Back in time: Matia Bazar – Ti Sento

Ti Sento fu un grandissimo successo internazionale dei Matia Bazar, con versioni in spagnolo ed inglese, intitolate rispettivamente Te siento e I Feel You. Per me rimarra’ sempre un pezzo da brivido, con la straordinaria voce da soprano leggero di Antonella Ruggiero che sale sempre piu’ in alto mentre chiede con tono di sfida “Mi ami o no?”. Bellissima!

Matia Bazar – Ti Sento (Official Music Video, ©1985)

Annunci

A Londra la passione, il potere e la politica nell’Opera.

Opera che passione! Ma anche potere e politica, come racconta la mostra del Victoria and Albert Museum. Perché un’opera è tutt’e  e tre queste cose e forse anche di più. Certamente, è dramma allo stato puro fatto musica.

Ma come descrivere un’opera? E soprattutto, come farci sopra una mostra? Ma se vogliamo, lo stesso problema era sorto con mostre precedenti come David Bowie Is, Savage Beauty: Alexander McQueen e Pink Floyd: Their Mortal Remains, perche le mostre “teatrali” sono tra le cose in cui il mio adorato Victoria and Albert Museum eccelle. E anche in quest’occasione non si è smentito, e dalla collaborazione del museo londinese con la Royal Opera House (con la consulenza del mitico Maestro Antonio Pappano e del direttore uscente Kasper Holten), il risultato è questa magnifica Opera, Passion, Power and Politics.

Sì perché l’opera non è solo musica cantata a squarciagola da signore voluttuose o da tenori sovrappeso (che da quando l’opera è trasmessa in diretta nei cinema anche i cantanti sono selezionati in base alle loro qualità fisiche, non solo vocali, come ben sa Lisette Oropesa, la soprano cubano-americana, che è stata costretta ad una dieta ferrea quando ha capito che stava perdendo i ruoli a causa del suo peso), ma come tutte le arti è il frutto di un particolare momento storico, sociale e culturale.

Opera Exhibition photography, 26th September 2017

Ma quale scegliere? Da dove cominciare? Allestire una mostra completa sulla storia dell’opera sarebbe stato impossibile, e allora la curatrice Kate Bailey ha deciso di concentrarsi su sette prime teatrali in sette città europee diverse che, nel corso di quattrocento anni, ben rappresentavano un periodo storico e sociale particolarmente significativo. E così si va dalla Venezia di Monteverdi, con l’Incoronazione di Poppea del 1642 simbolo della decadenza e della corruzione della società veneziana, alla Londra di Handel, all’avanguardia per i macchianari di scena e dove Rinaldo nel 1711 causò furore in quanto cantato in italiano; la Vienna di Mozart, con le Nozze di Figaro, la prima opera tipicamente illuminista che porta in scena gente comune, per arrivare alla Milano risorgimentale di Verdi con il suo magnifico Nabucco del 1842. La Parigi di Napoleone III che nel 1861 vede la prima del Tannhäuser di Wagner era una città in grande trasformazione, mentre la Dresda pre-espressionista di Richard Strauss che nel 1905 vede la prima di Salome, era sinonimo di modernità e rivoluzione sessuale per le donne. La Leningrado in cui di Šostakovič mette in scena  del 1934 la sua tragica Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, è simbolo della censura e dell’oppressione del regime di Stalin.

