Tempo di regali (A Time of Gifts) di Patrick Leigh Fermor

I regali del lockdown. Fino a qualche mese fa non avevo idee di chi fosse Patrick Leigh Fermor, (1915-2011) fino a quando, curiosando in libreria mi è capitato tra le mani un suo libretto, Three Letters from the Andes – lettere scritte alla moglie durante uno straordinario viaggio fatto nel 1971 con cinque amici nell’alto Perù – da Lima a Cuzco, alla valle dell’Urubamba, a Puno e Juliana sul lago Titicaca, giù ad Arequipa e infine di nuovo a Lima. L’ho comprato immediatamente, in preda ad un profonda nostalgia per la mancanza di viaggi causa Covid, e per rivivere in solitudine uno dei viaggi più belli (quello in Perù appunto) che mi è capitato di fare nella mia vita. E non me ne sono pentita, che la capacità di saper descrivere eventi, cose, persone e paesaggi e farli prendere vita davanti ai nostri occhi è uno dei grandi doni di Patrick Leigh Fermor: non a caso è stato definito dal Guardian come uno dei più grandi scrittore di viaggio del Regno Unito, se non il più grande.

A Time of Gifts, il primo di una trilogia che racconta il viaggio intrapreso dall’autore dall’Olanda a Costantinopoli, ci porta fino in Ungheria. Il secondo volume, Fra i boschi e l’acqua (1986), inizia con l’attraversamento da parte di Fermor del ponte Maria Valeria posto tra Cecoslovacchia e Ungheria, terminando col suo arrivo alle Porte di Ferro dove il Danubio segna il confine tra l’allora Regno di Yugoslaviae la Romania. Il terzo volume racchiude l’ultima parte del viaggio fino a Costantinopoli, pubblicato incompleto e postumo nel 2013 col contributo di Artemis Cooper.

Nato a Londra nel 1915, Patrick Leigh Fermor era figlio di un distinto geologo di stanza in India. Decisa a raggiungere il marito in India, la madre Muriel Aeyleen parte con la figlia maggiore poco dopo la nascita del bambino, lasciando il neonato Patrick in Inghilterra con una famiglia nel Northamptonshire che lo alleverà per i prossimi quattro anni. Inutile dire che questi primi anni cosí liberi e “selvatici” resero il giovane Leigh Fermor profondamente insofferente alla struttura e alle limitazioni accademiche delle scuole dell’alta borghesia a cui la sua famiglia apparteneva, e in cui i suoi cercano di farlo rientrare una volta rientrati in possesso (si fa per dire…) del figlioletto ribelle. Visto come caso disperato, finí in una scuola per bambini “difficili”, la King’s School di Canterbury che adora e in cui si dedica con passione allo studio dei classici e di Shakespeare, Fino a quando non viene espulso anche da lì dopo essere stato sorpreso a tenersi per mano con la figlia di un fruttivendolo. Il suo ultimo rapporto della King’s School notava che il giovane Leigh Fermor era “un pericoloso miscuglio di raffinatezza e avventatezza”. Una passeggera intenzione di entrare al Royal Military College di Sandhurst, lasciò preso il posto a vaghe ambizioni letterarie, per soddisfare le quali nell’estate del 1933 si trasferì a Shepherd Market a Londra, vivendo con alcuni amici. Ben presto, di fronte alle sfide poste alla vita di un autore a Londra e al rapido prosciugamento delle sue finanze, decise di partire per l’Europa. Ha appena diciotto anni.

Munito solo di uno zaino da alpinista, un vecchio cappotto militare, scarponi chiodati, l’Oxford Book of English Verse e un passaporto nuovo di zecca che gli attribuisce la professione di studente e di vaghe ambizioni letterarie, il nostro eroe parte alla volta di Costantinopoli. Quando vi arriva, il 1° gennaio 1935, è ormai un altra persona.

È un libro magico questo, da leggere piano, senza fretta assaporando le parole, in cui si scorgono gli eventi cha avrebbero trasformato l’Europa da lì a poco – primo fra tutti Hitler e il Nazismo; ma fatto di scorci poetici di cupole e monasteri, di grandi fiumi, di paesaggi innevati, di borgomastri ospitali, e soprattutto delle grandezze e della defunta cortesia di un mondo spazzato via per sempre dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Leigh Fermor di porta co sè in questo viaggio nel tempo e nello spazio, grazie alla sua incredibile capacità di trasmetter agli altri ciò che vede e di trasformare un dettaglio in un fantasmagorico affresco, che ricrea lo splendore di un’Europa passata. Non sorprende che abbia influenzato tanto altri grandi viaggiatori come Bruce Chatwin e Colin Thubron.

Tempo di regali A piedi fino a Costantinopoli: da Hoek Van Holland al Medio Danubio
Traduzione di Giovanni Luciani
Biblioteca Adelphi, 2009,

2021 by Paola Cacciari

Buon compleanno Shakespeare!

Non era così che avrei voluto celebrare il compleanno  il compleanno di William Shakespeare. Questo è il giorno in cui il Globe Theatre sul Tamigi apre le porte alla nuova stagione teatrale e io, quando il portafoglio lo permette (e al Globe con i biglietti a 5 sterline, il portafoglio lo permette spesso) cerco sempre di trovare un biglietto per il primo spettacolo della Stagione. Ma con l’Inghilterra e Londra ancora parzialmente in lockdown la mitica “wooden “O” del Globe Theatre. è ancora off-limits, e allora devo limitarmi ad augurare al bardo buon compleanno dal mio blog. Che il 23 Aprile  Shakespeare compie 457 anni – o almeno si pensa lo faccia, visto che non si sa con certezza la data della sua nascita.

