Canaletto & the Art of Venice @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

Prima di atterrare in Inghilterra non mi ero mai accorta in pienamente della portata dell’amore che il popolo britannico ha per Giovanni Antonio Canal, meglio noto come Canaletto (1697-1768). Un amore che io condivido dal momento in cui, alle scuole superiori, ho posato gli occhi su una delle sue luminose vedute di Venezia. Poco importa che fosse solo una foto a colori del mio manuale di Storia dell’Arte.

E se la mia passione per Canaletto e il Vedutismo veneziano in genere, non è condivisa dal mio collega (che da veneziano verace non riesce a trattenere un indulgente “Ma non ti piacerà mica quella roba lì??”), lo sarebbe stata certamente dai ricchi aristocratici inglesi che, in visita a Venezia durante l’obbligatorio Grand Tour europeo, volevano portarsi a casa un ricordo della luce dorata della città lagunare. E non essendo ancora stata inventata la fotografia si affidavano a Canaletto.

Sebbene in declino infatti, Venezia continuava ad essera nonostante tutto una tappa obbligatoria nel viaggio verso il completamento dell’educazione di ogni gentiluomo britannico che voleva essere considerato degno di questo nome. Le attrattive certo non mancavano offrendo Venezia, oltre alla sua splendida architettura, molte altre cose tra cui teatri in abbondanza (ne aveva diciannove), Opera, gioco d’azzardo, il Carnevale e splendide cortigiane. Una volta completata (in tutti i modi possibili ed immaginabili) la loro educazione,  questi aristocratici giovinotti  facevano poi ritorno nella terra natia carichi di souvenir del loro viaggio. E se per i più era paccottiglia senza valore, per i più fortunati si trattava di una tela di Canaletto, acquistata quasi certamente dal un diplomatico inglese e mercante d’arte Joseph Smith (1682-1770).

 Canaletto, The Mouth of the Grand Canal looking West towards the Carità, c.1729–30, from a set of 12 paintings of the Grand Canal Credit: Royal Collection Trust

Canaletto, The Mouth of the Grand Canal looking West towards the Carità, c.1729–30, from a set of 12 paintings of the Grand Canal Credit: Royal Collection Trust

Arrivato a Venezia nel 1700 quando aveva appena ventisei anni per lavorare con il banchiere londinese Thomas Williams (allora console britannico in città), Joseph Smith diventa presto mecenate di artisti, collezionista d’arte, banchiere, e punto di riferimento per la comunità inglese a Venezia. Fu lui a convincere Canaletto ad abbandonare i quadri di grandi dimensioni degli inizi e a dipingere gli assolati (e facilmente trasportabili) paradisi urbani popolati da dame in parasole e gondolieri in livrea che tanto piacevano ai giovanotti inglesi impegnati nel Grand Tour.

Il suo palazzo sul Canal Grande, ricco di dipinti e arredato con il meglio sul mercato allora, era il punto d’incontro dei “turisti” inglesi. Sede dell’ambasciata inglese, il palazzo di origine gotiche, fu acquistato da Smith nel 1743, che pote’ finalmente arredarlo secondo il gusto dell’epoca e appendere alle pareti la sua magnifica collezione di quadri. Diventato a sua volta Console britannico a Venezia nel 1744 (incarico che mantiene fino al 1760), Smith svolge anche la funzione di agente ed intermediario tra Canaletto e grandi collezionisti inglesi come il Conte di Fitzwilliam, il Duca di Bedford, il Duca di Leeds e il Conte di Carlisle. Ma l’instabilità politica creata in quegli anni dalla Guerra di successione austriaca (1740–1748) riduce drasticamente il numero dei visitatori britannici a Venezia e di conseguenza i potenziali clienti e pone fine al mercato del Grand Tour. Per sostenere Canaletto nel corso di questi anni di magra, Smith gli commissiona una serie di capricci per la sua collezione ispirati ad edifici di architetti Rinascimento come Jacopo Sansovino e Palladio. Ma alla fine la mancanza di clienti si fa sentire e Canaletto lascia Venezia per Inghilterra, dove si trasferisce nel 1746, sostenuto anche in questo dall’alacre opera di networking dell’infaticabile Joseph Smith.

