Anglosassoni

Mi piacciono gli anglosassoni. Mi sono piaciuti da quando alle scuole elementari mi è capitata sotto il naso un’immagine dell’Evangeliario di Lindisfarne. L’immagine di San Matteo che, seduto tra iscrizioni greche e latine che gli pendono pericolosamente sulla testa, scrive il Vangelo con lo stesso impegno di un bambino alle prese con l’alfabeto amorosamnete veglaito da un angelo che fa del suo meglio per aiutalo spostandogli la tenda come per fare entrare più luce in quell’età buia, mi ha sempre fatto sognare. Quell’immagine, cruda e bellissima sapeva di maghi e fate, di nebbie e incantesimi, di cavalieri coraggiosi e di spade nella roccia (ok questo era Re Artù ma io allora non avevo chiare le date…). Sapeva di terre remote e misteriose. Sapeva di Inghilterra insomma. Per cui immaginate la mia gioia quando ho ritrovato questa immagine in esposizione alla mostra Anglo-Saxon Kingdoms: Art, Word, War alla British Library!!

La cosa ironica, sopratutto alla luce delle vicende della Brexit, è che gli antenati  dei moderni inglesi altri non erano che un’accozzaglia di popolazioni germaniche e danesi che nel V secolo avevano attraversato il mare del Nord per sistemarsi armi e bagagli nella perfida Albione, colmando il vuoto di potere lasciato da un altro gruppo di immigrati, i romani che, come i polacchi adesso, non avendo più motivo di rimanere sull’isola vista la decadenza, avevano deciso di ritornarsene sul Continente senza neppure tanti saluti.

Uno si chiede se i curatori l’abbiano fatto apposta  a sottolineare con tanta enfasi il fatto che ANCHE gli antenati  di chi ha votato per la Brexit sono il prodotto di un fiorente rapporto di scambio commerciale e di persone con la proto-UE del  Medioevo. Mi viene quasi da ridere al pensiero! 😉

Ma a differenza dei romani che avevano una passione per la parola scritta, gli anglosassoni preferivano la trasmissione orale della loro cultura. Il che, insieme all’iconoclastia innescata dalla riforma aprotestante di Enrico VIII e ai vari incendi che nel corso dei secoli hanno colpito biblioteche e istituzioni religiose, ha fatto si che restasse davvero poco in fatto di testimonianze scritte dell’epoca. Ma qualcosa ci resta  e il risultato di questi scambi culturali è esposto nelle stanze in penombra della British Library: manoscritti religiosi, libri di poesie e rimedi erboristici, censimenti ed  enormi Bibbie. È la nascita letteraria dell’Inghilterra, ed è memorabile.

Sutton Hoo gold belt buckle Early 7th century © Trustees of the British Museum

Ci sono Alcuino da York che influenza Tours in Francia e la delegazione inglese che va a Roma per ottenere il permesso di sciogliere l’arcivescovado di Lichfield. L’Europa era una grande, fluttuante, interconnessa confluenza di potere e influenza.

E naturalmente non poteva mancare la Cronaca di Beda il venerabile, il monaco benedettino vissuto nel monastero di San Pietro e San Paolo a Wearmouth. La sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum in latino, che tratta della storia della Chiesa inglese e, più in generale della storia dell’Inghilterra, dal tempo di Cesare all’anno 731, con particolare attenzione al conflitto tra la Chiesa di Roma e il Cristianesimo celtico. Già perché nell’VIII secolo gran parte dell’isola era già ferventemente cattolica , grazie all’opera di proselitismo iniziata nell’V secolo da un gruppo di coraggiosi missionari inviati da Roma. la Chiesa comincia ad importare libri dal Continente e a raccoglierne altri localmente, mentre i sovrani dal canto loro cominciano a vedere i vantaggi del documentare per iscritto non solo le leggi, ma anche i loro affari.

E ciò che ci si presenta sotto gli occhi è una vera e propria telenovela del potere,  in cui re creano  regni, li perdono, conquistano, uccidono e vengono uccisi. Non per niente Bernard Cornwell ha dedicato a questo periodo un’intera serie di romanzi storici, Le cronache dei Sassoni (The Saxon Stories nell’originale inglese) che ha per protagonista il sassone Uhtred di Bebbanburg, cresciuto tra i vichinghi e ambientato nella Gran Bretagna di Alfredo il Grande nel  IX secolo.

Secondo il Venerabile Beda, la Gran Bretagna era un crogiolo di quattro popoli (Pitti, scozzesi, britannici e anglosassoni) e cinque lingue (le lingue dei suddetti popoli, più il Latino) e prosperò a causa dell’influenza esterna, grazie al commercio, alla religione e alla conoscenza di altri paesi. Ci aspettano tempi difficili. 😦

2019 ©Paola Cacciari

Londra// Fino al 19 Febbraio 2019

Anglo-Saxon Kingdoms: Art, Word, War @ British Library

Fine di un’epoca: Fleet street

Se Chancery Lane è il cuore pulsante della Londra legale, Fleet Street è quello della Londra letteraria. Collegando lo Strand a Ludgate Circus, Fleet Street fu l’epicentro del giornalismo britannico dal XVIII agli anni Ottanta del XX secolo. Chiamata così per via del fiume Fleet, il più grande degli affluenti del Tamigi (che scorre ancora sotterraneo), era anche chiamata the Street of ink e non a caso, visto che già dal 1500 Wynkyn de Worde (allievo di William Caxton) vi stabilì la prima stamperia della capitale, seguito a ruota da molti altri librai ed editori.

Fleet Street in London looking east towards St Paul's Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.
Fleet Street in London looking east towards St Paul’s Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.

