Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca.

“L’Italia è fatta, gli italiani quasi.” Così si apre l’ntroduzione alla prima edizione di Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca (1920-2011). Apparso nel 1962, il libro fu accolto dalla stampa moderata alla stregua di un libello rivoluzionario in quanto osava parlar male dei ricchi e potenti del paese, prendendosi gioco allo stesso tempo dei valori della borghesia dell’epoca, in bilico tra demagogia e populismo.

“Ciò che non riuscì al papa-re dei guelfi, all’imperatore-messia dell’Alighieri, al principe macchiavellico, alla burocrazia piemontese di Cavour e ai federali di Mussolini sta riuscendo alla civiltà dei consumi e al suo oracolo televisivo: tra non molto gli italiani, popolo compatto, avranno usi, costumi e ideali identici dalle Alpi alla Sicilia, vestiranno penseranno, mangeranno, si divertiranno tutti alla stessa maniera, dettata e imposta dal video.”

Il boom economico arriva in Borsa tra il 1959 e il 1960. Speculatori d’Europa e d’America scoprono che i titoli italiani costano poco e rendono molto. L’Italia e’ da poco entrata nel Mercato Comune Europeo e tra il 1955 e il 1963 un’ondata di euforia attraversa il Paese. E fu proprio la rapidità con cui questi i cambiamenti socio-economici si verificarono, che si gridò al “miracolo economico”. Un miracolo che pur trasformando radicalmente lo stile di vita degli italiani (almeno di una parte), fece sì che il paese non riusci’ tutavia a risolvere i fondamentali problemi che si portava dietro da prima della guerra, tra cui le differenze tra nord e sud. La ricchezza si concentra soprattutto al Nord, nel cosiddetto “triangolo industriale” formato da Milano, Torino e Genova, città che attirano flussi di disoccupati dal meridione (essi stessi divisi da profonde differenze culturali) e vedono in pochi anni la loro popolazione quasi raddoppiare. Inutile dire che lo shock culturale è fortissimo. Per la prima volta gli italiani si incontrano tra loro e non si piacciono.

Dire che l’Italia degli anni Sessanta è una nazione profondamente nuova è inadeguato. Il miracolo italiano è avvenuto a ritmo talmente serrato da dare le vertigini: l’artigiano diventa imprenditore, piovono i miliardi, ma la gente è troppo occupata a fare soldi e a moltiplicare le cose che hanno per chiedersi il perché queste “cose” siano improvvisamente diventate una necessità, perlomeno su quella scala.

“Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste”

Sembra il mantra di Gordon Gekko nel film del 1987 Wall Streetma questa frase di Giorgio  Bocca (riferita non a New York, ma a Vigevano) è ancora adesso attualissima quando si pensa al nostro Centro-Nord, alle distese infinite di brutti capannoni che sfregiano con la loro bruttura le campagne di Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. Tutto questo non è una novita’: le avvisaglie di questa trasformazione erano già in atto allora e Bocca lo aveva notato, mentre si gli altri si coprivano gli occhi e si turavano le orecchie davanti alla mancanza di un’ideologia, di una fede, di una prospettiva sociale di qualche tipo.

Il fatto è che, come osserva Bocca, nell’italia ghettizzata del dopoguerra, dove ognuno stava al suo posto e dove un piccolo borghese non avrebbe mai messo piede a Cortina o Portofino, il miracolo economico degli anni Sessanta aveva portato una fluidità di classe dapprima impensabile. Quella in atto era una vera e propria rivoluzione che stava mescolando le classi e la storia in modo irreversibile.

“Non riuscimmo a vedere bene quali moltiplicatori di disordine e degradazione sociale stavano mettendosi in moto e come avremmo poi pagato duramente i comodi e le disinvolture del capitalismo assistito, della partitocrazia , la saturazione del consumismo di massa, i pericoli della scuola di massa.”

Tra gli indici di più diffuso benessere, la crescita dell’industria automobilistica e l’aumento di consumi legati agli elettrodomestici. Le automobili ed elettrodomestici si moltiplicano con essi cambia lo stile di vita, gli interni delle case (in particolare la cucina), il modo di vestirsi e di mangiare, persino di parlare che in questi anni si attua lo spostamente della lingua dall’uso del dialetto a quello dell’Italiano. Anche la famiglia si modifica e con esso  i rapporti generazionali. I giovani degli anni Sessanta godono di una maggiore indipendenza economica e libertà di scelta dapprima impensabile.

Nasce l’idea del tempo libero (il week-end), la gente va in vacanza e le code in autostrada delle famiglie operaie che si mettono in marcia tutte insieme alla chiusura delle grandi fabbriche, sembravano “cortei trionfali”. Oltre alla televisione, è l’automobile che diventa il simbolo di questo nuovo benessere. Mio padre aveva una Fiat Cinquecento e si sentiva un re.

