The Shadow of the Sun (Ebano) di Ryszard Kapuściński

L’Africa. Questa sconosciuta. Nonostante a scuola avessi una vera e propria passione per la geografia, non sono mai riuscita ad appassionarmi a quella africana. Il memorizzare il nome degli stati e la loro posizione geografica in quell’immenso continente è sempre stato per me come cercare di trattenere sabbia tra le dita. Non sono mai riuscita a farmi una ragione di tutte quelle linee dritte, tracciate a tavolino che servivano da confini al posto di fiumi e catene montuose. Il grande merito di Ryszard Kapuscinski (1932-2007) è stato quello di avermi aiutato a capire un po’ meglio mondo per me ancora molto enigmatico.

Per quasi 30 anni infatti Kapuscinski è stato corrispondente estero per l’agenzia di stampa polacca, un periodo durante il quale è stato testimone di episodi cruciali e terribili e ha assistito a 27 tra rivoluzioni e colpi di stato – il colpo di Stato del 1966 in Nigeria; la terribile carestia nell’Etiopia di Menghistu e la sua ingloriosa caduta; la presa del potere in Uganda dello spietato dittatore Idi Amin; il tremendo genocidio in Ruanda del 1994, le conseguenze dell’interminabile guerra civile in Sudan; il desolante lascito della guerra tra i sanguinari ed inetti signori della guerra liberiani, coi loro bambini soldato. Ricordo alcuni di questi eventi, più o meno chiaramente – almeno quelli accaduti dagli anni Settanta in poi. Ma ancora adesso quando si tratta di capire le ragioni alla base dei confitti ancora in corso, finisco sempre con il rinunciare. Semplicemete non conosco abbastanza la cultura del luogo per comprendere i radicati odi tribali o di casta che in qualunque momento possono scatenare sanguinosi massacri di cui, a farne le spese, è semprela popolazione.

Pubblicato nel 1998, e tradotto in Italia da Feltrinelli nel 2000 con il nome di Ebano, questo libro offre un compendio delle più significative avventure di un bianco europeo in un continente al tempo stesso antico, e giovane e vitale com’era l’Africa degli anni Sessanta e Settanta, appena passata dal colonialismo all’indipendenza. A partire dalla sua prima esperienza nel 1957 in un Ghana da poco divenuto indipendente, per arrivare fino agli anni Novanta in Nigeria, Etiopia ed Eritrea, Kapuściński racconta il passaggio di questa terra dallo sfrenato entusiasmo per l’indipendenza alla disillusione post coloniale. Un mondo abbandonato a se stesso e lasciato alla mercè di corruzione e instabilità, dominato da continue lotte di potere e colpi di stato, spesso legati alla lotta tra Occidente e imperialismo sovietico nella Guerra Fredda.

Spostandosi spesso con mezzi pubblici poco affidabili, chiedendo passaggi a chi per lavoro poteva giungere nelle zone meno conosciute, incontrando la gente comune Kapuscinski è andato alla ricerca dell’essenza di questa terra e dei popoli che la abitano; popoli regolarmente in lotta tra loro, in un ambiente ostile, duro e spietato che per sopravvivere a questo permanente senso di precarietà hanno sviluppato un fatalismo che farebbe invidia a Dostoevsky. In questo mondo cui la razionalita occidentale non trova spazio, il soprannaturale diventa l’unico rifugio dalla realtà – e dove un ciuffo di penne di gallo bianche appese allo stipite di una porta basta a scoraggiare i malintenzionati e potenziali ladri. E dove nulla di quello che si rompe viene riparato, perché anche una buca in mezzo ad una strada può incredibilmente diventare una fonte di guadagno ed opportunità per anni a venire.

Un’altro autore da aggiungere alla mia lista degli scrittori “importanti”.

2020© Paola Cacciari

Madre migrante: la vera storia dello scatto di Dorothea Lange

E’ Florence Leona Christine Thompson (1903 – 1983), operaia statunitense, la famosa “Madre Migrante” immortalata dalla fotografa Dorothea Lange. Ecco la sua storia… Continue reading Madre migrante: la vera storia dello scatto di Dorothea Lange at Uozzart.

