Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters

Riccardo Muti. Photograph: Reuters

 

Le indecisoni di “Theresa Maybe”

L’Economist non è certo ciò che si potrebbe definire una rivista di sinistra. Insieme al Financial Times è una delle due testate più autorevoli della Gran Bretagna, nonchè da sempre voce di quell’establishment liberale a cui i Conservatori dicono di appartenere. Ma la prima copertina dell’anno, dedicata ai primi sei mesi al potere di Theresa May è davvero poco lusinghiera e definisce ciò che la premier ha fatto fin qui, deludente. Il titolo che la condanna gioca sulla similitudine del suo cognome (May) e la parola inglese per ‘forse’ (maybe). E nel caso il gioco di parole non fosse chiaro, il giornale si affretta a spiegare il perchè nel sottotitolo con un lapidario “l’indecisa premier britannica”.

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Inutile dire che l’accusa è fondata. La May si è autoimposta una scadenza, un Marzo 2017 che si avvicina a velocita sostenuta, per far scattare l’Articolo 50 e uscire così dal’Unione Europea. Un tempo questo, entro il quale dovrebbe risolvere o quantomeno chiarire a tutti, Brexiteers e non (e magari anche a noi immigrati extra-communitari in fervida attesa che si decida finalmente del nostro futuro…) la sua strategia su Brexit. Ma a a parte qualche debole occasionale guaito, come il solito slogan ormai trito e ritrito “Brexit significa Brexit”, fin’ora non si sono fatti progressi di nessun tipo. Ora non si parla neanche più di un “hard” o di un “soft” Brexit (neanche si trattasse di uova sode…), ma di un “red, white and blue Brexit” i colori della Union Jack, la bandiera britannica e che nelle parole della stessa May stanno a significare l’accordo giusto per il Regno Unito con l’Unione europea, in opposizione al “grey Brexit”, il “Brexit grigio”, auspicato dal Ministro del Tesoro Philip Hammond che vorrebbe lasciare il mercato unico, ma mantenere un accesso limitato per quanto riguarda il libero scambio, con limitazioni in materia di immigrazione a parte agli immigrati qualificati in settori specifici. Tale compromesso sarebbe una via di mezzo tra lo scenario apocalittico del “black Brexit voluto da alcuni radicali, che vuole l’uscita completa e totale del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun accordo, e un “white Brexit”, il Brexit bianco dei moderati che vedrebbe invece un tentativo dell’Inghilterra di rimanere nel mercato unico. Certo se Theresa May aspetta ancora un po’, finirà con il perdere per strada molti dei suoi collaboratori: gia’ è successo con l’ambasciatore britannico a Bruxelles, sir Ivan Rogers che, davanti alla mancanza di una chiara direzione (o perlomeno di una direzione, anche se non molto chiara…) da parte del Governo britannico sul negoziato con la Ue, ha perso la pazienza e si è dimesso. Difficile biasimarlo…

Sta di fatto che dopo sei mesi al governo, la Premier è ancora incerta e non solo sulla direzione da prendere con Brexit, ma pare anche sulla politica economica da dare al proprio paese. Il suo è un dilemma amletico: mantenere l’appoggio delle banche e della City e rischare di perdere i voti del popolo dell’Ukip che vogliono il divorzio completo, o ascoltare quelli che di fatto hanno votato per lei e  rischiare di fare davvero arrabbiare la City con conseguenze economiche potenzialmente drammatiche? Sta di fatto che non c’è bisogno di essere di sinistra o di destra per accorgersi che l’incertezza economica è deleteria per l’economia. E come dice il mio espatriato preferito, il giornalista Enrico Franceschini nel suo blog My Tube,Theresa Maybe potrebbe diventare il suo soprannome e il suo epitaffio politico.”

 

I cento giorni di Brexit

“Brexit means Brexit” ha annunciato solennemente Theresa May quando è stata nominata Primo Ministro britannico in quella che sembra una vita fa. Ma ora, a quattro mesi esatti da quel fatidico 23 Giugno 2016 in cui sono andata a dormire sicura del mio status di cittadina europea e mi sono svegliata la mattina dopo come immigrata extracomunitaria, nessuno sembra ancora sapere cosa esattamente significhi l’uscita dall’Unione Europea per il Regno Unito.  Quattro mesi in cui molto si è detto e davvero poco è stato fatto.

