Il libro dei bambini (The Children’s Book) A.S. Byatt

Figlia unica, dal carattere chiuso e solitario a tratti apertamente asociale e pertanto condannata (a sentire le maestre delle elementari) ad una vita solitaria, ho sempre avuto il pallino della Storia. Mi piace. Mi è sempre piaciuta. Mi è sempre piaciuto sapere il perchè e il percome delle cose, la cause e l’effetto e anche se sono sempre stata un fiasco con le date e i nomi delle battaglie, mi sarebbe piaciuto avere una macchina del tempo per saltare qua e là tra le epoche e passare un po’ di tempo, chessò, nella Roma Repubblicana tra Cicerone e Cesare e Ottaviano, nella Francia di Eleonora d’Aquitania a godermi il fior fiore della letteratura provenzale, nella Firenze di Dante e nella Mantova di Isabella d’Este. Non avendo la DeLorean di Ritorno al Futuro mi accontento del museo. Che a pensarci bene è la cosa più vicina ad una macchina del tempo. Basta avere un po’ di fantasia.

Gilded copper alloy candlestick, known as the 'Gloucester Candlestick', England, UK, early 12th century. Museum no. 7649-1861Oggi per esempio ho trascorso la giornata nell’Inghilterra della Regina Vittoria, quella dell’Estetismo, di Oscar Wilde e Aubrey Beardsley. Quella di William Morris e delle Arts and Crafts, dell’Orientalismo e dei Preraffaelliti. Mi aggiro tra le bacheche sfavillanti di gioielli e argenti Liberty, coloratissime ceramiche William de Morgan, delicati bicchieri di Philip Webb, abiti di velluto, mobili laccati in stile giapponese e mi sembra di essere uno dei personaggi del libro di A.S. Byatt che ho finito da poco di leggere e che tra le altre cose ha come protagonista anche questo museo. Basta aggirarsi al museo la mattina presto o la sera tardi per accorgersi che con le sue sterminate collezioni, il Victoria & Albert Museum è già di per se’ un luogo incantato. Ma nel libro lo diventa in tutto e per tutto.

220px-TheChildrensBook Qui, tra le infinite sale del museo di South Kensington, la scrittrice di libri per l’infanzia Olive Wellwood viene con i suoi figli per trarre ispirazione per la sua nuova storia. E qui, mentre conversa con Prosper Cain, curatore del museo, nota la misteriosa figura di un ragazzo intento a disegnare il candelabro di Gloucester, uno dei miei oggetti preferiti. Realizzato per la cattedrale di Gloucester all’inizio del XII secolo, è uno degli oggetti più rappresentativi della storia dell’arte inglese la cui ricca decorazione di fogliame dorato rivela piccole figure umane si muovono verso l’alto, impegnate in una lotta disperata con mostri spaventosi mentre cercano di raggiungere la luce della candela, simbolo di Dio

È il 1895 e da questo semplice episodio parte un romanzo che, attraverso le vicende di quattro famiglie e di molti altri personaggi, porta il lettore fino alla Prima Guerra Mondiale. Una miriade di personaggi ‘secondari’ circondano i Wellwood di Todefright, tra cui quella dello stravagante artista vasaio Benedict Fludd, il cui personaggio è modelato su quello del ceramista del rinascimento francese Bernard Palissy, mentre innumerevoli piccoli cammei sono dedicati anche a personaggi storici come William Morris e Oscar Wilde, ammalato e distrutto dopo essere uscito dal carcere e prossimo alla morte (avvenuta nel 1900), e ancora le suffragette, G. B. Shaw, Virginia Woolf e James Barrie, il ‘padre’ di Peter Pan.

Un periodo eccezionale quello, nel bene e nel male. Ora più che mai mi chiedo chissà cosa rimarrà di questa nostra epoca. Ai posteri l’ardua sentenza…

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Le figlie dei fiori: a Londra Liberty in Fashion

Non è un mistero che il mio passatempo preferito sia andare in giro per musei di Londra. Il Fashion and Textiles Museum nel quartiere di Bermondsey è una “scoperta” relativamente recente (vedi storia del costume da bagno) anche se ne conoscevo l’esistenza da anni, ed ora è uno dei miei preferiti, vicino com’è al Tamigi e alla Torre di Londra.  Come ho ho avuto occasione di dire in precedenza, Il FTM è l’unico museo in Gran Bretagna ad occuparsi dell’evoluzione della moda contemporanea e ancora per qualche giorno ospita una mostra super interessante dal titolo Liberty in Fashion.

