La tragedia della Grenfell Tower

Case bianche risplendenti, colonnati palladiani, glicine in fiore, Laborghini e Aston Martin parcheggiate nei vialetti d’accesso. Ma anche case popolari (perlopiu’ grattacieli brutalisti in cemento armato accessibili da due ascensori e una singola scala) costruite tra il dopoguerra e gli Settanta come la Grenfell Tower. Benvenuti nel mondo disfunzionale del Royal Borough di Kensington and Chelsea, dove estrema povertà ed estrema ricchezza vivono l’una accanto all’altra. Ma ci voleva una tragedia come l’incendio che ha distrutto la Grenfell Tower, il grattacielo nella zona di North Kensington completato nel 1974 e distrutto dalle fiamme lo scorso 14 Giugno, per sottolineare nel modo più atroce la disuguaglianza tra ricchi e poveri che caratterizza la Gran Bretagna XXI secolo.

Atrocità come questa non dovrebbero accadere, non nel nostro secolo e non con tutte le nosrme di sicurezza a norma che dovrebbero farci stare al sicuro almeno a casa nostra. Norme di sicurezza che pare a Grenfell siano state completamente ignorate. A partire dai rubinetti incastrati nei soffitti volti ad aprire l’acqua in caso d’incendio, che avrebbero certamente consentito a più persone di scendere in strada e mettersi ala sicuro. O di scale anti incendio accessibili. E non parlariamo poi della scelta del rivestimento esterno della torre. Il fatto è che quelle come la Grenfell Tower sono costruzioni vecchie e brutte, impossibili da migliorare senza raderle al suolo completamte e ricostruirle. Ma tutto cio costa e lo Stato non avendo i soldi per farlo si è limitato ad un’opera di “abbellimento” esteriore  volta a rendere la vista di questa bruttura in cemento armato meno dolorosa agli occhi delicati dei ricchi residenti del Royal Borough. Rivestimento quasi certa,ente colpevole di aver causato la velocita con cui l’incendio si è propagato, avviluppando l’esterno della torre come una torna. Una scena che ricorda in modo agghiacciante le torri gemelle di New York dell’11 Settembre 2001.

Tutta colpa dei Conservatori, i cui tagli hanno portato l’amministrazione di quartiere (sempre Tory) ad optare per un rivestimento esterno normale (un materiale proibito sia in Germania e in USA) invece di quello anti-incendio che sarebbe costato 5,000 sterline in piú. 5000 sterline che avrebbe evitato 30 morti e oltre 70 dispersi. In certe case di Kensington ci sono banchi da cucina che costano di più.

La tragedia di Grenfell non ha fatto altro che evidenziare il problema delle abitazioni nella Gran Bretagna contemporanea. Da quando negli anni Ottanta Margaret Thatcher offrì ai residenti delle case popolari la possibilità di acquistare a prezzi stracciati l’appartamento in cui vivevano e di diventare così landlord, molte di queste case popolari sono state privatizzate e ristrutturate e gli appartamenti venduti o affittati. Da allora il governo non ha mai rispettato la promessa di costruire un numero adeguato di case popolari o quantomeno a buon mercato da rimpiazzare quelle comprate, con il risultato che il mercato delle abitazioni è impazzito. Anche per chi ha la fortuna di posserne una, le case britanniche sono tra le più piccole e costose in Europa. La voragine tra chi una casa ce l’ha e chi non potrà mai permettersela è dolorosamente acuta e negli ultimi anni ha auto un impatto notevole sulla qualità della vita delle persone e sull’economia stessa del Paese. La gente non spende soldi perche’ una volta pagato l’affitto, le bollette e fatto la spesa non resta molto, e di conseguenza l’economia non gira.

Non è una sorpresa: da anni gli stipendi del settore pubblico sono bloccati, l’inflazione è alta e come ha detto Theresa May ad un’infermiera dell’NHS, il settore sanitario britannico, “there is no magic money”, i soldi non appaiono per magia. Ma daltronde come scrive Loretta Napoleoni su Il Fatto Quotidiano, “I ricchi non usano l’Nhs, il sistema sanitario pubblico, non fanno la fila per mesi per fare la chemio, non mandano i figli alla scuola pubblica, a stento usano la metro… I ricchi abitano la Londra del settore privato dove tutto funziona, tutto è sicuro e tutto è costosissimo.” Questo è particolarmente evidente in Kensington, un quartiere famoso per l’alto numeoro di case vuote comprate come investimento da ricchi stranieri e dal momento che la creazione del collegio elettorale nel 1974, dal 1974 nelle mani di un amministrazione conservatrice. Nel 2010 e nel 2015 il candidato conservatore ha vinto con più di 7.000 voti. Fino a due settimane fa, quando le elezioni anticipate indette da Theresa May hanno fatto sì che per la prima volta in assoluto Kensington, la più ricca circoscrizione elettorale del paese, abbia un deputato laburista, Emma Dent Coad che ha battuto la conservatrice Victoria Borwick di soli 20 voti, ma che segnala un cambiamento di opinione dell’11,11%. Ma se tutti conoscono South Kensington, North Kensington il parente povero, tende ad essere ignorato.

“Non è una sorpresa che il Labour abbia vinto….” gongola soddisfatto la mia dolce metà. “I milionari stranieri non votano, i ricconi sono in minoranza e la gente normale che vive qui è furiosa.” E lo è ancora di più dopo l’incendio. Corbyn ha richiesto la requisizione delle case vuote per ospitare le persone rimaste senza casa. Certamente queste sono dotate di un sistema anti-incendio che funziona, al contrario della torre che era priva di rubinetti anti-incendio,  visto che nel 2014 il ministro conservatore Brandon Lewis rifiutò di approvare una legge che li rendesse obbligatori. Ma questa non è una sorpresa. Per anni il Labour party ha cercato di far approvare una serie di leggi che tutelino gli inquilini difendendoli da padroni di casa senza scrupoli. Leggi sempre rifiutate dai conservatori (la maggioranza dei quali sono notoriamente loro stessi landlords) preoccupati dal costo che regolamentazioni avrebbero posto sul mercato delle case. Di fatto quella della Grenfell Tower è una tragedia che poteva essere evitata. Una dimostrazione dell’indifferenza del governo per le vita dei poveri. Un vergogna che certamente costerà molto cara al governo.

