Il Giugno Fiammeggiante di Lord Leighton (Flaming June)

Gli anni Sessanta furono gli anni della rivoluzione. Il periodo più celebrato e mitizzato della nostra epoca, il decennio che genitori e nonni (e chiunque ci sia passato, anche in modo tangenziale), non ci permetteranno mai di dimenticare. Per la generazione della Swinging London liberarsi del vecchiume passato – si trattasse di idee, stili di vita, moda, pettinature o musica- era una sorta di dovere morale e tale dovere era stato esteso anche all’arte. E per la generazione della Swinging London nulla era più offensivo e fuori moda dell’arte vittoriana. E qui comincia la storia di Flaming June, il capolavoro di Frederic Lord Leighton (1830-1896).

Self portrait of Leighton (1880)

Self portrait of Leighton (1880)

Certo, quando lo presentò alla Royal Academy nel 1895 insieme ad altre cinque opere dipinte per l’occasione (le altre quattro conosciute sono Lachrymae (1895), del Metropolitan Museum of Art in New York; ‘Twixt Hope and Fear, The Maid with the Golden Hair e Candida (1894-95), tutte appartenenti a collezioni private sin dal XIX secolo), Leighton non poteva sapere che Flaming June sarebbe stato uno degli ultimi quadri che avrebbe dipinto. O che sarebbe diventato il suo dipinto più famoso e celebrato. Ma l’opera fece scalpore per il suo sapore vagamente erotico (e forse proprio per quello…) diventando da subito una delle immagini più amate e riprodotte già nel XIX secolo.

William Luson Thomas, artista e incisore e proprietario del settimanale illustrato The Graphic, lo acquistò da Leighton nel 1895, al suo ritorno da un soggiorno in Nord Africa, dove il pittore sperava di guarire dai problemi di cuore che lo avrebbero ucciso nel Gennaio dell’anno successivo. Con l’opera, Luson si era assicurato anche i diritti di riprodurla, inaugurando così una nuova era di mercificazione di quadri famosi,  prontamente trasformati in manifesti volti a decorare le abitazioni della borghesia vittoriana amante dell’arte, ma priva dei mezzi finanziari per acquistare gli originali. Tuttavia, nonostante il suo successo commerciale fosse già stabilito, il giornale vendette Flaming June nel 1906 alla famiglia Watney, titolare dell’azienda produttrice di birra James Watney & Co. che nel 1915 a sua volta lo prestò all’Asmolean Museum di Oxford, dove il dipinto rimase fino al 1930 quando fece ritorno per un breve periodo a Leighton House, allora da poco trasformata in museo per il centenario della nascita dell’artista.

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive) The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive)
The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Dopodiché il vuoto. Il quadro scomparve letteralmente dalla faccia della terra per oltre trent’anni, prima di riapparire nel 1962 nella vetrina del negozio di un un corniciaio di Battesea (portatovi da un muratore che sosteneva di averlo trovato in una casa non lontana da lì destinata alla demolizione), dove attrasse l’attenzione del musicista e compositore Andrew Lloyd Webber. Ma Lloyd Webber, allora uno squattrinato studente d’arte con la passione per l’arte vittoriana e ambizioni da collezionista, non possedeva le cinquanta sterline necessarie per comprare il quadro (il successo di musical come Jesus Christ Superstar, Evita, Cats e Il fantasma dell’opera che gli averebbe portato fama e denaro e che gli ha permesso di ammassare un’impressionante collezione di arte vittoriana, era ancora lontano) e avendo appena speso la stessa cifra in libri antichi, si risolse a chiedere un prestito a sua nonna. Che glielo rifiutò, dicendo che non voleva ‘cianfrusaglie vittoriane’ in casa sua. Con buona pace di Lloyd Webber che dovette rassegnarsi a dire addio alla sua bella addormentata.

Eventualmente il dipinto fu comprato nel 1963 per sole £2,000 dall’uomo di affari portoricano Luis Ferré, a cui invece le ‘cianfrusaglie’ vittoriane piacevano molto, tanto da costruire persino un museo a Ponce, la sua città natale, sulla costa meridionale dell’isola di Puerto Rico, in cui ospitare la sua collezione di Preraffaelliti. E da quell’isola del mar dei Caraibi, la fama del dipinto ha continuato a crescere inesorabilmente: oggigiorno Flaming June è un quadro talmente famoso che si fatica a ricordare che manca dall’Europa dal 2008, quando cioè fu esposto a Tate Britain insieme ad un altra chicca della collezione di Luis Ferré, The Sleep of Arthur in Avalon di Burne Jones.

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

A prima vista Flaming June sembra solo un groviglio di tessuto stropicciato di un arancione, caldo e luminoso come il sole di una calda giornata di Giugno. La stagione preferita dai pittori dell’Estetismo era infatti la piena estate, quando il sole accende di luce i colori della natura. Nel dipinto di Leighton brillanti colori tizianeschi rivestono un corpo dalla potente anatomia michelangiolesca: Michelangelo non a caso utilizza quella posa raggomitolata di origini classiche nella figura de La Notte (1521-34) per le Cappelle Medicee nella Basilica di San Lorenzo a Firenze, scultura di cui Leighton possedeva diverse fotografie che conservava nel suo studio.

