Il surreale mondo di Dorothea Tanning

“Certo che la vita moderna può essere davvero surreale!!” mi viene da pensare mentre me ne sto affascinata davanti all’enorme girasole abbandonato sul pianerottolo di quello che sembra essere il sinistro corridoio di un sinistro albergo.

Eine Kleine Nachtmusik 1943 by Dorothea Tanning 1910-2012, Purchased with assistance from the Art Fund and the American Fund for the Tate Gallery 1997
Eine Kleine Nachtmusik 1943 by Dorothea Tanning. Tate, Purchased with assistance from the Art Fund and the American Fund for the Tate Gallery 1997

Dipinta nel 1943 quando Dorothea Tanning stava con il suo compagno, l’artista Max Ernst (all’epoca ancora sposato con Peggy Guggenheim) in Arizona, la tela si chiama Eine Kleine Nachtmusik, come l’omonima serenata in Sol maggiore K 525 scritta nel 1787 da Wolfgang Amadeus Mozart, che lei amava molto. Ma al contrario della seranata di Mozart, il dipinto della Tanning sembra un incrocio tra una romanzo gotico e un’incubo freudiano, che pare gridare a gran voce “se la vita domestica è questa, preferisco passare, grazie!”. E chi può darle torto? Vivere con Max Ernst, che sposa nel 1946 quando divorza da Peggy  Peggy Guggenheim e condividere la vita di un surrealista doveva essere un’esperienza a di poco ….surreale!

Nata a Galesburg, nell’Illinois, Dorothea Tanning (1910-2012) si trasferì giovane a Parigi, dove visse per ventotto anni, prima di tornare in America, a New York dove, nel dicembre 1942 conobbe il pittore Max  Ernst. Ernst – che all’epoca era ancora sposato con Peggy Gughenheim – stava selezionando opere per una mostra dedicata ad artisti donne alla galleria d’arte Art of This Century che apparteneva alla moglie. I due si innamorano e si imbarcano in una vita insieme che li porta a Sedona in Arizona, e più tardi in Francia. Con lui la Tanning inizia a frequentare i circoli del Surrealismo e si sposano nel 1946 una volta che Ernst ottiene il divorzio dalla moglie.

Dorothea Tanning Insomnies (Insomnias) 1957
Dorothea Tanning Insomnies (Insomnias) 1957

Ma come sempre accade in questi casi, l’essere una donna e per di più un’artista in passato non era una cosa semplice (a dire il vero non lo è neanche adesso, ma va meglio…) e già negli anni Cinquanta la Tanning il Surrealismo lo aveva già abbandonato (ma non il marito surrealista) per dedicarsi ad una pittura meno esplicita fatta di immagini frammentate e prismatiche, come quelle di Insomnias (1957) in cui forme di semi-astratte di corpi avvinghiati il cui  tormentato espressionismo degni di Francis Bacon (anche s e con colori meno cupi bisogna dirlo…) alcuni davvero molto belli, altri cosi’ spaventosi che ancora una volta mi chiedo quali incubi si celassero nell’inconscio di questa donna.

Con i costumi teatrali è tutta un altra storia. Non sapevo che avesse disegnato i costumi per i balletti di Balanchine ed è una meravigliosa sorpresa. Dorothea Tanning incontrò per la prima volta il coreografo russo George Balanchine nel 1945 e tra il 1946 e il 1953 crea costumi e scenografie per quattro dei suoi balletti. Inutile dire che, come i suoi dipinti, anche le creazioni della Tanning per il teatro ed il balletto evocano luoghi misteriosi ispirati ai romanzi gotici e alle fiabe.

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 9 Giugno 2019

Dorothea Tanning @ Tate Modern

www.tate.org.uk

Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

Il Cardellino (The Goldfinch) di Donna Tartt

C’è un quadro di Carel Fabritius che raffigura un cardellino. È una tela piccola, il soggetto è modesto – un uccellino appollaiato su un trespolo a cui è legato da una catenella. Ma quando l’ho visto a Bologna l’anno passato parte della mostra La Ragazza con l’orecchino di Perla a Palazzo Fava, giuro che da solo illuminava un’intera stanza. Non riuscivo a staccare gli occhi dalla semplice vitalità di quel corpicino piumato: era una delle cose più belle che avessi mai visto. Non sorprende per cui che la scrittrice americana Donna Tartt ci abbia scritto un libro sopra.

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Carel Fabritius, The Goldfinch, 1654. Mauritshuis, The Hague, Netherlands.

La trama è semplice. Figlio di una madre devota e di un padre inaffidabile, Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, ad un attentato terroristico al Metropolitan Museum di New York che in un istante manda in pezzi la sua vita. Improvvisamente solo, senza genitori, parenti né un posto dove stare, viene accolto dalla ricca famiglia di un suo compagno di scuola. A disagio nella sua nuova casa di Park Avenue, solo e tormentato dalla mancanza della madre, Theo si aggrappa alla cosa che più di ogni altra ha il potere di fargliela sentire vicina, un piccolo quadro dal fascino singolare che diventerà il suo talismano e che a distanza di anni, lo porterà ad addentrarsi negli ambienti delle gallerie d’arte di New York e in quelli della criminalità internazionale.