Ho scaricato le 80 pagine del modulo per richiedere la Permanent Residence Card e ho cominciato a raccogliere le “prove” (conti, bollette, buste paga etc etc) che ho vissuto, lavorato e pagato le tasse qui per più di 5 anni, ma ogni volta che guardo quelle pagine trovo immediatamente qualcosa di più interessante da fare: leggere un libro, scrivere un post per il mio blog… Persino fare le pulizie sembra preferibile a quel demoralizzante cumulo di carta. Il fatto è che spero ancora che questo modulo non sia necessario, che Theresa May prenda una decisione e che per noi “immigrati” di lunga data non sia necessario avere a che fare con tanta inutile burocrazia. Ma come me, l’intera nazione è ad un punto morto, bloccata in una terra di nessuno politica ed economica abitata da una crescente intolleranza e xenofobia . Nel frattempo l’elefante nella stanza si sta ingigantendo e sta diventando sempre più difficile ignoralo. Certamente i fautori dell’hard Brexit si sentono sempre più autorizzati ad esprimere le loro opinioni, e a farlo a voce sempre più alta. Non è un caso che i crimini legati all’intolleranza razziale e religiosa siano saliti del 57% nei quattro giorni successivi al referendum, assestandosi al momento ad un 41% più o meno stabile. L’Inghilterra post-Brexit sta diventando un luogo in cui chi ha voltato Remain non avrebbe mai pensato di trovarsi, e in cui dubito che anche molti di quelli che hanno voltato Leave avrebbero pensato di arrivare….

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L’approccio approccio caotico e indeciso di Theresa May mi ricorda sempre più quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti, coprendosi gli occhi durante un dibattito televisivo tra D’Alema e Berlusconi incitava d’Alema a dire una cosa di sinistra basta che dicesse qualcosa. Ma dopo aver affermato che “Brexit significa Brexit” la May ha messo mano alla riforma scolastica poco preoccupata (almeno così sembra) che il silenzio creato dall’attesa di una risposta sul futuro del Paese sia sempre più riempito dalle voci di coloro che vogliono un “hard Brexit” invece del “soft Brexit” auspicato da molti altri. E no, non si tartta di uova sode, ma del modo in cui il deve avvenire divorzio europeo, dove “hard” implica un’uscita non solo dalla UE ma anche dal mercato comune, mentre “soft”, implica il mantenere una relazione più stretta con il resto dell’Unione Europea, l’accesso al mercato unico, e qualche concessione sulla libera circolazione. Certamente Theresa May si è accorta che il divorzio dall’Europa non sarà poi una passeggiata quando gli altri capi di stato dell’Unione Europea hanno indicato che i negoziati su Brexit si svolgeranno in francese la lingua madre di Michel Barnier, l’ex-ministro degli Esteri francese (e che parla perfettamente l’inglese) prescelto dalla UE per condurre la trattativa con il governo britannico, una decisione che ha fatto infuriare il primo ministro britannico. E se il Governo britannico fa sapere che non intende nemmeno considerare la proposta, un portavoce della Commissione Europea non si sbilancia su quale sarà la lingua ufficiale della trattativa. Ouch!

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

Certo il nome Regno Unito al momento sembra un ossimoro, con il Primo ministro scozzese Nicola Sturgeon che ritiene che sia “democraticamente inaccettabile” che la Scozia debba lasciare l’UE quando ha votato per rimanere e minaccia un secondo referendum per l’indipendenza per il paese, mentre il Vice primo ministro dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness non nasconde che l’impatto di Brexit per il suo Paese sarebbe “molto profondo” e che l’intera Irlanda dovrebbe poter votare sulla riunificazione riunificazione. A questo aggiungiamo la gente comune, nonni e nipoti e genitori e figli che sono ai ferri corti per via del referendum; persino mia suocera ha tristemente ammesso che la sua vicina di casa che conosce da 40 anni  e che ha votato per uscire, ora la evita perché sa che io sono “straniera” e che sia la mia dolce metà che i suoi fratelli sono europeisti convinti.

Dal giorno del Referendum le manifestazioni a favore del rimanere (e di cui nessuno parla) si sono susseguite per mesi in varie città del Paese, l’ultima delle quali la grande #MarchForEurope che si è tenuta a Londra in Settembre, ha attirato oltre diecimila sostenitori che hanno marciato da Hyde Park al Parlamento, con manifestazioni simultanee a Edimburgo, Birmingham, Oxford e Cambridge. Nei giorni immediatamente successivi al referendum qualcuno aveva iniziato una petizione online per dichiarare London indipendente dal Regno Unito e chiedere di aderire all’UE. Assurda come può sembrate, la petizione aveva nonostante tutto racconto migliaia di firme in poche ore. Chiaramente il fatto che metà del Paese volesse restare in Europa non va giù ai radicali di Brexit che considerano questo dissenso antidemocratico, tanto che un consigliere comunale dei Tories aveva iniziato una petizione (provocatoria, si spera) in cui chiedeva al parlamento britannico di punire come atto “di alto tradimento” punibile con l’ergastolo ogni attività contraria al risultato del referendum. E meno male, che fino al 1870 la pena per I reati di alto tradimento volevano il condannato impiccato, sviscerato e squartato!