Canaletto’s ‘The Piazzetta looking towards Santa Maria della Salute’ (c1723-4) illustrates his early style © Royal Collection Trust

Canaletto’s ‘The Piazzetta looking towards Santa Maria della Salute’ (c1723-4) illustrates his early style © Royal Collection Trust

Oltre ad esser l’agente e mecenate di Canaletto, Smith era infatti anche un attento quanto vorace collezionista di pittura veneziana acquisendo opere non solo del famoso Antonio Canal, ma anche dei suo contemporanei come Sebastiano e Marco Ricci, Pietro Longhi e Piazzetta. Ed è questa incredibile collezione, che Smith vende a re Giorgio III nel 1762 per cercare recuperare alcune delle perdite seguite ad un crollo finanziario, che rallegra le pareti della mostra delle The Queen’s Gallery di Buckingham Palace. E visto che la varietà degli interessi del Console non si limitava ai quadri, insieme ai dipinti dei vedutisti, il sovrano britannico entra in possesso di una vasta quantità di splendidi disegni, gemme, monete, cammei, libri e manoscritti. Certo, se paragonati alla triade  del Rinascimento veneziano, Tiziano, Veronese e Tintoretto, i Capricci dei vedutisti, le scene di Pietro Longhi i delicati pastelli di Rosalba Carriera ci sembrano deboli e privi di peso. L’unico in grado di competere con i grandi maestri del passato sarebbe stato Tiepolo, ma per qualche ragione a noi sconosciuta, nel corso della sua vita Joseph Smith non acquistò neppure una sua opera.

 Caneletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice Canaletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice Credit: Royal Collection Trust


Caneletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice
Canaletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice Credit: Royal Collection Trust

Dal canto mio, devo dire che i disegni di Canaletto per me sono la vera rivelazione. È una parte della sua produzione artistica che non conoscevo affatto e sono davvero bellissimi. La sua capacità di disegnare è incredibile, il suo controllo della linea è una delizia così come la delicatezza del tratto che usa per descrivere gli edifici, le figure e l’acqua.

In quanto vedutista, Canaletto operava al di fuori della tradizione pittoria rinascimentale che considerava l’importanza dei pittori secondo il soggetti in cui erano specializzati, con la pittura di storia, quella religiosa e mitologica all’apice, e la pittura di genere e le vedute in fondo. Ma proprio quel loro essere seduti sul gradino più basso della piramide sociale e artistica, permise ad artisti come Canaletto di dedicarsi a ciò che volevano – anche se per Canaletto questo significò essere nominato socio dell’Accademia Veneziana di Pittura e Scultura solo nel 1763, cinque anni prima della sua morte.

Certo con Canaletto quando si parla di vedute non si parla di esattezza, che in fondo il veneziano ha imparato il mestiere da suo padre Bernardo che dipingeva fondali per i numerosi teatri della città lagunare, e nonostante i suoi quadri sembrino topograficamente esatti fino all’ultimo mattone, in realtà da provetto disegnatore teatrale qual’era, il nostro Antonio Canal  non esitava a manipolare la composizione e la prospettiva, spostando edifici e interi tratti di canali per creare una più vista gradevole o per soddisfare le richieste di qualche puntiglioso cliente

oman views by Canaletto at Canaletto & the Art of Venice Credit: Geoff Pugh

Roman views by Canaletto at Canaletto & the Art of Venice Credit: Geoff Pugh

Tornato a Venezia nel 1756/57, Canaletto torna a dipingire Capricci, un tema che aveva già affrontato in gioventù. Accenna alla decadenza della città, muri scrostati, mattoni esposti e vegetazione tra le crepe e che pende da colonne. Ma anche così, la sua è una Venezia da cartolina, vista con gli occhi dell’accorto mercante veneziano, fatta per compiacere i turisti di allora come le cartoline lo fanno con quelli moderni. Ma in fondo, che c’è di male nel volersi portare a cara una fetta di bellezza?

 

Londra// fino al 12 Novembre 2017

Canaletto & the Art of Venice

The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

royalcollection.org.uk

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Gli acquerelli di Singer Sargent

Ah John Singer Sargent! L’americano che amava l’Europa e che dipingeva luminosi ritratti di ricchi aristocratici, attori e socialites della bell’époque con quella sua tecnica levigata dalla pennellata ricca di colore acceso! Quanto lo amo!

Nato a Firenze nel 1856, figlio di un noto chirurgo di Philadelphia che avrebbe preferito per il figlio qualcosa di meno capriccioso di una carriera artistica,  John Singer Sargent (1856-1925) si trasferisce precispitosamente in Inghilterra da Parigi nel 1884, quando lo scandalo suscitato dal suo provocante ritratto di Madame X (l’ereditiera Virginie Gautreau ritratta con lo scandaloso abito nero) rischia quasi di stroncare la sua carriera – aiutato in questo da un altro anglofilo convinto, lo scrittore Henry James.