Opera Passion, Power and Politics installation - Fratelli d’Italia Matthias Schaller 2005–17

Opera Passion, Power and Politics installation – Fratelli d’Italia Matthias Schaller 2005–17

Il tutto raccontato attraverso scenografie, schizzi, strumenti musicali, spartiti, costumi, dipinti, fotografie e sculture.  E così si va dai costumi di scena disegnati da Salvador Dalì per la produzione di Salome del 1949, ai dipinti di Manet, Degas, al pianoforte di Mozart e lo spartito originale del Nabucco di Verdi, in prestito dall’Archivio Storico Ricordi di Milano, il tutto accompagnato da installazioni video e audio e lighting design, e naturalmente da tanta tantissima, musica. Che non si può parlare di opera senza lasciar parlare la musica e grazie a cuffie bluetooth è possibile ascoltare le arie più belle che ci accompagnano in questo viaggio nel tempo e nello spazio da una città all’altra, da un secolo a un altro (Pur ti miro, Lascia ch’io pianga, Va pensiero etc).  E sfido anche il cuore più arido e menefreghista a non sentirsi almeno un po’ patriottico con il ‘Va pensiero‘ di Verdi, eseguito dal Royal Opera Chorus,  che ci esplode nelle orecchie mentre quando siamo davanti ad un’installazione fotografica a trecentosessanta gradi chiamata (opportunamente) Fratelli d’Italia” (2005-2016) dell’artista tedesco Matthias Schaller che per l’occasione ha fotografato oltre 150 teatri d’opera in tutto il paese, tra cui La Scala di Milano, La Fenice di Venezia, San Carlo di Napoli e Dell’Opera di Roma (e anche il Teatro Colón di Buenos Aires in Argentina, come simbolo dell’emigrazione italiana e dell’influenza culturale in Sud America). Che come dice Kasper Holten, ex direttore della Royal Opera House, per capire il legame dell’opera con la storia basta guardare alla collocazione dei teatri, sempre nel cuore delle città, come è naturale che sia per i luoghi che sono sia espressione di potere sia centri di incontro e di elaborazione intellettuale.

Opera Passion, Power and Politics installation – Leningrad / Lady Macbeth of Mtsensk
(c) Victoria and Albert Museum, London

Ci ho messo un po’ a trovarlo ma al terzo giro di va pensiero ho trovato anche il Teatro Comunale di Bologna! 🙂  Come sedere a teatro, ma lungo i corridoi di un museo.

L’unica domanda che rimane aperta è quale prima dell’opera potrà riflettere l’Europa nel ventunesimo secolo. Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Londra// fino al 25 Febbraio 2018

Opera, passion, Power and Politics @ Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

Sergei Polunin inaugura ParmaDanza 2018

Il Project Polunin sbarca a Parma, al Teatro Regio, insieme a molte altre cose bellissime! 🙂 Insieme al dannato ex-principal dancer del Royal Ballet e alla sua compagna, la sublime Natalia Osipova (anch’essa Principal del Royal Ballet londinese) ci saranno anche Teatro Bolshoi e del Teatro Stanislavsky di Mosca. Da non perdere! 🙂

Parole di Danza

Grandi nomi quelli della prestigiosa stagione di danza del Teatro Regio di Parma – ParmaDanza 2018 – a cominciare dall’inaugurazione, sabato 3 febbraio, con il Project Polunin. Una prima nazionale che vedrà in scena il dannato principal dancer del Royal Ballet in First Solo, coreografia di Andrey Kaydanovskiy, Skrjabiniana, accanto a Natalia Osipova ed alcuni Solisti e Primi Ballerini del Teatro Bolshoi e del Teatro Stanislavsky di Mosca, e infine l’atteso Satori, coreografia dello stesso Polunin con le scene di David Lachapelle.


Grande attesa anche per il Complexions Contemporary Ballet, compagnia icona della danza contemporanea, “microcosmo dei migliori talenti della danza americana” secondo il New York Times, ospiti giovedì 10 maggio con le coreografie di Dwight Rhoden, da Ballad Unto a Gone, a Testament (estratto Amazing Grace) o Ave Maria (estratto da The Grapes of Wrath), fino a Star Dust, tributo a…

