Un passaggio per l’India

Maharaja Sir Sri Krishnaraja Wodiyar IV Bahadur of Mysore – 1906 Keshavayya ©V&A Images

Tigri ed elefanti; gole impervie e giungle misteriose; avventurieri senza scrupoli e sovrani dalle incredibili ricchezze, i mitici maharajas (letteralmente ‘grandi re’): per chi vuole saperne di più sulla terra che ha affascinato Salgari e Kipling e sui suoi leggendari sovrani, il Victoria and Albert Museum ospita Maharaja: The Splendour of India’s Royal Court. Rubini e smeraldi di dimensioni impossibili, spade tempestate di diamanti, stravaganti turbanti, portantine in argento e avorio, e persino una (vera) Rolls Royce Phantom del 1927: circa duecentocinquanta oggetti -molti dei quali provenienti da collezioni reali indiane- a raccontare una storia che va dalla fine del XVIII secolo all’indipendenza dall’Inghilterra nel 1947.

Tutto comincia nel 1739 quando il vuoto politico creato dalla caduta dell’impero dei Mughal fa riemergere vecchi regimi e ne crea di nuovi. Troppo occupati a litigare tra loro, i maharajassi trovano presto a fare i conti con una nuova forza in campo: la Compagnia delle Indie Orientali. Fondata nel 1600 per proteggere gli interessi commerciali britannici in Asia, nel corso del XVIII secolo essa diventa per l’Inghilterra uno strumento di potere politico e militare. Un potere scosso da numerose rivolte, ma che nel XIX secolo vede gli inglesi controllare quasi due terzi dell’India. Come reagirono i maharajas alla nuova situazione politica? Alcuni si adattarono e mantennero (almeno nominalmente) la loro posizione, anche se spogliati di effettivo potere; altri non si adattarono e furono semplicemente rimossi. Ma con l’arrivo del Novecento l’immagine esotica dei maharajas con il turbante ed gli elefanti ingioiellati diventa obsoleta, sostituita da quella del Mahatma Gandhi e del movimento per l’indipendenza dell’India. Disoccupati, questi principi ‘ornamentali’ cominciano allora a viaggiare per l’Occidente con il beneplacito degli inglesi e con conseguenze interessanti. Vedono condizioni di vita migliori, sperimentano i progressi della tecnica (acquedotti! fognature!) e si scontrano con idée nuove (emancipazione femminile! democrazia!). Trovano anche nuovi amici dai nomi esotici come Van Cleef & Arpels, Vuitton, Cartier e Rolls Royce a cui commissionano gioielli stravaganti e potenti automobili. Educati ad Oxford e Cambridge, i playboy-maharajas del nuovo secolo abbandonano i panni dei nobili guerrieri per l’haute couture e gli interni Art Deco, giocano a polo, ascoltano Cole Porter e si fanno fotografare da Man Ray e Cecil Beaton. Ma tornati in patria non dimenticano quello che hanno visto. Diventano pragmatici: assumono un ruolo diverso in un contesto internazionale, trasformano i loro palazzi in hotels di lusso e se stessi in abili diplomatici ed uomini d’affari. Non più Re, ma guardiani del loro popolo. Ma con la stessa capacità di abbagliare.

 Articolo pubblicato su Grandimostre numero 7 Novembre-Dicembre 2009
 mostra visitata il 15 ottobre 2009

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Mughal India: Art, Culture and Empire alla British Library

LIndia misteriosa è la protagonista della mostra Mughal India: Art, Culture and Empire, alla British Library. Fondata da Babur il Conquistatore, discendente del grande conquistatore turco-mongolo Tamerlano, la dinastia Mughal fu una delle più grandi dinastie imperiali a dominarono l’India tra il 1526 e il 1707.

