Trieste. Un romanzo documentario di Daša Drndić

Un altro libro da aggiungere alla mia lunghissima lista… Grazie ancora a Parla della Russia 🙂

PARLA DELLA RUSSIA

Trieste di Daša Drndić è un romanzo dove il dramma personale e quello collettivo sono assolutamente inscindibili. Come suggerisce il sottotitolo, la scrittrice croata porta il lettore dal romanzo al documentario e viceversa, facendolo a volte interrogare su dove si trovi il confine fra realtà e espediente narrativo. Questa riflessione, capire cosa è documentario e cosa è romanzo, non è però necessaria.

La storia di Haya Tedeschi e della sua famiglia è paradigma di quella di tutti coloro che dietro ad un nome hanno una storia, e in Trieste diventa il pretesto attraverso cui Daša Drndić racconta il Novecento, l’orrore delle guerre mondiali e le loro conseguenze sulle vite di ieri e di oggi nella regione del Caput Adriae. La parte centrale del libro è segnata dal lungo elenco di nomi dei deportati dall’Italia. Smettere di leggere quei nomi è non riconoscere quei morti. Ho scelto di includere sia l’immagine della…

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Bassa Marea di Enrico Franceschini

“Un mare liscio come l’olio.

È un luogo comune, ma rende l’idea. Alle cinque del mattino, l’Adriatico è un liquido immobile disteso lungo il litorale. Non un’increspatura agita l’orizzonte. Tutto è fermo: acqua, cielo, spiaggia.”

L’Adriatico la mattina presto, quando cielo e mare sembrano fondersi l’uno con l’altra, e la spiaggia si srotola ai loro piedi per km come un morbido, immacolato tappeto setoso. Ombrelloni ancora chiusi, bagnini con retini da pesca e rastrelli intenti a pescare mozziconi di sigaretta dalla sabbia, pettinandola amorevolmente come se non fosse destinata da li’ a poco ad essere calpestata dalla massa di bagnanti portati dal nuovo giorno.

Ho trascorso le mie prime 18 estati a Rivazzurra di Rimini, con un breve intervallo a Lido di Classe (si cambia provincia, ma sempre Romagna resta) e so esattamente di cosa parla Enrico Franceschini in Bassa Marea. E per me la gioia di questo romanzo giallo-umoristico non è dovuto solo all’intreccio (non troppo complicato eproprio per questo cosi plausibile) e alla simpatia dei personaggi della storia, quattro goliardi sessantenni dall’ironia tagliente e dall’umorismo grossolano (a metà tra Amici Miei e i vecchietti del Bar Lume, con un tocco di Raul Casadei), ma dal luogo in cui si svolge, la Romagna dei mei ricordi.

Andrea Muratori detto Mura, bolognese di origine con una lunga carriera giornalistica alle spalle come inviato giramondo, si ritrova “giovane” sessantenne (che i sessanta sono i nuovi quaranta, no?) pensionato anzitempo a Bagnomarina, la località marittima dove per anni ha trascorso la villeggiatura, e che sente più sua della sua Bologna. Ha pochi soldi in tasca e vive in un capanno di pescatori che si affaccia sul mare e sarebbe in pace con se stesso e con il mondo il Mura, se il destino non avesse deciso di metterci lo zampino facendogli trovare, una mattina presto durante la “corsetta” di routine sulla spiaggia deserta, invece delle solite conchiglie, il corpo di una donna più morta che viva che si rivelerà essere l’enigmatica russa Sasha.

Nel tentativo di aiutare Sasha a ritrovare la figlia, Mura si imbatte nel lato oscuro della Romagna dove non tutto è sfavillante divertimento, ma dove clan di calabresi trafficano schiave del sesso, e immigrati cinesi spacciano erba sotto la finestra dell’ottantenne ex-maestra del paese. Ad aiutarlo nella sua goffa indagine, i suoi i suoi tre amici d’infanzia, tre come i Moschettieri (che in realtà erano quattro…), tre ex-ragazzi come lui e come lui determinati a non prendere la vita troppo seriamente, uno per tutti e tutti per uno. Perfetto per chi ama il giallo tinto di commedia con un tocco dolce-amaro di malinconia.

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Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca.

