Esiliato speciale: Ugo Foscolo nella Londra della Reggenza (1816-1827)

Ah il Romanticismo! Quante lacrime ho versato per gli eroi romantici di Foscolo e Goethe! Ma nonostante abbia sospirato con il giovane Werther goethiano, la mia preferenza andava inequivocabilmente alle Ultime lettere di Jacopo Ortis, con la sua tragica storia di doppia infelicità – per l’amata Teresa, che deve sposare l’odioso Odoardo, e per la Patria, passata da Napoleone agli Austriaci senza pensarci due volte. D’altra parte sono sempre stata un’adolescente che passava troppo tempo da sola, incline a sognare ad occhi aperti.. Ora, passata la pubertà e il bisogno delle emozioni forti (ahem…😉) provviste dalle vicende dell’Ortis, continuo a provare un grande affetto per Ugo Foscolo (1778-1827). Che, giunto a Londra in esilio volontario il 12 settembre 1816, vive qui per gli ultimi undici anni della sua vita. E che accidentalmente ha abitato non troppo lontano da casa mia.

Al numero 19 di Edwardes Square, un’elegante piazza georgiana di Kensington costruita tra 1811 e il 1820 a pochi passi da Holland Park, una delle mitiche Blue Plaques dell’English Heritage indica la casa in cui il nostro poeta visse tra il settembre 1817 e l’aprile 1818, prima di trasferirsi nel 1819, in un piccolo appartamento sopra un negozio di tessuti al 154 di New Bond Street. Il primo dei molti traslochi che caratterizeranno la sua permanenza nella capitale.

Ma quello londinese non fu il primo esilio per Foscolo. che, dopo aver esultato per l’entrata delle truppe napoleoniche in Italia, si ritrova amaramente deluso dalla firma del Trattato di Campoformio del 1797, con cui Bonaparte cedeva Venezia (fino a quel momento libera repubblica, anche se ormai controllata dai francesi), all’Austria asburgica.

Da radicale qual’era, Foscolo abbandonò Venezia e si trasferì a Milano dove si arruolò nella Guardia Nazionale della Repubblica Cisalpina e combattendo con quella che si sarebbero poi chiamata Grande Armata francese. Nel 1803 si unisce alla divisione italiana di stanza in Francia, dove Napoleone stava raccogliendo le truppe per un’invasione dell’Inghilterra che non si sarebbe mai verificata. A Valenciennes conobbe una giovane inglese, Lady Fanny Emerytt Hamilton (da lui chiamata anche Sophia) che doveva aiutarlo con la lingua in vista dell’invasione dell’isola e con la quale ha una fugace relazione nel 1805 e da cui nasce una figlia di cui lui resta all’oscuro per molto tempo.

Poi Napoleone cadde e gli Austriaci si ripresero Milano e Foscolo si ritrovò daccapo. A dire il vero, il governatore austriaco gli offrì la possibilità di collaborare con il nuovo governo, dirigendo una rivista letteraria che sarebbe diventata la futura “Biblioteca italiana”, incarico che il poeta accettò prima di realizzare che la proposta comportava l’obbligo di giuramento al nuovo regime. Deciso a non farlo, Foscolo preferì lasciò abbandonare l’Italia, fuggendo  la notte prima di prestare giuramento. A quel tempo erano pochi i paradisi europei per i liberali irredentisti come lui. Provò prima la Svizzera, poi si decise per Londra.

François-Xavier Fabre (1766-1837), Portrait of Ugo Foscolo, 1813, Florence, Biblioteca Nazionale Centrale

A differenza di quanto accede oggi, infatti, nell’Inghilterra georgiana lingue come il latino, il francese e il tedesco erano ampiamente diffuse tra l’aristocrazia. Molte persone di alto rango conoscevano e parlavano anche l’italiano, che resta una diffusa tra i circoli intellettuali e letterari dell’epoca. La decisione poi di preferire l’esilio piuttosto che prestare giuramento di fedeltà agli austriaci aprirono a Foscolo le porte dei circoli liberali londinesi, come quello del Henry Richard Vassall-Fox, III Baron Holland che presiedeva nella sua dimora di Kensington un salotto letterario e politico di alto livello frequentato, oltre che da intelletuali, letterati e politici, anche da esiliati politici come il nostro poeta