La vita a Londra non è cambiata molto dopo Brexit. Ma d’altra parte Londra non è l’Inghilterra e non lo è mai stata. In un momento come questo in cui l’islamismo  non è esattamente la religione più popolare nel mondo occidentale, Londra ha eletto un sindato mussulmano. La vittoria di Sadiq Khan, il figlio di un autusta degli autobus cresciuto in una casa popolare,  è l’esempio lampante che Londra è un altro pianeta. E Khan non ha perso tempo nel mandare chiari segnali a tutti coloro che hanno fatto della Capitale la loro casa che Londra è aperta a tutti e lo sarà sempre.

Ma questo non ferma la retorica e le liti interne allo stesso Governo. Il ministro del tesoro Philip Hammond è in pieno disaccordo con Theresa May sulla politica economica da seguire preoccupato dall’impatto negativo che l’abolizione della libera circolazione avrà sull’economia britannica, quello degli Interni Amber Rudd voleva richiedere ad aziende e società di pubblicare la percentuale di personale straniero da loro impiegato, solo per poi fare marcia indietro davanti alla razione scandalizzata delle imprese che l’hanno accusata di fomentare la discriminazione e accusata di razzismo, mentre quello della Sanità Jeremy Hunt ha promesso che l’NHS, il servizio sanitario, impieghera’ più dottori e infermieri britannici così da smettere di fare affidamento sul personale straniero. “Grazie tante e tanti saluti” mi verrebbe da pensare se fossi uno dei tanti medici (come il neurochirurgo italiano che l’anno scorso ha operato mio suocero di un’emorragia celebrale) o infermieri che vengono dall’Europa, bel messaggio che il Governo sta mandando a tutti coloro che hanno lavorato sodo per anni per costruirsi una vita, pagando le tasse e contribuendo attivamente alla società!

Fino ad ora il governo si è rifiutato di fornire certezze sullo status dei cittadini europei che attualmente vivono nel Regno Unito, spiegando che ciò è possibile senza un impegno reciproco degli altri stati membri dell’UE riguardo i cittadini britannici residenti sul continente, limitandosi a dire che coloro che hanno vissuto nel Regno Unito per almeno cinque anni avranno il diritto di rimanere. E gli altri? Dipende dai negoziati su Brexit e dalla “volontà del Parlamento”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri. La May ha detto che l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che darà l’avvio a due anni di negoziati formali, verrà attivato entro la fine del mese di marzo 2017. Il che significa che il Regno Unito sarà fuori dell’UE entro l’estate del 2019. E che il Cielo ci assista.

Il colore di Casa Missoni al Fashion and Textile Museum

Da sempre sinonimo di colore, filati morbidi e maglioni avvolgenti, il nome Missoni è anche e soprattutto, una bella storia famigliare. Una storia iniziata nel 1948 con un improbabile incontro avvenuto proprio a Londra tra una Rosita appena diciassettenne in vacanza-studio, e l’atleta Ottavio Missoni che si trovava nella capitale britannica per competere nei 400 metri a ostacoli alle Olimpiadi. Cinque anni dopo il galeotto incontro londinese, i due sono sposati e danno vita all’incredibile sodalizio creativo ancora oggi più vivo che mai, grazie all’entusiasmo di figli e nipoti.

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Con Missoni Art Colour, la prima grande mostra dedicata all’azienda di Gallarate, il Fashion and Textile Museum esplora l’influenza di pittori modernisti del XX secolo come Sonia Delaunay, Lucio Fontana e Gino Severini sull’estetica creativa del marchio Missoni. In esposizione, disegni tessili inediti, bozzetti e arazzi di grande formato e capi finiti che raccontano i sessant’anni della storia dell’azienda e sono esposti accanto ai capolavori tratti provenienti in gran numero dal Museo d’Arte di MAGA di Gallarate.

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Descrivere questa mostra come una festa di colore non rende giustizia alla creatività e al lavoro dell’azienda, che c’è molto di più in Missoni del semplice colore: ci sono passione, dedizione, ricerca, ispirazione e soprattutto tecnica artigianale. E nonostante il rumore dei macchinari di fabbrica che fanno da sottofondo alla mostra, uno esce stranamente calmo, ancora mentalmente avvolto da tanta morbidezza. 🙂

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

(Articolo originario pubblicato in Cinque mostre per l’Estate a Londra su Londonita)

Londra//Fino al 4 Settembre 2016

Missoni Art Colour

Fashion and Textile Museum

L’Inghilterra del dopo-Brexit: riflessioni dall’interno.

La prima cosa che ho fatto appena ho aperto gli occhi alle 6.45 del mattino di venerdì 24 Giugno è stato prendere il telefono e controllare Internet. Non lo faccio mai di solito, che fortunatamente non appartengo ancora ai sempre più numerosi internet addicted. Ma c’era una cosa che davvero mi premeva sapere e che non poteva aspettare la colazione e la doccia: il risultato del Referendum per l’uscita (o meno) dall’Unione Europea.