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Nessun uomo è un’isola? Da oggi pare proprio di sì.

Theresa May signs the letter to the EU confirming the UK’s departure

Ieri notte Theresa May ha firmato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che sancisce la secessione di uno Stato membro dall’Unione. L’inghilterra è tornata ad essere un’isola.

Ma temo che chi spera di tornare ai tempi gloriosi dell’Impero “su cui non tramontava mai il sole” o alla

“gemma incastonata nell’argenteo mare che la protegge come un alto vallo o il profondo fossato d’un castello dall’invidia di terre men felici”

descritta dal duca John of Gaunt nel Riccardo II (atto secondo, scena prima) di Shakespeare rimarrà deluso, che sessant’anni di Europa non sono acqua e il mondo è cambiato, così come è cambiata la Gran Bretagna.

Che più che con John of Gaunt, sono d’accordo con il magnifico lord Michael Heseltine, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major e uno dei fautori della caduta del governo Thatcher, nonché uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May) quando dice che l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa è “il peggiore errore della nostra storia dal dopoguerra a oggi”. Difficile dargli torto.

Londra festeggia i primi 40 anni del Punk. E lo faccio anch’io.

Quando i mitici Clash suonarono (GRATIS!) in Piazza Maggiore a Bologna era il 2 Giugno 1980. All’epoca avevo una decina d’anni e anche se avessi saputo chi fossero, dubito che mia madre mi avrebbe lasciato andare. Il mio incontro con questa grandissima band avvene qualche anno più tardi, grazie a mio cugino Claudio. Di sei mesi più giovane, Claudio è stato durante l’adolescenza per me che sono figlia unica, la cosa più vicina ad un fratello. Eravamo una strana coppia noi due quando, dopo la scuola ci trovavamo per andare in centro a Bologna diretti da Nannucci o al Disco d’Oro alla ricerca di dischi dei Clash e dei Sex Pistols e di altre bands dal nome esotico che a me non dicevano nulla – lui con basco militare, bomber e anfibi Dr. Martens, io con i miei jeans troppo corti da cui spuntava il calzino a losanghe (rigorosamente) Burlington e fiocchetti rosa tra i capelli (rigorosamente) impermanentati a mo’ di barboncino, che all’epoca avevo aspirarioni zanare (la versione bolognese dei paninari) unicamente perchè mi piacevano le felpe della Best Company e le T-shirts colorate da surfista. Come ogni adolescente che si ripetti, anch’io all’epoca ero innamorata del bellone di turno, che nel mio caso era Simon le Bon, il cantante dei Duran Duran. Non avrei mai ammesso – almeno non davanti al cugino in questione che per anni aveva cercato di educare i miei gusti alla “vera” musica – che London Calling dei Clash fosse una delle cose più belle che mi fosse mai capitato di ascoltare (Beethoven e Puccini esclusi). Certo, non per la voce di Joe Strummer che non era certo quella di Pavarotti o di Bono degli U2, ma la potenza espressiva di quelle note di quel riff accattivante che ripeteva ‘London calling to the underworld. Come out of the cupboard, you boys and girls…’ mi era decisamente entrato nel sangue…

Londra non ha mai smesso di chiamare e anche se ci ho messo un po’, alla fine ho risposto. E la prima cosa che ho fatto in quella primavera del 1999, durante la mia prima settimana londinese è stato andare a Brixton per vedere con i miei occhi il luogo dell’unica canzone che ho cercato di imparare  a suonare con il basso di mio cugino (senza grosso successo devo ammettere…), Guns of brixton.

Per cui è stato con una certa nolstagica curiosità che ho varcato la soglia della mostra sul Punk 1976-78 alla British Library – una mostra gratuita, allestita vicino a quella (a pagamento) dedicata ad un altro grande rivoluzionario inglese, William Shakespeare.  Che quest’anno, oltre ai 400 anni dalla morte del Bardo, si celebrano anche i primi 40anni del movivento Punk, l’ultimo importante movimento culturale britannico. E visto il numero di eventi, conferenze, mostre, proiezioni (etc etc etc) il Punk, lungi dall’essere morto è, al contrario, più vivo che mai.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Gli anni Settanta sono stata una decade strana e difficile in tutta Europa. Io c’ero già, ma ero troppo piccola per ricordarmeli gli anni di piombo italiani e forse non è un male, dominati come sono stati dalla politica, dalla lotta armata e dal terrorismo. La musica italiana ha prodotto in quegli anni, alcune delle sue canzoni più belle, ma che difficilmente si potevano considerare rivoluzionarie. Certo, non mancavano le canzoni di lotta e di protesta, ma in casa mia si ascoltava altro e Francesco Guccini l’ho scoperto solo molto più tardi, quando all’Università per un periodo stupendo mi trovai a passare Tra la via Emilia e il West.

Ma mai come a Londra, e in Inghilterra in generale, l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono riflesse persino (e forse soprattutto ) nella musica. Doveva essere stato fantatico essere giovane nella Capitale in quel periodo. Avrei voluto esserci. La mia dolce metà invece cerca di dimenticare di esserci stato. Immagino che essere adolescente sotto la Thatcher non sia stato una passeggiata, soprattutto per chi come lui ha sempre avuto il cuore a sinistra.

Nato nella Capitale nella seconda metà degli anni settanta (o giù di lì), il Punk è un movimento difficile da definire. Fu il tipico esempio di un grande movimento culturale e di costume in cui tutto e tutti sembravano essere contro tutto e tutti – e questo valeva anche e soprattutto per la moda e la musica. L’importante era essere arrabbiati. E nell’Inghilterra a cavallo tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, stritolata dal pugno di ferro di Margaret Thatcher (“non sei inglese” mi dice la mia dolce metà, “non puoi capire quanto fosse orrenda quella donna…”), tra recessione, repressione, disoccupazione e guerra nella Falklands, certamente non era certo difficile esserlo.

