Picasso, 1932: Amore, fama, tragedia.

Nel 1932 Pablo Picasso (1881-1973) era uno degli artisti più famosi del XX secolo. A cinquant’anni vestiva eleganti abiti inglesi cuciti a Savile Row e scorrazzava tra la sua casa di Parigi nell’elegante rue La Boétie, e quella di Boisgeloup, in Normadia su una Hispano-Suiza guidata da una autista che Picasso non sapeva guidare. Ma era anche molto inquieto, intrappolato dalla vita borghese che si era costruito e che era lontana anni luce dal suo passato di povero immigrato spagnolo che sbarcava il lunario al Bateau Lavoir. In questo periodo flirta con il Surrealismo mentre continua a cercare di battere il rivale Henry Matisse nella gara dei colori.

Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)
Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)

Dopo una turbolente relazione con la modella Fernande Olivier, nel 1918 Picasso sposa la russa Ol’ga Chochlova, ballerina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev e la modella di gran parte delle opere da lui create tra il 1910 e il 1920. Ma il matrimonio non gli impedisce di intessere un’appassionata relazione con la giovane Marie-Thérèse Walter (1909-1977) dalla quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga che, quando nel 1935 scoprì i tradimenti del pittore, chiese il divorzio e con il figlio Paulo si trasferì nel sud della Francia). Marie-Thérèse aveva diciassette anni quando nel 1927 incontra Picasso. Lui ne aveva quarantacinque. La loro turbolenta relazione si concluse poi nel 1935 quando Picasso si innamorò dell’artista surrealista Dora Maar, ma questa è un’altra storia.

Marie-Thérèse è ovunque in questa mostra: nei dipinti, su di un bassorilievo di bronzo, in una scultura. Marie-Thérèse che dorme, sogna, nuota e siede su una sedia. “Dipingo”, disse Picasso, “nello stesso modo in cui alcune persone scrivono un’autobiografia”. E certo le sue opere sono il migliore dei diari: qui le sue emozioni, le sue passioni, i suoi tradimenti sono esposti senza filtri agli occhi di chiunque volesse vederli. Ma nel suo diario o dipinto, non si fa menzione di nessuna delle vicende storiche di quelli anni che portarono alla seconda conflitto mondiale. Picasso non era interessato alla politica, solo a se stesso, almeno fino a quando il bombardamento tedesco della città di Guernica gli fece cambiare idea e produrre una delle tele più potetenti del secolo.

 

Mentre nuotava nell’inquinato fiume Marne Marie-Thérèse contrasse un’infezione che la portò a perdere gran parte della sua bellissima chioma bionda. Questa vicenda colpì molto Picasso che riversò le sue emozioni sulla tela tramite l’uso di colori meno brillanti. Da qui il drammatico sottotitolo appioppato dai curatori della Tate “Love, Fame and and Tragedy” come esca per attirare il pubblico – come se da solo il nome di Picasso non bastasse ad attirare frotte di devoti pellegrini o semplici curiosi.

Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018
Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018

Quando esco dalla mostra sono certa di tre cose:

  1. che Picasso non è un cubista, o almeno non è SOLO un cubista (cioè lo è stato, ma per troppo poco tempo perchè questa etichetta basti a contenera l’esuberanza creativa che lo ha portato a creare circa 50,000 opere nel coso della sua esistenza) basta guardare la linea sinuosa e ipnotica che contiene a stento l’esplosione di colore dei suoi dipinti del 1932;
  2. che i suoi disegni, schizzi ad inchiostro e incisioni sono di una bellezza strepitosa e non mi stancherei mai di guardarli;
  3. che nonostante tutto il mio Picasso preferito e quello degli inizi, del periodo Blu e Rosa, piú figurativo e per me infinitamente piú poetico.

Nonostante tutto, questa è una mostra straordinaria. Tanto di cappello alla Tate Modern. 🙂

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

 

Annunci

Modì, mon amour!

Se c’è stato qualcuno che ha fatta sua l’arte del networking, quello è stato il nostro Amedeo Modigliani (1884-1920). Nato a Livorno nel 1884 da una colta da una famiglia ebraica che incoraggia il suo talento, Modigliani sa che se vuole fare carriera nel mondo dell’arte c’è solo un posto dove può realizzare il suo sogno. E così nel 1906 si trasferisce a Parigi.

 Modigliani in his studio, photographed by Paul Guillaume, c1915. Photograph: © RMN-Grand Palais (Musée de l’Orangerie)
Modigliani in his studio, photographed by Paul Guillaume, c1915. Photograph: © RMN-Grand Palais (Musée de l’Orangerie)

La Parigi d’inizio secolo era la Mecca artistica dell’avanguardia, che cavalcava ancora la scia dell’Esposizione di Parigi del 1900. Come Picasso sei anni prima, anche Modì cerca un alloggio sulla collina di Montmartre, un altro forestiero tra i molti che già avevano cercato riparo lungo il pendio della collina, che andava ad ingrossare la popolazione indigen di quel area, fatta di piccoli commercianti, intrattenitori, piccoli criminali, prostitute (in pratica tutti coloro che erano stati eradicati dagli sventramenti voluti da Napoleone III e portati avanti dal politico, urbanista e funzionario Georges Eugène Haussmann (meglio noto come Barone Haussmann) oltre a, naturalmente, numerosi artisti attirati dall’economicità dalla zona.

E dato che oltre ad essere fuori dei confini della città (e pertanto libera dalle tasse municipali), poteva vantare una produzione di vino locale (tuttora conserva le uniche vigne di Parigi), non sorprende che Montmartre divenne in breve il centro dell’intrattenimento (meglio se decadente), con i suoi cabaret tra cui il Moulin Rouge e de Le Chat noir e le Lupin Agile.

