Anna Karenina

OTTO DOMENICHE IN RUSSIA, OVVERO QUALCHE RIFLESSIONE SU QUESTA PRIMA SPLENDIDA LETTURA DI GRUPPO Leggere Anna Karenina non è mai stato nei miei piani. Ho una lista infinita di libri che vorrei leggere, un buon cinquanta per cento è composto da grandi classici ma Anna non era in cima alla lista. Ad un certo punto, […]

Anna Karenina

And Quiet Flows the Don (1928) by Mikhail Sholokhov

“When swept out of its normal channel, life scatters into innumerable streams. It is difficult to foresee which it will take in its treacherous and winding course. Where today it flows in shallows, like a rivulet over sandbanks, so shallow that the shoals are visible, tomorrow it will flow richly and fully.”

Mikhail Sholokhov

 

 

Lev Tolstoj

Il segreto della felicità   non è di far sempre ciò che si vuole,   ma di voler sempre ciò che si fa     Lev Nikolàevic Tolstòj nacque il 9 settembre 1828 a Jàsnaja Poljana, la tenuta in cui visse, operò e fu sepolto, situata a circa dodici chilometri da Tula, città della […]

Lev Tolstoj

Eugenio Onegin (Евгений Онегин)

Come descrivere un libro come Eugenio Onegin (Евгений Онегин) senza apparire scontati? Non si può. O almeno io non posso, proprio non ci riesco, che mi mancano le parole per farlo, tanto in italiano che in inglese. Capolavoro suona scontato, ma è l’unico aggettivo che gli si avvicina. Questo romanzo in versi di Aleksandr Puškin, composto dal 1822 al 1831 e pubblicato completo per la prima volta nel 1833, è divertente, tragico, tenero e profondo e riesce ad essere tutte queste cose allo stesso tempo.

Aleksandr Puškin
Aleksandr Puškin

Il linguaggio poi è bellissimo (e che io l’ho letto in inglese) ed è fresco ed attuale, come lo era nel 1830, quando Pushkin lo finì (anche se mai “ufficialmente”). Forse perchè, come spiega  Paolo Nori  ne La Grande Russia portatile, in Russia non ci sono dialetti, e il russo letterario di Puškin, Gogol’, Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj e tutti gli altri, altro non è che la lingua del popolo, parlata da secoli da tutti i russi in ogni parte dell’Impero. Ed è a questa lingua, che era prima parlata e poi scritta (che i russi hanno acquisito un alfabeto solo nel IX secolo dopo Cristo, con la missione di evangelizzazione di Cirillo e Metodio nel 862) che Puškin dà dignità letteraria con l’Evgenij Onegin. Ed questo strumento così immediato, allo stesso tempo comprensibile e diretto,  tenero e  volgare che ha prodotto la letteratura russa dell’Otto e del Novecento.

Continua Nori:

“Se leggo l’inizio dell’Evgenij Onegin a un bambino russo di cinque anni, che non è ancora andato a scuola, lui capisce tutto perfettamente; se leggo a un bambino italiano di cinque anni un’opera italiana dell’ottocento, come Il cinque maggio di Manzoni, che è del 1821, «Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro», cosa capisce?, mi chiedo. E racconto di quando ho fatto la prova con mia figlia, quando aveva cinque anni, le ho recitato l’inizio del Cinque maggio e le ho chiesto cosa significava e lei è rimasta un po’ a pensarci e poi ha detto «Eh, che lui era lì, immobile, che giocava a memory respirando».

Nel suo divertente The Anna Karenina Fix: Life Lessons from Russian Literature che ho letto un paio d’anni fa, la scrittrice e giornalista britannica Viv Groskop dice che per lei  “la qualità più attraente di Eugene Onegin è la quieta bellezza del suo fatalismo, che è molto russo, ma anche in qualche modo, molto umano e universale.”

Che in fondo siamo tutti un po’ Eugenio Onegin, poveri sciocchi che non sanno cosa è bene per loro fino a quando non è troppo tardi. Perdiamo così la possibilità di essere felici e la colpa è solo nostra.  Ma come possiamo sapere cosa è bene per noi, soprattutto quando da giovani, non abbiamo vissuto abbastanza per saperlo? Per sapere come la vita, il FATO, tratterà le nostre speranze e i nostri sogni? Per sapere come e, soprattutto SE, saremo mai nel posto giusto al momento giusto per essere felici?