Come sempre succede, la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E se il Pop britannico fu il risultato di un decennio (quello compreso tra il 1958 e il 68) la cui esplosione di ottimismo si riflesse tanto nell’economia che nella creatività, il periodo che ne segue è tutta un’altra storia. Dopo il sogno degli anni Sessanta, l’Inghilterra si ritrova a vivere l’incubo degli anni Settanta. Sono anni quelli, dominati da disillusione politica, dal terrorismo dell’IRA, dalle lotte razziali, dal degrado industriale e dalla disoccupazione. Non sorprende che da queste premesse siano nati i Sex Pistols, quattro ragazzi della classe operaia che con la loro “musica” gridavano a gran voce tutto il loro disgusto per lo spirito dei tempi, così come i Beatles avevano espresso l’ottimismo del decennio precedente. Formati da Malcom Mclaren nel 1975, i Sex Pistols tuttavia abbracciavano tutte le classi e tutte le età, che il Punk era un cocktail esplosivo di un sacco di cose che non si limitavano agli ideali della classe operaia. Ma sono stati altri londinesi che facevano della musica un veicolo per l’impegno politico a lasciare un segno più profondo nel Punk Movement, quando ancora era eccitante e stimolante, prima che l’eroina e la disillusione lo uccidessero. A partire dai Clash in prima linea con Rock Against Racism. E poi ci sono gli altri, The Damned, Siouxsie and the Banshees, e le band del Nord dell’Inghilterra come The Stranglers, i Buzzcocks e i melanconici Joy Division, nati dalle ceneri del punk come i mitici Jam del Paul Weller pre-Style Council. E lui, il grande David Bowie di Ziggy Stardust.

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Ma  oltre all’avvento degli hooligans, la metà degli anni Settanta vede anche la nascita della storica coppia formata da Malcom Mclaren e Vivienne Westwood. La Westwood è stata per molti versi l’erede e l’antitesi di ciò che Mary Quant fu dieci anni prima. Entrambe avevano un geniale business partner e un negozio in King’s Road e credevano nel potere liberatorio degli abiti. E i vestiti della Westwood avevano shoccato i passanti come quelli della Quant avevano shoccato la madre di Michael Caine. Catene, cerniere lampo in posti insoliti, strappi, slogan osceni e immagini provocanti diventano la norma. E’ significativo che oggi sia la gran dama della moda britannica e sia stata celebrata con un’onoreficenza proprio da quella regina che aveva impalato con una spilla di sicurezza anni prima e celebrata da una gigantesca prospettiva al Victoria and Albert Museum l’anno in cui ho iniziato a lavorarci.

Let it Rock” lo storico negozio aperto da McClaren e Vivienne Westwood nel 1971 è ancora lì, al numero 430 di King’s Road anche se ora si chiama World’s End, l’ultimo dei numerosi nomi che ha cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica della stilista e delle sue stravaganti creazioni. Ma quella King’s Road non esiste più e chi  si aspetta ragazzi e ragazze con creste colorate, che indossavano in giubbotti di pelle e jeans scoloriti, T-shirt strappate e fermate con spille da balia e gli iconici Doc Martens rimarrà deluso che ora la mitica strada del re è dominio di turisti, ricconi e mamme snob che vanno a fare shopping con il passeggino tre ruote bevendo caffè decaffeinato in immensi bicchieri di carta di Starbucks. Succede.

Londra// fino al 2 Ottobre 2016.

Punk 1976-1978 @ British Library

Ora è l’estate del nostro scontento

Now is the winter of our discontent, made glorious summer by this sun of York” proclama un cupo Benedict Cumberbatch nei panni di Riccardo III nella serie televisiva The Hollow Crown. È stato trasmesso solo due mesi fa dalla BBC per celebrare i 400 anni della morte di Shakespeare, ma sembra un’altra vita. Forse perché lo era.  Ma “l’inverno del nostro scontento” di Shakespeare invece di mutarsi nella splendida estate auspicata da Riccardo di Gloucester, si sta rivelando essere una vera e propria “estate del nostro scontento”, il cui già timido sole è stato in sole due settimane completamente offuscato dal post-Brexit.
Il mio blog si chiama Vita da Museo perché questo è quello che faccio per lavoro (lavorare in un museo) ed è quello che mi piace fare nel mio tempo libero (andare per ALTRI musei). La rubrica di attualità varia ed eventuale che ho battezzato Life in UK doveva essere un’occasionale sguardo sul mondo che mi circonda, una finestra aperta sulla società (quella britannica) e sulla città (Londra) in cui vivo da quasi un paio di decadi. Per cui mi scuso con chi mi legge se insito sul fattore Brexit, ma con la politica britannica, di solito così sonnolenta, in caduta libera tutto il resto, incluso il Bardo e i musei sono passati in secondo piano.

Le conseguenza di Brexit poi mi toccano in prima persona, se non altro per la posizione ambigua assunta da Theresa May, ministro degli Interni proprio oggi eletta leader dei conservatori e prossimo Primo Ministro al posto di David Cameron, nei riguardi dei circa tre milioni di cittadini europei residenti in Gran Bretagna. La May infatti si ostina a non fare nessuna promessa formale sul fatto che i diritti di noi europei (mi ci metto in mezzo anch’io) non saranno alterati e che potremo restare nel Regno Unito a tempo indeterminato. E se è chiaro che il temporeggiamento della May è tattico, ovvero ottenere analoghe garanzie per il milione e mezzo di cittadini britannici residenti negli altri 27 paesi della UE, vivere in questa terra di nessuno che è la Gran Bretagna dell’estate del 2016 non è piacevole.

Home Secretary Theresa May Getty

Home Secretary Theresa May Getty

Ma la vita continua e il primo segnale che il peggio dello shock è passato è l’improvviso ritorno tra amici e colleghi, soprattutto britannici, del senso dell’umorismo – e con esso la constatazione (ma sarebbe meglio dire assegnazione) he alla fine non ci sarà un secondo referendum sull’Unione Europea, nonostante una petizone che circolava online abbia raccolto più di 4 milioni e 100 mila firme visto che la legge sul referendum non stabilisce una percentuale minima per l’approvazione, quindi la richiesta avanzata dalla petizione non può essere accolta.

La cosa più assurda che uno alla volta sono spariti tutti i fautori di questo casino, neanche fossimo in un surreale rifacimento di Dieci piccoli indiani di Agatha Chistie. Il primo a scomparire è stato David Cameron, dimessosi immediatamente dopo la vittoria di Brexit; poi è stata la volta di Boris Johnson, ritiratosi dopo l’infame “tradimento” di Michael Gove, dapprima suo socio nella missione Brexit poi pugnalatore fratricida degno di un dramma shakespiriano (“Et tu, Brute?” gli avrebbe fatto dire il Bardo in Giulio Cesare…). E infine Nigel Farage che, compiuta la sua missione di fare saltare in aria la Gran Bretagna, ha deciso di lavarsene le mani come Pilato e di prendersi un “meritato riposo visto che ora non c’è più bisogno di lui.” Quello del riordinare questo pasticcio e rimettere insieme i cocci di un’intera nazione, sarà il compito di Theresa May.

