La caduta dell’Impero americano @Royal Academy

Dove per “fall” si intende il crollo, la caduta della borsa di Wall Street nel 1929. Che la mostra della Royal Academy si occupa dell’arte prodotta negli stati uniti dopo questo storico evento. È una mostra piccola e preziosa, colma di inaspettate delizie. Lontano da tutto e da tutti, liberi dalla tradizione storica classica gli artisti americani possono fare quello che vogliono e come lo vogliono, usando iconografie e tecniche insolite per un occhio europeo abituato a certi temi e stili come il mio. E dopo il primo momento di “ma che roba è questa?” diventa tutto stranamente liberatorio.

Edward Hopper, Gas, 1940. Museum of Modern Art , New York. Mrs. Simon Guggenheim Fund, 1943 Photo © 2016. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Edward Hopper, Gas, 1940. Museum of Modern Art , New York. Mrs. Simon Guggenheim Fund, 1943 Photo © 2016. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Pochi dipinti dell’epoca moderna sono così iconici  come American Gothic di Grant Wood. Eppure quelle che a prima vista può sembrare un ritratto di una coppia di contadini del midwest americano è in realtà una composizione attentatene costruita. Infatti pare che un giorno dopo aver visto la casa, Wood decise che avrebbe dipinto il tipo di persone che secondo lui ci potevano vivere. In realtà l’arcigna donna del quadro è sua sorella e il fattore è il suo dentista. Ma non importa: ciò che importa è cosa rappresenta: la celebrazione di una vita più semplice di un tempo passato. Come spesso accade ai geni, anche Wood fu frainteso. Il pubblico infatti, lungi dal vedere nel quadro la metafora di un epoca felice, vide un attacco ai valori della terra  e la moglie di un fattore era così arrabbiata da arrivare a minacciare che avrebbe tagliato un orecchio a Wood. Ouch!

Grant Wood, American Gothic, 1930. Friends of American Art Collection 1930.934, The Art Institute of Chicago.

Grant Wood, American Gothic, 1930. Friends of American Art Collection 1930.934, The Art Institute of Chicago.

 

Oltre a Grant Wood ci sono anche altri iconici artisti come Edward Hopper, Georgia O’Keeffe, un giovane Jackson Pollok pre-Action Painting. Una bella mostra che riflette l’incertezza di un periodo in cui la rapida l’urbanizzazione e industrializzazione  dividono la nazione.

 

Londra//fino al 4 Giugno 2017

Royal Academy of Arts

America after the Fall: Painting in the 1930s

royalacademy.org.uk

1917: nasce l’Hogarth Press, 99 anni fa

Buon anniversario alla Hogarth Press, la casa editrice fondata da Leonard e Virginia Woolf nel 1917 che quest’anno compie cento anni! Un interessante articolo dell’anno scorso dal blog “reading Hogarth”. Buona lettura!

reading Hogarth

99 anni fa nasce l’Hogarth Press. Ripercorriamo le tappe principali che portarono alla fondazione della casa editrice attraverso estratti dalle lettere e i diari di Virginia e di Leonard.


Passarono due anni dopo che i Woolf decisero di acquistare un torchio il giorno del 33° compleanno di Virginia (1915), per via di alcune frequenti crisi depressive che la colpirono. L’anno 1917 è l’anno primo della Hogarth.

23 marzo 1917: acquisto del torchio
Si concretizza il desiderio avanzato due anni prima. Dall’autobiografia di Leonard:

Un pomeriggio, il 23 marzo 1917, mentre stavamo andando allo Holburn Viaduct da Fleet Street, percorrendo Farringdon Street passammo per caso davanti all’Excelsior Printing Supply Co. […] Gli attrezzi tipografici sono spesso affascinanti a vedersi: rimanemmo a fissarli attraverso la vetrina più o meno come due ragazzini affamati avrebbero guardato focaccine e dolci esposti in una pasticceria. Non so chi dei due suggerì per primo di entrare a…

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Tra Modernismo e Omega Workshop: il radicale mondo di Vanessa Bell

Era il Novembre del 1910 quando la prima mostra del Post-impressionismo apriva a battenti a Londra. Il re Edoardo VII era morto da pochi mesi, ma già la dolcezza della Belle Époque si stava tingendo dei colori accesi della nuova epoca. Nell’aria c’era profumo di cambiamento e l’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934) decise di cavalcare l’onda allestendo una mostra rivoluzionaria. La chiamò Manet and the Post-Impressionists e con essa presentò all’Inghilterra l’opera di Cézanne, Van Gogh, Gauguin, PicassoMatisse. Fry conosceva i gusti del grande pubblico e sapeva che avrebbe avuto vita dura. E in questo non si sbagliava: la mostra fu un disastro. Eppure fu uno degli eventi più importanti della storia dell’arte moderna.