Globe Theatre, London. Photo by Paola Cacciari

Adoro l’atmosfera del Globe il suo spazio intimo che sembra voler abbracciare attori e spettatori. To be or not be. Dubito esista ancora qualcuno al mondo che non ha sentito, almeno di sfuggita questa frase, una delle più celebri della letteratura di tutti i tempi. Scritta nel 1599 la tragedia di Amleto ha visto la luce in un momento particolarmente difficile dal punto di vista politico e religioso. Nato in un mondo in cui la vecchia religione è stata rimpiazzata da una nuova e in trepida attesa della fine imminente del Regno di Elisabetta I e della dinastia Tudor, Shakespeare era cosciente di stare vivendo in un momento di cambiamento epocale. Un’incertezza, quella per un mondo passato ma non ancora completamente sepolto particolarmente sentita nell’ Amleto, il cui padre ritorna sotto forma di Fantasma dicendo di essere in purgatorio, poiché morto senza l’estrema unzione.  Il problema religioso, la successione al trono, la morte della cavalleria e dei suoi ideali:  Shakespeare non era certo a corto di materiale a cui ispirarsi per scrivere le sue tragedie e tutte le opera scritte in questo anno (Giulio Cesare, Enrico V, Come ti piace) affrontano in un modo o nell’altro queste tematiche. Shakespeare costringe Amleto a lottare con la sua coscienza prima di agire che culmina nel soliloquio più famoso del mondo e che spesso è stato associato all’idea del suicidio.

La sua lingua è difficile, non solo perché arcaica, ma perché i lettori moderni non hanno più le conoscenza della Bibbia e dell’antichità classica che il pubblico elisabettiano aveva. E se il suo vocabolari era già molto vasto se paragonato a quello di altri drammaturghi, nell’Amleto Shakespeare usa più parole di quante ne abbia mia usate prima. E quelle che non esistono le inventa (si dice che abbia coniato circa 600 nuove parole solo per questo dramma).  E non sono solo le parole che sceglie, ma il modo in cui le usa, che rende il linguaggio di Amleto cosi difficile – e non solo per chi come me non è inglese di madrelingua. Shakespeare voleva che il suo pubblico si sforzasse e fa largo uso di endiadi (letteralmente dal greco ἕν διὰ δυοῖν, cioè “una parola attraverso due”- grazie Wikipedia!), una figura retorica che consiste nell’utilizzo di due o più parole per esprimere un unico concetto. Nei versi di Shakespeare il significato delle parole comincia ad oscillare  causando nello spettatore una vera e propria vertigine mentale. Giuro che ci sono stati momenti in cui avrei volute le note a fondo pagina. Ma la musicalità della lingua di Shakespeare ha la meglio. Ancora una volta la magia del Bardo ha funzionato.

2021 © Paola Cacciari

La piccola Venezia di Paddington

Oggi sono stata a Venezia. Ok, non proprio ma in una bella giornata di sole come oggi la piccola oasi di verde di Little Venice ha comunque il suo fascino. Stretta tra Maida Vale e Westmister, nella parte Nord della Capitale a due passi dalla frenetica stazione di Paddington, Little Venice si trova alla convergenza delle tre vie navigabili che attraversano Londra: il Grand Union Canal, il Regent’s Canal e il Paddington Basin.

Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari
Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari

Fu Lord Byron ad uscirsene con il nome Little Venice, paragonando questa parte di Londra che si trova all’incrocio tra il Regent’s Canal e il Grand Union Canal, a Venezia. Altri invece sostengono che fu il poeta Robert Browning (che tra il 1862 e il 1887 visse a Beauchamp Lodge, 19 Warwick Crescent) ad inventarlo, e dato che la pittoresca laguna triangolare formata dall’incontro dei tre canali e su cui si affacciano magnifici palazzi in stucco bianco in stile Regency, si chiama Browning’s pool , le probabilità sembrano pendere verso quest’ultimo. Indipendentemente da chi fu l’autore del nome, l’area era inizialmente conosciuta semplicemente come la Venezia di Londra: l’aggettivo il “Piccola” fu un’aggiunta successiva, con buona pace dei due poeti.

Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari
Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari

Poco distante, al numero 2 Warrington Crescente, una blue plaque indica la casa in cui naque Alan Turing (1912-1954), il matematico inglese impersonato da Benedict Cumberbatch nello splendido The Imitation Game che, durante la Seconda Guerra Mondiale lavorò a Bletchley Park, il principale centro di crittoanalisi britannico e trovò il modo di decodificare i codici tedeschi creati dalla macchina crittografica Enigma. Nel 1952 fu arrestato e condannato per omosessualità, e costretto a scegliere tra il carcere o la castrazione chimica. Turing scelse la seconda, ma la depressione seguita al trattamento e l’umiliazione subita, lo spinsero al suicido che il 7 giugno 1954.

Inaugurato nel 1801, il Paddington Basin è il capolinea del braccio di Paddington del Grand Junction Canal. La scelta cadde su Paddington per via della sua posizione sulla New Road, la strada che portava ad Est, ottima per il trasporto delle merci. All’epoca del suo massimo splendore, il bacino era un importante nodo di trasbordo per le merci arrivate via fiume. Anche se lo sviluppo del bacino è spesso considerato come parte di Little Venice, il stile architettonico non potrebbe essere più lontano dal resto della zona..

