Breve storia della Reggenza

Nel 1811 re Giorgio III, colpito da un attacco di porfiria, fu dichiarato non idoneo a governare. Non era la prima volta che questa malattia lo colpiva, ma il re si era sempre ripreso. Tuttavia alla fine del 1810, le condizioni psichiche di Giorgio III peggiorarono irrimediabilmente e il re fu dichiarato pazzo. Ma questa volta il Parlamento era pronto e con il Regency Act il Principe George Augustus Frederick diventò reggente al posto del padre. Sfortunatamente il Re non si riprese mai più, e alla sua morte nel 1820 il principe reggente divenne a sua volta re con il nome di Giorgio IV, ponendo ufficialmente termine alla Reggenza, anche se questo periodo finisce davvero solo con la morte di Giorgio IV nel 1830.

Thomas Lawrence – Scanned from the book The National Portrait Gallery History of the Kings and Queens of England by David Williamson

Ma di fatto si può dire che la Reggenza sia iniziata molto prima, addirittura nel 1789 con la presa della Bastiglia. Il fatto che il popolo di Parigi, stanco degli sprechi e dei soprusi monarchici, avesse potuto assalire quel simbolo del potere assoluto, elettrizza l’intera Europa del XIX secolo e le ripercussioni furono immense. Il messaggio dei rivoluzionari, che l’ordine prestabilito poteva essere ribaltato, innescò ovunque un dibattito sul ruolo dell’individuo nella società che getterà i semi del mondo moderno. 

A differenza di altri stati europei, che vivono disordini e agitazioni politiche ispirate da quanto avvenuto in Francia, l’Inghilterra fu risparmiata da una rivoluzione violenta. Ma neanche la Gran Bretagna è immune dall’ondata di cambiamenti sociali, politici ed economici provenienti da oltre la Manica. Gli ideali di uguaglianza e progresso promossi dalla rivoluzione francese ispirarono i riformatori inglesi, nello stesso modo in cui i controrivoluzionari terrorizzarono la monarchia e le classi di proprietari terrieri. L’arrivo in Inghilterra poi di un gran numero di nobili francesi fuggiti alla violenza del nuovo regime, e le guerre napoleoniche che impegnano l’Inghilterra (e il resto dell’Europa) tra il 1803 e il 1815, fecero il resto. La diffusione della cultura francese nella società britannica dell’epoca influenzò settori come la lingua, l’arredamento, la moda femminile, e persino la cucina.

Washstand (athénienne or lavabo); 1800–1814. New York, Metropolitan Museum of Art

L’Inghilterra della Reggenza è un mondo in bilico tra due secoli, stretto tra l’eleganza del diciottesimo secolo e il claustrofobico moralismo dell’età vittoriana, dominato dall’esuberante figura del Principe reggente e dal suo seguito di dandy libertini più impegnati a gozzovigliare e a giocare d’azzardo che a governare il paese, in cui i ricchi vivono nello splendore e i poveri muoiono nello squallore. E in cui il crescente benessere portato dalla rivoluzione industriale, contrasta amaramente con il degrado sociale portato alla classe operaia da quella stessa meccanizzazione che aveva tanto migliorato il reddito e lo stile della piccola e media borghesia.

Una classe nuova, fatta di ricchi agricoltori, mercanti, banchieri e avvocati con aspirazioni sociali come quello descritto da Jane Austen nei suoi romanzi (pubblicati tra il 1811 e il 1817, in piena Reggenza), che si fanno largo a gomitate in un mondo in cui fino ad allora erano esclusi, sotto gli occhi sdegnati della grande aristocrazia terriera. Un mondo dominato dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove un buon matrimonio può assicurare, se non la felicità, almeno denaro e un posto in società. Cosa ben nota alle donne, il cui destino resta comunque legato al matrimonio e ai figli, e il cui futuro in società, occupazioni e amicizie dipendevano esclusivamente dalla loro capacità di trovare un marito.

James Gillray Caricature of George IV as the Prince of Wales A Voluptuary under the Horrors of Digestion (1792)

In inghilterra quelli tra il 1760 e il 1820-40 sono anni di incredibile avanzamento tecnico e scientifico, che vedono lo sviluppo della macchina a vapore e il suo utilizzo nell’industria tessile e nei trasporti. Si costruiscono nuove strade, una rete di canali e corsi d’acqua e la ferrovia, nasce il telegrafo e si introduce l’illuminazione a gas nelle strade. Viaggiare diventa più facile, e non solo per le materie prime destinate alle industrie e al commenrcio, ma anche per le persone e per le idee. Il mondo diventa più piccolo ma gli orizzonti si allargano.

Industrializzazione e urbanizzazione vanno di pari passo e questa nuova classe mercantile e borghese arricchitasi con il commercio o la libera professione, ha tempo e denaro per una serie di attività prima impensabili. Si dedicano alle corse dei cavalli, al giardinaggio, alla danza e fanno shopping nei negozi esclusivi aperti in strade eleganti come lo Strand e Piccadilly, o in eleganti gallerie commerciali, come Burlington Arcade a Londra. Bevono te e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera, visitano musei e gallerie (la Dulwich Picture Gallery, il British Museum e la National Gallery di Londra, il Fitzwillam Museum di Cambridge e l’Ashmolean Museum di Oxford aprono tutti in questo periodo) e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells diventano accessisibili. Concetti come hobby e turismo nascono in questo periodo. Con il consumismo, nasce l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche, la cui determinazione a spendere denaro era un segno di status sociale – e quella del ceto medio di emularli – crea l’ambiente ideale in cui artisti, architetti, artigiani e progettisti possono prosperare.

