I diari del COVID-19 #1

Tutti giovedì alle 8 pm qui in Gran Bretagna c’è un iniziativa che si chiama ‘clap for our carers‘ che invita le persone ad uscire sui balconi, alle finestre o sulla porta e ad applaudire il personale sanitario. È un iniziativa che è stata adottata con entusiasmo dalla gente, grata per lo sforzo sovrumano di medici, infermieri e volontari durante la pandemia, ma che è presto diventatata una sorta di modo per socializzare a distanza, un po’ come le canzoni cantate dalle finestre in Italia. Ma l’altro giorno un medico di uno degli ospedali di Londra è sbottato, e si è sfogato scrivendo un post infuriato sul suo profilo Facebook in cui diceva di smetterla con quest’ipocrisia e che, invece di applaudire, le persone (o almeno certe persone) farebbero meglio a obbedire alle regole e restare a casa, mantene le distanze e smetterla di fare i furbi, per poi prendersela, giustamente, con il Governo dei Conservatori che per anni ha tagliato fondi alla sanità…

Che è inutile reiterare che la risposta del Governo di Boris Johnson alla pandemia è stata pateticamente inadeguata. Tutti presi com’erano da Brexit, i Tories hanno completamente ignorato quanto stava accadendo in Cina prima, e in Europa poi. Come se una volta lasciata l’Unione Europea, il Coronavirus avesse avuto bisogno del passaporto per oltrepassare la Manica e approdare sulle coste britanniche… 😒

Ed ora paghiamo le conseguenze di tanto ritardo, con oltre 15,000 morti accertate – e con questo dico solo le persone morte in ospedale, senza quelle avvenute a casa o nelle case di riposo. Il modo il cui l’emergenza è stata gestita è stata vergognosa, con frasi darwiniane che ricordano la selezione naturale (“immunità di gregge”), o stoiche di sapore churchilliano (“perderemo molti dei nostri cari”) senza pensare che lo stoicismo che contraddistingueva l’Inghilterra di Winston Churchill, quella che ha combattuto i tedeschi e ha ricostruito la Gran Bretagna del dopo guerra, è morta e sepolta, uccisa negli anni Ottanta dall’individualismo propugnato da Margaret Thatcher.

In Febbraio, la ministra Priti Patel, Segretario di Stato per gli affari interni del Regno Unito, aveva introdotto nuove misure per ridurre il livello di immigrazione, abbassando la soglia minima di stipendio necessaria per entrare in UK a a £ 25.600, e richiedendo un diploma di scuola superiore o qualifica equivalente e affermando che, “in linea con la fine della libera circolazione, non ci sarà alcuna via di immigrazione per i lavoratori meno qualificati”

E senza pensare, aggiungo io, che questa cifra è a malapena dignitosa per una città come Londra, e che proprio infermiere, medici alle prime armi, inservienti, badanti, lavoratori agricoli, commessi, personale delle pulizie, fattorini, netturbini (etc etc) e che sono spesso immigrati, rientrano tra le categorie al di sotto delle 25, 600 sterline necessarie. In pratica, sono proprio questi “lavoratori meno qualificati” che per anni sono stati praticamente ridotti alla fame dall’austerity imposta dai Tories, che in questo momento di emergenza stanno mandando avanti la baracca, facendo sì che la gente non muoia di fame e che la città non sia invase dai topi.

Vorrei sperare che questo Governo del cavolo abbia imparato la lezione e che la realtà post COVID-19 sarà una più giusta, basata sul rispetto e sull’ugualianza. Ci spero, ma non ci credo. Sono cinica? 🤔

Quando il Patrimonio Culturale è sotto assedio

“Una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”

Queste parole sono incise su una grande pietra che si trova all’ingresso del Museo Nazionale dell’Afganistan a Kabul. Che, se il ventesimo secolo ha visto la distruzione del patrimonio culturale come nessun altro, il ventunesimo non si sta rivelando troppo diverso. Purtroppo.

Per questo ero davvero curiosa di visitare Culture Under Attack, la mostra dell’Imperial War Museum, che ha proprio per soggetto la distruzione del patrimonio culturale. Inutiled dire che arriva proprio al momento giusto, ed è un appropriato promemoria del fatto che eventi che sono accaduti in passato, possono ancora accadere (e anzi stanno tutt’ora accadendo), anche oggi, anche nella nostra ‘civilizzatissima’ società.

Pensiamo al catastrofico incendio che ha sventrato Notre Dame a Parigi, senza dubbio uno degli edifici più riconoscibili al mondo, e la risposta viscerale dell’opinione pubblica internazionale davanti a quei resti anneriti. Ora, come avrebbe reagito il mondo, e soprattutto i francesi, se qualcuno avesse deliberatamente distrutto la chiesa simbolo della Francia? Ricordo con orrore quando, nel 1993, la mafia piazzò quasi duecento chili di tritolo in un’auto parcheggiata in via dei Georgofili a Firenze. Cinque persone morirono e 48 rimasero ferite. La Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano, che erano il bersaglio dell’attentato, fortunatamente non subirono grossi danni. Ma io, che allora studiavo Storia dell’Arte all’Universita’, io ero sotto shock. Per chi come me aveva vissuto la strage alla Stazione di Bologna, il terrorismo era diventato un amara realtà. Ma perché, mi chiedevo, distruggere opere d’arte? Che senso aveva? Culture Under Attack risponde a questa mia vecchia domanda.

La mostra si divide in tre parti. La prima, Art in Exile, esplora la drammatica decisione del 1939 di evacuare la collezione dell’IWM, quando i curatori setacciano le sale del museo per valutare l’importanza di ogni opera, basando le loro decisioni su una scala da 1 a 4, e segnando il numero con il gesso sul muro prima di rimuoverle o meno dal museo e nasconderle nelle dimore di di campagna degli amministratori di fiducia del museo, considerate meno a rischio di essere bombardate di Londra.