Anni di isolamento culturale avevano reso la Gran Bretagna praticamente impermeabile ad ogni infiltrazione straniera e tutto ciò che veniva da fuori era visto con sospetto. Così, mentre in Europa soffiava il vento del cambiamento, in Gran Bretagna Ibsen era proibito, Zola e Balzac e la letteratura francese in genere erano condannati come depravati e i grandi della letteratura russa non erano neppure tradotti.  Ci volle la tragedia della Prima Guerra Mondiale per portare il Modernismo anche sulle coste britanniche.

Sul continente l’intera struttura dell’universo, del tempo e della mente erano già state messe in discussione dalle scoperte della relatività di Einstein, del tempo come durata di Bergson e dell’inconscio di Freud. Tutte le cose che diamo ora per scontate – il telefono, l’automobile, la macchina da scrivere, l’aereoplano e (anche se un po’ più tardi) la radio, furono inventate nel giro di un quarantennio, quello compreso tra il 1870 e il 1910 (circa). Gli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale innescarono in Europa la più grande rivoluzione culturale mai vista dal tempo del Romanticismo, quella modernista. Un rivoluzione che porterà cinque anni più tardi lo scrittore D.H. Lawrence a scrivere che “fu nel 1915 che il vecchio mondo è finito.”

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale che portò oltremanica i primi pioneri del Modernismo che fuggivano da Francia, Germania, Danimarca, Russia e Polonia, la letteratura e le arti in genere (si trattasse di arti visive, musica o teatro) anche in questa piccola isola, cambiarono per sempre.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Nessuno fece propria questa rivoluzione culturale più del Bloomsbury Group, fondato all’inizio del XX secolo da Lytton Strachey, Leonard Woolf, Clive Bell e Thoby Stephen, le cui sorelle erano due donne straordinarie che avrebbero lasciato tracce indelebili nella storia del Modernismo in Gran Bretagna. I loro nomi erano Virginia e Vanessa Stephen, ma sarebbero diventate famose con i nomi dei rispettivi mariti, lo scrittore Leonard Woolf e l’artista Clive Bell. E qui comincia la nostra storia.

Nonostante Vanessa Bell sia stata una delle figure chiave del Bloombury Group e dell’Omega Workshop, è spesso ricordata per lo più per essere la sorella di Virginia Woolf. Il che, pur essendo innegabile, è una definizione molto limitante di una donna che fu certamente uno dei personaggi più interessanti del suo tempo. E allora ben venga Vanessa Bell (1879-1961), la bellissima retrospettiva allestita alla Dulwich Picture Gallery – la prima dedicata all’artista dalla sua morte avvenuta nel 1961.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Era nata Vanessa Stephen in una famiglia dell’alta borghesia dell’Inghilterra edoardiana, la figlia maggiore di Sir Leslie Stephen e Julia Prinsep Duckworth, una nipote della pionieristica fotografa Vittoriana Julia Margaret Cameron. Quella della famiglia Stephen era una elegante casa al numero 22 di Hyde Park Gate, nei pressi del famoso parco, piena di ospiti e servitù e dove Vanessa fu educata in lingue, matematica, storia e disegno. Ma questa vita dorata cambia bruscamente alla morte dei genitori. Costretta in quanto sorella maggiore ad assumere il ruolo di angelo del focolare e ad occuparsi della casa e dei fratelli, Vanessa si rifugia boccheggiante nel mondo colorato della Royal Academy dove segue le lezioni di pittura di John Singer Sargent. Le critiche di quel grande americano che giudicava le sue opere troppo grigie furono un vero toccasana per Vanessa che poco a poco comincia a semplificare le forme riducendole a sagome semi-geometrice riempite da blocchi di colore .