La zona attorno a Fleet Street era già abitata in epoca romana, ma fu solo nel XIII secolo che la strada, come la conosciamo adesso, comincia a prendere forma. In realtà all’epoca si chiamava Fleet Bridge Street ed era un insieme sconnesso di taverne, bordelli, botteghe e lavorarori di tintori. La sua associazione con la carta stampata avvenne solo più tardi, nel XV secolo, grazie al gia’ citato Wynkyn de Worde (l’apprendista del più famoso William Caxton), che dal suo laboratori vicino a Shoe Lane sfornava libri stampati a ritmo serrato. Presto altri stampatori ed editori seguirono il suo esempio, attirati dal fiorente commercio legato ai quattro Inns of Courts di Londra, le associazioni a cui ogni avvocato deve appartenere per esercitare la professione in Inghilterra e Galles che erano situate attorno alla Court of Chancery, la Cancelleria (il cui toponimo rimane ancora oggi nella vicina strada di Chancery Lane che unisce Fleet Street con Holborn). Ma se le pubblicazioni legali la facevano da padrone, non mancavano anche testi religiosi (vietati e non) e opere teatrali.

London, 2016 © Paola Cacciari
St Bride Church, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Nel XVI secolo Fleet Street era così affollata da rendere necessaria la promulgazione di un editto reale del 1580 che proibiva la costruzione di altre case che si affacciavano sulla strada – editto regolarmente ignorato da padroni di casa senza scrupoli desiderosi di arricchirsi (e in questo nulla è cambiato in oltre 500 anni).  Ci vollero le fiamme del Grande Incendio di Londra che nel 1666 distrusse la parte orientale della strada, a porre un improvviso freno a questa espansione selvaggia.

Dalle ceneri dell’incendio nacque St Bride Church. Nascosta in una quieta stradina laterale, St Bride è un’oasi di pace a due passi dal frastuono di Fleet Street. Detta anche la chiesa dei giornalisti per la sua (ovvia) vicinanza alla strada in questione, è anch’essa una delle chiese ricostruite da Christopher Wren dopo il Great Fire e pare che proprio il suo elegante campanile abbia fornito l’ispirazione per le torte nuziali!

Ma se la strada era già sede di stampatori nel XVI secolo, fu solo nel XVIII secolo che diventa la sede del primo quotidiano britannico, The Daily Courant fondato nel 1702. Fleet Street doveva essere davvero incredibile all’epoca, l’ombelico del mondo della carta stampata della Capitale, popolato da pub, taverne e nascenti coffee houses dove giornalisti, intellettuali e scrittori si incontravano per scambiarsi notizie e pettegolezzi in un epoca ancora priva di internet e del telefono.

La diffusione dei giornali era tuttavia fortemente limitata dalle tasse  sulle carta, che nel XIX secolo erano altissime; solo con la loro abolizione nel 1861 si arrivó ad un vero e proprio boom della parola stampata. L’avvento del XX secolo Fleet Street e la zona circostante erano dominate dalla stampa nazionale e dalle industrie connesse, tanto che su quella grande arteria stradale di Londra presto non rimasero altro che le sedi dei giornali e i pub in cui i giornalisti andavano a dissetarsi tra un articolo e l’altro. Che su Fleet Street, non lontano da Gough Square e dalla casa del Dr Samuel Johnson, Ye Olde Cheshire Cheese è uno dei più antichi pub di Londra, nonché uno dei primi ad essere stati ricostruiti dopo l’incendio del 1666. Prende il nome dal Cheshire, uno dei formaggio più antichi prodotti in Inghilterra e uno dei più popolari nel tardo XVIII secolo. Pare che tra i clienti abituali di questo caratteristico pub ci fossero Samuel Jonhson (ancora lui) e Charles Dickens. E se la presenza del Dottore non è mai stata accertata (ma ci piace pensare che fosse il suo ‘local’), quella di Dickens  pare invece più sicura, visto che lo cita nel suo A Tale of Two Cities.  Alla fine di Fleet Street, altro pub storico è The Punch Tavern dove nel 1841 nacque il giornale satirico Punch; il pub attuale fu ricostruito nel 1894-5, ma mantiene ancora molte delle caratteristiche originali, tra cui la sua atmosfera accogliente (lo so, l’ho provato diverse volte… 🙂 ).

Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari
Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Ma tutto ciò pose una brusca fine la decisone di Rupert Murdoch che nel 1986 decise di trasferire i suoi quotidiani, The Sun e The Times a Wapping, dando inizio ad un esodo terminato solo di recente con la chiusura dell’ultimo quotidiano rimasto in Fleet Street, lo scozzese Sunday Post. Gli splendidi edifici Art Déco che si trovano al n.135 e al n. 128 e che ospitarono rispettivamente le sedi del Daily Telegraph (1927-28) e del Daily Express (1932) prima che i quotidiani si trasferissero altrove, restano a testimoniare il glorioso passato della strada. E anche della fine di un’era.