Lo stesso Victoria and Albert Museum rimase, con grande sorpresa della maggior parte delle persone, aperto al pubblico – qualcuno direbbe più aperto del solito visto che il tetto fu gravemente danneggiato da bombe e schegge. E nonostante sia stato colpito ripetutamente, furono persi pochissimi oggetti.

V&A staff pack ceramic objects, about 1939.
V&A staff pack ceramic objects, about 1939.

Come per l’Imperial War Museum,  la National gallery e il British Museum, anche moltissimi oggetti appartententi alle collezioni del V&A furono allontanati da Londra, Il rischio di bombardamenti a causa della vicinanza alle fabbriche di aerei, nonché dei problemi causati da tarme e umidità, nel 1942 spinse il V&A a spostare molti oggetti nelle profondita’ delle cave di Westwood Quarry, vicino a Bradford-on-Avon, nel Wiltshire. Altri, come la collezione di ceramiche, trovarono rifugio nella stazione della metropolitana di Aldwych, condivisa con il British Museum.

Dall’arte in esilio si passa poi a Rebel Sounds, che esamina la musica e il suo ruolo nella dissidenza politica del XX secolo concentrandosi su zone di conflitto come, la Germania nazista, la Belfast di Margaret Thatcher, la Belgrado di Mislosevic e il Mali degli islamisti radicali. E mentre Teenage Kicks della band nord irlandese The Undertones esplode dagli altoparlanti della sala – un monito punk alla rabbia adolescenziale degli anni Settanta, mi cade l’occhio sulle foto sgranate dell’Hot Club di Francoforte, un gruppo illecito di amanti del jazz che si radunavano in segreto (con tanto di vedette sulla porta nel caso in cui la Gestapo fosse arrivata) per ascoltare questa musica, bandita dai nazisti perché troppo ebrea e troppo nera.

The Undertones – Teenage Kicks (1978)

E poi ancora  la storia di Radio B92, una stazione radio indipendente operante negli anni Novanta in Serbia, che ha giocato un ruolo pivotale nell’eventuale caduta di Slobodan Milosevic,e infine i Songhoy Blues, la band del Mali settentrionale che si ribellò al divieto islamico di suonare musica dal vivo, essendo la musica una delle ragiuni di vita della popolazione malinese.

Ma è What Remains, la terza parte della mostra, quella che mi colpisce maggiormente e che mi fa riflettere su come il patrimonio culturale sia indifeso davanti ai conflitti e come, sempre più spesso, la sua distruzione sia usata come metafora per la distruzione dell’identità di un popolo. Ci sono foto di zone di guerra: alcune sono memorabili, altre meno: Hiroshima, Seoul, Aleppo. E l’Afganistan. Di tutte le opere d’arte che inevitabilmente avrebbero potuto far parte di questa mostra, infatti, i Buddha Bamiyan resteranno per sempre in cima alla lista.

Scolpiti in una parete rocciosa nell’Afghanistan centrale nel sesto secolo, furono distrutti dai talebani nel febbraio 2001 in quanto simbolo di idolatria. Ci impiegarono dieci giorni per demolirli, usando una combinazione di pistole, mine e cariche esplosive e succedendo in quello che, nel corso dei secoli, numerosi pii sovrani islamici, sultani e khan, avevano a loro volta tentato. Che a dire il vero, è solo con nel XX secolo che arrivano armi abbastanza potenti da poter cancellare i monumenti di un popolo dalla faccia della Terra. Tuttavia proprio la distruzione dei Budda ha contribuito a galvanizzare il supporto per l’invasione della Coalizione del 2001, a sua volta spronata dalla tragedia della distruzione delle Torri Gemelle a New York pochi mesi. I buddha ora illustrano la lunga pagina di Wikipedia intitolata “Elenco del patrimonio distrutto”.

Ma non è necessario andare in Afganistan o nel Medio Oriente devastato dalla guerra per assitare ad un genocidio culturale su scala altrettanto vasta. Basta tornare indietro di 77 anni, a quando la Germania di Hitler portava avanti le “incursioni Baedeker” sulla Gran Bretagna, dal nome della famosa guida turistica. L’esercito tedesco si era prefisso di bombardare ogni edificio in Gran Bretagna contrassegnato da tre stelle nella Guida Baedeker. Diversamente dalla distruzione di basi industriali di Hull, di Liverpool e dell’East End di Londra, le il bombardamento di Norwich, Bath, Exeter, Canterbury e York, era volto a schiacciare lo spirito britannico al culmine della guerra, colpendo il cuore delle sue città storiche.

Dresden Frauenkirche Ruins
Dresden Frauenkirche Ruins

Gli Alleati da parte loro si rifecero con Dresda, che bombardarono per tre giorni nel 1945 distruggendo il 90% del centro storico della città, e uccidendo 25.000 persone, uno dei peggiori crimini di guerra condotti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, tanto che persino Winston Churchill lo definì un “atto di terrore e distruzione sfrenata”. Forse non e’ un caso che la linea barocca della Frauenkirche, che fu completamente distrutta e ricostruita solo nel 2005, e’ stata scelta per la locandina di Culture Under Attack.

La seconda metà di What Remains, intitolata “Salvataggio” (in contrapposizione alla prima, “Targeting”) si occupa di come gli individui combattano per mantenere il patrimonio artistico compiendo sforzi individuali. Come l’artista iraniano Morehshin Allahyari, che ha replicato in plastica trasparente un’antica statua di un re di Hatra, in Siria, creata stampando in 3D un manufatto distrutto dall’ISIS, con al suo interno un’unità USB contenente immagini e informazioni sull’opera originale.

E naturalmente non poteva mancare un omaggio a Khaled al-Asaad, l’archeologo di 83 anni di Palmira in Siria, che ha preferito farsi decapitare dai jihadisti piuttosto che rivelare il luogo in cui aveva celato le antichità per difenderle dalla distruzione. Da sempre al-Asaad credeva nel potere del patrimonio culturale; per lui “un uomo senza storia era un uomo senza futuro.” Ed è morto perchè la Siria potesse avere un futuro.