View original post 111 altre parole

Rigoletto

Qualche sera fa, con un paio di amiche, ho visto uno splendido Rigoletto alla Royal Opera House e da allora non riesco a pensare ad altro che alla sua magnifica musica. E non a caso, visto che insieme a Il trovatore  e a La traviata (opere entrambe composte nel 1853) Rigoletto appartiene alla cosiddettatrilogia popolare“, quella del Verdi migliore, quello che ha raggiunto la fama e la piena maturità artistica e che scrive opere così belle e potenti, e così incredibilmente in sintonia con le emozioni più profonde dell’animo umano, che ti toglie il respiro. Ma se in tutte e tre le opere del periodo maturo Verdi ha affrontato le grandi questioni che non hanno risposta – la vita, la morte, l’amore, la gelosia, il sesso, l’odio, l’intrigo, il tradimento, la vendetta, mai come in Rigoletto il grande emiliano (scusate la nota di malcelato orgoglio regionalistico… 🙂 ) ha regalato ai suoi protagonisti una dimensione emotiva così profondamente umana e ricca in sfumature, tanto caratteriali che musicali.

Ma nonostante la splendida musica, Rigoletto è un’opera cupa, oltre che profondamente innovativa. Per la prima volta infatti, al centro della vicenda, invece dalle grandi figure storiche, mitologiche o nobili dei melodrammi del passato, troviamo un buffone di corte, per di più deforme – un emarginato sociale insomma.

Dimitri Platanias as Rigoletto. Royal Opera House

Dimitri Platanias as Rigoletto. Royal Opera House

Nell’opera Rigoletto, il buffone di corte del duca libertino di Mantova, viene maledetto dal padre di una delle vittime del duca per le sue risate irriverenti. Ma quando il Duca ne seduce la figlia, Gilda, sembra che la maledizione si sia avverata e Rigoletto incarica Sparafucile di assassinare il Duca. Ma Gilda, innamorata del Duca donnaiolo, si sacrifica al suo posto e quando il meschino Rigoletto va a scoprire il cadavere, opportunamente presentatogli dal bandito Sparafucile, si trova davanti invece la figlia ferita a morte, che muore tra le sue braccia. E fin qui la trama.

Ma passare dal libretto all’azione fu molto piu’ difficile del previsto per la coppia Verdi e Piave  che dovettero circumnavigare non pochi ostacoli, visto che il Rigoletto, basato sul dramma storico di Victor Hugo, Le Roi s’amuse, descriveva senza mezzi termini le dissolutezze della corte francese e del re Francesco I, oltre ad inscenare un tentato regicidio. Verdi e Piave avevano dovuto penare non poco per convincere la censura austriaca ad acconsentire alla messa in scena dell’opera. Solo quando la rappresentazione della depravazione della corte francese fu trasformata nella depravazione della corte del Duca di Mantova – quella andava bene – i censori approvarono.

La prima del Rigoletto, avvenuta l’11 marzo 1851 alla La Fenice, a Venezia dove la morale era un po’ più rilassata che in altre città italiane (anche se nonostante il Carnevale, le autorità veneziane lamentarono le oscenità della trama e della storia), ebbe un enorme con successo e Verdi (e Piave che aveva scritto il libretto) fu ripagato della dura battaglia contro la censura e contro una società “prude e ipocrita.

L’opera fu eseguita 250 volte nei successivi 10 anni ed è rimasta una delle più popolari tra tutte le opere del nostro Giuseppe nazionale. E come dissentire? Rigoletto vanta non solo il magico quartetto di ‘Bella Figlia dell’Amore‘, la cui gloriosa musica quasi da sola vale un viaggio a teatro, ma una delle più famose arie d’opera mai scritte, ‘La donna è mobile‘, una melodia tanto accattivante e popolare che forse solo un marziano può dire di non conoscerla. Verdi era così sicuro del fatto di aver scritto un’aria da hit parade che, per timore di plagio, escluse l’orchestra dalle prove, facendo provare il tenore separatamente e vietando fischiare la melodia in pubblico prima del debutto. E non si sbagliava, che da nuova questa melodia divenne subito il tormentone del momento, fischiettata ovunque da tutti nelle strade e nelle piazze.

