Pink Floyd: Their Mortal Remains @Victoria and Albert Museum

Chi sostiene che i maiali non possono volare non ha mai visto quello gonfiabile che si è innalzato sopra la facciata vittoriana del Victoria e Albert Museum di Londra nell’Agosto del 2016. Ma a differenza di quando fu issato sulla centrale elettrica di Battersea nel 1976, quando un colpo di vento ruppe le corde che lo trattenevano facendolo volare via sul cielo di Londra intralciando il traffico sopra l’aereoporto di Heathrow, questa volta il maiale in questione si è limitato a rallentare il traffico sulla caotica Cromwell Road, sotto gli occhi allibiti dei passati. Che, diciamocelo, non capita tutti i giorni di andare al lavoro una mattina e di trovarsi improvvisamente catapultati nell’immaginario di Animals. Ma in quella particolare occasione, il maiale rosa, che insieme a prismi e a martelli è uno dei dei simboli più riconoscibili dei Pink Floyd, è stato fatto fluttuare nel cielo estivo della Capitale per annunciare il lancio di The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, la grande retrospettiva sulla cult-band britannica che, dopo la mai avvenuta apertura alla Fabbrica del Vapore di Milano nel 2014, sarebbe stata ospitata nelle sale del museo di South Kensington il Maggio successivo.

Pink Floyd, Belsize Park ®Pink Floyd Music Ltd

Ed ora, dopo le grandi mostre David Bowie Is nel 2013 e You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-1970 nel 2016, è il momento della grandissima rock band inglese (che quest’anno celebra il cinquantesimo anniversario dell’uscita del loro primo album, The Piper at the Gates of Dawn, uscito nell’Agosto del 1967 e registrato nei mitici studi di Abbey Road, mentre i Beatles stavano lavorando a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nella stanza accanto) di ricevere le attenzioni del grande museo d’arte e design britannico con una mostra che esplora il storico e culturale in cui Pink Floyd hanno mosso i primi passi e sviluppato il loro unica linguaggio visivo e teatrale.

La mostra racconta la storia della lunga e travagliata carriera del gruppo inglese – o almeno dei suoi quattro personaggi principali, il cantante e chitarrista David Gilmour, il bassista e cantante Roger Waters, il tastierista Richard Wright e il batterista Nick Mason. Una storia fatta di liti, separazioni, riunioni e progetti solisti, ma sempre e comunque di grande, grandissima musica. Una storia raccontata in 350 oggetti che vanno dal materiale d’archivio ai costumi di scena (amorevolmente collezioni e conservati da Nick Mason), dall’amata chitarra Fender Strat nera e bianca di David Gilmour ai sintetizzatori di Rick Wright alle lettere scritte da Syd Barrett alla sua fidanzata Jenny Spiers.

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Fu proprio a quel genio anticonformista di Barret, forse l’unica vera rock star del gruppo, a cui si deve la nascita dei Pink Floyd nel 1965 (il cui nome deriva dall’unione dei nomi di due vecchi jazzisti, Pink Gingham e Floyd Cramer molto amati da Barret) e a trasformare così un gruppo di studenti di Architettura di Londra in qualcosa di molto più interessante. Per cui quando, nell’aprile del 1968, a causa del progressivo deterioramento della sua già fragile salute mentale, esacerbato dal suo uso divenuto leggendario di droghe e psicofarmaci,  Syd Barret dovette lasciare il gruppo, i più (compresi gli stessi membri della band) pensarono che la carriera dei Pink Floyd fosse arrivata al capolinea ancora prima di aver decollato. Il suo sostituto infatti, il geniale chitarrista e cantante David Gilmour, sebbene avesse sulla carta tutti gli ingredienti per lo status di ‘dio del rock’, era ancora più schivo e riservato degli altri… Fortunatamente (per tutti) le peggiori paure si rivelarono infondate e il gruppo continuò a crescere e a svilupparsi sul sentiero indicato da Barret. Ma basta guardare le loro prime foto in bianco e nero (che mostrano quattro giovani dai volti così puliti e ordinari da essere assolutamente immemorabili – anche con Sid Barret tra loro, che era tanto fotogenico quando talentuoso e creativo) per capire cosa intendeva il mitico John Peel, giornalista, conduttore radiofonico e disc-jockey nonché voce storica della BBC Radio One, quando disse che i Pink Floyd “avrebbero potuto unirsi al pubblico dei loro stessi concerti  senza essere riconosciuti.”

Hands over eyes © Pink Floyd Music Ltd photo by Storm Thorgerson Aubrey Powell 1971 Belsize Park

Di fatto sembrava che tanto più grande diventasse il loro successo, quanto più i Pink Floyd cercassero di allontanare da sé dalle luci della ribalta. Ma l’impegno messo dai quattro nell’allontanare da loro stessi le attenzioni del pubblico era difficilmente una ricetta per il successo per una rock band e la foto promozionale della tourneè del 1972 di The Dark Side of the Moon mostra la band dare le spalle alla macchina fotografica: difficilmente un’immagine in grado di competere con gli iconici fulmini dipinti sulla faccia del Ziggy Stardust di David Bowie o le rune (ZoSo) dei Led Zeppelin

Le cose cambiarono nel 1973 con l’uscita dell’abum The Dark Side of the Moon. Il prisma triangolare rifrangente un raggio di luce raffigurato sulla copertina è un vero e proprio colpo di genio: creato dallo Studio Hipgnosis  di Storm Thorgerson e Aubrey “Po” Powell, autori anche di altre iconiche copertine di Wish you were here (due uomini d’affari che si stringono la mano, mentre uno di loro sta andando a fuoco) e Animals (il maiale che fluttua sopra la centrale di Battersea Power Station) è ancora oggi, ad oltre quarant’anni di distanza, una delle immagini più riconoscibili della band.

