La vecchina e la Madonna

Arriva la mattina presto, tra le 10.15 e le 10.30. È piccola, magra e ha la schiena un po’ deforme di chi, come la mia nonna, è stato malato da piccolo e non è stato curato bene. Un fazzolettone annodato sotto il mento e la borsetta a cavallo dell’avambraccio, arriva con passo deciso di chi sa esattamente dove vuole andare e ci vuole arrivare nel piú breve tempo possible. Quando lei entra nella sala dedicata a Donatello e ai suoi seguagi,  sono seduta sulla panca al centro della stanza a godermi la bellezza silenziosa dell’Ascensione di Donatello (e Crivelli, e della Robbia, e Agostino di Duccio etc etc). Ma lei non fa una piega. Imperturbata dalla mia presenza, si dirige sicura verso la bellissima Madonna di terracotta invetriata di Andrea della Robbia che brilla nella luce dorata del mattino e con le mani giunte comincia a pregare.  Il silenzio è totale, interrotto solo dal gracchiare della mia radio appoggiata a fianco a me sulla panca. Abbasso il volume, mentre lei continua a mormorare parole incomprensibili alla Madonna. E alla fine la spengo, anche se non dovrei. Ma mi sembra appropriato. E mi allontano piano.

La tragedia della Grenfell Tower

Case bianche risplendenti, colonnati palladiani, glicine in fiore, Laborghini e Aston Martin parcheggiate nei vialetti d’accesso. Ma anche case popolari (perlopiu’ grattacieli brutalisti in cemento armato accessibili da due ascensori e una singola scala) costruite tra il dopoguerra e gli Settanta come la Grenfell Tower. Benvenuti nel mondo disfunzionale del Royal Borough di Kensington and Chelsea, dove estrema povertà ed estrema ricchezza vivono l’una accanto all’altra. Ma ci voleva una tragedia come l’incendio che ha distrutto la Grenfell Tower, il grattacielo nella zona di North Kensington completato nel 1974 e distrutto dalle fiamme lo scorso 14 Giugno, per sottolineare nel modo più atroce la disuguaglianza tra ricchi e poveri che caratterizza la Gran Bretagna XXI secolo.

Atrocità come questa non dovrebbero accadere, non nel nostro secolo e non con tutte le nosrme di sicurezza a norma che dovrebbero farci stare al sicuro almeno a casa nostra. Norme di sicurezza che pare a Grenfell siano state completamente ignorate. A partire dai rubinetti incastrati nei soffitti volti ad aprire l’acqua in caso d’incendio, che avrebbero certamente consentito a più persone di scendere in strada e mettersi ala sicuro. O di scale anti incendio accessibili. E non parlariamo poi della scelta del rivestimento esterno della torre. Il fatto è che quelle come la Grenfell Tower sono costruzioni vecchie e brutte, impossibili da migliorare senza raderle al suolo completamte e ricostruirle. Ma tutto cio costa e lo Stato non avendo i soldi per farlo si è limitato ad un’opera di “abbellimento” esteriore  volta a rendere la vista di questa bruttura in cemento armato meno dolorosa agli occhi delicati dei ricchi residenti del Royal Borough. Rivestimento quasi certa,ente colpevole di aver causato la velocita con cui l’incendio si è propagato, avviluppando l’esterno della torre come una torna. Una scena che ricorda in modo agghiacciante le torri gemelle di New York dell’11 Settembre 2001.

Tutta colpa dei Conservatori, i cui tagli hanno portato l’amministrazione di quartiere (sempre Tory) ad optare per un rivestimento esterno normale (un materiale proibito sia in Germania e in USA) invece di quello anti-incendio che sarebbe costato 5,000 sterline in piú. 5000 sterline che avrebbe evitato 30 morti e oltre 70 dispersi. In certe case di Kensington ci sono banchi da cucina che costano di più.

