con le cuffie nelle orecchie, improvvisavo goffe mosse di danza al ritmo dei Culture Club. Che la poverina in questione avrà avuto sedici anni e dubito che sapesse cosa fossero Boy George e la New Romantic Uh!

Ho sostato con reverenza davanti ai costumi di scena di Annie Lennox e di David Byrne, e di quelli di Pris e Rachel, le replicanti di Blade Runner, film che ho visto quando avevo quattordici anni ed ero cotta marcia di Harrison Ford e al cinema ci andavo al pomeriggio.

Ho ammirato il segno del Dollaro di Andy Warhol introduce il soggetto del denaro e la cultura degli yuppies, che io ricordo più per i film di Carlo Vanzina con Massimo Boldi e Cristian de Sica che per la manovra economica di Margaret Thatcher. Mi sono commossa davanti al prototipo della copertina di Closer dei Joy Division, e ho sorriso con tenerezza davanti ai caricaturistici utensili da cucina Alessi e ai mobili assurdi e alle assurde (e bellissime!) ceramiche del Gruppo Memphis di Ettore Sotsass e di Studio Alchymia. Che al contrario del Modernismo, dove la forma segue la funzione, per il Postmodermismo lo stile viene prima di tutto. E non a caso l’Italia e stata una delle prime nazioni ad abbracciare con entusiasmo questo movimento! È davvero una questione di stile, e di quello noi italiani di quello ne abbiamo davvero da vendere… 😉

Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.
Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.

Inutile dire che sono uscita dalla mostra gongolante e con un mega-sorrisone stampato sulla faccia. Che è stato impagabile rivivere quegli anni. E ancora di più è stato farlo senza la permanente bruciata…

2022

Londra//fino al 15 Gennaio 2012

Postmodernism: Style and Subversion 1970 – 1990 @ Victoria and Albert Museum

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Dieci cose che impari dalla vita se sei Carlo I Stuart re d’Inghilterra

Accadde oggi: il #30gennaio 1649 viene decapitato Carlo I Stuart, re d’Inghilterra. 10 cose che dovresti imparare dalla vita quando sei Carlo I Stuart: 1) Gli inglesi sono campioni di understatement e quindi fanno passare persino le rivoluzioni sotto tono. Ma le fanno. E i re li decapitano, prima dei francesi e con gran soddisfazione. […]

Dieci cose che impari dalla vita se sei Carlo I Stuart re d’Inghilterra

UK’s first LGBTQ+ museum to open in London

The Queer Britain team outside the Art Fund building in Kings Cross, London
The Queer Britain team outside the Art Fund building in Kings Cross, London

The Art Fund has announced that the UK’s first national LGBTQ+ museum will open at its London headquarters in 2022.

The project is led by Queer Britain, a charity set up in 2018 to create a space dedicated to telling the stories of the UK’s LGBTQ+ community. Queer Britain, which is leasing the space from the Art Fund, will occupy the ground floor of the building in Kings Cross. This was previously taken by the House of Illustration, which is moving to a larger space.

Queer Britain trustee Lisa Power said: “I’m really excited that Queer Britain is finally going to have a space to show what we can do and that we’re here for all the community, from old lesbian feminist warhorses like me to young queer folk of all genders and ethnicities. Queer Britain aims to tell our many and diverse histories, and now we have a home to do that from.”

The museum will be free to enter and will initially employ about 10 people, ranging from front-of-house, curatorial, design, development and operations roles.

Queer Britain has started collecting objects, which range from costumes, photography, documents and campaigning material. The launch show will contain a mixture of items from its own collection and loans.

Objects already in the collection include Stonewall‘s founding document signed around actor Ian McKellen’s kitchen table; material from the world’s only queer cricket club; and costumes from musician and actor Olly Alexander and Hi-NRG singer Hazell Dean.

The Queer Britain project is funded by patrons, a membership scheme and corporate support from companies such as Levi’s, Coutts and Allen and Overy.

The Art Fund is the national fundraising charity for art. It helps museums to acquire and share works of art across the UK.

The origina article is here 👉 Museum Association

The Second Sleep (Il sonno del mattino) di Robert Harris

Tra gli oggetti in mostra nella nuova sala dedicata al Design del museo in cui lavoro c’è anche il primo Apple iPhone. La spiegazione che lo accompagna lo definisce opportunamente “The phone that changed everything”. E mai cosa è stata più vera.

Touchscreen smartphone iPhone 2007.

Sviluppato da Apple Inc. nel 2005 e lanciato nel 2007, l’iPhone 2G è la prima generazione di iPhone, e quello che farà diventare lo smartphone con la mela uno dei marchi più riconosciuti al mondo. Nonostante non sia affatto stato il primo smartphone, l’iPhone originale ha comunque catturato l’immaginazione del pubblico sulle possibilità di un nuovo tipo di telefono cellulare dotato di dispositivo touchscreen e di connettività Internet. E nel giro di quindici anni grazie (o a causa) di questo design, l’industria della telefonia e il modo in cui affrontiamo la nostra vita quotidiana è cambiato per sempre.

Inutile dire che la cosa mi fa uno strano effetto che il 2007, in fondo, non è poi così lontano. Sono arrivata felicemente all’età di 29 anni anni senza possedere un telefono cellulare, e solo nel 2013 ho ceduto alle lusinghe del touchscreen. Eppure ora fatico a concepire la mia vita senza il mio fedele compagno elettronico. In un solo dispositivo ho a portata di mano il mondo nella sua interezza – giornali, libri, notizie, intrattenimento, musica, opinioni. Non solo: questi pochi grammi di plastica e microchips mi permettono di parlare e vedere in tempo reale la famiglia e gli amici, sopratutto quelli lontani. Tutto questo ha del miracoloso.

