Anna Karenina

OTTO DOMENICHE IN RUSSIA, OVVERO QUALCHE RIFLESSIONE SU QUESTA PRIMA SPLENDIDA LETTURA DI GRUPPO Leggere Anna Karenina non è mai stato nei miei piani. Ho una lista infinita di libri che vorrei leggere, un buon cinquanta per cento è composto da grandi classici ma Anna non era in cima alla lista. Ad un certo punto, […]

Anna Karenina

Vita e Destino di Vasilij Grossman

Ancora grazie ai “russi” di Parla della Russia che mi hanno fatto incontrare Vita e Destino di Vasilij Grossman. In attesa di affronrae le 912 pagine del libro, mi sto gustando la serie televisiva disponibile su Amazon Prime Video UK – un vero capolavoro.

PARLA DELLA RUSSIA

Ho letto Vita e Destino.

Parla della Russia. E del mondo. Di Vita e di Destino. Di guerra e di lotta. Di amore e odio. Di spirito e di materia. Di storia e di escatologia. Dell’aberrazione e dell’eroismo. Del nostro presente, frutto del nostro passato. Dei grandi e dei piccoli.

Vita e Destino parla di tutto. Come Guerra e Pace. Vita e Destino è il Guerra e Pace del ‘900. È per questo che ho ripreso la recensione di GeP, perché senza il libro di Tolstoj non si comprenderebbe Grossman. Commentando il libro in PdR ho detto: prendi Guerra e Pace, togligli la speranza e hai Vita e Destino. Certo, questo in sintesi, in estrema sintesi.

Mi sono chiesta in questi mesi, da quando ho finito di leggerlo, come potessi recensire questo libro. Dove trovare le parole giuste per un tale capolavoro.

Innegabilmente è un…

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And Quiet Flows the Don (1928) by Mikhail Sholokhov

“When swept out of its normal channel, life scatters into innumerable streams. It is difficult to foresee which it will take in its treacherous and winding course. Where today it flows in shallows, like a rivulet over sandbanks, so shallow that the shoals are visible, tomorrow it will flow richly and fully.”

Mikhail Sholokhov

 

 

Lev Tolstoj

Il segreto della felicità   non è di far sempre ciò che si vuole,   ma di voler sempre ciò che si fa     Lev Nikolàevic Tolstòj nacque il 9 settembre 1828 a Jàsnaja Poljana, la tenuta in cui visse, operò e fu sepolto, situata a circa dodici chilometri da Tula, città della […]

Lev Tolstoj

Persone normali (Normal People) di Sally Rooney

Persone Normali è il titolo di questo libro dell’irlandese Sally Rooney. Nata nel 1991 la Rooney è stata definita dai media come “the great millennial novelist”, la scrittrice dei millennials, della Generazione Y, coloro cioè che sono i nati fra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. Non che lo sapessi, che non sono una millenialls io bensì una causa persa della Generazione X, quelli che sono arrivati in ritardo su tutto, per intenderci.

Incuriosita da tutto il circo mediatico creato attorno a questi poveri millennials, (inclusa un nuovo seceggiato tratto da questo libro in onda sulla BBC3 proprio in questi giorni) mi sono buttata nella lettura di questo libro senza molte aspettative. E ho finito con il divorare il libro in due giorni che Normal People è uno di quei libri i cui protagonisti ti prendono tanto che bisogna sapere come la loro storia andrà a finire. Almeno non è grosso come Guerra e Pace
La trama è quasi banale, anzi cosi’ banale che quando l’ho finito mi sono chiesta come mia abbia potuto prendere tanto. E’ la storia d’amore tra due adolescenti, Connell e Marianne, che incontriamo mentre frequentano la stessa scuola in una cittadina della provincia irlandese. Lui è tanto popolare, equilibrato e diligente, quanto lei è intelligente, indipendente, sciatta e solitaria – cosa che la rende vittima di infiniti episodi di bullismo, e non solo a scuola. Figlio di una ragazza madre lui, proveniente da una famiglia ricca lei, i due hanno l’opportunità di conoscersi meglio grazie al fatto che la madre di Connell lavora come donna delle pulizie a casa di Marianne. Diventano amici e scoprono con loro stessa sorpresa, di riuscire ad essere sé stessi solo quando sono insieme.