La tragedia di Grenfell non ha fatto altro che evidenziare il problema delle abitazioni nella Gran Bretagna contemporanea. Da quando negli anni Ottanta Margaret Thatcher offrì ai residenti delle case popolari la possibilità di acquistare a prezzi stracciati l’appartamento in cui vivevano e di diventare così landlord, molte di queste case popolari sono state privatizzate e ristrutturate e gli appartamenti venduti o affittati. Da allora il governo non ha mai rispettato la promessa di costruire un numero adeguato di case popolari o quantomeno a buon mercato da rimpiazzare quelle comprate, con il risultato che il mercato delle abitazioni è impazzito. Anche per chi ha la fortuna di posserne una, le case britanniche sono tra le più piccole e costose in Europa. La voragine tra chi una casa ce l’ha e chi non potrà mai permettersela è dolorosamente acuta e negli ultimi anni ha auto un impatto notevole sulla qualità della vita delle persone e sull’economia stessa del Paese. La gente non spende soldi perche’ una volta pagato l’affitto, le bollette e fatto la spesa non resta molto, e di conseguenza l’economia non gira.

Non è una sorpresa: da anni gli stipendi del settore pubblico sono bloccati, l’inflazione è alta e come ha detto Theresa May ad un’infermiera dell’NHS, il settore sanitario britannico, “there is no magic money”, i soldi non appaiono per magia. Ma daltronde come scrive Loretta Napoleoni su Il Fatto Quotidiano, “I ricchi non usano l’Nhs, il sistema sanitario pubblico, non fanno la fila per mesi per fare la chemio, non mandano i figli alla scuola pubblica, a stento usano la metro… I ricchi abitano la Londra del settore privato dove tutto funziona, tutto è sicuro e tutto è costosissimo.” Questo è particolarmente evidente in Kensington, un quartiere famoso per l’alto numeoro di case vuote comprate come investimento da ricchi stranieri e dal momento che la creazione del collegio elettorale nel 1974, dal 1974 nelle mani di un amministrazione conservatrice. Nel 2010 e nel 2015 il candidato conservatore ha vinto con più di 7.000 voti. Fino a due settimane fa, quando le elezioni anticipate indette da Theresa May hanno fatto sì che per la prima volta in assoluto Kensington, la più ricca circoscrizione elettorale del paese, abbia un deputato laburista, Emma Dent Coad che ha battuto la conservatrice Victoria Borwick di soli 20 voti, ma che segnala un cambiamento di opinione dell’11,11%. Ma se tutti conoscono South Kensington, North Kensington il parente povero, tende ad essere ignorato.

“Non è una sorpresa che il Labour abbia vinto….” gongola soddisfatto la mia dolce metà. “I milionari stranieri non votano, i ricconi sono in minoranza e la gente normale che vive qui è furiosa.” E lo è ancora di più dopo l’incendio. Corbyn ha richiesto la requisizione delle case vuote per ospitare le persone rimaste senza casa. Certamente queste sono dotate di un sistema anti-incendio che funziona, al contrario della torre che era priva di rubinetti anti-incendio,  visto che nel 2014 il ministro conservatore Brandon Lewis rifiutò di approvare una legge che li rendesse obbligatori. Ma questa non è una sorpresa. Per anni il Labour party ha cercato di far approvare una serie di leggi che tutelino gli inquilini difendendoli da padroni di casa senza scrupoli. Leggi sempre rifiutate dai conservatori (la maggioranza dei quali sono notoriamente loro stessi landlords) preoccupati dal costo che regolamentazioni avrebbero posto sul mercato delle case. Di fatto quella della Grenfell Tower è una tragedia che poteva essere evitata. Una dimostrazione dell’indifferenza del governo per le vita dei poveri. Un vergogna che certamente costerà molto cara al governo.

Aspettando le Elezioni in UK

Theresa May calls snap general election by Christian Adams - political cartoon gallery.jpg

Theresa May calls snap general election by Christian Adams – political cartoon gallery

Ci siamo quasi, manca ancora un giorno al fatidico 8 Giugno. E noi espatriati europei che non possiamo votare, siamo confinati al limbo dell’attesa e non posiamo fare altro che aspettare con le dita incrociate i risultati di quella che si sta rivelando un’eccitante campagna elettorale.