Rolling Bridge di Thomas Heatherwick, Paddingron Basin. London, 2021 © Paola Cacciari

L’atmosfera moderna della sua architetura distingue il Paddington Basin dal resto della zona. Qui si trova anche il Rolling Bridge, un tipo di ponte mobile curling progettato da Thomas Heatherwick, il prodigio del design britannico diventato famoso anche fra i non addetti al lavori per aver progettato il Calderone per la fiamma olimpica nel 2012 e i nuovi autobus Routemasters voluti da Boris Johnson, quando era ancora sindaco di Londra nel 2010. Il ponte, completato nel 2004 come parte del progetto di risanamento e kmodernizzazione dell’are, il ponte si arriccia in un ottagono ed è programmato per srotolarsi sul canale ogni mercoledì e venerdì a mezzogiorno e ogni sabato alle 14:00.

Little Venice. Paddington Basin. London 2021 © Paola Cacciari

In un giorno di sole come oggi è davvero piacevole passeggiare lungo il canale, con le vecchie barche ristrutturate adibite a case galleggianti, a caffè, a ristoranti, una è stata persino trasformata in un teatrino delle marionette, il Puppet Theatre Barge. Serve anche come capolinea per varie compagnie di barche sul canale e ospita l’annuale IWA Canalway Cavalcade, che si svolge dal 1983. Da qui un servizio regolare di vaporetto porta da Little Venice a Regent Park, e a Camden Town, fermando allo Zoo di Londra. E questo mi da l’idea per un’altra mini–avventura post Covid…

2021 © Paola Cacciari

Breve storia della Reggenza

Nel 1811 re Giorgio III, colpito da un attacco di porfiria, fu dichiarato non idoneo a governare. Non era la prima volta che questa malattia lo colpiva, ma il re si era sempre ripreso. Tuttavia alla fine del 1810, le condizioni psichiche di Giorgio III peggiorarono irrimediabilmente e il re fu dichiarato pazzo. Ma questa volta il Parlamento era pronto e con il Regency Act il Principe George Augustus Frederick diventò reggente al posto del padre. Sfortunatamente il Re non si riprese mai più, e alla sua morte nel 1820 il principe reggente divenne a sua volta re con il nome di Giorgio IV, ponendo ufficialmente termine alla Reggenza, anche se questo periodo finisce davvero solo con la morte di Giorgio IV nel 1830.

Thomas Lawrence – Scanned from the book The National Portrait Gallery History of the Kings and Queens of England by David Williamson

Ma di fatto si può dire che la Reggenza sia iniziata molto prima, addirittura nel 1789 con la presa della Bastiglia. Il fatto che il popolo di Parigi, stanco degli sprechi e dei soprusi monarchici, avesse potuto assalire quel simbolo del potere assoluto, elettrizza l’intera Europa del XIX secolo e le ripercussioni furono immense. Il messaggio dei rivoluzionari, che l’ordine prestabilito poteva essere ribaltato, innescò ovunque un dibattito sul ruolo dell’individuo nella società che getterà i semi del mondo moderno. 

A differenza di altri stati europei, che vivono disordini e agitazioni politiche ispirate da quanto avvenuto in Francia, l’Inghilterra fu risparmiata da una rivoluzione violenta. Ma neanche la Gran Bretagna è immune dall’ondata di cambiamenti sociali, politici ed economici provenienti da oltre la Manica. Gli ideali di uguaglianza e progresso promossi dalla rivoluzione francese ispirarono i riformatori inglesi, nello stesso modo in cui i controrivoluzionari terrorizzarono la monarchia e le classi di proprietari terrieri. L’arrivo in Inghilterra poi di un gran numero di nobili francesi fuggiti alla violenza del nuovo regime, e le guerre napoleoniche che impegnano l’Inghilterra (e il resto dell’Europa) tra il 1803 e il 1815, fecero il resto. La diffusione della cultura francese nella società britannica dell’epoca influenzò settori come la lingua, l’arredamento, la moda femminile, e persino la cucina.

Washstand (athénienne or lavabo); 1800–1814. New York, Metropolitan Museum of Art

L’Inghilterra della Reggenza è un mondo in bilico tra due secoli, stretto tra l’eleganza del diciottesimo secolo e il claustrofobico moralismo dell’età vittoriana, dominato dall’esuberante figura del Principe reggente e dal suo seguito di dandy libertini più impegnati a gozzovigliare e a giocare d’azzardo che a governare il paese, in cui i ricchi vivono nello splendore e i poveri muoiono nello squallore. E in cui il crescente benessere portato dalla rivoluzione industriale, contrasta amaramente con il degrado sociale portato alla classe operaia da quella stessa meccanizzazione che aveva tanto migliorato il reddito e lo stile della piccola e media borghesia.

Una classe nuova, fatta di ricchi agricoltori, mercanti, banchieri e avvocati con aspirazioni sociali come quello descritto da Jane Austen nei suoi romanzi (pubblicati tra il 1811 e il 1817, in piena Reggenza), che si fanno largo a gomitate in un mondo in cui fino ad allora erano esclusi, sotto gli occhi sdegnati della grande aristocrazia terriera. Un mondo dominato dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove un buon matrimonio può assicurare, se non la felicità, almeno denaro e un posto in società. Cosa ben nota alle donne, il cui destino resta comunque legato al matrimonio e ai figli, e il cui futuro in società, occupazioni e amicizie dipendevano esclusivamente dalla loro capacità di trovare un marito.

