Back in time: Tears For Fears – Shout

“Shout
Let it all out
These are the things I can do without!”

Oggi mi sento un po’ così: sopraffatta dalla vita e dal caos delle vacanze di metà quadrimestre…  :/ (chi abita in Inghilterra o conosce il sitema scolastico britannico sa di cosa parlo)

Tears For Fears – Shout 1984

Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
In violent times
You shouldn’t have to sell your soul
In black and white
They really really ought to know
Those one track minds
That took you for a working boy
Kiss them goodbye
You shouldn’t have to jump for joy
You shouldn’t have to shout for joy
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
They gave you life
And in return you gave them hell
As cold as ice
I hope we live to tell the tale
I hope we live to tell the tale
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
And when you’ve taken down your guard
If I could change your mind
I’d really love to break your heart
I’d really love to break your heart
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Songwriters: Ian Stanley / Roland Orzabal
Shout lyrics © Sony/ATV Music Publishing LLC, BMG Rights Management US, LLC
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Al Fashion and Textile Museum la storia dell T-Shirt

Bianca o colorata, aderente o extra large, di lana (nella versione “maglia della salute”) o di cotone: cosa sarebbe il nostro guardaroba senza di lei, l’umile T-shirt? Tutti ne possediamo almeno una (o varie decine) e siamo così abituati alla sua discreta presenza nei nostri cassetti che non la notiamo neanche più. Senza la T-shirt io sarei rovinata, visto che la mitica maglietta di cotone e un paio di jeans sono praticamente le uniche cose che indosso estate ed inveno (ok, in inverno con vari maglioni di lana sopra…).

Ma come fece Andy Warhol elevando il suo barattolo di zuppa Campbell a soggetto per un quadro, così dedicando una mostra alla T-shirt il Fashion and Textile Museum di Bermondsey, non lontano dal Tower Bridge, ci mette sotto gli occhi una cosa che per anni abbiamo guardato senza vedere.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion non vuole essere una storia della T-shirt, che compilare una storia completa di questo indumento sarebbe un’impresa disperata. La mostra si limita a prendere in esame i momenti politici, storici e culturali in cui l’umile maglietta diventa protagonista nella moda e nel costume.

Il come questo semplice indumento nato dall’evoluzione della tunica a forma di “T” che esisteva già nel 500 D.C.  sia diventato un mezzo di espressione politica, culturale, musicale o cinematografica, è una storia affascinante. Utilizzata dai soldati dell’esercito americano e inglese sotto la camicia dell’uniforme durante la Seconda Guerra Mondiale, la semplice T-shirt bianca da indumento puramente funzionale delle divise sportive diventa negli anni Cinquanta improvvisamente sexy addosso a Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio (1951) e James Dean in Gioventù bruciata (1956).

Negli anni Settanta la T-shirt diverta politica. Artisti e attivisti trasformano la sua superficie bianca nel supporto ideale per il messaggio che volevano far pervenire al grande pubblico con la creazione di slogan colorati e spesso controversi.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Una delle più famose promotrici della T-shirt è l’inglese Katharine Hamnett famosa per aver indossato una maglietta decorata con un messaggio di protesta contro i missili nucleari in occasione di un incontro con l’allora primo ministro Margaret Thatcher nel 1984, ma forse piú famosa per aver creato quella con la scritta “Choose Life” indossata da George Michael nel video musicale degli Wham! Wake Me Up Before You Go Go. E che dire dell’iconica “Ignorance = Fear Silence = Death” creata da Keith Haring per la campagna di sensibilizzazione contro l’Aids.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Naturalmente enon poteva mancare una sezione dedicata al fan di cinema e musica che hanno fatto della t-shirt una bandiera d’appartenenza a gruppi musicali, movimenti giovanili e culturali come il Punk…

Dallo sport alla moda, dalla musica all’arte e al cinema la T-shirt è il piú universale dei mezzi espressivi e anche l’unico capo d’abbigliamento davvero inisex. Mica roba da poco….