2016 ©Paola Cacciari

Sicilia: terra di cultura e di conquista al British Museum

Che la Sicilia sia sempre stata una terra di conquista lo sappiamo tutti. O almeno lo sanno (o almeno dovrebbero saperlo) tutti gli scolari italiani che hanno prestato attenzione alle lezioni di storia a scuola. Ma per il resto del mondo, per tutti coloro che in Sicilia non ci sono mai stati (tra questi filistei ci sono anch’io) o che non hanno mai avuto occasione di approfondirne le complicate vicende, il fatto che in questa isola strategica, la più grande del Mediterraneo, ci sia molto più della Mafia o dell’Ispettore Montalbano (diventato superpopolare nella terra del Fish and Chips grazie alla BBC4 che periodicamente trasmette e ritrasmette la serie con Luca Zingaretti per la gioia di mia suocera) può essere una vera e propria rivelazione. Soprattutto per gli abitianti di un’altra isola come gli inglesi. Che se il fatto che i Normanni invasero la Gran  Bretagna nel 1066 è trapanato nel cervello di ogni ragazzino in età scolare, mi chiedo quanti scolari britannici (ma anche quanti adulti) sappiano che quegli stessi normanni che sbarcarono sulle coste inglesi guidati da Guglielmo il Conquistatore, invasero la Sicilia nel 1061 cinque anni prima che invadessero la Gran Bretagna, al seguito di Ruggero I di Altavilla (1031 circa- 1101) e la governarono per duecento anni…

Concordia temple in Agrigento, Sicily
Concordia temple in Agrigento, Sicily

Piantata com’è nel mezzo del Mediterraneo, questa bella isola ha attirato ondate di popoli sin dall’VIII secolo a.C. che ne hanno inevitabilmente influenzato e modificato la cultura, solo per essere poi irrimediabilmente conquistati dalla sua selvaggia bellezza. Cartaginesi, greci, romani, bizantini, arabi e normanni si sono susseguiti portando con sé il loro patrimonio linguistico e culturale: un patrimonio che ha finito con il mescolarsi, stratificarsi fino a diventare qualcosa di completamente nuovo e totalmente unico.

Dalla preistoria alla Magna Grecia (a Siracusa, che Cicerone descrive come “la più grande e la più bella di tutte le città greche” nasce Archimede che qui ha famosamente esclamato “Eureka!” ) passando per la dominazione Romana (testimoniata tra le altre cose da un impressionante rostrum di bronzo di una delle navi romane impegnate nella cruciale battaglia delle Egadi del 10 marzo 241 a.C., da poco ripescato dal mare) e le invasioni dei Vandali, fino ad arrivare alla conquista araba, che insieme ad una raffinata cultura portarono anche le arance per le quali l’isola è famosa, questa mostra racconta con garbo l’affascinante storia di quest’isola.

Come hanno fatto lingue e culture, anche religioni diverse hanno convissuto per secoli le une accanto alle altre in pace e armonia. Un’armonia espressa non solo nell’arte, ma anche negli oggetti personali, veri e propri capolavori di arte applicata, come il mantello di Ruggero II (1095-1154), tessuto a Bisanzio e ricamato da mussulmani i Sicilia per un Re cristiano; o una splendida iscrizione scolpita su un monumento funerario voluto da un suddito cristiano in onore della madre nel 1149, le cui parole sono ripetute in giudeo-arabo (in arabo scritto in alfabeto ebraico), latino, greco e arabo. Ma sotto Ruggero non furono solo le arti a fiorire con splendide opera architettoniche come la magnifica Cappella Palatina di Palermo, costruita a tra il 1130 e 1143 per volere di Ruggero II e consacrata il 28 aprile 1140, questa magnifica magnifica basilica a tre navate che si trova all’interno del complesso architettonico di Palazzo dei Normanni era la “cappella” privata della famiglia reale e a Palermo questo sovrano illuminato attrasse accanto a sé i migliori tra studiosi, filosofi e scienziati di ogni etnia, come il famoso geografo arabo al-Idrisi (Idrīsī o Edrisi)

Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180 AD
Byzantine-style mosaic showing the Virgin as Advocate for the Human Race, originally from Palermo Cathedral, c.1130-1180

Le cose si complicano non poco quando, nel 1208, quattordicenne, Federico II (1194-1250) uscì dalla tutela della madre Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II) e di Papa Innocenzo III  e assunse direttamente il potere nel Regno di Sicilia. Fino ad allora la principale preoccupazione del Pontefice  era stata quella di mantenere distinti Impero e Regno di Sicilia, ma questo diventa impossibile quando nel 1213 Federico II, sconfitto  Ottone IV di Brunswick, viene incoronato anche re di Germania nel 1213.

Nonostante la promessa di Federico di non unire in un’unico stato l’Impero e il Regno di Sicilia, il Pontefice Onorio III decide di allontanare lo Svevo spedendolo in Terra Santa alla guida dell V Crociata offrendogli in cambio del disturbo la corona imperiale. Incoronato in San Pietro a Roma nel 1220, Federico II viene poi scomunicato dal nuovo Papa Gregoro IX nel 1227  che lo accusa di aver tergiversato e di aver tradito la Chiesa.

Ma se l’imperatore Svevo era un’anticristo per il papa, per il resto del mondo era lo Stupor Mundis. Non solo diede vita in Sicilia (e nell’Italia meridionale) ad un regno basato su di un governo centralizzato e che poteva contare su di un’efficiente amministrazione, ma soprattutto fu un convinto protettore di artisti e studiosi e la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.

Uomo straordinariamente colto (parlava sei lingue: latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) ed energico e lui stesso un discreto letterato, Federico ebbe un ruolo di primo piano nella storia della letteratura promuovendo la poesia della Scuola siciliana che fiorì a Palermo dal 1220 e fondando a Napoli un’Università (1224), che avrebbe permesso ai sudditi a lui fedeli di studiare senza doversi recare fino a Bologna. Sotto di lui la Sicilia raggiunge l’apice culturale e con i suoi successori iniziò il lento declino dell’isola che costringe artisti come Antonello da Messina a lasciare la sua terra e a trasferirsi a Napoli.

