Tutti pazzi per Meghan!

Attrice, divorziata, più grande di lui e per di più americana, Megan Markle non è esattamente la moglie tradizionale per un erede al trono della corona britannica. Ma il principe Harry non è esattamente il tradizionale rampollo reale (basta sfogliare i giornali scandalistici per averne la conferma). Inoltre, essendo il sesto nella linea di successione reale dopo Carlo, William e i di lui figli, George, Charlotte e Louis – è molto improbabile che il secondogenito di Lady Diana diventi Re. Cosa che, lungi dall’essere un peso, pare averlo liberato da molti obblighi di protocollo. Come quello, per esempio, di doversi sposare con una fastosa cerimonia a Westminster Abbey come ha dovuto fare il fratello, o di dover invitare la stampa o i capi di stato. E infatti nè Theresa MayDonald Trump sono stati invitati (sebbene pare che quest’ultimo ci sperasse in un invito) e solo per questo la nuova Duchessa del Sussex mi è ancora più simpatica! E per un giorno almeno ci siamo dimenticati Brexit e Trump, e il terrorismo e la crisi per fiondarci in un mondo da favola con una Cenerentola multietnica e moderna, figlia di un’assistente sociale e istruttrice di yoga californiana di origini afroamericane e di un ex direttore della fotografia di origini irlandesi-olandesi che ora vive in Messico. Ma se i matrimoni reali si svolgono tradizionalmente nei giorni feriali, desiderando evitare lo scontro con altri eventi del mese (come per esempio la nascita del terzogenito di William e Kate, il principino Louis) i nostri eroi si sono sposati oggi, di Sabato, a Windsor Castle. Il che, nonostante le buone intenzioni, per noi comuni mortali, significa che questa giornata non è stata dichiarata festa nazionale e per chi, come me, fa i turni è significato andare al lavoro invece che restare a casa a guardare il Royal Wedding in televisione sorseggiando un Pimms come per le nozze di William e Kate. Ma la vita è fatta così: un po’ bastarda. #RoyalWedding

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Carl Fabergé, il gioielliere degli Zar

È difficile immaginare la Russia del XIX secolo. Un mondo che andava dalla Polonia all’Alaska, che copriva un sesto del globo e che che si estendeva su tre continenti. Un mondo dominato da una sola, autocratica famiglia, i Romanov che dall’isolamento di San Pietroburgo, la nuova capitale dell’impero russo che Pietro il Grande fece costruire ex novo nel 1703 come  “finestra sull’Occidente” per facilitare gli scambi commerciali e culturali, finirono come con lo scontrarsi come sonnambuli contro la dura realtà della Rivoluzione. Questo era il mondo di Peter Carl Fabergé (Карл Густавович Фаберже, 1846-1920).

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Peter Carl Fabergé

Nato a San Pietroburgo da padre tedesco di origine ugonotta e da madre danese, il giovan Carl fu educato inizialmente nella capitale. Nel 1860, Gustav Fabergé decise che quel suo figlio talentuoso meritava di meglio e si traferi’ con la famiglia a Dresda, lasciando la sua attività nelle mani di esperti e fidati manager. Grazie al governo di Augusto II il Forte, il Principe elettore di Sassonia, Dresda era divenuta nel XVIII una metropoli artistica di livello europeo, la “Firenze sull’Elba”. Augusto il Forte non solo amava il lusso e i gioelli vistosi, ma amava mostrarli e la sua infatti fu la prima collezione museale aperta al pubblico che Peter Carl ebbe modo di vedere mentre frequentava un corso alla Scuola delle Arti e dei Mestieri di Dresda.

Non ci volle molto perchè il suo eccezionale talento come orefice fosse notato dallo Zar Alessandro III.
In Russia la festa più importante dell’anno è la Pasqua che generalmente cade in una data diversa da quella cattolica e, a differenza di quella italiana, viene celebrata solennemente andando a Messa e scambiandosi doni e uova decorate simboli di vita e di fertilità e di resurrezione. Ma quello che l’imperatrice Maria Feodorovna (1847-1928) ricevette nel 1885 dal marito, lo Zar Alessandro III era un uovo unico, la briscola dei regali di Pasqua.

The Faberge Hen Egg

L’Uovo con gallina (o Primo uovo con gallina) è il primo delle uova imperiali Fabergé e fu talmente apprezzato dallo zar e dalla zarina, che la famiglia reale trasformò quello che doveva essre un dono occasionale, in una tradizione annuale portata avanti anche dal figlio ed erede di Alessandro III, Nicola II che ogni anno dal 1894 fino al 1917, commissionò  due uova, una per la moglie, la Zarina Alessandra Feodorovna, e l’altra per l’Imperatrice madre. La tradizione fu interrotta solo nel 1904-05 quando, in occasione della guerra russo-giapponese  lo Zar non ritenne di buon gusto scialacquare in oggetti inutili.  Ogni anno, le uova con sorpresa diventavano più intricate e più ingegnose. Dopo il successo dell’Uovo con gallina, lo Zar diede a Fabergé il pieno controllo artistico sulle creazioni annuali. Unica condizione: che le uova contenessero una sorpresa.

 

Russian royalty Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children
Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children

 

Ciò che i Romanov non sapevano in quel giorno di Pasqua del 1885 era che 32 anni (e 49 uova) più tardi il mondo che conoscevano e governavano sarebbe crollato con violenza, portando con se’ la famiglia reale e con essa le rare creazioni di Fabergé.

 

Ma questo ancora nessuno lo sapeva, meno che meno Fabergé, che nel 1900, partecipa (sebbene fuori concorso, in quanto il gioielliere era anche membro della giuria) con le sue creazioni all’Esposizione mondiale di Parigi – il che non impedi’ alla Casa di ottenere la medaglia d’oro dell’esposizione e a Carl Fabergé di ricevere dall’associazione dei gioiellieri parigini il titolo di maître e la croce di cavaliere della Legion d’onore.  Essere russo nella Francia di fine secolo era decisamente cool.