Londra// fino al 6 Maggio 2018

T-shirt: Cult, Culture, Subversion

Fashion and Textiles Museum

ftmlondon.org

2018 ©Paola Cacciari

Back in time: Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Ci sono canzoni che sono come la madeleine descritta da Marcel Proust ne Alla ricerca del tempo perduto, il dolcetto divenuto simbolo di ogni oggetto, gesto, colore, sapore o profumo in grado di evocare in noi improvvisi ricordi del passato, inclusi persone e momenti che vorremmo (forse) dimenticare una volta per tutti.  The Man Who Sold the World è la mia madeleine. Che anche se fu scritto dal mitico David Bowie, nel 1970 (e ripubblicato nel 1973 su 45 giri, come lato B di Life on Mars? e della riedizione di Space Oddity uscita negli Stati Uniti) questo brano rimarra’ per me sempre una canzone dei Nirvana, uscita come cover nel 1993. Buon ascolto! #bittersweet

Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Back in Time: The Verve – Lucky Man (1997)

Periodo di grossa crisi nella mia vita quello della fine degli anni Novanta, in cui come accade nella Legge di Murphy, tutto quello che poteva andare male lo aveva fatto. Tutto. Una vera catastrofe. E non scherzo.

Per qualche strano motivo questa canzone dei Verve, nel cui cui video la band sembra diverstirsi un sacco in quello che ora so essere Thames Reach, adiacente al complesso del Thames Wharf, progettato dall’architetto Richard Rogers (l’amico di Renzo Piano, insieme sono stati i responsabili del Centre Pompidou di Parigi) vicino ad Hammersmith, nella zona Ovest di Londra, mi sembrava il simbolo di titto quello a cui aspiravo. Un po’ di felicità.

Qui, un Richard Ashcroft alto ed allampanato (lo stereotipo dell’inglese metropolitano degli anni Novanta) canta accompagnadosi da una chitarra acustica, mentre il resto del gruppo lo guarda.  Vedevo il sole, il fiume, ascoltavo quelle parole che dicevano:

Happiness
More or less
It’s just a change in me
Something in my liberty
Oh, my, my
Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing
I know just where I am.

Ed io volevo essere lì, in quel momento. A Londra. Nel sole. Sul fiume. Happiness. More or less. Londra. Nel mio caso, much, much more, rather THAN less. 😉

 

The Verve – Lucky Man 1997

Back in Time: U2 – Pride (In The Name Of Love)

Che anno il 1984!  E sfido chiunque appartenga alla mia generazione a non provare un brivido ascoltando Pride (In the Name of Love) della mitica band irlandese U2, tratto dall’album The Unforgettable Fire. Tutta presa com’ero dal mio grande amore per i Duran Duran non avevo tempo per dedicarmi musicalmente ad altro. O almeno pensavo, prima di imbattermi per caso nel suond degli U2 un giorno per caso del 1984. Non avevo mai sentito nulla del genere ed è stato amore a prima vista. Quel Bono! Che voce, che carisma! #BonoVox #U2

(ps: per la cronaca, 34 anni dopo Bono & C. sono ancora presenti nella vita vita della sottoscritta, sebbene in modo meno passionale…).

U2 – Pride (In The Name Of Love) 1984

Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi

Come ho già detto altre volte su in questo blog, ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono. Libri che si continuano a leggere e che, nonostante il passare del tempo e della vita, continuano a parlarci.
Eppoi ci i sono libri che si leggono al momento giusto, all’età giusta, nello stato d’animo giusto. E che per questo si ricordano per tutta la vita. Nel mio caso, come Jack Fruscinate è Uscito dal Gruppo di Enrico Brizzi.

Nella mia recensione su Goodreads gli ho dato 5 stelle, non perchè pensi che questo libro sia un capolavoro, tutt’altro. Brizzi era giovane, aveva neanche ven’anni quando lo ha scritto, ed io ero poco più vecchia di lui quando l’ho letto. Ma mi ha parlato come solo Due di Due di Andrea De Carlo ha fatto in precedenza. Ma se Due di Due non l’ho mai più rietto perchè temevo di non ritrovare più le emozioni che mi diede quando lo lessi la prima volta, con Jack Frusciante è stato diverso, che per qualche strano motivo di ordine puramente biologico, questo è un libro che sento il bisogno di rileggere ad intervalli di ogni dieci anni. Ma è comprensibile, che se Milano per me è un libro di De Carlo, la Bologna di Brizzi è un universo geografico che conosco bene perchè era lo stesso in cui mi muovevo io. O meglio, in cui cercavo di districarmi, in uno dei periodi più aggrovigliati della mia vita. Una vita la mia che, come quella del vecchio Alex, “fin lì, entrava tutta dentro un Jolly Invicta.” Anche se io di Jolly Invicta non ne ho mai avuto uno.

Comunque.

