Lady Diana, la sua storia i suoi abiti @ Kensington Palace

Ancora oggi nulla attrae (nel bene e nel male) l’attenzione generale di stampa e pubblico come il guardaroba della famiglia reale britannica. Non passa giorno che non ci sia qualche articolo su cosa indossa l’ultima pin-up di casa Windsor, Catherine Middleton, duchessa di Cambridge, su quanto costi quel particolare capo di abbigliamento, quante volte l’ha indossato e chi l’ha creato. Un abito indossato dalla sorridente Kate può fare la fortuna di uno stilista può lanciare lanciando nuovi talenti e consacrare all’Olimpo dei divi della moda lo/la stilista di turno. Persino il guardaroba dei pargoli reali George e Charlotte suscita la stessa morbosa attenzione e la stessa corsa all’imitazione facendo la fortuna del negozi di abbigliamento per bambini di turno. Ma questa ossessione per gli abiti di re e regine va oltre il semplice taglio e colore, che questi sono più che abiti, sono simboli. E in quanto tali sa sempre hanno avuto un ruolo ben definito nel creare l’immagine della monarchia. E nessuno ha dovuto imparare questa lezione più in fretta di Lady Diana Spencer (1961-1997).

Non occorre essere un monarchico convinto per conoscere la storia di Lady D, madre dell’amatissimo William e di quella testa calda e rossa di  Harry, ex moglie di Carlo, il Principe di Galles, a cui è stata sposata dal 1981 al 1996 (e di conseguenza ex quasi regina) e la cui morte, pubblica quasi come la sua vita, ha commosso il mondo. Il fatto che fosse giovane, bella, bisognosa di affetto e dia attenzione e molto infelice non ha fatto altro che aggiungere fascino alla sua leggenda. Ma Diana era anche e soprattutto una fashion icon, un’icona della moda una leader del gusto e delle tendenze degli anni Novanta, colei che stilisti come Valentino e Versace avrebbero voluto vestire (e da cui lei avrebbe voluto essere vestita), ma a cui era permesso indossare solo abiti di stilisti britannici come Emanuels, Bruce Oldfield e Catherine Walker che promuovere talenti autoctoni era parte del contratto di moglie reale. Con l’annuncio della sua separazione da Carlo nel 1992 e la fine della sua vita “ufficiale” che Diana può finalmente esprimere se stessa e la sua passione per la moda francese ed italiana.

Ed ora Kensington Palace, il palazzo seicentesco nei bellissimi giardini di Kensington Gardens dove Diana aveva vissuto con il principe di Galles dal primo anno di matrimonio e dove continuò ad abitare fino alla tragica scomparsa nel 1997 (e dove oltre l’intervista nel 1995 con il giornalista Martin Bashir, prese forma l’idea della spettacolare vendita all’asta da Christie’s di 79 dei suoi abiti da sera avvenuta a New York mesi prima della sua scomparsa nel 1997) e dove ora risiedono i suoi eredi morali William e Catherine, ospita una grande mostra dei suoi abiti.

Diana: Her fashion, Her Story esplora l’evoluzione dell’immagine di Diana, da pudica collegiale fidanzata ad un poco convinto (e già allora innamorato di un’altra) principe Carlo, a futura regina, ambasciatrice di varie associazioni benefiche ed artistiche, ma anche moglie e madre e a come il suo guardaroba cambia e si evolve mano a mano che la sua confidenza e la sua sicurezza sia in se stessa che nel suo ruolo in seno alla famiglia reale crescono. Diana impara la secolare arte di utilizzare l’abbigliamento per mandare messaggi, per stabilire legami emotivi con le persone che incontrava, per fare impressioni dress to impress.