Al suo apice, la Casa Fabergé impiegava oltre a 500 artigiani, poteva contare su un capitale di compagnia di tre milioni di rubli e, oltre alla sede di San Pietroburgo, al 16/18 dell’elegante Bol’šaja Morskaja, aveva succursali a Mosca, Odessa, Kiev e persino a Londra – quest’ultimo negozio sovvenzionato quasi per intero da un solo cliente, il godereccio re Edoardo VII che non per niente era zio di Nicola II (avendo sposato Alessandra di Danimarca, la cui sorella Dagmar altri non era che l’imperatrice Maria Feodorovn).

 

Russian royalty The Family of Tsar Nicholas II of Russia
The Family of Tsar Nicholas II of Russia

 

Ma poi, l’8 Marzo 1917 la Rivoluzione bolscevica cambia tutto. Fabergé, era un uomo segnato data la sua associazione con l’elite del paese e nel 1918, la Casa Fabergé fu nazionalizzata dai bolscevichi e tutti i pezzi presenti in magazzino confiscati. Carl Fabergé lasciò San Pietroburgo in modo roccambolesco, a bordo di un treno diplomatico diretto a Riga, in Lituania. Da lì raggiunge la Svizzera, dove nel dicembre del 1918 fu raggiunto dalla moglie e dal figlio Eugène, sfuggiti alle grinfie dei bolscevichi raggiungendo a piedi la Finlandia. Peter Carl Fabergé non si riprese mai dallo shock della Rivoluzione russa. Morì, in Svizzera, il 24 settembre 1920 “di crepacuore”. O almeno così dice la leggenda metropolitana. La sua salma riposa oggi nel Cimetière du Grand Jas, a Cannes.

Dopo la caduta dei Romanov, le collezioni d’arte reale furono depredate. Le meravigliose uova di Pasqua (tranne una salvata dall’imperatrice madre Maria Feodorovna che la porta con se’ in esilio in Inghilterra, dove si rifugia dalla sorella Alessandra nel 1919) furono impacchettate e portate a Mosca, nascoste in un angolo buio dell’Armeria del Cremlino, dove rimasero fino a quando Stalin decise che era ora di vendere i tesori russi per finanziare il suo governo.

The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.
The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.

A partire dal 2006, appena ventuno uova erano ancora in Russia, per la maggior parte in esposizione nel Palazzo dell’Armeria del Cremlino di Mosca. Nel febbraio del 2004 l’oligarca russo Viktor Vekselberg acquistò le nove uova imperiali precedentemente possedute dall’editore americano Forbes, restituendo così alla Russia una parte della sua storia dell’arte.

Il Museo Fabergé, inaugurato a San Pietroburgo nell’autunno 2013 da Vekselberg nel rinnovato palazzo Šuvalovskij, gioiello neoclassico della fine XVIII secolo (forse opera dell’italiano Giacomo Quarenghi) che si affaccia sul Fontanka, uno dei canali che attraversa il centro di San Pietroburgo per gettarsi nella Neva, ospita oltre a vari reperti degli Zar di Russia, le suddette nove uova imperiali (Uovo con gallina, Uovo rinascimentale, Uovo del bocciolo di rosa, Uovo dell’incoronazione, Uovo dei mughetti, Uovo del XV anniversario, Uovo con galletto, Uovo dell’alloro e Uovo dell’Ordine di San Giorgio). Purtroppo in occasione della mia breve visita a San Pietroburgo lo scorso Marzo il museo era chiuso per due settimane. Peccato.

Almeno mi sono consolata con questo capolavoro, appartenuto ai Rothschild, in mostra al Palazzo dello Stato Maggiore, il lungo edificio (580 m) disegnato da Carlo Rossi in stile Impero e costruito fra il 1819 ed il 1829, che sta davanti Palazzo d’Inverno e che ospita collezioni di arte moderna (Impressionosmo, Post-Impressionismo e Avanguardie) dell’Ermitage.

The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Commissionata nel 1902 da Béatrice Ephrussi de Rothschild in occasione del fidanzamento del fratello minore, il barone Édouard Alphonse James de Rothschild, questa è una delle poche uova che la Casa Fabergé ha creato per altri clienti che non fossero membri della famiglia imperiale russa (e una delle più costose che Fabergé avesse mai prodotto e venduto), ed è appartenuta alla famiglia Rothschild fino al 2007, quando fu acquistata dal collezionista Aleksandr Ivanov per 9 milioni di sterline. Ouch! Dal 2014 l’abbagliante uovo Rothschild fa bella mostra di sè (insieme ad una serie di altri piccoli “oggetti di fantasia”, come i tipici deliziosi piccoli animali in pietre preziose) all’Ermitage di San Pietroburgo, donato da Vladimir Putin in occasione del 250 anniversario del museo.

2018 ©Paola Cacciari

ll cardinale, le mogli e il Re: la storia dei Tudor vista da Hampton Court

Oh, se i muri potessero parlare quante cose ci potrebbero raccontare! Come Hampton Court per esempio che in quanto a storia (e storie) ne ha vista parecchia, e non solo nell Epoca Tudor che non fu solo Enrico ad abitarci: Elisabetta I quasi ci morì di vaiolo, Shakespeare ci inscenò un’intera stagione teatrale per Giacomo I Stuart, la regina Vittoria lo preferiva al castello di Windsor. Presino Van Gogh ci venne come turista per ammirarne la collezione di quadri. Ma le vicende di Enrico VIII e delle sue sei mogli mi hanno sempre affascinato e allora perché non partire proprio da qui per qualche pillola di storia?