Come tutti coloro che non potevano permettersi altro, anche Modigliani trova un alloggio nei pressi de Le Bateau-Lavoir, lo stabile al numero 13 di place Émile-Goudeau che aveva visto tempi migliori come fabbrica di pianoforti  e che all’epoca era l’abitazione di numerosi artisti, tra cui uno squattrinato Picasso, ma anche Georges Braque, Max Jacob, Marie Laurencin, Guillaume Apollinaire e André Salmon. In breve Modì comincia a frequentare il gruppo di Picasso (restando pero’ sempre ai margini del cubismo), stringe una profonda amicizia con il russo Chaïm Soutine, conosce Brancusi e si fa affascinare dall’arte africana e, sulla scia di Henri de Toulouse-Lautrec e Paul Cézanne, insieme agli altri si diede da fare per dare il suo contributo alla creazione dell’arte moderna.

Modigliani, Pablo Picasso and André Salmon, 1916
Modigliani, Pablo Picasso and André Salmon, 1916

Ma Modì non vuole essere associato a nessun altro e come Brancusi prima di lui resta fieramente indipendente dalle correnti delle nuove avanguardie. Il suo stile è unico, i volti allungati che rigordano vagamente le maschere africane, resi con linee pure, dagli occhi a mandorla e nasi storti che torreggiano su bocche enigmatiche. Come Picasso, anche Modigliani riduce la forma umana all’essenziale.

Modigliani amava dipingere, ma la sua vera passione era la scultura. Una passione che porta avanti con difficoltà visto che era cosi squattrinato che doveva rubare i blocchi da scolpire ai muratori delle imprese edili che stavano poco a poco gentrificando la collina di Montmartre, e che deve abbandonare dopo pochi anni in quanto la sua tubercolosi peggiorava causa delle polveri generate dalla scultura.

Dal 1914 torna così alla pittura, ritraendo gli amici di baldoria di Montmatre e del Le Bateau-Lavoir, come l’amico Chaïm Soutine, la scrittrice e giornalista inglese Beatrice Hastings, alla quale rimase legato sentimentalmente per due anni dal 1914 al 1916, e ancora Pablo Picasso, Diego Rivera, Juan Gris, Max Jacob e gli scrittori Blaise Cendrars e Jean Cocteau. Modì sembra essere in grado di riuscire ad evocare la vita interiore del soggetto dipinto con pochi, rapidi tratti. Il suo stile unico e inconfondibile lo rendeva ansioso e insicuro, la sua non appartenenza lo rendeva curioso e sospetto specialmente in una piccola comunità come quella degli artisti di Montmatre, dove sapeva di essere attentamente sorvegliato da coloro che avevano già tentato prima di lui di sfondare nel mondo dell’arte e avevano fallito o stavano ancora cercando di fare il grande colpo..

One of Amedeo Modigliani’s nudes, painted in 1917 Credit: Private Collection

Ma è con i suoi nudi che Modigliani che scandalizzò il pubblico benpensante in quel periodo, mandando in fumo così le sue possibilità di carriera. Che se la resa grafica dei peli pubici di per sé non era abbastanza scandalosa, lo sguardo invitante delle sue modelle (un ovvio riconoscimento di un cambiamento nel costumi sessali delle donne d’inizio secolo, raccolto anche da Richard Strauss nella sua Salome, rappresentata per la prima volta il 9 dicembre 1905 a di Dresda) era imperdonabile.  Poco importa che altri pittori – da Giorgione a Tiziano, Velazques e Manet avessero dipinto il soggetto prima di lui. E così la prima (ed unica) mostra personale che Modì ebbe durante la sua vita, organizzata nel 1917 con grandi difficoltà dal suo amico e patrono Léopold Zborowski nella Gallerie Berthe Weill, fu costretta a chiudere ancora prima di essere aperta da uno scandalizzato capo della polizia, offeso dai dipinti di nudi distesi messi in vetrina per attirare i passanti.

Modiglian’s partner Jeanne Hebuterne, 1919. Photograph: http://www.scalarchives.com

Come tutti ben sappiamo, Modigliani sarebbe di lì a poco diventato una celebrità, ma come spesso accade nei casi delle meteore che bruciano troppo e troppo in fretta, non visse abbastanza a lungo da godersi il successo. Per questo l’ultima sala di questa gloriosa mostra è allo stesso tempo la più serena e la più tragica. Mentre è sorprendente che, in questo periodo tra le droghe, l’alcool e la tisi, Modigliani fosse ancora in grado di tenere un pennello in mano, il dipinti di questo periodo sono caratterizzati da una sensazione di quasi-classica serenità. Aveva incontrato l’amore. La giovane pittrice Jeanne Hébuterne, era la modella più amata da Modì. Proveniente da una famiglia borghese cattolica e conservatrice, che la disconosce a causa della sua relazione con Modigliani (che considervano poco più di un derelitto debosciato) Jeanne Hébuterne ne diventa la compagna; nel 1918 da’ alla luce la loro bambina e, nonostante le obbiezioni della sua famiglia, i due decidono di sposarsi. Ma a questo punto la salute di Modigliani, aggravata da complicazioni causate da abuso di sostanze, si stava deteriorando rapidamente e l’artista muore il 24 Gennaio 1920, tanto povero che gli amici del pittore fecero una colletta per saldare la fattura del funerale.

Alla notizia della morte dell’amato Amedeo, Jeanne, che era incinta del loro secondo figlio, si gettò da una finestra al quinto piano morendo sul colpo. Una tragedia nella tragedia. Dovranno trascorrere dieci anni perchè la famiglia Hébuterne permettesse ai resti di Jeanne di essere trasferiti al cimitero di Père Lachaise, per riposare accanto al suo Modigliani.

Londra// fino al 2 Aprile 2018

Modigliani @ Tate Modern #Modigliani

tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

L’arte della Rivoluzione Russa 1917-1932

La propaganda non è una cosa nuova: dalle piramidi egiziane alle statue degli imperatori romani, passando per ritratti di re e regine, l’arte è stata per millenni un modo per legittimare e manipolare il pubblico. Ma nessuno l’ha fatto nel modo cosi assolutamente sfrontato come il i bolscevichi di Lenin (prima) e di Stalin (dopo). D’altra parte non avevano scelta. I bolscevichi di Lenin erano perfettamente coscienti della fragilità del loro potere e per questo erano pronti a fare di tutto per mantenere l’ autorità che avevano guadagnato nell’ottobre del 1917.E allora Lenin in bronzo. Lenin dipinto. E ancora Lenin, questa volta sotto forma di statuetta di porcellana. Ma il suo viso lo si trova anche su foulard, piatti, vasi, tazze. Davvero, vivo o morto, non c’è verso di evitare lo sguardo severo del leader della Rivoluzione Bolscevica.