“L’Italia è fatta, gli italiani quasi.” Così si apre l’ntroduzione alla prima edizione di Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca (1920-2011). Apparso nel 1962, il libro fu accolto dalla stampa moderata alla stregua di un libello rivoluzionario in quanto osava parlar male dei ricchi e potenti del paese, prendendosi gioco allo stesso tempo dei valori della borghesia dell’epoca, in bilico tra demagogia e populismo.

“Ciò che non riuscì al papa-re dei guelfi, all’imperatore-messia dell’Alighieri, al principe macchiavellico, alla burocrazia piemontese di Cavour e ai federali di Mussolini sta riuscendo alla civiltà dei consumi e al suo oracolo televisivo: tra non molto gli italiani, popolo compatto, avranno usi, costumi e ideali identici dalle Alpi alla Sicilia, vestiranno penseranno, mangeranno, si divertiranno tutti alla stessa maniera, dettata e imposta dal video.”

Il boom economico arriva in Borsa tra il 1959 e il 1960. Speculatori d’Europa e d’America scoprono che i titoli italiani costano poco e rendono molto. L’Italia e’ da poco entrata nel Mercato Comune Europeo e tra il 1955 e il 1963 un’ondata di euforia attraversa il Paese. E fu proprio la rapidità con cui questi i cambiamenti socio-economici si verificarono, che si gridò al “miracolo economico”. Un miracolo che pur trasformando radicalmente lo stile di vita degli italiani (almeno di una parte), fece sì che il paese non riusci’ tutavia a risolvere i fondamentali problemi che si portava dietro da prima della guerra, tra cui le differenze tra nord e sud. La ricchezza si concentra soprattutto al Nord, nel cosiddetto “triangolo industriale” formato da Milano, Torino e Genova, città che attirano flussi di disoccupati dal meridione (essi stessi divisi da profonde differenze culturali) e vedono in pochi anni la loro popolazione quasi raddoppiare. Inutile dire che lo shock culturale è fortissimo. Per la prima volta gli italiani si incontrano tra loro e non si piacciono.

Dire che l’Italia degli anni Sessanta è una nazione profondamente nuova è inadeguato. Il miracolo italiano è avvenuto a ritmo talmente serrato da dare le vertigini: l’artigiano diventa imprenditore, piovono i miliardi, ma la gente è troppo occupata a fare soldi e a moltiplicare le cose che hanno per chiedersi il perché queste “cose” siano improvvisamente diventate una necessità, perlomeno su quella scala.

“Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste”

Sembra il mantra di Gordon Gekko nel film del 1987 Wall Streetma questa frase di Giorgio  Bocca (riferita non a New York, ma a Vigevano) è ancora adesso attualissima quando si pensa al nostro Centro-Nord, alle distese infinite di brutti capannoni che sfregiano con la loro bruttura le campagne di Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. Tutto questo non è una novita’: le avvisaglie di questa trasformazione erano già in atto allora e Bocca lo aveva notato, mentre si gli altri si coprivano gli occhi e si turavano le orecchie davanti alla mancanza di un’ideologia, di una fede, di una prospettiva sociale di qualche tipo.

Il fatto è che, come osserva Bocca, nell’italia ghettizzata del dopoguerra, dove ognuno stava al suo posto e dove un piccolo borghese non avrebbe mai messo piede a Cortina o Portofino, il miracolo economico degli anni Sessanta aveva portato una fluidità di classe dapprima impensabile. Quella in atto era una vera e propria rivoluzione che stava mescolando le classi e la storia in modo irreversibile.

“Non riuscimmo a vedere bene quali moltiplicatori di disordine e degradazione sociale stavano mettendosi in moto e come avremmo poi pagato duramente i comodi e le disinvolture del capitalismo assistito, della partitocrazia , la saturazione del consumismo di massa, i pericoli della scuola di massa.”

Tra gli indici di più diffuso benessere, la crescita dell’industria automobilistica e l’aumento di consumi legati agli elettrodomestici. Le automobili ed elettrodomestici si moltiplicano con essi cambia lo stile di vita, gli interni delle case (in particolare la cucina), il modo di vestirsi e di mangiare, persino di parlare che in questi anni si attua lo spostamente della lingua dall’uso del dialetto a quello dell’Italiano. Anche la famiglia si modifica e con esso  i rapporti generazionali. I giovani degli anni Sessanta godono di una maggiore indipendenza economica e libertà di scelta dapprima impensabile.