La sezione su The Wall del 1979 è la più drammatica ed è anche la mia preferita: un maestro gonfiabile basato sul disegno caricaturista Gerald Scarfe e basato sui ricordi degli anni trascorsi in collegio da Roger Waters, si affaccia sopra un vasta parete in mattoni bianchi che richiama sia la copertina del disco che il palco del concerto omonimo. È difficile non essere emozionati. Dai sette anni in poi, più o meno il periodo in cui ho cominciato a prestare attenzione ad altre canzoni che non fossero quelle dello Zecchino d’Oro, non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui io non abbia ascoltato i Pink Floyd. E se pare un po’ estremo è perché lo è: credetemi, solo un marziano sarebbe cresciuto negli anni Settanta senza conoscere Wish You Were Here, Money e Another Brick in the Wall.

Il senso dell’isolamento dei Pink Floyd di fronte al loro crescente successo è un tema che ricorre durante tutta mostra. Ma come le copertine dei loro dischi, anche il percorso espositivo – iniziato in modo così potentemente innovativo – si indebolisce con il passare del tempo e l’aumento delle liti tra i membri della band. The Final Cut (1983) è l’ultimo l’ultimo concept-album di Roger Waters con i Pink Floyd, creato sulla scia della guerra delle Falkland e dedicato a suo padre, morto in Italia durante la seconda guerra mondiale. Grande assente dalla band è il tastierista Richard Wright, allontanato dal gruppo per le divergenze sorte con Waters negli ultimi tempi. Riconvocato da David  Gilmour nel 1986 come musicista “stipendiato” per A Momentary Lapse of Reason (1987) il primo album in studio senza Roger Waters, Wright torna a tutti gli effetti come membro principale del gruppo con l’album Delicate Sound of Thunder (1988) e Division Bell (1994). Morirà di cancro ai polmoni nel 2008.

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari (4)

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari

Inevitabilmente con più ci si inoltra nella mostra e con essa, nella storia della band (e nelle loro immancabili liti, riunioni e separazioni), si scivola nel manierismo autocelebrativo – un destino inevitabile, vista l’evoluzione dei Pink Floyd dopo la partenza di Roger Waters, indubbiabente la mente più creativa ed innovativa del gruppo. E  insieme alla nozione del tempo, si comincia a perdere un po’ di vista anche ciò che i Pink Floyd come band hanno rappresentato per l’evoluzione della musica, con la loro ricerca filosofica e gli esperimenti sonori, grafici e i loro grandiosi concerti.

Ma il sentimento è di breve durata, immediatamente spazzato via dall’elettrizzante stanza finale dove il video di Comfortably Numb (con i Pink Floyd al Live 8 del 2005 con un ritrovato Roger Waters ritornato eccezionalmente per l’occasione) proiettato sulle pareti a trecentosessanta gradi, ci risucchia come un vortice nel magia di una delle più grandi band della nostra epoca.

 

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 1 Ottobre 2017

Pink Floyd: Their Mortal Remains

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, Londra.

vam.ac.uk

 

Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters

Riccardo Muti. Photograph: Reuters

 

Aprile 2017: le mostre d’arte da non perdere in Italia

OK, dubito che durante le mie sempre troppo corte (i giorni di ferie non sono infiniti e devono durare un anno…) prossime discese in Italia riuscirò a vedere qualcosa di diverso da quello che offre Bologna, ma per chi ne ha la possibilità goeografica c’è da sbizzarrirsi. Grazie alla Sottile linea d’ombra per i preziosi suggirerimenti! 🙂

La sottile linea d'ombra

Anche voi avreste voglia di visitare qualche bella mostra d’arte in questo aprile 2017?  

Se non siete ancora riusciti a guardarvi intorno, ecco a voi una selezione schematica delle esposizioni più interessanti (a mio avviso) che la nostra bella Italia ci regala nei prossimi tempi, suddivise per città.


Torino

TORINO-mostre-aprile-2017

L’emozione dei colori nell’arte

Fino al 23 luglio 2017, GAM di Torino e Castello di Rivoli

Klee, Kandinsky, Munch, Matisse, Delaunay, Warhol, Fontana, Boetti, Paolini e Hirst sono alcuni dei protagonisti di un’ampia mostra collettiva che ripercorre la storia, le invenzioni, l’esperienza e l’uso del colore nell’arte. Per saperne di più, ecco il link alla pagina del sito della GAM.

Dal Futurismo al ritorno all’ordine

Fino al 18 giugno 2017, Museo Arti Decorative Accorsi–Ometto

La Fondazione Accorsi-Ometto offre una mostra che affronta e indaga la pittura italiana del decennio cruciale tra gli anni dieci e venti del Novecento, attraverso opere di…

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La straordinaria vita di Emma, Lady Hamilton

Se esiste qualcuno che ha provato sulla propria pelle la precarietà della vita e i rovesci della fortuna quella fu Emma, Lady Hamilton (1765- 1815). Troppo spesso liquidata come l’amante dell’ammiraglio Horatio Nelson, Emma Hamilton fu in realtà una figura molto più complessa ed interessante di quella bidimensionale a cui la storia l’ha relegata.

Nata nel 1765 a Ness, un piccolo villaggio del Cheshire nel Nord Overst dell’Inghilterra, Amy Lyon era la figlia di un povero fabbro morto quando lei aveva solo due mesi. Quella che la bambina conduce con la madre e la nonna è un’esistenza fatta di stenti e di povertà estrema e lei, bella, intelligente e soprattutto, ambiziosa è decisa a ritagliarsi una vita migliore. E quale posto migliore per tentare la fortuna di Londra? E la fortuna pare dalla sua quando, appena dodicenne, trova lavoro come domestica nella casa di Thomas Linley, il direttore musicale del Theatre Royal di Drury Lane di Covent Garden. Ma quello che al giorno d’oggi è il cuore della Londra dei teatri del West End e il luogo d’incontro per attori, artisti e celebrità, era nella Londra del XVIII secolo la sede di un fiorente mercato dello sfruttamento della prostituzione. Ed è proprio a Covent Garden, nel bordello gestito da una tale Mrs Kelly, dove era finita una volta lasciata la casa di Thomas Linley, che Amy incontra il giovane aristocratico Sir Harry Fetherstonhaugh. Sembra una favola, ma lui la porta nella sua tenuta del Sussex per farne la sua amante e intrattenere i suoi amici e non esita ad abbandonarla al suo destino quando lei resta incinta.