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Liberty &. C. London, 2014. Photo by Paola Cacciari

In Italia Stile Liberty è sinonimo di Art Nouveau. Ma in realtà il nome deriva da quello della ditta omonima fondata nel 1875 da Arthur Lasenby Liberty (1843-1917) il figlio primogenito di un commerciante di stoffe di Chesham che con grande spirito di iniziativa ha cambiato il corso della storia del costume. Impiegato nei grandi magazzini in Regent Street di proprietà della Farmer & Rogers, Arthur Liberty ne era diventa in breve tempo il responsabile; ma quando la ditta lo rifiuta come socio allora il nostro eroe capisce che è giunto il momento di spiccare il volo. E nel 1875 crea Liberty & Co. un negozio specializzato in tessuti, ornamenti e oggetti d’arte importati dall’Oriente

La mania per l’arte e la cultura giapponese che aveva investito l’Europa nella seconda meta’ dell’XIX secolo in seguito alla Restaurazione Meiji del 1868, fa sì che il Giappone ponga fine al tradizionale isolamento, aprendosi i suoi porti al commercio con l’Occidente.  E, come spesso accade con le novità, il mondo diventa improvvisamente pazzo per tutto quanto proveniva dalla terra del Sol Levante e Liberty, lungimirante come al solito, da subito comincia a ricercare oggetti provenenti dall’estremo oriente per soddisfare la mania per il Giapponismo e l’Orientalismo in genere che aveva investito Londra e l’Inghilterra alla vigilia del nuovo secolo. La purezza delle linee dell’arte giapponese, la semplicità e il naturalismo del suo modellato avranno un’influenza determinate non solo sull’arte Britannica ed europea, ma anche sul costume femminile: non a caso Liberty diventa sinonimo di esotismo e indumenti come il Kimono, che sono alla base di vestaglie e abiti avvolgenti, diventano tipico del Liberty look.

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Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Questa possibilità non sfuggi ad Artur liberty che, quando aprì al mondo le porte del suo ‘bazar orientale’ in Regent Street, decise che non avrebbe seguito la moda esistente, ma ne avrebbe create di nuove. E lo fece non solo incoraggiando gli artisti e artigiani delle Arts and Crafts , ma anche i seguaci del nuovo stile Art Nouveau e dell’Estetismo.

Ma se tutti gli ggetti in vendita erano di alto valore artistico, Liberty divenne noto a livello internazionale per i suoi tessuti morbidi, ideali per la moda fluida favorita dall’Estetismo. Questo movimenti infatti, promuoveva abiti dalla linea fluida che celebravano la linea naturale del corpo femminile anziché costringerlo  nei corsetti e nelle imbottiture che caratterizzavano l’abbigliamento femminile degli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e presto il nome ‘seta Liberty’ diventa sinonimo del materiale utilizzato da sarte e modiste per l’artistic dress, l’abito artistico prediletto dalle anticonvenzionali signore associate al movimento, indipendentemente dal fatto che provenisse da da Liberty o meno. L’assenza di decorazione applicate, nastri, piume (etc etc.) porta allo sviluppo del ricamo.

 Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

La sua merce ebbe un successone tra gli artisti dell’epoca e personaggi come Oscar Wilde, Dante Gabriel Rossetti, Ellen Terry, James McNeill Whistler e Frederick Leighton furono tra i suoi primi clienti. Le vetrine del suo negozio, un vero e proprio arcobaleno di tessuti  stampati e divennero un’attrazione turistica. Non sorprende gli furono commissionati i costumi per il cast originale del Mikado di Gilbert e Sullivan.

Gli affari andavano così bene che, nel 1924, l’azienda si trasferisce nell’incantevole edificio Arts and Crafts di Great Marlborough Street, che è ancora la sua sede. Disegnato dagli architetto Edwin Thomas Hall, la costruzione, in stile mock Tudor come viene chiamato il revival dell’architettura Tudor ed Elisabettiana che caratterizza l’Epoca Edoardiana, incorpora anche le travi di due vecchie navi da guerra nella facciata la HMS Impregnable e la HMS Hindustan, il cui legno stagionato conferisce quell’alone di autenticità che fa sì che i turisti spesso scambino l’edificio per un vero superstite dell’epoca Tudor.