E il mio pensiero va inevitabilmente ad un’altra mostra che solo pochi mesi fa ha occupato proprio questi stessi spazi del British Museum e dedicata all’Egitto dopo i faraoni (Egypt: Faith After the Pharaohs), una mostra che come questa sulla Sicilia esplora la natura cosmopolita e multiculturale di un’altra antica potenze del mediterraneo. Che a pensarci bene, in un epoca come quella in cui viviamo in cui il multiculturalismo è diventato norma e in cui l’immigrazione (con le pressioni fiscali e sociali che ne derivano) è diventata una delle più grandi preoccupazioni della politica europea (non solo britannica) ha perfettamente senso che un’istituzione come il British Museum cerchi di esaminare e il modo in cui culture diverse possano coabitare, coesistere e interagire in modo positivo per tutti.

Sicily: culture and conquest
Fino al 14 agosto 2016
The British Museum, Londra
www.britishmuseum.org/sicily

Il Rinascimento secondo i Tudor

Il Rinascimento arriva in Inghilterra tardi e in punta di piedi, tanto da portare alcuni studiosi ad affermare che gli artisti inglesi non avessero compreso la grande rinascita del Classicimo avvenuta in Italia ed in Europa a partire dal XV secolo. In realtà il Rinascimento in Inghilterra fu compreso benissimo, ma le sue caratteristiche principali furono adattate al gusto locale (come spesso accade quando un elemento straniero è importato in una diversa realtà culturale) e incorporate nelle strutture gotiche preesistenti. E il risultato è quello stile eccentrico ed eclettico noto come stile Tudor, dal nome dal fondatore della dinastia, Enrico VII Tudor (1457-1509). Distratta per anni da lunghi e sanguinosi conflitti come la Guerra dei Cent’anni (1338-1453) e quella delle Due Rose (1454-1485) tra le due casate rivali di Lancaster e York, l’Inghilterra dell’XV secolo non avaveva né il tempo né le risorse per dedicarsi seriamente all’arte, almeno a quella nuova arte imbevuta di classicismo che arrivava dall’Europa. Bisognerà aspettare la vittoria di Enrico VII Tudor su Riccardo III di York a Bosworth Field nel 1485 e il suo successivo matrimonio con Elisabetta di York che pone fine alla guerra tra le due casate rivali, perché l’Inghilterra possa finalmente rilassarsi e guardare a quanto stava succedendo in Italia.

Henry VIII by Hans Holbein the Younger
King Henry VIII, 1536. Hans Holbein, the Younger. ©Museo Thyssen-Bornemisza

Ma, ironia della sorte, fu la Francia, non l’Italia a dominare la cultura artistica del tempo dei Tudor. Tutta colpa di Enrico VIII (1491-1547) e della sua testarda passione per Anna Bolena (1507?-1536) per sposare la quale non esita a tagliare i ponti con il Papato, solo poi per farla decapitare tre anni dopo e tentare la fortuna sentimentale con altre quattro mogli. A nulla valsero i sanguinosi tentativi di Maria I (1516-1558), figlia di Caterina d’Aragona di ritornare al Cattolicesimo: con Elisabetta I (1533-1603) il Protestantesimo diventa una realtà stabile e permanente e Roma si fa più lontana che mai. Se Enrico VII era più simile ad un ragioniere che ad un sovrano per la pignola accuratezza al limite della spilorceria con cui gestiva le finanze dello stato, suo figlio Enrico VIII era (almeno in gioventù) un giovanotto amante dello sport e in possesso di una vasta cultura umanistica, oltre che di un notevole talento musicale e linguistico (parlava correttamente Latino, Spagnolo e Francese). Quello che il giovane sovrano non aveva era un’interesse per le questioni di stato, che era ben felice di lasciare al suo braccio destro, il Cardinale Thomas Wolsey (1473-1530). Enrico VIII sarà stato “sfortunato” in amore, ma fu certamente fortunato con i suoi ministri visto che, oltre al suddetto Wolsey ebbe al suo servizio anche quella straordinaria eminenza grigia che fu Thomas Cromwell (1485-1540). Ma essendo Enrico l’irascibile, bilioso e narcisista personaggio che tutti conosciamo, finì con il liberarsi di entrambi con conseguenze disastrose…

Angel, Benedetto da Rovezzano, 1524–1529 © Victoria and Albert Museum, London
Angel, Benedetto da Rovezzano, 1524–1529 © Victoria and Albert Museum, London

Tuttavia, se Cromwell era contento di gestire il potere nell’ombra, non c’era nulla di modesto o dimesso in Wolsey, che indossava la sua magnificenza con la stessa disinvoltura con cui indossava il rosso cardinalizio. Figlio di un commerciante di Ipswich, forse un macellaio Thomas Wolsey domina la scena politica e religiosa inglese per oltre un decennio. Diventato ricco e potente nonostante le umili origini, il cardinale non esita a mostrarlo e, come la sua personalità e la sua ricchezza, tutto nella sua vita era esagerato. Persino la grandiosa tomba in marmo e bronzo dorato che commissiona allo scultore pistoiese Benedetto da Rovezzano (1474 – c. 1552) e mai completata, che sarebbe stato il primo monumento interamente in stile rinascimentale realizzato in Inghilterra (e i cui quattro angeli bronzei superstiti si possono ammirare nelle sale del Rinascimento del Victoria and Albert Museum). Ma niente mostra la vera natura del Cardinale meglio del magnifico palazzo che si fece costruire nel 1515 appena fuori Londra, ad Hampton Court per mostrare agli ambasciatori stranieri che il Lord Cancelliere di Enrico VIII (nonché Arcivescovo di York ) non viveva meno splendidamente dei cardinali romani. Sfortunatamente per lui, Wolsey cadde famosamente in disgrazia per non essere riuscito a convincere il Papa a concedere al Re il divorzio da Caterina D’Aragona e fu costretto per questo a rinunciare, oltre al suo titolo di Lord Cancelliere e alla sua sontuosa residenza londinese, York Place (opportunamente trasformata nel palazzo di Whitehall in tempo per l’incoronazione di Anna Bolena nel 1533) anche al suo meraviglioso palazzo di Hampton Court. Non che Enrico ne avesse bisogno, che già allora il re possedeva oltre ad una sessantina si palazzi e residenze. Ma al sovrano non erano sfuggite le potenzialità architettoniche dell’edificio, che tra il 1529 e il 1535 fu ampliato con l’aggiunta della Great Hall, la grande sala da pranzo e da ricevimento tipica delle residenze nordiche, delle grandi cucine e di un campo da tennis, il più antico del mondo ancora in uso.