John Nash, Regent’s Crescent. Photo Courtesy of Regents Crescent

Con l’avvento della borghesia, i grandi quadri a soggetto storico prediletti  dall’aristocrazia diventano all’improvviso obsoleti in soggetto e dimensioni. Il ceto medio richiede soggetti quotidiani, ritratti e paesaggi come quelli dipinti da John Costable e J.W.M. Turner, dalle dimensioni più piccole per le nuove case a schiera che cominciano a sorgere numerose nelle zone alla moda di Londra, nelle città termali e sulla costa. Questa è un’epoca d’oro per l’urbanistica. Lo splendore barocco del secolo precedente lascia il posto al classicismo palladiano, reinterpretato da una nuova generazione di architetti come Robert Adam, John Soane e John Nash, il creatore di Regent Park, Regent Crescent e Regent Street, la cui formula di facciate a schiera diverrà popolarissima in città alla moda come Brighton e Cheltenham e Bath.

È in questo periodo che la lettura di romanzi diventa una delle principali forme di intrattenimento per le classi medie. Romanzi gotici e sentimentali, racconti esotici ambientati nel lontano oriente con ambientazioni improbabili e trame goffe sono fagocitati con entusiasmo da un pubblico, che grande ai progressi dell’alfabetizzazione diventa sempre più largo e in cerca di evasione e intrattenimento. E se il prezzo dei libri era ancora proibitivo per molti, le biblioteche circolanti e i vari club di lettura permettevano una larga diffusione di libri e giornali, e con essi di nuove idee in strati diversi della società mai prima raggiunti.

James Gillray Short-bodied gowns, a Neo-Classical trend in women’s clothing styles (1794)

Anche la satira è un fenomeno della Reggenza e le caricature politiche e sociali di James Gillray e di Thomas Rowlandson non risparmiano nessuno, nemmeno lo stesso Reggente burlandosi tanto della classe politica che degli eccessi della moda dell’epoca importata dalla francia, spesso così stravagante e pretenziosa da rasentare l’assurdità.

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici, Giorgio IV, trascorse gran parte del suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spense la sua passione per tutto ciò che è  francese, soprattutto per il cibo cucinatogli dai cuochi francesi al suo servizio. C’è un lato positivo in tutte le cose.

2021© Paola Pacciari

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Angelo Minghetti, ceramista e bolognese

Chi l’avrebbe mai detto! Che proprio nelle sale delle ceramiche del “mio” museo ci fosse un pezzo di Bologna! Anzi non uno, ma tre, che questi grandi busti in terracotta invetriata raffiguranti gli imperatori Tiberio, Caligola e Domiziano furono prodotti nientemeno che dal mio concittadino Angelo Minghetti tra il 1858 e il 1885.

Angelo Minghetti, Busto dell’imperatore Calingola. Victoria and Albert Museum, Londra 2018 ©Paola Cacciari

Nato a Bologna il 16 giugno 1822 il quinto di nove figli, Angelo Minghetti è costretto, ancora fanciullo, a sbarcare il lunario lavorando presso un fornaio per contribuire alle finanze famigliari, che erano nettamente peggiorate quando il padre fu fu chiamato a servire nelle campagne d’Italia, Spagna e Russia nel periodo napoleonico.

Dopo l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si era iscritto alle classi di elementi d’ornato ed elementi di figura, Minghetti si trasferì ad Ancona, diventanto nel 1841 fuciliere e scrivano dell’esercito pontificio. Ma nel capoluogo marchigiano fu vittima di una calunnia e, accusato di furto, fu processato dal tribunale militare di Ancona – accusa dalla quale fu assolto nel 1843.

Il danno, tuttavia, era fatto e nel febbraio del 1842 il nostro eroe fece ritorno a Bologna dove, dopo la morte del padre, lavorò come imbianchino, decoratore e liquorista. Nel 1848 Minghetti combatte sulle barricate durante i moti risorgimentali bolognesi e l’8 agosto partecipò alla battaglia della Montagnola, combattuta l’8 agosto 1848 tra i cittadini bolognesi e le truppe dell’impero austriaco.
Terminati gli scontri, l’inquieto Minghetti iniziò la produzione di ceramiche collaborando con la fabbrica Bucci di Imola nel 1848 per poi tonare a Bologna una volta appresi i segreti del mestiere.

E fu nella città felsinea che, nel 1858, Minghetti aprì la sua prima fornace in palazzo Pepoli, in via Castiglione. L’ampliamento dell’attività richiese una nuova fornace che nel 1864 lui aprì in palazzo Malvasia in via Zamboni e successivamente, dal 1878, in via S. Vitale 87.

Minghetti si dedicò anche alla produzione di ceramiche ispirate a modelli rinascimentali, specialmente a quelli dei Della Robbia, presentando per la prima volta le sue opere nel 1869 all’Esposizione dell’agricoltura industriale di Bologna, dove fu premiato con una medaglia d’argento. Nel 1870 espose anche all’International Exhibition of world a Londra e nello stesso anno alla Mostra d’arte a Roma. Il successo crebbe ulteriormente all’Esposizione universale di Vienna del 1873, dove fu premiato con medaglia al merito per aver presentato un vaso di maiolica alto m 2,30, un’opera dall’altezza mai proposta a quel tempo e la cui decorazione era ispirata al Trionfo di Bacco carraccesco della galleria Farnese. L’opera colpì perché la realizzazione e la decorazione facevano sembrare la ceramica un vero vaso antico, tanto che Minghetti fu considerato il rinnovatore della ceramica italiana e gli fu conferito il diploma d’onore. All’Esposizione nazionale di Milano del 1881 fu premiato con medaglia d’oro.

Morì a Bologna nel febbraio 1885 e riposa nel cimitero della Certosa in una tomba in ceramica che ricorda la tipologia dei Della Robbia, secondo il volere dei figli Gennaro e Arturo, divenuti titolari della ditta Minghetti nel 1885. La manifattura fu attiva fino al 1967. Nel 1949 fu aperto in piazza Galvani a Bologna un negozio di ceramiche Minghetti, che cessò l’attività nel 1989

2020 © Paola Cacciari

Dizionario Biografico degli Italiani Minghetti

Le Tre Grazie di Canova

“Forse (o ch’io spero!) artefice di Numi,
nuovo meco darai spirto alle Grazie
ch’or di tua man sorgon dal marmo.”

declama Ugo Foscolo nel suo carme Alle Grazie. Il nostro Ugo nazionale fu colpito dalla morbida sensualità di questre tre leggiadre fanciulle di marmo scolpite da Antonio Canova (1757-1822). E non fu il solo. Che non passa giorno senza che qualche pellegrino (italiano e non) giunga in visita al mio bellissimo museo per ammirare la bianca bellezza di questre tre signorine. Ma come sono arrivate qui? Pazientate e leggete qui sotto.