Siamo ritornati ai due partiti tradizionali, i Conservatori di una Theresa May sempre più testarda e arroccata sui sui principi e il Labour Party di Jeremy Corbyn che ha fatto un’incredibile rimonta; gli altri partitelli, i Liberal Democratici, i Verdi, persino UKIP orfano di Nigel Farage, sono ora ridotti a minuscole entità senza alcuna importanza numerica. Che sebbene sebbene nessuno sia pienamente convinto da nessuno dei due candidati in gioco, sanno che votare per uno dei due grossi partiti è l’unico modo per far si’ che il loro voto possa contribuire a cambiare qualcosa. Non ho mai desiderato cosí tato votare come questa volta, l’unica in cui non posso farlo. 😕

Keep Calm and Carry On. This is London.

Oggi lo slogan Keep Calm and Carry On (“Mantenete la calma e andate avanti”) adorna le tazze, i cuscini, quaderni, tovaglie e gli strofinacci. Creato dal governo britannico nel 1939 alla vigilia della seconda guerra mondiale con un messaggio del re ai suoi sudditi, aveva lo scopo di invogliare la popolazione a mantenere l’ottimismo e non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica.

Ora, dopo l’attacco terroristico di ieri sera, il secondo nella Capitale nel giro di poco più di tre mesi (il terzo in UK se contiamo Manchester il mese scorso) che ha colpito due aree superpopolari tra i londinesi come a London Bridge e Borough Market, questo slogan mi sembra decisamente appropriato.

E come dice Enrico Franceschini nel sul blog My Tube:

“In questi momenti è necessario ricordare due cose. La prima è che il Regno Unito e altre nazioni hanno a lungo convissuto con il terrorismo e sono riusciti va sopravvivere mantenendo salda la propria democrazia. L’IRA nord-irlandese ha fatto saltare in aria pub, giardini pubblici e alberghi per trent’anni in Inghilterra e gli inglesi non hanno smesso di andare al pub. Come in Italia la gente non ha smesso di andare in banca o prendere treni durante i tragici fatti della strategia della tensione, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. La seconda cosa da tenere a mente è che i servizi segreti britannici hanno sventato almeno una dozzina di complotti negli ultimi tre anni, ma hanno sempre detto che un attacco, prima o poi, sarebbe riuscito. […] E tutti noi dovremo ricordarci che si deve imparare a vivere con il terrorismo. Perché lo abbiamo già fatto”.

 

Addio a Roger Moore

È stato un brusco risveglio quello di stamattina. Che uno non si aspetta di iniziare la giornata con la notizia che l’ennesimo fanatico dell’IS si è fatto saltare in aria la sera prima alla fine del concerto della cantante pop americana Ariana Grande nella grande arena nel centro di Manchester, al Nord dell’Inghilterra.  Ma la cosa non mi sorprende: mentre gli occhi di tutti erano fissi su Londra,  un solo pazzoide è riuscito a prendersi la vita di 22 persone (molti poco più che bambini) e a lasciarsi dietro una scia di almeno 59 feriti. Un numero che probabilmente è destinato a salire, visto che molti erano gravi.

Tra l’orrore generale che ha investito la Gran Bretagna alla vigilia delle elezioni, la notizia della morte di Roger Moore è passata praticamente sotto silenzio, ignorata dai telegiornali del mattino e ridotta ad un piccolo avviso sul telefono – cortesia dell’app della BBC. Aveva 89 anni e ha vissuto una vita piena – al contrario di molti dei ragazzini falciati dal terrorista di Manchester che semplicemente non ne hanno avuto la possibilità di avercela affatto una vita. Ma nonostante tutto la notizia mi ha messo una gran tristezza.