Michael Gove and Boris Johnson

Sembra una battaglia navale scrive Enrico Franceschini nel suo blog My Tube, o “Tre uomini in barca – per tacere del quarto, Jeremy Corbyn, che in nome di non si sa quale ideologia di sinistra non ha fatto niente per fermare Brexit e ora non ne sembra nemmeno tanto dispiaciuto, ma potrebbe presto a sua volta dimettersi.” Ci sarebbe da ridere se non fosse che ad affondare non è una barchetta qualsiasi, ma l’ammiraglia del Regno Unito. Michael Heseltine, membro del parlamento dal 1966 al 2001 e figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major è spietato nella sua condanna di Boris Johnson che accusa di aver fatto a pezzi il partito conservatore e di aver creato la più grande crisi costituzionale in tempo di pace degli ultimi tempi. Per non parlare della svalutazione che della sterlina il cui valore non era cosi basso dal 1985. Boris Johnson, continua Lord Heseltine, si è comportato come un generale che marcia con il suo esercito, ma che quando vede il campo di battaglia lo abbandona. La metafora sembra appropriata.

E mentre metà della nazione cerca di farsi una ragione del fatto di essersi addormentata in un Paese e di essersi svegliati in un altro, l’altra metà – quella che ha creduto alle balle di Boris, Gove e Farage e ha votato Brexit, resta senza leader sul campo di battaglia, abbandonata ad una Scozia infuriata che minaccia la seccessione. Spero vivamente che tutte queste persone si stiano chiedendo se per caso non abbiano fatto una cazzata a votare Leave. Come ha scritto un mio amico bolognese sul suo profilo FB: “Dopo la “tragedia greca”, “la commedia all’italiana”… è arrivata la farsa all’inglese!”

Nigel-Farage

Nigel Farage

L’Inghilterra del dopo-Brexit: riflessioni dall’interno.

La prima cosa che ho fatto appena ho aperto gli occhi alle 6.45 del mattino di venerdì 24 Giugno è stato prendere il telefono e controllare Internet. Non lo faccio mai di solito, che fortunatamente non appartengo ancora ai sempre più numerosi internet addicted. Ma c’era una cosa che davvero mi premeva sapere e che non poteva aspettare la colazione e la doccia: il risultato del Referendum per l’uscita (o meno) dall’Unione Europea.

Nel tentativo di aprire con occhi semichiusi l’app della BBC News, le mie dita addormentate sono scivolate sull’app di Facebook che gli sta affianco. E mi sono svegliata subito quando ho letto questo: “To anyone who voted Leave: well done. You got what you wanted, a segregated country that will have Boris Johnson at its helm, Farage sticking his racist nose in and the loss of funding for research, education and healthcare as well as a housing crash and no future for your children or generations to come. Congratulations.”

Il post è di una mia giovane collega. E non lascia dubbi né sull’esito del Referendum né sulla sua posizione al riguardo. “Ok, you are out.” Ho informato con aria incredula la mia dolce metà, ancora profondamente addormentato. “Uhmmm…” E stata la sua risposta. “Ho detto che siete fuori. Brexit won. Bye, bye EU!” “What??” La sua testa emerge improvvisamente da sotto le coperte. Mi guarda con aria incredula. “It can’t be…” Gli mostro lo schermo del cellulare questa volta aperto (correttamente) sul sito della BBC con il risultati del referendum con cui il 51.9 % del Paese ha deciso di tornare ad essere un’isola. E il restante 48.1% deve vivere con le conseguenza. “I really didn’t think it would happen…” mi guarda stupito. “I’m sorry. I really am.”

E sono in molti ad esserlo, dispiaciuti dico. Non solo gli espatriati come me che dall’oggi al domani si sono trovati ad essere stranieri in quella che fino al giorno prima avevano considerato casa, ma anche i giovani britannici che si sono visti sempre dall’oggi al domani venir meno la possibilità di vivere, studiare e lavorare liberamente in 27 paesi dell’Unione. E non parliamo di coloro che hanno comprato casa in qualche paese mediterraneo e si godono la pensione (e l’assistanza sanitaria locale) o speravano di farlo in un prossimo futuro. Un collega posta su FB la fotografia della sua European Health Insurance Card e del suo passaporto con il logo dell’UE con la scritta: “R.I.P. my friends.” La sua ragazza è canadese, il suo migliore amico spagnolo. Ha una trentina d’anni, è uno sceneggiatore che lavora part-time al museo e uno dei tanti cittadini britannici di mente aperta, abituati a saltare su un aereo come su di un autobus e a viaggiare ovunque e ogni volta se ne presenti l’occasione. E ce ne sono tanti come lui, non solo a Londra, ma anche a Cambridge, Oxford, York, Leeds, Liverpool, Brighton, Manchester: persone che vedono l’Europa e il multiculturalismo come un’opportunità da afferrare a piene mani e non come che una minaccia.

Cosa Brexit significherà per noi cittadini dell’UE che vivono e lavorano in Gran Bretagna ancora non si sa – come ho scritto nel post precedente, probabilmente la prossima mossa sensata sarà quella di richiedere un permesso di residenza permanente (Permanent residence card) se non la doppia cittadinaza. Ma il vento è cambiato, e non in meglio. E comunque voglio prenderlo il passaporto di una nazione che ha votato per tornare ad essere un’isola? La cosa mi sta facendo pensare. E’ come essere forzati in un matrimonio dopo anni di felice convivenza. Toglie freschezza, toglie libertà.