Nel tentativo di aprire con occhi semichiusi l’app della BBC News, le mie dita addormentate sono scivolate sull’app di Facebook che gli sta affianco. E mi sono svegliata subito quando ho letto questo: “To anyone who voted Leave: well done. You got what you wanted, a segregated country that will have Boris Johnson at its helm, Farage sticking his racist nose in and the loss of funding for research, education and healthcare as well as a housing crash and no future for your children or generations to come. Congratulations.”

Il post è di una mia giovane collega. E non lascia dubbi né sull’esito del Referendum né sulla sua posizione al riguardo. “Ok, you are out.” Ho informato con aria incredula la mia dolce metà, ancora profondamente addormentato. “Uhmmm…” E stata la sua risposta. “Ho detto che siete fuori. Brexit won. Bye, bye EU!” “What??” La sua testa emerge improvvisamente da sotto le coperte. Mi guarda con aria incredula. “It can’t be…” Gli mostro lo schermo del cellulare questa volta aperto (correttamente) sul sito della BBC con il risultati del referendum con cui il 51.9 % del Paese ha deciso di tornare ad essere un’isola. E il restante 48.1% deve vivere con le conseguenza. “I really didn’t think it would happen…” mi guarda stupito. “I’m sorry. I really am.”

E sono in molti ad esserlo, dispiaciuti dico. Non solo gli espatriati come me che dall’oggi al domani si sono trovati ad essere stranieri in quella che fino al giorno prima avevano considerato casa, ma anche i giovani britannici che si sono visti sempre dall’oggi al domani venir meno la possibilità di vivere, studiare e lavorare liberamente in 27 paesi dell’Unione. E non parliamo di coloro che hanno comprato casa in qualche paese mediterraneo e si godono la pensione (e l’assistanza sanitaria locale) o speravano di farlo in un prossimo futuro. Un collega posta su FB la fotografia della sua European Health Insurance Card e del suo passaporto con il logo dell’UE con la scritta: “R.I.P. my friends.” La sua ragazza è canadese, il suo migliore amico spagnolo. Ha una trentina d’anni, è uno sceneggiatore che lavora part-time al museo e uno dei tanti cittadini britannici di mente aperta, abituati a saltare su un aereo come su di un autobus e a viaggiare ovunque e ogni volta se ne presenti l’occasione. E ce ne sono tanti come lui, non solo a Londra, ma anche a Cambridge, Oxford, York, Leeds, Liverpool, Brighton, Manchester: persone che vedono l’Europa e il multiculturalismo come un’opportunità da afferrare a piene mani e non come che una minaccia.

Cosa Brexit significherà per noi cittadini dell’UE che vivono e lavorano in Gran Bretagna ancora non si sa – come ho scritto nel post precedente, probabilmente la prossima mossa sensata sarà quella di richiedere un permesso di residenza permanente (Permanent residence card) se non la doppia cittadinaza. Ma il vento è cambiato, e non in meglio. E comunque voglio prenderlo il passaporto di una nazione che ha votato per tornare ad essere un’isola? La cosa mi sta facendo pensare. E’ come essere forzati in un matrimonio dopo anni di felice convivenza. Toglie freschezza, toglie libertà.

File photo: David Cameron has accepted there will be no deal before February – and the prospect of Brexit appears closer than ever

Nessuno era preparato, preparato DAVVERO, a tutto questo, neanche coloro che hanno votato Leave per protestare contro un governo sempre più lontano e distaccato dai bisogni della gente comune. Certo non lo era David Cameron che quando ha indetto il referendum nel 2015 aveva 10 punti di svantaggio sul Labour nei sondaggi e non si aspettava di vincere le elezioni da solo, ma insieme ai liberaldemocratici, da sempre europeisti convinti e che con tutta probabilità si sarebbero opposti. Forse neanche Boris Johnson pensava che avrebbe vinto Leave quando le sparava grosse per compiacere l’ala più euroscettica dei Conservatori. Sta di fatto che siamo (mi ci metto in mezzo anch’io) tutti ancora storditi. C’è tristezza e una certa ansia per l’ondata xenofoba che ha improvvisamente investito questa che era un tempo la culla della democrazia e della tolleranza. Ma il 23 Giugno ho capito che democrazia è anche permettere al conservatore che vuole ritornare alle glorie dell’Impero Britannico e al pensionato del paesino perso nel mezzo della campagna di decidere del futuro della città ombelico del mondo, Londra. E l’ironia più grande è che coloro che hanno voluto uscire dall’UE non saranno qui a pagarne le conseguenze. Basta guardare il grafico qui sotto.

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Ma l’altra cosa interessante è la geografia: Londra e le grandi città britanniche in genere hanno votato per restare nell’Unione (se siete curiosi, trovate la lista completa qui), mentre le aree rurali e le province hanno votato per uscire. E le ragioni sono le solite: la troppa immigrazione che pesa sul già traballante servizio sanitario britannico (NHS), la mancanza di case, di lavoro, la povertà e l’abbruttimento morale che imperversa in aree del Nord massacrato da Margaret Thatcher negli anni Ottanata e regolarmente dimenticate dai politici di tutti i partiti, incluso il New Labour di Tony Blair e compagni.