La Russia era un paese primitivo, sorprendentemente arretrato nel 1917. E alla guida di una vasta popolazione di servi che abitavano in primitive capanne di legno in migliaia di villaggi fangosi, era la classe di proprietari terrieri chiusi nelle loro eleganti case di campagna servita da medici locali e avvocati che a loro volta, aspiraravano ai lussi goduti dalle classi superiori nelle poche città degne di questo nome – Kiev, San Pietroburgo, Mosca. Questa era la classe rappresentata nelle opere di Anton Chekov (1860-1904). In queste grandi città l’aristocrazia si mescolava a una piccola classe di autocompiaciuti intellettuali che si congratulvano per la fioritura delle arti che aveva trasformato la vita culturale russa alla fine del XIX secolo – molti dei quali (artisti, scrittori ed impresari) hanno trovato posto nella bellissima mostra “Russia and the arts tenutasi la scorsa primavera alla National Portrait Gallery.

Bolshevik (1920) by Boris Mikailovich Kustodiev. State Tretyakov Gallery. Photo © State Tretyakov Gallery

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la Russia stava attraversando una tarda quanto velocissima rivoluzione industriale. Nel 1861 lo zar Alessandro II, salito al trono nel 1855 aveva abolito la servitù della gleba e dato la possibilità ai contadini di affrancarsi se questi erano in grado di riscattare la terra in cui lavoravano. Inutile dire che, lungi dallessere in grado di trasformarsi in piccoli proprietari terrieri, nel 1881 la meta’ di questi contadini doveva ancora finire di pagare per la propria libertà. Migliaia di ex servi si trovavano improvvisamente liberati e poverissimi non hanno altra scelta che abbandonare la loro vecchia vita e cercare impiego in fabbrica. Le dimensioni di città come San Pietroburgo raddoppiano nel giro di soli quindici anni. Ma con al loro entrata nella classe operaia, gli ex servi cominciano a chiedere condizioni di lavoro migliori (la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore e il salario minimo giornaliero) e più rispetto da parte dei datori di lavoro. Ed è  qui che cominciano i problemi. In seguito ad uno sciopero generale cui avevano aderito 250.000 lavoratori, che ebbe luogo la domenica del 9 gennaio 1905, decine di migliaia di persone scesero pacificamente davanti al Palazzo d’Inverno, inneggiando allo Zar. I tapini erano infatti convinti che se lo Zar avesse saputo delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Illusi. Per tutta risposta le truppe imperiali spararono sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti, uccidendo così per sempre la cieca fiducia che il popolo russo aveva da sempre nello Zar.

Quando lo Zar, il debole e indeciso Nicola II, trascina il Paese nella trappola della Grande Guerra nel 1914 che l’arrettratezza e la debolezza dell’economia russa emersero in tutta la sua tragedia. Le truppe, mandate a combattere con armi antiquate ed uniformi e attrezzature inadeguate, furono rapidamente sconfitte dall’esercito tedesco – una sconfitta resa più facile dal fatto che lo Zar insistette (come il suo predecessore Alessandro I, quello di Guerra e Pace) a guidare personalmente la guerra invece che lasciare le manovre militari in mano agli esperti. Presto la mancanza di cibo e altre privazioni andarono ad aggiungersi all’umiliazione nazionale e alla raffica di sconfitte. Con lo Zar al fronte, il vuoto di potere da lui lasciato viene colmato dalla figura di Rasputin. La reputazione della zarina Alexandra fu rovinata. La guerra fu un disastro per i Romanov. Operai e agricoltori erano trascinati via dei loro posti di lavoro per essere trucidati dall’armata tedesca. Con le fabbriche vuote e i campi abbandonati, seguirono inevitabili la mancanza di cibo e l’inflazione. La gente era affamata e arrabbiata e fu la fame che alla fine condannò la dinastia. Alla fine, persino i soldati dell’armata imperiale, stanchi di sparare sui loro concittadini decisero di unirsi a loro. La rivoluzione era cominciata. La cosa sorprendente è che bisognerà aspettare fino alla primavera del 1917 perchè  il governo dello Zar sia rovesciato e Nicola II costretto ad abdicare.
La visione di Lenin di una Russia ideale si tramanda cristallizzandosi pienamente in quella di Stalin che, dal 1932 al 1952 regolerà profondamente la realtà sovietica in tutti i campi della vita. Le parate militari promuovevano un immagine di forte identità politica e lo sport, come la marcia, era considerato fondamentale nella vita del cittadino sovietico. Lo sport serviva a disciplinare a mente non solo il corpo, mentre quest’ultimo era modellato dall’esercizio – che lo  rendeva simile ad una scultura.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Il mondo ideale della Rivoluzione è abitato da giovani contadine che lavorano nei campi indossando abiti ricamati straordinariamente ordinate e pulite, e da contadini (naturalmente) anch’essi giovani e belli che, sudati ed abbronzati, sorridono con emozione all’arrivo della nuova trebbiatrice a motore mostrando un fila di perfetti denti bianchissimi e da statuari operai rappresentati orgogliosamente con gli strumenti di lavoro su piatti e tazze di ceramica che (a differenza di dipinti) portano il messaggio propagandistico del governo anche nei più remoti confini dell’ex impero russo. Ma la realtà era molto diversa. Le promesse fatte dai bolscevichi quando presero il potere nel 1917 non furono mantenute (suona famigliare??) e i contadini, ben diversi dagli eroi rurali dipinti dalla propaganda rivoluzionaria, non avevano nulla di cui sopravvivere.

