UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

Mosca, Settembre 1947. Robert Capa fotografa John Steinbeck in uno specchio. Foto Robert Capa (Fonte) Nel 1947 John Steinbeck (futuro Premio Nobel per la Letteratura nel 1962) fece assieme a Robert Capa, il fotografo ungherese fondatore dell’Agenzia Magnum, considerato oggi il più grande fotoreporter della Seconda Guerra mondiale e divenuto vera e propria leggenda […]

UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

Martha Gellhorn

“Nothing is better for self-esteem than survival” scrive Martha Gellhorn (1908-1998) in Travel with Myself an another: a Memoir. Scrisse questo libro nel 1978 quando aveva settant’anni, proprio nella bella casa vittoriana al numero 72 di Cadogan Square in Knightsbridge davanti a cui mi trovo adesso. A corto di mostre da recensire e di storie da museo da raccontare a causa del terzo lockdown, sono ritornata alla mia vecchia passione per le storie dietro le London Blue Plaques, possibilmente quelle raggiungibili a piedi. E oggi la mia passeggiata quotidiana mi ha portato in quest’elegante piazza alberata nascosta tra le trafficate arterie di Knigthsbridge e Sloane Street, a porgere i miei omaggi a quella che è considerata una delle grandi corrispondenti di guerra del XX secolo.

E con giusta ragione, che la Gellhorn ha coperto quasi tutti i principali conflitti mondiali che hanno avuto luogo durante i suoi 60 anni di carriera, oltre a scrivere romanzi e racconti e questo “libro di viaggio” Travels with Myself and Another (1978) ­in cui lei racconta alcuni dei suoi viaggi più terribili, quelli in cui da perfetta legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare male lo fa. L’ “altro” in questione, quello del titolo, è riferito al suo ex marito, lo scrittore Ernest Hemingway.

London 2021 © Paola Cacciari

Nata nel Missouri nel 1908, Martha Gellhorn era certamente una donna fuori degli schemi. D’altra parte con una madre attivista come Edna Fischel Gellhorn, impegnata nella lotta per i diritti della donna nonché una delle fondatrici e vicepresidente della National League of Women Voters americana, difficilmente poteva esser diversa. Determinata a diventare corrispondente estera, nel 1930 Martha si trasferisce in Francia, dove lavora presso l’ufficio della United Press di Parigi, prima di essere licenziata per aver denunciato molestie sessuali da parte di un collega dell’agenzia. Sicuramente furiosa, ma per nulla scoraggiata, trascorre il resto della sua permanenza europea viaggiando e scrivendo per giornali di Parigi e St. Louis e coprendo articoli di moda per Vogue, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932.

In America la sua carriera decolla. Non solo viene  inviatata dal Presidente Roosvelt e dalla moglie Eleanor Roosevelt a trasferirsi alla Casa Bianca per aiutare la First lady a rispondere alla corrispondenza e a scrivere “My Day” la colonna giornaliera che Eleanor tenne su Women’s Home Companion fino al 1936, ma inizia a lavorare per la Federal Emergency Relief Administration (FERA), creata da Franklin D. Roosevelt per aiutare a porre fine alla Grande Depressione. In qualità di osservatrice sul campo per la FERA, la Gellhorn viaggia attraverso gli Stati Uniti  per riferire su come la depressione stava influenzando il paese.  Il risultato  è  un potente  reportage, The Trouble I’ve Seen pubblicato nel 1936 in cui la Gellhorn documenta con il suo uno stile chiaro e semplice, la vita quotidiana degli affamati e dei senzatetto. 