Il Vittorio Gassman de Il Sorpasso è la personificazione del “miracolo” italiano: il borghese fanfarone dalla vitalità debordante che nasconde (o cerca di farlo) con l’esuberanza un vuoto della vita e paura del futuro. Girato del 1962, lo stesso anno in cui Giorgio Bocca scrive il suo Miracolo all’italiana, il film descrive un’Italia al culmine della ricchezza dove macchine veloci, spiagge affollate, locali pieni di musica e di gente che balla sfrenataente diventano il simbolo di una vita finta, quella della borghesia arricchitasi con il miracolo italiano, un’esistenza effimera che si schianterà duramente sul muro degli anni di piombo della decade successiva.

E mentre leggevo, mi veniva da chiedermi che è successo a quel patto sociale da cui tutto ciò aveva avuto origine alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che vedeva un equilibrio di fondo tra capitalismo e democrazia e stato sociale. Il processo che aveva permesso il raggiungimento di tale benessere si è spezzato: il giocattolo del miracolo si è rotto e nessuno sa come riaggiustarlo. Certo la classe politica non sa che pesci pigliare, e questo accade non solo in Italia, ma anche in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, tutte nazioni in quel diritto inossidabile alla scelta che è il voto politico, si è ridotto ad uno sfogo rabbioso di quella parte di popolazione che si è sentita rapinata del proprio futuro.

2019 ©Paola Cacciari

L’Italia del miracolo economico (1958-1963) Alberto Saibene https://www.doppiozero.com/materiali/made-in/l-italia-del-miracolo-economico-1958-1963

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La Casa del Futuro al Design Museum

C’è una scena ne  Il ragazzo di campagna del 1984 in cui Renato Pozzetto alias Artemio, decide di lasciare il piccolo paese lombardo in cui è nato e ha sempre vissuto, per cercare fortuna a Milano. Nella metropoli trova alloggio in un fin troppo moderno monolocale in cui lo spazio è razionalizzato all’ennesima potenza: pareti scorrevoli trasformano l’angolo cottura in bagno o in zona giorno, il tavolo ribaltabile con tovaglia al metro e sedie pieghevoli e rientranti.  Un po’ come la Total Furnishing Unit, l’unità abitativa compatta progettata da Joe Colombo nel 1972, dove si poteva vivere in soli 28 metri quadrati esposta al Design Museum, parte della mostra Home Futures.

Che se il problema dello spazio è esistito da quando la Rivoluzione Industriale aveva fatto accorrere le masse contadine a cercare lavoro nelle fabbriche tessili nella Gran Bretagna del Settecento, non è mai stato così pressante come nel nostro secolo. E come sarà la casa del futuro è un interrogativo che gli architetti e i designer si sono posti sin dal tempo della Russia post-rivoluzionaria, quando El Lissitzky tenta di progettare appartamenti compatti per i lavoratori sovietici, con letti aerodinamici modello pre-Le Corbusier. E come dimenticare i mobili ultramoderni di Villa Arpel, quelli creati per il film francese del 1950 Mon Oncle di Jacques Tati, a cui fanno eco quelli contemporanei dell’Ideal Home del 1956, la casa del “futuro” in cui tutto è automatizzato, abitata da una coppia moderna il cui momento chiave della giornata è quello di far apparire il tavolo della sala da pranzo premendo un bottone.

 Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.
Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.

Stupiti? Non dovreste. Che il dopoguerra portò con sé oltre ad un supersonico boom economico, anche un incontrollato sviluppo edilizio e un’altrettanto incontrollata crescita delle città. E non solo in Italia. Per un breve momento  infatti, tra gli anni Sessanta e Settanta, sembrava che il sogno della casa automatizzata, razionale e futuristica fosse lì per lì per realizzarsi. Nel futuro immaginato dagli architetti più progressisti, le abitazioni non sarebbero state più in materiali statici come mattoni e cemento, ma fatte di membrane di plastica trasparenti, facilmente trasportabili ovunque e trasformabili in pratici spazi casa/lavoro con vista a 360◦ sul proprio giardino preferito come quelle progettate da Hans Hollein.

Hans Hollein in his transparent Mobile Office, 1969. Photograph: Gino Molin-Pradl, Copyright: Private Archive Hollein

Ma come spesso accade, tra il dire e il c’è di mezzo il mare che in questo caso (a parte la scomodità di dover avere sempre a portata di mano un compressore per gonfiare la bolla una volta arrivati in giardino…), si è materializzato sotto forma della crisi del petrolio del 1973. Che saranno anche stati futuristici, ma questi progetti presumevano infatti illimitate forniture di energia a basso costo per riscaldare e raffreddare questi i rifugi mobili. La bolla è scoppiata e la moda architettonica lasciò così il posto al Postmodernismo, uno stile che non pretendeva di cambiare il mondo o la vita delle persone, ma solo di intrattenerli e tenerli al caldo e al coperto. E la dura realtà per gli architetti è accettare che la casa del futuro è sorprendentemente simile a quella del passato, certo più confortevole ed ecologica, ma sempre fatta da pareti soffitti, cucine, camere da letto etc etc.

ome Futures exhibition at the Design Museum, London

In breve, la storia si ripete e il sogno degli architetti di costruire case aperte, organiche, economiche e sostenibili, si è rivelato ancora una volta (appunto) un sogno e che la maggioranza dei comuni mortali in ogni grande città, deve accontentarsi di quello che trova.