Le immagini di donne inconsapevoli – fossero esse addormentate, assorte, morte o morenti come l’Ophelia di John Everett Millais (per cui Millais fece immergere Lizzie Siddal, la moglie dell’amico Dante Gabriel Rossetti in una vasca da bagno riscaldata da candele – esperienza dalla quale la giovane uscì con una feroce bronchite che quasi la uccise per davvero…) sono una caratteristica dell’epoca vittoriana. Ma a differenza della tormentata Ophelia preraffaellita di ispirazione botticelliana, con Flaming June ci troviamo davanti all’Estetismo all’ennesima potenza. Come le sensuali bellezze dalle labbra carnose del Rossetti dell’ultimo periodo, anche Flaming June è esattamente ciò che rappresenta: una giovane donna addormentata. Inutile cercare tra le pieghe di quel brillante tessuto arancione un significato più profondo dello squisito esercizio di padronanza della linea e del colore in cui gli esteti erano maestri. Leighton, dapprima associato ai Preraffaelliti, si allontanò verso la fine della sua carriera da soggetti allegorici per abbracciare il credo estetico dell’arte per l’arte. Per lui e per gli altri artisti, Whistler, Watts, Albert Moore e Burne-Jones, ciò che importava non era il soggetto, ma la sublime combinazione di amosfera, armonia del colore e bellezza della forma. Dipinto al tramonto della sua vita, Flaming June è l’ultimo colpo di coda del più intellettuale e rigoroso dei figli dell’Estetismo.

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Flaming June: The Making of an Icon

Leighton House Museum, 12 Holland Park Rd, Kensington, London W14 8LZ

Paola Cacciari, pubblicato su Londonita

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La bellezza delle case aperte. A Londra.

Adoro passeggiare per i quartieri di Londra e come Nanni Moretti in Caro Diario (ma senza Vespa) la cosa che mi piace fare più di tutte è guardare le case. Case dove mi piacerebbe abitare e che non potrò mai permettermi visto l’andazzo delle proprietà a Londra, e di cui di solito posso solo immaginare l’interno. Fortunatamante per soddisfare la curiosità compulsiva di persone come me, ogni anno a Londra c’è l’Open House London, un intero week-end in cui circa 800 edifici, distribuiti in circa 30 quartieri della Capitale aprono le porte al pubblico. O almeno aprono quelle parti che non sono normalmente accessibili (come gli uffici della BBC per esempio…) o lo sono dietro il pagamento del biglietto d’accesso. E il fatto che quest’anno la manifestazione festeggi il suo 23esimo compleanno la dice lunga sul suo successo, che è diventato tale che so di persone che arrivano quasi a pianificarci le ferie attorno.

Ma un po’ di pianificazione è necessaria per evitare di correre come pazzi da una parte all’altra della città senza vedere nulla (com’è capitato a me e alla mia dolce metà qualche anno fa, quando earvamo ancora dei novizi della situazione…). Per questo assicuratevi una copia della guida, o se siete tipi tecnologici, per £2,99 potete scaricare la app per lo smartphone.

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La Trellick Tower di Londra, il capolavoro brutalista dell’architetto Ernő Goldfinger, costruita nel 1972.

Numerosi edifici, storici (e non), pubblici e privati e governativi, oltre a chiese e sinagoghe sono visitabili o il sabato o la domenica; in alcuni casi è richiesta la prenotazione, non perché siano necessariamente più speciali di altri ma perché hanno spazio limitato come 30 St Mary Axe il grattacielo a forma di siluro affettuasamente soprannominato The Gherkin, il cetriolo, il Lloyd Buidling di Richard Rogers o la Trellick Tower, il capolavoro brutalista dell’architetto Ernő Goldfinger (1902-1987) – propio lui, quello che ispirò il romanziere Ian Fleming a creare l’omonimo “cattivone” di 007.

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View from The Gerkins

Edifici come la bellissima cappella universitaria del King’s College London e il Foreign & Commonwealth Office (altrimenti detto Foreign Office o FCO, l’istituzione responsabile per la promozione degli interessi del Regno Unito all’estero), entrambi progettati negli anni Sessanta del XIX secolo da Sir George Gilbert Scott (quello dell’Albert Memorial e della Stazione di St Pancras), sono una vera e propria chicca del revival gotico vittoriano, e sono visibili ai comuni mortali solo di rado, in occasioni come queste delle case aperte, mentre capolavori dell’Estetismo come 18 Stafford Terrace, la dimora del fotografo e disegnatore satirico Edward Linley Sambourne e Leighton House, il capolavoro orientalista voluto dal pittore e scultore vittoriano Lord Frederic Leighton sono normalmente a pagamento.