 Non solo Rigoletto ci regala una combinazione di ricchezza melodica e potenza drammatica mozzafato, ma mette in evidenza anche le tensioni sociali di un’epoca tumultuosa come il Romanticismo con un ochhio anche alla condizione femminile, in una realtà nella quale il pubblico ottocentesco poteva facilmente rispecchiarsi.

Back in time: NOVECENTO “Moving On” 1984

Estate 1984: il singolo Movin’ On spopola le classifiche italiane con quasi 100.000 copie vendute (e a sentire Wikipedia anche con la vincita del premio “Miglior rivelazione” assegnato dalla trasmissione televisiva Azzurro ’84, ma sinceramente non me lo ricordo e anche se me lo ricordassi non credo che a 14 anni mi potesse interessare).

Estate a Bologna, i soliti 40℃ (grado piu’, grado meno…) vacanze a Rivazzurra di Rimini, stessa spiaggia stesso mare, a sognare di fuggire in qualche luogo esotico, lontano dall’ennesima (mia) cotta senza speranza che mi innamoravo sempre, sulle note pop-rock, new wave, jazz-funk (whatever…) di questa canzone di cui non capivo bene le parole, ma in cui mi ritrovavo tanto. Since then, I’ve certainly Moved On quite a bit… 😉

NOVECENTO “Moving On” 1984

Nuovo record per i musei italiani nel 2017

Un raggio di speranza per chi, come me, ama l’arte e i musei e lavora nel settore. Una dimostrazione che con la cultura si mangia eccome! #domenicalmuseo

1633e08fae2b4b5b18eeb153f32bc118-kK0F-U10602500732972kzH-700x394@LaStampa.it

il Blog di ANGELO FORGIONE

Campania stabilmente seconda con interessante risultato della Reggia di Caserta


Angelo Forgione
2017_mibact_regioni
Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha presentato i numeri dei musei italiani del 2017, costantemente in crescita. Battuto ancora un record, quello del 2016, da 45.383.873 a 50.103.996 visitatori. Una crescita nella quale la Campania gioca un ruolo importante, coi suoi 8.782.715 visitatori e un +10,66 rispetto allo scorso anno. «La Campania – fa notare il ministro Dario Franceschini è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: la rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum».
Il Lazio resta la regione leader, dai 20.317.465 ingressi del 2016 ai 23.047.225 del 2017 (+13,44). Roma continua a fare da…

View original post 469 altre parole

Musei chiusi e personale licenziato a Torino.

Da questo mese di gennaio il Borgo Medievale Torino non farà più parte della Fondazione Musei per la quale rappresentava una cifra in rosso pari a 800 mila euro l’anno. La Rocca tornerà alla Città, che pensa di farne un parco tematico. Cosa ne sarà quaindi del personale in esubero? Io stessa lavoro in un museo e so quanto sia difficile per un’istituzione pubblica continuare a “mangiare con la cultura”. Per cui fate i bravi e firmate la petizione su Change.org! Grazie! 🙂

paroleacapo

Il consiglio direttivo della Fondazione Torino Musei, in seguito a tagli alla cultura operati dall’attuale amministrazione comunale, ha deliberato di chiudere i servizi relativi a Borgo Medievale, Biblioteca d’Arte, Archivio Fotografico e Museo Diffuso della Resistenza. Il Borgo verrà restituito alla città senza nessun progetto concreto (si parla di un parco tematico), la Biblioteca e la Fototeca verranno chiuse e il Museo Diffuso della Resistenza verrà tagliato e forse integrato nel Polo del ‘900.

Fondazione Torino Musei ha aperto una procedura di licenziamento collettivo per 28 lavoratori, nello specifico 13 al Borgo Medievale, 6 Biblioteca d’Arte Gam, 6 Fototeca, 3 in distacco al Museo Diffuso della Resistenza.