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

A sedici anni e in attesa di un bambino, per Emma il futuro è tutt’altro che roseo. La sua unica possibilità di sicurezza consiste nel trovare un altro ‘protettore’ e presto. La disperazione e la sua solita intraprendenza le vengono in aiuto. Amy scrive un’implorante lettera ad uno degli amici di Fetherstonhaugh, il colto e raffinato figlio minore del Conte di Warwick, Charles Greville che accetta di provvede a lei e alla il bambina (prontamente data in adozione alla nascita), ma alle sue condizioni. Preoccupato infatti che la precedente dubbia reputazione di Amy lo possa danneggiare, le impone di tagliare ogni ponte con il suo colorito passato. E questo include anche rinunciare al suo nome. La vita è dura per una donna non sposata nell’Inghilterra di Giorgio III e Jane Austen, che di Emma è contemporanea, lo sa bene quando in una lettera scritta alla nipote Fanny Knight afferma che: “Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà”. La stabilità e la sicurezza economica offerte da Greville valgono bene un cambio di nome e Amy Lyon rinasce in Emma Hart.

È grazie a Greville e al suo desiderio di educarla che Emma ebbe un primo assaggio della bella società del XVIII secolo. Ed è sempre grazie a Greville che conosce il grande ritrattista, George Romney che ne fa la sua musa, dipingendola in circa un centinaio di pose che eventualmente Emma elaborerà nelle sue famose Attitudes. Ma quando nel 1783, Greville decide di sposarsi Emma, anche se bellissima, semplicemente non è adatta allo scopo. In cerca di una moglie ricca per rimpolpare le sue sofferenti finanze e preoccupato dal fatto che la sua associazione con la giovane potesse ostacolarlo nei suoi propositi matrimoniali, Greville decide molto pragmaticamente di liberare il campo alle potenziali future mogli mandando Emma a Napoli perché diventasse l’amante di suo zio sir William Hamilton. Hamilton, l’ambasciatore inglese nella capitale del Regno partenopeo era da poco rimasto vedovo. Aveva incontrato Emma a Londra qualche tempo prima e ne aveva ammirato la bellezza classica; ne aveva persino commissionato alcuni ritratti e certamente l’idea di entrare in possesso dell’originale non gli dispiaceva.

A nessuno dei due venne in mente di chiedere il parere di Emma. Ma lei, a soli diciotto anni, era già un’esperta nell’arte della sopravvivenza e superato il trama iniziale del tradimento di Greville, che l’aveva “donata” ad Hamilton come uno dei dipinti o delle sculture che i due uomini collezionavano con tanta passione, l’intraprendenza della della giovane ha il sopravvento. In una Napoli all’epicentro del Grand Tour, Emma si mette al lavoro per trarre il meglio dalla sua nuova situazione, gettandosi avidamente su ogni opportunità di istruzione messa a sua disposizione. E le opportunità non mancano. Arte, letteratura,musica, danza, poesia, francese e italiano (che Emma impara in un anno): nella casa del raffinato ed erudito collezionista antiquario William Hamilton, la giovane riceve quell’educazione che le era stata negata dalla miseria in cui era cresciuta da bambina. Con la sua grazia, la sua intelligenza e il suo carisma, Emma conquista la bella società partenopea. E il cuore dello stesso sir William, che nel 1791 la sposa, facendo di lei Lady Hamilton. Emma ha ventisei anni, lui sessanta: la figlia del fabbro del Cheshire di strada ne ha fatta tanta davvero.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

Fu in questo periodo che Emma creò quelle che lei chiamava Attitudes, una serie di performance caratterizzate da un misto di posa, danza e recitazione che ebbero enorme successo in tutta Europa. Indossando scialli e abiti di foggia classica, lei evocava personaggi femminili della storia, letteratura o dell’arte classica come Medea, Circe o Cleopatra e le sue performace affascinarono aristocratici, artisti e scrittori. Tra i suoi ammiratori erano Johann Wolfgang von Goethe e persino la famiglia reale napoletana; le sue Attitudes divennero così famose che si ritrovano pure rappresentate su preziosi servizi di finissima porcellana. È in una Napoli devastata dalla rivoluzione che vede la fuga dei Borbone e la nascita dell’effimera Repubblica partenopea, che l’ammiraglio Horatio Nelson fa la sua apparizone nella vita di Lady Hamilton al comando della flotta britannica accorsa in soccorso della famiglia reale.

È il 1798 e la fama di Nelson è alle stelle per la vittoria della Battaglia del Nilo ed Emma, in qualità di moglie dell’ambasciatore britannico e amica fidata della regina di Napoli Maria Carolina (che la onora persino con la prestigiosissima croce dell’Ordine di Malta, una delle poche donne a riceverla) è la sua guida nell’instabile territorio delle vicende politiche napoletane.
Ma presto l’ammirazione reciproca si trasforma in passione e così ha inizio una delle più grandi storie d’amore della storia. La loro relazione, tanto malcelata quanto analizzata, divenne l’oggetto di interesse e pettegolezzo dei giornali scandalistici di mezzo mondo e, inevitabilmente, il bersaglio della penna di James Gillray e Thomas Rowlandson che ne fanno il soggetto prediletto delle loro caricature satiriche.