Arab Hall, Leighton House

Arab Hall, Leighton House (built 1877-81). London.

Dal 19-20 Settember 2015

Open House London events.londonopenhouse.org

L’epoca edoardiana. Ovvero: fuga nella bellezza

Con l’ascesa la trono di Edoardo VII il 22 Gennaio del 1901, l’Inghilterra si trasforma da un giorno all’altro. A sessant’anni il re non era più un ragazzino e grazie all’ostinato rifiuto della Regina Vittoria, sua madre, di coinvolgerlo negli affari di stato, a “Bertie” (com’era noto in famiglia – il suo vero nome era Albert Edward) non era rimasto altro che attendere pazientemente il suo turno al timone della nazione ingannando l’attesa tra viaggi, cavalli, amanti e amicizie non proprio raccomandabili. Non sorprende pertanto che l’atteggiamento a dir poco “epicureo” del sovrano abbia contribuito a creare quell’immagine dell’epoca edoardiana come età romantic, fatta di lunghi pomeriggi estivi, di ricevimenti all’aperto, di partite di tennis e pedalate in campagna; di donne eleganti che indossano immacolate pettorine di pizzo e acconciature rigonfie che incorniciano il viso e da uomini in paglietta e ghette. Un’immagine che sembra uscita da un quadro di John Singer Sargent (1856-1925), non a caso il più grande ritrattista dell’epoca edoardiana, e che pur non essendo falsa (quella di Edoardo VII fu davvero un’ età di piacere e di opulenza) non racconta tuttavia l’intera storia.

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

Quello a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo fu un periodo di grande transizione in cui passato e futuro vanno di pari passo in modo quasi schizzofrenico. Ma l’ottimismo della Bell’Epoque che già cominicia a sostituirsi alla severità vittoriana a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, è superficiale e nasconde in realtà potenti forze sotterranee che minano dal profondo la struttura della società. Questi sono gli anni del socialismo, dei diritti del lavoratori e del movimento per il suffragio femminile. Ma soprattutto, questi sono anni caratterizzati da un profondo vuoto religioso che viene ansiosamente riempito da “culti” alternativi.

Il culto dell’Impero era uno di questi. Il successo e la longevità dell’Impero britannico sono da attribuirsi principalmente alla (quasi) “superomistica” convinzione che la sobrietà e rettitudine morale che lo caratterizzavano, rendessero il modello di vita britannico, superiore a quello di altri paesi e che per questo tale modello fosse degno di essere esportato nel mondo. Il culto dell’Impero vede il sostituirsi ai luoghi classici del Grand Tour europeo l’India misteriosa, l’Africa nera e la lontana Australia, mentre la musica di Edward William Elgar (1857-1934), i romanzi esotici di Rudyard Kipling (1865-1936) e l’imponente architettura di Sir Aston Webb (1849-1930) ne gridano al mondo l’impegno e le virtù civili. Ma con la superficie dell’Impero cresce anche l’isolamento intellettuale della Gran Bretagna, che mai come in questo periodo guarda con sospetto a tutto quanto viene dall’Europa, sopratutto se francese.

1.Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 - National Portrait Gallery, London

Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 – National Portrait Gallery, London

Coloro che rispondono al richiamo del Continente, come Oscar Wilde (1854-1900) e Aubrey Beardsley (1872-1898), sono additati come esempi viventi di depravazione e decadenza. Benvenuti nel mondo dei figli del Decadentismo, gli esteti, coloro che non hanno altro dio all’infuori della Bellezza.

Sarà proprio profondo malessere sociale che attraversa la società britannica a cavallo tra i due secoli una delle cause principali della nascita dell’Estetismo. Colpa del diritto di voto (almeno per gli uomini e solo se borghesi…) che aveva allargato la società e sfumato le tradizionali barriere che separavano le classi sociali. Con l’avvento della “cultura di massa” promossa dalla società vittoriana, le arti che prima erano predominio di un ristretto circolo di pochi eletti, erano diventate accessibili (sebbene in forme diverse) anche al popolino della working class. A questo si aggiunse l’avvento delle ferrovie che aveva reso gli spostamenti facili ed economici, permettendo così persino alla classe operaia di andare in vacanza. Davanti a tanta sovversione sociale, agli aristocratici e agli artisti non restano cose come che il “gusto” e lo “stile” per continuare a distinguersi dagli strati inferiori della società.

Artist Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection co Christie

Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection c/o Christie‚

Dice la leggenda che quando i suoi occhi si posano sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia sospirato: “La mia carta da parati e io abbiamo ingaggiato un duello all’ultimo sangue – uno di noi deve andarsene.” In un mondo come quello dell’Estetismo, che ha come religione la bellezza e come motto “Art for art’s sake”, anche cose come la carta da parati contavano molto. Perché, lungi dall’essere un mero stile artistico, l’Estetismo era prima di tutto uno stile di vita di Oscar Wilde era l’auto-dichiarato profeta. Gli esteti vestivano in modo flamboyant, portavano capelli lunghi e brache di velluto al ginocchio, amavano i colori sgargianti, le piume di pavone e le ceramiche giapponesi.