File photo: David Cameron has accepted there will be no deal before February – and the prospect of Brexit appears closer than ever

Nessuno era preparato, preparato DAVVERO, a tutto questo, neanche coloro che hanno votato Leave per protestare contro un governo sempre più lontano e distaccato dai bisogni della gente comune. Certo non lo era David Cameron che quando ha indetto il referendum nel 2015 aveva 10 punti di svantaggio sul Labour nei sondaggi e non si aspettava di vincere le elezioni da solo, ma insieme ai liberaldemocratici, da sempre europeisti convinti e che con tutta probabilità si sarebbero opposti. Forse neanche Boris Johnson pensava che avrebbe vinto Leave quando le sparava grosse per compiacere l’ala più euroscettica dei Conservatori. Sta di fatto che siamo (mi ci metto in mezzo anch’io) tutti ancora storditi. C’è tristezza e una certa ansia per l’ondata xenofoba che ha improvvisamente investito questa che era un tempo la culla della democrazia e della tolleranza. Ma il 23 Giugno ho capito che democrazia è anche permettere al conservatore che vuole ritornare alle glorie dell’Impero Britannico e al pensionato del paesino perso nel mezzo della campagna di decidere del futuro della città ombelico del mondo, Londra. E l’ironia più grande è che coloro che hanno voluto uscire dall’UE non saranno qui a pagarne le conseguenze. Basta guardare il grafico qui sotto.

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Ma l’altra cosa interessante è la geografia: Londra e le grandi città britanniche in genere hanno votato per restare nell’Unione (se siete curiosi, trovate la lista completa qui), mentre le aree rurali e le province hanno votato per uscire. E le ragioni sono le solite: la troppa immigrazione che pesa sul già traballante servizio sanitario britannico (NHS), la mancanza di case, di lavoro, la povertà e l’abbruttimento morale che imperversa in aree del Nord massacrato da Margaret Thatcher negli anni Ottanata e regolarmente dimenticate dai politici di tutti i partiti, incluso il New Labour di Tony Blair e compagni.

E se il voto Remain della Scozia non ha sorpreso (farebbero qualunque cosa per contrariare l’ingilterra e comunque a loro fa comodo restare in Europa) la più grossa sorpresa è stato il Galles. Un amico gallese da anni residente a Londra, scrive con aria sconsolata sul suo profilo FB a proposito della reazione della sua terra d’origine: “Do we now have to return all the roads and bridges?” Che, ironia della sorte, nonostante vari milioni in fondi investiti dall’UE per rigenerare aree della regione impoverite dalla chiusura delle miniere di acciaio, la stragrande maggioranza degli abitanti del Galles (fatta eccezione per la capitale, Cardiff) ha votato Leave. Senza tanti ringraziamenti.

Il Primo Ministro David Cameron, colui che indicendo il Referendum ha aperto questo vaso di Pandora, ha dato le dimissioni nella mattinata di venerdì e le voci danno Boris Johnson, l’ex-sindaco di Londra dai capelli color pannocchia come favorito come prossimo leader del Paese –  colui che dovrà gestire la patata bollente del post-Brexit. Il che rende la dipartita di Cameron ancora più grottesca.

In mezzo a tutto questo caos, il nuovo sindaco di Londra Sadiq Khan ha  parlato chiaro: gli stranieri, di qualunque razza, religione e nazionalità sono i benvenuti nella Capitale. E Londra sembra ancora meno Inghilterra.

C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio

“Nessun Paese è riuscito a distruggere le proprie istituzioni con tanta solerzia come l’Inghilterra. Gli ultimi quindici anni sono stati segnati da classi dirigenti corrotte, dallo strapotere mediatico, da Grandi Fratelli e popolarità a ogni costo, da uno stile  di vita dettato dal gossip e da una famiglia reale sempre meno dignitosa e sempre più chiacchierata. Con uno stile vivace e ironico, Gaia Servadio raccoglie dati, avvenimenti, storie vere, mettendo a nudo le piaghe di una società ferita, colpita da mali simili a quelli che affliggono tutta Europa (e forse l’Italia in particolare): una burocrazia ipertrofica, l’aumento della disoccupazione, lo spreco di denaro pubblico, lo sfascio della sanità e dell’istruzione. L’Inghilterra del senso dell’umorismo, del distacco, il Paese guida della ricostruzione nel secondo dopoguerra si ritrova oggi deprivato di risorse e di speranza. A meno che i cittadini non ricostruiscano tutto quello che, da Margaret Thatcher a Tony Blair, è stato distrutto sotto i loro occhi: la tradizione, la cultura, la dignità, il senso dello Stato.”

313Q3fnKJfL._BO1,204,203,200_Con queste parole l’editore Salani descrive il libro C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio. Quando mio padre me lo regalò nel 2011, questo libro mi fece l’effetto di una bomba. Lo lessi con rabbia – una rabbia diretta principalmente all’autrice che mi aveva costretto a vedere quello che non volevo vedere, rompendomi il sogno della Cool Britannia come si rompe un giocattolo ancora semi-nuovo. Ma il danno era fatto, gli occhi mi erano stati brutalmente  e da allora non sono più riuscita a chiuderli. Meglio così.

Ho riletto questo libro di recente, dopo aver letto molti più giornali e dopo aver discusso molto di più di polita con amici e colleghi (che adesso e’ accettabile parlare di politica in Inghilterra, almeno tra i giovani), e soprattutto dopo aver sperimentato sulla mia pelle cinque anni dell’austerity dei Conservatori che – a sentir loro – non fanno altro che raccogliere i pezzi di un’economia rotta dal New Labour. E improvvisamente tutto ha cominciato ad avere senso. O almeno più senso di prima…

Scrittrice, storica e giornalista, Gaia Servadio vive dal 1956 tra la Gran Bretagna e l’Italia, quindi chi meglio di lei può raccontare “dall’esterno” questa spettacolare caduta? E lo fa in netti capitoli/ritratti, che ripercorrono principalmente gli ultimi trent’anni, anche se non mancano incursioni in anni più lontani, come quelle nell’amore Edoardo VIII per la divorziata americana Wallis Simpson o nel misterioso viaggio di Rudolf Hess, il portetto di Hitler, in Gran Bretagna nel bel mezzo della la II guerra Mondiale (se Churchill l’avesse saputo…!). E naturalmente dal libro non manca Margareth Thatcher, The Iron Lady, che odiava i deboli in quanto erano sanguisughe che succhiavano il sangue dello Stato e se avesse potuto li avrebbe sterminati tutti; certamente li sterminò dal suo Governo…

Ho rivissuto la vita di personaggi di cui avevo letto più o meno distrattamente sul giornale o, nel caso di Jade Goody, la “proletaria” londinese diventata famosa per aver partecipato al Big Brother, la morte in diretta televisiva nel 2009 per assicurare un futuro economico ai suoi figli. Aveva 28 anni e un cancro al collo dell’utero. Ma soprattutto ho letto con orrore di cose che mi erano sfuggite all’epoca, principalmente perché il mio inglese non era all’altezza e perché non avevo idea di chi la meta di questi personaggi fosse. Come l’aver sfacciatamente alimentato le menzogne sulla presenza di armi nucleari in Iraq di Tony Blair per portare il Paese in guerra – evento a cui viene legata anche la storia della misteriosa morte nel 2003 dello scienziato David Kelly, colpevole di aver puntato il dito contro quelle bugie.