E se il voto Remain della Scozia non ha sorpreso (farebbero qualunque cosa per contrariare l’ingilterra e comunque a loro fa comodo restare in Europa) la più grossa sorpresa è stato il Galles. Un amico gallese da anni residente a Londra, scrive con aria sconsolata sul suo profilo FB a proposito della reazione della sua terra d’origine: “Do we now have to return all the roads and bridges?” Che, ironia della sorte, nonostante vari milioni in fondi investiti dall’UE per rigenerare aree della regione impoverite dalla chiusura delle miniere di acciaio, la stragrande maggioranza degli abitanti del Galles (fatta eccezione per la capitale, Cardiff) ha votato Leave. Senza tanti ringraziamenti.

Il Primo Ministro David Cameron, colui che indicendo il Referendum ha aperto questo vaso di Pandora, ha dato le dimissioni nella mattinata di venerdì e le voci danno Boris Johnson, l’ex-sindaco di Londra dai capelli color pannocchia come favorito come prossimo leader del Paese –  colui che dovrà gestire la patata bollente del post-Brexit. Il che rende la dipartita di Cameron ancora più grottesca.

In mezzo a tutto questo caos, il nuovo sindaco di Londra Sadiq Khan ha  parlato chiaro: gli stranieri, di qualunque razza, religione e nazionalità sono i benvenuti nella Capitale. E Londra sembra ancora meno Inghilterra.

Should they Stay or Should they Go? L’Inghilterra di Brexit

La notizia della morte della parlamentare Laburista Jo Cox, uccisa a Leeds da un fanatico di estrema destra pro-Brexit mi coglie a Bologna da mio padre. Sono giorni pigri questi, trascorsi ad assistere il babbo che ha subito un piccolo intervento chirurgico e l’Inghilterra è un po’ più lontana del solito, come sempre accade quando mi fermo in Italia più a lungo dei miei soliti cinque giorni rituali. Forse è anche per questo che la notizia di questa morte violenta mi prende un po’ alla sprovvista.  E mi rattrista profondamente.

Ansa Non perché la conoscessi di fama (anche ne ho sentito il nome non lo ricordo) o perché era giovane, carina, madre di due figli e piena di ideali, ma perché è accaduta in quello che fino a poco tempo fa è sempre stato un esempio di tolleranza e civiltà come l’Inghilterra. E in questa nuova Inghilterra xenofoba e intollerante stento a riconoscere il paese in cui sono arrivata quasi vent’anni fa. Mai come ora la Cool Britannia sognata da Tony Blair non esiste più.

Le crisi, si sa, portano con sé xenofobia e intolleranza. E l’Inghilterra di oggi è un Paese in crisi d’identità. Forse non a Londra che, popolata di stranieri che vanno e vengono come in un porto di mare, ha persino eletto un sindaco mussulmano di origine pakistana in un momento in cui la caccia alle streghe portata dalla paura dell’IS è al massimo.  Ma Londra non è Inghilterra, è un universo parallelo che se affascina gli stranieri che accorrono sulle rive del Tamigi, poco rispecchia del resto del Paese. Paese che si sente sempre meno: meno europeo, mano tollerante e soprattutto, meno inglese. Ecco a voi le premesse per il Referedum per l’uscita (o meno) dall’Unione Europea che si terrà il prossimo 23 Giugno, il cosiddetto Brexit. Una data storica che sta causando panico nel mondo della finanza e non solo. Io confesso che sono preoccupata, anche se pare che per i residenti provenienti da stati membri della UE che vivono, lavorano e pagano le tasse in Inghilterra non cambierà quasi niente: probabilmente si dovrà ottenere in futuro un permesso di residenza permanente (Permanent residence card) ottenibile dopo aver vissuto almeno cinque anni in Gran Bretagna e mostrando il contratto di lavoro, mentre chi vorrà venire per all’avventura come ho fatto io tanti anni fa, dovrà prima avere un lavoro.  E proprio la questione Brexit è stata la causa dell’omicidio della deputata Cox. Da mesi l’opinione pubblica è in preda a campagne sempre più feroci su cosa potrebbe capitare al Paese se la Gran Bretagna abbandonasse l’Unione Europea o se, al contrario, dovesse rimanere. Un vero e proprio terrorismo psicologico che nelle ultime settimane ha raggiunto toni a dir poco apocalittici da ambo le parti, tanto che il Primo Ministro David Cameron è arrivato addirittura a parlare di Terza Guerra Mondiale!