Le cose tuttavia non sono così semplici: temendo il giudizio dei compagni di scuola se si venisse a sapere che lui sta con una come Marianne, Connell la prega di mantenere il segreto, cosa che lei accetta passivamente di fare senza discutere. Le loro vite continuano ad intrecciarsi per separarsi non appena uno pensa che, realizzato il male che sta facendo a Marianne, Connell decida di crescere e di uscire allo scoperto con Marianne. E questa potrebbe essere la fine, se Persone Normali fosse un libro “normale”, ma non lo è. La storia  tra i due continua e poi si interrompe piu’ volte per qualche stupido motivo (generalmente legato al fatto che Connel e Marianne non riescono a comunicare, ad esprimere a parole quello che sentono dentro) per riprende qualche mese dopo, qualche anno dopo, abbracciando gli anni dell’università in cui i due continuano a essere inesorabilmente attratti l’uno dall’altra.

Per anni i due entrano ed escono l’uno dalla vita dell’altra – amici, amanti, entrambe le cose. Non riescono a spiegarselo, sanno solo che nessuno dei due sembra attrezzato per abitare il mondo esterno senza il supporto dell’altro e che essere “normali” per loro è uno sforzo quasi sovrumano.

Ora dico io, che cos’è la normalità? Chi sono le persone normali? Io che ho passato l’infanzia e parte dell’adolescenza a sentirmi sbagliata perchè mi piaceva leggere durante la ricreazione invece che uscire in corridoio con il resto della classe. Poi si cresce e ci si accorge che quella normalità che tanto invidiata agli altri non esiste, che le persone normali non esistono e che ognuno ha la sua personale definizione di normalità

Ma non c’e’ solo questo e ancora desso mi chiedo come questo libretto di 266 pagine possa affrontare in modo tanto discreto quanto efficace questioni importanti come la politica, la classe sociale, la fragilità dell’essere maschio, la violenza domestica, il bullismo, il rapporto genitori-figli e soprattutto, il bisogno di indipendenza che per certi individui è più necessario che per altri, per maturare come esseri umani. Un libro per tutti, non solo per i Millennials.

2020 ©Paola Cacciari

Eugenio Onegin (Евгений Онегин)

Come descrivere un libro come Eugenio Onegin (Евгений Онегин) senza apparire scontati? Non si può. O almeno io non posso, proprio non ci riesco, che mi mancano le parole per farlo, tanto in italiano che in inglese. Capolavoro suona scontato, ma è l’unico aggettivo che gli si avvicina. Questo romanzo in versi di Aleksandr Puškin, composto dal 1822 al 1831 e pubblicato completo per la prima volta nel 1833, è divertente, tragico, tenero e profondo e riesce ad essere tutte queste cose allo stesso tempo.

Aleksandr Puškin
Aleksandr Puškin

Il linguaggio poi è bellissimo (e che io l’ho letto in inglese) ed è fresco ed attuale, come lo era nel 1830, quando Pushkin lo finì (anche se mai “ufficialmente”). Forse perchè, come spiega  Paolo Nori  ne La Grande Russia portatile, in Russia non ci sono dialetti, e il russo letterario di Puškin, Gogol’, Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj e tutti gli altri, altro non è che la lingua del popolo, parlata da secoli da tutti i russi in ogni parte dell’Impero. Ed è a questa lingua, che era prima parlata e poi scritta (che i russi hanno acquisito un alfabeto solo nel IX secolo dopo Cristo, con la missione di evangelizzazione di Cirillo e Metodio nel 862) che Puškin dà dignità letteraria con l’Evgenij Onegin. Ed questo strumento così immediato, allo stesso tempo comprensibile e diretto,  tenero e  volgare che ha prodotto la letteratura russa dell’Otto e del Novecento.

Continua Nori:

“Se leggo l’inizio dell’Evgenij Onegin a un bambino russo di cinque anni, che non è ancora andato a scuola, lui capisce tutto perfettamente; se leggo a un bambino italiano di cinque anni un’opera italiana dell’ottocento, come Il cinque maggio di Manzoni, che è del 1821, «Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro», cosa capisce?, mi chiedo. E racconto di quando ho fatto la prova con mia figlia, quando aveva cinque anni, le ho recitato l’inizio del Cinque maggio e le ho chiesto cosa significava e lei è rimasta un po’ a pensarci e poi ha detto «Eh, che lui era lì, immobile, che giocava a memory respirando».

Nel suo divertente The Anna Karenina Fix: Life Lessons from Russian Literature che ho letto un paio d’anni fa, la scrittrice e giornalista britannica Viv Groskop dice che per lei  “la qualità più attraente di Eugene Onegin è la quieta bellezza del suo fatalismo, che è molto russo, ma anche in qualche modo, molto umano e universale.”