John Wykeham Archer, Holland House, Source Wikipedia

Attorno a Foscolo finiscono inevitabilmente per radunarsi i numerosi esuli italiani che si erano rifugiati a Londra dopo il fallimento dei moti del 1821. Nacquero grandi amicizie, come con gli esuli Giuseppe Pecchio e Giovita Scalvini, ma il suo carattere difficile gli alienò molte simpatie tra i patrioti in esilio. Pare infatti che Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti, padre del Dante Gabriel Rossetti preraffaellita, anch’egli esiliato a Londra per aver appoggiato i moti liberali del 1820 non l’abbia ricordato con molta simpatia nelle sue memorie, e non era certo l’unico. Presto anche altri patrioti italiani, risentiti dalle critiche del poeta nei confronti dei tentativi rivoluzionari nel Lombardo-Veneto (tentativi che Foscolo, dopo anni all’estero, vedeva in un’ottica di disincantato realismo politico) e lo accusavano di danneggaire la causa italiana.

Sarà anche stato un grande letterato e un coraggioso patriota, ma una cosa che Ugo Foscolo non sembrava in grado di fare era gestire le proprie finanze. E nonostante l’intensa attività editoriale e numerosi articoli e saggi letterari e di critica scritti per le grandi riviste dell’epoca, come la prestigiosa rivista letteraria Edinburgh Review (dove si occupa di letteratura italiana, di filologia e critica letteraria), e il fatto che fosse un ospite semi-permanente del circolo liberale di Holland House, Foscolo trascorse i primi anni a Londra in dignitosa povertà, traslocando spesso tra diverse zone della capitale, a seconda della situazione finanziaria del momento.

Questo almeno fino al 1822, quando Foscolo – che nel frattempo aveva ritrovato la figlia naturale Mary Emerytt Hamilton (e da lui prontamente ribattezzata con il più romantico “Floriana”), decise di investire l’inaspettata somma di denato portatagli dalla giovane (probabilmente la sua dote) quando era andata a vivere con lui alla morte della nonna Lady Walker, in uno dei cottage che allora si stavano costruendo tra Regent’s Park e St. John’s Wood, e che costavano molto meno degli elengatissimi edifici in stile Regency costruiti da John Nash per l’aristocrazia londinese..

Foscolo era deciso a fare di questa villa sulle rive del Regent’s Canal, che aveva battezzato Digamma Cottage (dal nome di un saggio di filologia: Sul digamma eolico, Storia del testo di Omero) sarebbe diventato la casa dei suoi sogni, come scrive ad un amico, “my home, my workshop, my prison and my Champs Elysées.” Arredato (in gran parte a credito) in perfetto stile Regency, Digramma doveva contenere anche mausoleo che sarebbe stato decorato con un monumento funebre o con un’urna in stile Sepolcri, nel il quale Foscolo sperava di essere sepolto. Il cottage era dotato anche di un grande giardino dove (a sentire l’amico esule Giovita Scalvini) Foscolo appendeva limoni e arance agli alberi, per ricordargli il clima greco. Ma temo che il vedere il Regent Canal, che scorreva in fondo al suo giardino, solcato da rozze chiatte di carbone invece che dalle imbarcazioni greche della sua immaginazione, dovette essere per il nostro romantico poeta una grande delusione…

Ugo Foscolo cenothaph in Chiswick Old Cemetery, London. Photo: Paola Cacciari

Il sogno della casa ideale durò solo un paio d’anni. Spesa l’eredità di Floriana e non potendo pagare i debiti, nel 1824 Foscolo deve abbandonare Digamma; finisce pure in prigione per un breve periodo. Uscito dal carcere fu costretto a sopravvivere nei quartieri più poveri e malsani di Londra, assumendo spesso false identità (Lord Emerytt, dal nome della figlia era una di queste) per sfuggire ai creditori. Malato di idropisia polmonare, probabilmente contratta in quegli ultimi, difficili anni, Ugo Foscolo mori nel 1827 a Turnham Green, un verdeggiante sobborgo nelle zona Ovest dove sie era trasferitao nell’ultimo dei suoi traslochi, assistito dalla figlia e da pochi amici. Fu seppellito nel cimitero di Chiswick, all’ombra dei cipressi che aveva tanto amato, prima di ritornare nel 1871 in un’Italia unita.