A St George's flag with the words 'KEEP OUT'

Io vivo a Londra da 17 anni e mai mi è capitato di assistere ad un evento come un omicidio politico.  Non è un caso che negli ultimi anni il partito xenofobo guidato da Nigel Farage, lo UKIP (United Kingdom Independence Party), da gruppetto di fanatici malvestiti ridicolizzato dai media è diventato una realtà politica con cui gli altri partiti misurarsi. “He’s a buffoon” afferma lapidario la mia dolce metà, senza neanche alzare gli occhi dal cruciverba: “Nobody will take him seriously” conclude con anglosassone certezza. Ma io che vengo da un Paese che ha visto Berlusconi al potere per circa diciotto anni, non li prendo più sottogamba questi buffoni. In fondo, a guardarlo, nessuno avrebbe mai pensato che uno stecchino nevrotico come Hitler avrebbe mai fatto ciò che ha fatto.

“Ma perché vogliono uscire?” mi chiede ieri sera al telefono mio cugino. “Cosa pensa la gente? Cosa pensano DAVVERO?” E’ curioso, ma per le ragioni di cui la stampa in genere non si occupa. Parla diverse lingue, è abituato a vivere con la valigia in mano per lavoro, ha una moglie norvegese e un figlio perfettamente bilingue: mio cugino è la quintessenza dell’Unione Europea.  E come lui lo sono molti altri, dagli imprenditori che vogliono restare nella Ue per non perdere l’accesso al mercato unico (anche se magari con meno burocrazia e più riforme) ai giovani britannici e al ceto medio di centro-sinistra, che chiedono a gran voce di restare. Al contrario, la destra conservatrice e gli appartenenti alle classi sociali più basse e disagiate e culturalmente meno educate sono per l’uscita. What a surprise.

La xenofobia non è una novità, è sempre esistita, ma mai come in tempi come questi, di incertezza economica, il nuovo e il diverso fanno paura. Anche in Inghilterra. Una paura che fa dello straniero, immigrato o no, il capro espiatorio per eccellenza, il nemico, la causa di ogni male. Una cosa che noi italiani dovremmo sapere bene, anche solo perchè noi stessi siamo stati per secoli un paese di emigrati, una cosa questa che molte persone, inclusi i politici della Lega Nord, sembra aver opportunamente dimenticato.

Anche nella civilissima Inghilterra la gente ha paura, si sente fragile, vulnerabile. Gli inglesi vogliono tornare ad essere un’isola, nonostante il tunnel sotto la Manica che in un paio d’ore ti porta da Londra a Parigi. In fondo le loro coste sono sempre state la loro migliore difesa contro le invasioni nemiche. Ma le cose stanno cambiando e laddove a nulla poterono neppure Napoleone e Hitler poterono nulla, stanno riuscendo le gangs di scafisti senza scrupoli che hanno spostato il loro businnes di scafisti dal Mediterraneo al Canale della Manica che trasportano frotte di disperati dal campo migranti di Calais sulle spiagge del Kent per avviarli ad una brillante carriera di crimine e prostituzione: la prima invasione per mare dai tempi di  Guglielmo il Conquistatore nel 1066. E tra coloro che diventeranno migranti “legali” avranno poi diritto all’assistenza sanitaria che in Inghilterra funzionerà anche male (tema che ho affrontato in un altro post…), ma è comunque gratuita e a sussidi vari e vari assegni famigliari, i cosidetti benefits, che Cameron ha cercato di difendere dall’assalto degli immigrati durante i vari meeting europeisti con la Merkel nel tentativo di placare una furiosa opinione pubblica e scongiurare così il referendum) e a cui tutti, cittadini britannici e nuovi arrivati, hanno diritto.

Calais

L’ansia provocata dal flusso incontrollato di migranti – un flusso iniziato già dagli anni Novanta quando i paesi dell’Est come l’Ungheria, la Polonia, l’Estonia, la Repubblica Ceca e la Slovenia cominciarono ad arrivare in massa, e ulteriormente esacerbato nel 2015 dall’arrivo incontrollato di rumeni e bulgari quando le restrizioni di circolazione per i cittadini di Romania e la Bulgaria sono decadute. Nessuno parla però degli spagnoli, a Londra numerossissimi, e di noi italiani che dal 2008 in poi abbiamo preso d’assalto la terra del fish and chips e ci siamo moltiplicati, tanto che spesso mi capita di passeggiare per strada a Londra e di sentire più italiano che inglese. “They are everywhere…” scherza con affetto la mia dolce metà strizzandomi l’occhio al supermercato davanti all’ennesima famiglia di londinesi-italiani. L’inviato a Londra di Repubblica, il giornalista Enrico Franceschini che da anni risiede nella Capitale Britannica, ci ha pure scritto un libro sopra opportunamente chiamato Londra Italia in cui racconta le storie degli italiani di Londra del perché ci vengono. Ricordo con una certa nostalgia il lontano 2003, quando ho iniziato la mia avventura lavorativa al museo e nel mio dipartimento eravamo solo in tre figli del Belpaese ed ora, a dodici anni di distanza, siamo almeno quadruplicati. Inutile dire che ho smesso molto tempo fa di sentirmi esotica… 😉

David Cameron con degli studenti in occasione del referendum sulla futura adesione della Gran Bretagna alla EU

Quest’Inghilterra sempre più europea dove il consumo di caffè ha battuto quello del te nelle bevande predilette dagli inglesi, dove non ci si può più scambiare gli auguri di Natale senza rischiare di fare torto a qualcuno, dove l’aceto balsamico si trova ovunque e dove Londra (e non solo) è diventata una delle grandi capitali culinarie del mondo smentendo di fatto tutti i miti che dicono che in Inghilterra si mangia male, sta perdendo la propria identità. E ci si sorprende che gli inglesi, conservatori per natura, vogliano uscire?