Hampton Court Tudor Facade by Paola Cacciari
Hampton Court Tudor Facade by Paola Cacciari

Hampton Court è con Greenwich Palace il più grande dei numerosi palazzi reali dei Tudor. Costruito nello stile in voga nel periodo, in mattoni rossi e circondato da un fossato e caratterizzato da un’infilata di cortili interni, Hampton Court è tuttavia decorato nel nuovo stile rinascimentale che stava spopolando in Italia dove, nel XIV secolo la riscoperta dell’antichità classica aveva riportato in auge putti e grottesche. Questi motivi decorativi che appaiono in Inghilterra già dal 1460, raggiungono la massima popolarità attorno al 1520 grazie al movimento di studiosi, religiosi e, soprattutto, dei numerosi artisti italiani ricercatissimi in Inghilterra per la loro maestria. Uno dei motivi per cui il Rinascimento arrivò tardi in Inghilterra fu in parte dovuto alla scarsità di artisti e artigiani locali specializzati nel nuovo stile – scarsità a cui i sovrani Tudor fecero fronte invitando artisti ed artigiani europei ad attraversare la Manica nella speranza che costoro potessero insegnare agli artisti inglesi i segreti del loro mestiere. Tra questi il fiorentino Pietro Torrigiano che, ingaggiato da Enrico VII per scolpire il suo monumento funebre, abbandonò l’Italia dove sarebbe per sempre rimasto all’ombra di Michelangelo (ma non prima di aver rotto il naso all’irritante rivale durante una scazzotta tra artisti) per l’Inghilterra. Wolsey, che aveva visto per la prima volta l’uso dei motivi classici alla corte di Francesco I di Valois (1494 –1547), affida prontamente la decorazione di Hampton Court al toscano Giovanni da Maiano (c.1486-c.1542), a cui commissiona una serie di tondi di terracotta con le teste degli imperatori romani che ancora fanno bella mostra di sé sui muri dei palazzo.

Fragment of terracotta decoration, figure of Cupid London, England, ca 1518-1522 (made) ©Victoria and Albert Museum
Fragment of terracotta decoration, figure of Cupid London, England, ca 1518-1522 (made) ©Victoria and Albert Museum.

Il fatto che ci fossero pochi architetti nell’Inghilterra dei Tudor si spiega con il fatto che, al contrario di quanto avviene in Italia con Leon Battista Alberti, ancora nel XVI secolo, l’architettura non era vista come una disciplina rinascimentale. Per questo bisognerà attendere quasi un secolo, quando Inigo Jones (1573-1652) porterà il classicismo romano e l’opera di Andrea Palladio (1508-1580) oltremanica alla corte di Giacomo I Stuart. Quello che interessava ai costruttori Tudor era il repertorio decorativo offerto dal Rinascimento italiano- repertorio che, dopo la rottura di Enrico VIII con Roma, continua ad arrivare in Inghilterra filtrato dal flamboyant gusto della Francia dei Valois e coadiuvato, oltre che dall’influenza di artisti e artigiani stranieri, anche dalla crescente circolazione di stampe e incisioni.

Spesso utilizzati “creativamente” fuori dal loro costesto originale elemnti come putti, grottesche, trofei e divinità mitologiche, sono per gli artisti inglesi una nuova elettrizzante fonte d’ispirazione per decorare gioielli, tazze e mobilio, o per creare le vivaci decorazioni in terracotta così largamente utilizzate nelle facciate dei palazzi dell’epoca. Ma contrariamente all’Italia, dove la qualità dei dettagli e delle rifiniture è ancora oggi un elemento importantissimo in un oggetto, i committenti britannici erano più interessati alla novità costituita dal Rinascimento piuttosto che all’accuratezza dei dettagli dell’intarsio di una colonna o di una lesena; questi elementi decorativi erano destinati ad essere visti da lontano, parte di uno schema decorativo più vasto: non era necessario fossero perfetti. Inoltre, vista la facilità con cui gli edifici passavano di mano in mano e la velocità con cui erano prontamente ridecorati, gli architetti Tudor semplicemente non avevano tempo da perdere in finezze inutili e in altrettanto inutili dettagli.

Terracotta relief, London, England (probably, made) ca. 1518-1522 (made) ©Victoria and Albert Museum.
Terracotta relief, London, England (probably, made) ca. 1518-1522 (made) ©Victoria and Albert Museum.