A volte l’ottimismo senza fiato viene temperato dall’ironia, come nel caso dell’architettura radicale del gruppo italiano Archizoom Associati che nel 1970 con la loro No Stop City propongono non una città migliore, ma una città adeguata ai bisogni della nuova modernità, dove il design prevale sull’architettura e dove progetti provvisori e fluidi prevalgono su quelli tradizionali, e  in cui i nomadi moderni possono vivere senza oggetti o definire la loro casa come meglio preferiscono.

A universal grid that would allow all humans to live a nomadic life. Supersurface was a speculative proposal for a universal grid that would allow people to live without objects or the need to work, in a state of permanent nomadism. Credit | Superstudio, Supersurface: The Happy Island, 1971. Image: The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Resta da vedersi se questo futuro sia da considerarsi una cosa buona o meno. Già negli anni Venti, i film di Sergei Eisenstein mostrano un mondo dalle case trasparenti, che accese negli architetti contemporanei la passione per le strutture fatte di vetro, dove la perdita della privacy e le possibilità di sorveglianza diventano una spaventosa realtà  nella Russia di Stalin. Ma l’idea della casa di vetro non è poi tanto surreale anche nella nostra società, che  quelle in cui viviamo saranno anche di pietra, ma le case sono divenate trasparenti come la bolla di Hollen (citare Stalin mi pareva esagerato…) da quando internet è entrato nelle nostre vite. L’idea della condivisione dell’essere connessi 24 ore su 24 ha reso l’idea stessa della privacy intrinsecamente fluida, trasformandola in qualcosa con cui non siamo interamente a nostro agio. Almeno io non lo sono.

Allo stesso tempo, un altro problema si pone agli abitanti delle città moderne, vale a dire trovare un luogo decente in cui vivere. Senza di questo è irrilevante considerare un progetto di doccia mobile (sebbene quella progettata da Ettore Sotsass, gridi all’ottimismo e all’ironia) se non c’è lo spazio in cui muoverla… Mi sembra che la tecnologia non faccia altro che sostituire spazio fisico con quello digitale: intere librerie possono stare in un kindle, mentre per CD e DVD ci sono iTunes e le chiavi usb. Che il bisogno di spazio sta diventando un problema pressante non solo a Londra, ma nel resto della vecchia Inghilterra e sempre più palazzoni a più piani con appartamente non più grandi dei Khrushchyovka russi degli anni Sessanta che si sostituiscono alle tradizionali villette a schiera con giardinetto. E la chiamano modernità… :/

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 24 Marzo 2019

Home Futures @ Design Museum

designmuseum.org

Londra celebra Renzo Piano

Ho sempre avuto un debole per Renzo Piano (nato a Genova nel 1937), da quando molti anni fa mi sono trovata adammirare le forme allo stesso tempo razionali e surreali di quello strano e incredibile edificio a forma di nave che ospita il NEMO di Amsterdam, il Museo di Scienza e Tecnologia più grande d’Olanda. E non a caso, che in fondo il nostro Renzo nazionale è colui che nel 1971 insieme all’italo britannico Richard Rogers  ha dato vita al controverso Centro nazionale d’arte e di cultura Georges Pompidou a Parigi.

Ma per chi come me abita a Londra, è lo Shard ad essere diventato uno degli edifici più iconici dell’architetto genovese, nonchè uno dei punti di riferimento più riconoscibili della Capitale.

Renzo Piano Building Workshop, The Shard, London Bridge Tower and London Bridge Place, London, 2012.
Renzo Piano Building Workshop, The Shard, London Bridge Tower and London Bridge Place, London, 2012.

Disegnato da Piano nel 2012, questa torre di forma triangolare che prende il nome dalle otto “schegge di vetro” inclinate che costituiscono le facciate dell’edificio, è stato progettato per accomodare vari usi: uffici alla base della piramide, dove i livelli sono più grandi, con ristoranti e hotel nel centro, e appartamenti privati e una galleria panoramica in cima di l’edificio dove la sua forma è più stretta. Ma, come ha dimostarato l’esempio del Beaubourg di Parigi, l’edificio è anche e soprattutto un esempio di come un progetto può essere un catalizzatore per il cambiamento. Il suo completamento infatti, ha promosso la riqualificazione della stazione ferroviaria di London Bridge  e dell’area circostante.