From 1962 to 1969, Sir Roger became one of the UK's most popular TV stars playing the Saint, aka the debonair Simon Templar,

The Saint, aka the debonair Simon Templar,

Con lui se n’e andato un pezzo della mia giovinezza, quella che sognava un’Inghilterra piena castelli e passaggi segreti, di prati verdi su cui correvano cavalli neri che si chiamavano Black Beauty, di detectives con la bombetta e l’accento francese (pardon, belga!) e di Lord giovani e belli che avessero i occhi azzurri e la fossetta nel mento e la faccia di Roger Moore.

Che ho sempre avuto un debole per Roger Moore. Non quello di 007 (QUELLO era Sean Connery), ma quello di Simon Templar ne Il Santo (The Saint) e di Attenti a quei due (che in UK si chiamava The Persuaders) dove Moore interpretava la parte dell’aristocratico inglese Lord Brett Sinclair a fianco del geniale Tony Curtis  nel ruolo del milionario americano Daniel Wilde. Inutile dire che queste due serie televisive degli anni Sessanta e Settanta replicate a raffica nei programmi del pomeriggio dalla RAI quando ero alle medie, ebbero effetti devastanti sulla mia (già) galoppante fantasia di figlia unica, con il risultato che appena ho potuto ho fatto le valigie e ho attraversato la Manica.

In 1971 Sir Roger landed the joint lead role in the actioncomedy TV show The Persuaders! alongside Tony Curtis. Sir Roger played Lord Brett Sinclair and Curtis the self-made millionaire Danny Wilde.

Roger Moore and Tony Curtis in The Persuaders!

MA di Attenti a quei due ricordo anche a distanmza di tanti anni  anche il motivo musicale della sigla, uno dei più famosi e riconoscibili della storia televisiva, composto da John Barry, già autore delle musiche dei film di James Bond.

 

Things organized neatly

Una collega che sta cambiando casa, sta temporaneamente da un’amica. “… è tanto cara…” mi dice con un sorriso indulgente. “Ma è un po’ OCD (Obsessive-compulsive disorder, n.d.r). Pensa che sistema sempre gli asciugamani nel bagno dopo che qualcuno li ha usati!” La cosa mi sorprende. Non che qualcuno raddrizzi gli asciugamani sul portasciugamani, ma che qualcuno possa trovarlo bizzarro. Non mi era mai venuto in mente che questo gesto così semplice potesse essere considerato da altri, al limite del maniacale. Perché io non solo raddrizzo gli asciugamani, ma stendo il bucato simmetricamente (mi piace vedere il calzini in coppia e le magliette prive di pieghe) e nella mia biblioteca a parte i cataloghi delle mostre, non ci sono edizioni in brossura perché la loro irregolarità mi rovina l’estetica. Sono da ricoverare? Non avrei mai pensato che l’eredità della psicanalisi freudiana facesse guardare con sospetto coloro a cui piace mettere in ordine decrescenti i piatti nella rastrelliera, la spesa sul nastro alla casse, e in frigo i barattoli delle salse con l’etichetta in vista. Perché non sono la sola. Recentemente leggendo un articolo sul Guardian ho scoperto che esiste un blog che si chiama Things organized neatly, che abbonda di fotografie di stanze in perfetto ordine e di asciugamani perfettamente allineati, un po’ eccessivo a dire il vero, sa vagamente di porno per maniaci ossessivi-compulsivi, ma rende l’idea. Ho anche scoperto che esiste un termine per la mania di mettere in ordine: to knoll, inventato nel 1987 da un tal Andrew Kromelow che voleva una superficie di lavoro (disegnava mobili) organizzata in modo da permettergli di vedere tutti gli oggetti che c’erano sopra in un colpo solo.
Sono stata una knoller per anni senza saperlo! Ma la mia dolce metà non è convinto, per lui sono OCD. Mi permetto di dissentire. Che mentre chi ha un disturbo ossessivo-compulsivo non prova piacere nel fare le cose che fa, ma solo un bisogno compulsivo di farle, a me mettere in ordine piace. Se non altro per controbilanciare il casino mentale che mi attanaglia e tenere l’ansia sotto controllo. Nel computer ho un file per tutto, nella scrivania una cartelletta: ogni cosa è al suo posto e quando la si cerca la si trova. Ironicamente i maniaci dell’ordire finiscono sempre in coppia con chi non lo è (il cassetto del comodino della mia dolce metà – a cui non mi è permesso avvicinarmi- pare la borsa di Mary Poppins o il gonnellino di Eta Beta). E se non posso fare nulla per cambiare lui, posso almeno organizzare il suo disordine. Con buona pace di tutti e due…

