La Certosa di Londra apre al pubblico

Charterhouse Square, la Certosa di Londra ha riaperto al pubblico dopo un lungo restauro. Claudia di LondonSE4 ce la racconta (ed io non vedo l’ora di andarla a visitare!!)

London SE4

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di…

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Gli anni Sessanta: la decade che ha cambiato il mondo

Nessun’altro periodo è stato mitizzato, venerato, catalogato e sezionato come gli anni Sessanta.  Ma questo non sorprende se si considera che quelli furono gli anni in cui un’intera generazione, quella dei figli della guerra, diventa adolescente. E questo terremoto generazionale investe tutto e tutti: gli anni sessanta furono semplicemente la decade in cui tutto esplose. E con l’emancipazione finanziaria dei giovani, cresce un fiorente contro-culura che investe come un ciclone l’arte, la cultura, la musica e la moda e con esse anche la coscienza politica della nuove generazioni. Ispirati da personaggi come Che Guevara e Martin Luther King che, all’epoca non ancora soggetti di cartoline e poster, ma radicali rivoluzionari – i  giovani degli anni sessanta volevano cambiare il mondo. E per un breve, elettrizzante periodo sembro’ che ci riuscissero.

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Questo (e molto altro) è il soggetto di You Say you Want a Revolution: Records and Rebels 1966-1970 l’ennesima incredibile mostra del Victoria and Albert Museum, il cui titolo è una strofa dell’omonima canzone dei Beatles, Revolution. Cinque anni, 1.826 giorni che scuotono la societa’ del dopo guerra e gettano le basi per il modo di vivere che conosciamo.landscape-1474388766-twiggy-ronald-traeger-1967-ronald-traeger

Londra diventa improvvisamente la metropoli più cool del mondo e con essa i personaggi che la popolano si tratti di Biba e Mary Quant o del Primo Ministro Labour Harold Wilson, dei Beatles e dei Rolling Stones o di Michael Caine – questi ultimi immortalati dalla lente del fotografo “cockney” David Baley, lui stesso un’icona della della Swinging London. Ogni decade è rappresentata da una città, dice l’editoriale del settimanale Time del 1966. E ripensandoci ha ragione: se l’inizio del secolo, con gli artisti della Secessione, gli Asburgo e il Valzer appartengono a Vienna, gli anni Venti sono della Parigi di Picasso e i Trenta della Berlino del Bahuaus. E se New York diventa il centro della vita creativa, politica e culturale durante negli anni Quaranta della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Cinquanta sono della Roma di Federico Fellini, Audrey Hepburn e della Dolce Vita, Londra negli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, il luogo in cui accadeva tutto e dove tutto sembrava possibile – almeno per alcuni.  Che, diciamocelo, non tutti avevano la fortuna di trovarsi al momento giusto nel posto giusto per godere degli aspetti più divertenti ed interessante della Swinging London, come andare alle feste, fare cose, vedere gente. Ma il senso di euforia e e di cambiamente che era nell’aria era infettivo: Winston Churchill era morto, l’aborto stava per essere legalizzato e la disoccupaziore era quasi inesistente. Il futuro sembrava a portata di mano.

Ma questa non è una mostra sulla Londra degli anni Sessanta, perlomeno non solo e grande spazio è dato alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam e alle lotte per i diritti razziali, delle donne e dei gay che, come un fiume in piena, stavano straripando fuori dai confini degli Stati Uniti, portate  dalle parole di Frank Zappa, di Allen Ginsberg e dei Velvet Underground.  L’estate del 1966 fu, per San Francisco, totalmente indimenticabile.

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images
Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

I miei oggetti preferiti? Una carta di credito della Barclays del 1966, la prima banca ad estendere il credito alle donne britanniche – tutte le altre dovettero aspettare il 1973. O le parrucche da uomo appositamente create per nascondere i capelli lunghi ai colloqui di lavoro, che suggerisce l’esistenza di un’astuta razza di giovani hippy da weekend. E che dire della sala in cui – erba finta sul pavimento e megaschermi alle pareti – e’ stato ricreato il concerto di Woodstock? Gli ex giovani degli anni Sessanta, che quel periodo l’anno vissuto, abbandonano per un momento il loro ruolo di ‘persone anziane’per ritornare i giovani che in quel periodo volevano cambiare il mondo. Ed e’ bellissimo osservarli ballare, ed esclamare “Io c’ero!”

Revolution exhibition photography © Victoria and Albert Museum, London

 

Londra// fino al 26 Febbraio 2017

You Say You Want A Revolution? Records and Rebels 1966-1970

Victoria al Albert Museum

Fine di un’epoca: Fleet street

Se Chancery Lane è il cuore pulsante della Londra legale, Fleet Street è quello della Londra letteraria. Collegando lo Strand a Ludgate Circus, Fleet Street fu l’epicentro del giornalismo britannico dal XVIII agli anni Ottanta del XX secolo. Chiamata così per via del fiume Fleet, il più grande degli affluenti del Tamigi (che scorre ancora sotterraneo), era anche chiamata the Street of ink e non a caso, visto che già dal 1500 Wynkyn de Worde (allievo di William Caxton) vi stabilì la prima stamperia della capitale, seguito a ruota da molti altri librai ed editori.