Richard Rogers (left) and Renzo Piano pose in front of the Pompidou Center in 2017. Credit MARTIN BUREAUAFPAFPGetty Images
Richard Rogers (left) and Renzo Piano pose in front of the Pompidou Center in 2017. Credit MARTIN BUREAUAFPAFPGetty Images

Ed ora la Royal Academy (RA) di Londra celebra gli oltre 50 anni di carriera dell’architetto genovese (personalmente odio il termine archistar) con una grande mostra, Renzo Piano: The Art of Making Buildings.

La retrospettiva include materiali d’archivio rari, modelli, fotografie e disegni, il tutto a svelare la metodologia di lavoro dell’architetto e il suo approccio al design ‘pezzo per pezzo’, dove ogni dettaglio viene testato con prototipi a grandezza naturale per verificare come appariranno alla vista e al tatto.

Renzo Piano

Gli edifici del nostro Renzo nazionale sono spesso molto diversi tra loro, e il suo portfolio include oltre al suddetto Centre Pompidou e a grattacieli, teatri, musei e gallerie d’arte (Whitney Museum of American Art, 2007-15), un terminal aeroportuale simile a un aliante su un’isola artificiale nella baia di Osaka (Aeroporto Internazionale del Kansai, 1988-94) la nuova sede del New York Times e le sale da concerto dell’Auditorium Parco della Musica di Roma (1994-2002) – edifici molto diversi tra loro che tuttavia hanno in comune il loro essere leggeri e ariosi, con facciate di vetro che riflettono il cielo e sembrano essere fatti per riflettere il blu del Mediterraneo ma che indipendentemente dalla loro posizione geografica, finiscono inevitabilmente per definire la città che li ospita. Il vetro extra bianco utilizzato conferisce all’edificio una leggerezza e riflette il cielo che cambia intorno ad esso.

Renzo Piano Building Workshop, Sketch of the California Academy of Sciences, 2009.
Renzo Piano Building Workshop, Sketch of the California Academy of Sciences, 2009.

Negli edifici di Piano non ci sono significati nascosti: fatti di vetro, aria e luce, fanno, esattamente  ciò per cui sono progettati. Grattacieli e musei sembrano levitare da terra su colonne impossibilmente delicate; Piano è famoso per l’eleganza e la raffinatezza delle sue creazioni e il suo impiego di materiali hi-tech come il vetro e l’acciaio, ma che tuttavia appaiono sfidare la gravità, e sembrano ergersi senza sforzo sugli edifici circostanti

© Rpbw, Renzo Piano Building Workshop
© Rpbw, Renzo Piano Building Workshop

ll genio creativo e progettistico di Piano è fuori discussione e da genovese purosangue già sta progettando un sostituto per il ponte dell’autostrada crollato il 14 Agosto scorso a Genova causando una catastrofe di dimensioni mai viste prima.

Ma per chi come me non è del mestiere e ama  l’architettura come arte e non comprende le abbondanti informazioni tecniche e contestuali che accompagnano ogni progetto, gli oggetti più interessanti sono gli schizzi a mano dei progetti stessi: fogli caoticamente ordinati, dove una selva di linee disegnate a mano libera in pennarello verde scuro con tratti ordinati di evidenziatore giallo, costituisce l’inizio di ciò che sarà.

Avrebbe potuto essere più chiaro per facilitare la comprensione ai profani come me, ma la mostra è comunque un incredibile viaggio nella mente di uno dei più straordinari architetti del nostro secolo. Un genio, un artista e in ultimo, un costruttore di bellezza. 

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 20 Gennaio 2019

Renzo Piano: The Art of Making Buildings

Royal Academy

#5libri .. e qualcosa in più sulla Grande Guerra

Oggi in Italia si celebra il Centenario dell’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale. E allora vi segnalo questo post di Tatiana Larina con una cascata di romanzi tutti da leggere sull’argomento del primo conflitto mondiale. Buona lettura! 🙂

Parla della Russia

4 novembre 1918. Come si fa a festeggiare una vittoria come quella dell’Italia nella Grande Guerra? Si può festeggiare la fine della guerra, la rottura di un fronte che ha dilaniato il continente e il mondo, il tentativo di ritorno ad una normalità, ma no, la vittoria proprio no.

Una vittoria che proprio all’Italia costò una delle più sanguinose disfatte della nostra storia, Caporetto, e che per tutti i paesi coinvolti ha significato un bagno di sangue mai visto prima, la sperimentazione di armi di distruzione di massa (le armi chimiche), il coinvolgimento di milioni di civili, la devastazione di intere nazioni.

E poi cosa c’è da festeggiare in una guerra che ha gettato i semi di una follia ancora duratura per l’Europa e per il mondo? Come suonano strani i nome di Rommel e Badoglio qui… eppure a Caporetto c’erano loro.