Quelle cinque stelline di Goodreads sono della me stessa post-adolescenziale a cui la Bologna degli anni Novanta stava stretta sul serio. Come i personaggi di Kerouac volevo andare da qualche parte. Non sapevo dove, ma sentivo che era importante “andare”.  E infatti sono andata. Jack Frusciante è una specie di monumento ai quegli anni, ai miei sogni di uscire dalla “strada troppo stretta e dritta per chi vuol cambiare rotta” cantata dal Ligabue di Non è tempo per noi, o dal cerchio che la società, le convenzioni cercano sempre di costruirci attorno. Ma è stato anche un monumento ad una delle più intense storie d’amore che mi sia mai capitato di vivere. Una storia che, a vent’anni di distanza, ricordo ancora con grande affetto ed emozione. Forse perchè, proprio come quella di Alex e Aidi, anche la mia non è mai veramente avvenuta. Un libro che è insomma un monumento alla persona che ero io a quel tempo e che mi ha aiutato a diventare la persona che sono adesso.

 

2018 ©Paola Cacciari

Back in time: Ofra HAZA – Im Nin’ Alu

Come per chissà quanti altri, anche per me Ofra Haza (1957-2000) ha segnato con la sua voce e le sue canzoni una parte dell’adolescenza, quella che mi vedeva appena diciottenne sfidare le ire materne per le discoteche della bassa padana il sabato sera. Ci mettevo ore a “prepararmi” (ora ci metto dieci minuti – come cambiano i tempi!), preparavo con cura l’abbigliamento e litigavo inevitabilmente con la mamma sull’ora del rientro, ma valeva la pena. Mi sono divertita un mondo…

E questa Im Nin’ Alu era una delle canzoni-tormentoni del periodo. L’ho ballata migliaia di volte, l’ho ascoltata altrettante migliaia di volte alla rado e alla TV trasmessa in continuazione de Video Music. Esotica e bellissima, Ofra Haza aveva aveva una voce che restava nel cuore. Certamente lo e’ rimasta in quello di molti ex-adolescenti degli anni Ottanta…. 🙂

Ofra HAZA – Im Nin’ Alu (Original Video Clip – 1988)

Back in time: Eighth Wonder – I’m Not Scared

A 17 anni andai dalla mia parrucchiera con una foto di Patsy Kensit. ‘Fammi come lei.’ Fu la mia richiesta categorica, che sulle cose stupide ho sempre avuto le idée molto chiare. Che davvero mi sarebbe piaciuto avere il suo caschetto biondo, i lineamenti delicati e la sua boccuccia imbronciata di quando cantava I’m not scared con la pop band britannica Eight Wonder. Eppoi allora era sposata con il marito numero uno, Dan Donovan dei Big Audio Dynamite e questo me la faceva sembrare ancora più cool. A Donovan seguiranno Jim Kerr, dei Simple Minds nel 1992, Liam Gallagher, il nevrotico cantante degli Oasis nel 1997 e Jeremy Healy, DJ inglese da cui ha divorziato nel2008.

La parrucchiera prese la foto con un sospiro,  di certo sollevata dal fatto che, almeno, quella volta gliene avessi portato una di una donna e non una di Simon Le Bon chiedendole di farmi i capelli come quelli di lui. Tornai a casa con una permanente alla Loredana Bertè, rassegnata al fatto che, come mi diceva sempre la nonna, nella vita bisogna essere realisti e che non si può essere ciò che non si è. E che non si potrà mai essere. A cominciare dai capelli.

Ora, vent’anni dopo Patsy – quattro matrimoni quattro divorzi e due figli e una carriera piena di alti e bassi e vari tentativi di ritorni tra cui Strictly Come Dancing (la versione inglese di Ballando con le Stelle) è ancora molto bella (e molto bionda). Ed io sono molto contenta di essere lei. Il che è certamente molto meno stressante.

 

I’m Not Scared” is a 1988 by British pop band Eighth Wonder

Back in time: The Wallflowers – One Headlight

Ho comprato Bringing Down the Horse della bands america The Wallflowers nel 2001, durante il mio primo periodo londinese perchè mi piaceva il singolo One Headlight. Trovavo questa canzone irresistibile. Ancora adesso penso di aver fatto bene. Ma la musica si sa è una cosa molto soggettiva…

The Wallflowers – One Headlight (1996)

Back in time: Matia Bazar – Ti Sento

Ti Sento fu un grandissimo successo internazionale dei Matia Bazar, con versioni in spagnolo ed inglese, intitolate rispettivamente Te siento e I Feel You. Per me rimarra’ sempre un pezzo da brivido, con la straordinaria voce da soprano leggero di Antonella Ruggiero che sale sempre piu’ in alto mentre chiede con tono di sfida “Mi ami o no?”. Bellissima!

Matia Bazar – Ti Sento (Official Music Video, ©1985)