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La strana storia del decennio inglese di Foscolo è stata raccontata due volte: Ugo Foscolo: An Italian in Regency England (1953) di ER Vincent, A. Life in Exile: Ugo Foscolo a London 1816-27 (1977) di Carlo Maria Franzero,

2022 ©Paola Cacciari

It’s coming home – to Rome

Strana atmosfera oggi a Londra. Non che sia andata molto lontano sia chiaro, che il giorno dopo Italia – Inghilterra a Wembley mettere il naso fuori casa da italiana nella tana del leone (o meglio, dei tre leoni) mi rende più inquieta dell’avvicinarsi rimozione delle restrizioni del Covid…

In uno stadio stracolmo di supporter rosso-bianchi che (a torto o a ragione) davano già quasi per scontata la vittoria inglese, l’arco di Wembley si è invece colorato di rosso, bianco e verde. E Londra ieri sera si è colorata di azzurro.

Scrive il giornalista Tobias Jones sull’Observer: “Come tifoso, non brami solo la gloria sportiva, ma anche, attraverso la tua squadra, capire da dove vieni e dov’è la tua vera casa.” Come me, Tobias Jones è un espatriato, un’inglese in Italia come io sono un italiana a Londra. E per chi come noi ha una famiglia ibrida anglo-italiana questa non è stata solo una partita, ma una scelta tra il nostro paese d’origine e quello adottivo, tra i nostri compagni di vita e la famiglia di origine, tra gli amici italiani e quelli inglesi. A casa mia non c’era dubbio: il mio compagno inglese è per l’Inghilterra, mentre io nonostante la cittadinanza britannica, ero per l’Italia. Ovviamente. 

Gli Europei di calcio mi hanno fatto riprendere in mano un saggio di George Orwell dal titolo Lo Spirito Sportivo, di cui avevo già scritto a proposito dei Mondiali di Russia in questo post Il calcio secondo George Orwell. Qui Orwell scrive: “Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È semmai strettamente legato all’astio, alla gelosia, alla vanagloria, alla noncuranza di qualsiasi regola e al sadico piacere di assistere a manifestazioni di violenza: in altre parole è come la guerra, ma senza gli spari.”

Ancora una volta mi è venuto da riflettere sulla tribalità del calcio, o degli sport agonistici in genere. Si gioca per vincere, arrivare secondi non conta – lo hanno dimostrato ampiamente i giocatori inglesi sfilandosi con stizza la medaglia d’argento appena ricevuta dal presidente dell’Uefa Ceferin. Ma, continua Orwell, “l’aspetto significativo non è la condotta dei giocatori bensì l’attitudine degli spettatori: e, dietro gli spettatori, quella delle nazioni che finiscono per infuriarsi su queste assurde competizioni, e che credono seriamente […] che correre, saltare e dare un calcio al pallone costituiscano una prova di virtù nazionale. […] Il calcio senza la folla non ha alcun significato.

Anche se gli spettatori non intervengono fisicamente, provano comunque a influenzare l’andamento del gioco incitando la loro squadra e innervosendo i giocatori avversari con urla ed insulti.” Altro che fair play: il calcio sembra risvegliare gli istinti più selvaggi. Certamente lo fatto nei tifosi inglesi che non contenti di fischiare l’Inno di Mameli nonostante gli appelli a non farlo dell’ex calciatore della nazionale inglese Gary Lineker e di Boris Johnson, hanno dato il peggio urlando insulti razzisti a Marcus RashfordSancho Saka, i tre giocatori di colore che hanno sbagliato i rigori.

Marcus Rashford

Marcus Rashford, attacante ventiduenne del Manchester United, dopo aver aiutato a raccogliere circa 20 milioni di sterline per sostenere le famiglie in difficoltà nei giorni più critici della pandemia è riuscito a fare cambiare idea al governo di Boris Johnson che voleva sospendere i buoni pasto per oltre un milione di bambini inglesi provenienti da famiglie a basso reddito durante le vacanze estive del 2020 e che grazie a lui hanno continuato a ricevere un buono settimanale per un pasto gratuito al giorno. Per la sua attività umanitaria Rashford è stato insignito dalla Regina Elisabetta II dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico (The Most Excellent Order of the British Empire) una tra le onorificenze più importanti del Regno Unito. Ciononostante “l’attivista” conservatore Darren Grimes lo ha insultato in Twitter dicendogli di dedicarsi meno alla politica e più al calcio.