Gli scrittori che il quel periodo hanno vissuto…

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La grande Russia portatile

L’ho letto in pochi giorni questo Parla Della Russia, il libretto “portatile” di Paolo Nori e ci sto ancora rimuginando sopra. Una prosa facile, un amore vero quello di Nori per la Russia e per l’Italia (o forse sarebbe meglio dire per l’Emilia) tanti, tantissimi spunti di riflessione. Grazie, grazie e grazie ancora a voi di Parla della Russia per un altro prezioso consiglio letterario. Mi avete fatto scoprire un conterraneo che non conoscevo.

Parla della Russia

Paolo Nori continua la lunga tradizione italiana degli studiosi di russo e come spesso capita in questi casi (russo-slavisti, arabisti, germanofili, ecc), il loro non sembra un lavoro ma una vera missione: diffondere il più possibile non solo la letteratura, ma la cultura, le peculiarità, le forze e le debolezze di un mondo.

E questo pare fare Nori. La Grande Russia Portatile non è testo strutturato; è una raccolta di pensieri che lo scrittore riporta e condivide sulla Russia. Badate bene, non sulla Russia in assoluto, ma sulla SUA Russia, sulla Russia che lui ha conosciuto, visitato, vissuto. La Russia che gli ha conquistato il cuore.

Nori parte cercando di raccontare cosa la lingua russa abbia rappresentato per lui e finisce per dire quello che è la Russia per tutti noi. Anche per chi (come me) in Russia non ha mai messo piede, ma si nutre di letteratura russa, anzi…

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Quo vadis baby? di Grazia verasani

Ogni tanto mi viene l’ansia. Arriva così inattesa, e mi toglie il respiro. Ed è in certi momenti che devo uscire di casa. Come se stare fuori risolvesse il casino che ho dentro. Il mio collega astrologo direbbe che devo dare spazio ad un Marte irrequieto; mio padre direbbe semplicemente che ho il fuoco sotto i piedi, come mia madre prima che la sua malattia se la portasse via.

Quando sono Londra mi rifugio ad Hyde Park, ma a Bologna faccio lunghe passeggiate per il centro. Passo davanti ai fantasmi di negozi che ricordo bene e che ora non ci sono più come Schiavio Stoppani in via Clavature e mi fermo davanti alla libreria di libri usati in via Oberdan che un tempo ospitava lo storico negozio di dischi Nannucci. E mi sento una straniera in patria. O semplicemente molto vecchia.

Non credo che nelle altre città sia sia diverso. E che mi sembra che a Bologna la differenza si noti di più che negli altri posti. Che come dice Grazia Verasani nel suo stupendo libro Quo Vadis Baby? 

Bologna era un posto in cui succedevano un sacco di cose e tutto sembrava sempre funzionare.’

Ora non più. A che punto della storia il meccanismo si e inceppato?

2018 © Paola Cacciari

A Londra è l’ora del Campari

Quando a Londra entro in un coffee shop e chiedo un caffè, devo specificare che tipo: voglio un semplice espresso (singolo o doppio?), un espresso macchiato (caldo o freddo?), un cappuccino o un (caffè) latte? La scelta pare infinita e se non specifico il barista in questione è probabile che mi prepari un bicchierone di caffè americano. A meno che il barista non sia italiano. In questo caso, sentendo l’accento nostrano pronunciare le schioccanti consonanti doppie di “espreSSo”, e la parola “caffè” con l’accento sulla “e”, sorride e senza aggiungere altro mi mette davanti una tazzina fumante contenente pochi millilitri di liquido nero e profumato. That’s it. Non occorre altro. Allo stesso modo quando a Bologna chiedo un “bitter” al bar sotto casa di mio padre, il barista estrae dal frigo una bottiglietta triangolare colma di un liquido rosso rubino dal sapore amarognolo. Che di bitter c’è solo lui, il Campari.

Quello che non sapevo (o meglio, che mi sono mai posta il problema di sapere, come accede con tante cose con cui si cresce e che si danno per scontate) è fu il futurista Fortunato Depero a creare l’iconica bottiglietta conica a “calice rovesciato” del Campari Soda, lanciata sul mercato nel 1932 e tuttora in commercio (l’equivalente italiano della bottiglia della Coca-Cola… ). All’epoca il suo design, così semplice ed essenziale, con la scritta in rilievo sul vetro della bottiglietta (che rendeva obsoleta l’etichetta), era rivoluzionario. Ancora oggi rimane un punto di riferimento essenziale per il design.

Fondata a Milano nel 1860 da Gaspare Campari, che avviò nella città lombarda una distilleria, seguita    dall’apertura del Caffè Camparino, nell’elegante Galleria Vittorio Emanuele II, la società inizia la sua avventura internalionale grazie al figlio di Gaspare, Davide. Alla morte del fondatore, infatti, la gestione dell’azienda, già allora nota per il suo Bitter, passa a uno dei suoi cinque figli, Davide Campari, che nel 1896 cambia la denominazione in Gaspare Campari – Fratelli Campari Successori, iniziando a vendere la bevanda di famiglia, prima in tutta Italia e poi nel resto del mondo.

Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Questo nuovo prodotto, fabbricato dall’uomo e non soggetto ai capricci della natura come il vino, e completamente slegato dalla tradizione culturale del passto, rendeva il Campari Soda la bevanda ideale per un paese giovane come l’Italia ( che era stata unificata solo sette anni prima). E la rendeva perfetta anche per la nuova arte di pubblicità di massa.

Le prime campagne pubblicitarie, create all’inizio del Novecento, impiegano artisti come il triestino Marcello Dudovich (1878-1962) o il tedesco Adolf Hohenstein (1854-1928), associano il Campari con il glamour e la solare raffinatezza della borghesia della Belle Époque con i loro eleganti poster ispirati alla Seccessione Viennese.

Lo stile cambia drammaticamente con l’arrivo nel 1926 del suddetto Fortunato Depero (1892-1960). Lo stile di Depero, fatto di immagini astratte monotone, motivi tribali, slogan e figure stilizzate, così particolare e immediatamente riconoscibile, fa del pittore futurista l’esponente più entusiasta di questa nuova unione di arte, design e commercio. Ma Depero non fu l’unico artista che credere che l’arte del futuro sarebbe stata in gran parte fatta di pubblicità, a creare poster per la ditta Campari, come ci racconta The Art of Campari questa piccola e deliziosa mostra della Estorick Collection of Modern Italia Art.

Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Nel corso della sua storia, il marchio di fabbrica della ditta Campari è stato più volte modificato, anche sostanzialmente nel corso del XX secolo, seguendo i capricci e le evoluzioni del linguaggio grafico e dello stile del momento, collaborando con gli artisti d’avanguardia come commissionato alcune delle opere di design più innovative prodotte nell’Italia moderna come Marcello Nizzoli, Bruno Munari  e Ugo Nespolo e promuovendo allo stesso tempo le nuove tendenze dell’arte moderna italiana tra un pubblico sempre vasto.

Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Tutto ciò sotto il naso del regime fascista di Mussolini. Inizialmente, la visione del dittatore riecheggiò con i futuristi, ma le cose finiscono lì. Come mostrano gli allegri poster di Depero, il tentativo di Mussolini di imporre ad artisti e designer le sue richieste per un’arte che riflettesse l’immagine dell’Italia cattolica, agricola e familiare voluta dai Patti Lateranensi del 1929 furono allegramente ignorati e le pubblicità continuarono come prima. Pare che  pubblicitari avessero più libertà di espressione nell’Italia fascista, di quanto non accada nella moderna Gran Bretagna. Succede.

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 16 Settembre 2018

The Art of Campari
Estorick Collection of Modern Italian Art, London
www.estorickcollection.com

Asterix & Obelix al servizio di Sua Maestà

Quando ero piccola nulla mi dava più piacere dell’andare dal giornalaio e spendere i soldi della mia paghetta settimanale nell’ultimo volume della mia serie di fumetti preferita. Preferita oltre a Topolino, s’intende… Che oltre ai fumetti di Walt Disney sono cresciuta leggendo le avventure di Asterix e del suo inseparabile compagno d’avventura Obelix, i due galli piccolo villaggio gallico in Armorica (l’odierna Bretagna – grazie Wikipedia!) che resiste ostinatamente alla conquista delle legioni di Cesare grazie all’aiuto della pozione magica che rende invincibili preparata dal druido Panoramix.

Asterix, Obelix and Dogmatix created by René Goscinny © 2018 LES EDITIONS ALBERT RENE/GOSCINNY-UDERZO
Asterix, Obelix and Dogmatix created by René Goscinny © 2018 LES EDITIONS ALBERT RENE/GOSCINNY-UDERZO

Ma ammetto di non essermi mai chiesta da dove venissero René Goscinny e Albert Uderzo, rispettivamente (l’autore dei testi e l’autore dei disegni dei miei galli preferiti – anche se dubito che la questione della provenienza geografica e religiosa sarebbe stata di grande interesse per qualsiasi bambino tra i sette e i dieci anni. Certamente non lo era per me. E così ho impiegato altri 30 anni per scoprire che i creatori del gallo più famoso dal tempo di Vercingetorice, diventato la leggenda nazionale francese, erano entrambi immigrati.

Sebbene fosse nato a Parigi René Goscinny (1926-1977) crebbe in Argentina, dove i suoi genitori, una coppia di emigranti polacchi di religione ebraica, si trasferirono quando era piccolo, ragion per cui questa deliziosa mostra dal titolo Astérix in Britain: The Life and Work of René Goscinny si trova al Jewish Museum, il museo ebraico di Londra.

