Keep Calm and Carry On. This is London.

Oggi lo slogan Keep Calm and Carry On (“Mantenete la calma e andate avanti”) adorna le tazze, i cuscini, quaderni, tovaglie e gli strofinacci. Creato dal governo britannico nel 1939 alla vigilia della seconda guerra mondiale con un messaggio del re ai suoi sudditi, aveva lo scopo di invogliare la popolazione a mantenere l’ottimismo e non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica.

Ora, dopo l’attacco terroristico di ieri sera, il secondo nella Capitale nel giro di poco più di tre mesi (il terzo in UK se contiamo Manchester il mese scorso) che ha colpito due aree superpopolari tra i londinesi come a London Bridge e Borough Market, questo slogan mi sembra decisamente appropriato.

E come dice Enrico Franceschini nel sul blog My Tube:

“In questi momenti è necessario ricordare due cose. La prima è che il Regno Unito e altre nazioni hanno a lungo convissuto con il terrorismo e sono riusciti va sopravvivere mantenendo salda la propria democrazia. L’IRA nord-irlandese ha fatto saltare in aria pub, giardini pubblici e alberghi per trent’anni in Inghilterra e gli inglesi non hanno smesso di andare al pub. Come in Italia la gente non ha smesso di andare in banca o prendere treni durante i tragici fatti della strategia della tensione, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. La seconda cosa da tenere a mente è che i servizi segreti britannici hanno sventato almeno una dozzina di complotti negli ultimi tre anni, ma hanno sempre detto che un attacco, prima o poi, sarebbe riuscito. […] E tutti noi dovremo ricordarci che si deve imparare a vivere con il terrorismo. Perché lo abbiamo già fatto”.

 

Noi non abbiamo paura

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Ok, magari un pochino spaventati lo siamo. Noi, i londinesi dico che dopo 18 anni mi considero tale. Ma ce lo aspettavamo. Sapevamo che prima opoi sarebbe accaduto anche se non sapevamo quando. E l’ha fatto. Oggi.

I mei pensieri vanno alle famiglie di coloro che sono morti nell’attentato, al poliziotto che ha cercato di fermare il terrorista e ai poveretti che si trovavano a passare su Westminster bridge nel disgraziato momento in cui quel dannato ha deciso di cominciare a falciare i pedoni. E anche ai miei ex colleghi e amici che lavorano al Parlamento, non come politici, giornalisti o che, ma facendo il mio stesso lavoro, a contatto con il pubblico, facendo tours, accogliendo i turisti. Stanno tutti bene. Stiamo tutti bene.

Sono preoccupata, che temo non sia finita qui. Temo ce ne saranno altri. Ma non sono spaventata. Troppo facile e Londra è troppo bella e troppo viva. Io non ho paura.

A Londra The Crime Museum Uncovered

Sono un’appassionata di gialli, io. Adoro il NOIR, ho letto gli scandinavi, gli inglesi, i francesi lo spagnolo (che dopo Manuel Vazquez-Montalban non riesco a pensare a nessun altro), gli americani, e naturalmente lui, Andrea Camilleri. Ho visto un numero spropositato di film e telefilm polizieschi, ma nulla mi aveva preparato per quello che avrei visto in Crime Museum Uncovered la mostra del Museum of London, dove tutto ciò che riempe le bacheche è servito nel corso degli ultimi centoquarant’anni ad uccidere, rapire, truffare, spiare qualcuno. È tutto vero. Ed è agghiacciante.

La prima volta che ho sentito parlare del Crime Museum di Scotland Yard è stato l’anno passato, quando mi è capitato tra le mani un giallo di Tony Parsons dal titolo The Murder Bag (titolo italiano L’insonne, ed. Piemme) dove il detective Max Wolfe, impegnato a risolvere una serie di sanguinosi omicidi, ottiene il permesso di visitare il Black Museum di Scotland Yard. Ed è  qui che ho incontrato per la prima volta la Murder Bag, la borsa che contiene il kit della scientifica utilizzato dagli ufficiali di polizia sulla scena del crimine. Fu sviluppato da Sir Bernard Spilsbury, un medico legale britannico noto per il suo lavoro sul caso Hawley Harvey Crippen nel 1924 quando, arrivato sulla scena del delitto, Spilsbury vide un detective che esaminava i resti della vittima a mani nude

A Metropolitan Police 'Murder Bag' from the late 1940's to 50's

Nato (anche se non ufficialmente) nel nel 1874 come strumento di formazione per le reclute e ospitato in modo permanente nella sede di New Scotland Yard, il Crime Museum raccoglie cimeli vari ed eventuali raccolti sotto l’autorità del Prisoners Property Act del 1869 (da oggetti personali appartenenti ai carcerati e mai reclamati, ad elementi di prova) e continua ancora oggi ad essere uno strumento educativo per ‘Bobbies’, ragion per cui non è aperto al pubblico, ma solo alla polizia, alle reclute e ad ospiti speciali. Questa del Museum of London pertanto è la prima (e possibilmente l’ultima) volta che uno qualsiasi degli oggetti della collezione è esposto al pubblico in una mostra.