Tra lo sgomento del grande critico d’arte John Ruskin (1819-1900), per il quale l’arte andava di pari passo con la moralità, la pittura narrativa ed edificante che aveva caratterizzato l’età vittoriana lascia il posto alle sensuali bellezze del maturo Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), al raffinato virtuosismo formale di Edward Coley Burne-Jones (1833-1898), alle scene di vita romana di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) e di Frederic Leighton (1830-1896), al colore monocromatcio e alle forme semplificate che già preannuciano le strazioni moderniste di James McNeill Whistler (1834-1903). Ironia della sorte, ciò che inizia come un esperimento privato tra un gruppo di amici residenti tra Chelsea e Holland Park, finisce con il diventare patrimonio di tutti quando, nel 1875, Arthur Liberty (1843-1917) apre Liberty & Co, il grande magazzino che prende il suo nome in Regent Street, rendendo così –paradossalmente – la bellezza alla portata di tutti.

Ma un tale cambiamento non rimane confinato alla solamente alla pittura. Per secoli relegata a lapidi, tombe e busti celebrativi, durante l’Estetismo anche la scultura si allontana dai soggetti celebrativi tipicamente vittoriani per esprimere nuove emozioni, sensazioni e una nuova spiritualità, grazie all’opera di artisti come il suddetto Lord Leighton (che oltre ad essere un fantastico pittore era anche uno scultore di tutto rispetto) ed Alfred Gilbert (1854-1934) la cui scultura più famosa è forse il piccolo Eros di bronzo che fa bella mostra di sé a Piccadilly Circus del 1893.

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Diversamente da quanto era accaduto in Francia e in Russia, in Inghilterra non ci furono rivoluzioni a rompere con lo status quo. Al contrario. Invece che guardarla con sospetto, la società britannica vede l’aristocrazia come l’incarnazione stessa della cultura Britannica: un modello a cui aspirare piuttosto che distruggere. E questo ci porta ad un altro culto dell’epoca edoardiana, quello della riscoperta del glorioso passato inglese.

Iniziato nel XVIII con Horace Walpole (1717-1797), l’ossessione per il passato medievale inglese si intensifica nella seconda metà nell’Ottocento portando, oltre alle Arts and Crafts di William Morris, anche alla nascita di istituzioni come il National Trust (fondato nel 1895), volte a salvaguardare monumenti antichi. Ossessionata com’era dallo stile di vita aristocratico, la classe media non badava a spese per imitare l’aristocrazia nello sforzo di resuscitare l’età d’oro dei Tudor, con la sua eclettica architettura in mattoni rossi e travi a vista. Il fatto che quella fosse un’epoca patriarcale, gerarchica, maschilista e intrinsecamente ostile alle donne non sembrava preoccupare nessuno, se non le Suffragette.

Resta il fatto che quella edoardiana fu un’età d’oro per l’architettura domestica, con personaggi come Charles Francis Annesley Voysey (1857–1941) e Charles Robert Ashbee (1863-1942) che con la loro architettura spiccatamente originale lasciano la loro impronta non solo a Londra, ma in tutta la Gran Bretagna. Costruite per sembrare antiche, le nuove case borghesi e sono irregolari, discrete e armonicamente inserite in un paesaggio che (al contrario delle grandi country houses delle epoche Tudor ed elisabettiana) non vogliono più dominare, ma a cui vogliono appartenere. In questo nulla è più perfetto della magnifica Standen, costruita tra 1892 il 1894 da Philip Webb (1831-1915), il creatore della Red House di William Morris. Costruita per il ricco avvocato londinese James Beale e la sua famiglia, Standen è una poesia di legno e mattoni, decorata da sublimi interni Arts and Crafs; immersa nel verde della Contea del West Sussex, a circa un’ora di treno da Londra, era tuttavia fornita di ogni comfort e persino della luce elettrica!

Standen National Trust Exterior, UK - Diliff by Diliff

Standen, National Trust

Con la morte di Edoardo VII il 6 Maggio 1910 si chiude un età di opulenza e di piacere. Chissà quale strada avrebbe intrapreso l’Inghilterra se gli orrori della Prima Guerra Mondiale non avessero catapultato la Nazione nel Modernismo.

