Painted Hall, Old Royal Naval College @ Greenwich

Nascosto tra i vari edifici che compongono l’Old Royal Naval College, il magnifico complesso neoclassico costruito da Christopher Wren (1632-1723 ), l’architetto di St Paul’s Catherdral, e dal suo pupillo Nicholas Hawksmoor (1661-1736) che sorge sul sito dell’antico palazzo omonimo di epoca Tudor, c’è uno tra i piú grandi e al tempo stesso sconosciuti soffitti dipinti dell’Europa del Nord: la Painted Hall.

Old Royal Naval College, viewed from the north side of the Thames river. Photo © Bill Bertram

E sebbene il capolavoro di James Thornhill (1675 o 1676-1734) non sia la Cappella Sistina (a cui è stato ultimamente sempre più spesso paragonato) la Painted Hall è certamente imponente e notevole dal punto di vista visivo – lo posso confermare per esperienza quando finalmente ho trovato il tempo (e l’edificio…) per visitarlo.

Thornhill impiegò una ventina d’anni per completare la decorazione pittorica e il suo epico trompe l’oeil fece del relativamente sconosciuto pittore, una celebrità. Le prestigiose commissioni si susseguirono e nel 1715 fu ingaggiato per dipingere la cupola di St Paul’s Cathedral. A questo fece seguito nel 1716 il soffitto della Great Hall di Blenheim Palace, nell’Oxfordshire, la grandiosa residenza di campagna di John Churchill, il primo duca di Marlborough e dei suoi eredi (tra cui Winston Churchill che nacque lì) recentemente ritornato alla sua dimora di campagna dopo che, nel 1710, la caduta del Gabinetto Whig (da lui sostenuto) e l’allontanamento da corte della moglie, la formidabile Sarah Churchill, duchessa di Marlborough, un tempo prediletta dalla Regina Anna, posero fine  sia ai suoi successi militari che alla sua preminenza a Corte. Neanche a dirlo, il soggetto che fa dipingere al nostro Tornhill è la sua grandiosa vittoria del 1704 nella battaglia di Blenheim, durante la guerra di successione spagnola.

Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari
Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari

Il grandioso salone della Painted Hall fu inaugurato nel 1694 con la funzione di sala da pranzo per il Royal Hospital for Seamen at Greenwich, una casa di riposo per anziani marinai della Royal Navy, la risposta britannica all’Hôtel des Invalides costruito da Luigi XIV a Parigi. Il soffitto è un trionfo barocco che celebra il regno di William e Mary II e con loro la legittimizzazione della Gloriosa Rivoluzione del 1689 e con essa il trionfo del protestantesimo sulla religione cattolica.

Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari
Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari

Ma neanche l’aver dipinto la cupola di St Paul’s salvò Thornhill dall’oblio quando, nella seconda metà del XVIII secolo, l’imperante gusto neoclassico dettò che la pittura decorativa dovesse essere racchiusca da cornici architettoniche come quella della Banqueting House di Londra creata da Inigo Jones (che guarda caso era il padre spirituale del Palladianesimo neoclassico) e mastristalmente dipinta da Rubens.  Oggi Thornhill è conosciuto (e anche poco bisogna dirlo) più per esser lo suocero di William Hogarth che per altro. Che sia arrivato il momento di tiralo fuori dal naftalina?

2021 ©Paola Cacciari

Painted Hall Ceiling Tours, Old Royal Naval College, Greenwich.

Tours take place daily between 10am and 5pm (last admission 4pm). £10.

Marie Taglioni, la prima ballerina (quasi) sulle punte.

Nella sala dedicata alla storia del Teatro e della Performance del museo in cui lavoro (anche se sarebbe meglio dire lavoro ancora, nonostante i tagli e gli esuberi volontari o meno…) in una teca di vetro stretta tra una foto di Rudolf Nureyev scattata da David Bailey, al costume di scena ‘Bicycle John’ di Elton John, e a quattro statuette dei Beatles, c’è la minuscola scarpetta con cui la grande Maria Taglioni  (1804-1884) ballò davanti all’imperatrice Alexandra Feodorovna, moglie dello Zar Nicola I di Russia, in una funzione privata a San Pietroburgo nel 1842. Secondo l’iscrizione sulla suola, la Taglioni aveva eseguito due danze spagnole, un Herta e un Cachucha.