Ma Sargent  aveva però un’altra passione oltre al suo lavoro di gettonatissimo ritrattista: l’acquerello. E di acquerelli questa mostra della Dulwich Picture Gallery ne mostra una quantità industriale e di qualità altissima – una testimonianza della continua ed inossidabile devozione del pittore statunitense a questa tecnica.

Detail of John Singer Sargent’s The Lady with the Umbrella (1911) Credit: Museum de Montserrat. Donated by J. Sala Ardiz. Image © Dani Rovira

Sargent torna sullo stesso soggetto ripetutamete , soprattutto quando si tratta di Venezia, citta’ che ama alla follia e dove torna ogni autunno per 15 anni e che dipinge in tutti i modi possibili e immaginabili con una devozione che rasenta l’ossessione. La sua Venezia dipinta dalla prospettiva ondeggiante di una gondola, cambia in continuazionecome la realtà di Pirandello.

John Singer Sargent’s The Church of Santa Maria della Salute, Venice (c1904-09). Photograph: Catarina Gomes Ferreira/Calouste Gulbenkian Foundation, Lisbon

Il senso di libertà che deve aver provato al di fuori delle costrizioni della ritrattistica su commissione è palpabile cosi come l’influenza della fotografia. Si concentra sui primi piani, inquadrando la sua composizione proprio come un fotografo con la sua macchina fotografica. E così quando dipinge l’enorme statua del Nettuno della mia Bologna finisce con l’ignorare in modo pressoche completo la statua bronzea del Gigante e del suo tridente per concentrarsi invece sirene e sui delfini che stanno alla base della fontana.

John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection

John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection

Nei suoi acquerelli miriadi di persone sono impegnate a vivere la loro vita – operai, amici, soldati, famigliari: tutti sono dipinti con la stessa democratica brillantezza. E questa è la nota che colpisce di più: in un Europa sempre più divisa della lotte di classe, lo sguardo di Sargent va a posarsi su si soggetti immuni da tutto questo come i soldati al fronte per esempio, o i paesaggi alpini.

Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge

Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge

Poi la Prima Guerra Mondiale arriva a porre fine all’avventura Sargent nel Vecchio Continente. L’americano non farà mai più ritorno nella sua amata Europa: nel panorama artistico del dopoguerra, dominato dalle Avanguardie di Picasso e Matisse, semplicemente non c’era più posto per lui. #SingerSangent

Londra//fino all’8 Ottobre 2017

al Dulwich Picture Gallery

http://www.dulwichpicturegallery.org.uk

 

L’altra metà dei Communards

“Excuse me Miss, could you telle me where is the Lecture Theatre? I’m givig a talk tonight and I’m a bit lost…” mi chiede sorridente il corpulento vicario anglicano entrato insieme ad un paio di compagni alla Reception del Museo. Quel viso mi è famigliare (quella fossetta… quel sorriso… dove li ho già visti??) ma il nome non mi dice nulla (io con i nomi sono un disastro) ed è solo quando una signora molto emozionata mi mostra a fine serata il libro autografato che mi si accende la lampadina e mi esce una risatina incredula. Che mi era appena capitato di incontrare l’altra metà (quella strumentale) di The Communards!Uh!

Che gli ex-adolescenti degli anni Ottanta che come me sono cresciuti con una dieta di MTV e VideoMusic non possono non ricordare tormentoni come Don’t Leave Me This Way (1986), Never Can Say Goodbye (1987) e l’esuberante falsetto di Jimmy Somerville. Conosciutisi nei Bronsky Beat, Sommerville (che mio cugino chiamava Fagiolino) e Coles decidono di formare The Communards. Ma sebbene molto più alto e talentuoso di Sommerville, Richard Coles non era tagliato per le luci della ribalta e nel 1990, mentre decide cosa fare “da grande” trova (o ri-trova) la fede e decide che forse studiare teologia gli si addice di più che fare la pop star. Si laurea al King’s College di Londra, prende i voti et voilà! Entri il Reverendo Richard Coles, giornalista, scrittore e presentatore del popolarissimo programma radiofonisco domenicale Saturday Live in onda sulla BBC Radio 4 (il suo twitter account @RevRichardColes  ha oltre 139,000 followers), e dal 2005 sacerdote anglicano e responsabile, insieme al suo compagno David (anch’egli vicario anglicano) delle anime dei parrocchiani del piccolo villaggio di Finedon, nel Northamptonshire una regione delle Midlands Orientali, dove due dei suoi antenati già fossero Vicari nel XVII secolo.