Non sorprende pertanto che, anche nel pieno della rivoluzione russa, le foreste di betulle e le cupole a forma di cipolla continuano ad essere potenti simboli di identità nazionale. Il fatto che molti tra filosofi, poeti ed intellettuali avevano n nostalgia del fascino e della bellezza della vecchia Russia, quella degli zar che stava velocemete scomparendo sotto gli scarponi delle masse proletarie. In un’epoca che aborriva ogni cosa legata al passato e che aveva fatto della confisca della proprietà privata la sua bandiera, molti si ritrovano a pregare il governo di non distruggere le vecchie chiese ortodosse dale cupole colorate. Quadri come The Day of the Annunciation (1922) di Knstantin Youn celebrano la nostalgia per una Russia magica che non esiste più.

The day of the Annunciation, 1922 – Konstantin Yuon Tretyakov Gallery, Moscow, Russia

Per un breve periodo tuttavia, dopo la presa di potere da parte dei bolscevichi, artisti, compositori e scrittori furono presi da un vero e proprio furore creativo. Che se c’era una cosa che gli intellettuali condividevano con i rivoluzionari era la convinzione che l’arte potesse servire uno scopo ben più altro che quello di semplice decorazione. L’arte, pensavanno loro, poteva aiutare a ricostruire una nazione, a  rifarla da zero partendo dai posters per arrivare alle uniformi dei lavoratori e alle tazze per il tè. Era un mondo in continuo movimento quello dell’Europa del primo Novecento. Un mondo dove le idee si diffondevano in fretta e Picasso aveva appena finito di inventare il Cubismo che Malevich già lo adatta alla realtà di Mosca. Ma con l’avvento di Stalin intellettuali e artisti come Chagall,  Kandinskij, Tatlin e Shostakovich, da patrioti qual’erano, diventarono sovversivi e agli occhi di un governo paranoico e furono costretti a fuggire per non essere uccisi – il loro sogno del Comunismo trasformatosi in incubo.

2017 ©Paola Cacciari

Revolution: Russian Art 1917–1932 (dall’11 Febbraio al 17 Aprile 2017)

Royal Academy of ArtsImagine Moscow (dal 15 Marzo al 4 Giugno 2017)

Design MuseumRussian Revolution: Hope, Tragedy, Myths (dal 28 Aprile al 29 Agosto 2017)

British LibraryRed Star Over Russia: A revolution in visual culture 1905–55 (dall’8 Novembre al  18 Febbraio 2018) Tate Modern

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

Eduardo Paolozzi (1924-2005) ha un passato a dir poco tubolento. Nato a Leigh, in Scozia da genitori italiani immigrati da un paesino nella provincia di Frosinone, il giovane Eduardo sembrava destinato a seguire le orme dei genitori e a lavorare nella gelateria di famiglia. Ma le cose non andarono esattamente in questo modo.

A statue of Newton at the British Library. Photograph: Sarah Lee for the Guardian

Suo padre Rudolfo Paolozzi, che non aveva problemi con il Duce e aveva deciso di emigrare puramente per ragioni economiche, si era premurato di mandare ogni anno il figlio in vacanza in Italia nelle colonie estive dell’Opera Nazionale Balilla. Cosa che, quando Mussolini dichiara guerra alla Gran Bretagna il 10 Giugno del 1939, costa all’allora quindicenne Eduardo tre mesi di prigione a Edimburgo. E se per lui le cose non erano il massino, il ragazzino ebbe comunque una sorte migliore di quella che toccò al padre, al nonno e allo zio che insieme ad altri prigionieri di guerra tedeschi e italiani, furono imbarcati sulla nave Arandora Star che li stava portando (o de-portando) in Canada. La nave fu affondata nel giugno 1940 da un U-Boat tedesco e 800 persone (il più italiani) persero la vita.

Paolozzi mosaics at Tottenham Court Road station. Photograph: Linda Nylind for the Guardian

Certo, per il figlio di un simpatizzante fascista in un periodo in cui il Paese in cui era nato (la Gran Bretagna) e quello da cui provenivano i suoi genitori (l’Italia) erano in guerra, il futuro era tutt’altro che roseo e al nostro Eduardo non resta altro che tenere la testa bassa e a continuare a soddisfare la golosità degli scozzesi lavorando nella gelateria di famiglia ad Edimburgo, mentre studia all’Edinburgh College of Art. Arruolato nell’esercito nel 1943, Paolozzi si finge pazzo per farsi riformare e continuare gli studi alla prestigiosa Slade School of Fine Art di Londra tra il 1944 e il 1947 prima di fare quello che i tutti i giovani artisti avevano fatto per un centinaio di anni e stanno ancora facendo oggi: andare a Parigi. In tasca aveva lettere di presentazione per Georges Braque, Alberto Giacometti e altri suoi idoli come Jean Arp, Constantin Brancusi e Fernand Léger. E la capitale mondiale dell’arte i germogli di quello che divenne Pop Art erano lì in bella mostra, per chi come lui aveva gli occhi bene aperti per vedere quello che il mondo offriva: i dadaisti avevano respinto la tradizione, Picasso aveva sperimentato con il collage, i surrealisti si erano spinti ai limiti dell’immaginazione. Eduardo torna in Gran Bretagna dopo tre anni con la mente in subbuglio.

Ma la Gran Bretagna degli anni Cinquanta non era esattamente quel vulcano di creatività e colore che è adesso, ma un paese che, sebbene vincitore, era uscito dal secondo conflitto mondiale con l’economia a pezzi, distrutto dalla povertà e da un razionamento che continuerà per gran parte degli ani Cinquanta. Ragion per cui Paolozzi si unì all’Indipendent Group una cooperativa di artisti e intellettuali che aveva come scopo scuotere il mondo dell’arte e rinnovarlo. E per far questo si serve di immagini che “trova” già pronte nella cultura popolare come la stessa parola “pop” che fa bella mostra di se nel suo collage I was a rich man’s plaything (1947) spianando la strada alla Pop Art di Andy Warhol che tutti conosciamo.