Khaled al-Asaad
Khaled al-Asaad

Sono sempre di più gli stati che stanno facendo tentativi per formare unità di “Monuments Men” per il recupero delle opere d’arte trafugate durante le guerre. In Italia il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico esiste dal 1969, e collabora stretta,ente con il CPPU (l’Unità britannica per la protezione della proprietà culturale), formata dall’esercito nel 2018 per coordinare la protezione dei siti culturali dal peggio distruzione all’interno delle zone di guerra. Ma perché, io che lavoro in un museo, mi chiedo perché ci prendiamo tanta cura della storia del patrimonio culturale? Perché  il dolore per la distruzione di un monumento a volte ci tocca di più che la morte di persone in carne ed ossa? Queste sono le domande che mi girano per la testa quando esco dalla mostra. Perché “una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”  Ecco perché. Perché un uomo senza storia è un uomo senza futuro.

Londra//fino al 5 gennaio 2020.

Culture Under Attack @ Imperial War Museum

2019 © Paola Cacciari

I giovani disoccupati di Tish Murtha

Vedendola da fuori, dalla realtà ovattata della mia piccola vita bolognese fatta di scuola, compiti, sabati pomeriggio in centro e domeniche pomeriggio al cinema, l’Inghilterra della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta sembrava un posto straordinariamente eccitante. Quegli erano gli anni dei Clash, dei Pink Floyd, di David Bowie e del New Romantic. Anni di grande innovazione e non solo nella musica pop, che avevano visto l’Inghilterra sconvolta da una controrivoluzione sociale, culturale e politica seconda solo a quella degli anni Sessanta. Avrei voluto esserci.

La “mia dolce metà” invece che in quegli anni c’è cresciuto, cerca di dimenticare di esserci stato. E dopo aver visto le foto di “Tish” Murtha (1956-2013) capisco anche perché.

 Kids jumping onto Mattresses, 1980 - Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Kids jumping onto Mattresses, 1980 – Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Nessuna bomba era caduta di recente su Kenilworth Road a Elswick, ma avrebbe potuto benissimo averlo fatto appena qualche giorno prima. Ma non ci troviamo nell’Inghilterra del dopoguerra, martoriata dalla bombe di Hitler, ma nella Newcastle Upon Tyne degli anni Ottanta dove, nel nord-ovest del Paese, grazie all’alacrità del governo di Margaret Thatcher nel distruggere l’industria manifatturiera e nel chiudere le miniere, in poco tempo erano spariti un milione di posti di lavoro.

La periferia ovest di Newcastle era tra i luoghi più colpiti. Qui i giovani si affacciavano alla vita adulta senza opportunità, tra il declino industriale e la stagnazione economica, vittime di una società che non era in grado di offrire una soluzione o un’alternativa ai loro problemi. Ora capisco cosa intenda il mio lui quando mi dice che non era facile essere adolescente sotto la Thatcher.

Youth Unemployment (1981)​ - Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Youth Unemployment (1981)​ – Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Le foto della Murtha sono una coraggiosa critica al governo conservatore, più impegnato a oscurare la portata del problema con la creazione di schemi fumosi come il “Programma per le opportunità giovanili”, che a fare qualcosa di concreto per coloro che avevano lasciato la scuola e si trovavano senza lavoro e senza alcuna speranza di trovarne uno. Quello della ragazza sulla sedia rovesciata, che sembra affondare sotto le macerie fumose della sua vita, era un mondo lontano anni luce dalla bolla dorata della City e dai suoi Yuppies.

Karen on overturned chair, 1980. Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Karen on overturned chair, 1980. Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Come racconta Owen Jones nel suo Chavs: The Demonization of the Working Class il sistema di classe britannico è “una prigione invisibile” da quale è sempre più difficile uscire per chi è nato in una famiglia della classe operaia. Sempre piú spesso solo un settore della popolazione può permettersi un’istruzione superiore in una scuola prestigiosa che a sua volta permetta di accedere ad un’Università prestigiosa e sucessivamente ad carriera redditizia. La Gran Bretagna è sulla buona strada per diventare una società gestita dai ricchi per i ricchi. A partire da quello della Thatcher, ogni governo successivo sembra essersi impegnato a smantellare i diritti politici ed economici della la classe operaia, e allo stesso tempo a trasformare agli occhi del ceto medio l’immagine del vecchio proletariato di un tempo (deferente, lavoratore, morale) in una crudele caricatura di se stesso (pigro, scansafatiche, amorale).

Ho letto questo libro nel gennaio del 2016, alla vigilia del Referendum e con ogni pagina cresceva la consapevolezza che l’uscita dall’Unione Europea fosse una realtà davvero da non sottovalutare. Londra (e il sud-est del Paese) è una bolla multietnica e multiculturale in una realtà politica, sociale e culturale che non ha nulla in comune con la Capitale. Gli adolescenti fotografati da Tish Murtha sono diventati adulti e hanno votato per la Brexit. E vedendo queste foto capisco anche il perché.

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 14 Ottobre 2018.

Tish Murtha: Works 1976-1991, The Photographer’s Gallery

thephotographersgallery.org.uk

Al Fashion and Textile Museum la storia dell T-Shirt

Bianca o colorata, aderente o extra large, di lana (nella versione “maglia della salute”) o di cotone: cosa sarebbe il nostro guardaroba senza di lei, l’umile T-shirt? Tutti ne possediamo almeno una (o varie decine) e siamo così abituati alla sua discreta presenza nei nostri cassetti che non la notiamo neanche più. Senza la T-shirt io sarei rovinata, visto che la mitica maglietta di cotone e un paio di jeans sono praticamente le uniche cose che indosso estate ed inveno (ok, in inverno con vari maglioni di lana sopra…).