Certamente due cose accaddero nella vita di questa giovane donna costretta a maturare troppo in fretta e che decisero quale direzione avrebbe preso la sua vita. La prima fu vendere la casa di Hyde Park Gate nel 1904 per trasferirsi insieme a Virginia e ai fratelli Thoby and Adrian a Bloomsbury, nella zona Nord di Londra dove cominciarono a socializzare con un gruppo di artisti, scrittori e intellettuali amici di Thoby che avrebbero poi formato il Bloomsbury Group. La seconda fu un’altra grande mostra sul Post-Impressionismo, la seconda organizzata da Roger Fry nel 1912 alla Grafton Gallery di Mayfair, pochi anni dopo quella sull’Impressionismo organizzata da Paul Durand-Ruel (il padrino degli impressionisti), a cui Vanessa partecipò come artista. La vista del colore acceso e audace e a malapena contenuto da una grossa linea nera di contorno delle opere di Matisse, Picasso, Cézanne e Degas ebbe su di lei un effetto elettrizzante e liberatorio. E non solo quello.

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Le costrizioni della società vittoriana ed edoardiana non avevano posto nella sua casa che Vanessa condivideva con il marito Clive Bell a Bloomsbury che, al contrario di quella in cui era cresciuta, era  un luogo di creatività e tolleranza, dove pacifismo, ateismo, omosessualità e relazioni aperte erano accettate come libertà fondamentali dell’individuo. Non sorprende pertanto che ancora oggi i membri del Bloomsbury Group siano venerati come una sorta di icone della liberazione sociale e sessuale del Novecento.

Quando Vanessa sposò il critico d’arte Clive Bell nel 1907 (matrimonio dal quale nacquero due figli, Julian e Quentin) la coppia decise che il loro sarebbe stato un matrimonio aperto ed entrambi ebbero amanti nel corso della loro vita. Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Vanessa e il marito Clive, il loro amante – il pittore bisessuale, Duncan Grant (dalla cui relazione nacque una figlia, Angelica) e il suo compagno ‘Bunny’ si trasferirono nella campagna del Sussex, a Charleston Farmhouse. Qui Vanessa e Grant dipingevano e creavano oggetti per l’Omega Workshop.

Vanessa Bell, Tents and Figures, 1913, Folding screen, Victoria & Albert Museum. © The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett Photo credit © Victoria and A

Fondata dal critico e artista Roger Fry con la collaborazione degli stessi Duncan Grant e Vanessa Bell, Omega era una società a responsabilità limitata che si proponeva di armonizzare l’artigianato d’artista con la realtà commerciale. Ispirati dai colori brillanti dei Fauves e dalla sfaccettata astrazione del Cubismo, i giovani talenti dell’avanguardia artistica inglese si prefiggevano di rinnovare l’arredamento contemporaneo. Creavano nuovi prodotti per la casa dai colori accesi e decorati da dinamici motivi astratti che sfidavano la sobrietà formale del movimento Arts and Crafts. Ma al contrario di William Morris, Fry non era interessato a farsi arbitro del buon gusto: come Paul Poiret voleva vedere i colori brillanti e l’audace semplificazione delle forme del Post-Impressionismo applicate al design. Convinto che un oggetto dovesse piacere unicamente per le sue qualità estetiche, Fry insiste che i disegni siano prodotti in modo anonimo, contraddistinti solo dalla lettera greca Ω (Omega) racchiusa in un quadrato.  E i suoi disegni per tappeti e tessuti per l’Omega dimostrano che,anche artisticamente, Vanessa Bell ha sperimentato con ogni stile possibile – dall’astrazione, al fauvismo al cubismo e con sempre con risultati inebrianti. Le sue illustrazioni create per le copertine dei libri di Virginia Woolf pubblicati dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice creata dalla sorella con il marito Leonard nel 1917 sono piccole meraviglie di grafica.

Essere moderni significava uscire fuori, non starsene a casa con gli amici o la famiglia a fare gli angeli del focolare. Ma Vanessa è al meglio quando si dedica a creare semplici ritratti post-impressionisti della sorella Virginia impegnata a lavorare a maglia, o dei suoi amici più cari intellettuali e artisti bohémien come Lytton Strachey, Roger Fry (il creatore dello stesso termine Post-impressionismo) e Duncan Grant sprofondati in comode poltrone, impegnati a leggere, a scrivere, a pensare resi con semplici blocchi di colore acceso quasi astratto, dove raffinatezza e sfacciata sensualità convivono liberamente e dove l’umore e il sentimento sono evocati dal semplice uso del colore. Con la sua arte Vanessa Bell ha riscritto le regole dell’essere donna e artista dando la possibilità a tutte le donne di sognare finalmente quella che la sorella Virginia Woolf ha definito “una stanza tutta per sé”.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 4 Giugno 2017
Vanessa Bell (1879-1961),

Dulwich Picture Gallery
dulwichpicturegallery.org.uk

 

La primadonna del Modernismo: Barbara Hepworth

Ci sono cose che la Tate fa davvero bene, come riconoscere il giusto merito a grandi artisti dimenticati dalla storia dell’arte – soprattutto quando si tratta di donne. E così, dopo Marlene Dumas, Agnes Martin e la superlativa Sonia Delaunay, è finalmente arrivato il turno della figlia del Modernismo britannico, Barbara Hepworth (1903-1975).