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Liberty & C. London, 2014. Photo by Paola Cacciar

I delicati motivi floreali che Liberty aveva cominciato a produrre già da prima della Prima Guerra Mondiale, diventano largamente popolari nel periodo tra le due guerre con il revival dell punto smock per i capi di abbigliamento femminili, un motivo decorativo utilizzato dai lavoratori agricoli nel XVIII e XIX secolo e che Liberty utilizza principalmente per l’abbigliamento dei bambini. confermo: da bambina avevo anch’io un abitino simile…)

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I romantici fiori Liberty raggiungono nuove punte di popolarità negli anni Cinquanta che porta alla creazione del Liberty Design Studio, mirato a creare il meglio in fatto di abbigliamento. Ma chi credeva che l’avvento della Swinging London fosse la fine per questi tessuti colorati si sbagliava di grosso, che le stampe Liberty sono riproposte con rinnovato vigore anche negli anni Sessanta e Settanta nelle collezioni di stilisti come Mary Quant e Jean Muir che li rivitalizzano, facendone simbolo di una moda giovane e libera, romantica e anticonvenzionale.

 Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Gran parte dei pezzi presenti alla mostra del Fashion and Textile Museum provengono dalla collezione privata di Mark e Cleo Butterfield, una coppia di coniugi appassionati di tessuti Liberty che negli anni Sessanta hanno setacciarono i mercatini di Portobello e Kensington alla ricerca di questi – ora preziosissimi – abiti e tessuti per la loro collezione. Vero e proprio paradiso per disegnatori, costumisti teatrali e cinematografici e oltre che da stilisti come Vivienne Westwood e da marchi come Nike, la loro collezione è stata usata di recente per creare gli abiti indossati da Eddie Redmayne nel film The Danish Girl.

Londra//fino al 28 Febbraio 2016

Liberty in Fashion

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London 2016 © Paola Cacciari

 

L’epoca edoardiana. Ovvero: fuga nella bellezza

Con l’ascesa la trono di Edoardo VII il 22 Gennaio del 1901, l’Inghilterra si trasforma da un giorno all’altro. A sessant’anni il re non era più un ragazzino e grazie all’ostinato rifiuto della Regina Vittoria, sua madre, di coinvolgerlo negli affari di stato, a “Bertie” (com’era noto in famiglia – il suo vero nome era Albert Edward) non era rimasto altro che attendere pazientemente il suo turno al timone della nazione ingannando l’attesa tra viaggi, cavalli, amanti e amicizie non proprio raccomandabili. Non sorprende pertanto che l’atteggiamento a dir poco “epicureo” del sovrano abbia contribuito a creare quell’immagine dell’epoca edoardiana come età romantic, fatta di lunghi pomeriggi estivi, di ricevimenti all’aperto, di partite di tennis e pedalate in campagna; di donne eleganti che indossano immacolate pettorine di pizzo e acconciature rigonfie che incorniciano il viso e da uomini in paglietta e ghette. Un’immagine che sembra uscita da un quadro di John Singer Sargent (1856-1925), non a caso il più grande ritrattista dell’epoca edoardiana, e che pur non essendo falsa (quella di Edoardo VII fu davvero un’ età di piacere e di opulenza) non racconta tuttavia l’intera storia.

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

Quello a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo fu un periodo di grande transizione in cui passato e futuro vanno di pari passo in modo quasi schizzofrenico. Ma l’ottimismo della Bell’Epoque che già cominicia a sostituirsi alla severità vittoriana a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, è superficiale e nasconde in realtà potenti forze sotterranee che minano dal profondo la struttura della società. Questi sono gli anni del socialismo, dei diritti del lavoratori e del movimento per il suffragio femminile. Ma soprattutto, questi sono anni caratterizzati da un profondo vuoto religioso che viene ansiosamente riempito da “culti” alternativi.

Il culto dell’Impero era uno di questi. Il successo e la longevità dell’Impero britannico sono da attribuirsi principalmente alla (quasi) “superomistica” convinzione che la sobrietà e rettitudine morale che lo caratterizzavano, rendessero il modello di vita britannico, superiore a quello di altri paesi e che per questo tale modello fosse degno di essere esportato nel mondo. Il culto dell’Impero vede il sostituirsi ai luoghi classici del Grand Tour europeo l’India misteriosa, l’Africa nera e la lontana Australia, mentre la musica di Edward William Elgar (1857-1934), i romanzi esotici di Rudyard Kipling (1865-1936) e l’imponente architettura di Sir Aston Webb (1849-1930) ne gridano al mondo l’impegno e le virtù civili. Ma con la superficie dell’Impero cresce anche l’isolamento intellettuale della Gran Bretagna, che mai come in questo periodo guarda con sospetto a tutto quanto viene dall’Europa, sopratutto se francese.

1.Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 - National Portrait Gallery, London

Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 – National Portrait Gallery, London

Coloro che rispondono al richiamo del Continente, come Oscar Wilde (1854-1900) e Aubrey Beardsley (1872-1898), sono additati come esempi viventi di depravazione e decadenza. Benvenuti nel mondo dei figli del Decadentismo, gli esteti, coloro che non hanno altro dio all’infuori della Bellezza.