Paolozzi era un’anima inquieta e la sua irrequietezza traspare anche dalla sua arte: nel corso della sua lunga carriera utilizza praticamente ogni tecnica disponibile ed ogni materiale – dalla pittura alla scultura, dalla stampa al collage, dal bronzo alla ceramica, dal tessuto, alla serigrafia al mosaico , creando di tutto, cose grandi e cose piccole, pubbliche e private. Paolozzi era una sorta di cleptomane dell’arte e guardando le sue opere mi vienbe da pensare che la sua curiosità sia senza fine, così come la e la sua immaginazione. Sembra trovare ispirazione in tutto – dai fumetti alle rovine antiche, dalla pubblicità al disegno industriale e tutto trova posto nella sua arte, tramutato in colorata bellezza. Non sorprende che i critici dell’epoca, annoiati dalla pittura tradizionale, amassero i suoi collages. Insieme ad altri giovani scultori, come Anthony Caro e Reg Butler, Eduardo decide di misurarsi con giganti dell’epoca come Henry Moore e Barbara Hepworth, le cui sculture, un tempo derise dalla critica, erano diventato parte dell’establishment dell’arte. Fedele a se stesso, Paolozzi sperimenta con nuovi materiali per riflettere, come diceva lui, la “dinamicità” del tempo.

Sarà anche stato scozzese di origini italiane, ma Paolozzi non si è mai sentito del tutto a casa in Scozia o in Gran Bretagna in genere. Forse è per questo che piu’ che britannico si considerava prima di tutto un londinese ed è nella capitale che lascia il suo marchio – letteralmente. La capitale è piena delle sue opere, tanto che in occasione della mostra alla Whitechapel Gallery il settimanale Time Out (o la Bibbia di Londra come lo chiamo io quel giornale…) gli ha persino dedicato un delizioso itinerario per la città – dai restaurati mosaici delle stazioni della metropolitana di Totteham Court Road e Aldgate alle sculture in bronzo davanti al nuovo Design Museum (l’ex Commonwealth Institute che sta accanto ad Holland Park) o in Kew Gardens solo per citarne alcune. Tutte cose che ho visto un milione di volte senza mai notarle – o notarle particolarmente che è difficile non notare il gigantesco Newton bronzeo che troneggia fuori dalla British Library… So già cosa fare la durante uno dei miei giorni liberi quindi…

Londra/fino al 14 Maggio 2017

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

whitechapelgallery.org

 

I ritratti di Picasso @National Portrait Gallery

A pochi metri da quella di Caravaggio, c’è la mostra dedicate da un altro genio della pittura: Pablo Picasso (1881- 1973). Nonostane non sia uno dei miei artisti preferiti, è difficile entrare nelle sale di quel tempio del ritratto che è la National Portrait Gallery senza soccombere davanti al genio del catalano. Anzi, è decisamente impossibile anche solo varcare la soglia della mostra ospitata dalla galleria londinese senza sentirsi vagamente sopraffatti da tanta abbondanza pittorica, che per amor del catalano la NPG ha sacrificato parte della sua collezione permanente, letteralmente rimuovendola dalle pareti per fare posto alle circa ottanta opere di Picasso.

Negli ultimi anni ci sono state diverse mostre dedicate a Picasso da quella molto discussa alla National Gallery del 2009 che esplorava il rapporto tra Picasso e i maestri del passato (ma che e’ stata vista come un ovvio tentativo di allestire un blockbuster che avrebbe fatto accorre le folle sconfinando nel territorio della Tate la cui collezione parte dal 1900) ad una preziosa quanto gratuita mostra delle stampe commissionate dal gallerista ed editore Ambroise Vollard al British Museum nel 2012.

Questa volta si tratta  di ritratti, e visto che Picasso non lavorava su commissione, i soggetti sono perlopiù gli amici della cerchia di Barcellona, Parigi e Antibes e le numerose mogli, amanti e muse che dipinge in tutti i modi possibili e con tutte le possibili tecniche. Inutile dire che la maggior parte dei personaggi dei suoi quadri sono donne. Donne che amava, consumava ed abusava con la stessa sensuale avidità, e che poi gettava via quando un’opzione migliore appariva all’orizzonte, come racconta con crudele chiarezza la sua biografia che occupa una parete della mostra (e che ho letto con aria sbalordita, che non avevo mai realizzato in pieno la portata della sua misoginia). Non era una persona semplice Picasso – basso e tarchiato com’era, non era certamente un Adone, ma era carismatico e famoso e le giovani donne erano attirate da lui come le falene dalla luce. Il fatto che le trattasse come uno zerbino non sembrava importare a nessuna di loro, a parte Françoise Gilot, ma a questo arriveremo dopo.

Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London
Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London

Certo il numero di mogli, amanti e muse è tale da generare il panico nel più esperto dei biografi (e fare salire alle stelle la mia indignazione). Fernande Olivier, incontrò Picasso al Bateau-Lavoir nel 1904, e l’anno successivo andò a viverci insieme. La loro tempestosa  relazione durò sette anni, fino a quando il successo artistico di Picasso coincise con la perdita di interesse verso Fernande e i due si separarono nel 1912. Ol’ga Chochlova (1891-1955) fu la prima moglie. Ballerina di origine ucraina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev, sposò Picasso nel 1918 e passarono gran parte del loro tempo partecipando a eventi e feste nei saloni aristocratici. Dall’unione nacque un figlio, Pablo. Quando Ol’ga scoprì i tradimenti del pittore impazzì, pedinando lui e le sue amanti finché non morì in totale solitudine. Questo non sembra aver fermato lo spagnolo che nel 1927 iniziare una lunga relazione con la diciassettenne Marie-Thérèse Walter (1909-1977) con la quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga) e che morì suicida quattro anni dopo la morte di Picasso. La fotografa Dora Maar non ebbe una sorte migliore. Conosciutisi nel 1935 sul set del film Le crime de Monsieur Lange di Jean Renoir quando lei aveva 28 anni e lui 54, i due si imbarcarono in una relazione che durò quasi nove anni. Picasso, che evidentemente non sopportava di non essere la primadonna assoluta nel loro rapporto convince Dora, già apprezzata autrice di collage e fotomontaggi surrealisti, ad abbandonare la fotografia per la pittura (un campo in cui l’artista sapeva che lei non poteva competere con lui) solo poi per abbandonarla quando nel 1944, Picasso incontra la giovane artista francese, Françoise Gilot.  Conosciuta dopo la liberazione di Parigi, Gilot diventa la compagna e musa di Picasso fino al 1953 quando, stanca delle sue infedeltà, decide di lasciarlo – unica tra tutte a farlo. Ma Picasso, nonostante fosse ormai settantenne, non rimase solo per molto. Nel 1953 conosce Jacqueline Roque che all’epoca aveva 26 anni mentre lui di anni ne aveva 72; i due si sposarono nel 1961 e forse fu la donna che ritrasse più di tutte. Ognuna di loro coincide con un particolare periodo della sua vita  e della sua carriera, e  ne ha influenzato  lo stile e i dipinti, inspirando passione, ansia, rabbia, gelosia.