Nel 1814 John Russell, VI duca di Bedford, a Roma in occasione del consueto Grand Tour, il viaggio all’estero che ogni aristocratico degno di questo nome doveva intraprendere per completare la propria educazione politica, accademica o professionale, visitò Canova nel suo studio e vide la scultura. Colpito dalla bellezza del marmo, tentò di acquistare la scultura. Non riuscendoci, commissionò allo scultore veneto una seconda versione, quella che si trova a Londra, esposta al museo in cui lavoro e a cui (in giornate come oggi) mi ritrovo (con un certo piacere) a fare la guardia.

Ma andiamo per ordine.

La prima versione delle Tre Grazie, scolpita tra il 1813 e il 1816, è conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Canova l’aveva scolpita per l’imperatrice Josephine Beauharnais, la moglie separata di Napoleone Bonaparte, che gliel’aveva commissionata nel 1812. Ma Josephine, morta nel Maggio 1814, non vide mai la scultura finita, e il Duca trovandosi a passare il quel di Roma in quello stesso anno, si offrì di comprare da Canova il gruppo scultoreo oramai orfano della sua regale committente.

Ma Bedford non aveva fatto i conti con il figlio di Josephine, Eugene Beauharnais, che reclamò la scultura portandola in Francia, dove rimase fino a quando la sconfitta di Napoleone non lo fece approdare in Russia. Deciso ad avere la sua scultura, il Duca convinse Canova a scolpirne una seconda versione, molto simile ma differente in alcuni dettagli, per la stessa somma di denaro pagata da Josephine. Completata tra il1814 e il 1817 e installata nella sua residenza di campagna, Woburn Abbey, nella contea del Bedfordshire, nel 1819 da Canova in persona, che arrivò in Inghilterra per supervisionare l’installazione in un Tempio delle Grazie appositamente progettato dove è rimasto fino a quando, negli anni Ottanta, l’ultimo proprietaro, il Marchese di Tavistock decise di venderlo al migliore offerente.

Nel 1994, l’opera fu acquistata dal Getty Museum di Los Angeles, ma un’eccezionale campagna pubblica promossa da The Art Fund (un’organizzazione indipendente che non riceve aiuti da parte del governo o della Lotteria Nazionale, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche e il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) ne fermò l’esportazione. Fortunatamente una seconda campagna pubblica che ha visto, oltre a quella dell’Art Fund, donazioni da parte di numerose istituzioni e membri del pubblico, è riuscita nell’intento e l’opera è stata acquisita unitamente dal Victoria and Albert Museum di Londra e dalle National Galleries of Scotland di Edimburgo.

2018 ©Paola Cacciari

 

La straordinaria vita di Emma, Lady Hamilton

Se esiste qualcuno che ha provato sulla propria pelle la precarietà della vita e i rovesci della fortuna quella fu Emma, Lady Hamilton (1765- 1815). Troppo spesso liquidata come l’amante dell’ammiraglio Horatio Nelson, Emma Hamilton fu in realtà una figura molto più complessa ed interessante di quella bidimensionale a cui la storia l’ha relegata.

Nata nel 1765 a Ness, un piccolo villaggio del Cheshire nel Nord Overst dell’Inghilterra, Amy Lyon era la figlia di un povero fabbro morto quando lei aveva solo due mesi. Quella che la bambina conduce con la madre e la nonna è un’esistenza fatta di stenti e di povertà estrema e lei, bella, intelligente e soprattutto, ambiziosa è decisa a ritagliarsi una vita migliore. E quale posto migliore per tentare la fortuna di Londra? E la fortuna pare dalla sua quando, appena dodicenne, trova lavoro come domestica nella casa di Thomas Linley, il direttore musicale del Theatre Royal di Drury Lane di Covent Garden. Ma quello che al giorno d’oggi è il cuore della Londra dei teatri del West End e il luogo d’incontro per attori, artisti e celebrità, era nella Londra del XVIII secolo la sede di un fiorente mercato dello sfruttamento della prostituzione. Ed è proprio a Covent Garden, nel bordello gestito da una tale Mrs Kelly, dove era finita una volta lasciata la casa di Thomas Linley, che Amy incontra il giovane aristocratico Sir Harry Fetherstonhaugh. Sembra una favola, ma lui la porta nella sua tenuta del Sussex per farne la sua amante e intrattenere i suoi amici e non esita ad abbandonarla al suo destino quando lei resta incinta.

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate
Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

A sedici anni e in attesa di un bambino, per Emma il futuro è tutt’altro che roseo. La sua unica possibilità di sicurezza consiste nel trovare un altro ‘protettore’ e presto. La disperazione e la sua solita intraprendenza le vengono in aiuto. Amy scrive un’implorante lettera ad uno degli amici di Fetherstonhaugh, il colto e raffinato figlio minore del Conte di Warwick, Charles Greville che accetta di provvede a lei e alla il bambina (prontamente data in adozione alla nascita), ma alle sue condizioni. Preoccupato infatti che la precedente dubbia reputazione di Amy lo possa danneggiare, le impone di tagliare ogni ponte con il suo colorito passato. E questo include anche rinunciare al suo nome. La vita è dura per una donna non sposata nell’Inghilterra di Giorgio III e Jane Austen, che di Emma è contemporanea, lo sa bene quando in una lettera scritta alla nipote Fanny Knight afferma che: “Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà”. La stabilità e la sicurezza economica offerte da Greville valgono bene un cambio di nome e Amy Lyon rinasce in Emma Hart.