Ma l’essere emigrati in Sud America non impedi’ ai Goscinny di mantenere stretti legami con la Francia, facendo studiare i figli nelle scuole francesi e tornando in patria ogni volta che se ne presenta l’occasione.  Le cose cambiano con morte del padre per un’emorragia cerebrale. Costretto a trovare lavoro come aiuto contabile, il giovane René trova presto la sua vocazione (sara’ stata la disperazione di un lavoro cosi’ poco creativo?) e cambia mestiere e diventa apprendista disegnatore in una agenzia pubblicitaria, prima di trasferirsi con la madre a New York nel 1945 presso uno zio. Per evitare il servizio militare con l’esercito statunitense, nel 1946 René torna in Francia dove si arruola nell’esercito francese. Neanche a dirlo, qui viene nominato disegnatore ufficiale del reggimento, lavorando a illustrazioni e poster per l’esercito.

French comic book artists Albert Uderzo, left, and René Goscinny present models of the characters of Asterix during a reception at the Maxim’s restaurant in Paris before the release
French comic book artists Albert Uderzo (L) and René Goscinny present models of the characters of Asterix during a reception at the Maxim’s restaurant in Paris before the release of the cartoon, on November 16, 1967. / AFP PHOTO / –

 

L’unica cosa che René Goscinny voleva fare era diventare umorista e far ridere la gente. E  visto che la sua povera conoscenza dell’inglese gli impediva di farlo negli Stati Uniti, il nostro eroe segue il consiglio di due disegnatori europei emigrati negli USA, Gillain e Morris, che gli suggeriscono di dedicarsi ai fumetti e nel 1951 lo presentano a Georges Troisfontaines, direttore di una agenzia stampa in Belgio, che all’epoca era l’El Dorado della strip (presente Hergé e Tin Tin?). E fu al suo ritorno in Europa che incontrò per la prima volta Albert Uderzo (nato 1927), nato in Francia da genitori erano italiani. Tra i due nasce una grande amicizia e, tra una risata, una sigaretta e un bicchiere di pastis nel 1959  creano Asterix. Indomito, caparbio, dal grande cuore e dal robusto appetito Asterix incarna da subito i tratti del francese medio. Anche se devo dire che le divertenti avventure di Asterix & C.  e dei loro nemici-amici romani, mi ricordano tanto quelle di Don Camillo e Peppone nel nostro dopoguerra…

Ma per me le sorprese non sono finite, che non sapevo che un altro dei miei beniamini Lucky Luke il pistolero che spara più velocemente della sua ombra e dei suoi inseparabili alleati, il cavallo Jolly Jumper, intelligente quanto sarcastico e il cane Rantanplan, il cui nome nasce come parodia Rin Tin Tin ma che al contrario del pastore tedesco della Tv è “il cane più scemo del mondo”.

Lucky Luke and his clever horse Jolly Jumper
Lucky Luke and his clever horse Jolly Jumper

2018 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 30 Settembre 2018

Astérix in Britain: The Life and Work of René Goscinny @Jewish Museum,  Camden Town

www.jewishmuseum.org.uk

 

Back in time: Modern Talking – You’re My Heart, You’re My Soul

Alzi la mano chi si ricorda dei Modern Talking il duo tedesco composto da Dieter Bohlen e Thomas Anders. Non molti? Suvvia, almeno voi ex adolescenti degli anni Ottanta non fingete, che questo You’re My Heart, You’re My Soul e’ stato il tormentone dell’estate 1984! 🙂 I capelli alle Charlie’s Angels poi sono notevoli! 🙂

Al Victoria & Albert Museum una grande mostra sull’età d’oro dei transatlantici.

Ah, il fascino delle navi da crociera! Alzi la mano chi appartiene alla mia generazione e non ricorda Love Boat la serie televisiva americana ambientata su una nave da crociera, trasmessa da noi su Canale 5  negli anni Ottanta, con il suo equipaggio più simile ad un gruppo di colonnisti della posta del cuore?

Ma i transatlantici al centro della mostra del Victoria and Albert Museum, dal tirolo Ocean Liners: Speed and Style, sono gli antenati delle torreggianti navi da crociera dei nostri giorni, quelle città galleggianti che trasportano oltre 6000 passeggeri e che oscurano con la loro spaventosa mole la Giudecca e rovinano le delicate pietre di Venezia. Il povero Ruskin sarebbe devastato al pensiero…

Ma il transatlatlico più famoso è certamente quello che è andato a fondo, il Titanic affondato durante il suo viaggio inaugurale al largo delle coste della Groenlandia. Ma qui al museo il focus è sugli altri transatlantici, quelli che sono sopravvissuti ai ghiacci e alla Seconda Guerra Mondiale e che sono diventati il simbolo di un’epoca di ottimismo, progresso ed eleganza.