Per me che sono crescita in un paese come l’Italia, dove la vita è ancora dominata dal tradizionalismo polveroso della Chiesa cattolica e dove le unioni civili sono ancora considerate con sospetto, quando non sono apertamente ostracizzate, l’immagine di un sacredote ex-musicista pop apertamente gay e felicemente in coppia nella sicurezza dell’unione civile, è davvero una ventata di aria fresca.

Se questo non bastava, ora il Reverendo è uno dei partecipanti alla versione inglese di Ballando con le stelle, che qui si chiama Strictly Come Dancing. Inutile dire che il reverendo irriverente è già il mio preferito, nonostante il suo disatroso Cha Cha Cha… ! 🙂

Gite fuori porta: Cambridge

Cambridge non ha bisogno di presentazioni che forse solo un marziano non ha sentito nominare almeno di passaggio questa deliziosa città universitaria situata nella parte orientale dell’Inghilterra, ad un centinaio di km a nord-est di Londra e bagnata dal fiume Cam. Con Oxford è la sede di una delle università tra le più antiche e prestigiose al mondo (anche se non antica quanto l’Alma Mater Studiorun di Bologna – scusate, non ho resistito… 😉 ).

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Inutile dire che l’aspetto della città è determinato dalla presenza dell’Università e gli edifici in stile gotico perpendicolare abbondano. I colleges cominciarono a svilupparsi a partire dalla fine del XIII sec. Il primo fu Peterhouse costruito nel XIII-XV secolo, seguito dal Pembroke College e il Gonville and Caius College entrambi del XIV secolo, con aggiunte successive; il Christ’s College e il St. John’s College furono invece costruiti nel XVI secolo, insieme al Magdalene College nato nel 1428 come ostello benedettino prima di essere rifondato nel 1542 come parte dell’Università di Cambridge. L’allievo più celebre del college è il mio adorato Samuel Pepys, diarista e londinese i cui scritti e libri furono donati al college dopo la sua morte e che oggi sono conservati nella Pepys Library, all’interno del college stesso. Il Magdalene è conosciuto per lo stile tradizionalista, che include la cena a lume di candela nella hall tutte le sere ed il fatto di essere stato l’ultimo college di Oxbridge ad ammettere le donne nel 1988. Uh!

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

St John’s College Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Il famosissimo King’s College, la cui bellissima cappella (se si può chiamare così una chiesa delle dimensioni quasi di una cattedrale gotica…) costruita tra il  1446 e il 1515  e decorata da magnifiche vetrate e dall’altrettanto magnifica volta a ventaglio tipica del gotico inglese, dove alla vigilia di Natale si tengono il famoso coro del King’s College canta i Christmas Carols, i canti di Natale.

 King's College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017

King’s College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017

Il complesso del Trinity College, fondato da Enrico VIII nel 1546 ospita la splendida biblioteca costruita da Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral a Londra per intenderci) tra il 1676-95. Le scaffalature contenenti i libri sono disposte in file perpendicolari alle pareti e sono decorate da meravigliosi intagli lignei del magico scultore e intagliatore Grinling Gibbons e sono coronate da busti in gesso di famosi scrittori di ogni epoca.

Una delle attività predilette di turisti e locali è il punting. Il punt è una imbarcazione a fondo piatto con la prua squadrata, nata come barca da carico o piattaforma per la pesca con l’amo da utilizzare su piccoli fiumi dalle acque poco profonde. Essendo la pesca o il trasporto di carichi diventati obsoleti, queste barche sono ora utilizzate per piacevoli escursioni sul fiume Cam – da cui il verbo “punting”. Il “punter” dal canto suo è il palo che, spinto contro il fondale del fiume, permette alla barca di avanzare – una sorta di gondoliere d’acqua dolce insomma anche se Wikipedia fa attenzione ad informarci che “Questo tipo di imbarcazione non deve essere confusa con una gondola che, oltre ad essere strutturalmente diversa, è azionata da un remo piuttosto che da un palo.”