Questa scarpetta da cenerentola non manca mai di sturpirmi, e non solo per le sue minuscole dimensioni dei piedi delle donne dell’epoca, ma per il fatto stesso che sia sopravvissuta fino a noi. Le scarpette da ballo hanno notoriamente vita breve: basti pensare che Marianela Núñez, la prima ballerina del Royal Ballet di Londra, il cui repertorio è particolarmente impegnativo dal punto di vista fisico e tecnico, logora le scarpe dopo un solo giorno – la scatola di cartapesta della punta troppo malconcia per un ulteriore utilizzo. Il che rende questa scarpetta della metà del XIX secolo particolarmente rara. Essendo poi associata a Marie Taglioni e allo sviluppo della danza sulle punte, fa di questo artefatto è un oggetto importantissimo nella storia della costruzione delle scarpette da ballo.

Lithograph by Chalon and Lane of Marie Taglioni as Flora in Didelot’s Zéphire et Flore. London, 1831 (Victoria and Albert Museum/Sergeyev Collection)

Perchè Maria Taglioni fu la prima a eseguire un intero balletto, La Sylphide, danzando sulle punte. Non essendo ancora stata inventata la “mascherina” con la punta piatta, quella scatola rigida in tela o carta imbevute di resine speciali che permette alla ballerina moderna di restare in equilibrio sulle punte, Marie Taglioni doveva accontentarsi di ballare utilizzando queste pantofoline in seta dalle suole modificate, i cui lati e la punta erano imbottiti e rafforzati da cuciture per mantenere la forma. Questo tipo di scarpetta non forniva un vero sostegno, per cui le danzatrici erano costrette a fasciare le dita, utilizzando solo la forza dei piedi e delle caviglie.

Ma l’eredita che Marie Taglioni ha lasciato alla danza classica non si limita al danzare sulle punte. Per lei infatti il pittore Eugene Lamy crea il tutù, quel costume leggero e vaporoso, con il sottogonna bianco, che sarebbe poi diventato l’emblema della ballerina romantica. Fu lei ad introdurre anche l’acconciatura à bandeaux che divenne poi tipica della danzatrice classica.Non per nulla Marie Taglioni è considerata la prima grande ballerina romantica di tutti i tempi.

Ma chi era Marie Taglioni? Il padre, il coreografo e ballerino italiano Filippo Taglioni, si occupa personalmente della formazione artistica della figlia, sottoponendola a sessioni massacranti, ma che diedero strepitosi risultati. Filippo sa che la danza è nel DNA della giovane figlia, e la spinge a creare per se un ruolo che andasse oltre a quelli claustrofobici di moglie e madre imposte alle donne dalla società del XIX secolo. Inoltre lui è direttore dei balli alla corte di Svezia e il successo della figlia è anche la sua carta vincente per fare carriera. Dopo il debutto sulle scene a Vienna nel 1822, arrivò a Parigi nel 1827. Il trionfo parigino all’Opéra di Parigi arrivò nel 1832, con La Sylphide, coreografia creata per lei da suo padre nella quale, sulla base della tecnica ballettistica italiana che associava il rapido gioco delle gambe a movimenti lenti del busto e delle braccia.

Nello stesso anno, Marie si sposò con il conte Gelbeit de Voisins, ma il matrimonio durò soltanto tre anni. Osannata in tutta Europa (fu tra il 1837 e il 1839 l’étoile del Teatro di San Pietroburgo), ottenne consensi anche alla Scala di Milano, dove debuttò il 20 maggio 1841 con grande successo, e continuò a danzare fino ad un’età, per l’epoca, molto avanzata: quando si ritirò, nel 1848, aveva 44 anni.

Il padre, che era stato l’artefice della sua fortuna artistica, fu anche il responsabile della sua rovina economica, mandandola in bancarotta con le sue speculazioni sbagliate. La Taglioni dovette così riprendere a guadagnarsi la vita dando lezioni di danza e portamento, a Parigi e a Londra, dove visse al numero 14 dell’elegante Connaugh Square, nel quartiere di Paddington, dove una Blue Plaque eretta nel 1960 dal London County Council celebra il suo passaggio.