Ma come fece Andy Warhol elevando il suo barattolo di zuppa Campbell a soggetto per un quadro, così dedicando una mostra alla T-shirt il Fashion and Textile Museum di Bermondsey, non lontano dal Tower Bridge, ci mette sotto gli occhi una cosa che per anni abbiamo guardato senza vedere.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion non vuole essere una storia della T-shirt, che compilare una storia completa di questo indumento sarebbe un’impresa disperata. La mostra si limita a prendere in esame i momenti politici, storici e culturali in cui l’umile maglietta diventa protagonista nella moda e nel costume.

Il come questo semplice indumento nato dall’evoluzione della tunica a forma di “T” che esisteva già nel 500 D.C.  sia diventato un mezzo di espressione politica, culturale, musicale o cinematografica, è una storia affascinante. Utilizzata dai soldati dell’esercito americano e inglese sotto la camicia dell’uniforme durante la Seconda Guerra Mondiale, la semplice T-shirt bianca da indumento puramente funzionale delle divise sportive diventa negli anni Cinquanta improvvisamente sexy addosso a Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio (1951) e James Dean in Gioventù bruciata (1956).

Negli anni Settanta la T-shirt diverta politica. Artisti e attivisti trasformano la sua superficie bianca nel supporto ideale per il messaggio che volevano far pervenire al grande pubblico con la creazione di slogan colorati e spesso controversi.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Una delle più famose promotrici della T-shirt è l’inglese Katharine Hamnett famosa per aver indossato una maglietta decorata con un messaggio di protesta contro i missili nucleari in occasione di un incontro con l’allora primo ministro Margaret Thatcher nel 1984, ma forse piú famosa per aver creato quella con la scritta “Choose Life” indossata da George Michael nel video musicale degli Wham! Wake Me Up Before You Go Go. E che dire dell’iconica “Ignorance = Fear Silence = Death” creata da Keith Haring per la campagna di sensibilizzazione contro l’Aids.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Naturalmente enon poteva mancare una sezione dedicata al fan di cinema e musica che hanno fatto della t-shirt una bandiera d’appartenenza a gruppi musicali, movimenti giovanili e culturali come il Punk…

Dallo sport alla moda, dalla musica all’arte e al cinema la T-shirt è il piú universale dei mezzi espressivi e anche l’unico capo d’abbigliamento davvero inisex. Mica roba da poco….


Londra// fino al 6 Maggio 2018

T-shirt: Cult, Culture, Subversion

Fashion and Textiles Museum

ftmlondon.org

2018 ©Paola Cacciari

Circolo chiuso (The Closed Circle) di Jonathan Coe

È un’Inghilterra che conosco e riconosco questa raccontata da Jonathan Coe in The Closed Circle (Circolo Chiuso) che questo è il Paese in cui sono atterrata in quel lontano Aprile del 1999. Un Paese da poco rimasto orfano di due donne carismatiche come Margaret Thatcher e Lady Diana, la prima silurata nel 1992 (e sostituita per un breve e irrilevante mandato dall’altrettanto irrilevante John Major) la seconda morta tragicamente in un incidente stradale a Parigi nel 1997 e in disperato bisogno di una mano ferma, ma amichevole. Almeno all’apparenza. La mano del giovane e carismatico Tony Blair.

Sotto l’egida del New Labour di Balir la Gran Bretagna si trasforma nella Cool Britannia  delle Spice Girls e la bandiera nazionale, la Union Jack diventa un brand per tutto, dalle teiere agli ombrelli che tanto piacciono ai turisti perchè fanno tanto Londra. Nella Londra degli anni Novanta l’aria era elettrica, l’economia girava al massimo e la nazione era talmente ricca che si poteva trovare lavoro semplicemente stando seduti su di una panchina a mangiare un panino nel parco (e questo lo dico per esperienza personale, lo so perché mi è capitato). L’ottimismo, l’apertura all’Europa, i caffè all’aperto, il culto del cibo che trasforma improvvisamente l’Inghilterra da una nazione di filistei culinari in una di foodies ossessionata di ristoranti, ricettari e celebrity chefs. Quello che si vedeva meno erano cose tanto piu’ tragiche proprio in quanto cosi’ banali come il dramma del lavoro operaio, sottoposto alla morsa e alle costrizioni della globalizzazione. E tragedie ferroviaria senza precedenti, come qulla di Paddington del 1999, in cui persero la vita 31 persone e 400 restarono feriti. E la chiusura dello stabilimento di Longbridge, vicino a Birmingham, dal 1905 vitale per l’economia locale e non solo. E la tragedia dell11 Settembre, la guerra in Afganistan e quella in Iraq – contro la quale il 15 Febbraio del 2003 ci furono una serie di manifestazioni coordinate in tutta Europa. Tra le 750,000 che marciarono lungo il Tamigi fino ad Hyde Park c’ero anch’io. Queste sono tutte cose che ho vissuto sul posto e che non dimenticherò tanto facilmente. E che ho ritrovato nel Circolo Chiuso insieme agli eroi de La Banda dei Brocchi. Più vecchi (sono trascorsi vent’anni), più cinici, certamente più incattiviti da un mondo in cui il denaro e l’immagine la fanno da padroni. Alle soglie del capodanno del 2000 Claire Newman, reduce da un matrimonio fallito e da un altrettanto fallito lungo soggiorno in Italia, decide di tornare a Birmingham. Pensa sia venuto il momento, dopo più di vent’anni, di scoprire definitivamente cosa sia successo a sua sorella Miriam, scomparsa misteriosamente all’improvviso nel 1978.
Ma tornare a Birmingham significa anche rientrare in contatto con amici e conoscenti persi di vista e riannodare rapporti complessi, quello con suo figlio, per esempio, che aveva deciso di restare a vivere con il padre in Inghilterra. Pochissimi giorni dopo il rientro, incontra per caso un vecchio amico, Benjamin Trotter, in compagnia di una bellissima ragazza, Malvina: Claire sospetta che tra i due possa esserci qualcosa, mentre in realtà Malvina, della quale nulla si sa fino alla fine del romanzo, è innamorata di Paul Trotter, fratello di Benjamin e deputato del New Labour di Tony Blair.
Insomma, neanche in questo romanzo manca la pienezza a cui Jonathan Coe ci ha abituati: infatti, sebbene sia un romanzo in sé stesso compiuto, Circolo Chiuso rappresenta insieme a La banda dei brocchi (anni settanta) e a La famiglia Winshaw (anni ottanta), la conclusione di un grande affresco del recente passato e del presente dell’Inghilterra del XX secolo.