Emma, Lady Hamilton, 1761 - 1815 by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

Emma, Lady Hamilton wearing the Malta Cross by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

E William Hamilton? Una volta ritornato Londra in compagnia dei due amanti, l ’anziano ex-ambasciatore sembra tollerare di buon grado il tradimento di Emma. Ma alla sua morte nel 1803 Hamilton si prende una piccola rivincita non lasciando nulla dei suoi averi alla moglie, a parte una piccola rendita assolutamente insufficiente per mantenere la sua posizione in società: un duro colpo per Emma che, come tutte le donne dell’epoca, era finanziariamente interamente dipendente dal marito.

E poi la tragedia. Da lì a poco Nelson è richiamato in servizio per combattere nelle guerre napoleoniche e il futuro insieme che i due sognano non arriverà mai. Colpito da un tiratore scelto francese che gli perforò un polmone durante la battaglia di Trafalgar, Nelson muore il 20 Ottobre 1805. Come se presagisse il terribile futuro che aspetta la donna della sua vita, Nelson chiede al suo vice, Thomas Masterman Hardy di prendersi cura della sua cara Lady Hamilton. E aveva ragione ad essere preoccupato. Nononotante alla vigilia della battaglia di Trafalgar Nelson avesse aggiunto di sua mano un codicillo al suo testamento, raccomandando al Re e alla Nazione per cui stava andando a combattere, di provvedere ad Emma e Horatia, la figlia che lei gli aveva dato, le sue ultime volontà furono ignorate.

E per Emma è l’inizio della fine. Devastata dal dolore, non le fu neppure permesso partecipare al grandioso funerale del suo amato che ebbe luogo nella capitale. E per lei comincia la discesa all’inferno. Senza più la tanto celebrata bellezza che l’aveva resa famosa, e senza la sicurezza del matrimonio o di un uomo che la protegga, Emma è finanziariamente e socialmente vulnerabile. Esclusa dai salotti “bene” per la sua condizione di adultera, sola e dimenticata, precipita nei debiti e in pochi anni è costretta a vendere non solo la piccola casa alla periferia dell’odierna Wimbledon che con Nelson aveva ribattezzato “Paradise Merton”, ma anche l’unica cosa che le era rimasta di lui: la sua uniforme. Muore a Calais, povera e alcolizzata nel gennaio del 1815 a soli cinquant’anni.
Ora finalmente il National Maritime Museum le rende giustizia con la splendida Emma Hamilton: Seduction and Celebrity, una mostra accattivante e commovente che racconta la storia romantica e brutale di una donna eccezionale. È il caso di dire meglio tardi che mai.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra// fino al 17 Aprile 2017
Emma Hamilton: Seduction and Celebrity @National Maritime Museum, Greenwich
Tutti I giorni dalle 10.00 alle 17.00
rmg.co.uk/emmahamilton

La guerra al sole: all’Estorick Collection

Ancora oggi in Italia quando si parla di Caporetto si parla di disastro. Chiunque abbia prestato attenzione alle lezioni di storia  a scuola sa che in quella che fu una terribile battaglia della Prima Guerra Mondiale si scontrarono il Regio Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche con risultati devatanti per entrambi gli eserciti, ma soprattutto per il nostro  che vide 30,000 soldati uccisi o feriti e circa 265,000 soldati fatti prigionieri – per non parlare di quelli fucilati per diserzione (le fucilazioni dei disertori – alcuni ragazzini di appena 17 anni sono uno dei capitoli più crudeli della nostra storia). Quello che molti non sanno è che l’Italia chiese aiuto alla Gran Bretagna che, dovutamente, spedì 200 mila truppe alla volta del Belpaese. Truppe che combatterono – e morirono – a migliaia a fianco delle forze italiane durante la Grande Guerra. E questa è la storia che ci racconta War In The Sunshine: The British In Italy 1917-1918 la nuova mostra di una rinnovata Estorick Collection of Modern Italian Art.

Certo, il trasporto di un tale numero di armi, uomini e munizioni attraverso l’Europa e attraverso le Alpi fu un’altra battaglia da cui la Gran Bretagna uscì vittoriosa anche grazie a cinque squadroni del Royal Flying Corps, tra i cui piloti era anche il pittore Sydney Carline (1888-1929).

Made on the wing’: British Scouts leaving their Aerodrome on Patrol, over the Asiago Plateau, Italy, 1918 by Sydney Carline. Photograph: Courtesy Imperial War Museum

Made on the wing’: British Scouts leaving their Aerodrome on Patrol, over the Asiago Plateau, Italy, 1918 by Sydney Carline. Photograph: Courtesy Imperial War Museum

Nato a Londra in una famiglia di artisti (suo cognato è un altro famoso artista di guerra, Stanley Spencer) Carline frequenta la prestigiosa Slade School dove incontra il guru dell’Omega Workshop, Roger Fry. Nel 1916 il pittore decide di partire volontario per la guerra e dopo aver superato con successo l’addestramento come pilota (un periodo in cui morivano almeno 35 allievi piloti al mese) viene spedito in missione in Francia dove viene abbattuto dalla contraerea tedesca. Si salva e riesce a tornare a casa solo poi essere rispedito nuovamente al fronte, questa volta in Italia. Incredibilmente Carline riesce ad unire il suo essere pilota da guerra con l’essere artista, a volte facendo le due cose contemporaneamente – letteralmente. Alcuni dei suo acquerelli, in fatti, sono stati fatti durante voli di ricognizione e con grandissime difficoltà, pilotando l’aereo con le ginocchia mentre cercava di scaldare l’acqua per dipingere con il fiato, visto che l’acqua si ghiacciava a quelle altezze. Tra i suoi ammiratori Carline contava Duncan Grant dell’Omega Wokshop, e Paul Nash, lui stesso artista di guerra e che come Carline alla fine del conflitto si troverà disoccupato.