L’ultima volta che la galleria d’arte londinese le aveva dedicato una mostra, infatti, era il 1968 e Barbara non solo era ancora viva, ma aveva persino contribuito ad organizzarla. E allora ben venga Barbara Hepworth: Sculpture for a Modern World, un magnifico viaggio in settanta opere nel mondo della First Lady del Modernismo. Dalle prime sculture ancora vagamente antropomorfe come Two Doves (1927), che ancora risentono dell’influenza dei pionieri delle avanguardie che l’hanno preceduta, alla sublime essenzialità delle sculture astratte che l’hanno resa famosa, per arrivare alle forme totemiche degli ultimi anni, la mostra esplora cronologicamente l’evoluzione della sua arte.

Nata nello Yorkshire nel 1903, Barbra Hepworth è con il suo contemporaneo (e conterraneo) Henry Moore (1898-1986), una delle figure chiave della scultura del XX secolo. Come Moore anche Barbara studia alla Leeds School of Art prima di trasferirsi a Londra, al Royal College of Art, e come Moore, grazie ad una borsa di studio che le permette di viaggiare, visita Firenze, Siena e Roma, dove vive per tre anni con il primo marito, lo scultore John Skeaping (1901–80), che sposa nel 1925.

È il 1928 quando Skeaping e la Hepworth rientrano a Londra dal soggiorno italiano. Si stabiliscono nel quartiere di Hampstead, al nord della città, dove continuano a lavorare e ad esporre insieme le loro opere nelle gallerie d’arte della Capitale. Ma il matrimonio non è destinato a durare ed è solo questione di tempo prima che Barbara incontri l’amore della sua vita, il pittore Ben Nicholson (1894-1982). E insieme daranno vita ad una delle più straordinarie collaborazioni artistiche della storia dell’arte. Quello tra Nicholson e la Hepworth è un dialogo aperto che sembra non interrompersi mai: Nicholson disegna e dipinge incessantemente il profilo della moglie, e lei a sua volta riecheggia i dipinti del marito nelle sue sculture.

Doves by Dame Barbara Hepworth

          Doves (Group), 1927, Parian marble, Manchester Art Gallery © Bowness

Come Jacob Epstein (1880-1959), Eric Gill (1882-1940) ed Henri Gaudier-Brzeska (1891-1915) prima di lei, anche la Hepworth degli anni Venti e Trenta è appassionatamente modernista. E come i suoi predecessori, anche lei crede nel direct carving, la scultura diretta, una tecnica introdotta da Constantin Brancusi nel 1906 che rivoluziona la secolare tradizione accademica che prevedeva la creazione di un modello in terracotta precedere l’opera finita. E come i suoi predecessori, anche la Hepworth crede appassionatamente nella fedeltà alla materia e nelle qualità tattili che solo il direct carving riesce ad esprimere.

E di materia in questa magnifica retrospettiva ce n’è in abbondanza: marmo, legno, pietra, bronzo – una materia così liscia e levigata che sembra fatta apposta per essere toccata, cullata, abbracciata. E basta osservare opere come Pelagos (1946) o Squares with Two Circles (1963) per comprendere che sue sculture sono fatte per essere avvolte dall’aria e dalla luce, esistono pienamente solo quando in armonia con l’ambiente circostante. Quando la Hepworth scolpisce, non crea solo una forma, ma anche lo spazio e la luce che la circondano. E quando crea un’apertura nella forma, crea un passaggio che permette alla luce e allo spazio di circolare non solo attorno alla forma, ma attraverso la forma stessa.