E se la maggioranza sono nello stile cubista per cui è meglio noto, devo dire che per me i ritratti più belli sono quelli più figurativi del periodo Blu o Rosa che precedono il Cubismo. O le caricature ad inchiostro di Guillaume Apollinaire, Santiago Rusiñol i Prats, Carlos Casagemas e degli altri amici de Els Quatre Gats («ai quattro gatti»), il locale aperto nel 1897 in cui si riuniva la scapigliata bohème barcellonese, o di scrittori e musicisti che incontra per via, come Erik Satie con cui aveva condiviso una fase del percorso dei Balletti Russi, quando nel 1917 aveva disegnato costumi e scene per il balletto Parade di Jean Cocteau e con Igor Stravinsky, con il quale aveva collaborato nel 1920 in Pulcinella, altro balletto commissionato da Diaghilev e coreografato dal danzatore Léonide Massine per cui Picasso crea ancora una volta costumi e scene.

 

Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920
Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920

E questo è il motivo per cui amo i ritratti: non si tratta mai solo di semplice pittura su tela (o qualunque tecnica sia stata usata), ma della storia dietro la persona che viene ritratta, il perché, il quando, il come. E se non sono uscita dalla mostra con un’idea diversa del Picasso-artista (che non sia uno dei miei prferiti non significa che non mi piaccia e che non sia comunque un piacere aggirarsi tra stanze piene dei suoi quadri) certamente penso molto meno di lui come persona.

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017 @National Portrait Gallery

Picasso Portraits

npg.org.uk

La primadonna del Modernismo: Barbara Hepworth

Ci sono cose che la Tate fa davvero bene, come riconoscere il giusto merito a grandi artisti dimenticati dalla storia dell’arte – soprattutto quando si tratta di donne. E così, dopo Marlene Dumas, Agnes Martin e la superlativa Sonia Delaunay, è finalmente arrivato il turno della figlia del Modernismo britannico, Barbara Hepworth (1903-1975).

L’ultima volta che la galleria d’arte londinese le aveva dedicato una mostra, infatti, era il 1968 e Barbara non solo era ancora viva, ma aveva persino contribuito ad organizzarla. E allora ben venga Barbara Hepworth: Sculpture for a Modern World, un magnifico viaggio in settanta opere nel mondo della First Lady del Modernismo. Dalle prime sculture ancora vagamente antropomorfe come Two Doves (1927), che ancora risentono dell’influenza dei pionieri delle avanguardie che l’hanno preceduta, alla sublime essenzialità delle sculture astratte che l’hanno resa famosa, per arrivare alle forme totemiche degli ultimi anni, la mostra esplora cronologicamente l’evoluzione della sua arte.

Nata nello Yorkshire nel 1903, Barbra Hepworth è con il suo contemporaneo (e conterraneo) Henry Moore (1898-1986), una delle figure chiave della scultura del XX secolo. Come Moore anche Barbara studia alla Leeds School of Art prima di trasferirsi a Londra, al Royal College of Art, e come Moore, grazie ad una borsa di studio che le permette di viaggiare, visita Firenze, Siena e Roma, dove vive per tre anni con il primo marito, lo scultore John Skeaping (1901–80), che sposa nel 1925.

È il 1928 quando Skeaping e la Hepworth rientrano a Londra dal soggiorno italiano. Si stabiliscono nel quartiere di Hampstead, al nord della città, dove continuano a lavorare e ad esporre insieme le loro opere nelle gallerie d’arte della Capitale. Ma il matrimonio non è destinato a durare ed è solo questione di tempo prima che Barbara incontri l’amore della sua vita, il pittore Ben Nicholson (1894-1982). E insieme daranno vita ad una delle più straordinarie collaborazioni artistiche della storia dell’arte. Quello tra Nicholson e la Hepworth è un dialogo aperto che sembra non interrompersi mai: Nicholson disegna e dipinge incessantemente il profilo della moglie, e lei a sua volta riecheggia i dipinti del marito nelle sue sculture.

Doves by Dame Barbara Hepworth
          Doves (Group), 1927, Parian marble, Manchester Art Gallery © Bowness

Come Jacob Epstein (1880-1959), Eric Gill (1882-1940) ed Henri Gaudier-Brzeska (1891-1915) prima di lei, anche la Hepworth degli anni Venti e Trenta è appassionatamente modernista. E come i suoi predecessori, anche lei crede nel direct carving, la scultura diretta, una tecnica introdotta da Constantin Brancusi nel 1906 che rivoluziona la secolare tradizione accademica che prevedeva la creazione di un modello in terracotta precedere l’opera finita. E come i suoi predecessori, anche la Hepworth crede appassionatamente nella fedeltà alla materia e nelle qualità tattili che solo il direct carving riesce ad esprimere.

E di materia in questa magnifica retrospettiva ce n’è in abbondanza: marmo, legno, pietra, bronzo – una materia così liscia e levigata che sembra fatta apposta per essere toccata, cullata, abbracciata. E basta osservare opere come Pelagos (1946) o Squares with Two Circles (1963) per comprendere che sue sculture sono fatte per essere avvolte dall’aria e dalla luce, esistono pienamente solo quando in armonia con l’ambiente circostante. Quando la Hepworth scolpisce, non crea solo una forma, ma anche lo spazio e la luce che la circondano. E quando crea un’apertura nella forma, crea un passaggio che permette alla luce e allo spazio di circolare non solo attorno alla forma, ma attraverso la forma stessa.