Italian Infantry and British Troops of 143rd Brigade, 48th Division advancing down the Val d’Assa mountain road, 10 am (1918), William Joseph Brunell. Courtesy: Imperial War Museum

Italian Infantry and British Troops of 143rd Brigade, 48th Division advancing down the Val d’Assa mountain road, 10 am (1918), William Joseph Brunell. Courtesy: Imperial War Museum

Ma c’è un’altra parte della mostra della Estorick, ed è quella raccontata dalle fotografie di Ernest Brooks e William Joseph Brunell. Se entrambi furono fotografi ufficiali di guerra, è tuttavia l’opera di Brunell che a mio avvivo cattura in pieno la stranezza di questa insolita alleanza: un’alleanza odiata da molti italiani i quali credevano che potesse prolungare il conflitto, ma voluta e festeggiata da molti altri che invece si rallegravano del sostegno britannico. E così nelle foto di Brunell troviamo insoliti incontri tra gli Highlanders scozzesi in kilt e i carabinieri di Venezia, tra fanti inglesi e bellezze italiane – incontri esitanti, di tanto in tanto sospetti, ma sempre pieni di curiosità come l’incontro tra queste due nazioni.

Londra//fino al 19Marzo 2017

War in the Sunshine: The British in Italy 1917-1918 @ Estorick Collection, London N1

estorickcollection.com

Il Bunga Bunga arriva a Londra. E raddoppia.

Che l’Italia fosse famosa nel mondo per il cibo, le scarpe, l’opera, il Rinascimento, la Ferrari e molto altro, si sapeva. Ma ora siamo anche ricordati per i bunga-bunga party del nostro (in)glorioso ex-Presidente del Consiglio che ha fornito l’idea per un locale, il Bunga-Bunga ristorante e pizzeria e karaoke bar. Appunto.

Bunga-bunga pizzeria
Aperto nel 2011 a Battersea, nella zona Sud-Est di Londra, il locale ha continuato la sua fiorente attività nonostante le dimissioni di Berlusconi. Qui baristi vestiti da gondolieri servono cocktail in bicchieri in forma di Fiat Cinquecento, di Colosseo o del faccione dello stesso Berlusconi, la cui effige pare serva anche per indicare  il bagno degli uomini, mentre quella di Donatella Versace quella delle signore.
E se pare che il cibo non sia male (almeno a sentire la critica del Telegraph) e conti tra i suoi affezionati avventori persino il Principe Harry, solo l’idea di una pizza “Ruby Rubacuori” o “Italian Stallion” basta da sola a farmi passare la fame…
Ma a dispetto di chi come me arriccia il naso davanti a questo ristorante “a tema” che in pratica è un inno allo stereotipo, il successo del Bunga Bunga è stato tale da indurre i gestori del locale, Charlie Gilkes and Duncan Stirling, i fondatori di Inception Group, a ripetere l’esperimento con un secondo ristorante nella centralissma Drury Lane a due passi da Covent Garden, che aprirà ufficialmente i battenti il 13 Gennaio 2017.
Chi è interessato trova tutte le informazioni qui. E auguri…

Sicilia: terra di cultura e di conquista al British Museum

Che la Sicilia sia sempre stata una terra di conquista lo sappiamo tutti. O almeno lo sanno (o almeno dovrebbero saperlo) tutti gli scolari italiani che hanno prestato attenzione alle lezioni di storia a scuola. Ma per il resto del mondo, per tutti coloro che in Sicilia non ci sono mai stati (tra questi filistei ci sono anch’io) o che non hanno mai avuto occasione di approfondirne le complicate vicende, il fatto che in questa isola strategica, la più grande del Mediterraneo, ci sia molto più della Mafia o dell’Ispettore Montalbano (diventato superpopolare nella terra del Fish and Chips grazie alla BBC4 che periodicamente trasmette e ritrasmette la serie con Luca Zingaretti per la gioia di mia suocera) può essere una vera e propria rivelazione. Soprattutto per gli abitianti di un’altra isola come gli inglesi. Che se il fatto che i Normanni invasero la Gran  Bretagna nel 1066 è trapanato nel cervello di ogni ragazzino in età scolare, mi chiedo quanti scolari britannici (ma anche quanti adulti) sappiano che quegli stessi normanni che sbarcarono sulle coste inglesi guidati da Guglielmo il Conquistatore, invasero la Sicilia nel 1061 cinque anni prima che invadessero la Gran Bretagna, al seguito di Ruggero I di Altavilla (1031 circa- 1101) e la governarono per duecento anni…

Concordia temple in Agrigento, Sicily

Concordia temple in Agrigento, Sicily

Piantata com’è nel mezzo del Mediterraneo, questa bella isola ha attirato ondate di popoli sin dall’VIII secolo a.C. che ne hanno inevitabilmente influenzato e modificato la cultura, solo per essere poi irrimediabilmente conquistati dalla sua selvaggia bellezza. Cartaginesi, greci, romani, bizantini, arabi e normanni si sono susseguiti portando con sé il loro patrimonio linguistico e culturale: un patrimonio che ha finito con il mescolarsi, stratificarsi fino a diventare qualcosa di completamente nuovo e totalmente unico.

Dalla preistoria alla Magna Grecia (a Siracusa, che Cicerone descrive come “la più grande e la più bella di tutte le città greche” nasce Archimede che qui ha famosamente esclamato “Eureka!” ) passando per la dominazione Romana (testimoniata tra le altre cose da un impressionante rostrum di bronzo di una delle navi romane impegnate nella cruciale battaglia delle Egadi del 10 marzo 241 a.C., da poco ripescato dal mare) e le invasioni dei Vandali, fino ad arrivare alla conquista araba, che insieme ad una raffinata cultura portarono anche le arance per le quali l’isola è famosa, questa mostra racconta con garbo l’affascinante storia di quest’isola.