Nasce l’idea del tempo libero (il week-end), la gente va in vacanza e le code in autostrada delle famiglie operaie che si mettono in marcia tutte insieme alla chiusura delle grandi fabbriche, sembravano “cortei trionfali”. Oltre alla televisione, è l’automobile che diventa il simbolo di questo nuovo benessere. Mio padre aveva una Fiat Cinquecento e si sentiva un re.

Il Vittorio Gassman de Il Sorpasso è la personificazione del “miracolo” italiano: il borghese fanfarone dalla vitalità debordante che nasconde (o cerca di farlo) con l’esuberanza un vuoto della vita e paura del futuro. Girato del 1962, lo stesso anno in cui Giorgio Bocca scrive il suo Miracolo all’italiana, il film descrive un’Italia al culmine della ricchezza dove macchine veloci, spiagge affollate, locali pieni di musica e di gente che balla sfrenataente diventano il simbolo di una vita finta, quella della borghesia arricchitasi con il miracolo italiano, un’esistenza effimera che si schianterà duramente sul muro degli anni di piombo della decade successiva.

E mentre leggevo, mi veniva da chiedermi che è successo a quel patto sociale da cui tutto ciò aveva avuto origine alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che vedeva un equilibrio di fondo tra capitalismo e democrazia e stato sociale. Il processo che aveva permesso il raggiungimento di tale benessere si è spezzato: il giocattolo del miracolo si è rotto e nessuno sa come riaggiustarlo. Certo la classe politica non sa che pesci pigliare, e questo accade non solo in Italia, ma anche in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, tutte nazioni in quel diritto inossidabile alla scelta che è il voto politico, si è ridotto ad uno sfogo rabbioso di quella parte di popolazione che si è sentita rapinata del proprio futuro.

2019 ©Paola Cacciari

L’Italia del miracolo economico (1958-1963) Alberto Saibene https://www.doppiozero.com/materiali/made-in/l-italia-del-miracolo-economico-1958-1963

#5libri .. e qualcosa in più sulla Grande Guerra

Oggi in Italia si celebra il Centenario dell’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale. E allora vi segnalo questo post di Tatiana Larina con una cascata di romanzi tutti da leggere sull’argomento del primo conflitto mondiale. Buona lettura! 🙂

PARLA DELLA RUSSIA

4 novembre 1918. Come si fa a festeggiare una vittoria come quella dell’Italia nella Grande Guerra? Si può festeggiare la fine della guerra, la rottura di un fronte che ha dilaniato il continente e il mondo, il tentativo di ritorno ad una normalità, ma no, la vittoria proprio no.

Una vittoria che proprio all’Italia costò una delle più sanguinose disfatte della nostra storia, Caporetto, e che per tutti i paesi coinvolti ha significato un bagno di sangue mai visto prima, la sperimentazione di armi di distruzione di massa (le armi chimiche), il coinvolgimento di milioni di civili, la devastazione di intere nazioni.

E poi cosa c’è da festeggiare in una guerra che ha gettato i semi di una follia ancora duratura per l’Europa e per il mondo? Come suonano strani i nome di Rommel e Badoglio qui… eppure a Caporetto c’erano loro.

Gli scrittori che il quel periodo hanno vissuto…

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Quo vadis baby? di Grazia verasani

Ogni tanto mi viene l’ansia. Arriva così inattesa, e mi toglie il respiro. Ed è in certi momenti che devo uscire di casa. Come se stare fuori risolvesse il casino che ho dentro. Il mio collega astrologo direbbe che devo dare spazio ad un Marte irrequieto; mio padre direbbe semplicemente che ho il fuoco sotto i piedi, come mia madre prima che la sua malattia se la portasse via.

Quando sono Londra mi rifugio ad Hyde Park, ma a Bologna faccio lunghe passeggiate per il centro. Passo davanti ai fantasmi di negozi che ricordo bene e che ora non ci sono più come Schiavio Stoppani in via Clavature e mi fermo davanti alla libreria di libri usati in via Oberdan che un tempo ospitava lo storico negozio di dischi Nannucci. E mi sento una straniera in patria. O semplicemente molto vecchia.