Sarà proprio profondo malessere sociale che attraversa la società britannica a cavallo tra i due secoli una delle cause principali della nascita dell’Estetismo. Colpa del diritto di voto (almeno per gli uomini e solo se borghesi…) che aveva allargato la società e sfumato le tradizionali barriere che separavano le classi sociali. Con l’avvento della “cultura di massa” promossa dalla società vittoriana, le arti che prima erano predominio di un ristretto circolo di pochi eletti, erano diventate accessibili (sebbene in forme diverse) anche al popolino della working class. A questo si aggiunse l’avvento delle ferrovie che aveva reso gli spostamenti facili ed economici, permettendo così persino alla classe operaia di andare in vacanza. Davanti a tanta sovversione sociale, agli aristocratici e agli artisti non restano cose come che il “gusto” e lo “stile” per continuare a distinguersi dagli strati inferiori della società.

Artist Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection co Christie

Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection c/o Christie‚

Dice la leggenda che quando i suoi occhi si posano sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia sospirato: “La mia carta da parati e io abbiamo ingaggiato un duello all’ultimo sangue – uno di noi deve andarsene.” In un mondo come quello dell’Estetismo, che ha come religione la bellezza e come motto “Art for art’s sake”, anche cose come la carta da parati contavano molto. Perché, lungi dall’essere un mero stile artistico, l’Estetismo era prima di tutto uno stile di vita di Oscar Wilde era l’auto-dichiarato profeta. Gli esteti vestivano in modo flamboyant, portavano capelli lunghi e brache di velluto al ginocchio, amavano i colori sgargianti, le piume di pavone e le ceramiche giapponesi.

Tra lo sgomento del grande critico d’arte John Ruskin (1819-1900), per il quale l’arte andava di pari passo con la moralità, la pittura narrativa ed edificante che aveva caratterizzato l’età vittoriana lascia il posto alle sensuali bellezze del maturo Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), al raffinato virtuosismo formale di Edward Coley Burne-Jones (1833-1898), alle scene di vita romana di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) e di Frederic Leighton (1830-1896), al colore monocromatcio e alle forme semplificate che già preannuciano le strazioni moderniste di James McNeill Whistler (1834-1903). Ironia della sorte, ciò che inizia come un esperimento privato tra un gruppo di amici residenti tra Chelsea e Holland Park, finisce con il diventare patrimonio di tutti quando, nel 1875, Arthur Liberty (1843-1917) apre Liberty & Co, il grande magazzino che prende il suo nome in Regent Street, rendendo così –paradossalmente – la bellezza alla portata di tutti.

Ma un tale cambiamento non rimane confinato alla solamente alla pittura. Per secoli relegata a lapidi, tombe e busti celebrativi, durante l’Estetismo anche la scultura si allontana dai soggetti celebrativi tipicamente vittoriani per esprimere nuove emozioni, sensazioni e una nuova spiritualità, grazie all’opera di artisti come il suddetto Lord Leighton (che oltre ad essere un fantastico pittore era anche uno scultore di tutto rispetto) ed Alfred Gilbert (1854-1934) la cui scultura più famosa è forse il piccolo Eros di bronzo che fa bella mostra di sé a Piccadilly Circus del 1893.

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Diversamente da quanto era accaduto in Francia e in Russia, in Inghilterra non ci furono rivoluzioni a rompere con lo status quo. Al contrario. Invece che guardarla con sospetto, la società britannica vede l’aristocrazia come l’incarnazione stessa della cultura Britannica: un modello a cui aspirare piuttosto che distruggere. E questo ci porta ad un altro culto dell’epoca edoardiana, quello della riscoperta del glorioso passato inglese.

Iniziato nel XVIII con Horace Walpole (1717-1797), l’ossessione per il passato medievale inglese si intensifica nella seconda metà nell’Ottocento portando, oltre alle Arts and Crafts di William Morris, anche alla nascita di istituzioni come il National Trust (fondato nel 1895), volte a salvaguardare monumenti antichi. Ossessionata com’era dallo stile di vita aristocratico, la classe media non badava a spese per imitare l’aristocrazia nello sforzo di resuscitare l’età d’oro dei Tudor, con la sua eclettica architettura in mattoni rossi e travi a vista. Il fatto che quella fosse un’epoca patriarcale, gerarchica, maschilista e intrinsecamente ostile alle donne non sembrava preoccupare nessuno, se non le Suffragette.