Pelagos
Pelagos, 1946 Elm and strings on oak, Tate © Bowness

Questo della spazialità della forma è un concetto ben noto ai giganti del Modernismo come Picasso, Braque, Brancusi e Jean Arp che la Hepworth e Nicholson avevano visitato nei loro studi durante un viaggio in Francia nel 1933. Appassionatisi alla rivoluzione della scultura francese guidata a Parigi e folgorati dalla sua purezza formale, i due si uniscono nel 1933 al gruppo francese Abstraction–Création e, una volta tornati in Inghilterra, fondano con Paul Nash il gruppo Unit One che univa architetti, pittori e scultori seguaci di movimenti come il Costruttivismo e il Surrealismo. Ma è solo con l’arrivo nella capitale Britannica di un nutrito gruppo di espatriati europei in fuga dalle   persecuzioni naziste come Naum Gabo, László Moholy-Nagy, Marcel Breuer e Piet Mondrian (che nel 1938 è ospite degli stessi Hepworth e Nicholson) attirati dal costo allora relativamente basso delle abitazioni che il Modernismo britannico finalmente decolla. Perché la pace e tranquillità di Hampstead, unita alla sua bellezza collinare, avevano attirato sin dal XIX secolo artisti ed intellettuali come John Constable e John Keats, è solo negli anni Trenta del Novecento che il quartiere diventa il vero e proprio covo di una comunità di artisti d’avanguardia e di intellettuali progressisti e di sinistra. Non a caso, questi sono gli anni che vedono sorgere vere e proprie icone dell’architettura modernista come l’Isokon Building in Lawn Road, progettato dall’architetto del Bauhaus britannico Jack Pritchard e che conta tra i suoi inquilini nientemeno che Agatha Christie, e la controversa abitazione in cemento e mattoni al numero 2 Willow Road, costruita da Erno Goldfinger (su cui il romanziere Ian Fleming modellò l’omonimo ‘cattivo’ di 007).

Ma la strada del successo non è facile per una donna all’inizio del XX secolo, anche se questa si chiama Barbara Hepworth. Le cose si fanno particolarmente difficili quando, nel 1934, Barbara da’ alla luce tre gemelli: la mancanza di denaro, lo stress della maternità, e soprattutto la mancanza di tempo e di spazio mentale per creare si fanno sentire. Costretta a lavorare di notte, l’artista è sul punto di rinunciare all’arte, alla scultura e a tutto quello per cui aveva lottato fino a quel momento.

Le cose cambiano quando, alla vigilia della seconda guerra mondiale, la coppia si trasferisce in Cornovaglia, vicino a St Ives, che proprio in quegli anni si stava sviluppando in una vivace comunità artistica. Il selvaggio paesaggio della regione risveglia in Barbara potenti ricordi dello Yorkshire della sua giovinezza e ritorna a scolpire con rinnovata energia. Acquistato uno studio nella cittadina costiera, vi resterà anche dopo il divorzio da Nicholson, avvenuto nel 1951. E proprio nel suo amato studio, nel 1975, un terribile incendio (causato forse da una combinazione di sonniferi e sigarette) pone la parola ‘fine’ alla vita della primadonna del Modernismo.

Ma tanto si è parlato di questo suo legame con il Modernismo in questa mostra, che quando si arriva agli anni Sessanta e al momento in cui la Hepworth emerge come artista completamente formata, non resta più molto spazio a disposizione da dedicare alle sue opere più iconiche. E il fatto poi che siano gigantesche e impossibili da spostare non aiuta. Come la mastodontica Single Form (1961-64) per esempio, che torreggia davanti al palazzo delle Nazioni Unite a New York: di certo la sua scultura più rappresentativa, per dimensioni e significato. Ma anche una che, date le dimensioni, non può essere mossa.

La mostra termina (in modo vagamente affrettato) con la parziale ricostruzione del padiglione di Otterlo, nei Paesi Bassi, creato nel 1965 dall’architetto Gerrit Rietveld per le sue sculture in bronzo “per creare una perfetta integrazione tra Architettura, Natura e Scultura” , per usare le parole della Hepworth. Ma anche non è stato possibile portare all’interno delle sale la natura selvaggia dello Yorkshire o della Cornovaglia (o, in misura minore, di Hampstead…), è impossibile uscire da questa mostra senza sentirsi comunque pervasi da una sferzata di pura energia vitale…

Pubblicato su Londonita

By Paola Cacciari

Londra//fino al 25 Ottobre 2015

Tate Britain,

tate.org.uk

Ogni Cuore Umano (Any Human Heart) di William Boyd

Per una volta un titolo tradotto alla lettera. E d’altra parte non sarebbe stato possibile renderlo in nessun altro modo. È perfetto così. È il libro che fa rimpiangere ad ogni scrittore di non averlo scritto lui.

Che cosa spinge un essere umano a scrivere il suo diario? Me lo sono chiesta spesso anch’io. Ero alle scuole medie quando, folgorata dalla lettura del Giornalino di Gianburrasca, scritto da Luigi Bertelli in arte Vamba nel 1907, ho deciso di iniziare a tenere un diario. E continuo a farlo tutt’ora, sebbene in modo più o meno intermittente. Il diario è il luogo in cui si può essere sinceri con se stessi senza timore di essere giudicati o rimproverati. Soprattutto è il luogo in cui razionalizzare i nostri pensieri e quelli degli altri, un esercizio fondamentale alla comprensione di quello strano animale che è l’essere umano.

E in forma di diario è descritta la storia di Logan Montstuart, scrittore (fittizio) nato nel 1906 da madre uruguayana e padre inglese arricchitosi con il commercio della carne in scatola. Tornato con la famiglia in Inghilterra, il quindicenne Logan comincia a scrivere il suo diario. Diventato scrittore, ci porta con sé in uno splendido viaggio attraverso la storia del XX secolo dalla Londra degli Anni Trenta, quella abitata da Virginia Woolf e dal Bloomsbury Group, alla Parigi di Joyce e Picasso. Lo accompagniamo nella Spagna della Guerra Civile (dove lo ritroviamo insieme ad Hemingway) allo scoppio della Seconda guerra mondiale, dove opera come spia dell’intelligence britannica in compagnia di Ian Fleming, e poi a New York dopo la guerra e di nuovo a Londra negli anni Settanta. Una vita la sua in cui tragedie personali si alternano ad inaspettati momenti di gloria. E tra alti e bassi della vita, tra amori perduti e amici ritrovati, il mondo interiore del protagonista e dei personaggi che incrociano la sua vita, ci si srotola davanti come un arazzo, regalandoci uno straordinario romanzo. Un libro magico, assolutamente da leggere.