Il patrimonio che fino ad ora abbiamo tutelato è in serio pericolo e con esso il lavoro e la vita quotidiana di 28 persone, che hanno (come è normale) spese, progetti e famigliari a cui pensare. Tutto il nostro mondo in pochi giorni…

View original post 154 altre parole

I settant’anni del Cavallino Rampante

“You’re not expecting to find Magnum PI in there, aren’t you?” mi chiede divertito la mia mia “dolce metà” mentre stiamo per varcare la soglia del Design Museum di High Street Kensington, pieno di adulti e bambini come la succursale di Hamleys (come tutti i musei di Londra in questi giorni d’altra prte). Lavorando noi stessi (io e la mia “dolce metà” dico…) in un museo, non avremmo mai rischiato la visita alla concorrenza l’ultimo fine settimana dell’anno, quando la Capitale straborda di turisti venuti a trascorrere il Capodanno e di indigeni in ferie impegnati a godersi le vacanze di Natale a tutti i costi. Ma sapendo bene la mia debolezza per il notorio telefilm degli anni Ottanta, dove un 35enne Tom Sellek dai folti baffoni impersonava lo squattrinato detective privato Thomas Magnum che, al servizio del celebre scrittore Robin Master, se ne andava in giro per le Hawaii a risolvere casi  indossando minuscoli shorts (che mostravano  le lunghe gambe muscolose…) alla guida di una Ferrari 308 GTS rossa. Inutile dire che ho seguito religiosamente le vicende di Magnum e della sua Ferrari per gli otto anni (1980-88) e i 163 episodi della durata della serie televisiva.

Che ogni volta che lo vedevo infilare quelle sue lunghe gambe muscolose nell’abitacolo e partire sgommando con un ruggito del motore, non potevo non sopprimere un mugolio di orgoglio patrio. E questo è il secondo motivo per cui adoro la Ferrari. Che quando si parla di Ferrari soprattutto quando si vive all’estero, si parla anche di orgoglio italiano, anzi regionale, anzi emiliano – soprattutto per qualcuno che come me è nato a 38 Km di distanza da Maranello. Non èl’Inno di Mameli, ma ci si avvicina.

26001400_10155252668446313_8134425293655386098_n

Design Museum. London © Paola Cacciari

Ma oltre a soddisfare l’orgoglio patrio con questa celebrazione dei settant’anni della casa di Maranello, Ferrari Under the Skin fa molto altro, offrendo agli amanti delle rosse di Maranello l’occasione di ficcanasare dietro le quinte della casa del Cavallino Rampante, dal suo debutto nel 1947 per arrivare ai modelli più recenti, come la nuova Ferrari Aperta del 2016. Inutile dire che i prestiti dal Museo Ferrari sono notevoli e vanno da disegni tecnici dell’archivio storico del Cavallino Rampante, a rari cimeli personali relativi alla vita di Enzo Ferrari. E poi motori originali e auto antiche e moderne, da corsa e da strada.

Ferrari Aperta hybrid. Design Museum. London © Paola Cacciari

La Ferrari Aperta -2016. Design Museum. London © Paola Cacciari

Ci sono modelli in argilla, costruiti per la galleria del vento, che dimostrano l’attenzione artistica oltre che tecnica che ha reso gli ingegneri del team Ferrari tra i più ambiti del mondo. In un filmato della sezione dedicata al Design and engineering, la Ferrari J50 prende forma sotto i nostri occhi, come una delicata scultura in argilla.

bc36c98d-0908-43fa-bb9f-2741d303ab63

Clay Model of the Ferrari J50, car released in 2016

Ma c’è molto altro oltre ad una serie di bellissime automobili. C’e’ la storia del Cavallino Rampante, per esempio. Un tempo simbolo del “Reggimento Piemonte Reale” fondato nel 1692 per volontà di Vittorio Amedeo II di Savoia e adottato da Francesco Baracca, uno tra i primi ufficiali di cavalleria del reggimento a entrare a far parte del “Battaglione aviatori” formato all‘inizio della prima guerra mondiale, Baracca prese a dipingere sulla fusoliera del suo aereo il cavallino rampante del reggimento – cavallino che finì per diventare il suo stemma personale. Questa iconica immagine, simbolo di coraggio e di velocità fu, nel 1923, affidata da Enrico e Paolina Baracca al vincitore della corsa sul “Circuito automobilistico del Savio” a Ravenna, per perpetuare la memoria del figlio Francesco caduto sul colle Montello (Treviso) durante la Grande Guerra. Il vincitore si chiamava Enzo Ferrari ed il resto è storia.