Resta il fatto che quella edoardiana fu un’età d’oro per l’architettura domestica, con personaggi come Charles Francis Annesley Voysey (1857–1941) e Charles Robert Ashbee (1863-1942) che con la loro architettura spiccatamente originale lasciano la loro impronta non solo a Londra, ma in tutta la Gran Bretagna. Costruite per sembrare antiche, le nuove case borghesi e sono irregolari, discrete e armonicamente inserite in un paesaggio che (al contrario delle grandi country houses delle epoche Tudor ed elisabettiana) non vogliono più dominare, ma a cui vogliono appartenere. In questo nulla è più perfetto della magnifica Standen, costruita tra 1892 il 1894 da Philip Webb (1831-1915), il creatore della Red House di William Morris. Costruita per il ricco avvocato londinese James Beale e la sua famiglia, Standen è una poesia di legno e mattoni, decorata da sublimi interni Arts and Crafs; immersa nel verde della Contea del West Sussex, a circa un’ora di treno da Londra, era tuttavia fornita di ogni comfort e persino della luce elettrica!

Standen National Trust Exterior, UK - Diliff by Diliff

Standen, National Trust

Con la morte di Edoardo VII il 6 Maggio 1910 si chiude un età di opulenza e di piacere. Chissà quale strada avrebbe intrapreso l’Inghilterra se gli orrori della Prima Guerra Mondiale non avessero catapultato la Nazione nel Modernismo.

2015©Paola Cacciari

pubblicato su Londonita

Constance: The Tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde, Franny Moyle

Poco si sapeva di Constance Wilde prima che la scrittrice inglese Franny Moyle le dedicasse una biografia. La sua esitenza – come spesso accade a quella delle mogli e delle compagne di uomini famosi – diventa funzionale al personaggio del marito, una sorta di Luna al sole del compagno. 

Lo stesso accade a Cosntance, per anni rimasta prgioniera del personaggio di moglie paziente, fedele al marito Oscar anche quando fu accusato di=el reato di omosessualità, processato e condannato a due anni di carcere e lavori forzati.

Ma non fu sempre così. Attingendo ad una fino ad’ora poco esplorata miniera di lettere scritte dall’instancabile Constance, Franny Moyle ci regala un affascinante ritratto di una donna la cui vita e le cui conquiste sono state troppo a lungo dimenticate.

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Constance Wilde. Photograph: Williams Andrews Clark Memorial Library, University of California

È la Primavera del 1895. Constance Lloyd (1858-1898) – giornalista, autrice di letteratura per l’infanzia, modello di stile e moda e femminista attivamente impegnata nella lotta per i diritti delle donne – vede la sua vita sconvolta oltre ogni aspettativa quando suo marito, Oscar Wilde, si trova coinvolto in un processo che lo vedrà condannato per crimini omossessuali.
Già nel 1991 Lord Alfred Bosie Douglas detto “Bosie”, aveva preso il suo posto nel cuore dell’adorato Oscar. Colta nel mezzo di uno scandalo pubblico di dimensioni epiche, Constance (che è pur sempre una donna vittoriana e come tale prigioniera di certe convenzioni) è costretta a fuggire, abbandonando Londra e l’Inghilterra, portando con se i suoi figli Cyril e Vyvyan e lasciandosi dietro la sua bella casa, le sue lotte politiche e sociali ed una brillante carriera letteraria. Deve lasciare persino il suo cognome, Wilde, che la donna cambia in Holland, per dissociarsi dallo scandalo che aveva distrutto la sua vita. Morì a Genova nel 1898, e la sua tomba si trova tutt’ora nel Cimitero monumentale di Staglieno

Per chi legge in inglese: Constance: The Tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde.

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Il culto della bellezza

Quello della fine del XIX secolo è un periodo denso di novità a cominciare da un gruppo di artisti, architetti, pittori e designers che, disgustati dalla bruttezza della società industriale si uniscono nella ricerca di un nuovo concetto di bellezza. L’Estetismo, come questo movimento divenne noto ai più, riuniva pittori, artisti e letterati come Dante Gabriel Rossetti, William Morris, Edward Burne-Jones, James McNeill Whistler e naturalmente LUI, Oscar Wilde.

Se The Cult of Beauty, la mostra del Victoria and Albert Museum è sensazionale, il catalogo non è da meno. Curato da Stephen Calloway questo libro riccamente illustrato rivela come ogni aspetto della vita di questi personaggi fosse imbevuto del concetto de ‘l’arte per l’arte’ e di come la ricerca della bellezza, il mantra della vita di ogni esteta, fosse applicata ad ogni area della loro vita – dai mobili alla carta da parati, dall’abbigliamento alla decorazione d’interni. D’altra parte, come suggerisce William Morris “non tenere nulla nella tua casa che non sia utile o bello.” Parola di esteta.