Pelagos

Pelagos, 1946 Elm and strings on oak, Tate © Bowness

Questo della spazialità della forma è un concetto ben noto ai giganti del Modernismo come Picasso, Braque, Brancusi e Jean Arp che la Hepworth e Nicholson avevano visitato nei loro studi durante un viaggio in Francia nel 1933. Appassionatisi alla rivoluzione della scultura francese guidata a Parigi e folgorati dalla sua purezza formale, i due si uniscono nel 1933 al gruppo francese Abstraction–Création e, una volta tornati in Inghilterra, fondano con Paul Nash il gruppo Unit One che univa architetti, pittori e scultori seguaci di movimenti come il Costruttivismo e il Surrealismo. Ma è solo con l’arrivo nella capitale Britannica di un nutrito gruppo di espatriati europei in fuga dalle   persecuzioni naziste come Naum Gabo, László Moholy-Nagy, Marcel Breuer e Piet Mondrian (che nel 1938 è ospite degli stessi Hepworth e Nicholson) attirati dal costo allora relativamente basso delle abitazioni che il Modernismo britannico finalmente decolla. Perché la pace e tranquillità di Hampstead, unita alla sua bellezza collinare, avevano attirato sin dal XIX secolo artisti ed intellettuali come John Constable e John Keats, è solo negli anni Trenta del Novecento che il quartiere diventa il vero e proprio covo di una comunità di artisti d’avanguardia e di intellettuali progressisti e di sinistra. Non a caso, questi sono gli anni che vedono sorgere vere e proprie icone dell’architettura modernista come l’Isokon Building in Lawn Road, progettato dall’architetto del Bauhaus britannico Jack Pritchard e che conta tra i suoi inquilini nientemeno che Agatha Christie, e la controversa abitazione in cemento e mattoni al numero 2 Willow Road, costruita da Erno Goldfinger (su cui il romanziere Ian Fleming modellò l’omonimo ‘cattivo’ di 007).

Ma la strada del successo non è facile per una donna all’inizio del XX secolo, anche se questa si chiama Barbara Hepworth. Le cose si fanno particolarmente difficili quando, nel 1934, Barbara da’ alla luce tre gemelli: la mancanza di denaro, lo stress della maternità, e soprattutto la mancanza di tempo e di spazio mentale per creare si fanno sentire. Costretta a lavorare di notte, l’artista è sul punto di rinunciare all’arte, alla scultura e a tutto quello per cui aveva lottato fino a quel momento.

Le cose cambiano quando, alla vigilia della seconda guerra mondiale, la coppia si trasferisce in Cornovaglia, vicino a St Ives, che proprio in quegli anni si stava sviluppando in una vivace comunità artistica. Il selvaggio paesaggio della regione risveglia in Barbara potenti ricordi dello Yorkshire della sua giovinezza e ritorna a scolpire con rinnovata energia. Acquistato uno studio nella cittadina costiera, vi resterà anche dopo il divorzio da Nicholson, avvenuto nel 1951. E proprio nel suo amato studio, nel 1975, un terribile incendio (causato forse da una combinazione di sonniferi e sigarette) pone la parola ‘fine’ alla vita della primadonna del Modernismo.

Ma tanto si è parlato di questo suo legame con il Modernismo in questa mostra, che quando si arriva agli anni Sessanta e al momento in cui la Hepworth emerge come artista completamente formata, non resta più molto spazio a disposizione da dedicare alle sue opere più iconiche. E il fatto poi che siano gigantesche e impossibili da spostare non aiuta. Come la mastodontica Single Form (1961-64) per esempio, che torreggia davanti al palazzo delle Nazioni Unite a New York: di certo la sua scultura più rappresentativa, per dimensioni e significato. Ma anche una che, date le dimensioni, non può essere mossa.

La mostra termina (in modo vagamente affrettato) con la parziale ricostruzione del padiglione di Otterlo, nei Paesi Bassi, creato nel 1965 dall’architetto Gerrit Rietveld per le sue sculture in bronzo “per creare una perfetta integrazione tra Architettura, Natura e Scultura” , per usare le parole della Hepworth. Ma anche non è stato possibile portare all’interno delle sale la natura selvaggia dello Yorkshire o della Cornovaglia (o, in misura minore, di Hampstead…), è impossibile uscire da questa mostra senza sentirsi comunque pervasi da una sferzata di pura energia vitale…

Pubblicato su Londonita

By Paola Cacciari

Londra//fino al 25 Ottobre 2015

Tate Britain,

tate.org.uk

La bellezza delle case aperte. A Londra.

Adoro passeggiare per i quartieri di Londra e come Nanni Moretti in Caro Diario (ma senza Vespa) la cosa che mi piace fare più di tutte è guardare le case. Case dove mi piacerebbe abitare e che non potrò mai permettermi visto l’andazzo delle proprietà a Londra, e di cui di solito posso solo immaginare l’interno. Fortunatamante per soddisfare la curiosità compulsiva di persone come me, ogni anno a Londra c’è l’Open House London, un intero week-end in cui circa 800 edifici, distribuiti in circa 30 quartieri della Capitale aprono le porte al pubblico. O almeno aprono quelle parti che non sono normalmente accessibili (come gli uffici della BBC per esempio…) o lo sono dietro il pagamento del biglietto d’accesso. E il fatto che quest’anno la manifestazione festeggi il suo 23esimo compleanno la dice lunga sul suo successo, che è diventato tale che so di persone che arrivano quasi a pianificarci le ferie attorno.