C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio

“Nessun Paese è riuscito a distruggere le proprie istituzioni con tanta solerzia come l’Inghilterra. Gli ultimi quindici anni sono stati segnati da classi dirigenti corrotte, dallo strapotere mediatico, da Grandi Fratelli e popolarità a ogni costo, da uno stile  di vita dettato dal gossip e da una famiglia reale sempre meno dignitosa e sempre più chiacchierata. Con uno stile vivace e ironico, Gaia Servadio raccoglie dati, avvenimenti, storie vere, mettendo a nudo le piaghe di una società ferita, colpita da mali simili a quelli che affliggono tutta Europa (e forse l’Italia in particolare): una burocrazia ipertrofica, l’aumento della disoccupazione, lo spreco di denaro pubblico, lo sfascio della sanità e dell’istruzione. L’Inghilterra del senso dell’umorismo, del distacco, il Paese guida della ricostruzione nel secondo dopoguerra si ritrova oggi deprivato di risorse e di speranza. A meno che i cittadini non ricostruiscano tutto quello che, da Margaret Thatcher a Tony Blair, è stato distrutto sotto i loro occhi: la tradizione, la cultura, la dignità, il senso dello Stato.”

313Q3fnKJfL._BO1,204,203,200_Con queste parole l’editore Salani descrive il libro C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio. Quando mio padre me lo regalò nel 2011, questo libro mi fece l’effetto di una bomba. Lo lessi con rabbia – una rabbia diretta principalmente all’autrice che mi aveva costretto a vedere quello che non volevo vedere, rompendomi il sogno della Cool Britannia come si rompe un giocattolo ancora semi-nuovo. Ma il danno era fatto, gli occhi mi erano stati brutalmente  e da allora non sono più riuscita a chiuderli. Meglio così.

Ho riletto questo libro di recente, dopo aver letto molti più giornali e dopo aver discusso molto di più di polita con amici e colleghi (che adesso e’ accettabile parlare di politica in Inghilterra, almeno tra i giovani), e soprattutto dopo aver sperimentato sulla mia pelle cinque anni dell’austerity dei Conservatori che – a sentir loro – non fanno altro che raccogliere i pezzi di un’economia rotta dal New Labour. E improvvisamente tutto ha cominciato ad avere senso. O almeno più senso di prima…

Scrittrice, storica e giornalista, Gaia Servadio vive dal 1956 tra la Gran Bretagna e l’Italia, quindi chi meglio di lei può raccontare “dall’esterno” questa spettacolare caduta? E lo fa in netti capitoli/ritratti, che ripercorrono principalmente gli ultimi trent’anni, anche se non mancano incursioni in anni più lontani, come quelle nell’amore Edoardo VIII per la divorziata americana Wallis Simpson o nel misterioso viaggio di Rudolf Hess, il portetto di Hitler, in Gran Bretagna nel bel mezzo della la II guerra Mondiale (se Churchill l’avesse saputo…!). E naturalmente dal libro non manca Margareth Thatcher, The Iron Lady, che odiava i deboli in quanto erano sanguisughe che succhiavano il sangue dello Stato e se avesse potuto li avrebbe sterminati tutti; certamente li sterminò dal suo Governo…

Ho rivissuto la vita di personaggi di cui avevo letto più o meno distrattamente sul giornale o, nel caso di Jade Goody, la “proletaria” londinese diventata famosa per aver partecipato al Big Brother, la morte in diretta televisiva nel 2009 per assicurare un futuro economico ai suoi figli. Aveva 28 anni e un cancro al collo dell’utero. Ma soprattutto ho letto con orrore di cose che mi erano sfuggite all’epoca, principalmente perché il mio inglese non era all’altezza e perché non avevo idea di chi la meta di questi personaggi fosse. Come l’aver sfacciatamente alimentato le menzogne sulla presenza di armi nucleari in Iraq di Tony Blair per portare il Paese in guerra – evento a cui viene legata anche la storia della misteriosa morte nel 2003 dello scienziato David Kelly, colpevole di aver puntato il dito contro quelle bugie.