Visitare questa mostra è un’esperienza che mette tutto in prospettiva. Le corde utilizzate per le impiccagioni, di spessore diverso a seconda del peso del condannato, sono esposte accanto ad un biglietto da visita del boia, residuo di un periodo in cui questa era una professione come un’altra. Nella teca vicina, una delle cassette per le esecuzioni contenente l’armamentario del boia – corde, cappio, ceppi e cappuccio; questa apparteneva alla prigione di Wandsworth e veniva mandata in giro per il Paese a seconda delle necessità. E se ultima esecuzione è avvenuta nel 1964 e dal 1965 l’omicidio non è più un reato capitale (anche se l’incendio del palazzo reale, l’alto tradimento e la pirateria rimangono punibili con la morte), è solo nel 1998 che la pena di morte viene abolita nel Regno Unito. Solo un anno prima di quando sono sbarcata a Londra.

Memorabilia Execution box No.9 from Wandsworth Prison, which was sent around Britain to be used as required

Memorabilia Execution box No.9 from Wandsworth Prison, which was sent around Britain to be used as required

Inevitabilmente, la sezione più grande della mostra è dedicata ai casi di omicidio; di questi, ventiquattro dei casi più famosi accaduti tra il 1905 e il1975, sono qui illustrati con tanto di armi, reperti e prove decisive e fotografie originali (per i casi avvenuti dopo il 1975 si è mantenuto l’anonimato delle vittime). E come spesso mi accade quando visito le sale delle torture dei castelli medievali, mi stupisco davanti all’energia e all’inventiva che l’uomo ha dimostrato di avere nel corso dei secoli nel trovare modi diversi per amazzarsi l’uno con l’altro…

Non mancano le sezioni dedicate alle droghe e agli psicofarmaci, al denaro falso e alla rapina a mano armata e allo spionaggio. Ma essendo donna invevitabilmente la sezione che mi colpisce di più è quella dedicato all’aborto, che da crimine punibile con l’ergastolo nel 1861, in Gran Bretagna viene legalizzato nel 1968 (in Italia la legge è del 1975) anche se solo dopo che un numero altissimo di donne morirono a causa di procedure clandestine malriuscite.

Drugs As well as weapons, police documents and seized goods

E quando penso di aver ormai visto tutto, ecco l’ultima sezione della mostra, quella sul terrorismo. Il 2015 è stato un anno particolamente sanguinoso per quanto riguarda il terrorismo, grazie all’espandersi degli appartenenti al cosidetto califfato dell’IS. Parigi è ancora fresca nella memoria (e comunque una pagina di Wikipedia fornisce la lista di tutti gli attentati avvenuti nel corso dell’anno – ed è una lista lunghissima e geograficamente vastissima…). E inevitabilmente il ricordo va al quel 7 Luglio di dieci anni fa quando cinque esplosioni hanno squarciato il cuore grande di Londra. Vagoni della metropolitana esplosi nei tunnel in Liverpool Street, Aldgate East, King’s Cross, Edgware Road; un autobus esploso in Tavistock Square, il piccolo francobollo di verde a due passi da Russel Square e dal British Museum dove, ogni volta che il tempo lo permetteva, mi rifugiavo a mangiare il mio panino quando andavo a studiare alla biblioteca dell’università durante il mio corso in Museum Studies. Ma quel giorno c’erano solo morti, feriti e dispersi. Ancora adesso quando ci passo davanti, mi fa male solo il pensarci. Una replica dello zaino utilizzato da uno degli attentatori mi  fa agghiacciare il sangue, proprio perché sembra così inoffensivo.

Ci sono filmati d’epoca di attentati dell’IRA, tra cui quello avvenuto il 20 Luglio 1982 in Hyde Park quando un’ordigno è esploso al passaggio dei soldati della Household Cavalry, la guardia del corpo di della Regina Elisabetta II che, dalle caserma di Knightsbridge, si stavano dirigendo a Horse Guards Parade per prendere parte al quotidiano Cambio della Guardia. Quattro soldati e sette cavalli morirono nell’esplosione. E se quel video in bianco e nero pieno di morte e distruzione e di giovani vite spezzate mi ha congelato il sangue, le sette forme sanguinanti dei cavalli, coperte da grandi lenzuoli bianchi mi hanno messo una tristezza infinita. Sin da bambina ho sempre avuto il pallino dei cavalli: da piccola volevo fare il fantino o il veterinario perché se non fossi riuscita a cavalcarli, i cavalli avrei potuto almeno curarli. E se ho abbandonato entrambi quei sogni, la passione per questi animali forti, belli ed eleganti è rimasta più forte che mai. E i magnifici esemplari del reggimento della Household Cavalry, in particolare, fanno parte del panorama di Londra come il Big Ben: distruggerli è come distruggere uno dei monumenti della città.

Horses lay dead among the debris of the Hyde Park bombing in 1982 (PA)

Horses lay dead among the debris of the Hyde Park bombing in 1982 (PA)

Inutile dire che contemporaneità di quest’ultima sezione sul Terrorismo mi ha particolarmente emozionato. Improvvisamente mi sono ricordata che questa mostra non era né un romanzo giallo, né la Torre di Londra – il cui sanguinoso passato è convenientemente confinato alle pagine dei libri di storia. Era tutto vero. Il Crime Museum di Scotland Yard dovrebbe essere aperto al pubblico in modo permanente e la sua visita obbligatoria per tutti, grandi e piccini, per ricordare a noi stessi l’enormità di dolore e di angoscia che noi uomini siamo capaci di infliggere ai nostri fratelli.

Londra//fino al 10 Aprile 2016

museumoflondon.org.uk