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Ma solo dopo aver riempito la pancia con un sostanzioso e saporito pub-lunch (Cambridge abbonda di pub caratteristici come The Eagle, uno dei più antichi della città) ci si può prender d’assalto il bellissimo Fitzwilliam Museum, la cui collezione e’ cresciuta attorno al nucleo originario della biblioteca del musicologo e collezionista Richard Fitzwilliam, che nel 1816 ne fece dono all’università e che ospita importantissime raccolte di manoscritti, pitture e antichità e la cui visita (credetemi) vi può portare via gran parte della giornata…

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

 

La banda dei brocchi (The Rotters Club) di Jonathan Coe

L’Inghilterra degli anni Settanta non doveva essere una passeggiata. Mia suocera non la rimpiange affatto e la mia dolce metà fa di tutto per dimenticare che c’era, anche se allora era appena un bambino delle elementari. Un’epoca di sconvolgimenti sociali e dure lotte politiche, dominata da un nazionalismo imperante, da un razzismo endemico e dagli attentati dell’Ira sullo sfondo della musica dei Sex Pistols. Un mondo senza Facebook o Twitter, senza tablet e smartphones che non conosceva lo yougurt e in cui nessuno sapeva pronuciare la parola baguette (non parliamo poi di comprarne una!) e in cui gli spaghetti alla bolognese erano ancora un cibo estremamente esotico. Ed e’ in questi anni cupi e difficili che si svolge uno dei libri migliori di Jonathan Cose, The Rotters’ Club (tradotto in italiano con La banda dei brocchi, un titolo che rende l’idea…)

Benjamin Trotter, Sean Harding, Douglas Anderton e Philip Chase sono quartetto di adolescenti che frequenta un liceo elitario di Birmingham, il classico tipo di scuola che preleva giovani intelligenti della classe operaia e della piccola borghesia catapultandoli in una classe sociale completamente diversa da quella dei loro genitori. E mentre i ragazzi sono destinati a carriere importanti, i genitori rimangono impantanati nel loro mondo di matrimoni sciovinisti, scontri sindacali, guerre di classe e di razza e ignoranza culturale – un mare in tempesta cercano di destreggiarsi, con alterne fortune, i quattro ragazzi cercano di destreggiarsi come possono tra disagi adolescenziali, primi amori più o meno (in)felici tra loro e le ragazze della vicina scuola femminile, il giornale scolastico, i circoli studenteschi e tanta, tantissima musica. Una galleria di personaggi spettacolare su cui spicca la figura di Benjamin Trotter, Ben, adolescente genialoide e un po’ “sfigato” per cui e’ difficile non provare un’immediata simpatia.

Bologna loves Hamburg via The Beatles

Una recensione (questa volta in inglese) di una mostra sui Beatles nella mia Bologna. Astrid Kirchherr with the Beatles, a Palazzo Favae’ davvero da non perdere. Qui nella recencesione di Flaneur in Bologna 🙂 Buona lettura!

Flaneur in Bologna

It was impossible not to sing along this afternoon while Stefanie Hempel, beautiful low voice, cheerful interpretation and ukulele, was tuning Here comes the sun and With a little help from my friend at Palazzo Fava. The german singer was a special gift for the first day of Astrid Kirchherr with the Beatles, by Genus Bononiae and Ono Arte Contemporanea, an exhibition for all of those who have a little Dear Prudence, Blackbird or Lucy in the sky gently tattooed in their hearts.

1. AHDN_FabFour_Press LOWcredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO ASTRID KIRCHHERR 

I’m one of them and I was also one of the many improvised Beatles’ scholars. When I was 17 I spent a couple of weeks eagerly reading their biography, with that typical sting of pain for not having been there. And among the many “there” of the history of the Beatles there’s Hamburg.

7. The Beatles, Hugo Haase, 1960 LOW REScredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO…

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Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)

Omaggio a Jane Austen

“È cosa universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.”

Così inizia uno dei romanzi più famosi della storia della letteratura inglese. Scritto nel 1796 con il titolo di Prime Impressioni, ma pubblicato nella sua forma originale solo nel 1813, Orgoglio e Pregiudizio è ancora oggi, a due secoli di distanza, uno tra i libri più richiesti nelle biblioteche di tutto il mondo. E mentre il mondo letterario si accinge a commemorare il bicentenario della morte di colei che lo scrisse con mostre, conferenze, itinerari e spettacoli, la domanda sorge spontanea: perché a distanza di due secoli leggiamo ancora Jane Austen?