Davvero, il giocare per divertirsi ha significato solo quando non è coinvolto il patriottismo locale. Perchè, come nel caso di Italia – Inghilterra, non si tratta solo di prestigio e orgoglio nazionale. Come molte altre nazionalità, anche noi italiani che viviamo in Gran Bretagna abbiamo sofferto negli ultimi anni di quello che Tobias Jone definisce “un certo anglocentrismo dispettoso”, per cui non sorprende che per noi expats questa partita ha il significato di una rivincita tra l’Europa e l’Inghilterra della Brexit. Per un gruppo di persone il risultato costituisce l’avvallamento della superiorità di una parte sull’altra, la dimostrazione che lasciare l”UE è stata la decisone giusta o un terribile errore.

In ambito internazionale lo sport, detto francamente, è una battaglia politica. E da italiana in UK che ha vissuto l’amarezza della Brexit, vedere l’Italia vincere proprio a Wembley mi ha riempito di orgoglio nazionale, alla faccia di quel 51% della popolazione che nel 2016 ha deciso di uscire dall’Europa e tornare ad essere un’isola.

2021 Paola Cacciari

L’Arte appaga, ma non paga

E’ un anno nero per i musei, le pinacoteche, le dimore storiche, i cinema, i teatri e le sale concerto londinesi. Dopo aver riaperto i battenti ad estate inoltrata, sono rimasti di nuovo fermi nel secondo lockdown di novembre. Hanno potuto riaprire agli inizi di dicembre ma, dopo neanche due settimane, hanno chiuso di nuovo, […]

L’Arte appaga, ma non paga

I gerbilli in quarantena

La quarantena fa fare cose strane alle persone: c’è chi canta dalla finestra, chi gioca a tennis sul balcone, chi non si perde una lezione di zumba su You Tube, chi passa la giornata tra Zoom e Houseparty e chi, al contrario, è diventato tutt’uno con il divano guardando Netflix. E, se si tratta di Marianna e Filippo, c’è chi crea una gallerie d’arte per i propri criceti. Con risultati spettacolari.

A couple stuck inside during the lockdown have made an adorable art gallery - for their GERBILS. See SWNS story SWLEgerbils. Marianna Benetti and her boyfriend Filippo Lorenzin, both 30, constructed the miniature exhibition last week to keep their pets entertained during quarantine. The tiny space was furnished with carefully curated gerbil themed takes on classic works of art - including the ?Mousa Lisa?. Marianna and Filippo also made mini benches, gallery assistant stools, large print guides, and a sign which read ?DO NOT CHEW?. Their two nine-month-old gerbils, Pandoro and Tiramisu, enjoyed browsing the gallery and nibbled their way through one of the delicately constructed chairs.

Anche loro come me, fanno parte della grande famiglia di italiani espatriati nella terra del Fish ‘n Chips che sono venuti ad allargare le schiere dei connazionali a Londra. Bloccati a casa come tutti, i due hanno deciso di costruire una galleria d’arte in miniatura ispirata a White Cube per intrattenere i loro due gerbilli, Pandoro e Tiramisù durante la quarantena, con tanto di minuscole versioni in formato roditore di alcuni dei dipinti più famosi al mondo. E visto che Filippo come me lavora al museo (ebbene sì, un’altro collega talentuoso!) e conosce l’ambiente la mini-galleria d’arte è provvista di mini panchine, mini sgabelli per l’assistente di galleria mini-descrizioni per il pubblico e persino un mini-cartello con la scritta “NON Masticate”. Una richiesta a cui, a quanto pare, i due animaletti non hanno prestato molta attenzione… 😂

Potete seguire Pandoro e Tiramisù  🐹🐭 su Instagram  @pandoro_tiramisu_gerbils

The Clash – London Calling

Le interazioni con i miei connazionali in visita al museo sono in genere di tre tipi.