Martha Gellhorn. Photograph: FPG/Getty Images

Lo stesso anno durante una vacanza in Florida con la madre, incontra Ernest Hemingway. I due si sposarono nel 1940, dopo quattro anni di turbolenta convivenza (Hemingway era ancora sposato con la sua seconda moglie Pauline Pfeiffer fino al 1939) e si trasferirono a Cuba. Ma per una donna indipendente, abituata a viaggiare e a “vivere della sua penna”, l’essere considerata solo la (terza) Signora Hemingway andava molto stretto e Martha Gellhorn non perde tempo a sottolineare che non aveva nessuna intenzione di “essere una nota a piè di pagina nella vita di qualcun altro” e concedeva interviste solo a patto che non si menzionasse il nome di Hemingway.

Certamente Hemingway era sempre più risentito dalle lunghe assenze della moglie a causa dei suoi incarichi di corrispondente di guerra e nel 1943, tanto che quando lei era in partenza per l’Europa per coprire il Fronte italiano, le chiese se era una corrispondente di guerra o una moglie. Le cose non migliorarono quando Hemingway a sua volta partì per l’Europa nel 1944, dove sarebbe andato al fronte con le truppe americane a coprite lo sbarco in Normandia tra la costernazione di Martha, che stava incontrando immense difficoltà in quanto l’esercito americano disapprovava delle corrispondenti di guerra donne (Lee Miller aveva avuto lo stesso problema). Determinato ad ostacolarle il viaggio, Hemingway si rifiuta di aiutarla a ottenere un lasciapassare giornalistico per viaggiare in aereo. Non una da arrendersi facilmente, Martha trova un passaggio per attraversare l’Atlantico su una nave norvegese carica di esplosivo. Gellhorn trascorse il resto della guerra sgattaiolando da un fronte all’altro, scrivendo articoli come e quando poteva, prima di arrivare una Londra devastata dalla guerra, e dire ad Hemingway che ne aveva avuto abbastanza della loro relazione. I due divorziarono nel 1945. Nel frattempo, mentre lei continuava a coprire la seconda guerra mondiale, inclusa la liberazione di Dachau – Hemingway aveva già pronta la moglie numero quattro.

Martha Gellhorn talks to Indian soldiers of the British Army in Italy in 1944 © Keystone/Getty Images

Nonostante detestasse il clima inglese (dopo aver vissuto per anni a Cuba la si può capire…), la Gellhorn mantiene una base a Londra dove continua a vivere di tanto in tanto dal 1953, per trasferirsi permanentemente nella Capitale nel 1970. Vivrà nella casa di Cadogan Square, per il resto della sua vita. Nel 1998, quasi cieca e devastata dal cancro alle ovaie Martha Gellron si suicidò con una capsula di cianuro. Una fine appropriata per colei che aveva vissuto la sua vita sempre all’attacco.

2021 © Paola Cacciari

The Shadow of the Sun (Ebano) di Ryszard Kapuściński

L’Africa. Questa sconosciuta. Nonostante a scuola avessi una vera e propria passione per la geografia, non sono mai riuscita ad appassionarmi a quella africana. Il memorizzare il nome degli stati e la loro posizione geografica in quell’immenso continente è sempre stato per me come cercare di trattenere sabbia tra le dita. Non sono mai riuscita a farmi una ragione di tutte quelle linee dritte, tracciate a tavolino che servivano da confini al posto di fiumi e catene montuose. Il grande merito di Ryszard Kapuscinski (1932-2007) è stato quello di avermi aiutato a capire un po’ meglio mondo per me ancora molto enigmatico.

Per quasi 30 anni infatti Kapuscinski è stato corrispondente estero per l’agenzia di stampa polacca, un periodo durante il quale è stato testimone di episodi cruciali e terribili e ha assistito a 27 tra rivoluzioni e colpi di stato – il colpo di Stato del 1966 in Nigeria; la terribile carestia nell’Etiopia di Menghistu e la sua ingloriosa caduta; la presa del potere in Uganda dello spietato dittatore Idi Amin; il tremendo genocidio in Ruanda del 1994, le conseguenze dell’interminabile guerra civile in Sudan; il desolante lascito della guerra tra i sanguinari ed inetti signori della guerra liberiani, coi loro bambini soldato. Ricordo alcuni di questi eventi, più o meno chiaramente – almeno quelli accaduti dagli anni Settanta in poi. Ma ancora adesso quando si tratta di capire le ragioni alla base dei confitti ancora in corso, finisco sempre con il rinunciare. Semplicemete non conosco abbastanza la cultura del luogo per comprendere i radicati odi tribali o di casta che in qualunque momento possono scatenare sanguinosi massacri di cui, a farne le spese, è semprela popolazione.