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Il culto della bellezza in mostra al Victoria and Albert Museum

Si racconta che, quando i suoi occhi si posarono sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia mormorato: “Uno di noi deve andarsene”. Leggenda metropolitana? Poco importa: quello di Oscar Wilde e dell’Estetismo era un mondo in cui cose come la carta da parati contavano molto. Se ne parla, fino al 17 luglio, al Victoria and Albert Museum di Londra.

Frederic Leighton – Pavonia – 1858-59 © Private Collection c/o Christie

L’Inghilterra della metà del XIX secolo è una realtà in grande fermento. L’industrializzazione e la crescita urbana che ne consegue portano alla costruzione di case più confortevoli e a una crescente domanda di oggetti di arredamento (mobili, tappeti, tende e carta da parati) da parte di una borghesia ansiosa di promozione sociale. Ma la crescita economica e la produzione in serie sono nemiche della qualità. Qualità che William Morris, con il suo movimento delle Arts and Crafts, si propone di restaurare, dedicandosi alla produzione di oggetti che siano esteticamente belli, oltre che utili. Morris è un socialista che, opponendosi alla volgarità della produzione industriale, vuole portare la bellezza alle masse. Ma per un gruppo di intellettuali e artisti come Dante Gabriel Rossetti, il culto della bellezza diventa l’unico mezzo per opporsi al rigido moralismo vittoriano.

Napoleon Sarony – Oscar Wilde – 1882 – National Portrait Gallery, Londra

Celebrazione della bellezza in tutte le sue forme ed espressioni, The Cult of Beauty: The Aesthetic Movement 1860-1900 al Victoria and Albert Museum è una vera e propria festa per gli occhi, con oltre 250 opere (dalle fotografie di Julia Margaret Cameron ai colorati artefatti di William Morris e delle sue Arts and Crafts, ai numerosi dipinti di grandi dell’epoca come Frederick Leighton, Edward Burne-Jones e James McNeill Whistler) organizzate cronologicamente in quattro sezioni, racconta la storia dei padri del Decadentismo.

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Diaghilev e la storia dei Balletti Russi: l’altra rivoluzione russa

Venerdì sera alternativo, passato per una volta non al museo, ma ad un concerto della London Philarmonic Orchestra a sentire  La  sagra della  Primavera (Le Sacre du printemps) di Igor Stravinskij.

Ma questa di Stravinskij, lungi dall’essere una nuova sinfonia in realtà era la musica per il balletto da lui creato con la coreografia di Vaslav Nijinsky per i Balletti Russi di Djaghilev nel 1913. Come spesso accadde con i Balletti Russi, la prima rappresentazione al Theatre des Champs-Elysées di Parigi fece scoppiare una vero e proprio pandemonio tra quelli che ritenevano questo balletto un abominio e quelli che invece lo esaltavano come la nascita della musica moderna. Ma Stravinskij non sarebbe stato nulla senza il supporto di quel personaggio geniale che era Sergei (Serge) Pavlovich Diaghilev (1872-1929).

Nato in Russia nel 1872 da una famiglia aristocratica di Novgorod, Diaghilev studia legge all’università prima di dedicarsi alla pittura, al canto e alla musica. Critico d’arte e affascinato dal balletto, diventa consigliere artistico dei teatri Imperiali di Pietroburgo prima di fondare con gli amici Leon Bakst e Alexandre Benois la rivista d’avanguardia Il mondo dell’arte.

Affascinato dal balletto, che occupa nella cultura russa un ruolo molto più importante che in qualsiasi altra nazione europea (incluse Francia e Italia dove la danza classica era nata all’inizio del XIX secolo), nel 1909 Diaghilev si imbarca nell’avventura che diventerà la sua ragione di vita. Avventura che è stata sapientemente raccontata da Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929, un’elettrizzante mostra al Victoria and Albert Museum di Londra. Circa trecento oggetti che vanno da scenari teatrali cubisti a costumi originali disegnati da geni come Picasso, De Chirico, Bakst e Matisse, accompagnati da poster e filmati d’epoca cronologicamente organizzati nelle tre sale, ad esplorare la storia della compagnia e soffermandosi occasionalmente, su temi personaggi o tematiche.

"Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov" by Valentin Alexandrovich Serov - PDF (for version uploaded on 2 January 2014). Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg#/media/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg

“Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov” by Valentin Alexandrovich Serov .

Critico d’arte e consigliere artistico dei teatri Imperiali di Pietroburgo, Diaghilev è passato alla storia per aver portato il balletto in generale – e il balletto russo in particolare – nel mondo degli sponsor privati (o quasi), nonchè per essere stato il più famoso omosessuale dal tempo di Oscar Wilde (che non a caso aveva incontrato e per cui nutriva grande stima).