La domanda è lecita. Walter Scott sarebbe certamente caduto nell’oblio se non fosse stato per l’aiuto dei periodici remake cinematografici e televisivi di Ivanhoe. Ma la Austen sarebbe arrivata a noi anche senza la serie televisiva della BBC (quella del 1995 per intenderci) e la camicia bagnata di Colin Firth. Jane Austen è la sola ad avere società a lei dedicate, fan club, website forum e persino un festival, il Jane Austen Festival a Bath.  Al Jane Austen centre di Bath si possono comprare tazze, souvenir, borse e spillette con I Love Mr Darcy e le  Jane Austen Society si moltiplicano ai due lati dell’Atlantico. Per non parlare dei libri a lei dedicati, tanto in inglese che in traduzione – dai ricettari alla serie di polizieschi di Stephanie Barron, Le indagini di Jane Austen. Lost in Austen non è solo una una serie televisiva britannica del 2008 realizzata per il canale ITV  (in cui la protagonista entrando nel bagno di casa sua ci trova la sua eroina preferita, Elizabeth Bennet e le due finiscono con con lo scambiarsi di posto e d secolo), ma un libro-gioco interattivo che permette ai partecipanti di vestire i panni della stessa Lizzie (almeno per qualche ora) e di scegliere il finale che si vuole.

Quando si spense il 18 Luglio 1817, Jane Austen (1775-1817) aveva solo quarantuno anni e al suo attivo sei romanzi che, a due secoli dalla sua morte, continuano ad affascinare lettori di tutte le età: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813), Mansfield Park (1814), Emma (1815) e L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803) e Persuasione (Persuasion) entrambi pubblicati postumi nel 1818.

Tra questi, Orgoglio e Pregiudizio è certamente il mio preferito, con la sua solare eroina, Elizabeth Bennet, la sua graffiante satira sociale, una galleria di personaggi indimenticabili ed uno degli incipit più accattivanti della storia della letteratura inglese. E pensare che quando lo lessi per la prima volta mi lasciò piuttosto indifferente: lo trovai troppo leggero e frivolo, ed io ero un’adolescente. E un’adolescente vuole sensazioni forti, vuole gli eroi romantici di Foscolo e Goethe: il piccolo mondo di provincia di Jane Austen mi sembrava davvero troppo quieto. Ma il Sublime a lungo andare stanca, e da adulti le vicende amorose di un gruppo di fanciulle nell’Inghilterra della Reggenza, raccontate con ironia e una punta di cinismo, sono un toccasana contro l’eccesso di sensazioni forti fornito quotidianamente dalla vita. I romanzi di Jane Austen sono come gli interni creati da Robert Adams, il grande architetto del Neoclassicismo britannico: straordinariamente carichi di dettagli, eppure perfettamente bilanciati. E continuo a rileggerli, quando ho bisogno di trovare quella pace e leggerezza che talvolta il pragmatismo della vita “reale” mi nega.  E visto l’esercito dei suo fedeli ammiratori, non sembro essere la sola a pensarla così…

Ma questo romanzo tanto amato nasce in un periodo particolarmente infelice per la nostra scrittrice, quello compreso tra il 1796 e il 1797, un periodo in che vede la morte del promesso sposo dell’adorata sorella Cassandra, un lutto da cui non si riprenderà mai più, mentre la stessa Jane si trova a dover far fronte al profondo sentimento che prova per Tom Lefroy – che nella versione cinematografica ha il bel viso di James McAvoy. E allora si butta a capofitto nella creazione di qualcosa di divertente e che allo stesso tempo le massaggi l’anima. Un mondo in cui il lieto fine è assicurato e in cui tutti “vissero felici e contenti”. Persino lei. Come biasimarla? Chi non avrebbe fatto lo stesso?

Orgoglio e Pregiudizio fu pubblicato in modo anonimo, semplicemente sotto il nome di “a Lady”. Che all’inizio del XIX secolo scrivere romanzi era ancora un’occupazione disdicevole per uno scrittore serio. Se poi a farlo era una donna si rasentava lo scandalo. Tanto che la sua lapide nella cattedrale di Winchester la descrive come “figlia” e come “cristiana”, ma non menziona i suoi romanzi. Cosa che indusse il  sacrestano della cattedrale a chiedere ad uno dei numerosi visitatori della tomba chi era la signora in questione e cosa avesse fatto di tanto particolare da attirare tanta attenzione – come racconta il nipote James Edward Austen-Leigh nella biografia della zia Jane.