È grazie a Greville e al suo desiderio di educarla che Emma ebbe un primo assaggio della bella società del XVIII secolo. Ed è sempre grazie a Greville che conosce il grande ritrattista, George Romney che ne fa la sua musa, dipingendola in circa un centinaio di pose che eventualmente Emma elaborerà nelle sue famose Attitudes. Ma quando nel 1783, Greville decide di sposarsi Emma, anche se bellissima, semplicemente non è adatta allo scopo. In cerca di una moglie ricca per rimpolpare le sue sofferenti finanze e preoccupato dal fatto che la sua associazione con la giovane potesse ostacolarlo nei suoi propositi matrimoniali, Greville decide molto pragmaticamente di liberare il campo alle potenziali future mogli mandando Emma a Napoli perché diventasse l’amante di suo zio sir William Hamilton. Hamilton, l’ambasciatore inglese nella capitale del Regno partenopeo era da poco rimasto vedovo. Aveva incontrato Emma a Londra qualche tempo prima e ne aveva ammirato la bellezza classica; ne aveva persino commissionato alcuni ritratti e certamente l’idea di entrare in possesso dell’originale non gli dispiaceva.

A nessuno dei due venne in mente di chiedere il parere di Emma. Ma lei, a soli diciotto anni, era già un’esperta nell’arte della sopravvivenza e superato il trama iniziale del tradimento di Greville, che l’aveva “donata” ad Hamilton come uno dei dipinti o delle sculture che i due uomini collezionavano con tanta passione, l’intraprendenza della della giovane ha il sopravvento. In una Napoli all’epicentro del Grand Tour, Emma si mette al lavoro per trarre il meglio dalla sua nuova situazione, gettandosi avidamente su ogni opportunità di istruzione messa a sua disposizione. E le opportunità non mancano. Arte, letteratura,musica, danza, poesia, francese e italiano (che Emma impara in un anno): nella casa del raffinato ed erudito collezionista antiquario William Hamilton, la giovane riceve quell’educazione che le era stata negata dalla miseria in cui era cresciuta da bambina. Con la sua grazia, la sua intelligenza e il suo carisma, Emma conquista la bella società partenopea. E il cuore dello stesso sir William, che nel 1791 la sposa, facendo di lei Lady Hamilton. Emma ha ventisei anni, lui sessanta: la figlia del fabbro del Cheshire di strada ne ha fatta tanta davvero.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.
From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

Fu in questo periodo che Emma creò quelle che lei chiamava Attitudes, una serie di performance caratterizzate da un misto di posa, danza e recitazione che ebbero enorme successo in tutta Europa. Indossando scialli e abiti di foggia classica, lei evocava personaggi femminili della storia, letteratura o dell’arte classica come Medea, Circe o Cleopatra e le sue performace affascinarono aristocratici, artisti e scrittori. Tra i suoi ammiratori erano Johann Wolfgang von Goethe e persino la famiglia reale napoletana; le sue Attitudes divennero così famose che si ritrovano pure rappresentate su preziosi servizi di finissima porcellana. È in una Napoli devastata dalla rivoluzione che vede la fuga dei Borbone e la nascita dell’effimera Repubblica partenopea, che l’ammiraglio Horatio Nelson fa la sua apparizone nella vita di Lady Hamilton al comando della flotta britannica accorsa in soccorso della famiglia reale.

È il 1798 e la fama di Nelson è alle stelle per la vittoria della Battaglia del Nilo ed Emma, in qualità di moglie dell’ambasciatore britannico e amica fidata della regina di Napoli Maria Carolina (che la onora persino con la prestigiosissima croce dell’Ordine di Malta, una delle poche donne a riceverla) è la sua guida nell’instabile territorio delle vicende politiche napoletane.
Ma presto l’ammirazione reciproca si trasforma in passione e così ha inizio una delle più grandi storie d’amore della storia. La loro relazione, tanto malcelata quanto analizzata, divenne l’oggetto di interesse e pettegolezzo dei giornali scandalistici di mezzo mondo e, inevitabilmente, il bersaglio della penna di James Gillray e Thomas Rowlandson che ne fanno il soggetto prediletto delle loro caricature satiriche.

Emma, Lady Hamilton, 1761 - 1815 by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London
Emma, Lady Hamilton wearing the Malta Cross by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

E William Hamilton? Una volta ritornato Londra in compagnia dei due amanti, l ’anziano ex-ambasciatore sembra tollerare di buon grado il tradimento di Emma. Ma alla sua morte nel 1803 Hamilton si prende una piccola rivincita non lasciando nulla dei suoi averi alla moglie, a parte una piccola rendita assolutamente insufficiente per mantenere la sua posizione in società: un duro colpo per Emma che, come tutte le donne dell’epoca, era finanziariamente interamente dipendente dal marito.

E poi la tragedia. Da lì a poco Nelson è richiamato in servizio per combattere nelle guerre napoleoniche e il futuro insieme che i due sognano non arriverà mai. Colpito da un tiratore scelto francese che gli perforò un polmone durante la battaglia di Trafalgar, Nelson muore il 20 Ottobre 1805. Come se presagisse il terribile futuro che aspetta la donna della sua vita, Nelson chiede al suo vice, Thomas Masterman Hardy di prendersi cura della sua cara Lady Hamilton. E aveva ragione ad essere preoccupato. Nononotante alla vigilia della battaglia di Trafalgar Nelson avesse aggiunto di sua mano un codicillo al suo testamento, raccomandando al Re e alla Nazione per cui stava andando a combattere, di provvedere ad Emma e Horatia, la figlia che lei gli aveva dato, le sue ultime volontà furono ignorate.