Marie Taglioni Blue Plaque, 14 Connaught Square. London, 2021 © Paola Cacciari

Morì in miseria, ottantenne, a Marsiglia, e là fu sepolta, finché il figlio Georges Gilbert Des Voisins non la fece trasferire nella tomba di famiglia al Père-Lachaise. Le è stato dedicato un cratere di 31 km di diametro sul pianeta Venere. Non male per una Silfide

2021 © Paola Cacciari

La seconda vita di Cosby Hall, Chelsea

Lungo il Chelsea Embankment, all’angolo tra Cheynee walk e Danver Street, sorge Cosby Hall. E’ un bell’edificio in stile Tudor, tutto mattoni rossi e torrette, perfettamente in armonia con l’architettura neogotica e neo-Tudor del vittoriano quartiere di Kensingron and Chelsea. Non stona perché Cosby Hall Tudor lo è davvero, almeno la Great Hall che è l’unica parte sopravvissuta del palazzo medievale che un tempo sorgeva a Bishopsgate, nella City di Londra. Una vera testimonianza della Londra medievale, miracolosamente sopravvissuta tanto al grande fuoco di Londra del 1666 che alle bombe di Hitler durante il Blitz su Londra tra il 1940 e il 1941.

Crosby Hall, Chelsea. London 2021 © Paola Cacciari

Costruita tra il 1466 e il 1472 dal ricco mercante di lana e cortigiano Sir John Cosby, nel 1483 Cosby Hall fu poi acquisita da Riccardo all’epoca ancora solo duca di Gloucester, che la usa come una delle sue residenze londinesi anche una volta divenuto Riccardo III, ragion per cui Shakespeare ambienta molte scene del suo dramma omonimo qui.

Caterina d’Aragona vi risiedette con il suo seguito sulla via per la (vecchia) Cattedrale di San Paolo dove avrebbe sposato il principe Arthur, figlio maggiore e poi erede di re Enrico VII (e fratello maggiore di re Enrico VIII). Per poi passare a Thomas More che la acquisisce con il suo nuovo titolo di Lord Chancellor (cancelliere) nel 1523-24, titolo eredita da Thomas Worsley caduti in disgrazia per non essere riuscito a procurare l’annullamento del matrimonio di proprio da Enrico VIII e che a sua volta lo farà decapitare. ma che forse non ci abito mai anche se c’è chi sostiene che scrisse qui il suo saggio Utopia. Il navigatore inglese Walter Raleigh ci abito nel 1601, mentre mentre dal 1621 al 1638 Cosby Hall ospitò la sede della East India Company, e fu adibita nel cosro del tempo a varie altre funzioni, da casa di riunione presbiteriana a magazzino e ristorante, durante la Prima Guerra Mondiale divenne luogo d’asilo per rifugiati belgi. Tra il 1925–1927 la British Federation of Women Graduates (BFUW) la utilizza come residenza universitaria per le studentesse universitarie in visita che avevano ricevuto borse di studio per viaggiare e studiare.

Cosby Hall fu demolita nel 1908, ma i mattoni furono conservati e l’edificio fu ricostruito nel 1920 a Chelsea, proprio accanto al sito su cui un tempo sorgeva la dimora di Thomas More, la cui statua sorge a pochi passi da la Chiesa in cui Enrico VIII sposò Jane Seymour in segreto. Corsi e ricorsi della storia…

2021 © Paola Cacciari

Breve storia della Reggenza

Nel 1811 re Giorgio III, colpito da un attacco di porfiria, fu dichiarato non idoneo a governare. Non era la prima volta che questa malattia lo colpiva, ma il re si era sempre ripreso. Tuttavia alla fine del 1810, le condizioni psichiche di Giorgio III peggiorarono irrimediabilmente e il re fu dichiarato pazzo. Ma questa volta il Parlamento era pronto e con il Regency Act il Principe George Augustus Frederick diventò reggente al posto del padre. Sfortunatamente il Re non si riprese mai più, e alla sua morte nel 1820 il principe reggente divenne a sua volta re con il nome di Giorgio IV, ponendo ufficialmente termine alla Reggenza, anche se questo periodo finisce davvero solo con la morte di Giorgio IV nel 1830.