Enzo Anselmo Ferrari (1898-1988) non ha bisogno di presentazioni. Imprenditore, dirigente sportivo e pilota automobilistico italiano, nonche’ fondatore dell’omonima casa automobilistica, la cui sezione sportiva, la Scuderia Ferrari, conquistò in Formula 1, con lui ancora in vita, 9 campionati del mondo piloti e 8 campionati del mondo costruttori (grazie Wikipedia!)

Tra i cimeli in mostra ci sono anche i caschi di alcuni grandi piloti e un paio di tute da corsa racchuse in teche di vedtro. Una appartiene a Michael Schumacher, uno dei uno dei più grandi automobilisti sportivi di tutti i tempi rimasto gravemente ferito in un incidente sciistico nel dicembre 2013, mentre l’altra è appartenuta a Gilles Villeneuve, il pilota canadese morto in un terribile incidente sul circuito di Zolder, durante le prove di qualifica per il Gran Premio del Belgio 1982.

Lo ricordo come fosse ieri: io e il babbo davanti al televisore un pomeriggio di Maggio, impegnati a guardare le prove. Era il mio idolo Gilles Villeneuve. Era piccolo e agguerrito, un guerriero della pista e forse anche della vita – quello che avrei voluto essere io che invece ero solo una bambina di 11 anni che giocava a fare il maschiaccio. Poi all’improvviso quella terribile collisione e il corpo di Villeneuve, avvolto nella sua tuta bianca, sbalzato fuori dall’abitacolo per decine di metri come un fantoccio senza peso. La morte in diretta. Da allora non ho più guardato una corsa di Formula 1. Succede.

Londra// fino al 15 Aprile 2018

Ferrari: Under the Skin @ The Design Museum

designmuseum.org

#Ferrari70

 

Le mostre da vedere in Italia in estate

Dal blog Storie dell’Arte, alcune delle mostre da non perdere quest’Estate nel Bel Paese. Spero di riuscirne a vedere qualcuna anch’io! 🙂

La lista delle mostre da non perdere. Tutte quelle da non perdere in questo elenco realizzato da Caterina autrice dell’art blog TheARTpostBlog.com. Tutte le mostre da vedere Labirinti… storiedellarte.com – il blog degli storici dell’arte

via Estate 2017: le mostre da vedere — storiedellarte.com

Pink Floyd: Their Mortal Remains @Victoria and Albert Museum

Chi sostiene che i maiali non possono volare non ha mai visto quello gonfiabile che si è innalzato sopra la facciata vittoriana del Victoria e Albert Museum di Londra nell’Agosto del 2016. Ma a differenza di quando fu issato sulla centrale elettrica di Battersea nel 1976, quando un colpo di vento ruppe le corde che lo trattenevano facendolo volare via sul cielo di Londra intralciando il traffico sopra l’aereoporto di Heathrow, questa volta il maiale in questione si è limitato a rallentare il traffico sulla caotica Cromwell Road, sotto gli occhi allibiti dei passati. Che, diciamocelo, non capita tutti i giorni di andare al lavoro una mattina e di trovarsi improvvisamente catapultati nell’immaginario di Animals. Ma in quella particolare occasione, il maiale rosa, che insieme a prismi e a martelli è uno dei dei simboli più riconoscibili dei Pink Floyd, è stato fatto fluttuare nel cielo estivo della Capitale per annunciare il lancio di The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, la grande retrospettiva sulla cult-band britannica che, dopo la mai avvenuta apertura alla Fabbrica del Vapore di Milano nel 2014, sarebbe stata ospitata nelle sale del museo di South Kensington il Maggio successivo.