Fleet Street in London looking east towards St Paul's Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.
Fleet Street in London looking east towards St Paul’s Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.

La zona attorno a Fleet Street era già abitata in epoca romana, ma fu solo nel XIII secolo che la strada, come la conosciamo adesso, comincia a prendere forma. In realtà all’epoca si chiamava Fleet Bridge Street ed era un insieme sconnesso di taverne, bordelli, botteghe e lavorarori di tintori. La sua associazione con la carta stampata avvenne solo più tardi, nel XV secolo, grazie al gia’ citato Wynkyn de Worde (l’apprendista del più famoso William Caxton), che dal suo laboratori vicino a Shoe Lane sfornava libri stampati a ritmo serrato. Presto altri stampatori ed editori seguirono il suo esempio, attirati dal fiorente commercio legato ai quattro Inns of Courts di Londra, le associazioni a cui ogni avvocato deve appartenere per esercitare la professione in Inghilterra e Galles che erano situate attorno alla Court of Chancery, la Cancelleria (il cui toponimo rimane ancora oggi nella vicina strada di Chancery Lane che unisce Fleet Street con Holborn). Ma se le pubblicazioni legali la facevano da padrone, non mancavano anche testi religiosi (vietati e non) e opere teatrali.

London, 2016 © Paola Cacciari
St Bride Church, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Nel XVI secolo Fleet Street era così affollata da rendere necessaria la promulgazione di un editto reale del 1580 che proibiva la costruzione di altre case che si affacciavano sulla strada – editto regolarmente ignorato da padroni di casa senza scrupoli desiderosi di arricchirsi (e in questo nulla è cambiato in oltre 500 anni).  Ci vollero le fiamme del Grande Incendio di Londra che nel 1666 distrusse la parte orientale della strada, a porre un improvviso freno a questa espansione selvaggia.

Dalle ceneri dell’incendio nacque St Bride Church. Nascosta in una quieta stradina laterale, St Bride è un’oasi di pace a due passi dal frastuono di Fleet Street. Detta anche la chiesa dei giornalisti per la sua (ovvia) vicinanza alla strada in questione, è anch’essa una delle chiese ricostruite da Christopher Wren dopo il Great Fire e pare che proprio il suo elegante campanile abbia fornito l’ispirazione per le torte nuziali!

Ma se la strada era già sede di stampatori nel XVI secolo, fu solo nel XVIII secolo che diventa la sede del primo quotidiano britannico, The Daily Courant fondato nel 1702. Fleet Street doveva essere davvero incredibile all’epoca, l’ombelico del mondo della carta stampata della Capitale, popolato da pub, taverne e nascenti coffee houses dove giornalisti, intellettuali e scrittori si incontravano per scambiarsi notizie e pettegolezzi in un epoca ancora priva di internet e del telefono.

La diffusione dei giornali era tuttavia fortemente limitata dalle tasse  sulle carta, che nel XIX secolo erano altissime; solo con la loro abolizione nel 1861 si arrivó ad un vero e proprio boom della parola stampata. L’avvento del XX secolo Fleet Street e la zona circostante erano dominate dalla stampa nazionale e dalle industrie connesse, tanto che su quella grande arteria stradale di Londra presto non rimasero altro che le sedi dei giornali e i pub in cui i giornalisti andavano a dissetarsi tra un articolo e l’altro. Che su Fleet Street, non lontano da Gough Square e dalla casa del Dr Samuel Johnson, Ye Olde Cheshire Cheese è uno dei più antichi pub di Londra, nonché uno dei primi ad essere stati ricostruiti dopo l’incendio del 1666. Prende il nome dal Cheshire, uno dei formaggio più antichi prodotti in Inghilterra e uno dei più popolari nel tardo XVIII secolo. Pare che tra i clienti abituali di questo caratteristico pub ci fossero Samuel Jonhson (ancora lui) e Charles Dickens. E se la presenza del Dottore non è mai stata accertata (ma ci piace pensare che fosse il suo ‘local’), quella di Dickens  pare invece più sicura, visto che lo cita nel suo A Tale of Two Cities.  Alla fine di Fleet Street, altro pub storico è The Punch Tavern dove nel 1841 nacque il giornale satirico Punch; il pub attuale fu ricostruito nel 1894-5, ma mantiene ancora molte delle caratteristiche originali, tra cui la sua atmosfera accogliente (lo so, l’ho provato diverse volte… 🙂 ).

Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari
Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Ma tutto ciò pose una brusca fine la decisone di Rupert Murdoch che nel 1986 decise di trasferire i suoi quotidiani, The Sun e The Times a Wapping, dando inizio ad un esodo terminato solo di recente con la chiusura dell’ultimo quotidiano rimasto in Fleet Street, lo scozzese Sunday Post. Gli splendidi edifici Art Déco che si trovano al n.135 e al n. 128 e che ospitarono rispettivamente le sedi del Daily Telegraph (1927-28) e del Daily Express (1932) prima che i quotidiani si trasferissero altrove, restano a testimoniare il glorioso passato della strada. E anche della fine di un’era.