2018 ©Paola Cacciari

 

L’incubo del “Brexit New World”

Il fatto che io non ne abbia parlato su questo blog già da un po’ non significa che il problema non sussista più. La Brexit dico. Ma il problema c’è eccome, e l’inizio del nuovo anno porta inevitabilmente qualche riflessione.

Non vorrei sembrare tragica o esagerata, ma la forma che la Gran Bretagna post-Brexit (e di fatto direi l’Europa post Brexit, che mi sa che questo sia solo l’inizio della fine dell’UE…) mi sa tanto di Brave New World, Il Mondo Nuovo descritto da Aldous Huxley nel libro omonimo del 1932. Che lungi dal procedere verso una soluzione di qualche tipo, il problema di come districarsi dall’Unione Europea è per la Gran Bretagna più vivo e incasinato che mai. Il fatto è che nessuno sa cosa succederà se e quando Brexit diventerà una realtà, meno che meno sembra saperlo Theresa May, secondo la quale questo dovrebbe accadere nel corso del 2019.

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Ma accadrà davvero? La Brexit, dico. L’atmosfera è accesa da entrambe le parti e sa quasi di guerriglia metropolitana. La gente è arrabbiata e non teme di esprimerlo, ma sempre in the “English way”, cioè con tanta, tanta ironia. E dalle T-shirts con la faccia del leader laburista Jeremy Corbyn nei panni di Che Guevara, alle Christmas jumpers di sapore europeista che parafrasano la canzone natalizia di Mariah Carey All I Want for Christmas Is You” , sostituendo il pronome ‘you’ con l’acronimo inglese EU…

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…per arrivare a modi decisamente piu’ punk, come il piccolo adesivo che ho trovato qualche giorno fa appiccicato ad una vetrina dell’affollata High Street Kensington, uno dei molti a dire il vero, con l’ashtag #bollockstobrexit (qualcosa del tipo ‘fanculo a Brexit’ se c’erano ancora dubbi)…

Ed è  vero, che come dice il piccolo adesivo verde (vedi sotto), ‘It’s not a done deal’, l’affare non è ancora fatto. E dopo che venerdì scorso Lord Andrew Adonis, ministro delle infrastrutture, si è dimesso per protesta dal Governo della May che, secondo lui, sta gestendo la Brexit in un modo “pericolosamente populista e con uno spasmo nazionalistico degno di Trump”, l’affare sembra essere sempre piu’ lontano. Ed ad aggiungere al danno la beffa, ci si è messo il mitico Lord conservatore Michael Heseltine, vice Primo Ministro tra 1995 e il 1997, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major (e, diciamolo, uno dei fautori della caduta del governo Thatcher). A quasi 85 anni, Lord Heseltine non ha bisogno di moderare il linguaggio ed è stato uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May). E anche stavolta ha causato una vera e propria tempesta  all’interno del partito conservatore quando, la settimana scorsa, ha affermato che un governo Labour capeggiato Jeremy Corbyn sarebbe meno dannoso per il paese di una Brexit guidata dal suo stesso partito. Ouch!!

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Sta di fatto che, mentre il Governo di Theresa May perde tempo in inutili bisticci interni, le immediate conseguenze del Referendum si stanno già facendo sentire sul Paese. Pare che fin’ora la Brexit sia già costata alla Gran Bretagna l’1% del suo PIL, come ben sanno i consumatori che come me sono colpiti dalla svalutazione della sterlina causata dell’instabilità economica e dalla caotica gestine del post-referendum. Il quotidiano di sinistra The Observer stima che la Brexit sia già costata al Paese 350 milioni di sterline alla settimana – la stessa cifra che quel testone di Nigel Farage aveva promesso all’NHS, il servizio sanitario britannico, qualora la Gran Bretagna avesse lasciato l’UE (naturalmente si legge l’opposto sulle pagine di The Sun, che oscilla tra la destra e la sinistra a seconda della convenienza…).

La Gran Bretagna post-Brexit è decisamente un posto meno invitante della Cool Britannia in cui sono arrivata quasi vent’anni fa, quella che ancora credeva nel miracolo del New Labour di Tony Blair. Ma è casa, è diventata casa. Una casa che ho scelto e voluto e in cui intendo restare. E allora incrociamo le dita e vediamo cosa porterà questo nuovo anno.

2018 ©Paola Cacciari

La tragedia della Grenfell Tower

Case bianche risplendenti, colonnati palladiani, glicine in fiore, Laborghini e Aston Martin parcheggiate nei vialetti d’accesso. Ma anche case popolari (perlopiu’ grattacieli brutalisti in cemento armato accessibili da due ascensori e una singola scala) costruite tra il dopoguerra e gli Settanta come la Grenfell Tower. Benvenuti nel mondo disfunzionale del Royal Borough di Kensington and Chelsea, dove estrema povertà ed estrema ricchezza vivono l’una accanto all’altra. Ma ci voleva una tragedia come l’incendio che ha distrutto la Grenfell Tower, il grattacielo nella zona di North Kensington completato nel 1974 e distrutto dalle fiamme lo scorso 14 Giugno, per sottolineare nel modo più atroce la disuguaglianza tra ricchi e poveri che caratterizza la Gran Bretagna XXI secolo.