Thomas Lawrence – Scanned from the book The National Portrait Gallery History of the Kings and Queens of England by David Williamson

Ma di fatto si può dire che la Reggenza sia iniziata molto prima, addirittura nel 1789 con la presa della Bastiglia. Il fatto che il popolo di Parigi, stanco degli sprechi e dei soprusi monarchici, avesse potuto assalire quel simbolo del potere assoluto, elettrizza l’intera Europa del XIX secolo e le ripercussioni furono immense. Il messaggio dei rivoluzionari, che l’ordine prestabilito poteva essere ribaltato, innescò ovunque un dibattito sul ruolo dell’individuo nella società che getterà i semi del mondo moderno. 

A differenza di altri stati europei, che vivono disordini e agitazioni politiche ispirate da quanto avvenuto in Francia, l’Inghilterra fu risparmiata da una rivoluzione violenta. Ma neanche la Gran Bretagna è immune dall’ondata di cambiamenti sociali, politici ed economici provenienti da oltre la Manica. Gli ideali di uguaglianza e progresso promossi dalla rivoluzione francese ispirarono i riformatori inglesi, nello stesso modo in cui i controrivoluzionari terrorizzarono la monarchia e le classi di proprietari terrieri. L’arrivo in Inghilterra poi di un gran numero di nobili francesi fuggiti alla violenza del nuovo regime, e le guerre napoleoniche che impegnano l’Inghilterra (e il resto dell’Europa) tra il 1803 e il 1815, fecero il resto. La diffusione della cultura francese nella società britannica dell’epoca influenzò settori come la lingua, l’arredamento, la moda femminile, e persino la cucina.

Washstand (athénienne or lavabo); 1800–1814. New York, Metropolitan Museum of Art

L’Inghilterra della Reggenza è un mondo in bilico tra due secoli, stretto tra l’eleganza del diciottesimo secolo e il claustrofobico moralismo dell’età vittoriana, dominato dall’esuberante figura del Principe reggente e dal suo seguito di dandy libertini più impegnati a gozzovigliare e a giocare d’azzardo che a governare il paese, in cui i ricchi vivono nello splendore e i poveri muoiono nello squallore. E in cui il crescente benessere portato dalla rivoluzione industriale, contrasta amaramente con il degrado sociale portato alla classe operaia da quella stessa meccanizzazione che aveva tanto migliorato il reddito e lo stile della piccola e media borghesia.

Una classe nuova, fatta di ricchi agricoltori, mercanti, banchieri e avvocati con aspirazioni sociali come quello descritto da Jane Austen nei suoi romanzi (pubblicati tra il 1811 e il 1817, in piena Reggenza), che si fanno largo a gomitate in un mondo in cui fino ad allora erano esclusi, sotto gli occhi sdegnati della grande aristocrazia terriera. Un mondo dominato dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove un buon matrimonio può assicurare, se non la felicità, almeno denaro e un posto in società. Cosa ben nota alle donne, il cui destino resta comunque legato al matrimonio e ai figli, e il cui futuro in società, occupazioni e amicizie dipendevano esclusivamente dalla loro capacità di trovare un marito.

James Gillray Caricature of George IV as the Prince of Wales A Voluptuary under the Horrors of Digestion (1792)

In inghilterra quelli tra il 1760 e il 1820-40 sono anni di incredibile avanzamento tecnico e scientifico, che vedono lo sviluppo della macchina a vapore e il suo utilizzo nell’industria tessile e nei trasporti. Si costruiscono nuove strade, una rete di canali e corsi d’acqua e la ferrovia, nasce il telegrafo e si introduce l’illuminazione a gas nelle strade. Viaggiare diventa più facile, e non solo per le materie prime destinate alle industrie e al commenrcio, ma anche per le persone e per le idee. Il mondo diventa più piccolo ma gli orizzonti si allargano.

Industrializzazione e urbanizzazione vanno di pari passo e questa nuova classe mercantile e borghese arricchitasi con il commercio o la libera professione, ha tempo e denaro per una serie di attività prima impensabili. Si dedicano alle corse dei cavalli, al giardinaggio, alla danza e fanno shopping nei negozi esclusivi aperti in strade eleganti come lo Strand e Piccadilly, o in eleganti gallerie commerciali, come Burlington Arcade a Londra. Bevono te e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera, visitano musei e gallerie (la Dulwich Picture Gallery, il British Museum e la National Gallery di Londra, il Fitzwillam Museum di Cambridge e l’Ashmolean Museum di Oxford aprono tutti in questo periodo) e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells diventano accessisibili. Concetti come hobby e turismo nascono in questo periodo. Con il consumismo, nasce l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche, la cui determinazione a spendere denaro era un segno di status sociale – e quella del ceto medio di emularli – crea l’ambiente ideale in cui artisti, architetti, artigiani e progettisti possono prosperare.