2015©Paola Cacciari

pubblicato su Londonita

Albertopolis e la nascita del Victoria and Albert Museum

Era il 1876 quando la Regina Vittoria, avvolta nel suoi abituale abito nero, inaugurava l’Albert Memorial, il monumento dedicato alla memoria del suo adorato cugino-marito, il Principe Alberto di Sassonia-Coburgo morto di febbre tifoidea nel 1861. Protetta dal gigantesco tabernacolo gotico scintillante di oro e mosaici, la statua del Principe Consorte veglia dall’alto del suo piedistallo sugli edifici di Albertopolis, l’area di South Kensington che si dipana lungo l’arteria di Exhibition Road.
Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza i proventi della Great Exhibition di dieci anni prima. Con i suoi oltre sei milioni di visitatori in sei mesi, la Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations, fu la prima esposizione universale del mondo nata per celebrare le moderne tecniche industriali. Il suo successo fu tale che chiuse i battenti con un bilancio decisamente in attivo. Tanto che, su consiglio del Principe Alberto, la Royal Commission for the Exhibition of 1851 decise di investire parte dei fondi nell’acquisto di quell’area di terreno che vedrà la nascita nel cinquantennio successivo di istituzioni come l’Imperial College, la Royal Albert Hall, il Royal College of Art e il Royal College of Music, la Royal Geographical Society e il Royal Institute of Navigation, oltre ad uno tra i più formidabili complessi museali della di tutti i tempi. Tale area, ancora oggi affettuosamente soprannominata Museumland, ospita lo Science Museum, il Natural History Museum e quello che porta il nome del Principe Consorte, il Victoria and Albert Museum.

VA exterior©Victoria and Albert Museum

VA exterior © Victoria and Albert Museum

E giustamente. Che senza il suo cruciale contributo e la sua dedizione alla causa dello sviluppo economico britannico, la grande esposizione non sarebbe mai avvenuta e senza di essa quella grotta di Ali Babà che è l’odierno V&A non sarebbe mai esistito. E sarebbe stato un vero peccato.
Il fatto è che siamo talmente abituati ad averlo a portata di mano questo complesso di grandi musei che si tende a dimenticare che non sono sempre stati lì e che, anzi, la loro presenza è un’aggiunta relativamente recente al panorama culturale e architettonico della Capitale. Basta guardare qualche vecchia mappa catastale infatti, per realizzare che ancora nella prima metà del XIX secolo questa parte di Londra che si estendeva al Sud di Hyde Park era relativamente disabitata. Anche se, dopo la Great Exhibition, le cose sarebbero cambiate non poco…

Fondato nel 1852 con il nome di Museum of Manufactures poi ribattezzato South Kensington Museum nel 1857, il Victoria and Albert Museum è, tra quelli di Museumland, il più vittoriano dei tre, quello che più di tutti simbolizza le conquiste della rivoluzione industriale. A cominciare dal suo nucleo originale, costituito di una struttura architettonica in vetro e ferro tipica dell’ingegneria del periodo e soprannominata “Brompton Boilers” – struttura che, divenuta obsoleta con l’ingrandirsi delle collezioni, fu prontamente smontata e trasportata nell East End di Londra, a Bethnal Green, dove ancora oggi fa bella mostra di sé (sebbene ricoperta di mattoni) nel Museum of Childhood, anche’esso parte del V&A).
Una figura chiave per la realizzazione della visione del Principe Alberto fu Sir Henry Cole (1808-1882), il primo direttore del V&A. Piccolo, basso e con una criniera di capelli bianchi, e con il suo adorato cagnolino perennemente al seguito, Cole non era nuovo ad imprese di questo tipo: nel 1847 infatti aveva già provato a riformare il gusto popolare con la fondazione di un’azienda, la Felix Summerly Art and Manufactures che trent’anni prima di William Morris e delle Arts and Crafts voleva produrre oggetti di buona qualità a prezzi modici. Il sogno di Henry Cole era quello di educare il grande pubblico, oltre ad artigiani, artisti, studenti, e sin dall’inizio il V&A fu la prima istituzione ad offrire un’educazione all’arte e al disegno. Tale era la sua determinazione ad “educare” il gusto locale con la creazione di nuove gerarchie estetiche, che il nostro Henry arrivò persino ad organizzare una mostra chiamata “False Principles of Decoration” in cui, come dice il nome stesso, buoni e cattivi principi di decorazione e di design erano messi a confronto. Inutile dire che questo non gli valse le simpatie degli artigiani locali, che sentendosi ingiustamente accusati, protestarono al punto tale che la mostra dovette chiudere dopo due settimane!
Henry Cole voleva permettere a progettisti e designers britannici di accedere a diverse tipologie di oggetti d’arte e prodotti dell’industria manifatturiera provenienti dal continente, così da riformare il gusto nazionale vittoriano. Fornendo esempi di artigianato locale attentamente selezionati, voleva creare un’esposizione di oggetti bellissimi e altamente istruttivi che liberassero l’industria manifatturiera britannica dal complesso di inferiorità che esisteva nei confronti di paesi come l’Italia e la Francia. Ma non solo: Cole voleva educare la working class britannica rendendo possibile l’accesso al museo gratis per tre giorni la settimana e una sera. Il direttore infatti era dell’idea che l’apertura serale del museo fornisse un potente antidoto al pub. Vero o no, Cole fu un pioniere anche in questo, visto che tutti i musei di Londra al giono d’oggi offrono una late view generalmente il venerdì sera…