Non credo che nelle altre città sia sia diverso. E che mi sembra che a Bologna la differenza si noti di più che negli altri posti. Che come dice Grazia Verasani nel suo stupendo libro Quo Vadis Baby? 

Bologna era un posto in cui succedevano un sacco di cose e tutto sembrava sempre funzionare.’

Ora non più. A che punto della storia il meccanismo si e inceppato?

2018 © Paola Cacciari

Il treno dell’ultima notte di Dacia Maraini

Ci sono autori che non si dovrebbereo leggere prima di una certa età o almeno prima di raggiungere una certa maturità. Cosa che io non ho fatto con Dacia Maraini, di cui ho letto I sogni di Clitennestra e altre commedie (1981) quando ero ancora troppo giovane per apprezzarne le straordinarie qualità di scrittrice. Cosa che, per molto tempo, mi ha erroneamente dissuaso dal leggere altri libri suoi.

Così quando, qualche settimana fa, la neve che ha sommerso Bologna (e l’Italia in genere) mi ha costretto a rimandare il volo di ritorno a Londra e a trascorrere sei lunghissime ore all’Aereoporto Guglielmo Marconi prima di riuscire finalmente a partire alla volta della Capitale, è stato con una certa riluttanza che ho aperto alla prima pagina un libro che avevo infilato nello zaino nel caso non trovassi nulla di meglio nella libreria dell’aereoporto. Quel libro era Il treno dell’ultima notte, libro che mi era stato regalato tempo fa e che non avevo ancora letto e che, sinceramente non avrei mai pensato avrei letto. Quanto mi sbagliavo!

Il libro racconta la storia di Emanuele, un bambino ribelle e pieno di vita, dalle ginocchia permanentemente scortecciate per il troppo arrampicarsi sui ciliegi e buttarsi a capofitto in bicicletta giù per strade sterrate della Toscana. Il suo sogno è costruirsi un paio di ali per volare come gli uccelli. Ma tutto ciò che resta di lui sono qualche lettera e un quaderno nascosto in un muro nel ghetto di Lodz quando la sua famiglia austriaca ed ebrea, viene cacciata da Vienna. Con la scusa di scrivere una serie di articoli per il giornale per cui lavora, Amara, l’inseparabile amica d’infanzia di Emanuele, decide di mettersi alla ricerca del suo compagno di giochi, e colui che pensava sarebbe diventato il suo compagno di vita. Inizia così un racconto strordinario di uno straordinario viaggio attraverso l’Europa comunista del 1956, su un treno che si ferma a ogni stazione, ha i sedili decorati con centrini fatti a mano e puzza di capra e sapone di pessima qualità e sul quale conosce Hans Wilkosky, giornalista austro-ungherese mezzo ebreo che diventerà il suo compagno di viaggio e la aiuterà nella ricerca di Emanuele. Amara visita sgomenta ciò che resta del girone infernale di Auschwitz-Birkenau. Con Hans percorre le strade di Vienna alla ricerca di sopravvissuti, giunge a Budapest mentre scoppia la rivolta degli ungheresi, e trema con loro quando i colpi dei carri armati russi sventrano i palazzi. Un libro staordinario di una scrittrice straodinaria. #DaciaMaraini

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 2018 ©Paola Cacciari

Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi

Come ho già detto altre volte su in questo blog, ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono. Libri che si continuano a leggere e che, nonostante il passare del tempo e della vita, continuano a parlarci.
Eppoi ci i sono libri che si leggono al momento giusto, all’età giusta, nello stato d’animo giusto. E che per questo si ricordano per tutta la vita. Nel mio caso, come Jack Fruscinate è Uscito dal Gruppo di Enrico Brizzi.