Ciò che si richiedeva ad un edificio Tudor era di essere elegante e pratico piuttosto che grandioso, e questo rimane ancora oggi il più grande fascino dell’architettura inglese del XVI e XVII secolo. Con la riforma agraria promossa da Elisabetta I il numero e la grandezza delle residenze di campagna aumentò considerevolmente e la decorazione si fece più elaborata, anche se la struttura di base rimase fondamentalmente immutata. Invece di costruire grandi palazzi per se stessa come amava fare suo padre Enrico VIII, l’oculata Elisabetta lasciò che fossero i nobili della sua corte a costruire lussuose dimore in suo onore. Ma questa è un’altra storia…

2015 ©Paola Cacciari

pubblicato su Londonita

Hampton Court Palace http://www.hrp.org.uk/HamptonCourtPalace/

Per saperne di più sui Tudor visitate le British Galleries del Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London SW7 2RL vam.ac.uk

I primi 800 anni della Magna Carta

Cera una volta in un regno lontano un re cattivo la cui avidità e autoritarismo non andava giù ai ricchi baroni dell’aristocrazia. Per sfortuna del Re, tali baroni erano abbastanza potenti da costringerlo a trattare con loro e, il 15 giugno 1215, in cambio della loro fedeltà il re fu costretto a firmare un contratto di riconoscimento di diritti reciproci. Il re in questione si chiamava Giovanni Senzaterra ed era il fratello del più celebre e celebrato Riccardo Cuor di Leone (quello delle crociate e dei film di Robin Hood) a cui era successo nel 1999. E il documento che avrebbe cambiato il corso della storia per sempre era la Magna Carta.

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L’importanza della Magna Carta è superata solo dall’ignoranza che ne circonda il suo contenuto – ignoranza che pare essere condivisa anche da grande parte dei politici contemporanei. E se praticamente tutti dei suoi 63 articoli originali sono oggigiorno obsoleti (a nessuno interessa più una legge per regolamentare la caccia nella foresta – almeno non alla maggioranza dei cittadini moderni) quelle in cui si afferma il diritto ad un processo veloce godono ancora di ottima salute – tranne che in Italia, dove questo continua ad essere un utopia anche nel XXI secolo.

Per celebrare gli ottocento anni di questo fondamentale documento, la British Library ha riunito per la prima volta nella storia le uniche quattro copie della Magna Carta sopravvissute, oltre a documenti ad essa ispirati come the Dichiarazione di Diritti inglese del 1689, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), la Dichiarazione d’Indipendenza americana scritta a mano da Thomas Jefferson nel 1776 e una copia originale della Dichiarazione di Diritti americana del 1789. Non mancano anche documenti governativi che proponevano la donazione di una delle copie originali della Magna Carta agli Stati uniti per il loro aiuto durante la Seconda Guerra Mondiale.

Magna Carta © Joseph Turpcourtesy of the British Library
Magna Carta © Joseph Turpcourtesy of the British Library

Idolatrata, fraintesa e abusata, allo stesso tempo documento e mito, la Magna Carta resta comunque il più potente esempio di libertà e giustizia del mondo moderno.

 

Fino al 1 Settembre 2015

Londra // British Library bl.uk/

Fuori Londra: The Red House

Dopo il suo matrimonio con la bellissima Jane Burden, figlia di uno stalliere e icona dei preraffaelliti,  William Morris aveva messo le mani in tasca e si era deciso a spendere una cifra considerevole della sua altrettanto considerevole ricchezza (anche i socialisti possono essere ricchi…) per farsi costruire dall’amico Philip Webb la casa dei suoi sogni, la Red House.
Dal 2002 nelle mani amorevoli del National Trust, la Casa Rossa (costruita in mattoni rossi da cui il nome) esiste ancora oggi nel sobborgo di Bexleyheath, nel Kent, ora un anonimo villaggio a quaranta minuti di treno da Londra, circondata dalle case dei pendolari che hanno colonizzato la campagna circostante e che fanno la spola quotidianamente con la Capitale, come un tempo aveva fatto William Morris.

Disegnata dall’architetto Philip Webb e dallo stesso Morris, la Casa Rossa rappresentava un nuovo approccio sia alla vita che al lavoro che si allontanava volutamente dai modelli vittoriani. Torrette, soffitti con travi a vista e saloni medievali rappresentavano quello che per Morris e i suoi amici – Dante Gabriele Rossetti e sua moglie Lizzie Siddal, Edward e Giorgiana Burne-Jones, Charles Faulkner e le sue sorelle Lucy e Kate, Ford Madox Brown che erano stati chiamati a partecipare al progetto di questa Comune artistica – costituiva l’idea di “architettura moderna.”

Ma lungi dall’essere solo un progetto architettonico e un luogo in cui si sperimentavano design innovativi, la Red House fu anche, e soprattutto, un’esperienza di vita per un gruppo di artisti eccentrici e impegnati. Che oltre a Dante Gabriele Rossetti, fondatore con Millais e Holman Hunt della Confraternita dei Preraffaelliti, Morris era legato a Edward Burne-Jones da una profonda amicizia che risaliva agli anni di Oxford.

The Red House, London. 2014© Paola Cacciari
The Red House, London. 2014© Paola Cacciari

Qui, conquistati dalle antiche storie di cavalieri narrate nella Morte d’Arthur di Malory e dalle poesie di Tennyson, avevano dipinto episodi del ciclo di re Artù sulle pareti della Debating Hall e, in una Oxford pervasa dal risveglio cristiano, avevano sognato di dare vita a novelle comunità monastiche. Red House, edificata sulla strada che i pellegrini percorrevano verso Canterbury, nella visione di Morris doveva diventare una sorta di Camelot dell’Ottocento, la residenza conviviale di una comunità di amici creativi impegnati a rinnovare il mondo con un progetto personale, politico e artistico.