C’è una stanza bellissima in Onegin che dice:

“Ma triste è pensare che invano / la giovinezza ci fu data, / che sempre tradita l’abbiamo / e che essa ci ha ingannato; / che le migliori aspirazioni, / le nostre più fresche visioni, / come foglie sono marcite / in un autunno infracidite.”

Mi ricorda la stanza di Lorenzo il Magnifico, quella che dice: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto sia, del doman non c’è certezza.”

Ecco.

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2020 ©Paola Cacciari

“Siamo figli del nostro paesaggio” – Lawrence Durrell e Alessandria — LUOGHI D’AUTORE

«No, non credo che ti piacerebbe questa città sconfitta, con le sue case levantine che si scrostano al sole; un mare liscio, sporco e brunastro, senza flutti che lambisce il porto. Arabo, copto, greco, francese, levantino, niente arte, né vera gaiezza. Una noia mitteleuropea intrisa di alcol. Nessun argomento di conversazione, tranne il denaro», così […]

via “Siamo figli del nostro paesaggio” – Lawrence Durrell e Alessandria — LUOGHI D’AUTORE

Il mito di Troia colpisce ancora

«Cantami, o Diva, del pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.»

Sono passati molti anni dalle lezioni di Epica alle scuole medie, ma il proemio dell’Iliade ancora me lo ricordo. L’Iliade, il poema della guerra di Troia una storia di violenza, gelosia, inganno e stupido orgoglio: con questi ingredienti non sorprende che il poema di Omero sia ancora attuale! Era pertanto solo questione di tempo prima che il British Museum ci facesse sopra una mostra.

The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Come tutte le strie che si rispettino, si comincia dall’inizio, dalle nozze di Teti e Peleo, al ratto di Elena, rapita al marito Menelao perchè Venere aveva promesso a Paride l’amore della donna più bella del mondo se le avesse dato il pomo d’oro, prima di passare alla discordia e dalla guerra, per arrivare poi all‘ira di Achille. Che l’Iliade non tratta, come si presumerebbe dal titolo, dell’intera guerra di Ilio (Troia), ma di un singolo episodio di questa guerra che copre l’arco di 51 giorni, l’ira di Achille (causata dal fatto Agamennone avesse deciso di prendere per se stesso la sua schiava, Briseide ferendo Achille nell’orgoglio-nessuno naturalemnete aveva chiesto l’opinione di Briseide…). Ne segue una colossale battaglia tra greci e troiani nel quale Achille viene ucciso (non prima di aver vendicato l’amico Patroclo morto per mano di Ettore), ma Troia capitola solo grazie all’inganno del cavallo escogitato dallo scaltro Odisseo.

Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum
Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum

Ma quando i greci vittoriosi decidono di intraprendere il lungo viaggio di ritorno, cominciano i guai, e comunque questa è un’altra storia, l‘Odissea. Naturalmente non mancano episodi dall’Odissea, che in fondo le avventure di Ulisse e C. costretti a vagare per vent’anni per il Mediterarrneo in balia di dispettosi dei, forniscono una ricchissima fonte di immagini ampiamente utilizzate per la decorazione di vasi a figure rosse come questo qui sotto che mostra Ulisse (nome latino) che, dopo aver tappato le orecchie ai compagni, si fa legare all’albero maestro della nave per udire il canto delle sirene – un canto che  uccide tutti coloro che lo ascoltano.

Con il Rinascimento e la riscoperta della letteratura classica, le vicende della guerra di Troia come l’episodio del cavallo e la fuga di Enea dalla città in fiamme con il padre Anchise sulle spalle) diventano particolarmente popolari nelle mani di maiolicari come Francesco Xanto Avelli da Urbino,

 

mentre in pieno Neoclassicismo il pittore George Romney contemporaneo del piu’ noto Heinrich Füssli, immortalerà la famosa bellezza di Emma Lady Hamilton, dipingendola nei panni di Cassandra, sfortunata figlia di Priamo e che ebbe da Apollo la facoltà della preveggenza, ma che per il fatto di prevedere terribili sventure, era invisa a molti.

 

 

George Romney, Lady Hamilton as Cassandra
c.1785–6. Tate.