Ma un po’ di pianificazione è necessaria per evitare di correre come pazzi da una parte all’altra della città senza vedere nulla (com’è capitato a me e alla mia dolce metà qualche anno fa, quando earvamo ancora dei novizi della situazione…). Per questo assicuratevi una copia della guida, o se siete tipi tecnologici, per £2,99 potete scaricare la app per lo smartphone.

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La Trellick Tower di Londra, il capolavoro brutalista dell’architetto Ernő Goldfinger, costruita nel 1972.

Numerosi edifici, storici (e non), pubblici e privati e governativi, oltre a chiese e sinagoghe sono visitabili o il sabato o la domenica; in alcuni casi è richiesta la prenotazione, non perché siano necessariamente più speciali di altri ma perché hanno spazio limitato come 30 St Mary Axe il grattacielo a forma di siluro affettuasamente soprannominato The Gherkin, il cetriolo, il Lloyd Buidling di Richard Rogers o la Trellick Tower, il capolavoro brutalista dell’architetto Ernő Goldfinger (1902-1987) – propio lui, quello che ispirò il romanziere Ian Fleming a creare l’omonimo “cattivone” di 007.

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View from The Gerkins

Edifici come la bellissima cappella universitaria del King’s College London e il Foreign & Commonwealth Office (altrimenti detto Foreign Office o FCO, l’istituzione responsabile per la promozione degli interessi del Regno Unito all’estero), entrambi progettati negli anni Sessanta del XIX secolo da Sir George Gilbert Scott (quello dell’Albert Memorial e della Stazione di St Pancras), sono una vera e propria chicca del revival gotico vittoriano, e sono visibili ai comuni mortali solo di rado, in occasioni come queste delle case aperte, mentre capolavori dell’Estetismo come 18 Stafford Terrace, la dimora del fotografo e disegnatore satirico Edward Linley Sambourne e Leighton House, il capolavoro orientalista voluto dal pittore e scultore vittoriano Lord Frederic Leighton sono normalmente a pagamento.

Arab Hall, Leighton House

Arab Hall, Leighton House (built 1877-81). London.

Dal 19-20 Settember 2015

Open House London events.londonopenhouse.org

Il Postmodernismo in mostra: a Londra, naturalmente

Sono uscita da Postmodernism: Style and Subversion 1970-1990 completamente elettrizzata. E non solo perchè la mostra è divertente e interessante, ma perchè per una volta il passato che è già passato, non è ancora troppo passato. E le cose che stavano lì dentro me le ricordo tutte (o quasi). Che anche se sono una figlia degli anni Sessanta, sono un prodotto degli anni Ottanta. Sono postmoderna e non lo sapevo!

Grace Jones maternity dress 1979 © Jean-Paul Goude.

Grace Jones maternity dress 1979 © Jean-Paul Goude.

Cinzia Ruggeri, Homage to Lévi-Strauss dress, A/W collection 1983–4. © V&A Images.

Cinzia Ruggeri, Homage to Lévi-Strauss dress, A/W collection 1983–4. © V&A Images.

Perchè negli anni Ottanta anch’io ero un’adolescente con la permanente da barboncino  impazzito (bruciacchiata al punto giusto) che se ne andava in giro infagottata in orrendi maglioni oversize con le maniche a raglan, annegata in giacche e giubbotti dalle spalle talmente imbottite da intimidire un giocatore di football americano, piegata sotto il peso di uno dei primi modelli di Walkman creati dalla Sony (così pesante che si vendeva provvisto di un’apposita tracolla!). iPod? Mp3? Stiamo scherzando?? Mai come negli anni Ottanta è stato così faticoso essere cool…!

Se per il Modernismo la decorazione era quasi un peccato mortale, per il Postmodernismo è vero il contrario: non esiste altro dio che la la decorazione. Quello postmoderno è un mondo effimero dominato dalla teatralità e dall’esagerazione, un mondo abitato da pop stars androgine come Boy George o Grace Jones, un mondo in cui artificiale e naturale si uniscono come nelle architetture di Philip Johnson o di Hans Hollein che giocano in modo irriverente con i principi architettonici dell’architettura classica. In breve, un mondo che va affrontato con scettiscismo e ironia.