Pubblicato nel 1998, e tradotto in Italia da Feltrinelli nel 2000 con il nome di Ebano, questo libro offre un compendio delle più significative avventure di un bianco europeo in un continente al tempo stesso antico, e giovane e vitale com’era l’Africa degli anni Sessanta e Settanta, appena passata dal colonialismo all’indipendenza. A partire dalla sua prima esperienza nel 1957 in un Ghana da poco divenuto indipendente, per arrivare fino agli anni Novanta in Nigeria, Etiopia ed Eritrea, Kapuściński racconta il passaggio di questa terra dallo sfrenato entusiasmo per l’indipendenza alla disillusione post coloniale. Un mondo abbandonato a se stesso e lasciato alla mercè di corruzione e instabilità, dominato da continue lotte di potere e colpi di stato, spesso legati alla lotta tra Occidente e imperialismo sovietico nella Guerra Fredda.

Spostandosi spesso con mezzi pubblici poco affidabili, chiedendo passaggi a chi per lavoro poteva giungere nelle zone meno conosciute, incontrando la gente comune Kapuscinski è andato alla ricerca dell’essenza di questa terra e dei popoli che la abitano; popoli regolarmente in lotta tra loro, in un ambiente ostile, duro e spietato che per sopravvivere a questo permanente senso di precarietà hanno sviluppato un fatalismo che farebbe invidia a Dostoevsky. In questo mondo cui la razionalita occidentale non trova spazio, il soprannaturale diventa l’unico rifugio dalla realtà – e dove un ciuffo di penne di gallo bianche appese allo stipite di una porta basta a scoraggiare i malintenzionati e potenziali ladri. E dove nulla di quello che si rompe viene riparato, perché anche una buca in mezzo ad una strada può incredibilmente diventare una fonte di guadagno ed opportunità per anni a venire.

Un’altro autore da aggiungere alla mia lista degli scrittori “importanti”.

2020© Paola Cacciari

Tiziano Terzani

Io questa vita me la sono inventata   Ognuno lo può fare,   ci vuole solo coraggio e determinazione     Tiziano Terzani nacque a Firenze, – Italia –, il 14 settembre del 1938.  Morì a Pistoia, – Toscana –, il 28 luglio del 2004. Tiziano Terzani è stato un giornalista, scrittore e filosofo […]

Tiziano Terzani

I diari del COVID-19 #6

Londra è bellissima scrisse nel 1995 lo scrittore Bill Bryson in Notizie da un’isoletta. E non potrei essere più d’accordo con lui. E non solo perché ha (o almeno aveva prima, in una vita pre-COVID) alcuni tra i migliori teatri, orchestre e musei del mondo, pub ad ogni angolo e un numero pressoché infinito di parchi.

London, 2020 ©Paola Cacciari
London, 2020 ©Paola Cacciari

Per me, come per Bryson, sono i piccoli dettagli quelli che fanno di Londra una città speciale – le cassette della posta fatte a pilastro per esempio, con lo stemma del sovrano/a che le ha fatte installare; le cabine rosse del telefono (almeno quelle poche sopravvissute, lasciate più per il beneficio dei turisti che per altro), i caratteristici taxi neri e i double decker, gli inconfondibili autobus a due piani della capitale, l’architettura delle case che cambia a seconda dei quartieri che ci raccontano di quando Londra era ancora un’insieme di piccoli villaggi, costruiti in epoche diverse e successivamente assorbiti nel tessuto topografico della città.