Enrico VIII sarà anche stato sfortunato in amore (sebbene pensi che le sei poverette che hanno avuto la sfortuna di trovarsi sulla sua strada potrebbero dissentire…), ma fu certo fortunato in fatto di ministri. Per la prima parte del suo regno infatti ebbe il Cardinale Thomas Wolsey, per gran parte della seconda Thomas Cromwell. Certo Enrico, essendo Enrico fu abbastanza stupido da  sbarazzarsi di entrambi – ad un costo molto alto come si vedrà – ma non prima di aver spremuto il meglio da i due.

Avranno anche avuto lo stesso nome, ma i due Thomas erano diversissimi l’uno dall’altro. Se Cromwell era contento di stare nell’ombra, un eminenza grigia, non c’era nulla di grigio in Wolsey che sfoggiava la sua ricchezza con la stessa disinvoltura con cui indossava il rosso cardinalizio. E per dimostrare al mondo che il primo ministro di Enrico VIII sapeva vivere in modo altrettanto splendido dei cardinali romani, si fece costruire Hampton Court.

Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari
Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Questo magnifico palazzo, che combina lo stile grandioso del Rinascimento italiano con la tradizione locale e iconografia cattolica promossa dal segretario apostolico Paolo Cortesi (1471 – 1510), autore del trattalo De cardinalatu (il corrispondente religioso del Cortegiano di Baldassar Castiglione) molto popolare negli ambienti ecclesiastici elevati, a cui forniva un prezioso codice di comportamento e che delinea l’immagine ideale del “principe della Chiesa” a cui Wolsey aspirava e che voleva trasmettere a chi visitava Hampton Court. Il palazzo, dove il cardinale riceveva molte persone diverse – dal Re agli ambasciatori stranieri, a legati pontifici- doveva pertanto essere in grado di “parlare” ad una varietà di nuovi segmenti di pubblico e dire cose diverse a persone diverse.

Certo, emulare lo stile del re in architettura copiandone il gusto per lo spettacolo era, da parte dei sudditi un’azione volta ad adulare il sovrano per ottenerne il favore. Ma con Enrico il rischio di passare il segno e diventare così un arrampicatore sociale (come Wolsey), un pericoloso rivale o addirittura una minaccia era sempre altissimo come il cardinale ebbe la sventura di sperimentare a proprie spese.

Sampson Strong’s portrait of Cardinal Wolsey at Christ Church (1610)

Wolsey non ebbe tempo per goderselo il suo magnifico palazzo che proprio mentre stava per essere completato accade il disastro. La causa del disastro fu semplice: non avendo avuto figli maschi dalla moglie Caterina d’Aragona, Enrico voleva l’annullamento del suo matrimonio (sulla base che essendo lei stata la già la moglie del fratello Arthur, morto dopo sei mesi, l’unione era da considerarsi illegittima) per sposare la suo nuova bella, Anna Bolena. Come sempre Enrico si rivolse a Wolsey per risolvere la questione (in fondo a questo servono i ministri no?) e il cardinale si mise all’opera. Difficile e spinosa che fosse, con papa Clemente VII ci sarebbe forse anche stata qualche possibilità di risolvere la questione in modo soddisfacente (per Enrico, non per Caterina, a cui la prospettiva di esser scartata dopo anni di uso fedele, deposta e spedita in convento non andava davvero giù) che in fondo la Riforma protestante era già in atto, e una piccola concessione non sarebbe stata una gran cosa per il Papa mantenere cattolica L’Inghilterra. Ma Caterina era la zia di un pesce ben più grosso, l’imperatore Carlo V, che certamente non sarebbe stato altrettanto accomodante. Wolsey esitò ed Enrico, essendo Enrico, perse la pazienza e decise di risolvere la questione da solo con i risultati che tutti sappiamo – almeno tutti quelli che hanno fatto attenzione alle lezioni di storia.

Wolsey sapeva fin troppo bene di aver fallito e che l’ira di Enrico si sarebbe abbattuta su di lui con la violenza di un uragano. Così nel 1528, tre anni dopo il suo completamento, offrì il suo magnifico palazzo di Hampton Court al re, nel vano tentativo di placarne l’inevitabile vendetta. Invano, come si vedrà, che nel 1529 Wolsey fu spogliato del suo incarico e delle sue proprietà (inclusa la sontuosa abitazione londinese di York House che Enrico diede ad Anna Bolena). Nel 1530 Wolsey era morto. E meno male, che se non fosse morto di crepacuore probabilmente sarebbe finito decapitato come l’altro Thomas, Cromwell, sempre per una questione di donne (nel caso dell’eminenza grigia la sua rovina fu lo sfortunato matrimonio con la protestante Anne de Cleves).

Ma torniamo ad Hampton Court. In questo periodo Enrico possedeva già una sessantina tra di palazzi e abitazioni, ma la sua corte da sola contava circa un migliaio di persone che dovevano vivere da qualche parte. Così il re, che non sopportava che altri suoi cortigiani avessero palazzi (mogli, amanti, castelli, cavalli etc etc ) più belli dei suoi, lo requisì nel 1529. Enrico non perse tempo ad ampliare Hampton Court, quadruplicando la superficie delle già immense cucine costruite dal cardinale, e aggiungendo la Great Hall, dove per gli anni a venire consumò i suoi pasti in compagnia della regina di turno.