E per Emma è l’inizio della fine. Devastata dal dolore, non le fu neppure permesso partecipare al grandioso funerale del suo amato che ebbe luogo nella capitale. E per lei comincia la discesa all’inferno. Senza più la tanto celebrata bellezza che l’aveva resa famosa, e senza la sicurezza del matrimonio o di un uomo che la protegga, Emma è finanziariamente e socialmente vulnerabile. Esclusa dai salotti “bene” per la sua condizione di adultera, sola e dimenticata, precipita nei debiti e in pochi anni è costretta a vendere non solo la piccola casa alla periferia dell’odierna Wimbledon che con Nelson aveva ribattezzato “Paradise Merton”, ma anche l’unica cosa che le era rimasta di lui: la sua uniforme. Muore a Calais, povera e alcolizzata nel gennaio del 1815 a soli cinquant’anni.
Ora finalmente il National Maritime Museum le rende giustizia con la splendida Emma Hamilton: Seduction and Celebrity, una mostra accattivante e commovente che racconta la storia romantica e brutale di una donna eccezionale. È il caso di dire meglio tardi che mai.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra// fino al 17 Aprile 2017
Emma Hamilton: Seduction and Celebrity @National Maritime Museum, Greenwich
Tutti I giorni dalle 10.00 alle 17.00
rmg.co.uk/emmahamilton

Guerra e Pace di Lev Tolstoj

Il 2016 passerà alla mia storia personale come l’anno in cui ho conquistato Guerra e Pace. Ho sempre voluto leggerlo, il capolavoro di Lev Tolstoj (1828-1910), da quando alle scuole medie la professoressa di italiano ce ne fece leggere alcuni brani sull’antologia. Da allora, la scena del ballo, quello in cui il Principe Andrei Bolkonsky balla con la giovane Natasha Rostova e si innamora di lei, mi è rimasta scolpita nel cuore: è una delle scene più romantiche della storia della letteratura mondiale. Davanti a loro, Cenerentola e il principe azzurro sembrano due dilettanti…

Lily James and James Norton in War and Peace
Lily James (Natasha) and James Norton (Andrei) in War and Peace

Ricordo di aver chiesto alla mamma di comprarmi il libro, che da brava secchiona qual’ero volevo leggerlo tutto, ma dopo aver guardato con puro sgomento quel mastodontico romanzo in edizione integrale che lei mi aveva comprato, l’ho messo da parte e da allora quei quattro volumi dell’Einaudi, giacciono nascosti da qualche parte nella cantina della casa dei miei a Bologna, dimenticati. Che in fondo avevo tredici anni…

E da allora non ho più avuto il coraggio di avvicinarmici a quel libro, intimidita dalle proporzioni epiche di quei quattro volumi – un’impresa erculea. D’altra parte chi non ha mai esclamato riguardo alla lunghezza di qualcosa: “È lungo come Guerra e Pace!”? Le metafore sulla lunghezza del romanzo si sprecano. Eppure i libri di Ken Follet non sono molto più brevi. Lo stesso si puo’ dire di Wolf Hall di Hilary Mantell. E l’anno scorso ho letto Il Cardellino di Donna Tart che di pagine ne conta quasi 1000 e l’ho fatto in una settimana che davvero non riuscivo a staccarmici da quel libro, anche se quando ho raggiunto la fine ero quasi isterica per la mancanza di sonno…

Ma grazie alla BBC e al suo meraviglioso sceneggiato trasmesso di recente, la mia vecchia curiosità di sapere “tutta” la storia, senza scorciatoie, è tornata più prepotente che mai che per quanto sei puntate siano certamente poche per condensare il meraviglioso romanzo di Tolstoj, proprio l’inevitabile semplificazione della trama (che tanto ha irritato chi il libro l’aveva già letto e si era fatto un’idea ben precisa dei personaggi) ha tuttavia reso accessibile la trama ai profani come me. E così, non potendo sopportare il pensiero che lo sceneggiato fosse finito e con loro le vicende di Pierre, Andrei e Nathasha in preda ad un’impulso irrefrenabile, il giorno dopo sono andata da Waterstones (la Feltrinelli londinese) e ho acquistato il romanzo. “Visto lo sceneggiato, eh?” Mi ha sorriso il commesso con aria complice quando, con aria vagamente imbarazzata, ho appoggiato il tomo sul banco per pagarlo. Chissà quanti ne hanno venduti nell’ultimo mese agli addolorati orfani dello sceneggiato della BBC…

Paul Dano, Lily James and James Norton
Paul Dano (Pierre), Lily James (Natasha) and James Norton (Andrei)

E fin dalla prima pagina sono iniziate le sorprese, che ero pronta ad una battaglia e mi sono ritrovata a fare una passeggiata in campagna – sebbene lunga quasi 1400 pagine. Mi aspettavo un testo difficile e ostico, e con mia grande sorpresa ho trovato una prosa fluida, personaggi vivi, vicende, intrighi, passioni, sentimenti universali. Guerra e Pace  è un romanzo ancora oggi attuale come lo è stato nel XIX secolo. I personaggi principali sono tutti giovani alla soglia della maturità (Natasha è ancora una bambina quando la incontriamo) e Tolstoj ci accompagna con loro in questi anni cruciali, quando le emozioni sono più intense, si forgiano amicizie che durano un vita e si commettono errori che avranno effetti devastanti sulle loro vite.

James Norton as Prince Andrei in War and Peace
James Norton as Prince Andrei in War and Peace

Pierre, il figlio illegittimo del conte Bezhukov, l’uomo più ricco di Russia, considerato uno sciocco e un semplicione in società, è amato e rispettato per la sua onestà dal Principe Andrei Bolkonsky che, giovane, bello e ricco, è già irrimediabilmente cinico e terribilmente infelice per la vita che conduce e che considera vuota e priva di significato. Cosi’ tanto che preferisce andare in guerra piuttosto che trascorrere tempo con la giovane moglie e i suoi insipidi amici. Natasha Rostova è bella, frizzante, impulsiva e appassionata. Generosi, affettuosi e caldi, i Rostov sono una famiglia adorabile, una di quelle a cui tutti vorrebbero appartenere. Nikolai, il fratello di Natasha è cosi abituato ad essere amato da tutti che non riesce e credere che, durante la sua prima battaglia, i francesi stiano davvero tentando di ucciderlo. È una scena quasi comica se non fosse per la tragedia della Guerra

I cattivi poi non mancano, e sono splendidi: il Principe Vassily Kuragin e i suoi depravati figli Anatole e Helene, l’autodistruttivo Dolokov che riesce a rovinare sempre per sé e per gli altri tutto ciò di buono che gli capita nella vita, la scheming Anna Pavlovna che dirige le serate del suo salotto di San Pietroburgo con la stessa abilità tattica impiegata dal Generale Kutuzov con le armate di Napoleone.