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

L’educazione del grande pubblico all’arte e alla bellezza in un’epoca in cui solo una minoranza privilegiata di persone poteva permettersi di viaggiare, unito al fatto di offire agli studenti d’arte la possibilità di disegnare gli esempi migliori di arte classica e rinascimentale, fu l’ispirazione dietro la nascita delle Cast Courts. In queste due magnifiche sale è ospitata la raccolta di calchi in gesso del museo (la maggior parte dei quali furono eseguiti tra il 1867 e il 1873) e che riproducono a grandezza naturale alcune delle più importanti opere scultoree italiane: dal Davide di Michelangelo, donato alla Regina Vittoria dal Granduca di Toscana (e per il quale si rese necessario commissionare nel 1857 una foglia di fico rimovibile di circa mezzo metro per evitare alla Regina Vittoria il trauma della nudità della statua, ora opportunamente esposta nella teca vicina…) al portale maggiore della Basilica di San Petronio della (mia) Bologna e alla Colonna di Traiano che per ragioni di spazio ha dovuto essere spezzata in due – e molte altre provenineti da tutta Europa. E se la raccolta di copie in gesso non fu una prerogativa solo del V&A, quella del museo di South Kensington è certamente rimansta unica nel suo genere, dato che il destino di molte collezioni europee fu quello di essere distrutte ad un certo punto del XX secolo, quando queste opere erano considerate una brutta copia degli originali, anziché un esempio importante del gusto di un epoca.

Il labirintico edificio che oggi si presenta agli occhi del visitatore moderno è il risultato di interventi architettonici diversi avvenuti in periodi diversi ad opera di architetti diversi – Francis Fowke, Henry Scott Young e Sir Aston Webb. La parte orientale, costruita tra il 1856-58, è la più antica, seguita dall’ala occidentale nel 1864 e dalla settentrionale tra il 1865-69. La National Art Library che chiude il grande cortile-giardino interno, il cosidetto Quadrangle costruito in stile rinascimentale Lombardo e concepito per essere la facciata principale del museo, risale al 1877-84. L’attuale facciata principale si deve ad Aston Webb che la costruì tra il 1899 e il 1909 ed è lunga circa 210 m.

The John Madejski Garden

The John Madejski Garden

Artisti e designer dell’epoca come le star dei Preraffaelliti Holman Hunt e Ford Maddox-Brown furono invitati a partecipare alla decorazione del museo. E se i due finirono con il non produrre nulla, Lord Frederic Leighton (quello di Leighton House) creò la serie di spettacolari affreschi che ancora oggi si possono ammirare nel Leighton Corridor, mentre il sempre intraprendente William Morris inaugurerà una lunga partnership con il museo non solo come artista, ma anche come consulente artistico; fu proprio lui infatti, a consigliare al comitato per l’acquisizione delle opere d’arte, un oggetto come il famoso tappeto Ardabil che si può ammirare nella sala del Medio Oriente.
Certo, il direttore un museo moderno oggigiorno non si sognerebbe di annegare le opere d’arte in esposizione in un mare di scintillanti mosaici e altrettanto scintillanti vetrate. Ma questa era la norma in un’epoca come quella vittoriana in cui gli edifici pubblici come tribunali, teatri, banche e musei erano dotati di una decorazione appropriate al ruolo che ricoprivano nella società. E basta passare nelle sfavillanti Silver Galleries per constatare di persona come gli artisti ed architetti ingaggiati da Cole non si fecero pregare per produrre una decorazione degna di un palazzo reale!

Certo una sala adeguata si dovette costruire per ospitare uno dei gioielli del V&A, i cartoni di Raffaello, il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso. Dopo la tessitura degli arazzi per la Cappella Sistina, i cartoni vagarono da un laboratorio all’altro prima di finire a Genova, dove furono acquistati nel 1623 dal principe ereditario inglese, il futuro Carlo I, per la manifattura di Mortlake. Dopo l’esecuzione del re, i cartoni furono acquistati poi da Oliver Cromwell e immagazinati alla Banqueting House per tornare in possesso della Corona inglese solo dopo la Restaurazione quando, su incarico di Guglielmo III che desiderava esporli, furono ricomposti, incollati su tela e restaurati. Il Re commissionò anche al grande architetto Sir Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral per intenderci) una sala apposita ad Hampton Court, dove restarono fino 1865, quando furono trasferiti al V&A per volere della Regina Vittoria, dove sono da allora in prestito permanente.