Dopo esseremi aggirata per le altre varie varie sezioni (i curatori hanno saggiamente deciso di concentrarsi solo sul design, evitando arte e letteratura contemporanee che da sole avrebbero fornito abbastanza materiale per un’altra mostra) mi sono appropriata delle cuffie attaccate al televisore che trasmetteva non stop video di Kaftwerk, Talking Heads, Devo, Visage e altre chicche di MTV, guardata con aria attonita da una moderna adolescente mentre, con le cuffie nelle orecchie, imrovvisavo goffe mosse di danza al ritmo dei Culture Club. Che la poverina in questione avrà avuto sedici anni e dubito che sappesse cosa fossero Boy George e la New Wave. Uh!

Hans Hollein, façade from Strada Novissima, The Presence of the Past, Biennale of Architecture, Venice, 1980.

Hans Hollein, façade from Strada Novissima, The Presence of the Past, Biennale of Architecture, Venice, 1980.

Ho sostato con reverenza davanti ai costumi di scena di Annie Lennox e di David Byrne, e di quelli di Pris e Rachel, le replicanti di Blade Runner, film che ho visto quando avevo quattordici anni ed ero cotta marcia di Harrison Ford e al cinema ci andavo al pomeriggio.

Ettore Sottsass for Memphis, Casablanca sideboard, plastic laminate over fibreboard, 1981. © V&A Images.

Ettore Sottsass for Memphis, Casablanca sideboard, plastic laminate over fibreboard, 1981. © V&A Images.

Ho ammirato il segno del Dollaro di Andy Warhol introduce il soggetto del denaro e la cultura degli yuppies, che io ricordo più per i film di Carlo Vanzina con Massimo Boldi e Cristian de Sica che per la manovra economica di Margaret Thatcher. Mi sono commossa davanti al prototipo della copertina di Closer dei Joy Division, e ho sorriso con tenerezza davanti ai caricaturistici utensili da cucina Alessi e ai mobili assurdi e alle assurde (e bellissime!) ceramiche del Gruppo Memphis di Ettore Sotsass e di Studio Alchymia. Che al contrario del Modernismo, dove la forma segue la funzione, per il Postmodermismo lo stile viene prima di tutto. E non a caso l’Italia e stata una delle prime nazioni ad abbracciare con entusiasmo questo movimento! È davvero una questione di stile, e di quello noi italiani ne abbiamo davvero da vendere…

Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.

Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.

Inutile dire che sono uscita dalla mostra gongolante e con un mega-sorrisone stampato sulla faccia. Che è stato impagabile rivivere quegli anni. E ancora di più è stato farlo senza la permanente bruciata…

Londra//fino al 15 Gennaio 2012

Postmodernism: Style and Subversion 1970 – 1990

Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

 

 

 

 

Mondrian/Nicholson in Parallel a The Courtauld Gallery

Questa è la storia di una straordinaria amicizia, quella due artisti entrambi all’apice della creatività negli anni Trenta e forze trainanti dell’arte astratta europea: Piet Mondrian (1872–1944) e Ben Nicholson (1894-1982).
Quando, nel 1938, Nicholson invita il suo mentore Mondrian a lasciare Parigi minacciata da una possibile invazione tedesca per Londra, l’olandese accetta. Il Settembre del 1938 lo vede sistemato in una modesta pensione in Parkhill Road, ad Hampstead, il sobborgo londinese sede di numerosi artisti e architetti legati al Modernismo e al movimento dell’Astrattismo. La stretta collaborazione che ne deriva ha una profonda influenza soprattutto su Nicholson che, più giovane è fortemente influenzato dalla statura artistica del più anziano anche se, figlio di un’altra generazione, non ha mai interamente condiviso la visione utopistica di Mondrian.
Ma la parentesi dell’olandese in terra Britannica termina quando, in seguito all’invasione dell’Olanda e alla caduta di Parigi nel 1940, Mondrian lascia Londra per New York, dove rimane fino alla morte.  Una mostra molto interessante, anche se accanto al genio di Mondrian l’inglese appare medriocre.

fino al 20 Maggio 2012

ingresso intero £6; ridotto £4.50


The Courtauld Gallery
Somerset House
Strand
London WC2R 0RN

Wild Thing: Epstein, Gaudier-Brzeska, Gill.