Natasha, Andrei, Pierre e tutti gli altri resterrano con me per sempre. E chissà, forse un giorno lo rileggerò. Che in fondo, come ha detto Italo Calvino, è per questo che si rileggono i classici: perchè sono libri che non hanno mai finito di dire quello che hanno da dire.

2016 ©Paola Cacciari

Christen Købke, il maestro della luce

Gentile, evocativo, delicatamente memorabile, dipinge la vita borghese della Danimarca post-napoleonica. A metà tra la bellezza misurata del neoclassicismo e le incertezze romantiche…

Celebrato nella natia Danimarca come uno dei maggiori talenti del “periodo d’oro” della pittura locale, Christen Købke (Copenhagen, 1810-1848) è per l’arte quello che il suo contemporaneo Hans Christian Andersen è per la letteratura. Ma al di fuori dei confini danesi pochi ancora lo sanno. E davanti alla serena tranquillità della Veduta del lago Sortedam (1838), che apre la nuova antologica della National Gallery, ci si chiede con stupore il perché.

Christen Købke - Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 - Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.
Christen Købke – Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 – Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.

E per una volta il titolo risonante, Danish Master of Light, non mente. Ritratti, paesaggi e audaci prospettive di monumenti nazionali danesi dal sapore decisamente moderno, resi con una pennellata larga e carica di trattenuta emotività: Købke è davvero un maestro nel ricreare le delicate tonalità della luce chiara del Nord. Le sue tele sono piccoli capolavori di minuzia in cui nessun dettaglio – muschi sulle pareti, piante, ragnatele -, per quanto minuscolo, è lì senza un motivo. E le dimensioni ridotte si adattano bene al suo stile misurato, alla delicatezza dei suoi colori. Købke fa della quotidianità un’opera d’arte.

One of the Small towers on Frederiksborg Castle, about 1834.
Christen Købke – Torre del Castello di Frederiksborg –1834 circa – The David Collection, Copenhagen.

Ma proprio a causa di questa delicatezza è facile sorvolare sull’elaborata struttura della composizione, sulla sua finezza.
Quelli all’inizio dell’XIX secolo sono anni di intenso nazionalismo per la Danimarca che, relegata a un ruolo subalterno dal Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, deve rialzare la bandiera dell’orgoglio nazionale. Da parte sua, l’Accademia Reale di Copenhagen reagisce promuovendo in pittura l’immagine di una società tranquilla, semplice e ordinata, che celebra il paesaggio danese e i suoi monumenti.

Dal suo maestro Eckersberg, Købke apprende a osservare la natura dal vero. E lo fa con paziente costanza, dipingendo con devozione ossessiva i luoghi che conosce e che gli sono cari alla periferia di Copenaghen. Come la Cittadella, il Lago Sortedam, il Castello di Fredersborg: importanti simboli nazionali che rende con prospettive audaci, dal taglio quasi fotografico. Come per Constable, anche per Købke la ritrattistica è meno importante del paesaggio, ma costituisce una sicura fonte di guadagno. E come per l’inglese, anche Købke ama dipingere la famiglia e gli amici (molti dei quali artisti come lui, ad esempio l’amico-pittore Frederik Sødring), immortalandoli in ritratti affettuosamente informali che catturano la personalità dei soggetti con straordinaria finezza.

A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen
Christen Købke. A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen, 1838.

Købke non si allontanò mai troppo da Copenaghen. Cresciuto nella Cittadella, è con riluttanza che nel 1838 parte alla volta dell’Italia, pellegrinaggio di rigore per ogni artista degno di questo nome. Visita Roma, Pompei e Napoli, ma il sole accecante del Sud non si addice alla sua delicatezza nordica. La sua Arcadia è in Danimarca ed è qui che torna con sollievo nel 1840. E qui muore nel 1848, a soli 37 anni, stroncato dalla polmonite mentre i moti rivoluzionari che scuotono l’Europa mettono fine al periodo d’oro della pittura danese. Anche se forse sarebbe meglio dire al periodo d’oro di Købke.

Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834
Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834

 

pubblicato su Exibart

paola cacciari
mostra visitata il 30 marzo 2010

Fighting History: La storia è adesso. A Tate Britain

Più di una volta Penny Curtis, la direttrice uscente della Tate, è stata criticata per la scelte dei soggetti delle sue mostre – artiste donne semi-sconosciute ai più come Marlene Dumas e Agnes Martin, o una mostra dedicata alla scultura vittoriana come Sculpture Victorious– e di certo non credo si sia fatta molti amici con questa ultima di Tate Britain del titolo Fighting History, che ci offre una carrellata tematica di quadri di soggetto storico o pseudo-storico che attraversa gli ultimi 250 anni di pittura di britannica. Una mostra che riesce ad essere, al tempo stesso, pomposa e stiracchiata e sorprendentemente intrigante, anche se alcune scelte curatoriali sono alquanto discutibili che sotto l’etichetta di pittura di storia sembrano essere raccolti tutti i generi che non sono paesaggio e ritratto: dalla mitologia ai soggetti biblici (ci sono ben SEI, dico SEI quadri raffiguranti il Diluvio Universale e quasi tutti appartengono alla Tate: se non è stiracchiare questo!). E che ci fa un quadro con Re Lear per soggetto in una mostra dedicata alla pittura di storia? Non era Re Lear un personaggio inventato dalla geniale fantasia di Shakespeare? I veri dipinti di storia sono pochi e rappresentano i soliti noti, gli eroi come Wellington, Nelson (e altri oscuri personaggi che a me, forestiera, sono praticamente sconosciuti), fatta l’eccezione per un magnifico quadro di Walter Sickert (1860-1942), un quadro di Allen Jones e una foto di Steve McQueen, il regista di 12 anni schiavo (12 Years a Slave).