Nella mia recensione su Goodreads gli ho dato 5 stelle, non perchè pensi che questo libro sia un capolavoro, tutt’altro. Brizzi era giovane, aveva neanche ven’anni quando lo ha scritto, ed io ero poco più vecchia di lui quando l’ho letto. Ma mi ha parlato come solo Due di Due di Andrea De Carlo ha fatto in precedenza. Ma se Due di Due non l’ho mai più rietto perchè temevo di non ritrovare più le emozioni che mi diede quando lo lessi la prima volta, con Jack Frusciante è stato diverso, che per qualche strano motivo di ordine puramente biologico, questo è un libro che sento il bisogno di rileggere ad intervalli di ogni dieci anni. Ma è comprensibile, che se Milano per me è un libro di De Carlo, la Bologna di Brizzi è un universo geografico che conosco bene perchè era lo stesso in cui mi muovevo io. O meglio, in cui cercavo di districarmi, in uno dei periodi più aggrovigliati della mia vita. Una vita la mia che, come quella del vecchio Alex, “fin lì, entrava tutta dentro un Jolly Invicta.” Anche se io di Jolly Invicta non ne ho mai avuto uno.

Comunque.

Quelle cinque stelline di Goodreads sono della me stessa post-adolescenziale a cui la Bologna degli anni Novanta stava stretta sul serio. Come i personaggi di Kerouac volevo andare da qualche parte. Non sapevo dove, ma sentivo che era importante “andare”.  E infatti sono andata. Jack Frusciante è una specie di monumento ai quegli anni, ai miei sogni di uscire dalla “strada troppo stretta e dritta per chi vuol cambiare rotta” cantata dal Ligabue di Non è tempo per noi, o dal cerchio che la società, le convenzioni cercano sempre di costruirci attorno. Ma è stato anche un monumento ad una delle più intense storie d’amore che mi sia mai capitato di vivere. Una storia che, a vent’anni di distanza, ricordo ancora con grande affetto ed emozione. Forse perchè, proprio come quella di Alex e Aidi, anche la mia non è mai veramente avvenuta. Un libro che è insomma un monumento alla persona che ero io a quel tempo e che mi ha aiutato a diventare la persona che sono adesso.

 

2018 ©Paola Cacciari

La briscola in cinque di Marco Malvaldi

L’Emilia non è lontana dalla Toscana, appena oltre gli Appennini. Si andava e tornava in giornata, per mangiare in trattoria vicino a Pistoia, ammirare il cuopolone del Brunelleschi dall’alto del Forte del Belvedere, passeggiare sulle rive dell’Arno a Pisa o sulle mura di cinta a Lucca. Da sempre amo la Toscana, l’accento toscano e l’ironia e lo scetticismo dei toscani. Per molti anni gli Amici miei del film di Monicelli erano un po’ i miei toscani ideali. Almeno fino a quando sono arrivati i vecchietti del Bar lume di Marco Malvaldi.

Siamo a Pineta, immaginario paese della costa attorno a Livorno diventato località balneare di moda. Tanto che la Pro Loco sta rivoltando l’architettura del paese contro la categoria dei vecchietti costruendo una palestra al posto del parco giochi per i nipoti, un disco-pub al posto della bocciofila, una serie di parcheggi per le moto al posto delle panchine e via discorrendo.

Fortuna che c’è ancora il Bar Lume, dove i pensionati possono ancora trovarsi per discutere, litigare, giocare a carte e soprattutto farsi gli affari degli altri. Il che accade in modo particolare quando da un cassonetto dell’immondizia emerge il cadavere di una ragazza giovanissima.

Aiutato da nonno Ampelio e dai suoi untrasettantenni compari, Pilade del Tacca, Gino Rimediotti e Aldo del Ristorante Boccaccio, il barista Massimo si improvvisa detective risolvendo brillantemente questo giallo in ‘toscanaccio.’ Assolutamente delizioso. 🙂

Cuore Primitivo di Andrea De Carlo

Dalla mia permanenza a Bologna il mese scorso sono ritornata con un libro di Andrea De Carlo. Mi ero ripromessa di non comprare più libri quando sono in città che il microappartamento che condivido a Londra con la mia dolce metà (anche lui accanito lettore) ne è strapieno tanto che quasi non c’è più posto per noi. Ma naturalmente anche questa volta non ci sono riuscita, soprattutto quando alla libreria dell’aereoporto ho visto Cuore Primitivo.

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Ero insicura se prenderlo o no che ho amato molto i suoi libri (o almeno alcuni di essi) e ho continuato a leggerli con testarda costanza nonostante la sempre maggiore delusione che suscitano in me quelli che più che romanzi, sembrano sempre di più freddi esercizi di eloquenza e retorica sebbene molto ben scritti.