Come hanno fatto lingue e culture, anche religioni diverse hanno convissuto per secoli le une accanto alle altre in pace e armonia. Un’armonia espressa non solo nell’arte, ma anche negli oggetti personali, veri e propri capolavori di arte applicata, come il mantello di Ruggero II (1095-1154), tessuto a Bisanzio e ricamato da mussulmani i Sicilia per un Re cristiano; o una splendida iscrizione scolpita su un monumento funerario voluto da un suddito cristiano in onore della madre nel 1149, le cui parole sono ripetute in giudeo-arabo (in arabo scritto in alfabeto ebraico), latino, greco e arabo. Ma sotto Ruggero non furono solo le arti a fiorire con splendide opera architettoniche come la magnifica Cappella Palatina di Palermo, costruita a tra il 1130 e 1143 per volere di Ruggero II e consacrata il 28 aprile 1140, questa magnifica magnifica basilica a tre navate che si trova all’interno del complesso architettonico di Palazzo dei Normanni era la “cappella” privata della famiglia reale e a Palermo questo sovrano illuminato attrasse accanto a sé i migliori tra studiosi, filosofi e scienziati di ogni etnia, come il famoso geografo arabo al-Idrisi (Idrīsī o Edrisi)

Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180 AD

Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180

Le cose si complicano non poco quando, nel 1208, quattordicenne, Federico II (1194-1250) uscì dalla tutela della madre Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II) e di Papa Innocenzo III  e assunse direttamente il potere nel Regno di Sicilia. Fino ad allora la principale preoccupazione del Pontefice  era stata quella di mantenere distinti Impero e Regno di Sicilia, ma questo diventa impossibile quando nel 1213 Federico II, sconfitto  Ottone IV di Brunswick, viene incoronato anche re di Germania nel 1213.

Nonostante la promessa di Federico di non unire in un’unico stato l’Impero e il Regno di Sicilia, il Pontefice Onorio III decide di allontanare lo Svevo spedendolo in Terra Santa alla guida dell V Crociata offrendogli in cambio del disturbo la corona imperiale. Incoronato in San Pietro a Roma nel 1220, Federico II viene poi scomunicato dal nuovo Papa Gregoro IX nel 1227  che lo accusa di aver tergiversato e di aver tradito la Chiesa.

Ma se l’imperatore Svevo era un’anticristo per il papa, per il resto del mondo era lo Stupor Mundis. Non solo diede vita in Sicilia (e nell’Italia meridionale) ad un regno basato su di un governo centralizzato e che poteva contare su di un’efficiente amministrazione, ma soprattutto fu un convinto protettore di artisti e studiosi e la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.

Uomo straordinariamente colto (parlava sei lingue: latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) ed energico e lui stesso un discreto letterato, Federico ebbe un ruolo di primo piano nella storia della letteratura promuovendo la poesia della Scuola siciliana che fiorì a Palermo dal 1220 e fondando a Napoli un’Università (1224), che avrebbe permesso ai sudditi a lui fedeli di studiare senza doversi recare fino a Bologna. Sotto di lui la Sicilia raggiunge l’apice culturale e con i suoi successori iniziò il lento declino dell’isola che costringe artisti come Antonello da Messina a lasciare la sua terra e a trasferirsi a Napoli.

E il mio pensiero va inevitabilmente ad un’altra mostra che solo pochi mesi fa ha occupato proprio questi stessi spazi del British Museum e dedicata all’Egitto dopo i faraoni (Egypt: Faith After the Pharaohs), una mostra che come questa sulla Sicilia esplora la natura cosmopolita e multiculturale di un’altra antica potenze del mediterraneo. Che a pensarci bene, in un epoca come quella in cui viviamo in cui il multiculturalismo è diventato norma e in cui l’immigrazione (con le pressioni fiscali e sociali che ne derivano) è diventata una delle più grandi preoccupazioni della politica europea (non solo britannica) ha perfettamente senso che un’istituzione come il British Museum cerchi di esaminare e il modo in cui culture diverse possano coabitare, coesistere e interagire in modo positivo per tutti.

Sicily: culture and conquest
Fino al 14 agosto 2016
The British Museum, Londra
www.britishmuseum.org/sicily

Cuore Primitivo di Andrea De Carlo

Dalla mia permanenza a Bologna il mese scorso sono ritornata con un libro di Andrea De Carlo. Mi ero ripromessa di non comprare più libri quando sono in città che il microappartamento che condivido a Londra con la mia dolce metà (anche lui accanito lettore) ne è strapieno tanto che quasi non c’è più posto per noi. Ma naturalmente anche questa volta non ci sono riuscita, soprattutto quando alla libreria dell’aereoporto ho visto Cuore Primitivo.

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Ero insicura se prenderlo o no che ho amato molto i suoi libri (o almeno alcuni di essi) e ho continuato a leggerli con testarda costanza nonostante la sempre maggiore delusione che suscitano in me quelli che più che romanzi, sembrano sempre di più freddi esercizi di eloquenza e retorica sebbene molto ben scritti.

E devo dire che anche questo ultimo romanzo non è da meno: attento ai movimenti e alle ragioni profonde dell’animo umano, alle parole, alle sensazioni e a pensieri che tutti almeno una volta abbiamo provato e a cui magari abbiamo fatto fatica a dare srotolare.

Ma come mi è accaduto da Pura Vita in poi, anche questa volta i personaggi non mi hanno convinta fino in fondo: Mara Abbiati, scultrice di grandi gatti in pietra, tutta istinto e passione, Craig Nolan, famoso antropologo inglese, tutta razionalità e testa, e naturalmente lui, il terzo incomodo, Ivo Zanovelli, un costruttore con qualche ombra nella sua vita che con il suo arrivo ha buttato all’aria il precario equilibrio della coppia. I personaggi di De Carlo sono spesso difficili, sfuggenti, complessi e a volte proprio per questa loro sfaccettatura a volte difficili da amare. Ma nonostante tutta la loro complessa vitalità, le loro emozioni, la loro verosimiglianza che a momenti mi ha fatto simpatizzare con loro, non sono riuscita ad affezionarmi a Mara, Craig e Ivo, anzi: direi che il più delle volte ho provato per loro più fastidio che empatia.