John Nash, Regent’s Crescent. Photo Courtesy of Regents Crescent

Con l’avvento della borghesia, i grandi quadri a soggetto storico prediletti  dall’aristocrazia diventano all’improvviso obsoleti in soggetto e dimensioni. Il ceto medio richiede soggetti quotidiani, ritratti e paesaggi come quelli dipinti da John Costable e J.W.M. Turner, dalle dimensioni più piccole per le nuove case a schiera che cominciano a sorgere numerose nelle zone alla moda di Londra, nelle città termali e sulla costa. Questa è un’epoca d’oro per l’urbanistica. Lo splendore barocco del secolo precedente lascia il posto al classicismo palladiano, reinterpretato da una nuova generazione di architetti come Robert Adam, John Soane e John Nash, il creatore di Regent Park, Regent Crescent e Regent Street, la cui formula di facciate a schiera diverrà popolarissima in città alla moda come Brighton e Cheltenham e Bath.

È in questo periodo che la lettura di romanzi diventa una delle principali forme di intrattenimento per le classi medie. Romanzi gotici e sentimentali, racconti esotici ambientati nel lontano oriente con ambientazioni improbabili e trame goffe sono fagocitati con entusiasmo da un pubblico, che grande ai progressi dell’alfabetizzazione diventa sempre più largo e in cerca di evasione e intrattenimento. E se il prezzo dei libri era ancora proibitivo per molti, le biblioteche circolanti e i vari club di lettura permettevano una larga diffusione di libri e giornali, e con essi di nuove idee in strati diversi della società mai prima raggiunti.

James Gillray Short-bodied gowns, a Neo-Classical trend in women’s clothing styles (1794)

Anche la satira è un fenomeno della Reggenza e le caricature politiche e sociali di James Gillray e di Thomas Rowlandson non risparmiano nessuno, nemmeno lo stesso Reggente burlandosi tanto della classe politica che degli eccessi della moda dell’epoca importata dalla francia, spesso così stravagante e pretenziosa da rasentare l’assurdità.

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici, Giorgio IV, trascorse gran parte del suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spense la sua passione per tutto ciò che è  francese, soprattutto per il cibo cucinatogli dai cuochi francesi al suo servizio. C’è un lato positivo in tutte le cose.

2021© Paola Pacciari

Pubblicato su LondonIta

Il mondo di Thomas Cromwell

Mi sono svegliata presto stamattina. A volte lo faccio. Per leggere. Le ore silenziose del mattino, quando il mondo è ancora addormentato, sono quelle che preferisco per leggere indisturbata. Ma ho scoperto molto tempo fa, ai tempi di Wolf Hall, che sono quelle necessarie per entrare anima e corpo nel mondo di Hilary Mantel. O almeno lo sono per me, che sono mattiniera.

Mark Rylance as Thomas Cromwell in the BBC adaptation of Wolf Hall. Photograph: Giles Keyte/BBC

Sto leggendo The Mirror and the Light (Lo specchio e la luce), anzi mi sto aprendo poco a poco una strada nella foresta di personaggi che popolano le oltre 800 pagine che concludono la trilogia di Thomas Cromwell, il figlio del fabbro di Putney che divenne il braccio destro di Enrico VIII e l’architetto di gran parte della politica Tudor i cui risulatati si fanno ancora sentire al giorno d’oggi.

Ammetto che ho impiegato un po’ di tempo per entrare in sintonia con la storia. Da quando è iniziata la pandemia sembro leggere solo libri e guardare solo film sulla Seconda Guerra Mondiale. Sarà l’atmosfera apocalittica del Covid a farmi fare queste scelte inconsce, ma dopo mesi trascorsi nell’Italia di Mussolini, nell’Unione Sovietica di Stalin, nella Germania di Hitler (e di conseguenza in Polonia e Cecoslovacchia etc etc), l’Inghilterra dei Tudor, di Enrico VIII sembrava davvero troppo lontana, troppo astratta.