Jane Austen non scrive di guerre o di politica, ma di “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” e per gran parte del romanzo i discorsi dei personaggi femminili ruota attorno a banalità (balli, nastri, cappellini) e la sua unica concessione agli eventi storici contemporanei è la presenza a Brighton delle uniformi rosse dei reggimenti della Milizia, impegnati nelle guerre napoleoniche. Ma pare impensabile che sebbene la sua vita protetta la Austen non avesse notizia di quanto accadeva nel mondo. Le sue non sono tragedie, ma commedie, popolate da giovani eroine in cerca del principe azzurro e da eroi giovani, belli e ricchi in cerca di una moglie, dove i buoni sono premiati, i cattivi sono puniti (anche se mai troppo duramente), nessuno muore e tutti vissero felici e contenti. E poco importa se questi personaggi siano solo abbozzati: non sapremo mai quello che Darcy dice a Bingley a per dissuaderlo dallo sposare la sorella di Lizzie, Jane, o di cosa dice a Wickham per costringerlo a sposare quella testa calda di Lydia o cosa Lizzie ha risposto a Darcy quando ha accettato di sposarlo. Le loro vicende, le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, sono senza tempo e il genio di Jane Austen è l’essersi accorta che nulla è più divertente della gente comune. E di averlo fatto molto prima dell’avvento dei reality show della televisione.

240px-Jane_Austen_coloured_versionÈ un mondo in bilico tra due secoli quello dell’Inghilterra della Reggenza, in cui la vecchia aristocrazia deve con riluttanza fare posto a quella ricca borghesia a cui appartiene la stessa Jane. Una classe nuova incarnata dalla famiglia Bennet, fatta di parroci di campagna, banchieri e avvocati, la cui recente ricchezza e le cui aspirazioni sociali sono guardate con sdegno dai rappresentanti della grande aristocrazia terriera a cui appartenevano Darcy e sua zia, Lady Catherine de Bourgh.  È un mondo dominato dal denaro e dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove con un buon matrimonio si possono ottenere sia denaro che status. Al giorno d’oggi sposarsi è una scelta che si può fare o no; ma in passato – un passato ancora piuttosto recente a pensarci bene – era l’unico destino biologicamente e socialmente accettabile per una donna: il suo futuro, il suo posto in società, la sue occupazioni, le sue amicizie dipendevano esclusivamente dalla sua capacità di assicurarsi un marito. Lungi dall’essere solo un gioco romantico, il matrimonio era una vera e propria necessità economica. Questo era vero soprattutto per le figlie femmine, che non potevano ereditare i beni di famiglia e che in assenza di eredi maschi, si ritrovavano alla mercé degli eventi (o dei parenti), il che spiega l’ansia di Mrs Bennet di sistemare quanto prima le sue cinque figlie femmine. Lo scopre anche Jane Austen in prima persona quando, nel 1805, alla morte del padre, il pastore anglicano George Austen, la nostra eroina si ritrova senza una casa e senza denaro, costretta a vivere con la madre e la sorella Cassandra a carico dei fratelli, sballotattata da una casa all’altra come un pacco.

 

Nata a Steventon nello Hampshire, ultima di sette figli di un pastore anglicano, Jane Austen non ha avuto una vita facile e nonostante sia riuscita a guadagnarsi da vivere con la sua penna, sa benissimo che

“Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà – il che costituisce un argomento molto forte in favore del matrimonio”

come scrive nel 1817 alla nipote Fanny Knight. Argomento questo, di cui Elizabeth Bennet è consapevole quando rifiuta la mano del ridicolo Mr Collins, preferendo il rischio del nubilato a quello del passare la vita con il marito sbagliato: un atto coraggioso per una donna senza mezzi come lei. Ma Mr Collins, che è determinato a sposarsi e non è schizzinoso, ripiega prontamente su Charlotte Lucas; e lei, che è una donna pratica e sa che ventisette anni, scialba e senza una buona dote non può aspettarsi nulla di meglio, lo accetta.

Jane Austen aveva la stessa età di Charlotte quando nel 1802 riceve una proposta di matrimonio dall’amico di famiglia Harris Bigg-Wither, bruttino e con un marcato difetto di pronuncia. Proposta che lei dapprima accetta, ma che poi rifiuta. Nella vita come nella letteratura, anche Jane non scende a compromessi. Ma al contrario del suo alter ego Lizzy, che conquista il cuore del bel Darcy, l’unico uomo amato dalla Austen, il giovane irlandese Tom Lefroy, si fece persuadere dalla zia a rinunciare a lei (che non aveva status, o una dote abbastanza ricca per compensare l’assenza del primo) e a tornare quietamente in Irlanda, dove sposa un’ereditiera e diventa un brillante avvocato. Jane aveva capito e l’aveva acettato, che il suo non era il mondo delle sorelle Brönte in cui l’amore trionfa su tutto e bellezza e virtù compensano la mancanza di denaro o l’appartenenza alla classe sociale sbagliata. Ma ne aveva sofferto, e non si sposò mai, preferendo l’affetto della famiglia e degli amici ad una sicurezza economica mercenaria. Idee, queste, a dir poco rivoluzionarie per l’inizio del XIX secolo: non sorprende che la critica degli anni Settanta abbia visto in Jane Austen una femminista ante litteram!