 “Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by KennardPhillipps

“Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by Kennard Phillips

E improvvisamente l’immagine “finta” creata da Peter  Kennard e Cat Phillips che vede Tony Blair fotografarsi con un cellulare sullo sfondo di un pozzo petrolifero iracheno in fiamme che avevo visto alla mostra Rude Britannia: British Comic Art a Tate Britain nel 2010 e che allora non avevo capito, ora ha senso. I danni lasciati dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown sono stati epocali, direi ormai irreparabili. La degenerazione dell’Inghilterra che credevo di conoscere è definitiva. E quando la Servadio dice, ad un certo punto del libro, che l’Inghilterra di adesso è come l’Italia, ma senza il bel tempo non posso che convenire…

Ma non bisogna disperare, che ci sono ancora cose che funzionano meglio che da noi. In Novembre per esempio, il ministro del Tesoro  George Osborne all’ultima manovra economica non ha tagliato i fondi ai Beni Culturali, tra il sospiro di sollievo di tutti noi che lavoriamo nel settore. Il motivo?  Il fatto che uno dei migliori investimenti che una nazione può fare è nell’arte, nei musei, nei beni culturali, nei media e nello sport. Alla faccia di quel filisteo di Tremonti che nel 2010 aveva detto checon la cultura non si mangia.” Si mangia eccome, provare per credere…

Ma questo di Gaia Servadio resta un libro che tutti quelli che sognano ancora l’Inghilterra delle teiere con la Union Jack e la Cool Britannia dovrebbere leggere…

Su You Tube un’interessante intervista della giornalista.

Fighting History: La storia è adesso. A Tate Britain

Più di una volta Penny Curtis, la direttrice uscente della Tate, è stata criticata per la scelte dei soggetti delle sue mostre – artiste donne semi-sconosciute ai più come Marlene Dumas e Agnes Martin, o una mostra dedicata alla scultura vittoriana come Sculpture Victorious– e di certo non credo si sia fatta molti amici con questa ultima di Tate Britain del titolo Fighting History, che ci offre una carrellata tematica di quadri di soggetto storico o pseudo-storico che attraversa gli ultimi 250 anni di pittura di britannica. Una mostra che riesce ad essere, al tempo stesso, pomposa e stiracchiata e sorprendentemente intrigante, anche se alcune scelte curatoriali sono alquanto discutibili che sotto l’etichetta di pittura di storia sembrano essere raccolti tutti i generi che non sono paesaggio e ritratto: dalla mitologia ai soggetti biblici (ci sono ben SEI, dico SEI quadri raffiguranti il Diluvio Universale e quasi tutti appartengono alla Tate: se non è stiracchiare questo!). E che ci fa un quadro con Re Lear per soggetto in una mostra dedicata alla pittura di storia? Non era Re Lear un personaggio inventato dalla geniale fantasia di Shakespeare? I veri dipinti di storia sono pochi e rappresentano i soliti noti, gli eroi come Wellington, Nelson (e altri oscuri personaggi che a me, forestiera, sono praticamente sconosciuti), fatta l’eccezione per un magnifico quadro di Walter Sickert (1860-1942), un quadro di Allen Jones e una foto di Steve McQueen, il regista di 12 anni schiavo (12 Years a Slave).

Miss Earhart's Arrival 1932 Walter Richard Sickert 1860-1942 Purchased 1982 http://www.tate.org.uk/art/work/T03360

Miss Earhart’s Arrival 1932, Walter Richard Sickert. Tate

Fino al XX secolo la pittura di storia è stata la forma più alta di pittura. I soggetti storici avevano il compito di istruire e mostrare le virtù senza tempo del coraggio e dell’integrita’ morale. Ma quando, nel XX secolo, la pittura si sposta verso l’astrazione e il Modernismo, questi primato si perde. Ma questo non significa che gli artisti contemporanei abbiano smesso rappresentare eventi storici (e con essi, la nostra reazione ad essi); solo, lo hanno fatto utilizzando modi diversi. E allora entri Jeremy Deller.

Artista concettuale che nel 2013 ha partecipato alla Biennale di Venezia rappresentando la Gran Bretagna nel Padiglione Inglese (che ho opportunamente visitato e apprezzato), è stato in assoluto la star della mostra.

La sala da lui creata e che ospita, oltre a memorabilia poster e ritagli di giornale, il filmato della rievocazione della Battaglia di Orgreave nel Sud dello Yorkshire, tra minatori e forze dell’ordine nel1984, mi ha lasciato completamente a bocca  aperta. Posso solo paragonarlo alla forza emotiva che avrebbe su di me-donna adulta, il vedere una rievocazione  storica fatta nei benché minimi dettagli delle lotte studentesche avvenute a Bologna nel 1977 quando avevo neanche sette anni.

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Flashpoint: A mounted policeman swings his baton during the clash with miners at Orgreave, 1984. Photo John Harris

Quello compreso tra il 1984 e il 1985 è uno dei periodi più cupi dell’Inghilterra ‘tacheriana’, quando la polizia a cavallo attacca i minatori in sciopero che stavano facendo picchetto davanti alle miniere, picchiandoli con i manganelli. Centinaia di feriti e un massiccio insabbiamento di quanto era effettivamente accaduto, da parte del Governo britannico che ordina (letteralmente!) alla BBC di montare il filmato al contrario per far apparire i minatori colpevoli di aver attaccato per primi la polizia, in modo da giustificare la reazione spropositatamente violenta della polizia. Con questa rievocazione, avvenuta il 17 giugno 2001, Deller propone la verità storica di coloro che vi presero parte (ex-minatori, ex-poliziotti) e che sono stati appositamente coinvolti nel progetto, prendendo le distanze dalla mistificazione che ne fecero i media per volere dell’allora primo ministro Margaret Thatcher (1925-2013).