Great kitchen, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari
Great kitchen, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Per il via del disturbo che Enrico si prese per sposare Anna Bolena, si è sempre pensato che il sovrano fosse un gran amate delle donne: in realtà pare fosse vero il contrario anche se forse è vero che l’unica donna che abbia davvero amato sia stata la suddetta Anna. Ma questo non la salvò dalla decapitazione quando, avendo fallito il suo compito principale di donna e regina che era quello di fornire il re con un erede maschio, diventa in eccedenza al requisito ed Enrico passa rapidamente alla moglie numero tre. Questa era la bionda e fragile Jane Seymour  che morì rimase in carica solo un anno, morendo di parto nel 1537, avendo almeno fornito un erede maschio ad Enrico. Ma Edoardo VI era un ragazzino gracile e malaticcio (infatti morì a sedici anni) e ad Enrico serviva almeno un erede di ricambio in caso il primogenito non fosse sopravvissuto (d’altronde questa era una storia che lui sapeva bene essendo lui stesso il figlio secondogenito salito al trono dei Tudor alla morte del fratello Arthur). Il fatto che lui avesse già due figlie, Maria ed Elisabetta dalla moglie numero uno Caterina d’Aragona e dalla moglie numero due Anna Bolena, non contava: per Enrico le principesse non erano un valido sostituto per un erede maschio, e il fatto che l’Inghilterra non avesse mai avuto una regina (fatta eccezione per Matilda che nel XII secolo passò l’intera sua vita a combattere suo cugino Re Stefano per il possesso della corona) sembrava dargli ragione. Pertanto si rendeva necessaria un’altra potenziare madre.

Great Hall, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari
Great Hall, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

La moglie numero quattro, Anne de Cleves non ebbe neppure tempo di iniziare il lavoro che  fu prontamente dismessa (Enrico non fu in grado di consumare il matrimonio, ma per salvare la faccia scaricò la colpa sulla consorte che esiliò in campagna con una bella pensione e la testa sulle spalle, cosa che non si può dire andò allo stesso modo per Thomas Cromwell, che per questo fu prontamente decapitato nel 1540. Sfortunatamente per lei, le attenzioni del re ricaddero sulla giovane cugina di Anna Bolena, Catherine Howard. Lei aveva 16 anni e lui aveva 56 anni, pesava 130kg e aveva una ferita purulenta che non si rimarginava da cui usciva una tanfo insopportabile. Dovendo sopportare le sue effusioni, era inevitabile che la poverina cercasse conforto tra le braccia del giovane ed aitante Thomas Culpeper. Inevitabilmente la cosa era destinata a finire bene e dopo soli 16 mesi in carica, nel 1543 anche Catherine fu decapitata come adultera insieme al suo amante.

La moglie numero sei, Catherine Parr fu più fortunata: Enrico morì  nel 1547 prima di potersi stancare di lei. Fu libera così di sposare l’amore della sua vita, Thomas Seymour, ma sfortunatamente per lei rimase incinta e morì di parto nel 1548. Aveva solo trentacinque anni.

2017 ©Paola Cacciari

Gli incontri: l’artista e il suo soggetto alla National Portrait Gallery

Young Boy Wearing a Round Cap, attributed to Annibale Carracci, 1580s. Photograph: Chatsworth Settlement Trustees

Chi dice che il disegno preparatorio è inferiore al quadro finito non ha mai visto gli schizzi di Holbein. O di Rubens. O di van Dyck. O di Annibale Carracci. E potrei continuare fino a nominare ciascuno dei 48 artisti i cui disegni compongono la piccola e preziosa mostra della National Portrait Gallery. Si chiama The Encounter: Drawings from Leonardo to Rembrandt. Gli incontri. Che in fondo che cos’è un ritratto se non l’incontrro di due persone e di due personalità quella del pittore e quella del suo soggetto? Schizzi fatti per gioco o in preparazione di un ritratto ufficiale; schizzi di amici, colleghi artisti, di alteri aristocratici o di amati membri della famiglia: questa mostra esplora il legame psicologico che si stabilisce (o meno) tra chi dipinge e chi è dipinto. E quando questo legame manca, anche se tecnicamente è un capolavoro, il ritratto fallisce.

La stella indiscussa del mostra è Hans Holbein il Giovane, di cui sono esposti ben sette disegni provenienti dalla Royal Collection. Adoro Holbein, si tratti di ritratti finiti o delle sue miniature (il museo in cui lavoro possiede il ritratto miniato di Anne de Cleves che tanto dolor causò tanto al tedesco – che, a sentire Enrico VIII l’aveva dipinta troppo bella, che a colui che il ritratto l’aveva commissionato, il cancelliere Thomas Cromwell che per questo perse la testa). Ma i suoi disegni sono di un’altra lega. Holbein costituisce un’eccezione nel mondo dell’arte in quanto oltre un centinao dei disegni eseguiti durante i suoi due soggiorni alla Corte di Enrico VIII sono arrivati fino a noi, anche grazie alla lungimiranza della Regina Carolina, la consorte di Re Giorgio II che scoperta questa collezione in un mobile di Kensington Palace (dove allora risiedeva la corte) decide di esporla alle pareti (come si trattasse di opere d’arte finite) invece che rimetterla nei cassetti. Si tratta di ritratti di nobili e dame di corte, ma anche di mercanti e di semplici membri della servitù di corte. Sono una vera rarità, visto che all’epoca i disegni erano considerati unicamente meri strumenti preparatori finalizzati all’opera finita, non un’opera d’arte in sé, e nel corso dei secoli moltissimi sono andati perduti. Ma quando sopravvivono ci raccontano un scacco di cose – dal colore di un abito ai dettagli dello sfondo: veri e propri piccoli promemoria scritti di pugno da alcuni artisti.

Generalmente realizzati con il torso in schizzato in matita, questi i disegni di Holbein presentano solo i tratti del visto con tracce di colore a pastello. E se questo pare impossibile, sembrano ancora più visi e pulsanti dei quadri finiti.

E che dire dei disegni di Gianlorenzo Bernini? Con il fatto che il nostro toscano è un tale maestro nell’architettura e nella scultura, si tende a dimenticare che, come Michelangelo (ovviamente anche lui presente nella mostra…) anche Bernini era un artista completo e sapeva pure dipingere e disegnare molto bene. I suoi schizzi, uno dei quali e’ quello di colui si pensa sia il fratello Luigi, sono pieni dello stesso plasticismo, della stessa vita pulsante che anima le sue sculture.

Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II
Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II

Insomma, una mostra davvero da non perdere! #TheEncounter

 

Londra// fino al 22 ottobre 2017
The Encounter: drawings from Leonardo to Rembrandt
National Portrait Gallery, Londra

Vent’anni di Lady D

In vita, la Principessa Diana ha certamente disorientato e infastidito la famiglia reale britannica e continua a farlo anche a vent’anni dalla sua morte in quel tunnel di Parigi quel lontano 31 Agosto del 1997. Basta passare davanti alla cancellate di Kensinton Palace per averne la conferma. Mazzi di fiori, biglietti, poesie, irriducibili pellegrini avvolti in giacche coperte di Union Jack si mescolano a semplici turisti e curiosi impegnati a fare selfies. E naturalemente orde di giornalisti da ogni parte del mondo impegnati a trasmettere dal vivo l’evento del giorno.

Che ancora adesso Diana fa notizia. La sua morte ha costretto la famiglia reale ad abbandonare il rigido protocollo e hanno dato il visto d’accesso alle emozioni – tutte cose che lungi dall’indebolire la monarchia, ha contribuito a portare questa istituzione nel XXI secolo rendendo i suoi membri più caldi, avvicinabile, umani. Più simili a lei insomma.

Creare legami più forti tra la monarchia e la gente era da sempre l’ambizione di Diana che, divorziata o no, era pur sempre la madre del futuro re e da tale ha sempre agito.
E bisogna dire che (volenti o nolenti) il ciclone-Diana ha avuto sulla monarchia britannica un effetto immediato. Una volta digerita la realizzazione la loro popolarità era ai minimi storici che si trattava di adeguarsi o rischiare la Repubblica (ne sappiamo qualcosa noi in Italia di re impopolari…) la famiglia reale non perse tempo.
Nel modo pratico ed efficiente che caratterizza gli inglesi, commissionarono ricerche, sondaggi, focus group e sono passati alla controoffensiva.

Certo, il cambiamento non e’ stato drammatico, ma e’ stato consistente. Persino la regina ha allentato il protocollo ed ora pare sorridere e godersela molto di più … 😉 #Diana20

2017 ©Paola Cacciari

Gli arazzi di caccia del Devonshire

Qualche tempo fa uno sceneggiato della BBC1 tratto da una serie di libri di Philippa Gregory (La Regina dalla Rosa Bianca etc, editi da Sperling & Kupfer) mi ha catapultato in pieno 1400, e precisamente in quel caos storico che era la Guerra delle due Rose, la feroce lotta tra le casate di York e Lancaster. Non contenta dell’immersione televisiva, sto macinando a ritmo sostenuto le pagine dei quattro libri che compongono la saga della Guerra dei Cugini (come la Guerra delle due rose si chiamava prima). E romanzata o no, la serie televisiva è accattivante, gli attori sono belli e bravi e ci sono castelli, cavalli e cavalieri in abbondanza. E i costumi sono sontuosi. Insomma la ricetta ideale per tenere la sottoscritta attaccata alla Tv…

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Così quando qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nella sala degli arazzi di caccia del Devonshire, realizzati pochi anni prima degli eventi raccontati nellp sceneggiato, li ho guardati con rinnovato interesse. Si tratta di un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo. Sono enormi, misurano oltre 3 metri di larghezza, e si pensava inizialmente che fossero stati commissionati per il matrimonio tra Margherita d’Angiò ed Enrico VI di Lancaster nel1444–5, ma lo studio degli abiti ha dimostrato che precedono questo evento di almeno dieci anni.

Con l’Inghilterra e la Francia impantanate nella guerra dei Cento Anni e l’Inghilterra alle prese con la Guerra delle Due Rose per gran parte del XV secolo, la moda europea a nord delle Alpi era dominata dalla scintillante Corte del Ducato di Borgogna, soprattutto durante il regno di Filippo il Buono (1419-1469) che controllava il sud dei Paesi Bassi, un’area famosa per la produzione di arazzi (anche i famosi arazzi della Cappella Sistina furono tessuti qui). Con l’annessione dell’Olanda e delle Fiandre, i duchi di Borgogna avevano accesso a tessuti provenienti dall’Italia e dall’Oriente e alle lane inglese che arrivavano a Bruges e ad Anversa.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.
Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Per secoli gli arazzi sono stati tra i più grandi tesori di nobili e sovrani. Oltre a rendere le stanze più colorate e confortevoli e ad isolare le pareti in pietra mantenendo il calore all’interno, gli arazzi erano oggetti estremamente preziosi e costosi che la dicevano lunga sulla ricchezza di chi li possedeva – in questo caso il duca di Devonshire. Inoltre, vista la natura itinerante delle corti medievali, gli arazzi avevano anche il grosso vantaggio che si potevano arrotolare e spostare da un luogo all’altro con facilità. Purtoppo gli arazzi giunti intatti fino a noi sono relativamente pochi: secoli di sporco, polvere ed esposizione alla luce ne hanno danneggiato i colori, a volte in modo irreparabile.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.
Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Fortunatamente (per noi) gli arazzi di caccia del Devonshire sono sopravvissuti alla distruzione in quanto, nel 1840, il VI duca di Devonshire li aveva utilizzati per isolare le pareti della Long Gallery a Hardwick Hall, la spendida dimora costruita nel 1590 da Elizabeth Talbot, la Contessa di Shrewsbury, nota come ‘Bess of Hardwick‘, celebre nobildonna famosa oltre che per essere stata sposata quattro volte, l’ultima con George Talbot, VI conte di Shrewsbury, uno dei più illustri nobiluomini del tempo, anche per aver “ospitato” (sarebbe meglio dire tenuta sotto sorveglianza)  in una delle loro proprietà Maria Stuarda, Regina di Scozia, al tempo prigioniera di Elisabetta I. Grazie ai suoi matrimoni, Bess salì ai più alti livelli della nobiltà inglese e divenne enormemente ricca. Fu un’astuta donna d’affari, capace di incrementare la sua attività attraverso imprese commerciali, tra cui lo sfruttamento di giacimenti minerari e officine per la lavorazione del vetro. Gli arazzi erano ancora appesi a Hardwick nel XIX secolo. Ora fanno bella mostra di se’ nella Tapestries Gallery del Victoria and Albert Museum.