2014 ©Paola Cacciari

 

Alighiero Boetti: Game Plan

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dall’altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che è stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti (1940 –1994), uno degli esponenti dell’Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sè su uno dei balconi di Tate Modern.

Alighiero Boetti
Alighiero Boetti, Autoritratto – Mi fuma il cervello (1993)
Ed è stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere fino alla fine; e che anzi poteva limitarsi a concepirle e poi mettersi comodo e godersi lo svolgimento del processo che aveva moesso in moto e che altri avrebbero portato a termine. Ok, forse la cosa era un po’ più complicata… ma come ha detto lui stesso in un intervista con Il Messaggero nel 1977, “che questo lavoro venga fatto da me, da te, da Picasso o da Ingres, non importa. È il livellamento della qualità che mi interessa.” E livellata  o meno, questa mostra mi è davvero piaciuta, che quella di Boetti è un’arte giocosa e piena di ironia, che dà libero sfogo alla sua peripatetica abilità di creare opere che ‘parlano’ a contesti e persone differenti (anche ad una miscredente come me).
Alighiero-Boetti-Guatemal-007
Guatemala (1974)
Negli anni Settanta viaggia spesso tra il Guatemala e l’Oriente; poi, quasi per caso, l’Afghanistan. Il paese diventa per lui come una seconda patria, tanto che arriva ad aprire un hoteli, il One Hotel, nel quartiere residenziale di Kabul. Qui la sua passione per l’arte e culture Orientali e per la loro tradizione artigiana raggiunge vette mai viste. Crea arazzi, tappeti e ricami che altri realizzano per lui. Ma sono state le mappe del mondo ad avermi fulminato. Ce ne sono almeno dodici di questi giganteschi arazzi tessuti a mano (in media ci volevano cinque anni per finirne uno), enormi planisferi colorati di una bellezza incredibile, dove gli stati sono delineati dai colori delle loro bandiere: un vero documento geo-politico che con ogni arazzo illustra l’evoluzione delle frontiere geografiche. Boetti preparava il modello in Italia eppoi lo spediva in Afganistan per farlo realizzare da uomini e donne del luogo, in un momento (gli anni Settanta) in cui in Europa si sapeva a malapena che esitesse una nazione con questo nome.
Boetti diverte e si diverte, ma il suo interesse per la politica è reale e resta una costante del suo lavoro. La più recente delle mappe, è stata concepita nel 1989, in seguito alla caduta del muro di Berlino e alla riunificazione della Germania. E visto che i guai non vengono mai da soli, durante il tempo della sua lavorazione sono accadute altre cose mica da ridere, tipo la nascita della Namibia nel 1990 (che Boetti aveva lasciato in bianco dal 1979, rifiutandosi di riconoscere il protettorato sudafricano); la dissoluzione della Yugoslavia e della Cecoslovacchia, la caduta dell’Unione Sovietica e la nascita della Federazione Russa qui indicata con la nuova bandiera a strisce orizzontali bianco, blu e rosso, quella dello Zar Pietro il Grande.
Alighiero Boetti
Alighiero Boetti, Mappa, 1979
 
 E a dimostrare che il colore è un’opinione, i continenti sono tuffati in oceani gialli, verdi persino di rosa. Che in fondo, per chi non ha mai visto il mare come quei tessitori afgani, il suo ‘vero’ colore non ha molta importanza. Soprattutto se l’azzurro deve arrivare dall’Italia e c’è tanto filo rosa a disposizione…
Londra//fino al 27 Maggio 2012
Alighiero Boetti: Game Plan
Tate Modern

L’anno in cui Picasso diventò Picasso

È un anno importante il 1901. A Londra si spegne la regina Vittoria e a Milano Giuseppe Verdi; Marconi effettua il primo collegamento telegrafico attraverso l’Atlantico, Röntgen riceve il Premio Nobel per la scoperta dei Raggi X. E a Parigi Pablo Ruiz Picasso diventa adulto. Una mostra alla Courtauld Gallery di Londra ci racconta come è successo. Fino al 26 maggio.

Pablo Picasso, Autoritratto (Yo - Picasso), 1901 - Private collection

Becoming Picasso: Paris 1901 al Courtauld Institute di Londra è un capolavoro di sintesi. Sono infatti solo diciotto le opere sulle pareti delle due stanze che ospitano questa preziosa mostra, che racconta un anno fondamentale della vita del genio spagnolo che tutti conoscono.
Sin da bambino il giovane Pablo Picasso (1881 –1973) dimostra di possedere un talento eccezionale. A Barcellona, dove frequenta la Real Accademia di Bellas Artes, si unisce a un gruppo di artisti e intellettuali del Modernismo catalano che si incontrano al caffè Els Quatre Gats; tra questi c’è il poeta Carles Casagemas. È il 1899: l’Art Nouveau impazza per l’Europa in tutte le sue forme e a Barcellona Antoni Gaudí sta costruendo i suoi edifici in pietra e aria. Ma la Parigi di Manet e Degas brilla come un faro in quella Spagna altrimenti arretrata, un richiamo troppo forte per un giovane ambizioso come Pablo Ruiz. Nell’ottobre del 1900 l’enfant prodige di Malaga compie il primo dei suoi viaggi nella capitale francese, accompagnato dagli amici Casagemas e Manuel Pallarès.
La Parigi notturna di Toulouse-Lautrec ha un profondo effetto su di lui, ma la vita bohémien è meno facile del previsto e alla fine dell’anno Picasso torna in Spagna. È a Madrid, dove si era trasferito e all’inizio del 1901, che apprende del suicidio di Casagemas, sparatosi alla tempia in un caffè di Montmartre per una delusione d’amore. Un evento, questo, che lo segnerà per tutta la vita.

Pablo Picasso, La nana, 1901 - Museu Picasso, Barcellona