William Morris room©Victoria and Albert Museum

William Morris room ©Victoria and Albert Museum

Le collezioni del V&A sono suddivise in undici dipartimenti e sono esposte in 146 gallerie distribuite su sei piani sfalsati. E se il fatto che ci siano 7 miglia (o 11 km) di sale nel museo è una leggenda metropolitana più o meno credibile (vista la tortuosa vastità dell’edificio sono più propensa a credere alla verità della leggenda che non al suo contrario…), è certamente vero che il sito su cui sorge il Museo occupa 12 acri di terreno e le sue collezioni comprendono al momento della redazione di questo articolo 2,278,183 di oggetti. E in questa carrellata di tesori che vanno dai coniglietti di Beatrix Potter al Great Bed of Ware, il gigantesco letto a baldacchino del XVII secolo citato da Shakespeare ne La Dodicesima Notte, dalle sculture policrome vittoriane ai capolavori di Bernini, Canova e Rodin, dai cieli tempestosi di Turner e Constable ad una delle più ricche ed importanti collezioni di vetro e ceramica al mondo, è impossibile non restare affascinati dalla multiforme varietà degli oggetti esposti e dai materiali e dalle tecniche che li formano e che rappresentano il gusto, le passioni estetiche, le mode, gli stili – il modo di vivere insomma – di ogni classi sociale dal mondo greco-romano ai nostri giorni.
E allora armatevi di mappa, di scarpe comode e … buona visita!

2016 © Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Victoria and Albert Museum
Cromwell Road
London SW7 2RL
vam.ac.uk
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Venere torna a casa: l’ossessione vittoriana di Pérez Simón a Leighton House

Mosaici scintillanti, ceramiche blu cobalto, sete, piume di pavone e donne bellissime. No, non si tratta di una pagina de Le mille e una notte, ma di Leighton House, la casa-studio del pittore e scultore vittoriano Frederic Leighton (1830–1896).
Nascosta tra Kensington High Street e Holland Park, nella zona Ovest di Londra, Leighton House Museum non è solo una casa, ma una vera e propria opera d’arte. Egli stesso un eminente esponente dell’Estetismo, (il movimento artistico nato tra 1870 e il 1900 da una costola del Decadentismo e promotore della filosofia dell’arte per l’arte, che vantava tra i suoi adepti personaggi come Oscar Wilde e Aubrey Beardsley) non sorprende che scelga di decorare la sua abitazione secondo i dettami dell’Arts and Crafts di William Morris e dell’Orientalismo che impazzava  sul finire dell’Ottocento.

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Lawrence Alma Tadema, The Roses of Heliogabalus, 1888, Oil on canvas, The Pérez Simón collection, Mexico ©Studio Sébert Photographes

 

Sebbene già prima di Napoleone Gentile Bellini e Paolo Veronese avessero dipinto soggetti di sapore esotico, l’Orientalismo è essenzialmente un fenomeno del XIX secolo. Sulle orme di isolati avventurieri romantici come il poeta George Gordon Byron, gli artisti dell’epoca mossi dal fascino per l’esotico, si spingevano con il Grand Tour sino alle regioni balcaniche, allora dominate dall’Impero Ottomano. Il miglioramento dei trasporti fece il resto e grazie all’invenzione della macchina vapore la presenza di artisti occidentali in Medio Oriente aumentò in modo considerevole. Come di norma per un artista (e perlopiú uno ricco come lo era lui) anche Leighton viaggiò molto e molto lontano e il risultato si può vedere nella preziosa Arab Hall disegnata da George Aitchison tra il 1877 e il 1879 e ispirata all’architettura arabeggiante de La Zisa di Palermo, ammirata durante un passaggio in Sicilia e che ancora oggi non cessa di suscitare stupore anche nel piú scettico dei visitatori di Leighton House.
Con l’arrivo del nuovo secolo tuttavia, questo passato mitico, con le sue eroine discinte e sensuali e il suo zuccheroso sentimentalismo, passa di moda: non più oggetto di dibattito, gli artisti tardo-vittoriani furono relegati ai depositi dei musei. Ma Juan Antonio Pérez Simón, spagnolo di nascita e messicano di adozione, magnate delle telecomunicazioni e proprietario della più grande collezione privata al mondo (almeno a sentire Paris Match), le ha amorevolmente collezionate a dispetto delle mode, e la sua decisione di esporne una cinquantina in Leighton House è perfetta: ancora oggi infatti, le sue stanze conservano  intatta quell’aura artistica conferitagli dagli artisti ed esteti dell’epoca, che qui si riunivano per bere, fumare e discutere sul come liberare l’arte dalla morale borghese.

Edward John Poynter, Andromeda, 1869, Oil on canvas, The Pérez Simón collection, Mexico ©Studio Sébert Photographes

Edward John Poynter, Andromeda, 1869, Oil on canvas, The Pérez Simón collection, Mexico ©Studio Sébert Photographes

 

Il risultato è A Victorian Obsession: The Pérez Simón Collection, dove la bellezza fine a sé stessa regna sovrana. Fatta eccezione per lo studio di Lord Leighton infatti, la collezione permanente del museo è stata temporaneamente rimossa per lasciare spazio ai dipinti della mostra, che può così srotolarsi in modo ininterrotto lungo le pareti gialle, rosse e verdi del museo. Qui, oltre ad opere dello stesso Leighton (cinque delle quali dipinte in questa stessa casa) come Greek Girls Picking up Pebbles by the Sea (1871) e Crenaia (1880), troviamo anche quelle di altri importanti pittori vittoriani appartenenti al suo circolo di amici e conoscenti, come Edward Burne-Jones, John Everett Millais, John William Waterhouse, Edward Poynter.