Pink Floyd, Belsize Park ®Pink Floyd Music Ltd

Ed ora, dopo le grandi mostre David Bowie Is nel 2013 e You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-1970 nel 2016, è il momento della grandissima rock band inglese (che quest’anno celebra il cinquantesimo anniversario dell’uscita del loro primo album, The Piper at the Gates of Dawn, uscito nell’Agosto del 1967 e registrato nei mitici studi di Abbey Road, mentre i Beatles stavano lavorando a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nella stanza accanto) di ricevere le attenzioni del grande museo d’arte e design britannico con una mostra che esplora il storico e culturale in cui Pink Floyd hanno mosso i primi passi e sviluppato il loro unica linguaggio visivo e teatrale.

La mostra racconta la storia della lunga e travagliata carriera del gruppo inglese – o almeno dei suoi quattro personaggi principali, il cantante e chitarrista David Gilmour, il bassista e cantante Roger Waters, il tastierista Richard Wright e il batterista Nick Mason. Una storia fatta di liti, separazioni, riunioni e progetti solisti, ma sempre e comunque di grande, grandissima musica. Una storia raccontata in 350 oggetti che vanno dal materiale d’archivio ai costumi di scena (amorevolmente collezioni e conservati da Nick Mason), dall’amata chitarra Fender Strat nera e bianca di David Gilmour ai sintetizzatori di Rick Wright alle lettere scritte da Syd Barrett alla sua fidanzata Jenny Spiers.

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Fu proprio a quel genio anticonformista di Barret, forse l’unica vera rock star del gruppo, a cui si deve la nascita dei Pink Floyd nel 1965 (il cui nome deriva dall’unione dei nomi di due vecchi jazzisti, Pink Gingham e Floyd Cramer molto amati da Barret) e a trasformare così un gruppo di studenti di Architettura di Londra in qualcosa di molto più interessante. Per cui quando, nell’aprile del 1968, a causa del progressivo deterioramento della sua già fragile salute mentale, esacerbato dal suo uso divenuto leggendario di droghe e psicofarmaci,  Syd Barret dovette lasciare il gruppo, i più (compresi gli stessi membri della band) pensarono che la carriera dei Pink Floyd fosse arrivata al capolinea ancora prima di aver decollato. Il suo sostituto infatti, il geniale chitarrista e cantante David Gilmour, sebbene avesse sulla carta tutti gli ingredienti per lo status di ‘dio del rock’, era ancora più schivo e riservato degli altri… Fortunatamente (per tutti) le peggiori paure si rivelarono infondate e il gruppo continuò a crescere e a svilupparsi sul sentiero indicato da Barret. Ma basta guardare le loro prime foto in bianco e nero (che mostrano quattro giovani dai volti così puliti e ordinari da essere assolutamente immemorabili – anche con Sid Barret tra loro, che era tanto fotogenico quando talentuoso e creativo) per capire cosa intendeva il mitico John Peel, giornalista, conduttore radiofonico e disc-jockey nonché voce storica della BBC Radio One, quando disse che i Pink Floyd “avrebbero potuto unirsi al pubblico dei loro stessi concerti  senza essere riconosciuti.”