Fire! Fire! I 350 anni del Grande Incendio di Londra

Come si fa a raccontare la storia di un evento che non ha lasciato dietro di sè  praticamente nulla, a parte un ricordo indelebile?
Si fa. Per questo esistono i musei: per raccontare storie presenti e preservare la memoria di altre passate – sebbene con l’aiuto di qualche effetto speciale. Come fa Fire! Fire! la nuova mostra che il Museum of London ha allestito per commemorare il 350 anni del Grande Incendio di Londra, il peggiore evento della storia della Capitale – a parte l’aver avuto Boris Johnson come sindaco per otto anni.

The Great Fire of London of 1666 as recreated in a painting. Photograph ImagnoGetty Images

Bisogna ammettere che quella del Museum of London è una rievocazione molto teatrale e interattiva dell’Incendio, pensata decisamente per un pubblico di bambini (e per adulti che come me e la mia dolce meta’ si rifiutano ostinatamente di comportarsi come tali…) come dimostrano le descrizioni degli oggetti decisamente semplicistiche. Apro una parentesi: se da un lato la semplificazione e’ positiva, dall’altro la tendenza dei musei di oggi a semplificare decisamente troppo concetti che non necessiterebbero semplificazioni mi preoccupa moltissimo. Avevo già scritto una cosa al riguardo e chi è interessato può leggerla qui.

Fortunatamente non mancano anche oggetti “veri”: reperti archeologici e oggetti che in qualche modo sono scampati alle fiamme, brocche e boccali per il vino provenienti dalla cantina del sindaco in Guildhall, gli strumenti di un fabbro fusi in grumi di ferro arrugginito, e persino il pavimenti carbonizzato di una cantina – unico elemento supersite di un edificio vicino al negozio del fornaio in cui è divampato l’incendio, oltre ad una serie di malandati pezzi di pietra, argilla e metallo che il pubblico può toccare. Ci sono anche i resti carbonizzati di una tomba della vecchia cattedrale di St Paul’s appartenente al vescovo di Londra, Robert Braybrooke. Durante l’incendio il suo corpo mummificato (e perfettamente preservato) cadde fuori dal sarcofago e i londinesi accorsero a vederlo. Tra questi era Samuel Pepys, il più celebre diarista del tempo, che visitò la tomba il 12 Novembre 1666 e annotò sul suo diario che aveva ancora la pelle, ma che era secca e dura come il cuoio.

Nessuno aveva previsto quella che sarebbe stata la portata del disastro. Certamente non il sindaco di Londra, Sir Thomas Bloodworth che, svegliato dalla notizia dell’incendio si limitò a dichiarare che: “una donna lo potrebbe spegnere con una pisciata”. E forse avrebbe anche potuto avere ragione, se non fosse stato per il forte vento che spinse le fiamme verso quel dedalo di case di legno e paglia che costituiva la Londra Elisabettiana e Stuart, dove le case erano cosi vicine che due persone affacciate alla finestra potevano stringersi la mano e sulle cui strade strette si aprivano negozi dalle cantine stracolme di barili di grappa, olio e catrame, tutti materiali altamente infiammabili.

 A map showing the extent of the fire's damage Credit: The Museum of London
A map showing the extent of the fire’s damage Credit: The Museum of London

La panetteria di Thomas Farriner, in Pudding Lane non faceva eccezione. E fu proprio qui che, forse per colpa di una domestica che, forse troppo stanca per spegnere adeguatamente il forno prima di ritirarsi per la sera, poco dopo la mezzanotte del 2 Settembre 1666 alcuni tizzoni ardenti appiccarono fuoco a della legna posta nelle vicinanze. Se Farriner riuscì a scappare dall’edificio in fiamme insieme alla famiglia uscendo da una finestra del piano superiore, la suddetta domestica, troppo spaventata per uscire dalla finestra sul tetto della casa vicina divenne la prima vittima dell’incendio, passando così involontariamente alla storia.

L’unico che sembrava preoccuparsi dello stato delle cose era il nostro Samuel Pepys, che già alle 10am dello stesso giorno consigliava il re Carlo II di demolire le case per arrestare la diffusione delle fiamme. E visto che il sovrano non pareva decidersi ad agire, Pepys non perse tempo a scavare un buco nel giardino della sua casa di Seeting Lane, dove scrisse gran parte del diario e dove seppellì la sua preziosa forma di parmigiano per salvarlo dalle fiamme.

Nell’arco di quattro giorni, dal 2 al 5 Settembre, più di 13.000 case, 87 chiese, inclusa la gotica Cattedrale di St Paul’s, centinaia di negozi e pub furono ridotti ad un cumulo di ceneri inzuppate. Certo la tecnologia dell’epoca non fu di grande aiuto, basta guardare questo esemplare del XVII secolo di autopompa dei vigili del fuoco che, opportunamente restaurato, fa bella mostra di sé al centro dell’esibizione.

Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari
Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari

Il fuoco non risparmiò neanche Baynard Castle, il castello sul fiume costruito alla fine del XIII secolo, dove vissero molte delle mogli di Enrico VIII e dove, secondo la tradizione, a Riccardo di Gloucester fu offerta la corona nel 1483. Circa 100.000 persone restarono senza casa, ma sorprendentemente ci furono pochissime vittime – o meglio, furono poche le vittime identificate che il vero numero non si sapra’ mai.

Le nuove regole per la ricostruzione della City of London emesse nel 1667 erano chiare: strade più larghe, case  in mattoni e non troppo vicine tra loro, negozi senza insegne sporgenti in modo trasversale (le insegne dovevano essere fissate alla facciata o ad una un’altra parte della casa). Le case che si affacciavano sulle strade principali non potevano superare i quattro piani (prima del Grande incendio arrivavano anche a sei), mentre quelle sulle strade secondarie erano limitate a tre.

Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari
Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari

La città nata dalle ceneri di questo epico disastro è la città che conosciamo adesso. Dei pochi edifici Elisabettiani sopravvisuti all’incendio, alcuni furono successivamente demoliti in epoca vittoriana, altri dalle bombe tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche se l’ambiziosa planimetria inizialmente ideata da Christopher Wren non fu mai realizzata, l’incendio diede all’architetto la possibilità di ricostruire la cattedrale di San Paolo e cinquantuno chiese parrocchiali, molte delle quali punteggiano ancora il panorama della Capitale. Oltre naturalmente al monumento che commemora il Great Fire resta, il Monument, a due passi da Pudding Lane.

Londra// fino al 17 Aprile 2017

Fire! Fire! al Museum of London

museumoflondon.org.uk

Turista per caso a Londra

Una delle cose che preferisco fare è girovagare più o meno senza meta tra le strade della mia città (dopo 19 anni penso di poterla chiamare così…) e scoprire e riscoprire angoli caratteristci e bellezze passate e presenti.
Dopo una mattinata culturale alla Whitechapel Gallery, dove non mettevo piede almeno un anno, da quando sono stata a vedere la mostra su Paolozzi (il fatto che sia dall’altra parte della città non rende la cosa più facile…) e un’inevitabile passagio tra il caos colorato di Brick Lane, il silenzio della City la domenica è quasi surreale.
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Whitechapel Art Gallery. London 2014 © Paola Cacciari

Nel Medioevo la strada dei finanzieri ‘lombardi’ (ma anche dei veneziani, genovesi, lucchesi, fiorentini e senesi) Lombard Street è ancora la strada delle banche, ma durante il fine settimana sembra quasi di essere in una città fantasma…

Lombard Street, London 2011©Nebbiadilondra
Lombard Street, London 2011 © Paola Cacciari
Ciò che dell’East End è sopravvissuto alla peste del 1665 e al grande incendio del 1666  è stato sminuzzato da Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale, ma qualcosa delle piccole stradine medievali rimane. Come Bow Lane, per esempio, vicino alla chiesa di St. Mary-Le-Bow, le cui campane segnalavano la fine della giornata lavorativa (e il coprifuoco). Ed pare che uno non fosse un vero cockney se non era nato in un luogo da cui si potevano sentire le Bow Bells!
Bow Lane, London 2011© Paola Cacciari

E camminando senza una meta precisa si riscoprono scorci di meraviglie restaurate da poco…

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St. Paul’s Cathedral, London 2011©Paola Cacciari

… e piccoli gioielli nascosti al caos di della strada pricipale, come St. Bride vicino a Fleet Street, disegnata da Sir Christopher Wren nel 1672 (ma l’edificio originale di Wren fu praticamente distrutto dal Blitz tedesco nel 1940) e che vanta tra i suoi parrocchiani nientemeno che il poeta John Milton e il diarista Samuel Pepys! Uh! Ma soprattutto pare che sia stato il suo campanile a ‘gradini’ ad ispirare le moderne torte nuziali!

St. Bride Church, London 2014© Paola cacciari
St. Bride Church, London 2014© Paola Cacciari
 E dopo una doverosa sosta da Twinings ad annusare miscele aromatiche e a ficcanasare tra le offerte e le novità…
Twinings Shop. London 2011©Paola Cacciari
Twinings Shop. London 2011©Paola Cacciari
…ho concluso la mia maratona a Piccadilly Circus, dove mi sono accasciata completamente distrutta sui sedili del treno della metropolitana che mi ha riportato a casa.

Samuel Pepys, diarista e londinese

Funzionario statale, voltagabbana (come molti in quel periodo a dire il vero) entusiasta e godereccio, è difficile immaginare un londinese più londinese di Samuel Pepys (1633-1703). Nato in Salisbury Court, vicino a Fleet Street, nella City of London e sepolto nella chiesa di St Olave, a pochi passi da Tower Hill, Pepys era il quinto figlio di un sarto e di una lavandaia che con grande determinazione divenne uno dei principali personaggi della politica inglese della fine del XVII secolo.