 “Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by KennardPhillipps

“Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by Kennard Phillips

E improvvisamente l’immagine “finta” creata da Peter  Kennard e Cat Phillips che vede Tony Blair fotografarsi con un cellulare sullo sfondo di un pozzo petrolifero iracheno in fiamme che avevo visto alla mostra Rude Britannia: British Comic Art a Tate Britain nel 2010 e che allora non avevo capito, ora ha senso. I danni lasciati dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown sono stati epocali, direi ormai irreparabili. La degenerazione dell’Inghilterra che credevo di conoscere è definitiva. E quando la Servadio dice, ad un certo punto del libro, che l’Inghilterra di adesso è come l’Italia, ma senza il bel tempo non posso che convenire…

Ma non bisogna disperare, che ci sono ancora cose che funzionano meglio che da noi. In Novembre per esempio, il ministro del Tesoro  George Osborne all’ultima manovra economica non ha tagliato i fondi ai Beni Culturali, tra il sospiro di sollievo di tutti noi che lavoriamo nel settore. Il motivo?  Il fatto che uno dei migliori investimenti che una nazione può fare è nell’arte, nei musei, nei beni culturali, nei media e nello sport. Alla faccia di quel filisteo di Tremonti che nel 2010 aveva detto checon la cultura non si mangia.” Si mangia eccome, provare per credere…

Ma questo di Gaia Servadio resta un libro che tutti quelli che sognano ancora l’Inghilterra delle teiere con la Union Jack e la Cool Britannia dovrebbere leggere…

Su You Tube un’interessante intervista della giornalista.

Italiani con la valigia: Londra culturale


Le coincidenze esisitono, ne ho avuta la prova qualche mese fa quando ho incontrato Francesco e Marina per caso nel museo in cui lavoro. Qualche parola scambiata in italiano, le domande di rito. E li ho salutati pensando che non li avrei rivisti mai più, come d’altra parte, ci si aspetta in una città come Londra che conta quasi 12 milioni di abitanti. Non si pensa mai di poter ri-incontrare per caso qualcuno. Ed invece è accaduto di nuovo. E di nuovo ancora. E allora complice la Profezia di Celestino che proprio in quei giorni stavo rileggendo (ebbene sì, la prima volta fu nel lontano 1996 quando l’Italia era in preda ad una vera e propria mania New Age…) e che dice di affidarsi al flusso delle coincidenze della vita di ogni giorno, ho pensato che le coincidenze erano troppe per lasciarle cadere così!
Loro sono giovani, belli e pieni di entusiamo. E sono soprattutto bravi. Come la sottoscritta a suo tempo, anche loro appartengono al gruppo dei compatrioti italiani che, terminata l’università, si sono buttati in quella entusiasmante avventura che si chiama “Londra”.

Francesco e Marina di Londra Culturale

 
Laureato in Storia dell’Arte all’Università di Torino nel 2011 con una tesi dal titolo intrigante Confronti e mutamenti nel mercato dell’arte contemporanea: l’esempio di Londra Francesco ha iniziato a proporre visite guidate in italiano ad amici e parenti, quasi per gioco. Eppoi è arrivata Marina. Nata a Pisa e laureatasi nel 2010 in Storia dell’Arte Contemporanea nella cittá della torre pendente con una tesi sul Radical Design, Marina si trasferisce nella capitale per collaborare con Francesco. Ora, a due anni di distanza quel gioco è diventato, Londra Culturaleun servizio di tour low cost per coloro che vorrebbero fare cose e vedere gente, ma non hanno tempo. O per coloro che hanno tempo, ma per cui la lingua  costituisce un ostacolo e allora non possono andare oltre i luoghi comuni.

Londra è una città entusiasmante. E Samuel Johnson, il creatore del primo dizionario della lingua inglese lo sapeva benissimo; non per niente disse all’amico James Boswell, avvocato e scrittore scozzese incerto se trasferirsi a vivere nella capitale, le famose parole: “Non troverai nessuno, soprattutto un intellettuale, che voglia lasciare Londra. No, Sir, quando un uomo è stanco di Londra è stanco della vita; a Londra c’è tutto ciò che questa vita possa offrire.” Ne so qualcosa io che sono venuta per stare sei mesi e dopo quasi quindici anni sono ancora qui!
Certo, basta cercare su Google per essere sommersi da tour e organizzati e no, e la possibilità di trovare guide anche in italiano non mancano. Ma Francesco e Marina offrono un servizio diverso, più informale (ma per questo non meno professionale!), che il visitatore che viene a Londra per la prima volta e magari ne è un po’ intimorito, apprezza molto di più. 
I loro itinerari sono programmati, ma offrono anche tour privati, per single e su misura, oltre a utili consigli su dove magiare e dormire. Offrono pure visite per scuole con tanto di materiale didattico. Gli itinerari proposti da Londra Culturalesono diversi dai soliti pacchetti preconfezionali e prevedono attrazioni e musei con ingresso gratuito, che in una città cara come la capitale britannica, non è cosa da trascurare. Inoltre, altro bonus per le famiglie in questo momento di crisi ecomomica, i loro tour sono gratis per i bambini. Meglio di cosi’… 🙂
Tutte le informazioni e il calendario aggiornato delle visite sul sito LondraCulturale.