Mi chiedo se Andrea de Carlo non continui a piacermi perché sono affezionata al ricordo delle emozioni che libri come Due di Due e di Noi Tre (e Arcodamore e Tecniche di Seduzione) hanno suscitato nella me stessa di un qualche anno fa e che mi ostino a cercare (o forse sperare?) di ritrovare. O se sono cambiata troppo e troppo irrimediabilmente per ritrovarmi ancora in quello che scrive. Non so. Peccato.

 

L’importanza della passione: Ezio Bosso

Se non lavorassi al museo mi piacerebbe lavorare in teatro. Anzi, nel più bel teatro di Londra: la Royal Opera House. E non solo perché gli usher hanno una bella uniforme (che se voi come me foste costretti per contratto a trascorrere i tre quarti del vostro tempo indossando un uniforme allora capireste il mio interesse per quelle degli altri), ma perché è un edificio bellissimo e da quando vivo a Londra e ho scoperto che per il prezzo di un biglietto da cinema o pco più posso andare all’opera e al balletto, vado ogni volta che posso. E finisce che scopro cose nuove. Come qualche sera fa, per esempio quando ho visto un programma misto dal titolo Obsidian Tear/The Invitation/Within the Golden Hour, tre balletti di un atto ad opera rispettivamente dei coreografi Wayne McGregor, Sir Kenneth MacMillan (sì, quello di Romeo e Giulietta con le musiche di Prokofiev), e Christopher Wheeldon. Ed è stato quest’ultimo quello che mi ha strappato il cuore.

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Se il balletto è musica fatta immagine, allora questo Within The Golden Hour creato nel 2008 dal coreografo del Royal Ballet Christopher Wheeldon per il San Francisco Ballet è un  inno alla bellezza del movimento, un piccolo gioiello di astrazione neoclassica. Ma per me non sarebbe stata la stessa cosa senza la meravigliosa musica del compositore  Ezio Bosso. Non mi interesso molto di musica contemporanea e a parte quel mito di Ennio Morricone e quel ricciolone di Giovanni Allevi non conosco molti altri compositori contemporanei di spicco. Così l’ho cercato su Google e oltre ad un CV da far paura, ho scoperto che Ezio è affetto da Sclerosi Multipla (SM), una malattia autoimmune che gli è stata diagnosticata nel 2011. Inutile dire che la cosa mi ha gelato il sangue anche solo per il fatto che mia madre se n’è andata da questo mondo con una malattia neurologica autoimmune, e so quanto le malattie di questo tipo siano terribili per chi ne è affetto e per i famigliari.

Tra i tanti video che ho trovato su Internet, c’è quello della sua performance al Festival di San Remo di quest’anno e mi ha commosso profondamente. Ma non perché Ezio è sulla sedia a rotelle, al contrario. No, la mia era pura ammirazione. Così come la mia ammirazione per Beethoven cresce ogni volta che ascolto il Chiaro di Luna e non riesco a capacitarmi del fatto che quando l’ha composto il musicista era completamente sordo. E così, mentre guardavo le mani di Ezio Bosso – di questa persona di cui fino a ieri non conoscevo l’esistenza e la cui bellissima musica The Sky seen from the Moon per  Whitin The Golden Hour mi ha toccato il cuore così profondamente qualche sera prima a teatro – accarezzare delicatamente i tasti del pianoforte con un sorriso pieno di pura gioia stampato sulla faccia, ho avuto ancora una volta la conferma che le passioni, quelle vere, saranno sempre un inno alla bellezza della vita, anche quando è un po’ bastarda.

                                   San Francisco Ballet in “Within the Golden Hour”

A Londra, in mostra il mondo di Paul Strand

Con la sua collezione di oltre 500.000 fotografie risalente al 1856, il Victoria and Albert Museum è senza dubbio il più antico archivio fotografico del mondo. Una collezione che di recente è stata allargata dall’aquisizione della serie Outer Hebridis del fotografo americano Paul Strand (1890-1976).

Contemporaneo del più famoso e acclamato Ansel Adams (1902-1984), Strand era un personaggio molto particolare. Socialista convinto, nutriva un interesse spirituale per il benessere di tutte le culture, genti e razze – cosa che lo portava spesso ad indignarsi e ad entrare in conflitto con persone ed istituzioni, soprattutto quelle americane.

Tir A'Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland

Paul Strand, Tir A’Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland, 1954. Victoria and Albert Museum

Cosa che accadde puntuale quando, nel 1954, venuto a conoscenza dell’impellente sorte degli abitanti di South Uist, isola dell’arcipelago delle Ebridi al Nord-Ovest della Scozia, le cui tradizioni e lingua gaelica erano minacciate da quello che, ai suoi occhi, era un ennesimo esempio dell’aggressivo militarismo della NATO (gli Stati Uniti pensavano di utilizzare l’isola come campo prova per i nuovo missili nucleari), Strand decide di fotografare la comunità dell’isola per preservare la memoria. Ciò che ne scegue è un magnifico libro fotografico, Tir un Mhurain (1954). Tuttavia, la sua presenza sull’isola in un periodo il cui la Guerra Fredda era al suo culmine, unita alle sue idee marxiste (cosa che gli aveva messo l’FBI costole), fa sì che per anni gli Stati Uniti vietassero la pubblicazione del libro. Il fatto poi che, per ragioni tutte sue, Strand si fosse intestardito a far stampare il libro nella Germania dell’Est non fu d’aiuto alla sua causa…

Wall Street, New York, 1915 © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Con queste referenze, non sorprende che ancora oggi Paul Strand non sia conosciuto come merita. Un’ingiustizia a cui il Victoria and Albert Museum spera di porre rimedio con una la grande retrospettiva dedicata a questo grande fotografo americano dal titolo Paul Strand: Photography and Film for the 20th Century.