James Gillray Caricature of George IV as the Prince of Wales A Voluptuary under the Horrors of Digestion (1792)

In inghilterra quelli tra il 1760 e il 1820-40 sono anni di incredibile avanzamento tecnico e scientifico, che vedono lo sviluppo della macchina a vapore e il suo utilizzo nell’industria tessile e nei trasporti. Si costruiscono nuove strade, una rete di canali e corsi d’acqua e la ferrovia, nasce il telegrafo e si introduce l’illuminazione a gas nelle strade. Viaggiare diventa più facile, e non solo per le materie prime destinate alle industrie e al commenrcio, ma anche per le persone e per le idee. Il mondo diventa più piccolo ma gli orizzonti si allargano.

Industrializzazione e urbanizzazione vanno di pari passo e questa nuova classe mercantile e borghese arricchitasi con il commercio o la libera professione, ha tempo e denaro per una serie di attività prima impensabili. Si dedicano alle corse dei cavalli, al giardinaggio, alla danza e fanno shopping nei negozi esclusivi aperti in strade eleganti come lo Strand e Piccadilly, o in eleganti gallerie commerciali, come Burlington Arcade a Londra. Bevono te e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera, visitano musei e gallerie (la Dulwich Picture Gallery, il British Museum e la National Gallery di Londra, il Fitzwillam Museum di Cambridge e l’Ashmolean Museum di Oxford aprono tutti in questo periodo) e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells diventano accessisibili. Concetti come hobby e turismo nascono in questo periodo. Con il consumismo, nasce l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche, la cui determinazione a spendere denaro era un segno di status sociale – e quella del ceto medio di emularli – crea l’ambiente ideale in cui artisti, architetti, artigiani e progettisti possono prosperare.

John Nash, Regent’s Crescent. Photo Courtesy of Regents Crescent

Con l’avvento della borghesia, i grandi quadri a soggetto storico prediletti  dall’aristocrazia diventano all’improvviso obsoleti in soggetto e dimensioni. Il ceto medio richiede soggetti quotidiani, ritratti e paesaggi come quelli dipinti da John Costable e J.W.M. Turner, dalle dimensioni più piccole per le nuove case a schiera che cominciano a sorgere numerose nelle zone alla moda di Londra, nelle città termali e sulla costa. Questa è un’epoca d’oro per l’urbanistica. Lo splendore barocco del secolo precedente lascia il posto al classicismo palladiano, reinterpretato da una nuova generazione di architetti come Robert Adam, John Soane e John Nash, il creatore di Regent Park, Regent Crescent e Regent Street, la cui formula di facciate a schiera diverrà popolarissima in città alla moda come Brighton e Cheltenham e Bath.

È in questo periodo che la lettura di romanzi diventa una delle principali forme di intrattenimento per le classi medie. Romanzi gotici e sentimentali, racconti esotici ambientati nel lontano oriente con ambientazioni improbabili e trame goffe sono fagocitati con entusiasmo da un pubblico, che grande ai progressi dell’alfabetizzazione diventa sempre più largo e in cerca di evasione e intrattenimento. E se il prezzo dei libri era ancora proibitivo per molti, le biblioteche circolanti e i vari club di lettura permettevano una larga diffusione di libri e giornali, e con essi di nuove idee in strati diversi della società mai prima raggiunti.

James Gillray Short-bodied gowns, a Neo-Classical trend in women’s clothing styles (1794)

Anche la satira è un fenomeno della Reggenza e le caricature politiche e sociali di James Gillray e di Thomas Rowlandson non risparmiano nessuno, nemmeno lo stesso Reggente burlandosi tanto della classe politica che degli eccessi della moda dell’epoca importata dalla francia, spesso così stravagante e pretenziosa da rasentare l’assurdità.

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici, Giorgio IV, trascorse gran parte del suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spense la sua passione per tutto ciò che è  francese, soprattutto per il cibo cucinatogli dai cuochi francesi al suo servizio. C’è un lato positivo in tutte le cose.

2021© Paola Pacciari

Pubblicato su LondonIta

Sognando il Cotswolds

Piantina Cotswolds
Cotswolds © Natural England copyright 2012.

Colline ondulate, boschi rigogliosi, pittoreschi villaggi ed eleganti palazzi color miele.
No, non stiamo parlando di Downtown Abbey o di un episodio dell’Ispettore Barnaby (che pure sono stati ambientati da queste parti), ma dell’Inghilterra da cartolina, quella tutta fiori, ponticelli e ruscelli illustrata sulle vecchie scatole di cioccolatini. Insomma, del Cotswolds.
Designata come Area of Outstanding Natural Beauty (AONB) nel 1966, il Cotswolds si srotola sopra una superficie di 2.040 km2, attraverso le sei contee di Gloucestershire, Oxfordshire, Wiltshire, Somerset, Worcestershire e Warwickshire. Sulla mappa appare come un’area a forma di losanga allungata, compresa approssimativamente tra le città di Stratford-Upon-Avon a Nord, Bath a Sud, Gloucester e Cheltenham ad Ovest, e Oxford a Est.