Painting of Samuel Pepys by John Hayls
Samuel Pepys by John Hayls

Un incrocio tra Falstaff e don Giovanni, e circondato da una schiera di amici e conoscenti che sembrano usciti dall’immaginazione di Shakespeare (con la differenza che sono tutti realmente esistiti…), Pepys amò Londra come pochi e trascorse la sua vita a godersi tutto quello di piacevole, interessante, curioso e insolito che la città offriva – si trattasse dei suoi teatri, della musica, dei pub, delle coffee houses, delle sue strade o dei suoi monumenti. Sia in casa che all’estero, Pepys era un turista entusiasta e curioso e un personaggio socevole e aperto alle amicizie, determinato a non farsi sfuggire nessuna opportunità per fare cose e vedere gente.

Ma ciò che rende il diario di Pepys speciale è la sua passione per il descrivere cose che altri diaristi consideravano insignificanti. Mentre personaggi come il suo amico John Evelyn (1620-1706) si dilungavano in descrizioni filosofiche e spirituali, viaggi, politica, Pepys si avventura in aree che nessun altro prima di lui aveva pensato di registrare, osservando se stesso con la stesa curosità e attenzione scientifica con cui osserva il mondo circostante. Non sorprende che divenne Fellow della Royal Society nel 1665 e Presidente della stessa dal 1684 al 1686. Il frontespizio del Principia Mathematica di Isaac Newton, venne pubblicato in questo periodo, e porta il nome di Pepys, che contribuì di tasca sua a pagare le spese di pubblicazione.

Tutto trova spazio nel suo diario: lavoro, ambizione, avarizia, diatribe morali, litigate con la moglie, vetri rotti, tradimenti, debolezze carnali, e ancora teatri, sermoni, dipinti, libri, strumenti musicali, in quanto Pepys amava la musica e sapeva suonare numerosi strumenti (nella sua collezione troviamo una viola, un violino, un liuto, una spinetta, un flauto e una chitarra). Dal 1673 assume al suo servizio il musicista italiano Cesare Morelli per suonare con lui e finisce nei pasticci in quanto Morelli era cattolico. E naturalmente tanti oggetti scientifici – orologi, barometri, cannocchiali etc etc – con cui Pepys si dedica alla sua eterna ricerca del “Com’è fatto?”

Posò la penna dieci anni dopo, dopo aver raccontato in sei volumi la morte di Oiver Cromwell, la restaurazione di Carlo II (che Pepys, insieme al cugino più grande, l’ammiraglio Edward Montagu, riportò a casa dall’esilio in Francia), la grande peste del 1665 e il Grande Incendio di Londra del 1666 e la Guerra con l’Olanda del 1667, così come il suo nuovo abito marrone, la sua gelosia per il maestro di ballo di sua moglie, la sorte del suo parmigiano (sepolto nel cortile di casa insieme ai suoi documenti, per proteggerlo dal fuoco), e la sua incapacità di tenere le mani a posto con le cameriere e la sua relazione piena di alti e bassi con la moglie Elizabeth, a cui fu comunque sempre devoto (nonostante le numerose scappatelle) e la cui morte getta il nostro diarista nello sconforto più profondo.

Ma cosa lo rese così attento al mondo circostante? Probabilmente la svolta avvenne nel 1658 quando Pepys, che soffriva di dolori terribili dovuti ad un calcolo alla vescica grande come un palla da biliardo, decise di farsi operare. Nel XVII secolo decidere di affidarsi alle mani di un chirurgo non era cosa da poco: le operazioni erano difficili e rischiose e per il paziente, il rischio di morire di setticemia era altissimo. Ma Pepys sopravvisse (cosa assai rara all’epoca) e da quel momento la sua vita cambiò. Liberato dal calcolo che sin dall’infanzia gli aveva causato dolori lancinanti, Pepys si sentiva, a tutti gli effetti, rinato. Lo conservò per tutta la vita in una scatoletta appositamente commissionata – il segno tangibile che aveva superato il suo calvario e ne era uscito vincitore. E per raccontare la sua nuova vita, il 1 gennaio 1660, inizia il suo diario.

Dalla sua casa di Seeting Lane, dove fu scritta gran parte del diario, Pepys osserva i disastri politici e natural che si abbatterono sull’Inghilterra e sulla Capitale. Nulla sfugge al suo occhio attento e alla sua penna. Cosa gli fece prendere questa decisione, non si sa: forse il fatto che i suoi superiori lo facessero, o forse il bisogno di un progetto che ravvivasse la sua vita di anonimo impiegatuccio statale. Certo la sua intenzione di coprire solo gli eventi pubblici lascia presto ampio spazio alle esperienze personali e a temi per nulla spirituali, ma intensamente umani.

Charles II portrait by John Michael Wright (1617-94) at the National Maritime Museum, London. Photograph: Royal Collection Trust
Charles II portrait by John Michael Wright (1617-94) at the National Maritime Museum, London. Photograph: Royal Collection Trust

Ha  conosciuto tutti quelli che valeva la pena conoscere nel XVII secolo, servendo quattro re (Carlo I, Carlo II e Giacomo II Stuart) e Oliver Cromwell e diventando Segretario di Commissione del Ministero della Marina, persino Membro del Parlamento. Non male per un piccolo impiegatuccio di umili origini! Ha persino assistito alla Gloriosa Rivoluzione, anche se una settimana dopo l’ascesa al trono di Guglielmo III d’Orange e Maria II, fu costretto a dimettersi dal Segretariato, sospettato di simpatie cattoliche (lui, da sempre protestante!!) per via della sua amicizia con Giacomo II. Provata la sua innocenza, si ritirò dalla vita pubblica e si trasferì in campagna, a Clapham (oggi Zona 2 di Londra: come cambiano le cose!) dove visse fino alla morte, avvenuta il 26 maggio 1703. Non ebbe figli, ma lasciò i suoi beni al nipote John Jackson.