Scrive di gioie quotidiane Jane Austen, ma sa tutto della pena dell’amore deluso, del non essere abbastanza bella, ricca, giovane e dell’essere fuori dagli schemi: è tutto lì nelle sue storie, insieme alle gioie e ai dolori delle relazioni familiari, all’ironia e alla leggerezza. E poiché lascia spazio alla fantasia del lettore, generazioni diverse hanno potuto di immaginarsi nei panni dei suoi personaggi. Perché cambiano gli abiti e il linguaggio, ma la commedia umana, con i suoi desideri e paure, speranze e meschinità e inaspettati atti di  generoso altruismo, quella è la sempre la stessa.

 

2017. By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Bibliografia:

Jane Austen: A Life, Claire Tomalin. Knopf, 1997.

Jane Austen’s Letters, edited by Deirdre Le Faye. Oxford University Press, 1995.

Susannah Carson, A Truth Universally Acknowledged: 33 Great Writers on Why We Read Jane Austen, Penguin, 2009.

Jane and Her Gentlemen, Audrey Hawkridge. Peter Owen Publishers, 2000

Pride and Prejudice, Jane Austen. Penguin, 1996.

 

Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale) di Margaret Atwood

In un mondo devastato dall’inquinamento e da malattie sessualmente trasmissibili, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario basato sul controllo del corpo femminile. In questo regime autocartico, alle donne sono stati tolti tutti i diritti – incluso quello di un nome proprio. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Galaad: portare a termine il suo destino biologico e garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare.  Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.

Quella di Margaret Atwood è un’energica satira che si scaglia contro i regimi totalitari, ma anche contro una società meschinamente puritana come quella americana. Pubblicato nel 1985, Il racconto dell’ancella (titolo originale “The Handmaid’s Tale”) non potrebbe essere più attuale. E non solo alla luce del recente accordo fatto da Theresa May con il partito del DUP (partito unionista nord-irlandese, populista di destra  contrario all’aborto e ai matrimoni gay) per darle una maggioranza e sostenere il suo governo – una “mazzetta” come è stata definita dai più costata un miliardo di sterline. Una terribile ipocrisia da parte della May che, alla vigilia delle elezioni aveva detto ad un’infermiera dell’NHS, il servizio sanitario britannico che (come me e tutti quelli del settore pubblico) non riceve un aumento di stipendio da anni “i soldi non crescono sugli alberi”.

Ma anche e soprattutto alla luce della svolta repressiva del governo di Donald Trump negli Stati Uniti, dove questo libro è ambientato – un governo che negli altimi mesi ha visto la demonizzazione dell’islamismo andare di pari passo con una serie di proposte di legge volte a rendere più difficile l’aborto in alcuni stati americani come l’Ohio dove un gruppo di donne  vestite con i lunghi mantelli rossi e l’ampia cuffia bianca indossate da donne come DiFred la protagoniosta di questo romanzo distopico della Atwood  (da cui è stata tratta l’omonima serie televisiva in onda proprio al momento su Channel 4, ma che però in Italia non è ancora arrivata), hanno invaso il Parlamento dell’Ohio e del Texas per una protesta silenziosa. Come dire, a volte il silenzio vale piú di mille parole.

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Un gruppo di attiviste entrate nel Parlamento dell’Ohio per contestare la legge statale – il Senate Bill 145 – con cui si vorrebbero introdurrebbe restrizioni per l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nel secondo trimestre

Le mostre da vedere in Italia in estate

Dal blog Storie dell’Arte, alcune delle mostre da non perdere quest’Estate nel Bel Paese. Spero di riuscirne a vedere qualcuna anch’io! 🙂

La lista delle mostre da non perdere. Tutte quelle da non perdere in questo elenco realizzato da Caterina autrice dell’art blog TheARTpostBlog.com. Tutte le mostre da vedere Labirinti… storiedellarte.com – il blog degli storici dell’arte

via Estate 2017: le mostre da vedere — storiedellarte.com