Uno è figlio di un ebreo polacco immigrato in America, l’altro di un curato di campagna, il terzo è un’espatriato francese. Si incontrano nella Londra del primo Novecento. E insieme cambiano il volto della scultura inglese per sempre…

Corre l’anno 1908 quando Jacob Epstein scandalizza Londra con i suoi nudi scolpiti sulla facciata della British Medical Association. Ma la pubblicità, anche se negativa, è pur sempre pubblicità (ne sa qualcosa Damien Hirst) e lo scandalo gli porta, nel 1912, la commissione per la monumentale tomba di Oscar Wilde al cimitero Père Lachaise di Parigi.
Quando arriva a Londra da New York nel 1905, Epstein è ancora uno strano mix di classicismo rinascimentale e fluido naturalismo rodiniano. Ed è a questo punto che incontra Eric Gill. I due non potrebbero essere più diversi. Figlio di un curato di Brighton che studia per diventare architetto, Gill è affascinato dall’arte indiana e scolpisce opere sessualmente esplicite, ispirate ai bassorilievi dei templi indù (prima che la sua ossessione per il cattolicesimo lo porti a convertirsi, a fondare una setta e a rompere ogni rapporto con Epstein).
Gill convince Epstein ad abbandonare il modello artistico occidentale e a cercare ispirazione nell’arte assiro-babilonese, visibile al British Museum. Eric Gill - A Roland for an Oliver/Joie de Vivre - 1910 - bassorilievo con colore applicato - cm 94 - The University of Hull Art Collection, Kingston upon Hull - photo Mike ParkEpstein lo ascolta e il risultato è la figura alata (demone o angelo?) della tomba di Oscar Wilde.
Ossessionati da temi come virilità, fertilità e procreazione, Epstein e Gill condividono il desiderio iconoclasta di ritornare alla purezza espressiva della scultura preistorica, liberando la scultura britannica dall’ignoranza in cui l’accademismo vittoriano l’ha precipitata.
Tale desiderio è condiviso anche da Gaudier-Brzeska. Nato ad Orléans, approda a Londra nel 1911, in fuga da Parigi e dal servizio militare, con la sua compagna, l’eccentrica scrittrice polacca Sophie Brzeska, di vent’anni più vecchia, di cui adotta il cognome. Gaudier sbarca il lunario creando poster, ceramiche e sculture per l’Omega Workshops di Roger Fry. Ma, quando visita Epstein nel suo studio (dove vede la tomba di Oscar Wilde), decide che la sua strada è la scultura. Ovviamente d’avanguardia.
Con Wild Thing: Epstein, Gaudier-Brzeska, Gill la Royal Academy esplora il breve momento che ha cambiato la storia dell’arte inglese. Perché l’arte moderna non nasce con Henry Moore e Barbara Hepworth, ma col nuovo linguaggio, a metà fra naturalismo e astrazione, di questi tre artisti.

Tre artisti, tre sale. Provocatorio e incredibilmente esplicito nei suoi bassorilievi come nelle sue iscrizioni, Gill produce sculture dalle linee allungate e fluide di sapore quasi bizantino. Una donna vestita solo di una collana dorata emerge dalla pietra bianca: è A Roland for an Oliver/Joie de Vivre (1910). Jacob Epstein - Torso in Metal from the 'The Rock Drill' - 1913-14 - bronzo - cm 70,5x58,4x44,5 - Tate, LondonSorride enigmatica, mostrando orgogliosa i genitali. E nella puritanissima epoca edoardiana si grida allo scandalo.
Ma questo è solo l’inizio. Nello stesso anno in cui Duchamp crea il suo primo ready made, Epstein incorpora un trapano pneumatico nella scultura in gesso di un androide asessuato che sembra uscito da Guerre Stellari. La critica non apprezza e definisce Rock Drill rivoltante e inappropriata. E, alla vigilia della carneficina della Prima Guerra Mondiale, persino Epstein è d’accordo. E smantella la scultura (quella in mostra è una ricostruzione del 1974), lasciando ai posteri una versione “epurata” in bronzo (1913-14).
Precoce e dotato di un incredibile talento, Gaudier-Brzeska trova la sua visione personale nel Vorticismo di Wyndham Lewis ed Ezra Pound. Ma né Lewis né gli altri hanno il suo stesso coraggio: arruolatosi nell’esercito nel 1914, Gaudier muore in battaglia nel 1915 a soli ventitre anni. E guardando la gioiosa energia di Red stone dancer possiamo solo fantasticare su quello che avrebbe potuto essere di lui se fosse vissuto.

 

Paola Cacciari

pubblicato su Exibart

Londra//fino al 24 Gennaio 2010