 

Ma l’interesse per Troia resta, e nel 1871 l’archeologo dilettante tedesco Heinrich Schliemann (1822-1890), seguendo le indicazioni e le descrizioni dei testi omerici, credette di trovarla in Anatolia, sulla sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli. I suoi scavi si concentrarono sulla collina di Hissarlik, dove era avvenuto un precedente scavo archeologico della scuola francese guidata da Calvert, poi interrotto per mancanza di fondi. Qui si trovò di fronte a più strati, che corrispondevano a differenti periodi della storia di Troia. Arrivato al secondo strato (a partire dal basso), aiutato solo dalla moglie, la greca Sophia Engastromenou, riportò alla luce un immenso tesoro e pensò di aver scoperto il leggendario tesoro di Priamo che il Re di Troia aveva nascosto prima della distruzione della città e che era narrato nell’Iliade.

Sophia Schielmann wearing Helen's jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
Sophia Schielmann wearing Helen’s jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Inutile dire che queste scoperte scatenarono un vera e propria mania per la mitica città e il suo altrettanto mitico passato. Poco importava che Schliemann avesse in realtà trovato qualcosa di molto più antico che i suoi ritrovamenti risalivano infatti a un periodo precedente a quello della Troia omerica, collocata intorno al XIII secolo a.C. (la città narrata nei poemi omerici era collocata al settimo strato).

Ora come allora la storia di Achille, Ettore, Elena e Cassandra, di Enea ed e compagni continua ad affascinare e, a giudicare dalle centinaia di persone che hanno visitato questa mostra, a treceno anni di distanza siamo ancora vittime del suo incantesimo.

2020 ©Paola Cacciari

Londra// fino all’8 Marzo 2020

Troy: Myth and Reality @ British Museum, London,

La Morte a Venezia

… anche se viste le circostante in cui versa ultimanemente la Serenissina (turismo modello invasione delle locuste, acqua alta, allagamenti) sarebbe meglio dire la Morte di Venezia. Comunque.

Britten: Death in Venice - Gerald Finley, Mark Padmore   Royal Opera ((c) ROH 2019 photographed by Catherine Ashmore)
Britten: Death in Venice – Gerald Finley, Mark Padmore Royal Opera ((c) ROH 2019 photographed by Catherine Ashmore)

Ho letto la Morte a Venezia di Thomas Mann tre volte nel corso della mia vita. La prima volta avevo 15 anni e non l’ho capito, la seconda l’ho letto in inglese e molto mi è sfuggito, la terza volta volta… la terza vola è stata in questi giorni. Colpa della Royal Opera House e di Benjamin Britten che ci ha scritto sopra un’opera, Death in Venice appunto, cortesia di un’amica che alla ROH ci lavora e mi ha invitato alla prova generale. Che se fosse stato per me non l’avrei mai fatto, vedere un’opera di Britten dico. Io amo la melodia, le arie che ti restano in testa per giorni e che puoi canticchiare ovunque, per la strada, in metropolitana, sotto la doccia, o da sola quando sono al museo e camminare per le sue sale. Qualcosa come La donna è mobile, o Nessun dorma, per intenderci: Britten è troppo moderno. Troppo XX secolo, troppo anti-melodico.

Britten: Death in Venice - Leo Dixon and Mark Padmore. Royal Opera
Britten: Death in Venice – Leo Dixon and Mark Padmore. Royal Opera

E mi sono dovuta ricredere. Che insieme alle suddette cose, ci sono anche veri squarci di sublime musica che ti graffiano il cuore e fanno venire i brividi.

Gioventù/vecchiaia, salute/malattia, vita/morte, Apollineo/Dionisiaco sono le tematiche che occupano la letteratura e le arti in genere all’inizio del secolo. La figura del protagonista, Gustav von Aschenbach è qui opposta a quella di Tazio, il bellissimo giovinetto di cui il vecchio scrittore si innamora – che qui sembra incarnare il superuomo di Nietzche, l’ideale di bellezza umana fatto suo da Hitler per portare avanti il suo barbarico progetto di sterminio.

Nell’opera di Britten i personaggi di Tadzio, la sua famiglia e i suoi amici sono tutti interpretati da ballerini del Royal Ballet, l’unico modo possibile (mi accorgo ripensandoci) per dare voce a chi nella novella di Mann una voce non ce l’ha.

Il giovane ballerino Leo Dixon poi, sembra stato scelto , oltre che per le sue qualità di artista, perché sembra essere stato creato dalla penna dello stesso Mann: naso dritto, profilo greco, labbra carnose, e ben disegnate, capelli color miele.

Forse questo è proprio la cosa che Britten ha preso dal libro di Thomas Mann: l’impotenza dell’intelletto di fronte alla bellezza radiosa, transitoria e intoccabile. La bellezza di un ragazzo, di una persona, di un paesaggio (e perché no?) della musica stessa.