Miss Earhart's Arrival 1932 Walter Richard Sickert 1860-1942 Purchased 1982 http://www.tate.org.uk/art/work/T03360
Miss Earhart’s Arrival 1932, Walter Richard Sickert. Tate

Fino al XX secolo la pittura di storia è stata la forma più alta di pittura. I soggetti storici avevano il compito di istruire e mostrare le virtù senza tempo del coraggio e dell’integrita’ morale. Ma quando, nel XX secolo, la pittura si sposta verso l’astrazione e il Modernismo, questi primato si perde. Ma questo non significa che gli artisti contemporanei abbiano smesso rappresentare eventi storici (e con essi, la nostra reazione ad essi); solo, lo hanno fatto utilizzando modi diversi. E allora entri Jeremy Deller.

Artista concettuale che nel 2013 ha partecipato alla Biennale di Venezia rappresentando la Gran Bretagna nel Padiglione Inglese (che ho opportunamente visitato e apprezzato), è stato in assoluto la star della mostra.

La sala da lui creata e che ospita, oltre a memorabilia poster e ritagli di giornale, il filmato della rievocazione della Battaglia di Orgreave nel Sud dello Yorkshire, tra minatori e forze dell’ordine nel1984, mi ha lasciato completamente a bocca  aperta. Posso solo paragonarlo alla forza emotiva che avrebbe su di me-donna adulta, il vedere una rievocazione  storica fatta nei benché minimi dettagli delle lotte studentesche avvenute a Bologna nel 1977 quando avevo neanche sette anni.

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Flashpoint: A mounted policeman swings his baton during the clash with miners at Orgreave, 1984. Photo John Harris

Quello compreso tra il 1984 e il 1985 è uno dei periodi più cupi dell’Inghilterra ‘tacheriana’, quando la polizia a cavallo attacca i minatori in sciopero che stavano facendo picchetto davanti alle miniere, picchiandoli con i manganelli. Centinaia di feriti e un massiccio insabbiamento di quanto era effettivamente accaduto, da parte del Governo britannico che ordina (letteralmente!) alla BBC di montare il filmato al contrario per far apparire i minatori colpevoli di aver attaccato per primi la polizia, in modo da giustificare la reazione spropositatamente violenta della polizia. Con questa rievocazione, avvenuta il 17 giugno 2001, Deller propone la verità storica di coloro che vi presero parte (ex-minatori, ex-poliziotti) e che sono stati appositamente coinvolti nel progetto, prendendo le distanze dalla mistificazione che ne fecero i media per volere dell’allora primo ministro Margaret Thatcher (1925-2013).

“What’s a grim part of history!” esclama la mia dolce metà, scuotendo la testa amareggiato, prima di alzarsi dalla panca alla fine del filmato e scomparire nella sala successiva. Io invece, ho faticato a staccarmici. Nel 1984 avevo 14 anni ed ero pazza per i Duran Duran: la mia idea dell’Inghilterra non andava oltre i capelli cotonati di Boy George e degli aderenti al New Romantic. Mentre io sognavo i boccoli biondi e gli occhioni azzurri di Simon le Bon, qualche centinaio di km a nord di Londra i minatori lottavano per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie contro il governo della Lady di Ferro, Margaret Thatcher. Inutile dire chi ha vinto…

E solo allora ho compreso il titolo della mostra: Fighting History, storia di battaglie. Da quelle combattute da Nelson e di Wellington contro Napoleone, a questa lotta civile contempoaranea tra stato e cittadini. E a questo serve la pittura di storia: a non dimenticare

Londra//fino al 13 Settembre 2015

Tate Britain

tate.org.uk

Il Duca di Wellington e Apsley House

Un indirizzo come Number One London è davvero difficile da battere. Eppure è così che è conosciuta Apsley House, la dimora del Duca di Wellington, dal momento che era il primo edificio che coloro che arrivavano dalla campagna incontravano per entrare in città. Situata nel cuore della Capitale, ad Hyde Park Corner, questa bella casa neoclassica costruita da Robert Adam tra il 1771 e il 1778 per Lord Apsley, il Lord Cancelliere e poi acquistata da Wellington nel 1817 è davvero difficile da mancare. Eppure nei miei sedici anni londinesi, ad Apsley House non c’ero mai entrata – un’imperdonabile negligenza da parte mia, opportunamente rimediata il mese scorso quando la casa è stata riaperta dopo un lungo restauro in occasione delle celebrazioni per il Bicentenario della Battaglia di Waterloo.

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Apsley House. London. 2014 © Paola Cacciari

E se vi state chiedendo chi era il Duca di Wellington, sappiate che non siete i soli. Secondo un recente sondaggio condotto dall’English Heritage, pare infatti che gran parte della popolazione britannica non abbia idea di chi sia questo signore o di cosa abbia fatto. E la cosa è sorprendente (e anche un po’ triste) visto che Sir Arthur Wellesley, 1st Duca di Wellington (1769-1852) è stato l’eroe di Waterloo, la grande battaglia che spedì Napoleone a finire i suoi giorni a Sant’Elena e fece vincere l’Eurovision Song Contest agli Abba nel 1974 con la canzone omonima.