Scacciato dalle sue terre in seguito all’invasione dei nomadi Uzbeki, Babur, non perse tempo e con un piccolo ma agguerritissimo esercito invase l’India, allora sotto il dominio del Sultanato di Delhi. Prontamente sconfitto il sultano Ibrahim Lodi nella battaglia di Panipat (1526) nei quattro anni successivi la battaglia, Babur  portò avanti un grandioso schema di conquiste estendendo il suo nuovo impero dall’Afghanistan al Bengala. Inutile dire che con l’aumento delle migrazioni turche in India dall’Asia centrale l’islamismo divenne più importante dell’induismo e questo richedeva cautela e tolleranza. Qualitá che Babur dimostro’ di possedere in abbondanza. I suoi antenati parlavano una lingua turca chiamata ciagatai (che lui stesso chiamava Tōrki, ovvero Turki), ma Babur e i suoi successori decisero di usare il persiano che divenne così la lingua franca dell’amministrazione e della cultura dei Mughal.
Squirrels in a Plane Tree
Squirrels in a Plane TreePicture: British Library Board, Johnson Album

Ma questo era solo l’inizio. Con Akbar  “il Grande”  (1556 al 1605), l’impero si ingrandì ancora con la conquista del Bengala. Sebbene analfabeta (l’unico tra i discendenti del mitico Babur) Akbar fu un grande patrono delle arti, e sotto di lui fioriscono non solo la pittura, ma anche l’architettura e la musica. Ma la grande qualità di Akbar fu soprattutto la tolleranza e il rispetto per l’altro, soprattutto quando “l’altro” in questione erano i suoi sudditi e si diede da fare per creare una nuova religione sincretistica tra l’Induismo e l’Islamismo.  Come Babur prima di lui, anche Akbar  era conscio di regnare su un popolo etnicamente composito che osservava culti diversi e dedicò tempo e risorse al tentativo di cercare punti di contatto tra le diverse fedi del popolo su cui regnava approfondendo la conoscenza di altri culti, invitando a dibattere pubblicamente e liberamente alcuni esponenti delle principali religioni presenti nel suo regno: musulmani, zoroastriani, hindu, giainisti e anche i missionari cristiani provenienti dal possedimento portoghese di  Goa.

Taj Mahal, Agra
Taj Mahal, AgraPicture: British Library Board

Gli ultimi grandi imperatori Moghul furono Shah Jahan “l’Imperatore del mondo” (1628 al 1658) passato alla storia per quell’edificio stupendo che è il Taj Mahal costruito per commemorare l’adorata sposa Mumtaz Mahal, morta di parto nel 1631;  e suo figlio Aurangzeb (1658 – 1707) che, spietato e fanatico, decise di mandare all’aria il lavoro diplomatico dei suo predecessori imponendo l’islamismo in tutta l’India, provocando rivolte e guerre. Alla sua morte, avvenuta nel 1707, l’impero si disgregò, con grande gioia dell’Impero Britannico che, controllando di già la maggior parte del sub-continente indiano per mezzo della Compagnia Inglese delle Indie Orientali, conquistò ciò che ne rimaneva dopo la rivolta dei Sepoy nel 1859 quando l’India passò interamente sotto il governo diretto della Corona britannica come colonia dell’Impero Britannico.

Prince Aurangzeb reports to Emperor Shah Jahan in durbar (1650-55
Prince Aurangzeb reports to Emperor Shah Jahan in durbar (1650-55)
Picture: British Library Board
I Moghul sono passati alla storia per lo sfarzo della loro corte imperiale e per lo splendore delle loro capitali, Delhi e Agra, città che esistono ancora oggi, nonché per i loro stupendi monumenti. Inoltre sono rinomati per la scuola artistica Moghul, che l’imperatore Humayun (1530-40) arricchì invitando un buon numero di artisti persiani presso la sua corte, con il ruolo di maestri. La fine della dinastia Moghul aprì indirettamente le porte dell’India alla penetrazione britannica.

fino al 2 Aprile 2013
http://www.bl.uk/mughalindia/