Nato a New York al tramonto dell’Ottocento, Strand studia alla Ethical Culture Society  School della megalopoli americana, un istituto fondato nel 1880 con lo scopo di sviluppare negli studenti idee socialmente progressiste. In occasione di una gita scolastica che Strand visita per la prima volta la galleria d’arte 291 gestita dal grande fotografo modernista Alfred Stieglitz (1864-1946), la cui guida fa sì che Strand si avvicinasse, nel corso degli anni, allo stile grafico e modernista che lo contraddistingue. Basta guardare l’iconica Wall Street 1915 – i passanti ridotti a semplici macchie scure le cui ombre, così elegantemente delineate, completano armoniosamente le torreggianti masse dell’edificio circostante – per vedere all’opera quel Modernismo che tanta influenza avrà su un altro grand eamericano, Edward Hopper (1882-1967). Le sue immagini delle strade di New York, con la sua umanità varia ed eventuale, sono così evocative che gli si perdona il fatto di aver adottato trucchi degni di un reporter scandalistico (come l’utilizzare una lente nascosta per per scattare foto agli ignari passanti) per ottenere il suo scopo. Ma nonostante lavorasse in strada e all’aperto, Strand non si considerò mai un fotoreporter, preferendo le lunghe esposizioni e il lavoro in studio alla velocità e all’immediatezza della street photography.

Angus Peter MacIntyre, South Uist, Hebrides by Paul Strand, 1954. Victoria and Albert Museum, London © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Sebbene sia stato anche un regista cinematografico, Strand è tuttavia perlopiù noto per le sue suggestive immagini in bianco e nero, progetti immensi che lo hanno portato dalle Ebridi al New England, dalla Romania alla Francia, al Nuovo Messico e al Ghana e che raccoglie in libri fotografici. I volti tranquilli dei suoi soggetti – pastori, operai, contadini e pescatori, come il giovane Angus Peter MacIntyre, fotografato a South Uist nel 1954, emanano una luminosa dignità che emerge dall’asprezza della loro vita quotidiana. Ma Strand fotografa anche paesaggi e gli umili oggetti quotidiani – una finestra rotta, una porta aperta, briglie e finimenti per animali, una roccia e dei rami secchi – immortalandoli con tale precisione ed esattezza che per un attimo sembra quasi possibile sentire i suoni, gli odori, i profumi, i colori di quel mondo.

Sebbene non sia mai stato ufficialmente un membro del partito comunista, Strand non nascose mai le sue simpatie marxiste, circondandosi per tutta la vita di amici e collaboratori socialisti o appartenenti al Partito, cosa che non gli rese la vita facile nell’America dei primi anni Cinquanta, in preda al fervore anti-comunista istigato dal senatore repubblicano Joseph Raymond McCarthy (1908-1957). Eventualmente, stanco di essere perseguitato per le sue simpatie politiche e di essere accusato di essere una spia sovietica, nel 1949  Strand ne decide di trasferirsi in Francia, nel villaggio di Orgeval, dove visse fino alla sua morte avvenuta nel 1976.

Una delle più celebri collaborazioni di Paul Strand fu quella con il nostro Cesare Zavattini (1902-1989) che l’americano conosce nel 1949 a Perugia durante il convegno internazionale Il cinema e l’uomo moderno. Zavattini, del quale Strand condivide le simpatie comuniste, gli suggerisce per il suo prossimo progetto Luzzara, il suo paese natale, un piccolo borgo rurale in provincia di Reggio Emilia noto per l’industria casearia, i cappelli di paglia e le briglie per cavalli e per essere apertamente “Rosso”. Strand non si fa pregare e nella primavera del 1953 passa oltre cinque settimane a fotografarne gli sconcertatati abitanti (non capitava spesso di trovarsi al cospetto di un americano comunista negli anni Cinquanta) impegnati nella loro vita quotidiana .

The Family, Luzzara The Lusetti, 1953 © Paul Strand Archive, Aperture Foundation

Ciò che ne risulta è il magnifico libro fotografico Un Paese (Portrait of an Italian Village) (1955), con racconti dello stesso Zavattini. In copertina è The Family (1953), forse una delle immagini più emblematiche create dal fotografo americano. Si tratta dei cinque fratelli Lussetti che, a piedi nudi, posano con la madre (il padre comunista era stato picchiato a morte dai fascisti) davanti alla porta della loro casa e che Strand aveva conosciuto grazie a Zavattini. Sembrano usciti da un quadro di Piero della Francesca, o da una scena di Ladri di Biciclette: le loro espressioni calme e dignitose cariche dei taciti traumi di chi ha molto sofferto durante la Guerra e il Fascismo.

Parmesan, Luzzara 1953 Philadelphia Museum of Art © Paul Strand Archive Aperture Foundation

Per Strand la fotografia è un processo artigianale che vede ogni foto come l’unione perfetta di luce e composizione. È un processo lento, lentissimo e le sue fotografie richiedono una grande di attenzione da parte dello spettatore. Prendetevi il tempo per farvi assorbire dai volti dei suoi soggetti, perdervi nelle consistenze dei suoi paesaggi e nella magia del suo mondo.  Perché quelle di Paul Strand non sono solo fotografie, ma piccole opere d’arte attentamente costruite.

2016 © Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Paul Strand: Photography and Film for the 20th Century

Londra// fino al 3 Luglio 2016

Victoria and Albert Museum

Vam.ac.uk/paulstrand