Raffigurano uomini e donne impegnati nella caccia al cervo, all’orso, al cigno, alla lontra e nella caccia con il falco, rigorosamente abbigliati secondo la moda dei primi anni del XV secolo. La caccia era un tema particolarmente amato nell’arte ed era un passatempo comune a molti degli individui e delle famiglie d’alto lignaggio che possedevano arazzi. Oltre a provvedere carne infatti, la  caccia era considerata uno sport elegante, adatto a nobili e sovrani. Gli arazzi erano l’equivalente medievale/rinascimentale della televisone. Ci sono così tante cose che accadono contemporaneamente! La ricchezza di interazioni, il gioco degli sguardi e gli amoreggiamenti tra dame e cavalieri, le storie dei cacciatori e degli animali cacciati. Soprattutto c’e’ la ricchezza dei dettagli dei meravigliosi costumi indossati a corte, in particolare a quella di Borgogna. Certo, pare molto improbabile che qualcuno andasse a caccia vestito in modo così esotico (e scomodo). Ma chi sono io per dirlo? Io che non sono: a) nobile, b) detesto la caccia?

Gli abiti delle donne avevano la vita alta e una profonda scollatura a “V” ed erano realizzati in tessuti di lana tinti con colori preziosi come il rosso, il verde e il blu intessuti d’oro. Il blu era un colore prezioso, difficile da ottenere e il fatto che in questi arazzi ce ne sia in abbondanza dimostra ancora una volta la ricchezza del proprietario. Il blu dei tessuti era ottenuto dal guado o dall’indaco, ma seppure bello non poteva competere con quello ricco e profondo derivato dai lapislazzuli che componeva la base per i pigmenti dei manoscritti miniati contemporanei come come la Très Riches Heures du duc de Berry. Il copricapo più stravagante della moda borgognona era l’hennin, un cono o cappuccio a forma tronco-conica che poteva arrivare ai 90 cm di lunghezza, rivestito in tessuto e sormontato da un velo da cui si svilupparono poi le fantasiose varianti a forma di mezzaluna indossate dalle dame in questione. Un modo come un altro per sembrare altissime senza dover indossare le scarpe con il tacco suppongo…

Lady Diana, la sua storia i suoi abiti @ Kensington Palace

Ancora oggi nulla attrae (nel bene e nel male) l’attenzione generale di stampa e pubblico come il guardaroba della famiglia reale britannica. Non passa giorno che non ci sia qualche articolo su cosa indossa l’ultima pin-up di casa Windsor, Catherine Middleton, duchessa di Cambridge, su quanto costi quel particolare capo di abbigliamento, quante volte l’ha indossato e chi l’ha creato. Un abito indossato dalla sorridente Kate può fare la fortuna di uno stilista può lanciare lanciando nuovi talenti e consacrare all’Olimpo dei divi della moda lo/la stilista di turno. Persino il guardaroba dei pargoli reali George e Charlotte suscita la stessa morbosa attenzione e la stessa corsa all’imitazione facendo la fortuna del negozi di abbigliamento per bambini di turno. Ma questa ossessione per gli abiti di re e regine va oltre il semplice taglio e colore, che questi sono più che abiti, sono simboli. E in quanto tali sa sempre hanno avuto un ruolo ben definito nel creare l’immagine della monarchia. E nessuno ha dovuto imparare questa lezione più in fretta di Lady Diana Spencer (1961-1997).

Non occorre essere un monarchico convinto per conoscere la storia di Lady D, madre dell’amatissimo William e di quella testa calda e rossa di  Harry, ex moglie di Carlo, il Principe di Galles, a cui è stata sposata dal 1981 al 1996 (e di conseguenza ex quasi regina) e la cui morte, pubblica quasi come la sua vita, ha commosso il mondo. Il fatto che fosse giovane, bella, bisognosa di affetto e dia attenzione e molto infelice non ha fatto altro che aggiungere fascino alla sua leggenda. Ma Diana era anche e soprattutto una fashion icon, un’icona della moda una leader del gusto e delle tendenze degli anni Novanta, colei che stilisti come Valentino e Versace avrebbero voluto vestire (e da cui lei avrebbe voluto essere vestita), ma a cui era permesso indossare solo abiti di stilisti britannici come Emanuels, Bruce Oldfield e Catherine Walker che promuovere talenti autoctoni era parte del contratto di moglie reale. Con l’annuncio della sua separazione da Carlo nel 1992 e la fine della sua vita “ufficiale” che Diana può finalmente esprimere se stessa e la sua passione per la moda francese ed italiana.

Ed ora Kensington Palace, il palazzo seicentesco nei bellissimi giardini di Kensington Gardens dove Diana aveva vissuto con il principe di Galles dal primo anno di matrimonio e dove continuò ad abitare fino alla tragica scomparsa nel 1997 (e dove oltre l’intervista nel 1995 con il giornalista Martin Bashir, prese forma l’idea della spettacolare vendita all’asta da Christie’s di 79 dei suoi abiti da sera avvenuta a New York mesi prima della sua scomparsa nel 1997) e dove ora risiedono i suoi eredi morali William e Catherine, ospita una grande mostra dei suoi abiti.