Cotswolds landscape by Saffron Blaze

Origini del nome Cotswolds

Non si sa per certo da dove derivi il nome Cotswolds.
Tra le numerose spiegazioni, quella più comunemente accettata sostiene che derivi dall’unione di “cot” inteso come “recinto per le pecore”, e “wold” che significa “collina” – quindi, qualcosa come ‘recinto per le pecore sulle dolci colline’. Il che, visto che la regione deve la sua ricchezza al commercio medievale della lana, sembra più che appropriato.
La lana pregiata prodotta dalla razza di pecore “Cotswold Lion” era apprezzata in tutta Europa ed era la merce di esportazione più importante durante il Medioevo. I numerosi mercanti fiamminghi e italiani che popolavano i mercati dell’Inghilterra medievale, acquistavano la lana grezza nei mercati locali, che poi spedivano via mare nelle Fiandre o in Italia per essere lavorata. E dato che nel XIV secolo la lana rappresentava il 50% dell’economia nazionale, non sorprende che il grande cuscino imbottito e ricoperto di panno rosso privo di braccioli che costituisce il seggio ufficiale del Lord Speaker della House of Lords nel Palazzo di Westminster, sia chiamato Woolsack – letteralmente “sacco”, o “balla di lana.

Ancora oggi l’antica ricchezza dell’area si riflette nell’architettura religiosa della regione, le cui chiese imponenti sono realizzate nello stile gotico perpendicolare prediletto nell’Europa del Nord tra il XIV e il XVI secolo.
Le abitazioni civili, invece, sono spesso costruite con la pietra calcarea locale sono caratterizzate da tetti a due spioventi di pietra o tegole. Il colore della pietra utilizzata varia in base alla posizione geografica dell’abitato, con la pietra color miele usata nel nord e nordest, quella dorata comune al centro della regione, e quella perlata associata a Bath, tipica del sud dell’area.

Castle Combe, Cotswolds. By Saffron Blaze

I Villaggi del Cotswolds

I villaggi del Cotswolds sono numerosi e tutti offrono qualcosa di particolare all’occhio del visitatore curioso.
Da Bourton-on-the-Water con i suoi caratteristici ponti bassi sul fiume Windrush, che attraversa il centro della città, alle pittoresche locande in legno di Winchcombe, a quella piccola gemma dell’architettura medievale (risale al XII secolo) che è Chipping Campden.
E se William Morris, il celebre scrittore, designer e socialista e padre dell’Arts and Crafts, definì Bibury “il villaggio più bello d’Inghilterra”, da non perdere è anche il pittoresco villaggio di Broadway, punteggiato da negozi di antiquariato e deliziose sale da tè, e nelle cui vicinanze sorge la bizzarra Broadway Tower, una una torre di 17 metri a forma di castello sassone, ideata tra il 1798-1799 da due grandi architetti dell’epoca, Capability Brown e James Wyatt per Lady Coventry.

Broadway Tower, Cotswolds. By MykReeve

Oltre ai magnifici resti termali della più famosa Bath, gli appassionati di storia romana non vorranno farsi scappare una visita a Cirencester, l’antica Corinium romana, le cui origini risalgono invece al I secolo d.C.
Situata sulla Fosse way, una delle più importanti strade romane, costruita tra il I e il II o secolo d.C. per collegare Exeter con Lincoln, Cirencester era probabilmente la più grande città della Britannia romana dopo Londinium (Londra), come attestano i resti di numerose ville e accampamenti militari ritrovati nell’area.
Le mura racchiudevano una città di 240 acri (100 ettari) e scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di una basilica romana, di un anfiteatro e di numerose ville dalla ricca decorazione a mosaico, ora esibiti nel Corinium Museum insieme ad una vasta e interessantissima collezione di antichità della Britannia romana.

Le Dimore Storiche nella campagna del Cotswolds

La splendida campagna del Cotswolds vanta alcune delle dimore storiche e dei giardini più belli e meglio conservati del paese, a cominciare dal sontuoso Blenheim Palace. Situato al limitare della cittadina di Woodstock, vicino a Oxford, questo grandioso palazzo barocco fu costruito nel XVIII secolo per il generale John Churchill, il I Duca di Malborough come ricompensa la sua decisiva vittoria nella battaglia di Blenheim nel 1704 e rimase la residenza dei Churchill per i successivi tre secoli, il più famoso dei quali, Winston Churchill, nacque qui nel 1874.

Blenheim Palace Cortwolds
Blenheim Palace By Magnus Manske

Il castello di Sudeley, vicino a Winchcombe e costruito nel 1443, e appartenuto per un periodo alla potente famiglia Seymour, fu per un breve periodo la residenza di Katherine Parr, la sesta ed ultima moglie di Enrico VIII.
Uscita incolume dal matrimonio con Enrico, (che muore nel 1547), la povera Katherine riesce finalmente a sposare l’amato Sir Thomas Seymour a cui era stata costretta a rinunciare dal re, solo per morire di parto nel 1548. Quando si dice la sfortuna…

Nonostante l’importante ruolo giocato dalla rivoluzione industriale nel Sud della regione, i paesaggi bucolici e la pittoresca architettura del Cotswolds furono risparmiati dall’industrializzazione galoppante del tardo Ottocento. Cosa che entusiasmò William Morris e gli artisti delle Arts and Crafts, che nel XIX secolo si ispirarono per il loro prodotti di design alle tradizioni domestiche della campagna britannica per i loro prodotti di artigianato.
Kelmscott Manor, la bella casa nei pressi del piccolo villaggio di Kelmscott, nell’Oxfordshire e costruita nel 1570 circa, divenne la residenza di campagna di Morris dal 1871 fino alla sua morte nel 1896.