Diana è stata una delle donne più fotografate del mondo ed ogni scelta di abito era analizzato e scrutinato fino all’ultimo pezzo di fodera da parte della stampa: la mostra esplora e analizza pertanto anche il come Diana ha dovuto imparare in fretta le regole del gioco, del come ha affrontato questo continuo scrutinio ed e ha imparato a conviverci, trasformandolo a proprio vantaggio per promuovere e manipolare la sua immagine. Dal look tradizionale e classico e impersonale dei primi tempi di giovane fidanzata prima e sposa novella poi (con alcune scelte a dir poco discutibili come quest’abito di tartan di Emanuel creato per un viaggio a Venezia) all’immagine più audace e rilassata che appare insieme alla sua crescente fiducia nel suo ruolo di madre e principessa immortalato nelle splendide immagini di Mario Testino, alla ritrovata libertà di essere se stessa arrivata con il divorzio, quando (non più principessa del Galles, ma semplice Lady) Diana può finalmente sfogare la sua passione per Valentino, Versace, Dior e Chanel.

Ma il mio preferito però resta il magnifico abito di velluto blu di Victor Eldestein indossato alla casa bianca quando, elegante e bellissima, ha danzato con John Travolta facendo di lei per sempre la regina di cuori della gente. Fu venduto ad un privato all’asta di beneficenza del 1997 per l’incredibile prezzo di 222,500 sterline (sì, avete visto bene!). Quell’abito, che per alcuni anni è stato in prestito al Victoria and Albert Museum nella sala dedicata alla Moda, è uno dei miei primi ricordi della mia vita di gallery assistant al museo. Ricordo che ogni volta che ci passavo davanti non riuscivo a non soffermarmi almeno un momento – a pensare quanto era alta e longilinea Lady D, di quanto stretti erano i suoi fianchi e di quanto lunghe dovevano essere le sue gambe. Guardavo quell’abito e immaginavo non la Principessa del Galles in visita ufficiale, ma semplicemente una giovane donna di ventiquattro anni che si stava divertendo un mondo a ballare con Tony Manero (o Danny Zuko se preferite Grease). E mi rattristava sempre un po’ il pensare ad una crudele legge di Murphy che ha fatto si che quella sua libertà appena ritrovata dopo il divorzio le fosse rubata insieme alla sua vita in modo così brutale. Ritrovarlo è stato ritrovare un pezzo dei miei ricordi.

Londra// fino a Febbraio 2018

Diana: Her fashion, Her story

Kensington Palace

hrp.org.uk/kensington-palace

Moda e modi: Cinque mostre di Primavera

Non siete riusciti ad appropriarvi di uno degli oltre settantamila biglietti venduti per la retrospettiva dedicata ad Alexander Mc Queen? Su con la vita, che l’universo della moda londinese non si esaurisce con la grande retrospettiva del Victoria and Albert Museum. Ecco qualche suggerimento alternativo.
1. Women Fashion Power. Design Museum, fino al 26 Aprile 2015
Che si tratti di spalline e twinsets o piume e giacche di pelle, quello che una donna indossa è una delle forme più complesse di auto-espressione. Da sempre donne carismatiche hanno usato la moda a loro vantaggio e sbirciando negli armadi di venti tra le più potenti donne del mondo (tra cui il pluripremiato architetto Zaha Hadid, che ha disegnato questa mostra) Women Fashion Power esplora centocinquant’anni di storia della moda femminile come indicatore di stato sociale. Un viaggio che dalle Suffragettes a Lady Gaga ci porta nel mondo degli abiti intesi come strumento di comunicazione. Tra i pezzi da non perdere, un abito di perline in stile “ flapper” del 1920, l’iconico abito blu di Margaret Thatcher quando era a capo del Partito Conservatore nel 1975, e l’abito da sera di Jacques Azagury indossato da Diana, Principessa del Galles per il suo trentaquattresimo compleanno. designmuseum.org