Hendrix Blue Plaques London 2016 © Paola Cacciari

Londra è una città fatta di dettagli e ci vuole tempo e pazienza per scoprire i dettagli. Così durante la mia “ora d’aria” vado in giro a piadi a cercare le Blue Plaques, le targhe rotonde di ceramica blu che occhieggiano discrete dai muri delle case e dei palazzi e che ci raccontano dei grandi personaggi inglesi e non, che in quei luoghi hanno vissuto, dormito, o anche solamente mangiato. È in momenti come questi che mi fermo a pensare cosa significhi per me Londra. E quanto mi manchi la sua vita pulsante, ora che non posso viverla.

2020 ©Paola Cacciari

 

Erika Fatland | La frontiera. Viaggio intorno alla Russia — Il giro del mondo attraverso i libri

Un confine è qualcosa di molto concreto e allo stesso tempo di estremamente astratto (…) Sul mappamondo i paesi sono ben distinti gli uni dagli altri, spesso con colori diversi, come le tessere di un puzzle. In realtà i territori sono naturalmente connessi (…); in natura non esistono confini, soltanto paesaggi che scivolano l’uno nell’altro. […]

via Erika Fatland | La frontiera. Viaggio intorno alla Russia — Il giro del mondo attraverso i libri

“Siamo figli del nostro paesaggio” – Lawrence Durrell e Alessandria — LUOGHI D’AUTORE

«No, non credo che ti piacerebbe questa città sconfitta, con le sue case levantine che si scrostano al sole; un mare liscio, sporco e brunastro, senza flutti che lambisce il porto. Arabo, copto, greco, francese, levantino, niente arte, né vera gaiezza. Una noia mitteleuropea intrisa di alcol. Nessun argomento di conversazione, tranne il denaro», così […]

via “Siamo figli del nostro paesaggio” – Lawrence Durrell e Alessandria — LUOGHI D’AUTORE

Berlin: Imagine a City di Rory MacLean

Mai giudicare un libro dalla copertina dice il proverbio. Bisognerebbe sempre ascoltare i proverbi. Ma partivo per Berlino il giorno dopo e volevo un libro che mi parlasse della città. Devo ammettere che non ho guardato molto per il sottile, la mia ignoranza di storia tedesca è apocalittica (diamo la colpa ai racconti di guerra dei nonni che mi hanno sempre fatto storcere il naso davanti a quella Nazione) e la copertina postmoderna con il volto di David Bowie in bella mostra hanno fatto il resto e mi sono trovata da allungare i soldi al libraio ancora prima che il mio cervello registrasse cosa stesse succedendo.

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Come immaginavo fosse questo libro? Non so, ma certamente non così. Berlin Immagine a City non è un normale libro di viaggio – è troppo lirico e romanzato per esserlo, ma non è neppure un vero romanzo storico. A pensarci bene, Berlin immagine a City non è un libro normale, nel senso che non è non fiction (almeno  non nel senso letterale della parola), ma non è neppure un romanzo storico, ma un misto dei due generi. E questo mi ha mandato un po’ in crisi che fino all’ultima pagina non riuscivo a decidermi se mi piacesse o no, al contrario della città che mi piaciuta subito, molto più di quanto mi aspettassi.

 

Ho impiegato molti anni per arrivare a Berlino che i racconti di guerra dei nonni e di quello che hanno sofferto durante l’occupazione tedesca scolpiti nel cervello sono sempre stati per me un deterrente. Non e’ bella nel senso tradizionale del termine, bella come Roma, Londra, Praga, Vienna o Parigi dico, ma ti entra dentro come solo pochi altri luoghi fanno. Una città fatta di memorie, dove le assenze sono più vive delle presenze, mobile come l’acqua, dove il passato sembra trasformarsi subito in futuro e dove ad ogni passo ti sembra di andare a braccetto con la storia. Una città volubile, volatile e incredibilmente viva.