Diana: Her fashion, Her Story esplora l’evoluzione dell’immagine di Diana, da pudica collegiale fidanzata ad un poco convinto (e già allora innamorato di un’altra) principe Carlo, a futura regina, ambasciatrice di varie associazioni benefiche ed artistiche, ma anche moglie e madre e a come il suo guardaroba cambia e si evolve mano a mano che la sua confidenza e la sua sicurezza sia in se stessa che nel suo ruolo in seno alla famiglia reale crescono. Diana impara la secolare arte di utilizzare l’abbigliamento per mandare messaggi, per stabilire legami emotivi con le persone che incontrava, per fare impressioni dress to impress.

Diana è stata una delle donne più fotografate del mondo ed ogni scelta di abito era analizzato e scrutinato fino all’ultimo pezzo di fodera da parte della stampa: la mostra esplora e analizza pertanto anche il come Diana ha dovuto imparare in fretta le regole del gioco, del come ha affrontato questo continuo scrutinio ed e ha imparato a conviverci, trasformandolo a proprio vantaggio per promuovere e manipolare la sua immagine. Dal look tradizionale e classico e impersonale dei primi tempi di giovane fidanzata prima e sposa novella poi (con alcune scelte a dir poco discutibili come quest’abito di tartan di Emanuel creato per un viaggio a Venezia) all’immagine più audace e rilassata che appare insieme alla sua crescente fiducia nel suo ruolo di madre e principessa immortalato nelle splendide immagini di Mario Testino, alla ritrovata libertà di essere se stessa arrivata con il divorzio, quando (non più principessa del Galles, ma semplice Lady) Diana può finalmente sfogare la sua passione per Valentino, Versace, Dior e Chanel.

Ma il mio preferito però resta il magnifico abito di velluto blu di Victor Eldestein indossato alla casa bianca quando, elegante e bellissima, ha danzato con John Travolta facendo di lei per sempre la regina di cuori della gente. Fu venduto ad un privato all’asta di beneficenza del 1997 per l’incredibile prezzo di 222,500 sterline (sì, avete visto bene!). Quell’abito, che per alcuni anni è stato in prestito al Victoria and Albert Museum nella sala dedicata alla Moda, è uno dei miei primi ricordi della mia vita di gallery assistant al museo. Ricordo che ogni volta che ci passavo davanti non riuscivo a non soffermarmi almeno un momento – a pensare quanto era alta e longilinea Lady D, di quanto stretti erano i suoi fianchi e di quanto lunghe dovevano essere le sue gambe. Guardavo quell’abito e immaginavo non la Principessa del Galles in visita ufficiale, ma semplicemente una giovane donna di ventiquattro anni che si stava divertendo un mondo a ballare con Tony Manero (o Danny Zuko se preferite Grease). E mi rattristava sempre un po’ il pensare ad una crudele legge di Murphy che ha fatto si che quella sua libertà appena ritrovata dopo il divorzio le fosse rubata insieme alla sua vita in modo così brutale. Ritrovarlo è stato ritrovare un pezzo dei miei ricordi.

Londra// fino a Febbraio 2018

Diana: Her fashion, Her story

Kensington Palace

hrp.org.uk/kensington-palace

Le mostre da vedere in Italia in estate

Dal blog Storie dell’Arte, alcune delle mostre da non perdere quest’Estate nel Bel Paese. Spero di riuscirne a vedere qualcuna anch’io! 🙂

La lista delle mostre da non perdere. Tutte quelle da non perdere in questo elenco realizzato da Caterina autrice dell’art blog TheARTpostBlog.com. Tutte le mostre da vedere Labirinti… storiedellarte.com – il blog degli storici dell’arte

via Estate 2017: le mostre da vedere — storiedellarte.com

Donald Trump e Theresa May: insieme contro tutti

Gennaio è già finito e Febbraio non sembra promettere molto meglio: questo 2017 è iniziato con una sfumatura di grigio. Un grigio che sta diventando sempre più scuro, tanto che se continua di questo passo l’umore globale diventerà più nero del nero di seppia, per dirla come la mia prof di matematica delle scuole medie.
Se è così difficile dare un senso a questa nuova surrealtà (neologismo?) è perché un senso non ce l’ha. Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA?? Se qualcuno me lo avesse detto un anno fa che il miliardario dalla faccia arancione noto per condurre la versione americana di The Apprentice sarei scoppiata a ridere. Ora rido meno, che mettere Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA è come mettere un neonato al volante di un TIR: una ricetta a dir poco disastrosa. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

hands-large_trans_nvbqzqnjv4bqap6fgfpcjggwllmokcfzkn6_rfiaiiz9l5dsfgfulpoE qui in Brexitland (un altro neologismo?) la situazione non va meglio. Che se il faccione da jocker autocompiaciuto di Nigel Farage che accompagna il quotidiano dibattito sul come e quando far scattare l’Articolo 50 non fosse già esasperante di suo, ci siamo dovuti sorbire l’immagine di Theresa May, con le sue arie da preside vittoriana che se ne va mano nella mano con Donald per la Casa Bianca come due sposini novelli, facendo progetti sulla loro appena rinnovata special relationship, scambiandosi cortesie e inviti reciproci e pianificando una collaborazione con Putin ed Erdogan. In questa gran Bretagna post-Brexit dove l’impossibile (laciare l’UE) sta diventando possibile (Brexit), dove un’alleanza May-Trump-Erdogan-Putin si fa sempre più possibile e dove un ignorante, illeterato, xenofobo, misogino e razzista come Trump potrebbe essere accolto in pompa magna, davvero non tira una bella aria. Fermate il mondo, voglio scendere!

Se la regina Elisabetta non ha voce in capitolo e deve accettare quello che il Primo Ministro decide (o, in questo caso, impone) anche se pare che non sia entusiasta all’idea di ricevere Donald a Buckingham Palace e il principe Carlo ha parlato apertamente del suo rispetto per le altre religioni (incluso l’Islam), Sadiq Khan, il sindaco mussulmano di Londra, ha detto che i londinesi non appoggeranno mai una visita ufficiale di Donald Trump nella Capitale. E ha ragione: la gente è furiosa. E non solo i londinesi, come dimostra una petizione online che chiede al governo britannico di cancellare la visita di Donald Trump a Londra, prevista per questa primavera ha raccolto 200.000 firme in sole 24 ore (al momento in cui scrivo siamo arrivati a 1,840,331 e il Parlamento discuterà questa petizione il 20 Febbraio, 2017).