Dalla Roma decadente de Le rose di Eliogabalo (1888) di Lawrence Alma-Tadema (che manca da Londra dal 1913 e a cui è dedicata un’intera sala) alle leggende arturiane di John Melhuish Strudwick e alle eroine preraffaellite di Rossetti e Millais, gli opulenti  ambienti di Leighton House enfatizzano la luce e il colorismo brillante di questi straordinari dipinti che celebrano la bellezza femminile in tutte le sue forme.
Alla sua morte, avvenuta nel 1896 senza eredi, la casa di Lord Leighton fu venduta e il suo contenuto disperso. Dopo anni di relativo abbandono, un lungo restauro terminato nel 2010 ha permesso  al pubblico di ammirarne di nuovo gli interni in tutto il loro decadente splendore. Ed ora, dopo tanti anni di assenza, anche i dipinti di Lord Leighton e quelli dei suoi amici sono finalmente ritornati a casa. È davvero un’occasione da non perdere. Fino al 29 Marzo.

Pubblicato su Londonita

A cura di Paola Cacciari
INFO: Leighton House Museum 12 Holland Park Road, London W14 8LZ . Tutti i giorni dalle 10 alle 17.30; chiuso il martedì. Biglietto intero £10; ridotto £6. http://www.rbkc.gov.uk/museums

Victorian Visions a Leighton House

John William Waterhouse: Mariamne Leaving the Judgement Seat of Herod - 1887

John William Waterhouse: Mariamne Leaving the Judgement Seat of Herod – 1887

Nascosta tra Kensington High Street e Holland Park, Leighton House è una vera e propria piccola gemma. Si tratta della casa voluta dal pittore e scultore vittoriano  Frederic Leighton (1830–1896) per ospitare la sua collezione di quadri preraffaelliti e per esporre i propri – che un po’ di marketing non guasta mai.

Attorno a questa collezione si articola Victorian Visions, Pre-Raphaelite and nineteenth-century art from the John Schaeffer Collection, la nuova mostra della casa museo di Holland park. Collezionista australiano e grande ammiratore del museo, negli ultimi venticinque anni John Schaeffer ha ammassato una delle più importanti collezioni di arte inglese del XIX secolo, tra cui anche un numero di dipinti dello stesso Lord Leighton.

Opere di Edward Burne-Jones, Solomon J. Solomon, William Holman Hunt, G.F. Watts, John William Waterhouse sono sapientemente dispote insieme a schizzi e dipinti di proprietà del museo stesso negli interni d’epoca dell’abitazione: un’esperienza imperdibile per tutti coloro interessati al periodo vittoriano e all’arte dei Preraffaelliti.

 

Londra//fino al 23 Settembre 2012

Victorian Visions, Leighton House, London W14

Il culto della bellezza in mostra al Victoria and Albert Museum

Si racconta che, quando i suoi occhi si posarono sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia mormorato: “Uno di noi deve andarsene”. Leggenda metropolitana? Poco importa: quello di Oscar Wilde e dell’Estetismo era un mondo in cui cose come la carta da parati contavano molto. Se ne parla, fino al 17 luglio, al Victoria and Albert Museum di Londra.

Frederic Leighton – Pavonia – 1858-59 © Private Collection c/o Christie

L’Inghilterra della metà del XIX secolo è una realtà in grande fermento. L’industrializzazione e la crescita urbana che ne consegue portano alla costruzione di case più confortevoli e a una crescente domanda di oggetti di arredamento (mobili, tappeti, tende e carta da parati) da parte di una borghesia ansiosa di promozione sociale. Ma la crescita economica e la produzione in serie sono nemiche della qualità. Qualità che William Morris, con il suo movimento delle Arts and Crafts, si propone di restaurare, dedicandosi alla produzione di oggetti che siano esteticamente belli, oltre che utili. Morris è un socialista che, opponendosi alla volgarità della produzione industriale, vuole portare la bellezza alle masse. Ma per un gruppo di intellettuali e artisti come Dante Gabriel Rossetti, il culto della bellezza diventa l’unico mezzo per opporsi al rigido moralismo vittoriano.

Napoleon Sarony – Oscar Wilde – 1882 – National Portrait Gallery, Londra

Celebrazione della bellezza in tutte le sue forme ed espressioni, The Cult of Beauty: The Aesthetic Movement 1860-1900 al Victoria and Albert Museum è una vera e propria festa per gli occhi, con oltre 250 opere (dalle fotografie di Julia Margaret Cameron ai colorati artefatti di William Morris e delle sue Arts and Crafts, ai numerosi dipinti di grandi dell’epoca come Frederick Leighton, Edward Burne-Jones e James McNeill Whistler) organizzate cronologicamente in quattro sezioni, racconta la storia dei padri del Decadentismo.

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