Zandra Rhodes Photograph by Gene Nocon

2. Thea Porter: Bohemian Chic. Fashion and Textile Museum, fino al 3 Maggio 2015
Nata a Gerusalemme nel 1927 e cresciuta in Siria, Thea Porter si trasferì a Londra nel 1960, ma la il ticordo della sua infanzia in Medio Oriente non la abbandonò, continuando ad essere per lei un’inestimabile fonte d’ispirazione. I suoi abiti proponevano lo stesso tipo di fantasia orientalista che aveva caratterizzato il lavoro di Barbara Hulanicki da Biba, ma ad un costo molto più alto. Thea Porter è stata, insieme a personaggi come i Zandra Rhodes e Bill Gibb, alla guida della rinascita bohémien della moda britannica e tra il 1960 e il 1970 ha vestito Elizabeth Taylor, la principessa Margaret e i Pink Floyd, per i quali ha creato le giacche e le camicie immortalate sulla copertina del loro primo album, Piper at the Gates of Dawn. La mostra esplora la sua vita familiare nel Medio Oriente negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, la sua evoluzione da arredatrice a stilista di moda negli anni Sessanta e il suo successo internazionale negli anni che seguirono. Con oltre 150 oggetti, tra tessuti, abbigliamento, opere d’arte e fotografie, la mostra include anche una ricostruzione dell’interno del suo negozio di Soho. ftmlondon.org

TP 113. Fashion Rules. Kensington Palace, Kensington Gardens, fino al 4 Luglio 2015.
Se si sente stanca di essere costantemente sotto osservazione per suoi abiti, che devono essere allo stesso tempo regali, eleganti e alla moda, l’impeccabile Duchessa di Cambridge può consolarsi Fashion Rules (le regole della moda) la mostra che si tiene a poca distanza dai suoi appartamenti. Una mostra che, come dice il titolo, esplora il modo in cui le altre tre donne della famiglia reale prima di lei (Sua Maestà la Regina Elisabetta II negli anni Cinquanta, la Principessa Margaret negli anni Sessanta e Lady Diana negli anni Ottanta) se la sono cavata nell’applicare le regole dettate dall’etichetta reale alla moda, e viceversa. E se gli abiti della Regina sono certamente i più belli, con la loro sobria sontuosità, quelli della principessa Margaret appaiono certamente quelli in cui la sua proprietaria si è divertita di più. Interessante e istruttiva è aperta fino all’estate 2015. hrp.org.uk

The Queen's dress by Norman Hartnell,  Photo Getty4. Fashion on the Ration: 1940s Street Style. IWM London (Imperial War Museums), fino al 31 Agosto 2015.
Essere eleganti di solito non costituisce una priorità in tempo di guerra, ma l’IWM London sembra pensarla diversamente. Fashion on the Ration: 1940s Street Style esplora la lotta delle donne britanniche per rimanere chic in tempo di austerità e i diversi modi che trovano per reinventarsi l’abbigliamento date le (molto) limitate circostanze. Tra gli oggetti più particolari, un braccialetto fatto da componenti aeronautici e una parure di biancheria intima ricavata da mappe di seta dell’aereonautica militare creata per la Countessa Mountbatten. Piú che una mostra, una celebrazione della fantasia, dell’immaginazione e della creatività con cui il governo e la popolazione hanno mantenuto alto il morale durante la Seconda Guerra Mondiale. iwm.org.uk

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5. Sonia Delaunay. Tate Modern, dal 15 Aprile al 9 Agosto 2015
A Parigi, dove si trasferisce nel 1906 per unirsi alle Avanguardie, l’ucraina Sonia Terk (1885–1979) conosce e sposa Robert Delaunay e insieme i due sviluppano il cubismo orfico. Ma Sonia rifiuta di limitare se stessa alla pittura, portando l’Orfismo oltre i confini della tela. La sua arte si espande ai tessuti e agli arazzi all’arredamento d’interni e suoi sono i rivoluzionari costumi per i Ballets Russes di Sergei Pavlovich Diaghilev. Le sue creazioni piacciono alle star di Hollywood come Gloria Swanson e sono vedute da Liberty of London e i suoi tessuti diventano così popolari che, negli anni Venti, Sonia finisce con l’aprire a Parigi l’Atelier Simultané. Ma come spesso accade, il genio creativo di Sonia Dealunay è stato pienamente riconosciuto solo dopo la morte del marito Robert nel 1941, la prima donna a cui fu dedicata una retrospettiva al Louvre nel 1964 e ad essere decorata con la Legion d’Onore francese nel 1975. Questa è la prima mostra a ledi dedicata in Gran Bretagna. Davvero da non perdere. tate.org.uk

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