Il Cotswolds ispirazione di artisti e scrittori

Per generazioni, artisti e scrittori hanno trovato ispirazione tra la rigogliosa campana del Cotswolds, da William Shakespeare, nato a Stratford-Upon-Avon, al limitare del Nord Cotswolds, a Lewis Carroll, l’autore di Alice’s Adventures in Wonderland e Through the Looking-Glass che trascorse così tanto tempo nell villaggio di Stow-on-the-Wold, a casa dell’amico, il reverendo Edward Litton, da arrivare a basare il suo personaggio più famoso, sulla figlia di Litton.
Bath, l’elegante città neoclassica al limitare del Cotswolds, dove Jane Austen visse per alcuni anni e non sempre felicemente, divenne la scena per due dei suoi sei romanzi, Persuasion e Northanger Abbey, mentre J.M. Barrie trovò l’ispirazione per molte delle avventure del suo Peter Pan durante le sue numerose visite a Stanway House.
Il Cotswolds non è probabilmente il primo posto a cui si pensa leggendo Il Signore degli Anelli, ma le descrizioni delle ondulate colline della Terra di Mezzo abitata dagli Hobbit lasciano pochi dubbi sui luoghi che ispirarono J.R.R. Tolkien. I fanatici dello scrittore non vorranno farsi scappare una visita alla pittoresca cittadina di Moreton-in-Marsh, dove il caratteristico pub The Bell Inn ispirò il Prancing Pony, la locanda in cui gli Hobbit incontrano per la prima volta Aragorn.

E se la magnifica trilogia di Tolkien è stata filmata in Nuova Zelanda, la campagna e i villaggi del Cotswolds sono certamente tra i grandi favoriti del cinema e della televisione, britannica e internazionale.
La parrocchia di St Mary nel fittizio villaggio di Kembleford, per esempio, sede del simpatico sacerdote-detective Padre Brown, è in realtà la chiesa medievale di St Peter and Paul a Blockley, poco lontano da Moreton-in-Marsh, mentre i corridoi di Hogwarts in Harry Potter sono gli splendidi chiostri della cattedrale di Gloucester.
La stessa cattedrale ha fornito le ambientazioni anche per numerose scene della serie televisiva Wolf Hall, tratta dai libri di Hilary Mantel, oltre che per episodi di Sherlock e Doctor Who.
Gli amanti del regista James Ivory, invece, non mancheranno di riconoscere Dyrham Park in Quel che resta del giorno (The Remains of the Day): lo spettacolare palazzo del XVII secolo, con tanto di immensi giardini e parco dei cervi) a circa 24 km rispettivamente da Bath e Bristol, è stato infatti utilizzato nel 1993 come set per l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro.

Infine, qualche suggerimento pratico. Sebbene autobus e treni non manchino, i trasporti pubblici che attraversano il Cotswolds sono piuttosto limitati – gli autobus hanno corse ogni ora, e la ferrovia sfiora appena le città principali; pertanto chi desidera più flessibilità e la possibilità di uscire dalle aree più turistiche, dovrebbe considerare l’opzione di noleggiare un’auto. Gli appassionati di trekking poi, non vorranno lasciarsi scappare la Cotswold Way, un sentiero pedonale designato per escursioni che si estende per oltre 160 km che parte da Chipping Campden, non lontano da Stratford-upon-Avon e, attraversando villaggi-cartolina come Broadway, Winchcombe, Cleeves Hill, Painswick e termina a Bath.

Ulteriori informazioni e itinerari sono disponibili sul sito ufficiale di informazioni turistiche del Cotswolds http://www.cotswolds.com/ e sul sito del National Trust http://www.nationaltrust.org.uk/days-out/regionsouthwest/cotswolds

2021 Paola Cacciari su Londonita

High Society alla Wellcome Collection

High Society, “alta società” – uno pensa all’eleganza, al prestigio, al privilegio. O al film del 1956 con Bing Crosby, Grace Kelly e Frank Sinatra.

Ma la Wellcome Collection utilizza il termine “high” nel senso colloquiale di “fatto”, “fumato”, “sballato” – implicando he tutte le società sono ‘high’ societies, nel senso di “sovraeccitate”, “sballate”, dipendenti insomma da sostanze stupefacenti.

Certo, non c’era bisogno della Wellcome Collection per riconoscere che dalla notte dei tempi, sezioni più o meno larghe della società abbiano assunto droghe di qualche tipo. Generazioni diverse hanno sviluppato dipendenze diverse, a seconda del luogo e del periodo storico il luogo e il tempo. Sta di fatto che, ieri come oggi, ogni società e cultura ha utilizzato e continua tutt’ora ad utilizzare qualche sostanza che altera i processi mentali.

Siamo convinti che il fatto di non assumere sostanze come eroina, cocaina o simili, limitandoci ad un bicchiere di vino, una tazzina di caffè o una sigaretta ogni tanto, non faccia di noi dei drogati. Ma dobbiamo ricrederci: che dal tè ai sonniferi, siamo così abituati a fare uso di sostanze eccitanti o sedative che non le consideriamo neanche più droghe.

An advertisement for an ‘economical family size’ bottle of Guinness. Photograph: Wellcome Images

Ciò che è cambiato è l’atteggiamento nel tempo della società verso queste sostanze. Prendiamo l’alcool e il tabacco oer esempio, che al giorno d’oggi sono droghe legali, ma che non lo erano affatto nel 1604; mentre cocaina ed eroina, illegali adesso, erano perfettamente legali in epoca vittoriana, dove la cocaina era utilizzata come tonico e l’eroina per le compresse per la tosse!