Eccetto che nei libri di Hilary Mantel niente lo è. Astratto dico. Ed è una delle cose che rende i libri di questa scrittrice così coinvolgenti. Il come lei riesca a identificarsi con quelle vite lontane e rendere un passato lontano 500 anni così immediato, vicino a noi. Tanto vicino da sembrare palpabile. L’odore dei fuochi nei camini delle case, i vicoli bui, la consistenza delle stoffe, il luccichio freddo delle spade, il fruscio delle carte, il rumore dei remi delle nelle acque del Tamigi. Perdersi in queste pagine è un po’ come trasformarsi in ombre, fantasmi alle sue spalle, che la accompagnano in questo viaggio e vedono attraverso i suoi occhi. Non per nulla, nel corso di una serie di conferenze tenute alla BBC nel 2017 sul tema della narrativa storica, la scrittrice ha affermato che “Sant’Agostino dice che i morti sono invisibili, non sono assenti”.

Il mondo di Hilary Mantel richiede tempo, e concetrazione. E silenzio. Tanto silenzio, o almeno lo richiede per me, che non sono mai riuscita a leggere nel caos. Leggere è per me un’esperienza totalizzante, non è qualcosa che può essere fatto in un ambiente rumoroso e pieno di distrazioni. Solo così è possibile entrare nella testa di Cromwell, vedere ciò che lui vede sentire ciò che lui sente. Anche quello che non si vorrebbe. Tutto. Fino alla fine.

Non c’è niente di sentimentale nella fine di Cromwell, solo una devastante, universale umanità. Ho chiuso il libro per l’ultima volta, un po’ stordita dallo stupore di dover tornare alla realtà. Una realtà che in questo 2020 domanito dal Covid e da altre tragedie, sembra molto più frutto della penna di uno scrittore di horror schizzofrenico che quello in cui sono mi hanno accompagnato Thomas Cromwell e Hilary Mantel.

2020© Paola Cacciari

‘Be As Naughty As You Want’ by Bambi

Da qualche anno Banksy ha una rivale, ma io che sono perennemente distratta me ne sono accorta solo la settimana scorsa quando, passando da quel di Seven Dials, Neals Yard, nel cuore di Londra, mi sono imbattusta in questo murales raffigurante Mary Poppins con due bambini.

Bambi, Be As Naughty As You Want. Seven Dials, Neals Yard London WC2
Bambi, Be As Naughty As You Want. Seven Dials, Neals Yard London WC2

Bambi è lo pseudonimo di una street artist britannica la cui opera si concentra sull’identità femminile contemporanea, sul suo rapporto con la cultura patriarcale, e sull’ingiustizia politica e sociale.

Solo che quella raffigurata a stencil sul muro non è una normale Mary Poppins, e quelli che la guaradano stupiti non sono sono due comuni bambini. Ispirata da un’intervista in cui il principe William raccontava di quanto lo rattristasse il fatto che sua madre, la Principessa Diana non abbia mai incontrato i suoi nipoti, Bambi trasforma Lady Di in una fluttuante Mary Poppins, che scende dal cielo con tanto di ombrello e borsa gigante (rigorosamente di Harrods, in omaggio a Dodi al Fayed) per incontrare i suoi nipoti, il principe George e la principessa Charlotte. Accanto la scritta “Be As Naughty As You Want… Just Don’t Get Caught” (“Sii monello quanto vuoi… solo, non farti prendere”)

Che in fondo i sogni son desideri di felicità (questa è Cenerentola, ma non importa…) e con un poco di zucchero  e la pillola va giù e tutto brillerà di più!

www.streetartistsbambi.com

Cappella Sistina, in mostra gli arazzi degli Atti degli Apostoli di Raffaello — Uozzart

In occasione delle celebrazioni per il V centenario della morte di Raffaello, sino al 23 febbraio 2020 la Cappella Sistina sarà magnificamente adorna dei preziosi arazzi degli Atti degli Apostoli realizzati su cartoni di Raffaello In occasione delle celebrazioni per il V centenario della morte di Raffaello Sanzio (Urbino 1483-Roma 1520), sino al 23 febbraio…

via Cappella Sistina, in mostra gli arazzi degli Atti degli Apostoli di Raffaello — Uozzart

Nicholas Hiliard, Isacc Oliver e la miniatura elisabettiana

Nella botte piccola ci sta il vino buono” diceva sempre mia nonna. E aveva ragione, che davvero a volte “meno è meglio”. Anche se, data la loro squisita preziosita, quest’aultimo proverbio non si applicata tanto ai ritratti miniati dell’epoca elisabettiana. Teche e teche piene di piccoli, preziosi dipinti che emergono scintillanti come gioielli dalla penombra delle sale della National Portrait Gallery: benvenuti nel magico mondo di Nicholas Hiliard, Isaac Oliver e della miniatura elisabettiana.