William and Jane Morris The Red House, London. 2014© Paola Cacciari
William and Jane Morris The Red House, London. 2014© Paola Cacciari

Una casa grande per gli standard attuali, ma molto intima per quelli dell’epoca, con i mobili disegnati da Webb e dipinti da Rossetti decorati da motivi chauceriani e scene arturiane, mentre Jane, una finissima ricamatrice, e William creano tessuti e disegni che trasferiti poi su carta saranno la base per il glorioso progetto di carte da parati di Morris. Ned e Giorgiana Burne jones dovevano abitare in un’ala ampliata della casa, e anche Rossetti e Lizzie.

William Morris, photographed by Frederick Hollyer in 1884. Photograph © National Portrait Gallery
William Morris, photographed by Frederick Hollyer in 1884. Photograph © National Portrait Gallery
Ma i sogni non durano mai molto a lungo, neanche se il sognatore si chiama William Morris. E dopo soli cinque anni, nel 1865, Morris, stanco e affaticato per i continui viaggi a Londra (tre ore di treno ad andare e tre a tornare: non soprpende fosse stanco!) , sede della Firm, l’impresa artigiana fondata con Faulkner e Marshall, con la collaborazione di Burne-Jones, Madox Brown e Rossetti, è costretto a vendere la casa per ragioni finanziarie. Georgiana si ammala dopo la perdita di un figlio, Lizzie Siddal muore per una overdose di laudano e Rossetti, persa la testa per Jane, inizia con lei una relazione non solo artistica (anche se la dipingerà ossessivamente) che tormenterà Morris per anni.
Nonostante la dispersione di mobili e affreschi, la casa conserva tracce rilevanti dell’allegra brigata. Ed è perfetta per una gita fuori dagli itinerari turistici…
2014© Paola C. Cacciari

Red House Lane, Bexleyheath, DA6 8JF,
020 8304 9878. Info:  redhouse@nationaltrust.org.uk

Le sale del Medioevo e del Rinascimento al Victoria and Albert Museum

Inaugurate nel Dicembre 2009 dopo quasi dieci anni di lavoro e di ricerca, le gallerie dedicate all’arte del Medioevo e del Rinascimento del Victoria and Albert Museum occupano una superficie espositiva pari a 3.300 metri quadrati e si sviluppano cronologicamente su tre livelli pertendo dal 300 D.C. per arrivare al 1600. Costate 30 milioni di sterline e affettuosamente abbreviate in ‘MedRen’ dagli addetti ai lavori, le dieci sale occupano un’intera ala dell’edificio originale progettato da Sir Aston Webb nel 1899. Con 1.800 oggetti costituiscono la più grande collezione di scultura italiana esistente all’estero.


Alla base di questo mastodontico progetto, è l’ambiziosa visione dei curatori di sfatare il mito negativo di un Medioevo senza luce, tutto cenere e preghiera, prima della rinascita avvenuta del XV secolo. Visione tradotta nella pratica con la creazione di armoniosi spazi espositivi, privi di rigidi confini architettonici che riflettono con la loro continuità spaziale un dialogo mai interrotto tra antichità, Medioevo e Rinascimento. L’idea era quella di raccontare una storia dell’arte e del design europeo che fosse più di una semplice carrellata di stili, e per dare al pubblico il senso dell’utilizzo pratico degli oggetti si è cercato di ricreare quanto più possibile il loro contesto originale.

Victoria and Albert Museum. Londra. 2009©Nebbiadilondra

Una gigantesca trifora romanica del XII secolo introduce il visitatore che arriva dal pianterreno nel più profondo passato. Questa prima parte delle gallerie (300-1250) esplora lo sviluppo dell’arte cristiana dal perido tardo antico al Pieno Medioevo, e di come la Chiesa e i primi sovrani medievali come Carlo Magno abbiano guardato indietro alle forme e ai valoridell’arte romana per adatterle ai loro necessità.

Qui si possono ammirare  capolavori assoluti come una valva del dittico eburneo di Simmaco (sec. VI), il cofanetto intagliato della Cattedrale di Veroli (sec. X-XI) e come il reliquiario smaltato in cui erano custoditi i resti di San Thomas Becket (sala 8) e il Candelabro di Gloucester, realizzato per la cattedrale di Gloucester, all’inizio del XII secolo, uno degli oggetti più rappresentativi della storia dell’arte inglese la cui ricca decorazione di fogliame dorato rivela piccole figure umane si muovono verso l’alto, impegnate in una lotta disperata con mostri spaventosi mentre cercano di raggiungere la luce della candela, simbolo di Dio. 

Nelle sale successive, dedicate all’ascesa del Gotico (1200–1350), da non perdere sono le vetrate della Sainte-Chapelle a Parigi(circa 1243-1248), il Crocifisso di Giovanni Pisano(circa 1285-1300) (sala 9), una minuscola figura scolpita in avorio, un vero e proprio capolavoro di potenza espressiva e di grande emozione e il gigantesco busto di un Profeta (1285-1297) sempre dello stesso Giovanni Pisano, realizzato per il Duomo di Siena (sala 10). In queste sale si trova anche uno dei famosi arazzi di caccia del Devonshire (sala 10a) un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo – gli altri tre sono nelle Tapestries Galleries al terzo livello (sala 94).

Victoria and Albert Museum. Londra. 2009©Nebbiadilondra

Al pianterreno, opere di grandi dimensioni  un tempo parte di imponenti palazzi rinascimentali e chiese, sono esposte nel contesto di un paesaggio urbano. Immaginate il cortile di un palazzo rinascimentale, con un giardino popolato da alberi e fontane e impoeneti sculture come il Sansone e il Filisteo di Giambologna (1560-1562) (50a). Ma passate attraverso la gigantesca balaustra che separava il coro dalla navata nella Cattedrale di San Giovanni a Hertogenbosch (1600-1613) in Olanda, uno degli oggetti più grandi in mostra e vi ritroverete in un’imponente chiesa (sala 50b), evocata da grandi pale d’altare e vetrate, dominata dalla Cappella di Santa Chiara, costruita a Firenze nel 1494, e che il V&A dice essere il solo edificio rinascimentale italiano esitente fuori dall’Italia. E comunque la collezione di scultura italiana appartenente al museo trova rivali solo a Firenze a Roma. 