A Victorian medicinal heroin hydrochlor jar, manufactured by Bayer. Photograph: Wellcome Images

High Society esplora il percorso di queste sostanze e la loro evoluzione, dalla loro scoperta e utilizzo nei rituali religiosi, al loro passaggio alle botteghe degli apotecari medievali e ai sofisticati laboratori chimici di oggi. Quello che emerge, è lo scetticismo dei curatori sugli atteggiamenti occidentali, contraddittori ed egocentrici, nei confronti della droga.

Prendiamo le fumerie d’oppio dell’epoca vittoriana, per esempio, che – nonostante i raccapriccianti resoconti presenti sui giornali e nei romanzi dell’epoca- a Londra in realtà erano poche, fuori dalla città e lontano dai porti, dove l’oppio veniva sbarcato insieme ad altri carichi provenienti da tutto l’Impero britannico.

An opium den in San Francisco. Photograph: Wellcome Images

Il commercio di oppio tra Cina e India era molto importante per l’economia britannica. La Gran Bretagna aveva combattuto due guerre a metà del XIX secolo note come “Guerre dell’oppio“, apparentemente a sostegno del libero scambio, e contro le restrizioni cinesi, ma in realtà causate degli immensi profitti in gioco nel commercio dell’oppio. Da quando gli inglesi conquistarono Calcutta nel 1756, la coltivazione del papavero da oppio era stata attivamente incoraggiata, e questo commercio costituiva una parte importante dell’economia dell’India (e della Compagnia delle Indie Orientali). L’oppio e altri stupefacenti hanno svolto un ruolo importante nella vita vittoriana. Per quanto possa sembrare bizzarro alla nostra mente del XXI secolo, in epoca vittoriana era possibile entrare in una farmacia e acquistare tranquillamente laudano, cocaina e persino arsenico – senza ricetta. Il laudano in particolare era molto popolare come antidolorifico e autori, poeti e scrittori da Charles Dickens, a Elizabeth Gaskell e George Eliot ne facevano uso. I preparati di oppio venivano venduti liberamente nelle città e nei mercati di campagna, infatti il consumo di oppio era altrettanto popolare nel paese come lo era nelle città. Almeno fino alla fine del XIX secolo, che l’introduzione di un nuovo analgesico: l’aspirina.

Davvero, questa mostra mette tutto in prospettiva… 😉

2010 Paola Cacciari

Londra//fino al 27 Febbraio 2011

High Society @ Wellcome Collection

Vita e Destino di Vasily Grossman

“Qui si scrive, non si va a zonzo” avrebbe detto Tolstoj se avesse letto Vita e destino. E davvero qui non si va a zonzo, che ognuna delle 790 pagine di questo sterminato capolavoro ha un preciso peso specifico, come Guerra e Pace. E come Guerra e Pace, anche questo di Vasily Grosman è un romanzo profondamente russo, che rientra in pieno nella tradizione del grande romanzo russo – quella appunto di Tolstoj e di Dostoevskij. E che come questi, raggiunge vette ineguagliate.

Vivendo in Inghilterra tendo a leggere libri in inglese – più semplice procurarseli e certamente più economico che farsi arrivare libri italiani anche se Amazon. Ma con ogni pagina, ero sempre più convita che la mia scelta mirata di leggerlo in italiano anziche in inglese sia stata quella giusta che quel poco di russo che ho imparato nell’ultimo anno mi ha convinta che la nostra lingua, con la sua grammatica complicata e la sua ricchezza espressiva (oltre che il genere, numero e formale/informale) sia molto più adatta ad esprimere le sottili sfumature dall’anima slava della diretta razionalità anglosassone.

Inutile dire che il libro mi ha stregata dall’inizio, fin dalla prima pagina. Tanto che arrivata a metà, già mi scoprivo a rallentare la lettura, che non volevo finirlo troppo presto, per assaporare meglio ogni parola, ogni frase. E tornare indietro e rileggere un brano semplicemente perce’ era troppo bello per andare avanti subito. Che nella scrittura di Grossman non sembrano esserci parole inutili, ma al contrario, tutto sembra essere necessario per descrivere grandi temi come l’amore tutto russo per la Madrepatria e per la bellezza della natura, che fanno da drammatico contraltare alla crudeltà e all’orrore della guerra. L’amore, ma soprattutto per raccontare la necessità di ogni singolo individuo a continuare a lottare perconservare la propria umanità. Nonostante i lager, i gulag, Hitler e Stalin.. Nonostante le bombe e la paura. Restare umani. Nonostante tutto.

“Soviet soldiers attack”. Soviet soldiers on the attack on the house, Stalingrad 1943. RIAN archive

E’ un libro esigente, nel senso che esige tempo e concentrazione e magari anche una carta geografica, ma bello come pochi. Quando l’ho chiuso per l’ultima volta, ho deciso di tenerlo ancora sul comodino, di non metterlo subito via sullo scaffale: semplicemente non riuscivo a lasciarli andare così, subito – Strum, Zenja, Krymov – e tutti gli altri centinaia di personaggi che li accompagnan in questo sterminato viaggio, tutti provvisti di nome, cognome, patronimico e diminutivo, grado militare e appartenenza a divisioni, unità, reggimenti, battaglioni – tanto che io dovuto stampare una lista dei personaggi da Wikipedia e tenerla alla mano durante la lettura. Un’umanità quella raccontata da Grossman, sterminata come la Russia; un vortice di vite segnate da un unico destino.

Nel 2012 la televisione russa ha prodotto il primo adattamento cinematografico del romanzo «Vita e destino». Il film consiste di dodici puntate andate in onda sul canale Rossija, e’ disponibile su Prime Video (con sottotitoli in inglese).