Fino ad un certo punto però. A volte mi manca il mio cervello pre-internet. Che tecnologia e social media in molti casi hanno sostituito la memoria e il ragionamento umani e persino i normali rapporti sociali. Lo vedo quando interagisco con la gente al museo, sempre più impaziente, sempre più incentrati su se stessi, e sempre meno abituati (date un’occhiata a questo sito sul museum etiquette per credere…) a rapportarsi in modo civile con un altro essere umano in carne ed ossa che sta davanti a loro e non faccia capolino dallo schermo di un telefono. Inoltre, l’affidarci tanto alla tecnologia ci ha reso terribilmente vulnerabili ai suoi guasti – si tratti della cassa del supermercato o del sistema aeroportuale. Cosa ne sarebbe di noi e della nostra società iper-digitalizzata se all’improvviso la tecnologia dovesse all’improvviso venir meno?

Questa è la domanda che si pone anche Robert Harris in un romanzo dallo strano titolo The Second Sleep, tradotto in italiano letteralmente come “Il secondo sonno” – una frase che sono dovuta andare a cercare su Google (ironia) per capire di cosa si parlasse, che non ne avevo idea. Che pare infatti che li mito delle otto ore filate sia (appunto) un mito moderno, e che i nostri antenati in realtà dormissero in due fasi, inframezzate da una pausa durante la notte in cui si dedicavano allo svolgimento attività richiedenti pace e tranquillità (come leggere, scrivere, pregare, meditare) per poi tornare a dormire. Di certo il fatto che che l’illuminazione elettrica sia un’invenzione piuttosto recente, spiega il perché in passato la gente andasse a letto al calar della notte. Ma cosa c’entra questo con la storia del libro? Presto detto.

Siamo nel 1468. È quasi sera quando un giovane prete, Christopher Fairfax, giunge in un remoto villaggio della regione di Exmoor in Inghilterra per celebrare il funerale del parroco, padre Thomas Lacy, morto una settimana prima. E fin qui niente di strano in un thriller/mistery storico. Ma a mano a mano che si procede con la lettura e si cominciano a notare le incongruenze, ad uno all’improvviso viene da pensare “aspetta un attimo, c’è qualcosa che non va qui”. Che ci fa un parrocchetto nell’Inghilterra medievale? E c’erano davvero orologi a cassa lunga nel XV secolo? Ma è solo quando, nelle ore tra il sonno notturno e quello del mattino, il nostro Fairfax scopre nello studio del prete morto, una vetrina dagli scaffali colmi di bottiglie di plastica, banconote, mattoncini giocattolo – reliquie di un passato perduto diventi conservati contro il volere della Chiesa, che tutto diventa chiaro. E che il XV secolo di Harris non è quello dei abitato dalle rivali famiglie di York e Lancaster che si sono combattuti nella Guerra delle due Rose, ma quello riemerso dopo l’apocalisse che nel 2025 ha posto drammaticamente fine all’era tecnologica che ha condannato l’umanità ad un nuovo Medioevo.

Nelle sue peregrinazioni notturne nello studio del prete ucciso, Fairfax scopre “uno dei congegni usati dagli antichi per comunicare”, contrassegnato dal simbolo di una mela a cui è stato dato un morso.” Uno smartphone, ridotto ad un inutile oggetto di plastica visto che in quel nuovo Medioevo non esiste l’elettricità.

Il sonno del mattino, di Robert Harris (Autore) 
 Annamaria Raffo (Traduttore) Mondadori, 2019

It both made their waste trade possible and rendered them beggars when it failed. Consider waking up one morning entirely destitute, with skills of no longer value or of any used the struggle for life! Their word was based upon imaging – mere castles of vapour , the wind blew: it vanished.

Robert Harris, The Second Sleep

Ecco, appunto.

Spazio 1999

A volte ritornano. Anche i telefilm che ci appassionavano tanto da bambini. Quando meno te lo aspetti il ricordo del passato, fino ad allora sepolto sotto un cumulo di nuovi ricordi, ti si ripresenta davanti, provocandoti le stesse emozioni della madeleine di Proust. Come oggi, per esempio quando, girovagando pigramente tra un canale all’altro del digitale mi sono imbattuta in una replica del mitico Space 1999. O come era arrivato da noi in Italia, Spazio 1999.

La serie televisiva britannica trasmessa dalla televisione tra il 1975 e il 1977 racconta le peripezie dell’equipaggio della Base Lunare Alpha che lottano per sopravvivere in un universo ostile, dopo che un terribile susseguirsi di esplosioni nucleari avevano scagliato la luna fuori dall’orbita terrestre, dispersa per sempre nell’infinità del cosmo. Da noi arrivò nel 1976, trasmessa da Rai 2, che l’aveva cofinanziata.

E se la prima mi era piaciuta molta, è la seconda serie che ricordo di più, quella anglo-statunitense (mi dice Wikipedia…) e non per i mostri, sparatorie e scene romantiche, ma perché c’era Maya. L’ultima superstite di un pianeta distrutto dalle straordinarie sopracciglia che mi ricordavano tanto piccole palline di pongo, Maya diviene parte dell’equipaggio, si fidanza con il comandate Tony e spesso e volentieri si serve dei suoi straordinari poteri di cambiare forma per soccorrere gli altri protagonisti dell’equipaggio. Uh!

Maya (Catherine Schell) Space 1999

Avevo sette anni e la guardavo sulla TV in bianco e nero della nonna, ma non importava. Sognavo di cambiare forma come Maya e magari anche vita, e nel frattempo tormentavo genitori e parenti con la sigla finale del telefilm, che nell’edizione italiana era cantata dal duo Oliver Onions (Guido e Maurizio De Angelis) e si intitolava opportunamente, S.O.S. Spazio 1999“.