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House
Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Wellington fu per due volte Primo Ministro, ma la sua carriera politica non si può certo chiamare un successo. Protestante di nascita il nostro duca era tuttavia una persona pragmatica e non lasciò che una facezia come la religione interferisse con la sua politica in favore dei cattolici – politica mirata fondamentalmente al non causare malcontento tra le sue truppe, visto che gran parte del suo esercito veniva dalla cattolicissima Irlanda. Inutile dire che questo non lo rese popolare tra i protestanti, e Wellington divenne un regolare bersaglio delle caricature satiriche di artisti come James Gilray e soci – le cui graffianti rappresentazioni si possono ammirare fino al 16 Agosto al British Museum nella mostra Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Pare che le sue finestre ad Apsley House fossero sfondate con tale regolarità dai suoi oppositori che, nel 1828, il duca, stanco di avere i vetri costantemente distrutti dalle sassate degli oppositori, fece installare imposte di ferro!

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London
‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

Ma Wellington fu anche un grande amante dell’arte e si fece amici ovunque in Europa con la restituzione di molti capolavori sottratti dalle truppe napoleoniche. Senza di lui molti musei italiani sarebbero ancora semivuoti, e questo vale soprattutto per i Musei Vaticani: furono proprio gli inglesi infatti a finanziare il rimpatrio della collezione papale a Roma visto che il Papa non aveva i fondi per farlo.

La stessa Apsley House ospita una magnifica collezione d’arte che comprende circa 200 dipinti che va da Velázquez a Lorrain, da Correggio a Goya a capolavori della scuola olandese e fiamminga – oltre a porcellane, argenti, sculture, mobili e medaglie donate al Duca dai vari sovrani europei dopo le guerre napoleoniche e alla gigantesca statua del Canova posta alla base dell’imponente scalone Neoclassico, in cui Napoleone in veste di Marte pacificatore mostra orgoglioso i suoi addominali.

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House
View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

Purtroppo a differenza dell’ammiraglio Nelson, che ebbe il buon senso di morire da eroe in battaglia a Trafalgar e per questo fu premiato con una colonna, una piazza e l’eterna devozione del popolo britannico, il destino di Wellington fu quello di diventare, un po’ come Winston Churchill: un imbarazzante ricordo del passato. E così invece di una colonna e di una piazza, Wellington è passato alla storia per un filetto di manzo (il Wellington beef), gli stivali di gomma (Wellington boots) e un’affollata stazione ferroviaria al Sud del Tamigi. Oltre, naturalmente, alla canzone degli Abba. Succede.

The Duke of Wellington's famous boots
The Duke of Wellington’s famous boots

Per visitare Apsley House guardate il sito dell’English Heritage english-heritage.org.uk

Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Fino al 16 Agosto. Ingresso libero. britishmuseum.org

Pubblicato su No Borders Magazine

Che ne sarà della Union Jack?

È di qualche settimana fa la notizia che, alla fine del 2015, il governo di David Cameron ha annunciato la chiusura dei Portsmouth Shipyards, i cantieri navali più famosi del Regno Unito, dove da cinquecento anni si costruiscono le navi della Royal Navy, la marina militare britannica.

Da qui sono uscite la Mary Rose, la nave ammiraglia di Enrico VIII costruita nel 1509  e tragicamente affondata con il suo carico umano nel 1545 durante un’altra guerra con la Francia, e adesso anch’essa parte del museo galleggiante della città. Da qui è partita la flotta di Francis Drake che ha vinto l’Invincibile Armada spagnola; da qui è uscita lHMS Victory con cui l’ammiraglio Horatio Nelson ha sconfitto Napoleone a Trafalgar. Sia La Mary Rose (o meglio, quello che ne resta) che la Victory sono visibile e visitabili nello straordinario Portsmouth Historic Dockyard, il Porto Storico della città. Una città operaia come la definisce giustamente Enrico Franceschini su La Repubblica, che a parte i cantineri navali e il Posrto Storico non davvero nient’altro (lo so, ci sono stata) e che ora si vede portare via da sotto il naso la sua unica fonte di sostentamento.
Ma sui giornali non se ne parla già più, tutti presi come sono dai capelli bianchi di Kate Middleton e da X Factor. L’Impero è finito, andate in pace. Ma tra la gente è diverso, tra la gente non si parla d’altro. Perché solo la gente comune sa cosa significa questo. “Una brutta botta per l’ economia nazionale. Un colpo ancora più duro per l’ orgoglio” scrive Franceschini.

Una brutta botta davvero. E non solo per le 1.800 persone che perderanno il posto di lavoro, ma anche come dice il giornalista espatriato a Londra, per l’orgoglio inglese. Chiudere i cantieri della Royal Navy è per l’Inghilterra un po’ come rinunciare ad un pezzo della sua “anima”. Inghilterra dico, non Regno Unito. Perché da qualche settimana il Regno Unito non è mai stato cosi diviso. Comprensibile, dato che la seconda parte della notizia è che, pur chiudendo Portsmouth, la Gran Bretagna continuerà a costruire le sue navi nel cantiere di a Clyde, in Scozia vicino a Glasgow. Dovrebbe essere una buona notizia – quella di Glasgow è una delle aree più povere dell’intero Regno Unito – ma non lo è. Certamente non per i lavoratori della città sulla Manica che sostengono che il cantiere scozzese è stato salvato per una questione politica.E come dar loro torto? Con l’avvicinarsi del referendum per l’indipendenza della Scozia nel 2014, sono in molti a pensare che il Governo Conservatore abbia preferito sacrificare la base inglese per assicurarsi i voti dei secessionisti scozzesi.  Vero o no, da fuori non pare un bel modo di appianare i dissensi esistenti tra Scozia e Inghilterra. Portsmouth vs Glasgow: ovvero, un’altra guerra tra poveri. E quando David Cameron dice che ci siamo dentro tutti insieme in questa crisi, mi chiedo in che mondo vive… Mi chiedo anche che ne sarà della bandiera, l’iconica Union Jack (o Union Flag come si chiama adesso) se la Scozia si separa. Cosa metteranno sulle teiere per i turisti??

Job cuts: The Ministry of Defence has announced that warships will no longer be manufactured in Portsmouth dockyard, pictured