Che in fondo siamo tutti un po’ Eugenio Onegin, poveri sciocchi che non sanno cosa è bene per loro fino a quando non è troppo tardi. Perdiamo così la possibilità di essere felici e la colpa è solo nostra.  Ma come possiamo sapere cosa è bene per noi, soprattutto quando da giovani, non abbiamo vissuto abbastanza per saperlo? Per sapere come la vita, il FATO, tratterà le nostre speranze e i nostri sogni? Per sapere come e, soprattutto SE, saremo mai nel posto giusto al momento giusto per essere felici?

C’è una stanza bellissima in Onegin che dice:

“Ma triste è pensare che invano / la giovinezza ci fu data, / che sempre tradita l’abbiamo / e che essa ci ha ingannato; / che le migliori aspirazioni, / le nostre più fresche visioni, / come foglie sono marcite / in un autunno infracidite.”

Mi ricorda la stanza di Lorenzo il Magnifico, quella che dice: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto sia, del doman non c’è certezza.”

Ecco.

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2020 ©Paola Cacciari

“Siamo figli del nostro paesaggio” – Lawrence Durrell e Alessandria — LUOGHI D’AUTORE

«No, non credo che ti piacerebbe questa città sconfitta, con le sue case levantine che si scrostano al sole; un mare liscio, sporco e brunastro, senza flutti che lambisce il porto. Arabo, copto, greco, francese, levantino, niente arte, né vera gaiezza. Una noia mitteleuropea intrisa di alcol. Nessun argomento di conversazione, tranne il denaro», così […]

via “Siamo figli del nostro paesaggio” – Lawrence Durrell e Alessandria — LUOGHI D’AUTORE

Good Omens (miniserie televisiva)

Non mi piace il Fantasy, a meno che non sia quello di Good Omens: The Nice and Accurate Prophecies of Agnes Nutter, Witch,  scritto a quattro mani da Terry Pratchet (1948-2015) e Neil Gaiman  e pubblicato nel 1990 (e che in italiano è stato tradotto nel 2007 con il titolo di Buona Apocalisse a tutti! ).

Sulla base delle Profezie di Agnes Nutter, Strega (messe per iscritto nel 1655 prima che Agnes facesse saltare in aria tutto il villaggio riunito per godersi il suo rogo), il mondo finirà di sabato. Sabato prossimo, per essere proprio precisi. Le armate del Bene e del Male si stanno ammassando e i Quattro Motociclisti dell’Apocalisse stanno scaldando i loro poderosi motori, pronti a lanciarsi per strada. Gli animi si surriscaldano e tutto sembra proprio andare secondo il Piano Divino. Non fosse che Azraphel, un angelo che ama il cibo, il libri e l’arte e Crowley, un demone che apprezza la bella vita e le auto veloci e che, avendo trascorso parecchi millenni tra i mortali sulla Terra si sono affezionati ad usi e costumi umani, e hanno intrecciato una sorta di insolita amicizia, non fanno esattamente salti di gioia davanti alla prospettiva dell’incombente catastrofe cosmica. E allora decidono di mettersi all’opera per uccidere l’Anticristo (mica una bella cosa, visto che è un ragazzino simpaticissimo) e far si’ che la profezia non si compia. Ma c’è un piccolo problema: sembra proprio che qualcuno lo abbia scambiato con qualcun altro…

Ora finalmente la serie TV è arrivata sulla BBC. Ed è fantastica!  

La Morte a Venezia

… anche se viste le circostante in cui versa ultimanemente la Serenissina (turismo modello invasione delle locuste, acqua alta, allagamenti) sarebbe meglio dire la Morte di Venezia. Comunque.

Britten: Death in Venice - Gerald Finley, Mark Padmore   Royal Opera ((c) ROH 2019 photographed by Catherine Ashmore)
Britten: Death in Venice – Gerald Finley, Mark Padmore Royal Opera ((c) ROH 2019 photographed by Catherine Ashmore)

Ho letto la Morte a Venezia di Thomas Mann tre volte nel corso della mia vita. La prima volta avevo 15 anni e non l’ho capito, la seconda l’ho letto in inglese e molto mi è sfuggito, la terza volta volta… la terza vola è stata in questi giorni. Colpa della Royal Opera House e di Benjamin Britten che ci ha scritto sopra un’opera, Death in Venice appunto, cortesia di un’amica che alla ROH ci lavora e mi ha invitato alla prova generale. Che se fosse stato per me non l’avrei mai fatto, vedere un’opera di Britten dico. Io amo la melodia, le arie che ti restano in testa per giorni e che puoi canticchiare ovunque, per la strada, in metropolitana, sotto la doccia, o da sola quando sono al museo e camminare per le sue sale. Qualcosa come La donna è mobile, o Nessun dorma, per intenderci: Britten è troppo moderno. Troppo XX secolo, troppo anti-melodico.