Atrocità come questa non dovrebbero accadere, non nel nostro secolo e non con tutte le nosrme di sicurezza a norma che dovrebbero farci stare al sicuro almeno a casa nostra. Norme di sicurezza che pare a Grenfell siano state completamente ignorate. A partire dai rubinetti incastrati nei soffitti volti ad aprire l’acqua in caso d’incendio, che avrebbero certamente consentito a più persone di scendere in strada e mettersi ala sicuro. O di scale anti incendio accessibili. E non parlariamo poi della scelta del rivestimento esterno della torre. Il fatto è che quelle come la Grenfell Tower sono costruzioni vecchie e brutte, impossibili da migliorare senza raderle al suolo completamte e ricostruirle. Ma tutto cio costa e lo Stato non avendo i soldi per farlo si è limitato ad un’opera di “abbellimento” esteriore  volta a rendere la vista di questa bruttura in cemento armato meno dolorosa agli occhi delicati dei ricchi residenti del Royal Borough. Rivestimento quasi certa,ente colpevole di aver causato la velocita con cui l’incendio si è propagato, avviluppando l’esterno della torre come una torna. Una scena che ricorda in modo agghiacciante le torri gemelle di New York dell’11 Settembre 2001.

Tutta colpa dei Conservatori, i cui tagli hanno portato l’amministrazione di quartiere (sempre Tory) ad optare per un rivestimento esterno normale (un materiale proibito sia in Germania e in USA) invece di quello anti-incendio che sarebbe costato 5,000 sterline in piú. 5000 sterline che avrebbe evitato 30 morti e oltre 70 dispersi. In certe case di Kensington ci sono banchi da cucina che costano di più.

La tragedia di Grenfell non ha fatto altro che evidenziare il problema delle abitazioni nella Gran Bretagna contemporanea. Da quando negli anni Ottanta Margaret Thatcher offrì ai residenti delle case popolari la possibilità di acquistare a prezzi stracciati l’appartamento in cui vivevano e di diventare così landlord, molte di queste case popolari sono state privatizzate e ristrutturate e gli appartamenti venduti o affittati. Da allora il governo non ha mai rispettato la promessa di costruire un numero adeguato di case popolari o quantomeno a buon mercato da rimpiazzare quelle comprate, con il risultato che il mercato delle abitazioni è impazzito. Anche per chi ha la fortuna di posserne una, le case britanniche sono tra le più piccole e costose in Europa. La voragine tra chi una casa ce l’ha e chi non potrà mai permettersela è dolorosamente acuta e negli ultimi anni ha auto un impatto notevole sulla qualità della vita delle persone e sull’economia stessa del Paese. La gente non spende soldi perche’ una volta pagato l’affitto, le bollette e fatto la spesa non resta molto, e di conseguenza l’economia non gira.

Non è una sorpresa: da anni gli stipendi del settore pubblico sono bloccati, l’inflazione è alta e come ha detto Theresa May ad un’infermiera dell’NHS, il settore sanitario britannico, “there is no magic money”, i soldi non appaiono per magia. Ma daltronde come scrive Loretta Napoleoni su Il Fatto Quotidiano, “I ricchi non usano l’Nhs, il sistema sanitario pubblico, non fanno la fila per mesi per fare la chemio, non mandano i figli alla scuola pubblica, a stento usano la metro… I ricchi abitano la Londra del settore privato dove tutto funziona, tutto è sicuro e tutto è costosissimo.” Questo è particolarmente evidente in Kensington, un quartiere famoso per l’alto numeoro di case vuote comprate come investimento da ricchi stranieri e dal momento che la creazione del collegio elettorale nel 1974, dal 1974 nelle mani di un amministrazione conservatrice. Nel 2010 e nel 2015 il candidato conservatore ha vinto con più di 7.000 voti. Fino a due settimane fa, quando le elezioni anticipate indette da Theresa May hanno fatto sì che per la prima volta in assoluto Kensington, la più ricca circoscrizione elettorale del paese, abbia un deputato laburista, Emma Dent Coad che ha battuto la conservatrice Victoria Borwick di soli 20 voti, ma che segnala un cambiamento di opinione dell’11,11%. Ma se tutti conoscono South Kensington, North Kensington il parente povero, tende ad essere ignorato.

“Non è una sorpresa che il Labour abbia vinto….” gongola soddisfatto la mia dolce metà. “I milionari stranieri non votano, i ricconi sono in minoranza e la gente normale che vive qui è furiosa.” E lo è ancora di più dopo l’incendio. Corbyn ha richiesto la requisizione delle case vuote per ospitare le persone rimaste senza casa. Certamente queste sono dotate di un sistema anti-incendio che funziona, al contrario della torre che era priva di rubinetti anti-incendio,  visto che nel 2014 il ministro conservatore Brandon Lewis rifiutò di approvare una legge che li rendesse obbligatori. Ma questa non è una sorpresa. Per anni il Labour party ha cercato di far approvare una serie di leggi che tutelino gli inquilini difendendoli da padroni di casa senza scrupoli. Leggi sempre rifiutate dai conservatori (la maggioranza dei quali sono notoriamente loro stessi landlords) preoccupati dal costo che regolamentazioni avrebbero posto sul mercato delle case. Di fatto quella della Grenfell Tower è una tragedia che poteva essere evitata. Una dimostrazione dell’indifferenza del governo per le vita dei poveri. Un vergogna che certamente costerà molto cara al governo.

2017 © Paola Cacciari

Nessun uomo è un’isola? Da oggi pare proprio di sì.

Theresa May signs the letter to the EU confirming the UK’s departure

Ieri notte Theresa May ha firmato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che sancisce la secessione di uno Stato membro dall’Unione. L’inghilterra è tornata ad essere un’isola.

Ma temo che chi spera di tornare ai tempi gloriosi dell’Impero “su cui non tramontava mai il sole” o alla

“gemma incastonata nell’argenteo mare che la protegge come un alto vallo o il profondo fossato d’un castello dall’invidia di terre men felici”

descritta dal duca John of Gaunt nel Riccardo II (atto secondo, scena prima) di Shakespeare rimarrà deluso, che sessant’anni di Europa non sono acqua e il mondo è cambiato, così come è cambiata la Gran Bretagna.

Che più che con John of Gaunt, sono d’accordo con il magnifico lord Michael Heseltine, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major e uno dei fautori della caduta del governo Thatcher, nonché uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May) quando dice che l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa è “il peggiore errore della nostra storia dal dopoguerra a oggi”. Difficile dargli torto.