C’è chi, senza neppure guardare il mio pass, mi parla direttamente in italiano. Come se il fatto che i romani siano arrivati fin qui e ci siano stati per quattrocento anni sia sufficiente a giustificare la mia padronaza della lingua…

C’è chi si meraviglia del fatto che, dopo vent’anni e io sia ANCORA qui, nonostante il fatto che tempo faccia schifo (ma siete mai stati a Bologna, che d’estate è immersa nell’afa e d’inverno è sommersa da quella bella, fitta nebbia padana??), e la Brexit che incombe come una spada di damocle sulle nostre teste.

E ci sono quelli che mi guardano con l’occhio lucido, sopratutto gli ex-adolescenti della mia età, quelli cresciuti con i Clash e David Bowie e che ancora ricordano il Live Aid (quello vero, quello del 1985) e avevano il poster di Che Guevara attaccato in camera e sognavano di allevare pecore in Irlanda. E che mi chiedono con aria cospiratoria (quasi che quella degli italiani all’estero sia una sorta di società segreta) ‘Ma com’è… dico… com’è? … Stare qui??’  Che magari avrebbero voluto farlo anche loro, mandare tutto a fan’culo e uscire dal gruppo dico, come il Jack Frusciante di Brizzi. Uscire dal cerchio che gli altri ti hanno disegnato intorno e che prevede che uno studi ‘per strappare un titolo di studio che a sua volta […] permetta di strappare un buon lavoro che a sua volta […] consenta di strappare abbastatnza soldi per strappare una qualche cavolo di serenità tutta guerreggiata e ferita e massacrata dagli sforzi infiniti per raggiungerla.’

Per provare a vivere in un modo diverso, non necessariamente migliore o peggiore, solo… DIVERSO. Che alla fine come ha detto Pirandello molto prima di Brizzi, la realtà ha tante facce tutte ugualmente vere e ognuno è diverso, così come la strada per trovare una nostra serenità…

The Clash – London Calling (1979)

Tangerines

Il museo non e’ solo un’insieme di oggetti bellissimi, ma anche di una serie di bellissime persone che ci lavorano e che ho la fortuna di avere (o di aver avuto) come colleghi. Come Carlo, il chitarrista della band emergente Tangerines.

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Qui ci sono altre canzoni. Sono bravi e andranno lontano (ed io potrò dire che ne conoscevo uno… 🙂 )

https://soundcloud.com/feeltangerines

In Gennaio verranno in tour in Italia (con una data in Svizzera) e faranno anche tappa a Bologna, dove suoneranno  all’Associazione Culturale Kinodromo. In bocca al lupo ragazzi!! 🙂

Tangerines, Associazione Culturale Kinodromo, via San Rocco 16 Bologna 25 gennaio 2018.

Twitter @feeltangerines

Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters
Riccardo Muti. Photograph: Reuters

2017 ©Paola Cacciari

Le indecisoni di “Theresa Maybe”

L’Economist non è certo ciò che si potrebbe definire una rivista di sinistra. Insieme al Financial Times è una delle due testate più autorevoli della Gran Bretagna, nonchè da sempre voce di quell’establishment liberale a cui i Conservatori dicono di appartenere. Ma la prima copertina dell’anno, dedicata ai primi sei mesi al potere di Theresa May è davvero poco lusinghiera e definisce ciò che la premier ha fatto fin qui, deludente. Il titolo che la condanna gioca sulla similitudine del suo cognome (May) e la parola inglese per ‘forse’ (maybe). E nel caso il gioco di parole non fosse chiaro, il giornale si affretta a spiegare il perchè nel sottotitolo con un lapidario “l’indecisa premier britannica”.