Come l’inglese Queen Mary per esempio (1936), o il francese Normandie (1935), o il tedesco Bremen (1928) – anche se, naturalmente, non poteva mancare il relitto del Titanic, lo stesso che (in forma di replica) figura nella tragica scena del naufragio a cui si aggrappano Kate Winslet e Leonardo di Caprio del filmone di James Cameron…

 The Queen Mary ocean liner Credit: V&A
The Queen Mary ocean liner Credit: V&A

Quando il mare era l’unica strada per andare da un continente all’altro, il transatlantico era l’unico mezzo di trasporto capace di solcare gli oceani e di raggiungere parti remote del mondo. Ma viaggiare per mare era una faccenda scomoda e affollata e nessuno avrebbe affrontato la lunga traversata transoceanica a meno che non fosse stato assolutamente necessario. Compito delle nuove compagnie di bandiera era far cambiare idea alla gente e, visto il successo ottenuto, direi ci riuscirono in pieno! Non a caso che l’epoca d’oro dei transatlantici coincide con quella della grafica, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Accattivanti campagne di marketing che offrivano spazi personalizzati alla portata di tutte le tasche, promuovono un’idea del viaggiare per mare che va oltre alla questione  puramente pratica in breve attraversare l’oceano non è più solo una questione pratica, ma anche e soprattutto un piacere.

Tra le due guerre Gremania, Francia ed inghilterra competono per la supremazia europea  e queste vere e proprie città galleggianti divennero potenti simboli del progresso e della modernità del XX secolo. E ogni anno si disputavano la Blue Riband, il premio per la nave più veloce ad attraversare l’Atlantico. Inutile dire che conquistarla era un onore patriottico, oltre che una manna per la reputazione

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Chi viaggiava per mare si sentiva speciale e le compagnie di navigazione facevano in modo che questo i passeggeri non lo dimenticassero mai. Ogni aspetto del viaggio – dal momento della prenotazione, all’arrivo a destinazione – era perso attentamente in considerazione e ed era volto a promuovere un’idea di lusso ed eleganza dapprima inesistente. Questo lusso aveva lo scopo di attirate i passeggeri più ricchi in un momento in cui, negli anni Venti del Novecento, gli stati uniti avevano imposto restrizioni all’immigrazione e non essendo più necessario tanto spazio per trasportare  bagagli, parte della stiva poté essere trasformata in cabine – la cosidetta classe turistica. Sale da ballo, piscine, negozi: a bordo ogni desiderio era esaudito. Chi se lo poteva permettere, poteva portare a bordo cameriere e maggiordomi, animali, automobili e tutto il bagaglio che poteva portare con sé (come fece l’ex re Edoardo VIII che si imbarcò con la moglie Wallis Simpson sul SS United States portandosi appresso un centinaio di valige). Le navi più grandi come la Queen Mary erano persino dotate di cappelle  cattoliche o protestanti, o di sinagoghe a seconda delle necessità.

Queste navi erano disegnate in moda da creare una serie di “momenti” nella giornata dei passeggeri. E nulla era più importante della “grande descent” durante la quale le signore eleganti scendevano in modo teatrale dalla scalinata che portava alla sala da pranzo e potevano così sfoggiavano i loro abiti. Questo momento divenne cosi importante che elaborate scalinate divennero un elemento fisso dell’architettura degli interni dei transatlantici – tanto la la loro assenza, soprattutto in una nave come la Queen Mary fece esclamare al fotografo Cecil Beaton che i progettisti britannici non avevano preso in considerazione i bisogni delle loro clienti! Che la moda a bordo era una cosa importante, e molti passeggeri (uomini e donne) ordinavano abiti nuovi per l’occasione, come quello splendido di Christian Dior indossato da Marlene Dietrich a bordo della Queen Mary diretta a New York nel 1950.

Ma L’eleganza non era limitata agli abiti: gli interni erano vere e proprie opere d’arte: se il salone di prima classe del Normandie decorato in stile Art Decó, con un gigantesco pannello in metallo dorato con figure a rilievo dell’artista Jean Dunand era il massimo dell’eleganza, la sala da pranzo di prima classe  dell’italiana Conte Grande aveva mobili disegnati da Giò Ponti.

 

Ma lungi dall’essere solo un luogo di lusso ed eleganza, questi giganti del mare si rivelarono cruciali per il trasporto delle truppe americane in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale (e rimpatriarle alla fine) e di emigranti in fuga dall’Europa in guerra e dalle persecuzioni naziste, o che andavano in cerca di una vita migliore nel nuovo continente. La Queen Mary in particolare era la nave più rappresentativa della marina britannica e durante la guerra Hitler arrivò ad offrire 250.000 sterline al sottomarino che l’avesse affondata. ma grazie alla sua stazza e alla sua velocità la nave era inaffondabile. su di lei furono perse alcune delle decisioni più importanti per il destino della guerra: era per Churchill il quartier generare marittimo, l’equivalente del Cabinet War Rooms di Londra.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita. E non si può lasciare la mostra senza provare una certa nostalgia per un periodo senza controlli di sicurezza ad ogni angolo e aerei perennemente in ritardo e cui viaggiare era una cosa più certamente più lenta, ma infinitamente più  elegante.

Londra// fino al 17 Giugno 2018

Ocean Liners: Speed and Style @ Victoria and Albert Museum

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2018 ©Paola Cacciari