Paola Cacciari © 2021

Ripensando (ancora) al 2020…

Che anno.

Il 2020 è stato un anno di perdite immani, a livello personale e universale. E’ stato l’anno dei non-abbracci e dei saluti toccandosi i gomiti, delle cantate alle finestre e dei battimani per gli operartori sanitari il giovedì alle 8pm; della ginnastica online, delle videochiamate su Skype con padre e suocera ultraottantenni e degli aperitivi su zoom con le amiche, della caccia alla carta igienica, dei neologismi (covidioti), dei meeting di lavoro su Team, dei quadri famosi ricreati da singoli o gruppi e postati su Instagram.

Ma è anche stato un anno di grandissima crescita interiore. Un anno in cui ho capito davvero il significato della parola resilience e di quanto le mie passeggiate quotidane al parco o per le strade del mio quartiere a fotografare i colori della primavera prima e dell’autunno poi, siano state (e lo sono ancora, nonostante il freddo!) vitali per il mio benessere psicofisico. Oltre naturalmente all’amore e all’amicizia delle persone importanti che popolano la mia vita, la famiglia, gli amici (italiani e londinesi) e molti colleghi che durante questo periodo sono divenuti veri amici.

Ho sempre detto che il mio lavoro ideale sarebbe stato fare la studentessa a vita o quantomeno ritagliarmi una carriera universitaria (e per un periodo ci ho pure creduto, che fosse possibile dico per una persona assolutamente priva contatti come lo ero io, accedere ad un dottorato di ricerca per puri meriti accademici. Naturalmete mi sbagliavo…). La combinazione quarantena + integrazione è stata la cosa più vicina a al mio sogno di essere pagata (nonostante meno del normale) per studiare. E l’ho fatto avidamente, sfruttando corsi online semi-gratuiti su LinkedIn, FutureLearn, Coursera.

Ho scoperto quel pozzo senza fondo che è Amazon Prime Video (OK, è la storia della mia vita arrivare sempre tardi su tutto… 😉😂) e ho ampliato considerevolemnte la mia educazione cinematografica contemporanea, con grande gioia del mio collega/regista.

Ho iniziato a studiare seriamente (o almeno più seramente di quanto avevo fatto in passato) il russo, anche grazie ai numerosi film e sceneggiati storici in lingua originale con sottotitoli in inglese gentilmente forniti dalla suddetta Prime Video. Ho imparato molto su Caterina II la Grande (Ekaterina), Sophia e Godunov, oltre ad essermi acculturata non poco sul ruolo pienamnete operativo avuto dalle donne nell’esercito dell’Armata Rossa durante la Prima e Seconda Guerra Mondiale – dalle donne pilota del 46º Reggimento guardie di Taman per il bombardamento leggero notturno, e soprannominate dai tedeschi Streghe della Notte, l’asso dell’aeronautica militare Sovietica, Lydia Litvyak, e il cecchino Lyudmila Pavlichenko, soprannominata dagli americani Lady Death.

Ho goduto a piene mani dei repertori di opera e danza messi a disposizione gratuitamente dalla Royal Opera House di Londra, al Metropolitan di New York e al Bolshoi di Mosca sui loro canali YouTube seduta sul mio divano.

E naturalmente ho letto moltissimo, soprattutto non-fiction approfondendo temi su cui mi ero sempre soffermata poco e male perché ancora troppo vicini a me, come la Seconda Guerra Mondiale (i nonni) e la Guerra Fredda (la mia gioventù) e per questo molto inquietanti.

Ma proprio guardando l’arte e il balletto online, ho capito quanto sia importante per me il vivere fisicamente qualcosa come l’Arte, in tutte le sue forme. Cose semplici come il prendere l’autobus o la metro dopo una giornata passata la museo, incontrare la mia amica e opera buddy (compagna di opera e balletto) nel foyer della Royal Opera House, il chiacchierare della giornata passata leggendo il programma della performance e pregustare la maestrie delle etoiles, guardare e silenziosamente , il prendere posto sulla balconata, l’attesa elettrizzante prima dello spettacolo al vivo, incrociando le dita pur sapendo che sarebbe stato bellissimo.

Ho capito quanto mi piaccia il mio lavoro al museo, e quanto mi piacciano i miei colleghi, quel gruppo di persone così stimolanti e diverse tra loro per età, sesso, e provenienza geografica e culturale e quanto mi dispiacerebbe perdere tutto questo. Ma sarà quel che sarà, per cui largo al 2021.

E incrociamo le dita! 🤞🙏

2020 ©Paola Cacciari

I Nobel italiani per la letteratura – Giosuè Carducci, il primo italiano vincitore del Premio

Questa la motivazione per il premio assegnato a Giosuè Carducci: «Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile e alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica». Continue reading I Nobel italiani per la letteratura – Giosuè Carducci, il…

I Nobel italiani per la letteratura – Giosuè Carducci, il primo italiano vincitore del Premio

Storia del teatro italiano – Il genio di Luigi Pirandello e il suo metateatro

Come Luigi Pirandello influenzò il teatro mondiale. Dal teatro siciliano ai successi internazionali con Marta Abba e Ruggero Ruggeri. Poi la fase del metateatro, con la sua collaborazione con Eduardo De Filippo, e il teatro dei miti… Continue reading Storia del teatro italiano – Il genio di Luigi Pirandello e il suo metateatro at Uozzart.

Storia del teatro italiano – Il genio di Luigi Pirandello e il suo metateatro