E per chi come me è un po’ una profana in fatto di balletto (ma sto studiando molto…), la mostra del Victoria and Albert Museum è davvero illuminante. Che per esempio non sapevo che la compagnia di Diaghilev che per la cronaca comprendeva i migliori giovani ballerini russi, quasi tutti provenienti dal Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, come Anna Pavlova e Vaslav Nijinskij (la stella della compagnia, con cui l’impresario ebbe un’appassionata relazione) avesse collaborato con moltissimi artisti delle Avanguardie artistiche del Novecento, come Derain, Matisse e Picasso. O che avesse lanciato le carriere di musicisti come Stravinskij, Prokofiev, Rimsky-Korsakov e dei miei adorati francesi Satie, Debussy e Ravel!

Diaghilev reinventa la sua compagnia come laboratorio e piattaforma di lancio per le avanguardie, collaborando con artisti come Picasso, Cocteau, Derain, Braque e Matisse e lanciando la carriera di musicisti come Stravinskij e Prokofiev. Inizialmente ispirata all’arte russa della fine del XIX secolo, la compagnia dei i Balletti Russi durante i vent’anni della sua esistenza pertipatetica cambia completamente la percezione europea in fatto di musica, colore e movimento. Da Scheherazade che unisce la musica di Rimsky-Korsakov, il virtuosismo del danzatore Vaslav Nijinsky e i disegni di Léon Bakst, a Parade che vede all’opera i geni di Eric Satie, Cocteau e Picasso.

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Ma durante i devastanti anni della Prima Guerra Mondiale (1914-18) la compagnia si trova tagliata fuori dai grandi circuiti dell’Europa occidentale di Londra, Parigi, Berlino e Montecarlo. E se nel 1914 Diaghilev e Stravinsky erano rispettabili cittadini dell’Impero Russo, soli quattro anni dopo si trovano improvvisamente esililiati e senza patria in fuga da una Russia Bolscevica devastata dalla Guerra Civile. Ma non tutto il male viene per nuocere. Perchè questi sono gli anni vedono l’entrata in scena dei modernisti russi Natalia Goncharova, Mikhail Larionov e Naum Gabo e la collaborazione con i Futuristi italiani di Marinetti.

Materiali e costumi riflettono le alterne fortune dei balletti Russi – fortune che spesso ridussero sull’orlo della bancarotta sia Diaghilev che i suoi sponsor. Ma è il potere evocativo dei piccoli oggeti quotidiani presenti nella mostra che cattura l’immaginazione e ricorda il duro lavoro dietro la leggenda dei Balletti Russi. Un paio di logore scarpette da ballo, il manoscritto de L’uccello di Fuoco di Stravinsky pieno di ripensamenti e di cancellazioni, le poche cose possedute da Diaghilev – il suo mantello  da viaggio, l’inseparabile cappello a cilindro e i binocoli con cui ha osservato i trionfi (e gli occasionali disastri) della sua compagnia.

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Illustrations by Léon Bakst

La rivoluzione creata dalla visione di Diaghilev nel mondo del teatro influenzerà le arti visive e la danza cambiando per sempre non solo coreografie e scenari, ma anche il gusto del pubblico.

Di Picasso il V&A si è assicurato la presenza del monumentale (10.4mx11.7m) sipario de Le Train Bleu, disegnato dallo spagnolo nel 1924 e da lui formalmente dedicato a Diaghilev. Sarà il sipario ufficiale dei Balletti Russi per gli anni a venire. E se le dimensioni sono sorprendenti, ancora di più lo sono i segni dell’usura, le pieghe sulla sua superficie. Un testamento alla durezza della peripatetica esistenza di Diaghilev e della sua troupe durante i venta’nni della loro esistenza.

Nell’agosto del 1929, Diaghilev (1872 –1929) si spegne, povero ed esausto, al Grand Hotel di Venezia.  Cosi povero che il suo funerale fu pagato dalla sua amica Coco Chanel. Per uno che un volta disse che “non si può vivere, si può solo essere” Diaghilev ha vissuto la sua vita con sorprendente intensità. Il repertorio dei Ballets Russes ancora oggi resta un’insostituibile risorsa per coreografi di tutto il mondo. Un miracolo, che ancora adesso cattura l’immaginazione.

Londra// fino al 9 Gennaio 2011

Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929,

vam.ac.uk

Wild Thing: Epstein, Gaudier-Brzeska, Gill.