Giambologna, Sansone e il Filisteo (1560-1562)

Al secondo piano  si esplora come tra il 1500 e il 1600 le idee e l’interesse per l’antichità classica hanno influenzato il processo creativo dell’artista e di come le nuove tecnologie, (in particolare la stampa) hanno contribuito a diffondere idee e progetti e come gli oggetti diventano espressione d’identità e delle ambizioni di una famiglia. Ma non solo: qui si prendono in esame anche i vari aspetti della vita e del rituale domestico e dei suoi risvolti sociali visti attraverso beni di lusso come gioielli, mobili, armature e oggetti relativi alla salute e alla bellezza (sale 62 e 63).  Oltre ad un autoritratto di Tintoretto (1548) monete di Pisanello e stampe di Dürer, è stato ricostruito lo studiolo rinascimentale di Pietro de Medicicon il soffitto a volta in cui sono incastonati i tondi di maiolica con i Mesi di Luca della Robbia (1450-1456) (sala 64).
In una società che fa tesoro dei libri non possono mancare i taccuini di Leonardo da Vinci che sono per la prima volta in mostra permanente (il V&A ne possiede cinque, che sono esibiti a rotazione) e grazie ad un computer si possono sfogliare -almeno virtualmente- le pagine (sala 64). Accanto a Leonardo, il minuscolo bozzetto in cera di uno Schiavo (1516- 1519), l’unica opera di Michelangeloposseduta dal V&A, mentre un’intera sala è dedicata Donatello e ai suoi contemporanei Agostino di Duccio e Antonio Rossellino (64a). I curatori hanno setacciato le immense collezioni del V&A, ma ne è valsa la pena: dai depositi del grande museo londinese sono emersi tesori che non vedevano la luce da anni, come lo straordinario arazzo fiammingo raffigurante la Guerra di Troia (1475) (sala 64) il cui restauro ha richiesto oltre quattromila ore di lavoro. 

Tapestry with scenes of the war of Troy, Tournai, Belgium, 1475-1490


Ogni centimetro quadrato di spazio inutilizzato è stato reclamato e convertito (o ri-convertito) in spazio espositivo; persino l’area esterna esistente tra due edifici è stata coperta da un tetto trasparente e trasformata in zona di studio e relax per il pubblico (sala 64b). in questa nuova galleria sono riuniti oggetti di grandi dimensioni, come la facciata della casa di Sir Paul Pindar un tempo nella City of London o la gigantesca scalinata in legno di quercia1522-1530 proveniente da una casa di Morlaix, in Bretagna, ma ci sono anche calchi in gesso del XIX secolo, inferriate in ferro battuto e portoni, tutti oggetti attraverso cui si vuole mettere in evidenza come frammenti del passato medievale e rinascimentale continuano ad abitare le città e i paesaggi rurali d’Europa.

2014 © Paola C. Cacciari  pubblicato sul sito Londra Culturale


Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London, SW7 2RL, UK
Orario di apertura: tutti i giorni dalle 10 alle-17.45; Venerdì dalle 10 alle-22.00 (una selezione di gallerie aperte dopo le 18.00). Chiuso il 24, 25 & 26 Dicembre
Ingresso libero
Info: Tel. +44 (0)20 7942 2000
 vanda@vam.ac.uk

Da Fra Angelico a Leonardo il disegno italiano del Rinascimento a Londra

Andrea del Verrocchio, Testa di Donna, c. 1475 –
British Museum

Anche se Leonardo, Michelangelo e Raffello sono comparse di lusso nello show del British Museum, non ne sono tuttavia gli attori pricipali. Che Fra Angelico to Leonardo: Italian Renaissance drawings si concentra non sui grandi nomi, ma sullo sviluppo delle idée, per dimostrare come e perchè il disegno gioca un ruolo così importante nel Rinascimento.
E così vediamo che l’introduzione della carta dalla Cina e l’impiego di una maggiore varietà di materiali per il disegno -gesso, carboncino, inchiostro, etc etc – incoraggiano uno stile più personale da parte degli aristi, e l’importante ruolo giocato dai committenti, un ruolo di primo piano poichè anche gli artsti più famosi non erano nessuno senza un ricco patrono alle spalle.  E basta guardare gli schizzi realizzati da Leonardo per il duca di Milano Ludovico il Moro, ossessionato dalle difese militari, per rendersi conto di come chi era in grado di esprimere un’idea su carta meglio degli altri, era in genere più ricco e ricercato.
Tematiche complesse come il ruolo dell’artista nella società sono affrontatate in modo brillante. E visto che la maggioraznza delle opere sono disegni del British Museum raramenste esposti, questa è anche un’occasione unica per ammirare capolavori che forse non si rivederanno più per molti altri anni.

dal 25 aprile al 25luglio 2009.
Fra Angelico to Leonardo: Italian Renaissance drawings
British Museum, Great Russell Street, London, WC1B 3DG
a cura di Hugo Chapman
Orario: tutti i giorni dalle10 alle17.30; giovedì e venerdì fino alle 20.30. Chiuso il 1 gennaio e dal 24 al 26 dicembre.
Ingresso: £12 ridotto £10
Catalogo: £30
Info: tel. +44 (0)20 7323 8299; Fax: +44 (0)20 7323 8616;
information@britishmuseum.org
www.britishmuseum.org