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Inutile dire che l’accusa è fondata. La May si è autoimposta una scadenza, un Marzo 2017 che si avvicina a velocita sostenuta, per far scattare l’Articolo 50 e uscire così dal’Unione Europea. Un tempo questo, entro il quale dovrebbe risolvere o quantomeno chiarire a tutti, Brexiteers e non (e magari anche a noi immigrati extra-communitari in fervida attesa che si decida finalmente del nostro futuro…) la sua strategia su Brexit. Ma a a parte qualche debole occasionale guaito, come il solito slogan ormai trito e ritrito “Brexit significa Brexit”, fin’ora non si sono fatti progressi di nessun tipo. Ora non si parla neanche più di un “hard” o di un “soft” Brexit (neanche si trattasse di uova sode…), ma di un “red, white and blue Brexit” i colori della Union Jack, la bandiera britannica e che nelle parole della stessa May stanno a significare l’accordo giusto per il Regno Unito con l’Unione europea, in opposizione al “grey Brexit”, il “Brexit grigio”, auspicato dal Ministro del Tesoro Philip Hammond che vorrebbe lasciare il mercato unico, ma mantenere un accesso limitato per quanto riguarda il libero scambio, con limitazioni in materia di immigrazione a parte agli immigrati qualificati in settori specifici. Tale compromesso sarebbe una via di mezzo tra lo scenario apocalittico del “black Brexit voluto da alcuni radicali, che vuole l’uscita completa e totale del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun accordo, e un “white Brexit”, il Brexit bianco dei moderati che vedrebbe invece un tentativo dell’Inghilterra di rimanere nel mercato unico. Certo se Theresa May aspetta ancora un po’, finirà con il perdere per strada molti dei suoi collaboratori: gia’ è successo con l’ambasciatore britannico a Bruxelles, sir Ivan Rogers che, davanti alla mancanza di una chiara direzione (o perlomeno di una direzione, anche se non molto chiara…) da parte del Governo britannico sul negoziato con la Ue, ha perso la pazienza e si è dimesso. Difficile biasimarlo…

Sta di fatto che dopo sei mesi al governo, la Premier è ancora incerta e non solo sulla direzione da prendere con Brexit, ma pare anche sulla politica economica da dare al proprio paese. Il suo è un dilemma amletico: mantenere l’appoggio delle banche e della City e rischare di perdere i voti del popolo dell’Ukip che vogliono il divorzio completo, o ascoltare quelli che di fatto hanno votato per lei e  rischiare di fare davvero arrabbiare la City con conseguenze economiche potenzialmente drammatiche? Sta di fatto che non c’è bisogno di essere di sinistra o di destra per accorgersi che l’incertezza economica è deleteria per l’economia. E come dice il mio espatriato preferito, il giornalista Enrico Franceschini nel suo blog My Tube,Theresa Maybe potrebbe diventare il suo soprannome e il suo epitaffio politico.”

 

I cento giorni di Brexit

“Brexit means Brexit” ha annunciato solennemente Theresa May quando è stata nominata Primo Ministro britannico in quella che sembra una vita fa. Ma ora, a quattro mesi esatti da quel fatidico 23 Giugno 2016 in cui sono andata a dormire sicura del mio status di cittadina europea e mi sono svegliata la mattina dopo come immigrata extracomunitaria, nessuno sembra ancora sapere cosa esattamente significhi l’uscita dall’Unione Europea per il Regno Unito.  Quattro mesi in cui molto si è detto e davvero poco è stato fatto.

Ho scaricato le 80 pagine del modulo per richiedere la Permanent Residence Card e ho cominciato a raccogliere le “prove” (conti, bollette, buste paga etc etc) che ho vissuto, lavorato e pagato le tasse qui per più di 5 anni, ma ogni volta che guardo quelle pagine trovo immediatamente qualcosa di più interessante da fare: leggere un libro, scrivere un post per il mio blog… Persino fare le pulizie sembra preferibile a quel demoralizzante cumulo di carta. Il fatto è che spero ancora che questo modulo non sia necessario, che Theresa May prenda una decisione e che per noi “immigrati” di lunga data non sia necessario avere a che fare con tanta inutile burocrazia. Ma come me, l’intera nazione è ad un punto morto, bloccata in una terra di nessuno politica ed economica abitata da una crescente intolleranza e xenofobia . Nel frattempo l’elefante nella stanza si sta ingigantendo e sta diventando sempre più difficile ignoralo. Certamente i fautori dell’hard Brexit si sentono sempre più autorizzati ad esprimere le loro opinioni, e a farlo a voce sempre più alta. Non è un caso che i crimini legati all’intolleranza razziale e religiosa siano saliti del 57% nei quattro giorni successivi al referendum, assestandosi al momento ad un 41% più o meno stabile. L’Inghilterra post-Brexit sta diventando un luogo in cui chi ha voltato Remain non avrebbe mai pensato di trovarsi, e in cui dubito che anche molti di quelli che hanno voltato Leave avrebbero pensato di arrivare….