Royal Opera House London

2019 ©Paola Cacciari

Scrivere lascia il segno: ce lo racconta la British Library

Mi piace scrivere: questo è il motivo per cui ho aperto un blog. Appartengo ad un’epoca pre-computer, quando si scriveva a mano e a scuola avere “una bella calligrafia” era ancora una cosa ancora importante. Mi piace vedere i miei pensieri che si srotolano sulla carta, le idee che predono forma d’inchiostro, le parole rotonde che si srotolano ordinate sotto i miei occhi. La scrittura elettronica è una grande invenzione, ma non mi da la stessa soddisfazione. Non ho mai smesso di scrivere e certamente non ho mai preso la scrittura sottogamba, che scrivere come il leggere, sono due delle invenzioni più rivoluzionarie dell’umanità. E la British Library ci ha fatto sopra una mostra, un’altra bellissima mostra come solo la British Library sa fare, quando si tratta di affrontare soggetti di questo tipo (ricordo la mostra del 2011 sull’evoluzione della lingua inglese.

Writing: Making Your Mark è una mostra piene di parole, di libri e di stupefacenti artefatti, che vanno da una pietra intagliata mesoamericana di 5000 A.C. ai  manoscritti illuminati, dal primo Microsoft Word al MacBook. In  parole povere: dalle tavolette ai tablet.

Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.
Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.

A proposito, lo sapevate che la lettera “A” deriva dal’evoluzione del geroglifico rappresentante una testa di bue? Nel corso del tempo i Fenici, i Greci, gli Etruschi e infine i Romani, utilizzarono questo geroglifico, stilizzandolo sempre più fino ad arrivare a quella che conosciamo come la prima lettera del nostro alfabeto. E mentre fatico a processare che la lingua di Dante e Shakespeare derivi da qui, non riesco e non pensare che questo geroglifico semi-astrattro sarebbe stato benone sulla copertina di un disco dei Pink Floyd o dei Led Zeppelin

Eppoi manoscritti, tanti manoscritti. Dai salteri medievali a Mozart e James Joyce; dalle note tironiane alla BIC Cristal, la penna biro più famosa  e affidabile, che ancora oggi si vende ancora a milioni. Il mio oggetto preferito è una tavoletta di cera sulla con i compiti di uno scolaro egiziano che stava imparando il greco: compiti che risalgono al II secolo DC, ma sempre compiti sono…

La domanda finale è quella che mi preoccupa: dove andrà a finire la nostra lingua? E’ fluida malleabile, o si è semplicemente semplificata troppo? Saremo ancora capaci di parlare o finiremo con l’utilizzare un linguaggio più simile agli sms che ad un codice usato da esseri umani? Non ne ho idea. Ma come cantava Lucio Battisti, lo scopriremo solo vivendo…

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Agosto 2019

Writing: Making Your Mark

www.bl.uk

Cosa può dire di te un libro…

Un’amica mi ha sfidato a descrivermi con le mie letture. Chiaramente non potevo non accettare questa sfida, ma davvero non è facile come sembra. Comunque questo è quanto ne è risultato. Almeno per ora… 😉

 

Descriviti: Creatura di sabbia (Tahar Ben Jelloun)

Cosa provano le persone quando stanno con te? Sense and Sensibility (Jane Austen)

Descrivi la tua relazione precedente: Una stagione all’inferno (Arthur Rimbaud)

Descrivi la tua relazione corrente: On The Road (Jack Kerouak)

Dove vorresti trovarti? A Sud del confine, a Ovest del sole (Aruki Murakami)

Come ti senti nei riguardi dell’amore? L’Opera (Emile Zola)

Com’è la tua vita? Notes from a small Island (Bill Bryson)

Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio? Treasure Island (Robert Louis Stevenson)

Dì qualcosa di saggio… Parti in fretta e non tornare (Fred Vargas)

Una musica: Norwegian Wood (Tokio blues) (Aruki Murakami)

Chi o cosa temi? Questo sangue che impasta la terra (Loriano Machiaveli e Francesco Guccini)

Un rimpianto: Alla ricerca del tempo perduto (Marcel Proust)

Un consiglio per chi è più giovane: De brevitate vitae (Seneca)

Da evitare accuratamente: La Noia (Alberto Moravia)

E voi come vi descrivereste con un un libro? 🙂