Uno è figlio di un ebreo polacco immigrato in America, l’altro di un curato di campagna, il terzo è un’espatriato francese. Si incontrano nella Londra del primo Novecento. E insieme cambiano il volto della scultura inglese per sempre…

Corre l’anno 1908 quando Jacob Epstein scandalizza Londra con i suoi nudi scolpiti sulla facciata della British Medical Association. Ma la pubblicità, anche se negativa, è pur sempre pubblicità (ne sa qualcosa Damien Hirst) e lo scandalo gli porta, nel 1912, la commissione per la monumentale tomba di Oscar Wilde al cimitero Père Lachaise di Parigi.
Quando arriva a Londra da New York nel 1905, Epstein è ancora uno strano mix di classicismo rinascimentale e fluido naturalismo rodiniano. Ed è a questo punto che incontra Eric Gill. I due non potrebbero essere più diversi. Figlio di un curato di Brighton che studia per diventare architetto, Gill è affascinato dall’arte indiana e scolpisce opere sessualmente esplicite, ispirate ai bassorilievi dei templi indù (prima che la sua ossessione per il cattolicesimo lo porti a convertirsi, a fondare una setta e a rompere ogni rapporto con Epstein).
Gill convince Epstein ad abbandonare il modello artistico occidentale e a cercare ispirazione nell’arte assiro-babilonese, visibile al British Museum. Eric Gill - A Roland for an Oliver/Joie de Vivre - 1910 - bassorilievo con colore applicato - cm 94 - The University of Hull Art Collection, Kingston upon Hull - photo Mike ParkEpstein lo ascolta e il risultato è la figura alata (demone o angelo?) della tomba di Oscar Wilde.
Ossessionati da temi come virilità, fertilità e procreazione, Epstein e Gill condividono il desiderio iconoclasta di ritornare alla purezza espressiva della scultura preistorica, liberando la scultura britannica dall’ignoranza in cui l’accademismo vittoriano l’ha precipitata.
Tale desiderio è condiviso anche da Gaudier-Brzeska. Nato ad Orléans, approda a Londra nel 1911, in fuga da Parigi e dal servizio militare, con la sua compagna, l’eccentrica scrittrice polacca Sophie Brzeska, di vent’anni più vecchia, di cui adotta il cognome. Gaudier sbarca il lunario creando poster, ceramiche e sculture per l’Omega Workshops di Roger Fry. Ma, quando visita Epstein nel suo studio (dove vede la tomba di Oscar Wilde), decide che la sua strada è la scultura. Ovviamente d’avanguardia.
Con Wild Thing: Epstein, Gaudier-Brzeska, Gill la Royal Academy esplora il breve momento che ha cambiato la storia dell’arte inglese. Perché l’arte moderna non nasce con Henry Moore e Barbara Hepworth, ma col nuovo linguaggio, a metà fra naturalismo e astrazione, di questi tre artisti.

Tre artisti, tre sale. Provocatorio e incredibilmente esplicito nei suoi bassorilievi come nelle sue iscrizioni, Gill produce sculture dalle linee allungate e fluide di sapore quasi bizantino. Una donna vestita solo di una collana dorata emerge dalla pietra bianca: è A Roland for an Oliver/Joie de Vivre (1910). Jacob Epstein - Torso in Metal from the 'The Rock Drill' - 1913-14 - bronzo - cm 70,5x58,4x44,5 - Tate, LondonSorride enigmatica, mostrando orgogliosa i genitali. E nella puritanissima epoca edoardiana si grida allo scandalo.
Ma questo è solo l’inizio. Nello stesso anno in cui Duchamp crea il suo primo ready made, Epstein incorpora un trapano pneumatico nella scultura in gesso di un androide asessuato che sembra uscito da Guerre Stellari. La critica non apprezza e definisce Rock Drill rivoltante e inappropriata. E, alla vigilia della carneficina della Prima Guerra Mondiale, persino Epstein è d’accordo. E smantella la scultura (quella in mostra è una ricostruzione del 1974), lasciando ai posteri una versione “epurata” in bronzo (1913-14).
Precoce e dotato di un incredibile talento, Gaudier-Brzeska trova la sua visione personale nel Vorticismo di Wyndham Lewis ed Ezra Pound. Ma né Lewis né gli altri hanno il suo stesso coraggio: arruolatosi nell’esercito nel 1914, Gaudier muore in battaglia nel 1915 a soli ventitre anni. E guardando la gioiosa energia di Red stone dancer possiamo solo fantasticare su quello che avrebbe potuto essere di lui se fosse vissuto.

 

Paola Cacciari

pubblicato su Exibart

Londra//fino al 24 Gennaio 2010