Bookcase London England circa 1695
Bookcase, London England c. 1695. Victoria and Albert Musem

Pepys amava talmente tanto i libri e la lettura che la prima libreria a pavimento fu costruita per lui. Anzi, le prime librerie, che il nostro eroe ne aveva dodici di queste scaffalature, fatte su misura a partire dal 1666, con sezioni diverse e mensole aggiustabili per ospitare libri di dimensioni diverse.

E se le librerie originali di Pepys vivono ora al Magdalen College di Cambridge, dove Pepys aveve studiato, al museo in cui lavoro ce n’è una praticamente uguale che appartenne a William Blathwayt, a sua volta Segretario di Stato, il cui zio era un amico di Pepys. Pare che Blathwayt, in occasione di una visita a casa dal nostro diarista a Londra, abbia visto le sue scaffalature e se ne sia fatta costuire immediatamente una simile.

Inutile dire che questo oggetto che prima che Pepys lo inventasse non c’era, mi affascina. Dove terrei tutti i miei libri se non fosse stato per Pepys e il suo senso pratico??

Londra//fino al fino al 28 marzo 2016

Samuel Pepys: Plague, Fire, Revolution” al National Maritime Museum

rmg.co.uk

Esiste anche una bellissima biografia scritta da Claire Tomalin, dal titolo Samuel Pepys: The Unequalled Self, al momento disponibile solo in inglese.

2016©Paola Cacciari

A Londra, la biblioteca di John Dee

Studioso, cortigiano, mago: a Londra in mostra la biblioteca perduta di John Dee

London SE4

IMG_0929L’epoca Tudor rappresenta un periodo molto fervido, caratterizzato da speculazioni intellettuali, un rinnovato interesse per gli studi umanistico-scientifici, e l’espansione imperialistica del regno di Elisabetta I. Tuttavia, è anche un’epoca di contraddizioni, spionaggio ed intrighi.
Nessun intellettuale e studioso incarna il tardo Rinascimento inglese meglio di John Dee.
Un vero esperto universale, Dee è stato un distinto matematico, geografo, astronomo, promotore di una riforma del calendario, cortigiano, medico e precettore di Elisabetta I, ma anche spia, astrologo, alchimista, e sostenitore del potere mistico dei numeri.
Dee era un devoto cristiano, ma fu considerato un mago da molti contemporanei, e persino arrestato, accusato di tradimento ed imprigionato, nel 1555, per aver redatto l’oroscopo della regina Maria.
Dal momento che l’astrologia faceva parte della pratica medica, molti punti di vista del Dr Dee non erano affatto eccentrici per l’epoca.
Le doti straordinarie di questo studioso, hanno ispirato a Shakespeare il…

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Pearly Kings and Queens Harvest Festival 2015

A Londra finito un festival ne comincia un altro. E dopo la celebrazione della sua architettura avvenuta la scorsa settimana con il mitico Open House London week-end, ora è tempo di celebrare la cultura della Capitale. Che nella City of London l’ultima domenica di Settembre significa solo una cosa: il Pearly Kings and Queens Harvest Festival. Ogni anno infatti, da circa 125 anni, la Guildhall Yard, la grande piazza antistante il magnifico edificio che ospita gli uffici amministrativi della City of London Corporation, diventa il palcoscenico per questo festival tradizionale tipicamente inglese che celebra l’abbondanza del raccolto autunnale. Con eccentrici cappelli di piume e abiti ricoperti di bottoni di perle, i Pearly Kings and Queens sono i veri protagonisti dell’evento. Con i loro abiti scuri, ricoperti di centinaia di chiarissimi bottoni di perle, sono uno spettacolo affascinante e indimenticabile. Ma non finisce qui: ci sono danze popolari come la Maypole dance (la danza attorno all’ albero della cuccagna), Morris dance (in cui gruppi di danzatori indossano campanelli alle caviglie ed eseguono passi ritmati e figure coreografiche, maneggiando bastoni bastoni e fazzoletti) e naturalmente bande musicali che, a ccompagnati da colorati calessi tirati da placidi asinelli e altrettanto placidi cavalli da tiro, sfilano per le strade della City of London fino alla Chiesa di St Mary-le-Bow, dove si tiene la tradizionale funzione religiosa di ringraziamento.