Donald Trump e Theresa May: insieme contro tutti

Gennaio è già finito e Febbraio non sembra promettere molto meglio: questo 2017 è iniziato con una sfumatura di grigio. Un grigio che sta diventando sempre più scuro, tanto che se continua di questo passo l’umore globale diventerà più nero del nero di seppia, per dirla come la mia prof di matematica delle scuole medie.
Se è così difficile dare un senso a questa nuova surrealtà (neologismo?) è perché un senso non ce l’ha. Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA?? Se qualcuno me lo avesse detto un anno fa che il miliardario dalla faccia arancione noto per condurre la versione americana di The Apprentice sarei scoppiata a ridere. Ora rido meno, che mettere Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA è come mettere un neonato al volante di un TIR: una ricetta a dir poco disastrosa. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

hands-large_trans_nvbqzqnjv4bqap6fgfpcjggwllmokcfzkn6_rfiaiiz9l5dsfgfulpoE qui in Brexitland (un altro neologismo?) la situazione non va meglio. Che se il faccione da jocker autocompiaciuto di Nigel Farage che accompagna il quotidiano dibattito sul come e quando far scattare l’Articolo 50 non fosse già esasperante di suo, ci siamo dovuti sorbire l’immagine di Theresa May, con le sue arie da preside vittoriana che se ne va mano nella mano con Donald per la Casa Bianca come due sposini novelli, facendo progetti sulla loro appena rinnovata special relationship, scambiandosi cortesie e inviti reciproci e pianificando una collaborazione con Putin ed Erdogan. In questa gran Bretagna post-Brexit dove l’impossibile (laciare l’UE) sta diventando possibile (Brexit), dove un’alleanza May-Trump-Erdogan-Putin si fa sempre più possibile e dove un ignorante, illeterato, xenofobo, misogino e razzista come Trump potrebbe essere accolto in pompa magna, davvero non tira una bella aria. Fermate il mondo, voglio scendere!

Se la regina Elisabetta non ha voce in capitolo e deve accettare quello che il Primo Ministro decide (o, in questo caso, impone) anche se pare che non sia entusiasta all’idea di ricevere Donald a Buckingham Palace e il principe Carlo ha parlato apertamente del suo rispetto per le altre religioni (incluso l’Islam), Sadiq Khan, il sindaco mussulmano di Londra, ha detto che i londinesi non appoggeranno mai una visita ufficiale di Donald Trump nella Capitale. E ha ragione: la gente è furiosa. E non solo i londinesi, come dimostra una petizione online che chiede al governo britannico di cancellare la visita di Donald Trump a Londra, prevista per questa primavera ha raccolto 200.000 firme in sole 24 ore (al momento in cui scrivo siamo arrivati a 1,840,331 e il Parlamento discuterà questa petizione il 20 Febbraio, 2017).

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Le manifestazioni in piazza si susseguono a ritmo settimanale e questa settimane ce ne sono state già due. La gente protesta contro Brexit, contro Trump, contro la misoginia, contro il bando cittadini di sette paesi musulmani. Ma soprattutto contro una classe politica che continua non ascoltare. Ieri uno degli esasperati parlamentari britannici che discutevano sul se e come lasciare il mercato unico, ha esclamato esasperato che non aveva senso avere un Parlamento se il Governo non lo ascolta. Io lo farei: nel 1649 Charles I fu decapitato per non aver ascoltato il Parlamento. E anche se dubito che Theresa May possa subire la stessa sorte del monarca, il suo cieco autoritarismo e la sua convinzione di essere un sorta di reincarnazione della Thatcher finiranno con l’essere la sua rovina. Almeno spero. 😦

Londra festeggia i primi 40 anni del Punk. E lo faccio anch’io.

Quando i mitici Clash suonarono (GRATIS!) in Piazza Maggiore a Bologna era il 2 Giugno 1980. All’epoca avevo una decina d’anni e anche se avessi saputo chi fossero, dubito che mia madre mi avrebbe lasciato andare. Il mio incontro con questa grandissima band avvene qualche anno più tardi, grazie a mio cugino. Di sei mesi più giovane, il mio ribelle parente è stato durante l’adolescenza, la cosa più vicina ad un fratello. Che sono figlia unica in fondo. Eravamo una strana coppia noi due quando, dopo la scuola ci trovavamo per andare in centro a Bologna diretti da Nannucci o al Disco d’Oro alla ricerca di dischi dei Clash e dei Sex Pistols e di altre bands dal nome esotico che a me non dicevano nulla – lui con basco militare, bomber e anfibi Dr. Martens, io con i miei jeans troppo corti da cui spuntava il calzino a losanghe (rigorosamente) Burlington e fiocchetti rosa tra i capelli (rigorosamente) impermanentati a mo’ di barboncino, che all’epoca avevo aspirarioni zanare (la versione bolognese dei paninari) unicamente perchè mi piacevano le felpe della Best Company e le T-shirts colorate da surfista. Come ogni adolescente che si ripetti, anch’io all’epoca ero innamorata del bellone di turno, che nel mio caso era Simon le Bon, il cantante dei Duran Duran. Non avrei mai ammesso – almeno non davanti al cugino in questione che per anni aveva cercato di educare i miei gusti alla “vera” musica – che London Calling dei Clash fosse una delle cose più belle che mi fosse mai capitato di ascoltare (Beethoven e Puccini esclusi). Certo, non per la voce di Joe Strummer che non era certo quella di Pavarotti o di Bono degli U2, ma la potenza espressiva di quelle note di quel riff accattivante che ripeteva ‘London calling to the underworld. Come out of the cupboard, you boys and girls…’ mi era decisamente entrato nel sangue…

Londra non ha mai smesso di chiamare e anche se ci ho messo un po’, alla fine ho risposto. E la prima cosa che ho fatto in quella primavera del 1999, durante la mia prima settimana londinese è stato andare a Brixton per vedere con i miei occhi il luogo dell’unica canzone che ho cercato di imparare  a suonare con il basso di mio cugino (senza grosso successo devo ammettere…), Guns of brixton.