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Le manifestazioni in piazza si susseguono a ritmo settimanale e questa settimane ce ne sono state già due. La gente protesta contro Brexit, contro Trump, contro la misoginia, contro il bando cittadini di sette paesi musulmani. Ma soprattutto contro una classe politica che continua non ascoltare. Ieri uno degli esasperati parlamentari britannici che discutevano sul se e come lasciare il mercato unico, ha esclamato esasperato che non aveva senso avere un Parlamento se il Governo non lo ascolta. Io lo farei: nel 1649 Charles I fu decapitato per non aver ascoltato il Parlamento. E anche se dubito che Theresa May possa subire la stessa sorte del monarca, il suo cieco autoritarismo e la sua convinzione di essere un sorta di reincarnazione della Thatcher finiranno con l’essere la sua rovina. Almeno spero. 😦

L’inghilterra in cucina: il pranzo di Natale

Anche quest’anno non sono riuscita da avere le ferie per Natale, che il museo non si ferma mai se non per soli tre gg dal 24 al 26 durante i quali anche noi Gallery Assistants ci godiamo un po’ di meritato riposo. Cosí invece di tornare in Italia, nella mia natia Bologna come ho fatto per anni, trascorrero’ un altro Natale inglese in compagnia della mia dolce metà e della sua inglesissima famiglia. E devo dire che pur sentendo la mancanza dei tortellini e dello zampone (in fondo in fondo sono pur sempre una bolognese…), le cose che popolano la tavola natalizia inglese sopperiscono alla loro mancanza piuttosto bene!
A cominciare dal tacchino ripieno, accompagnato da salsa ai mirtilli (e non arricciate il naso prima di averlo provato!!) e servito con patate arrosto e parsnips, le pastinache, radici molto simili alle patate e che (come le patate) possono essere preparate al forno o fritte (ma che a differenza delle patate sono sparite quasi completamente dalle nostre tavole nel XIX secolo), mini-salsiccie di maiale avvolte in sottili fette di bacon chiamate pigs in blankets (‘maialini coperti’), cavoletti di Bruxelles cucinati con bacon e castagne (etc etc etc). Non occorre essere Pellegrino Artusi per notare che a differenza dell’Italia, dove il menù varia davvero molto a seconda della regione in questione, in Gran Bretagna il pranzo di Natale è pressoché lo stesso ovunque e quando le differenze ci sono, sono pressoché inesistenti.
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Invece del panettone c’è il Christmas pudding, un dolce dalla forma rotonda e a base di uova, mandorle, frutta candita, spezie e zucchero bollito nel brandy, preparato – secondo la tradizione – nel periodo dell’Avvento e portato in tavola il 25 dicembre. Nato nell’Inghilterra medievale (pare fosse già molto diffuso nel XVI secolo), il Christmas pudding o plum pudding (come veniva anche chiamato nonostante non contesse prugne) fu poi abolito dai Puritani di Oliver Cromwell insieme alle mince pies, al teatro, alla musica e ad ogni altra cosa che comportasse anche solo remotamente il godersi la vita. Bisognerà aspettare il XIX secolo perché il dolce torni alla “piena legalità”, apparendo nientemeno che sulla tavola dalla regina Vittoria e tra le pagine del Canto di Natale (1843) di Charles Dickens e diventando dall’oggi al domani il principale dolce natalizio inglese. La prima a chiamarlo Christmas Pudding fu la cuoca Eliza Acton nel suo bestseller Modern Cookery for Private Families, pubblicato nel 1845, anche se  bignerà attendere il 1858 perche’ lo scrittore Anthony Trollope lo citi con questo nome per la prima volta in un suo racconto. Di solito lo si serve flambé accompagnato da panna liquida normale o al brandy. Inutile dire che è una vera e propria bomba atomica di calorie (pensate al panettone elevato all’ennesima potenza) decisamente non adatta agli astemi, ai diabetici o a chi, come la mia dolce metà, non ama la frutta…
Christmas Pudding Recipe with Port
 Per questi ultimi ci sono molte opzioni, tra cui lo Yule log, l’immancabile torta al cioccolato fatta a forma di tronco d’albero, anche questa rigorosamente accompagnata da panna liquida o burro al brandy. Quest’anno la responsabilità di produrre questa prelibatezza e’ ricaduta sulle spalle di mia nipote più grande, una cioccolato-dipendente come sua zia acquisita (io). Inutile dire che a parte un tenue strato di  pan di Spagna all’interno, il suo Yule Log era un solido pezzo di cioccolata spolverato da zucchero che a sua volta e’ stato opportunnamente spolverato da un gruppo di parenti golosi.
Chocolate yule log
E per finire le mie adorate Mince Pies, tortine di pastafrolla ricoperte di zucchero a velo e ripiene di frutta e aromatizzate da spezie come la cannella e chiodi di garofano, perfette servite calde e accompagnate da un bicchierino di sherry. Ma io da vera e propria filistea le mangio anche a temperatura ambiente a colazione, che con un buon caffè espresso fatto con la moka Bialetti ci stanno benissimo… 🙂 E a quanto pare non sono la sola a pensarla così. Secondo la tradizione infatti, anche Babbo Natale ne va matto ragion per cui ogni famiglia che si rispetti deve lasciare un piattino di mince pies vicino al camino (meglio se insieme ad un bicchiere di brandy o di sherry e da una carota per la renna) per ringraziare Babbo Natale per i doni. 🙂
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Ed ora per favore non parlatemi di cibo per qualche settimana…  🙂