Odi et Amo

Tre cose che odio:

  1. Chi non rispetta il museo, le opere che vi sono racchiuse e le persone che ci lavorano;
  2. Chi mi chiama con un fischio o con un gesto della mano come si chiama il cameriere (come se fosse ancora accettabile chiamare un cameriere in questo modo…) invece di attirare la mi attenzione con un educato ‘excuse me’ o simili (vedi sopra… :/ );
  3. Chi mi viene davanti abbaiandomi parole come “TOILET!”, “WAY OUT!”,”RESTAURANT!” come se ci fosse una tassa sulle parole.

Tre cose che adoro:

  1. Il museo la mattina presto quando non c’è ancora nessuno ed è tutto mio, e mi sento la persona più fortunata del mondo;
  2. La moltitudine di nazionalità, culture, esperienze, storie personali dietro ognuno dei miei colleghi;
  3. La moltitudine di nazionalità, culture, abitudini, ceti sociali del pubblico che visita il museo.

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Pro EU + Free Biscuits March

Anche a Londra c’è stata una marcia anti-Brexit e a favore dell’Europa a Londra questo 25 Marzo in concomitanza dell’anniversaro del Trattato di Roma, ma nessuno ne ha saputo nulla fino a ieri in quanto la BBC non ne ha parlato affatto. La Tv nazionale è stata duramente criticata per questa ommissione. Queste foto provengono dal blog A LIfe in London.

A Life In London

There was a pro-Europe march in London this weekend.

My favourite sign is the one held by the boys in the middle picture: free biscuits!

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Donald Trump e Theresa May: insieme contro tutti

Gennaio è già finito e Febbraio non sembra promettere molto meglio: questo 2017 è iniziato con una sfumatura di grigio. Un grigio che sta diventando sempre più scuro, tanto che se continua di questo passo l’umore globale diventerà più nero del nero di seppia, per dirla come la mia prof di matematica delle scuole medie.
Se è così difficile dare un senso a questa nuova surrealtà (neologismo?) è perché un senso non ce l’ha. Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA?? Se qualcuno me lo avesse detto un anno fa che il miliardario dalla faccia arancione noto per condurre la versione americana di The Apprentice sarei scoppiata a ridere. Ora rido meno, che mettere Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA è come mettere un neonato al volante di un TIR: una ricetta a dir poco disastrosa. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

hands-large_trans_nvbqzqnjv4bqap6fgfpcjggwllmokcfzkn6_rfiaiiz9l5dsfgfulpoE qui in Brexitland (un altro neologismo?) la situazione non va meglio. Che se il faccione da jocker autocompiaciuto di Nigel Farage che accompagna il quotidiano dibattito sul come e quando far scattare l’Articolo 50 non fosse già esasperante di suo, ci siamo dovuti sorbire l’immagine di Theresa May, con le sue arie da preside vittoriana che se ne va mano nella mano con Donald per la Casa Bianca come due sposini novelli, facendo progetti sulla loro appena rinnovata special relationship, scambiandosi cortesie e inviti reciproci e pianificando una collaborazione con Putin ed Erdogan. In questa gran Bretagna post-Brexit dove l’impossibile (laciare l’UE) sta diventando possibile (Brexit), dove un’alleanza May-Trump-Erdogan-Putin si fa sempre più possibile e dove un ignorante, illeterato, xenofobo, misogino e razzista come Trump potrebbe essere accolto in pompa magna, davvero non tira una bella aria. Fermate il mondo, voglio scendere!