I ritratti miniati (allora conosciuti come “limnings”) costituiscono l’apice della pittura inglese nel XVI e all’inizio del XVII secolo; erano apprezzati dall’aristocrazia come doni diplomatici, espressioni di fedeltà al monarca e spesso simboli d’amore. I due più brillanti esponenti del mestiere erano Nicholas Hilliard e Isaac Oliver, le cui raffinate rappresentazioni di cortigiani, aristocratici e sovrani e ci portano letteralmente faccia a faccia con la società elisabettiana e giacobina – solo in formato  ridotto.

E queste miniature, così definite non per le loro minuscole dimensioni, ma dalla tecnica e dal materiale impiegato per la la loro creazione (l’acquerello su pergamena, come in un manoscritto miniato) erano oggetti di lusso intesi per pochi, soprattutti i ricchi e potenti (che sorpresa!!). Dipinti su pergamena montata su una carta da gioco utilizzata come sostegno, i capolavori di Hiliard sono realizzati con una pennellata vivace ed espressiva e hanno l’immediatezza di un’istantanea e la preziosità di un gioiello.

Mi aggiro da una teca all’altra con la lente d’ingrandimento in mano, attenta ad infilarmi veloce in ogni spazio lascitao libero da altri visitatori che si aggirano a loro volta con la lente d’ingrandimento in mano nella galleria buia. Il Victoria and Albert Museum possiede una magnifica collezione di ritratti miniati, molti dei quali sono in prestito, insieme all’esuberante immagine del grande un navigatore, corsaro e poeta inglese Sir Walter Raleigh (che, a proposito, era perfettamente in forma), il favorito di Elisabetta I, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584, che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore. Ah, e naturalmente da questa parata di personaggi famosi non mancano Elisabetta I e i più grandi artisti, poeti e scrittori di il tempo.

Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.
Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.

È come sfogliare una copia di Tatler di mezzo secolo fa, solo che invece delle periperipezie dei rampolli dell’upper class britannica, ci troviamo faccia a faccia con lo sguardo abbagliante di Walter Raleigh, il leggendario un navigatore, corsaro e poeta favorito di Elisabetta I e che, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584 (che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore). O con Robert Devereux, il secondo conte dell’Essex allora diciassettenne che, ritratto con aria sognante tra le rose, con una mano sul cuore, dichiara la sua devozione ad Elisabetta. Che i ritratti miniati non erano fatti per essere mostrati in pubblico: erano oggetti privati, pegni d’amore, d’amicizia scambiati tra amanti o donati dalla regina ai suoi favoriti o viceversa, simboli di lealtà e devozione e per questo altamente simbolici.

Questi dipinti in miniatura sono veri e propri gioielli. Una mano ferma era il requisito più importante. Questi artisti dovevano ottenere una somiglianza in due o tre sedute della durata di non più di un’ora – come Holbein o Van Dyck – ma su un pezzo di pergamena non più grande di una carta da gioco. E le carte erano la forma più comune di supporto; un ritratto di Elisabetta I, in questo spettacolo, ha la Regina di Cuori incollata sul retro. C’è ironia nell’arte dei miniaturisti.

Basta guardare il bel volto dello stesso Hilliard, che trasuda vitalità da tutti i pori. Considerando che gli autoritratti nel’Inghilterra del XVI secolo sono così rari, questa miniatura il giovane pittore si presenta al suo pubblico come un aristocratico non solo è una rarità, ma è soprattutto un incredibile momento di autoaffermazione tutta rinascimentale da parte dell’artista. Stimato da dinastie come i Medici, gli Asburgo e i Borboni, Hiliard fu paragonato dai suoi contemporaniei a Raffaello. E vi posso assicurare che il paragone ci sta.

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 19 Maggio 2019

Elizabethan Treasures: Miniatures by Hilliard and Oliver @National Portrait gallery