Il Cardellino (The Goldfinch) è un libro imponente e non solo perché sono quasi 900 pagine (come gli altri due romanzi di Donna Tartt, Dio di illusioni e Il piccolo amico, anche questo ha richiesto circa dieci anni per venire alla luce), ma perché è  un libro che racconta sentimenti eterni come l’amore, l’amicizia, la perdita e soprattutto la speranza, scritto magistralmente e ricco di riferimenti storico-artistici e letterari sapientemente intessuti nella trama. Decisamente uno di quei libri che continuerà a parlarci anche dopo che avremo letto l’ultima pagina e che si finirà con il rileggere almeno un altra volta nella vita. Io almeno certamente prima o poi lo farò.

2015 ©Paola Cacciari

9780349139630

Ogni Cuore Umano (Any Human Heart) di William Boyd

Per una volta un titolo tradotto alla lettera. E d’altra parte non sarebbe stato possibile renderlo in nessun altro modo. È perfetto così. È il libro che fa rimpiangere ad ogni scrittore di non averlo scritto lui.

Che cosa spinge un essere umano a scrivere il suo diario? Me lo sono chiesta spesso anch’io. Ero alle scuole medie quando, folgorata dalla lettura del Giornalino di Gianburrasca, scritto da Luigi Bertelli in arte Vamba nel 1907, ho deciso di iniziare a tenere un diario. E continuo a farlo tutt’ora, sebbene in modo più o meno intermittente. Il diario è il luogo in cui si può essere sinceri con se stessi senza timore di essere giudicati o rimproverati. Soprattutto è il luogo in cui razionalizzare i nostri pensieri e quelli degli altri, un esercizio fondamentale alla comprensione di quello strano animale che è l’essere umano.

E in forma di diario è descritta la storia di Logan Montstuart, scrittore (fittizio) nato nel 1906 da madre uruguayana e padre inglese arricchitosi con il commercio della carne in scatola. Tornato con la famiglia in Inghilterra, il quindicenne Logan comincia a scrivere il suo diario. Diventato scrittore, ci porta con sé in uno splendido viaggio attraverso la storia del XX secolo dalla Londra degli Anni Trenta, quella abitata da Virginia Woolf e dal Bloomsbury Group, alla Parigi di Joyce e Picasso. Lo accompagniamo nella Spagna della Guerra Civile (dove lo ritroviamo insieme ad Hemingway) allo scoppio della Seconda guerra mondiale, dove opera come spia dell’intelligence britannica in compagnia di Ian Fleming, e poi a New York dopo la guerra e di nuovo a Londra negli anni Settanta. Una vita la sua in cui tragedie personali si alternano ad inaspettati momenti di gloria. E tra alti e bassi della vita, tra amori perduti e amici ritrovati, il mondo interiore del protagonista e dei personaggi che incrociano la sua vita, ci si srotola davanti come un arazzo, regalandoci uno straordinario romanzo. Un libro magico, assolutamente da leggere.

2014 ©Paola Cacciari

 

George Bellows (1882-1925): Modern American Life

Conoscevo Edward Hopper, il pittore dei ritratti della solitudine dell’America contemporanea, ma certo non potevo dire altrettanto di George Wesley Bellows(1882 –1925), almeno fino a quando non ho visitato la mostra che la Royal Academy gli ha dedicato. Eppure questo pittore, illustratore e litografo statunitense, non solo era un contemporaneo di Hopper, ma pare fosse anche più famoso del primo! Le cose che non si scoprono in un pomeriggio in giro per musei…

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Stag at Sharkey’s, 1909  © The Cleveland Museum of Art

Atleta quanto artista, Bellows è diventato famoso per i suoi ritratti di pugili, come Stag and Sharkey, una delle numerose scene d’azione che furono la sua fortuna. Sono quadri bui, realizzati con pennellate violente e cariche di colore che danno un forte senso di movimento e che catturano l’atmosfera clandestine dei bassifondi di New York, quando la boxe era illegale. Non sorprende che Francis Bacon fosse un suo ammiratore. Ma Bellows era molto di più. Era un illustratore, e oltre a libri di autori come H. G. Wells, creò caricature modello-Goya per riviste di sinistra che denunciavano il razzismo dell’America del Sud.

Con il prestigio crescente, ai soliti temi di denuncia si affiancarono poi anche ritratti commissionati dall’elite ricca di New York, paesaggi marini e la serie di New York con la neve. Cambia il soggetto, ma i suoi quadri sono e restano soprattutto una graffiante satira sociale dell’America contemporanea. Dipinge anche la Prima Guerra Mondiale pur non essendoci stato in Guerra, e forse questo è uno dei motivi per cui i suoi soggetti sembrano mancare di coinvolgimento emotivo; le sue ultime tele, con scene bucoliche dipinte in colori sgargianti,  mostrano una nuova direzione. E ci si chiede che direzione avrebbe preso se non fosse morto di peritonite a soli 42 anni…

 2013 © Paola Cacciari

Londra // fino al 9 Giugno 2013

George Bellows (1882-1925): Modern American Life

www.royalacademy.org.uk