L’usanza di indossare abiti decorati da bottoni di madreperla risale al XIX secolo e si fa risalire ad Henry Croft, un orfano che lavorava come spazzino a Londra. Deciso a dedicarsi dedicarsi alla causa dei più bisognosi, Henry prese ispirazione dai “Costermongers”, un gruppo di Mercanti di frutta e verdure dell’east End di Londra che cucivano bottoni sui vestiti per potersi riconoscere e la cui parlata “in codice” fu formalizzato nel cockney, per creare un abito interamente ricoperto di bottoni di madreperla con cui sperava di attirare l’attenzione dei passanti e aiutando così la sua racconta di fondi. Ancora oggi (e indipendentemente dal festival) non è affatto insolito imbattersi in questi simpatici personaggi per le strade di Londra – una testimonianza ambulante che l’intuizione dei Henry Croft era giusta…

Pearly Kings and Queens.  London. 2014 © Paola Cacciari
Pearly Kings and Queens. London. 2014 © Paola Cacciari

27 Settembre 2015.

Per maggiori informazioni Visit London e pearlysociety.co.uk

Around London: Le London Blue Plaques

Mozart, Dickens, Keats e Churchill. E ancora: Freud, Darwin, Handel e Oscar Wilde, passando da Napoleone III, Gandhi e Jimi Hendrix. No, non si tratta di un moderno Olimpo dei grandi, ma delle London Blue Plaques.

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La casa di Oscar Wilde in Tite Street. Chelsea. Foto Paola Cacciari

Chi conosce Londra forse avrà capito di cosa stiamo parlando: delle targhe rotonde di ceramica blu che occhieggiano discrete dai muri delle case e dei palazzi della Capitale e che ci raccontano dei grandi personaggi inglesi e stranieri che in quei luoghi hanno vissuto, dormito, o anche solamente mangiato. E devo dire che tra tutte le cose che fanno tanto “Londra” come le cassette della posta fatte a pilastro per esempio, o le cabine rosse del telefono (almeno quelle lasciate in situ per la gioia dei turisti), i caratteristici taxi neri e gli inconfondibili autobus a due piani (anche se nel nuovo design di Thomas Heatherwick, il creatore del braciere delle Olimpiadi londinesi del 2012) – le Blue Plaques sono le mie preferite. E a quanto pare, visto il duraturo successo del progetto, non solo le mie…

Istituito dalla Royal Society of Arts nel 1867, quello delle London Blue Plaques è il più antico programma di targhe commemorative esistente al mondo. Solo a Londra se ne contano circa 880: una sorta di Hollywood Walk of Fame in miniatura, solo molto più vario e certamente molto più prestigioso.

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La casa di John Keats, in Keats Grove, Hampstead. Foto Paola Cacciari

L’idea di erigere “lapidi commemorative” – com’erano chiamate le targhe blu all’inizio- fu proposta nel 1863 dal deputato liberale William Ewart, il quale era convinto che i suoi connazionali avrebbero apprezzato un’indicazione dei luoghi in cui avevano abitato i personaggi che avevano contribuito alla storia del loro Paese e onorato la loro città. E aveva ragione. La sua idea ebbe infatti un impatto immediato sulla fantasia popolare e su quella di Henry Cole (il primo direttore di quello che è adesso il Victoria and Albert Museum) che, compresa immediatamente la potenzialità socio-educativa del progetto, vi aderì con entusiasmo, suggerendo per la sua realizzazione la Royal Society of Arts.

Ma sotto il patrocinio della Royal Society of Arts (RSA) la dedica delle targhe commemorative fu un processo lungo e complesso e nei suoi trentaquattro anni di vita la Società ne eresse solo 35. Di queste prime targhe, realizzate dal 1867 dalla ditta Minton, Hollins & Co in ceramica a encausto e riconoscibili dal loro bordo decorato con la scritta ‘Society of Arts’, oggi ne restano meno della metà, decimate dallo sviluppo edilizio, dalle demolizioni indiscriminate e dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale. Fra le sopravvissute sono le targhe dedicate all’Imperatore Napoleone III in King Street, vicino a Covent Garden e a John Keats, in Keats Grove, Hampstead.

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Esempio di targa marrone posta nel 1905 dal London County Council sulla casa del romanziere W.M.Thackeray at 16 Young Street, Kensington, London W8 5EH, Royal Borough of Kensington and Chelsea. Foto Paola Cacciari

Sotto la tutela del London County Council (LCC), subentrato alla RSA nel 1901, il processo di selezione si velocizzò e nei 64 anni in cui l’istituzione fu responsabile della gestione dello schema, furono erette più di 250 targhe. È di questo periodo la decisone di utilizzare il blu invece del marrone delle prime targhe in quanto più visibile sugli gli edifici di mattoni di Londra, così come quella di utilizzare la ceramica smaltata Doulton (più economica) invece della tecnica ad encausto utilizzata in precedenza da Minton. Il Consiglio decise anche di modificare il disegno primitivo delle targhe aggiungendo al bordo una corona d’alloro vagamente ispirata alle ceramiche dei della Robbia.

Foto Paola Cacciari
Antonio Canal detto Canaletto, targa dedicata nel 1925 dal London County Council al 41 di Beak Street in Soho), con la caratteristica corona d’alloro al bordo. Foto Paola Cacciari

Ma l’iconica targa blu racchiusa dal caratteristico bordo bianco che vediamo oggi la si deve alla creatività di uno sconosciuto studente della Scuola Centrale di Arti e Mestieri del London County Council che nel 1938 decise di eliminare tutti gli elementi decorativi utilizzati in precedenza (mantenendo tuttavia il colore blu) per poter utilizzare caratteri più grandi che facilitassero la lettura del nome a distanza.