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L’approccio approccio caotico e indeciso di Theresa May mi ricorda sempre più quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti, coprendosi gli occhi durante un dibattito televisivo tra D’Alema e Berlusconi incitava d’Alema a dire una cosa di sinistra basta che dicesse qualcosa. Ma dopo aver affermato che “Brexit significa Brexit” la May ha messo mano alla riforma scolastica poco preoccupata (almeno così sembra) che il silenzio creato dall’attesa di una risposta sul futuro del Paese sia sempre più riempito dalle voci di coloro che vogliono un “hard Brexit” invece del “soft Brexit” auspicato da molti altri. E no, non si tartta di uova sode, ma del modo in cui il deve avvenire divorzio europeo, dove “hard” implica un’uscita non solo dalla UE ma anche dal mercato comune, mentre “soft”, implica il mantenere una relazione più stretta con il resto dell’Unione Europea, l’accesso al mercato unico, e qualche concessione sulla libera circolazione. Certamente Theresa May si è accorta che il divorzio dall’Europa non sarà poi una passeggiata quando gli altri capi di stato dell’Unione Europea hanno indicato che i negoziati su Brexit si svolgeranno in francese la lingua madre di Michel Barnier, l’ex-ministro degli Esteri francese (e che parla perfettamente l’inglese) prescelto dalla UE per condurre la trattativa con il governo britannico, una decisione che ha fatto infuriare il primo ministro britannico. E se il Governo britannico fa sapere che non intende nemmeno considerare la proposta, un portavoce della Commissione Europea non si sbilancia su quale sarà la lingua ufficiale della trattativa. Ouch!

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images
March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

Certo il nome Regno Unito al momento sembra un ossimoro, con il Primo ministro scozzese Nicola Sturgeon che ritiene che sia “democraticamente inaccettabile” che la Scozia debba lasciare l’UE quando ha votato per rimanere e minaccia un secondo referendum per l’indipendenza per il paese, mentre il Vice primo ministro dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness non nasconde che l’impatto di Brexit per il suo Paese sarebbe “molto profondo” e che l’intera Irlanda dovrebbe poter votare sulla riunificazione riunificazione. A questo aggiungiamo la gente comune, nonni e nipoti e genitori e figli che sono ai ferri corti per via del referendum; persino mia suocera ha tristemente ammesso che la sua vicina di casa che conosce da 40 anni  e che ha votato per uscire, ora la evita perché sa che io sono “straniera” e che sia la mia dolce metà che i suoi fratelli sono europeisti convinti.

Dal giorno del Referendum le manifestazioni a favore del rimanere (e di cui nessuno parla) si sono susseguite per mesi in varie città del Paese, l’ultima delle quali la grande #MarchForEurope che si è tenuta a Londra in Settembre, ha attirato oltre diecimila sostenitori che hanno marciato da Hyde Park al Parlamento, con manifestazioni simultanee a Edimburgo, Birmingham, Oxford e Cambridge. Nei giorni immediatamente successivi al referendum qualcuno aveva iniziato una petizione online per dichiarare London indipendente dal Regno Unito e chiedere di aderire all’UE. Assurda come può sembrate, la petizione aveva nonostante tutto racconto migliaia di firme in poche ore. Chiaramente il fatto che metà del Paese volesse restare in Europa non va giù ai radicali di Brexit che considerano questo dissenso antidemocratico, tanto che un consigliere comunale dei Tories aveva iniziato una petizione (provocatoria, si spera) in cui chiedeva al parlamento britannico di punire come atto “di alto tradimento” punibile con l’ergastolo ogni attività contraria al risultato del referendum. E meno male, che fino al 1870 la pena per I reati di alto tradimento volevano il condannato impiccato, sviscerato e squartato!