Berlin 2019 © Paola Cacciari
Berlin 2019 © Paola Cacciari

La storia di Berlino si srotola davanti ai nostri occhi come un tappeto magico, per sempre intrecciata alla storie della sua (più o meno sventurata) gente. Per le sue strade incontriamo poeti, musicisti, scrittori, architetti, scienziati (dal poeta medievale Konrad van Colln all’architetto neoclassico Karl Friedrich Schinkel, dal diabolico Joseph Goebbels al geniale David Bowie) che hanno vissuto vissuto nella città tedesca e hanno contribuito alla sua storia e alla sua crescita – nel bene e nel male. Le loro vite ci scorrono davanti agli occhi come un film, plasmate dalle parole (e dalle ineccepibili ricerche) di Rory Mclean. 
E poi Kennedy, naturalmente. Che non poteva mancare il discorso che il Presidente degli Stati uniti John F. Kennedy tenne il 26 Giugno 1963 in cui pronuncio la celebre frase: “Ich bin ein Berliner” (“I am a Berliner” “Io sono un berlinese”) divenuto uno dei  momenti più significativi della guerra fredda e un grande incoraggiamento morale per gli abitanti di Berlino ovest, che allora vivevano in una enclave all’interno della Germania Est, dalla quale temevano un’invasione.

«Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire civis Romanus sum (sono un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.’ Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!‘»

2019 © Paola Cacciari

When in Berlin, read all about it!

Brandenburg Gate, Berlin. 2019 © Paola Cacciari
Brandenburg Gate, Berlin. 2019 © Paola Cacciari

Lizzy's Literary Life

Brandenburg Gate

There are thousands upon thousands of books about Berlin. Where to start? I started with the first book published by the (relatively) new publisher on the Berlin block, Readux Books.

City of Rumor:The Compulsion to Write about Berlinexplains why there is so much choice. For Berlin imposes itself on writers, demanding that the experience be put on the page …. and yet, as we shall see, it is notoriously difficult to do.

There is a measure of unaccountable time you can spend in Berlin and write it off as extended holiday frippery. But there comes a Rubiconic moment, after which you’ll find it hard to leave without having something to say for it all.

So begins Gideon Lewis-Kraus’s 21-page essay on Berlin, the city to which he went on a Fullbright scholarship in 2007-2008, to write a novel. However, the city of hedonistic excess and what he…

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Cosa può dire di te un libro…

Un’amica mi ha sfidato a descrivermi con le mie letture. Chiaramente non potevo non accettare questa sfida, ma davvero non è facile come sembra. Comunque questo è quanto ne è risultato. Almeno per ora… 😉

 

Descriviti: Creatura di sabbia (Tahar Ben Jelloun)

Cosa provano le persone quando stanno con te? Sense and Sensibility (Jane Austen)

Descrivi la tua relazione precedente: Una stagione all’inferno (Arthur Rimbaud)

Descrivi la tua relazione corrente: On The Road (Jack Kerouak)

Dove vorresti trovarti? A Sud del confine, a Ovest del sole (Aruki Murakami)

Come ti senti nei riguardi dell’amore? L’Opera (Emile Zola)

Com’è la tua vita? Notes from a small Island (Bill Bryson)

Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio? Treasure Island (Robert Louis Stevenson)

Dì qualcosa di saggio… Parti in fretta e non tornare (Fred Vargas)

Una musica: Norwegian Wood (Tokio blues) (Aruki Murakami)

Chi o cosa temi? Questo sangue che impasta la terra (Loriano Machiaveli e Francesco Guccini)

Un rimpianto: Alla ricerca del tempo perduto (Marcel Proust)

Un consiglio per chi è più giovane: De brevitate vitae (Seneca)

Da evitare accuratamente: La Noia (Alberto Moravia)

E voi come vi descrivereste con un un libro? 🙂