Britten: Death in Venice - Leo Dixon and Mark Padmore. Royal Opera
Britten: Death in Venice – Leo Dixon and Mark Padmore. Royal Opera

E mi sono dovuta ricredere. Che insieme alle suddette cose, ci sono anche veri squarci di sublime musica che ti graffiano il cuore e fanno venire i brividi.

Gioventù/vecchiaia, salute/malattia, vita/morte, Apollineo/Dionisiaco sono le tematiche che occupano la letteratura e le arti in genere all’inizio del secolo. La figura del protagonista, Gustav von Aschenbach è qui opposta a quella di Tazio, il bellissimo giovinetto di cui il vecchio scrittore si innamora – che qui sembra incarnare il superuomo di Nietzche, l’ideale di bellezza umana fatto suo da Hitler per portare avanti il suo barbarico progetto di sterminio.

Nell’opera di Britten i personaggi di Tadzio, la sua famiglia e i suoi amici sono tutti interpretati da ballerini del Royal Ballet, l’unico modo possibile (mi accorgo ripensandoci) per dare voce a chi nella novella di Mann una voce non ce l’ha.

Il giovane ballerino Leo Dixon poi, sembra stato scelto , oltre che per le sue qualità di artista, perché sembra essere stato creato dalla penna dello stesso Mann: naso dritto, profilo greco, labbra carnose, e ben disegnate, capelli color miele.

Forse questo è proprio la cosa che Britten ha preso dal libro di Thomas Mann: l’impotenza dell’intelletto di fronte alla bellezza radiosa, transitoria e intoccabile. La bellezza di un ragazzo, di una persona, di un paesaggio (e perché no?) della musica stessa.

Royal Opera House London

2019 ©Paola Cacciari

The Best Exotic Marigold Hotel

Vi  è mai capitato di iniziare a leggere un romanzo da quale era già stato fatto un film e, dopo qualche capitolo, siete stati costretti a riconoscere che quella che state leggendo è un’altra storia completamente, anche se piacevolmente diversa?

Sto parlando di quel delizioso film che è The Best Exotic Marigold Hotel e del libro a cui il film è (molto) liberamente, ispirato. Pubblicato nel 2004 con il titolo di These Foolish Things, poi ribattezzato The Marigold Hotel, questo romanzo racconta con grazia e umorismo la possibilità di nuove occasioni per cambiare la propria vita, in una storia senza età che nel 2012 ha conosciuto il successo grazie anche ad un cast di fantastici attori tra cui Bill Nighy, Judi Dench e Maggie Smith.

London 2019 © Paola Cacciari
London 2019 © Paola Cacciari

Attirati dalla pubblicità di un hotel di Bangalore che sembra progettato per soddisfare le esigenze della terza età, alcuni pensionati inglesi ciascuno per una ragione personale, decidono di trasferirsi in una casa di riposo in India per potersi finalmente godere la vita al sole e al caldo con i loro modesti risparmi. All’arrivo però scoprono che l’antico palazzo dell’hotel non è che il pallido, malandato ricordo dei tempi andati. Eppure ciò che in un primo momento appare deludente e incomprensibile (il personale a dir poco eccentrico, i ritmi caotici della quotidianità, gli odori e i rumori invadenti, le norme incomprensibili che regolano i rapporti umani) si rivelerà fonte di inesauribili scoperte, non ultimo che la vita e l’amore possono ricominciare dove meno te lo aspetti. 

L’India raccontata da Deborah Moggach invoca è disordinata, moderna, imprenditoriale; una terra fatta di abiti eleganti e mendicanti senza gambe, ma in cui l’essere vecchi (con tutti gli acciacchi del caso), non è considerato un crimine punibile con l’isolamento permanente. Alcuni membri del personale dell’hotel sono di fatto molto più anziani e decrepiti dei residenti. In un cenrto senso, il Marigold Hotel diventa un po’  una metaforica sala d’attesa, in cui i vecchi e i giovani si incontrano e insieme negoziano i passi successivi del loro viaggio.

La più grande delizia del libro sono i personaggi, ciascuno dal carattere ben definito e nel libro molto piu’ numerosi che nel film, e con tanto di parenti e associati in primo piano nell’inquadratura, eppure completemate inconfondibili.

Come tutti i film di successo, anche del Marigold Hotel è stato fatto un sequel nel 2015, Ritorno al Marigold Hotel (The Second Best Exotic Marigold Hotel) piacevole, ma decisamente inferiore al primo, ma con questa scenza di danza tra Dev Patel (Sonny) e Tina Desai (Sunaina) che ogni volta mi fa venire voglia di andare in pensione in India! 😄

2019 © Paola Cacciari