La vita a Londra non è cambiata molto dopo Brexit. Ma d’altra parte Londra non è l’Inghilterra e non lo è mai stata. In un momento come questo in cui l’islamismo  non è esattamente la religione più popolare nel mondo occidentale, Londra ha eletto un sindato mussulmano. La vittoria di Sadiq Khan, il figlio di un autusta degli autobus cresciuto in una casa popolare,  è l’esempio lampante che Londra è un altro pianeta. E Khan non ha perso tempo nel mandare chiari segnali a tutti coloro che hanno fatto della Capitale la loro casa che Londra è aperta a tutti e lo sarà sempre.

Ma questo non ferma la retorica e le liti interne allo stesso Governo. Il ministro del tesoro Philip Hammond è in pieno disaccordo con Theresa May sulla politica economica da seguire preoccupato dall’impatto negativo che l’abolizione della libera circolazione avrà sull’economia britannica, quello degli Interni Amber Rudd voleva richiedere ad aziende e società di pubblicare la percentuale di personale straniero da loro impiegato, solo per poi fare marcia indietro davanti alla razione scandalizzata delle imprese che l’hanno accusata di fomentare la discriminazione e accusata di razzismo, mentre quello della Sanità Jeremy Hunt ha promesso che l’NHS, il servizio sanitario, impieghera’ più dottori e infermieri britannici così da smettere di fare affidamento sul personale straniero. “Grazie tante e tanti saluti” mi verrebbe da pensare se fossi uno dei tanti medici (come il neurochirurgo italiano che l’anno scorso ha operato mio suocero di un’emorragia celebrale) o infermieri che vengono dall’Europa, bel messaggio che il Governo sta mandando a tutti coloro che hanno lavorato sodo per anni per costruirsi una vita, pagando le tasse e contribuendo attivamente alla società!

Fino ad ora il governo si è rifiutato di fornire certezze sullo status dei cittadini europei che attualmente vivono nel Regno Unito, spiegando che ciò è possibile senza un impegno reciproco degli altri stati membri dell’UE riguardo i cittadini britannici residenti sul continente, limitandosi a dire che coloro che hanno vissuto nel Regno Unito per almeno cinque anni avranno il diritto di rimanere. E gli altri? Dipende dai negoziati su Brexit e dalla “volontà del Parlamento”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri. La May ha detto che l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che darà l’avvio a due anni di negoziati formali, verrà attivato entro la fine del mese di marzo 2017. Il che significa che il Regno Unito sarà fuori dell’UE entro l’estate del 2019. E che il Cielo ci assista.

2016 ©Paola Cacciari

Il colore di Casa Missoni al Fashion and Textile Museum

Da sempre sinonimo di colore, filati morbidi e maglioni avvolgenti, il nome Missoni è anche e soprattutto, una bella storia famigliare. Una storia iniziata nel 1948 con un improbabile incontro avvenuto proprio a Londra tra una Rosita appena diciassettenne in vacanza-studio, e l’atleta Ottavio Missoni che si trovava nella capitale britannica per competere nei 400 metri a ostacoli alle Olimpiadi. Cinque anni dopo il galeotto incontro londinese, i due sono sposati e danno vita all’incredibile sodalizio creativo ancora oggi più vivo che mai, grazie all’entusiasmo di figli e nipoti.

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984
Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Con Missoni Art Colour, la prima grande mostra dedicata all’azienda di Gallarate, il Fashion and Textile Museum esplora l’influenza di pittori modernisti del XX secolo come Sonia Delaunay, Lucio Fontana e Gino Severini sull’estetica creativa del marchio Missoni. In esposizione, disegni tessili inediti, bozzetti e arazzi di grande formato e capi finiti che raccontano i sessant’anni della storia dell’azienda e sono esposti accanto ai capolavori tratti provenienti in gran numero dal Museo d’Arte di MAGA di Gallarate.

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari
Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Descrivere questa mostra come una festa di colore non rende giustizia alla creatività e al lavoro dell’azienda, che c’è molto di più in Missoni del semplice colore: ci sono passione, dedizione, ricerca, ispirazione e soprattutto tecnica artigianale. E nonostante il rumore dei macchinari di fabbrica che fanno da sottofondo alla mostra, uno esce stranamente calmo, ancora mentalmente avvolto da tanta morbidezza. 🙂

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari
Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

(Articolo originario pubblicato in Cinque mostre per l’Estate a Londra su Londonita)

Londra//Fino al 4 Settembre 2016

Missoni Art Colour

Fashion and Textile Museum