Se la regina Elisabetta non ha voce in capitolo e deve accettare quello che il Primo Ministro decide (o, in questo caso, impone) anche se pare che non sia entusiasta all’idea di ricevere Donald a Buckingham Palace e il principe Carlo ha parlato apertamente del suo rispetto per le altre religioni (incluso l’Islam), Sadiq Khan, il sindaco mussulmano di Londra, ha detto che i londinesi non appoggeranno mai una visita ufficiale di Donald Trump nella Capitale. E ha ragione: la gente è furiosa. E non solo i londinesi, come dimostra una petizione online che chiede al governo britannico di cancellare la visita di Donald Trump a Londra, prevista per questa primavera ha raccolto 200.000 firme in sole 24 ore (al momento in cui scrivo siamo arrivati a 1,840,331 e il Parlamento discuterà questa petizione il 20 Febbraio, 2017).

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Le manifestazioni in piazza si susseguono a ritmo settimanale e questa settimane ce ne sono state già due. La gente protesta contro Brexit, contro Trump, contro la misoginia, contro il bando cittadini di sette paesi musulmani. Ma soprattutto contro una classe politica che continua non ascoltare. Ieri uno degli esasperati parlamentari britannici che discutevano sul se e come lasciare il mercato unico, ha esclamato esasperato che non aveva senso avere un Parlamento se il Governo non lo ascolta. Io lo farei: nel 1649 Charles I fu decapitato per non aver ascoltato il Parlamento. E anche se dubito che Theresa May possa subire la stessa sorte del monarca, il suo cieco autoritarismo e la sua convinzione di essere un sorta di reincarnazione della Thatcher finiranno con l’essere la sua rovina. Almeno spero. 😦

Che cos’è la volgarità? Ce lo racconta il Barbican.

Katie Price, in arte Jordan  una delle più famose “Z celebrities” della TV Britannica. Arrivata al successo come glamour model (posando cioè senza veli e grazie al seno generoso, reso famoso quasi come la sua proprietaria da numerose operazioni di chirurgia plastica), lo ha mantenuto (il successo) grazie ad una vita sentimentale piuttosto movimentata unita ad un cervello da consumata businesswoman. Katie è diventata – come il suo seno – un personaggio difficile da ignorare. Anche perchè , come la sua circonferenza toracica, anche la sua vita  sociale (non parliamo di quella sentimentale) è completamente over the top. Adora il rosa confetto, tanto che il termine “Jordan pink” è diventanto di uso comune (quasi come il Klein Blue) e mi aspetto di vederlo presto parte dell’Oxford Dictionary. E di questo rosa era l’abito che nel 2005 l’ha vista andare in sposa al marito numero due, il cantante australiano Peter Andre conosciuto in I’m a Celebrity…Get Me Out of Here!, uno dei sempre piu’ diffusi reality TV. I due hanno divorziato nel 2009 e, tra “scrivere” varie autobiografie e libri pre bambini, incidere un disco, disegnare la sua linea di abiti da equitazione (è una provetta cavallerizza e ha gareggiato nel dressage) e lanciare nuovi profumi, la nostra Katie ha trovato il tenpo di sposarsi altre due volte e avere altri tre figli oltre ai tre avuti in precedenza da altri mariti e compagni.

Ma rosa confetto è anche il cappellino di plastica gonfiabile con labbra modello Salvador Dali creato dal “cappellaio matto” Stephen Jones per John Galliano che, al contrario dell’abito di Katie Price, è parte mostra del Barbican. Entrambi sono completamente esagerati, ma mentre quello del stilista di cappelli inglese è cosiderato Alta Moda, l’abito di Jordan è solo considerato volgare.