Per cui è stato con una certa nolstagica curiosità che ho varcato la soglia della mostra sul Punk 1976-78 alla British Library – una mostra gratuita, allestita vicino a quella (a pagamento) dedicata ad un altro grande rivoluzionario inglese, William Shakespeare.  Che quest’anno, oltre ai 400 anni dalla morte del Bardo, si celebrano anche i primi 40anni del movivento Punk, l’ultimo importante movimento culturale britannico. E visto il numero di eventi, conferenze, mostre, proiezioni (etc etc etc) il Punk, lungi dall’essere morto è, al contrario, più vivo che mai.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.
Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Gli anni Settanta sono stata una decade strana e difficile in tutta Europa. Io c’ero già, ma ero troppo piccola per ricordarmeli gli anni di piombo italiani e forse non è un male, dominati come sono stati dalla politica, dalla lotta armata e dal terrorismo. La musica italiana ha prodotto in quegli anni, alcune delle sue canzoni più belle, ma che difficilmente si potevano considerare rivoluzionarie. Certo, non mancavano le canzoni di lotta e di protesta, ma in casa mia si ascoltava altro e Francesco Guccini l’ho scoperto solo molto più tardi, quando all’Università per un periodo stupendo mi trovai a passare Tra la via Emilia e il West.

Ma mai come a Londra, e in Inghilterra in generale, l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono riflesse persino (e forse soprattutto ) nella musica. Doveva essere stato fantatico essere giovane nella Capitale in quel periodo. Avrei voluto esserci. La mia dolce metà invece cerca di dimenticare di esserci stato. Immagino che essere adolescente sotto la Thatcher non sia stato una passeggiata, soprattutto per chi come lui ha sempre avuto il cuore a sinistra.

Nato nella Capitale nella seconda metà degli anni settanta (o giù di lì), il Punk è un movimento difficile da definire. Fu il tipico esempio di un grande movimento culturale e di costume in cui tutto e tutti sembravano essere contro tutto e tutti – e questo valeva anche e soprattutto per la moda e la musica. L’importante era essere arrabbiati. E nell’Inghilterra a cavallo tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, stritolata dal pugno di ferro di Margaret Thatcher (“non sei inglese” mi dice la mia dolce metà, “non puoi capire quanto fosse orrenda quella donna…”), tra recessione, repressione, disoccupazione e guerra nella Falklands, certamente non era certo difficile esserlo.

Come sempre succede, la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E se il Pop britannico fu il risultato di un decennio (quello compreso tra il 1958 e il 68) la cui esplosione di ottimismo si riflesse tanto nell’economia che nella creatività, il periodo che ne segue è tutta un’altra storia. Dopo il sogno degli anni Sessanta, l’Inghilterra si ritrova a vivere l’incubo degli anni Settanta. Sono anni quelli, dominati da disillusione politica, dal terrorismo dell’IRA, dalle lotte razziali, dal degrado industriale e dalla disoccupazione. Non sorprende che da queste premesse siano nati i Sex Pistols, quattro ragazzi della classe operaia che con la loro “musica” gridavano a gran voce tutto il loro disgusto per lo spirito dei tempi, così come i Beatles avevano espresso l’ottimismo del decennio precedente. Formati da Malcom Mclaren nel 1975, i Sex Pistols tuttavia abbracciavano tutte le classi e tutte le età, che il Punk era un cocktail esplosivo di un sacco di cose che non si limitavano agli ideali della classe operaia. Ma sono stati altri londinesi che facevano della musica un veicolo per l’impegno politico a lasciare un segno più profondo nel Punk Movement, quando ancora era eccitante e stimolante, prima che l’eroina e la disillusione lo uccidessero. A partire dai Clash in prima linea con Rock Against Racism. E poi ci sono gli altri, The Damned, Siouxsie and the Banshees, e le band del Nord dell’Inghilterra come The Stranglers, i Buzzcocks e i melanconici Joy Division, nati dalle ceneri del punk come i mitici Jam del Paul Weller pre-Style Council. E lui, il grande David Bowie di Ziggy Stardust.

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari
Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Ma  oltre all’avvento degli hooligans, la metà degli anni Settanta vede anche la nascita della storica coppia formata da Malcom Mclaren e Vivienne Westwood. La Westwood è stata per molti versi l’erede e l’antitesi di ciò che Mary Quant fu dieci anni prima. Entrambe avevano un geniale business partner e un negozio in King’s Road e credevano nel potere liberatorio degli abiti. E i vestiti della Westwood avevano shoccato i passanti come quelli della Quant avevano shoccato la madre di Michael Caine. Catene, cerniere lampo in posti insoliti, strappi, slogan osceni e immagini provocanti diventano la norma. E’ significativo che oggi sia la gran dama della moda britannica e sia stata celebrata con un’onoreficenza proprio da quella regina che aveva impalato con una spilla di sicurezza anni prima e celebrata da una gigantesca prospettiva al Victoria and Albert Museum l’anno in cui ho iniziato a lavorarci.

Let it Rock” lo storico negozio aperto da McClaren e Vivienne Westwood nel 1971 è ancora lì, al numero 430 di King’s Road anche se ora si chiama World’s End, l’ultimo dei numerosi nomi che ha cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica della stilista e delle sue stravaganti creazioni. Ma quella King’s Road non esiste più e chi  si aspetta ragazzi e ragazze con creste colorate, che indossavano in giubbotti di pelle e jeans scoloriti, T-shirt strappate e fermate con spille da balia e gli iconici Doc Martens rimarrà deluso che ora la mitica strada del re è dominio di turisti, ricconi e mamme snob che vanno a fare shopping con il passeggino tre ruote bevendo caffè decaffeinato in immensi bicchieri di carta di Starbucks. Succede.

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 2 Ottobre 2016.

Punk 1976-1978 @ British Library