Con l’abolizione del London County Council nel 1965, la gestione dello schema delle Blue Plaques fu affidato al Greater London Council (GLC). Al contrario dell’istituzione che lo aveva preceduto, limitata quasi esclusivamente ai quartieri centrali di Londra, il GLC era responsabile di un’area geografica molto più ampia. L’estensione del programma a territori dapprima “inesplorati” della cintura urbana londinese come Richmond, Croydon e Bexeheath, permise una scelta più ampia di possibili candidati da commemorare (qualcuno all’interno del Consiglio pare avesse una particolare predilezione per le star del varietà visto che almeno ad una mezza dozzina di loro fu dedicata una targa…) e nei suoi vent’anni di vita il GLC ha dedicato circa 262 targhe.

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Esempio di targa della Corporation of the City of London in 5 Wardrobe Place, EC4 sul luogo in cui sorgeva l’edificio che ospitava le armi e gli abiti del Re, distrutto dal Grande Incendio di Londra nel 1666. Foto Paola Cacciari

Oggigiorno, sono trascorsi centocinquant’anni, ma il progetto di William Ewart e di Henry Cole gode ancora di ottima salute e dal 1986 è stato affidato alle mani capaci dell’English Heritage. Da allora sono state dedicate oltre 360 targhe – una media di 9-10 all’anno, anche se lo schema ha purtroppo subito una battuta d’arresto nel 2013 a causa dei tagli ai finanziamenti pubblici.

foto Paola Pacciari

Sebbene il più antico e prestigioso, quello delle London Blue Plaques non è tuttavia l’unico schema di questo tipo esistente a Londra: ci sono anche quello delle placche verdi del Westmister City Council (lanciato nel 1991), e quello della Corporation of the City of London, che commemora non persone, ma antichi edifici oramai perduti.

Tra i nostril grandi connazionali onorati da una targa blu troviamo il pittore Antonio Canal detto Canaletto al 41 di Beak Street in Soho, il poeta Ugo Foscolo al 19 Edwardes Square in Kensington, il patriota Giuseppe Mazzini al 183 North Gower Street, Bloomsbury, il romanziere Italo Svevo al 67 Charlton Church Lane, a Greenwich e lo scienziato/inventore Guglielmo Marconi al 71 Hereford Road, Bayswater.

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Esempio di targa verde del Westmister City Council dedicata al pittore W.M. Turner in 21 Maiden Lane, Westminster. Foto di Paola Cacciari.

E allora cosa aspettate a creare il vosto itinerario per esplorare le strade di Londra sulle trace dei vostri beniamini del passato? Basta andare sul sito dell’English Heritage dove trovate il link per cercare le Blue Plaques. E buon divertimento!

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Ogni Cuore Umano (Any Human Heart) di William Boyd

Per una volta un titolo tradotto alla lettera. E d’altra parte non sarebbe stato possibile renderlo in nessun altro modo. È perfetto così. È il libro che fa rimpiangere ad ogni scrittore di non averlo scritto lui.

Che cosa spinge un essere umano a scrivere il suo diario? Me lo sono chiesta spesso anch’io. Ero alle scuole medie quando, folgorata dalla lettura del Giornalino di Gianburrasca, scritto da Luigi Bertelli in arte Vamba nel 1907, ho deciso di iniziare a tenere un diario. E continuo a farlo tutt’ora, sebbene in modo più o meno intermittente. Il diario è il luogo in cui si può essere sinceri con se stessi senza timore di essere giudicati o rimproverati. Soprattutto è il luogo in cui razionalizzare i nostri pensieri e quelli degli altri, un esercizio fondamentale alla comprensione di quello strano animale che è l’essere umano.

E in forma di diario è descritta la storia di Logan Montstuart, scrittore (fittizio) nato nel 1906 da madre uruguayana e padre inglese arricchitosi con il commercio della carne in scatola. Tornato con la famiglia in Inghilterra, il quindicenne Logan comincia a scrivere il suo diario. Diventato scrittore, ci porta con sé in uno splendido viaggio attraverso la storia del XX secolo dalla Londra degli Anni Trenta, quella abitata da Virginia Woolf e dal Bloomsbury Group, alla Parigi di Joyce e Picasso. Lo accompagniamo nella Spagna della Guerra Civile (dove lo ritroviamo insieme ad Hemingway) allo scoppio della Seconda guerra mondiale, dove opera come spia dell’intelligence britannica in compagnia di Ian Fleming, e poi a New York dopo la guerra e di nuovo a Londra negli anni Settanta. Una vita la sua in cui tragedie personali si alternano ad inaspettati momenti di gloria. E tra alti e bassi della vita, tra amori perduti e amici ritrovati, il mondo interiore del protagonista e dei personaggi che incrociano la sua vita, ci si srotola davanti come un arazzo, regalandoci uno straordinario romanzo. Un libro magico, assolutamente da leggere.