E devo dire che anche questo ultimo romanzo non è da meno: attento ai movimenti e alle ragioni profonde dell’animo umano, alle parole, alle sensazioni e a pensieri che tutti almeno una volta abbiamo provato e a cui magari abbiamo fatto fatica a dare srotolare.

Ma come mi è accaduto da Pura Vita in poi, anche questa volta i personaggi non mi hanno convinta fino in fondo: Mara Abbiati, scultrice di grandi gatti in pietra, tutta istinto e passione, Craig Nolan, famoso antropologo inglese, tutta razionalità e testa, e naturalmente lui, il terzo incomodo, Ivo Zanovelli, un costruttore con qualche ombra nella sua vita che con il suo arrivo ha buttato all’aria il precario equilibrio della coppia. I personaggi di De Carlo sono spesso difficili, sfuggenti, complessi e a volte proprio per questa loro sfaccettatura a volte difficili da amare. Ma nonostante tutta la loro complessa vitalità, le loro emozioni, la loro verosimiglianza che a momenti mi ha fatto simpatizzare con loro, non sono riuscita ad affezionarmi a Mara, Craig e Ivo, anzi: direi che il più delle volte ho provato per loro più fastidio che empatia.

Mi chiedo se Andrea de Carlo non continui a piacermi perché sono affezionata al ricordo delle emozioni che libri come Due di Due e di Noi Tre (e Arcodamore e Tecniche di Seduzione) hanno suscitato nella me stessa di un qualche anno fa e che mi ostino a cercare (o forse sperare?) di ritrovare. O se sono cambiata troppo e troppo irrimediabilmente per ritrovarmi ancora in quello che scrive. Non so. Peccato.

2016 ©Paola Cacciari

Ode al Giallo

Ebbene si, lo ammetto: mi piacciono i gialli. No anzi, non è solo che mi piacciono: il ‘giallo’ è uno tra i miei generi preferiti di letteratura. Sì, LETTERATURA. Che quando sento dire che i gialli non sono vera letteratura, perchè ‘tanto che ci vuole a scrivere un giallo?’ e cose di questo tipo, mi irrito. Anzi arrabbio proprio. Che se è vero che le storie di Andrea Camilleri, di Fred Vargas o di Jo Nesbo non sono Dostoevskij, è anche vero che occorrono grande intelligenza, fantasia e una solida conoscenze di fatti, cose e (soprattutto) della mente umana per creare una storia credibile e che esuli dalla banalità.

E quando dico ‘gialli’ intendo quello che i francesi definiscono elegantemente noir. Non i thriller sanguinolenti alla Dario Argento, che non sopporto la vista del sangue e detesto essere terrorizzata in modo gratuito (figuriamo pagare per il privilegio!). Non i film o telefilm d’azione con auto in fiamme e poliziotti in Ray-Ban, anche se ammetto di aver fatto eccezione in passato per i Chips, Miami ViceeMagnum PI. Che per una come me, cresciuta leggendo Agatha Christie di notte, sotto le coperte con la torcia elettrica che sennò la mamma mi sgridava perchè era tardi e non dormivo ancora, Hercule Poirot e Miss Marple  sono ancora la quintessenza del perfetto detective, quello in cui ironia e intelligenza si uniscono.

 Il nuovo Ispettore Barnaby, Neil Dudgeon
Il nuovo Ispettore Barnaby, Neil Dudgeon

Per questo mi piacciono i telefilm dell’Ispettore Barnaby. E per questo alla visione della nuova serie di Midsomer Murders (come si chiamano qui in Inghilterra) in cui entra in scena John Barnaby (Neil Dudgeon), il cugino del vecchio Ispettore Tom Barnaby (John Nettle, andato in pensione alla quattordicesima serie del telefilm), ho tirato un sospiro di sollievo perchè anche se l’attore principale è cambiato, il formato non lo è. Che con tutte le brutture che ci stanno attorno, quello che ci vuole è un delizioso villaggio nella campagna dell’Oxfordshire, con i suoi cottages dal tetto di paglia immersi in giardini in fiore popolati da signore che sembrano tipo di Miss Marple, in cui avvengono storie incredibili, ma non troppo. And now, that’s entertainment! 🙂

2014 ©Paola Cacciari