E allora, si chiede il Barbican, cosa costituisce il buono e il cattivo gusto? E in cosa si differenziano? Questa è la questione che si pone (e ci pone) la nuova mostra del Barbican, opportunamente intitolata The Vulgar, Fashion Redefined che esplora l’effimero concetto di “gusto”.

“Non esattamente il mio stile….” penso alquanto perplessa davanti ad un abito di John Galliano così traboccante di stoffa e di tessuto che avrebbe fatto impallidire persino Maria Antonietta. E non parliamo di un abito di Christian Lacroix più adatto ai corridoi di stucco dorato di Versailles che ad una passerella contemporanea. Mi verrebbe quasi da considerali …volgari!

Ma cosa si intende per volgare? L’origine, anche in inglese, è nell’etimologia latina: vulgus, del volgo, relativo al volgo, al popolo; o in senso linguistico, le lingue romanze, quelle lingue usate nei territori latinizzati che divennero poi, man mano che ebbero una propria tradizione scritta distinta da quella del latino medievale. Quando allora questa parola è diventata un sinonimo per indicare qualcosa (o qualcuno) privo di finezza, grossolano, sguaiato, triviale?

Secondo Judith Clark, che insieme allo psicologo Adam Phillips, ha curato la mostra del Barbican, il termine ‘volgare’ non era utilizzato in senso peggiorativo, ma per indicare semplicemente qualcosa di comune, di diffuso, come al giorno d’oggi può esserlo il denim. Fu solo con la Rivoluzione Industriale e la conseguente produzione di massa di oggetti di consumo che il termine comincia ad assumere la connotazione negativa di mancanza di raffinatezza e di buona educazione e di buon gusto (qualunque cosa sia) che mantiene ancora oggi. Il XVIII secolo fu un epoca di grande crescita economica, almeno per un piccolo gruppo di persone che si arricchirono smisuratamente. Grazie ai progressi della tecnica, alla colonizzazione di terre lontane e al commercio che ne seguì (largamente sovvenzionato dalla tratta degli schiavi) un numero maggiore di persone poteva permettersi beni di lusso dapprima inaccessibili. E come sempre accade, dal momento in cui più beni di lusso divennero disponibili a più  persone, quanto più il valore di questi ultimi fu legato alla loro rarità. In pratica, visto che sempre più gente si stava arricchendo, i veri ricchi dovettero lambiccarsi il cervello per cercare di trovare il modo di distinguersi da chi cercava di imitarli (dalle larghissime gonne e pettinature vertiginose delle dame dell’aristocrazia settecentesca, a strascichi, pellicce etc etc ). Perché, che ci piaccia o no, il concetto della volgarità è sempre circoscritto  alla difesa dei confini tra le classi sociali. Basti pensare alle leggi suntuarie, Inizialmente promulgate per limitare gli eccessi del lusso e divenatte di fatto un modo per preservare anche visivamente la gerarchie sociali, come avviene nell’Inghilterra dei Tudor dove l’uso di alcuni colori, materiali e foggia d’abito erano ristretti a determinate classi sociali. Il termine “volgare” diventa pertanto sinonimo di guardiano del gusto. Perché diciamocelo, anche adesso quando qualcosa è troppo accessibile, troppo disponibile (anche sessualmente – non per nulla quando la perola volgare non è associalta ricchezza lo è con il sesso) perde di valore.

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John Galliano at Dior 1990. Photograph: Guy Marineau

Quando esco dal Barbican con gli occhi ancora pieni di questa straordinaria carrellata di stoffe colorate non so ancora bene cosa sia il gusto. So per certo che, non piacendomi il rosa, non indosserei mai né una tiara (rosa) come Jordan né tantomeno un cappellino di plastica gonfiabile come quello di Stephen Jones. Ma non impedirei mai a nessun’altro di farlo, se vogliono. Che infondo, chi siamo noi per dare giudizi?

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017

The Vulgar: Fashion Redefined @ Barbican Art Gallery

barbican.org.uk