Hands over eyes © Pink Floyd Music Ltd photo by Storm Thorgerson Aubrey Powell 1971 Belsize Park

Di fatto sembrava che tanto più grande diventasse il loro successo, quanto più i Pink Floyd cercassero di allontanare da sé dalle luci della ribalta. Ma l’impegno messo dai quattro nell’allontanare da loro stessi le attenzioni del pubblico era difficilmente una ricetta per il successo per una rock band e la foto promozionale della tourneè del 1972 di The Dark Side of the Moon mostra la band dare le spalle alla macchina fotografica: difficilmente un’immagine in grado di competere con gli iconici fulmini dipinti sulla faccia del Ziggy Stardust di David Bowie o le rune (ZoSo) dei Led Zeppelin

Le cose cambiarono nel 1973 con l’uscita dell’abum The Dark Side of the Moon. Il prisma triangolare rifrangente un raggio di luce raffigurato sulla copertina è un vero e proprio colpo di genio: creato dallo Studio Hipgnosis  di Storm Thorgerson e Aubrey “Po” Powell, autori anche di altre iconiche copertine di Wish you were here (due uomini d’affari che si stringono la mano, mentre uno di loro sta andando a fuoco) e Animals (il maiale che fluttua sopra la centrale di Battersea Power Station) è ancora oggi, ad oltre quarant’anni di distanza, una delle immagini più riconoscibili della band.

La sezione su The Wall del 1979 è la più drammatica ed è anche la mia preferita: un maestro gonfiabile basato sul disegno caricaturista Gerald Scarfe e basato sui ricordi degli anni trascorsi in collegio da Roger Waters, si affaccia sopra un vasta parete in mattoni bianchi che richiama sia la copertina del disco che il palco del concerto omonimo. È difficile non essere emozionati. Dai sette anni in poi, più o meno il periodo in cui ho cominciato a prestare attenzione ad altre canzoni che non fossero quelle dello Zecchino d’Oro, non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui io non abbia ascoltato i Pink Floyd. E se pare un po’ estremo è perché lo è: credetemi, solo un marziano sarebbe cresciuto negli anni Settanta senza conoscere Wish You Were Here, Money e Another Brick in the Wall.

Il senso dell’isolamento dei Pink Floyd di fronte al loro crescente successo è un tema che ricorre durante tutta mostra. Ma come le copertine dei loro dischi, anche il percorso espositivo – iniziato in modo così potentemente innovativo – si indebolisce con il passare del tempo e l’aumento delle liti tra i membri della band. The Final Cut (1983) è l’ultimo l’ultimo concept-album di Roger Waters con i Pink Floyd, creato sulla scia della guerra delle Falkland e dedicato a suo padre, morto in Italia durante la seconda guerra mondiale. Grande assente dalla band è il tastierista Richard Wright, allontanato dal gruppo per le divergenze sorte con Waters negli ultimi tempi. Riconvocato da David  Gilmour nel 1986 come musicista “stipendiato” per A Momentary Lapse of Reason (1987) il primo album in studio senza Roger Waters, Wright torna a tutti gli effetti come membro principale del gruppo con l’album Delicate Sound of Thunder (1988) e Division Bell (1994). Morirà di cancro ai polmoni nel 2008.

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari (4)

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari

Inevitabilmente con più ci si inoltra nella mostra e con essa, nella storia della band (e nelle loro immancabili liti, riunioni e separazioni), si scivola nel manierismo autocelebrativo – un destino inevitabile, vista l’evoluzione dei Pink Floyd dopo la partenza di Roger Waters, indubbiabente la mente più creativa ed innovativa del gruppo. E  insieme alla nozione del tempo, si comincia a perdere un po’ di vista anche ciò che i Pink Floyd come band hanno rappresentato per l’evoluzione della musica, con la loro ricerca filosofica e gli esperimenti sonori, grafici e i loro grandiosi concerti.

Ma il sentimento è di breve durata, immediatamente spazzato via dall’elettrizzante stanza finale dove il video di Comfortably Numb (con i Pink Floyd al Live 8 del 2005 con un ritrovato Roger Waters ritornato eccezionalmente per l’occasione) proiettato sulle pareti a trecentosessanta gradi, ci risucchia come un vortice nel magia di una delle più grandi band della nostra epoca.

 

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 1 Ottobre 2017

Pink Floyd: Their Mortal Remains

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, Londra.

vam.ac.uk