“What’s a grim part of history!” esclama la mia dolce metà, scuotendo la testa amareggiato, prima di alzarsi dalla panca alla fine del filmato e scomparire nella sala successiva. Io invece, ho faticato a staccarmici. Nel 1984 avevo 14 anni ed ero pazza per i Duran Duran: la mia idea dell’Inghilterra non andava oltre i capelli cotonati di Boy George e degli aderenti al New Romantic. Mentre io sognavo i boccoli biondi e gli occhioni azzurri di Simon le Bon, qualche centinaio di km a nord di Londra i minatori lottavano per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie contro il governo della Lady di Ferro, Margaret Thatcher. Inutile dire chi ha vinto…

E solo allora ho compreso il titolo della mostra: Fighting History, storia di battaglie. Da quelle combattute da Nelson e di Wellington contro Napoleone, a questa lotta civile contempoaranea tra stato e cittadini. E a questo serve la pittura di storia: a non dimenticare

Londra//fino al 13 Settembre 2015

Tate Britain

tate.org.uk

The Iron Lady, un anniversario

Pochi l’hanno amata, molti l’hanno odiata, ma nessuno è rimasto senza un’opinione di qualche tipo su di Margaret Thatcher (1925-2013). Inclusa la sottoscritta. Suppongo di sentire per la defunta baronessa la stessa morbosa curiosità che gli inglesi avevano (e hanno tutt’ora) per Berlusconi o per le vicende politiche dell’Italia. Fatto sta che durante una delle mie razzie in biblioteca ho trovato l’ultima biografia sulla Signora Thatcher (Margaret Thatcher: The Authorised Biography, Volume One: Not for Turning, di Charles Moore se qualcuno è interessato o semplicemente masochista) e ho iniziato a leggerla, con buona pace della mia dolce metà che non capisce il perchè della mia curiosità per un capitolo della storia britannica che lui (e molti altri con lui) preferirebbe dimenticare. Bambinello negli anni Settanta e giovanotto negli Ottanta, il mio compagno l’uragano Maggie l’ha vissuto in prima persona. E da quanto mi pare di capire, non è stata un’esperienza piacevole.

Una cosa è innegabile: sotto la Thatcher la Gran Bretagna ha visto enormi cambiamenti economici, demografici e culturali. Ci sono state due grandi recessioni e il boom degli anni 1980 (OK, un boom in cui il PIL non era cresciuto più di un paio di punti percentuali, ma il Ministro del Tesoro George Osborne solo due anni fa avrebbe ucciso per una crescita del 2,2%…); i poveri sono diventati più poveri e i ricchi più ricchi, i sindacati sono diventati fantocci e i datori di lavoro più potenti. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Lo stesso sta accadendo da quando i conservatori di David Cameron sono tornati al potere nel 2010. Eppure fu una dei pochi parlamentari Conservatori a votare a favore della depenalizzazione dell’omosessualità maschile e (udite, udite!) dell’aborto, s’impegnò (invano bisogna dirlo) per l’abolizione dell’apartheid ed è stato anche grazie a lei che Unione Sovietica e Stati uniti hanno ripreso a parlarsi. E se questo non la cancella il resto, non posso esimermi dall’essere affascinata dalla Lady di Ferro e dalla sua determinazione. Che ci è voluta davvero una volontà di ferro per una donna degli anni Cinquanta per entrare in polica, alla faccia di tutto e di tutti.

Il resto non sta a me giudicarlo. “Gli anni Settanta erano lugubri perchè il Paese andava a catafascio, e negli anni Ottanta il Paese andava a catafascio per colpa di ‘Maggie’…” sentenzia la mia dolce metà con tono lapidario. “Horrible years the Eighties…” “Insomma, non era poi così male!” replico con sincero entusiasmo pensando con nostalgia agli anni della mia adolescenza. “Pensa alla musica! I Duran Duran, gli Spandau Ballet, i Culture Club…” “As I said…” fa lui lapidario. “Horrible years the Eighties…”

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Nils Jorgensen/Rex

Donne, moda e potere. Al Design Museum di Londra

La moda è diventata un soggetto popolare per mostre nei musei e i quasi ottantamila biglietti venduti per Alexander McQueen al V&A lo dimostrano. Di retrospettive di questo tipo ce ne sono stata parecchie negli ultimi anni – basti pensare a quella dedicata a Jean Paul Gaultier tenutasi nel 2014 al Barbican – e tendono naturalmente a mettere lo stilista sotto i riflettori, in quanto artista e creatore.

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Women Fashion Power, Londra, Design Museum. 2015©Nebbiadilondra

Ma non qui. In Women Fashion Power al Design Museum, sono le donne ad essere le protagoniste, non i designers. Scopo della mostra, dice la curatrice Donna Loveday, è quello di inquadrare le donne come eroine della storia della moda, piuttosto che le vittime di ciò che indossano. Dalle Suffragettes agli abiti morbidi di Paul Poiret e Mariano Fortuny degli anni Venti, dalle gonne a ruota degli anni Cinquanta alle minigonne degli anni Sessanta, a quei capi base degli anni Ottanta che erano le “spallone” imbottite delle giacche (che facevano sembrare tutte simili a giocatori di football americano) e gli scaldamuscoli lanciati da Jane Fonda per arrivare alle piume e giacche di pelle di cantanti rock come Skin e Lady Gaga, quello che una donna indossa è una delle forme più complesse di auto-espressione.

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Women Fashion Power, Londra, Design Museum. 2015©Nebbiadilondra

E se questo vale per ognuna di noi, donne in carriera o no, è vero soprattutto nel caso di regine come Elisabetta II, di primi ministri come Margaret Thatcher, di principesse come Lady Diana o di spose di politici come Samantha Cameron – donne carismatiche hanno usato la moda a loro vantaggio. E sbirciando negli armadi di venti tra le più potenti donne del mondo (tra cui il pluripremiato architetto Zaha Hadid, che ha disegnato il layout di questa esposizione) la mostra esplora centocinquant’anni di storia della moda femminile.

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Women Fashion Power, Londra, Design Museum. 2015©Nebbiadilondra

Tra i miei preferiti, un abito di perline in stile “ flapper” del 1920, l’abito da sera di Jacques Azagury indossato da Diana, Principessa del Galles per il suo trentaquattresimo compleanno e il cappellino disegnato da Philip Treacy per Sarah Jessica Parker. E molto, molto di più.

Fino al 26 Aprile

designmuseum.org

Moda e modi: Cinque mostre di Primavera

Non siete riusciti ad appropriarvi di uno degli oltre settantamila biglietti venduti per la retrospettiva dedicata ad Alexander Mc Queen? Su con la vita, che l’universo della moda londinese non si esaurisce con la grande retrospettiva del Victoria and Albert Museum. Ecco qualche suggerimento alternativo.
1. Women Fashion Power. Design Museum, fino al 26 Aprile 2015
Che si tratti di spalline e twinsets o piume e giacche di pelle, quello che una donna indossa è una delle forme più complesse di auto-espressione. Da sempre donne carismatiche hanno usato la moda a loro vantaggio e sbirciando negli armadi di venti tra le più potenti donne del mondo (tra cui il pluripremiato architetto Zaha Hadid, che ha disegnato questa mostra) Women Fashion Power esplora centocinquant’anni di storia della moda femminile come indicatore di stato sociale. Un viaggio che dalle Suffragettes a Lady Gaga ci porta nel mondo degli abiti intesi come strumento di comunicazione. Tra i pezzi da non perdere, un abito di perline in stile “ flapper” del 1920, l’iconico abito blu di Margaret Thatcher quando era a capo del Partito Conservatore nel 1975, e l’abito da sera di Jacques Azagury indossato da Diana, Principessa del Galles per il suo trentaquattresimo compleanno. designmuseum.org

Zandra Rhodes Photograph by Gene Nocon

2. Thea Porter: Bohemian Chic. Fashion and Textile Museum, fino al 3 Maggio 2015
Nata a Gerusalemme nel 1927 e cresciuta in Siria, Thea Porter si trasferì a Londra nel 1960, ma la il ticordo della sua infanzia in Medio Oriente non la abbandonò, continuando ad essere per lei un’inestimabile fonte d’ispirazione. I suoi abiti proponevano lo stesso tipo di fantasia orientalista che aveva caratterizzato il lavoro di Barbara Hulanicki da Biba, ma ad un costo molto più alto. Thea Porter è stata, insieme a personaggi come i Zandra Rhodes e Bill Gibb, alla guida della rinascita bohémien della moda britannica e tra il 1960 e il 1970 ha vestito Elizabeth Taylor, la principessa Margaret e i Pink Floyd, per i quali ha creato le giacche e le camicie immortalate sulla copertina del loro primo album, Piper at the Gates of Dawn. La mostra esplora la sua vita familiare nel Medio Oriente negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, la sua evoluzione da arredatrice a stilista di moda negli anni Sessanta e il suo successo internazionale negli anni che seguirono. Con oltre 150 oggetti, tra tessuti, abbigliamento, opere d’arte e fotografie, la mostra include anche una ricostruzione dell’interno del suo negozio di Soho. ftmlondon.org

TP 113. Fashion Rules. Kensington Palace, Kensington Gardens, fino al 4 Luglio 2015.
Se si sente stanca di essere costantemente sotto osservazione per suoi abiti, che devono essere allo stesso tempo regali, eleganti e alla moda, l’impeccabile Duchessa di Cambridge può consolarsi Fashion Rules (le regole della moda) la mostra che si tiene a poca distanza dai suoi appartamenti. Una mostra che, come dice il titolo, esplora il modo in cui le altre tre donne della famiglia reale prima di lei (Sua Maestà la Regina Elisabetta II negli anni Cinquanta, la Principessa Margaret negli anni Sessanta e Lady Diana negli anni Ottanta) se la sono cavata nell’applicare le regole dettate dall’etichetta reale alla moda, e viceversa. E se gli abiti della Regina sono certamente i più belli, con la loro sobria sontuosità, quelli della principessa Margaret appaiono certamente quelli in cui la sua proprietaria si è divertita di più. Interessante e istruttiva è aperta fino all’estate 2015. hrp.org.uk

The Queen's dress by Norman Hartnell,  Photo Getty4. Fashion on the Ration: 1940s Street Style. IWM London (Imperial War Museums), fino al 31 Agosto 2015.
Essere eleganti di solito non costituisce una priorità in tempo di guerra, ma l’IWM London sembra pensarla diversamente. Fashion on the Ration: 1940s Street Style esplora la lotta delle donne britanniche per rimanere chic in tempo di austerità e i diversi modi che trovano per reinventarsi l’abbigliamento date le (molto) limitate circostanze. Tra gli oggetti più particolari, un braccialetto fatto da componenti aeronautici e una parure di biancheria intima ricavata da mappe di seta dell’aereonautica militare creata per la Countessa Mountbatten. Piú che una mostra, una celebrazione della fantasia, dell’immaginazione e della creatività con cui il governo e la popolazione hanno mantenuto alto il morale durante la Seconda Guerra Mondiale. iwm.org.uk

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5. Sonia Delaunay. Tate Modern, dal 15 Aprile al 9 Agosto 2015
A Parigi, dove si trasferisce nel 1906 per unirsi alle Avanguardie, l’ucraina Sonia Terk (1885–1979) conosce e sposa Robert Delaunay e insieme i due sviluppano il cubismo orfico. Ma Sonia rifiuta di limitare se stessa alla pittura, portando l’Orfismo oltre i confini della tela. La sua arte si espande ai tessuti e agli arazzi all’arredamento d’interni e suoi sono i rivoluzionari costumi per i Ballets Russes di Sergei Pavlovich Diaghilev. Le sue creazioni piacciono alle star di Hollywood come Gloria Swanson e sono vedute da Liberty of London e i suoi tessuti diventano così popolari che, negli anni Venti, Sonia finisce con l’aprire a Parigi l’Atelier Simultané. Ma come spesso accade, il genio creativo di Sonia Dealunay è stato pienamente riconosciuto solo dopo la morte del marito Robert nel 1941, la prima donna a cui fu dedicata una retrospettiva al Louvre nel 1964 e ad essere decorata con la Legion d’Onore francese nel 1975. Questa è la prima mostra a ledi dedicata in Gran Bretagna. Davvero da non perdere. tate.org.uk

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