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Come cambia la politica estera americana da Trump a Biden

L’unilateralismo di Trump ha indebolito il rapporto con gli alleati, permettendo agli avversari di approfittarne. Ma per Biden ripristinare la leadership americana non sarà semplice

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In lockdown con i Peaky Blinders

Solo una decina di giorni fa ho scritto un post in cui mi chiedevo se era per me finalmente ricominciata la Vita da Museo per cui anni fa avevo aperto il blog – andare per mostre dico, visitare musei che non fossero quello in cui (ancora per il momento…) lavoro e ricominciare a godermi un po’ della vita vita culturale per cui Londra è giustamente famosa.

Ma non avevo fatto i conti con Covid e covidioti natalizi e con la l’ennesima bizzarra decisione di Boris Johnson e del Ministro della Sanità Matt Hanckock di chiudere musei e gallerie nelle aree Tier 3 (il livello più alto di restrizioni Covid) dell’Inghilterra fino a nuovo avviso, ma di consentire a negozi con ingresso sulla strada (quindi esclusi centri commerciali) e palestre di rimanere aperti.

In questa surreale situazione in cui, a sole due settimane dal rientro al Museo e a pochi giorni da Natale, mi ritrovo a casa in cassa integrazione con la prospettiva di non avere un lavoro a cui tornare nel 2021, mi sono buttata ancora una volta su libri e TV box sets per dimenticare. E complice BBC iPlayer, ho trovato i Peaky Blinders.

Photo Courtesy: the BBC

Ambientata nella Birmingham all’indomani della Prima Guerra Mondiale e ispirata ad una famigerata banda della stessa città realmente esistita e coinvolta in giochi d’azzardo, rapine, racket di protezione e violenza varia ed eventuale, questa serie televisiva segue le gesta di Tommy Shelby e del suo clan, i Peaky Blinders appunto.

Cillian Murphy as Tommy Shelby

Il nome Peaky Blinders pare derivare dalle lamette da barba cucite nella visiera (in inglese “peak“) dei loro berretti piatti che, all’occorrenza, aveva il potere di trasformarli quali all’occorrenza potevano essere utilizzati come armi con cui accecare gli avversari (blind in inglese) – anche se probabilmente questo si tratta di un mito, visto che all’epoca in cui operavano i veri Peaky Blinders, cioè attorno al 1890, le lame di rasoio erano ancora estremamente costose. È molto più probabile che il loro nome derivi oltre che dalle visiere appuntite dei loro berretti, dalla parola “blinder” un termine gergale usato ancora oggi a Birmingham per descrivere qualcosa o qualcuno dall’aspetto elegante.

Nonostante abbiano in comune con gli omonimi televisivi creati da Steven Knight il senso dello stile, un brutale disprezzo per la legge e una base di membri composta in gran parte da giovani uomini della classe operaia, alcuni di appena 12 anni, nella realtà i veri Peaky Blinders – lungi dall’avere lo stesso successo del clan degli Shelby, la cui rete criminale si evolve da una piccola fazione locale a una potenza multinazionale, erano puramente una gang di strada, che certamente non nutriva le stesse ambizioni politiche di Tommy Shelby.

Una cosa pero’ lo show fa centro, nella rappresentazione di un numero di forti personaggi femminili. Ma nonostante Peaky Blinders si svolga decenni prima del decollo del movimento di liberazione delle donne, personaggi formidabili come Polly Gray e Ada Thorne non sono affatto invenzioni anacronistiche infialete nella serie per pacificare la sensibilità moderna. Secondo lo storico Carl Chinn potenti matriarche come Polly sarebbero state determinanti nell’educazione di uomini come Tommy e Arthur Shelby.

Molto interessante per me la figura di Jessie Eden, attivista sindacale e membro del partito comunista britannico e paladina delle donne e della giustizia sociale, che fece notizia quando convinse le lavoratrici della fabbrica di componenti per motori Joseph Lucas di Birmingham (in cui lei stessa lavorava) a prendere parte allo sciopero generale del 1926. La metà degli anni Venti fu un periodo di massicce proteste della classe operaia, un tempo in cui la possibilità di una vera rivoluzione sul modello di quella bolshevica era nell’aria. Nonostante la percentuale di donne sindacalizzate nella fabbrica fosse esigua e fosse completamente offuscata dalle 10.000 donne non sindacalizzate, Jessie Eden riuscì a portare in strada tutte le donne della sua sezione.

In una settimana ho letteralmente divorato tre serie e ho iniziato la quarta (ce n’è ancora una quinta, e una sesta in produzione). Attenzione: provoca dipendenza!

2020© Paola Cacciari #PeakyBlinders

Borat Subsequent Moviefilm 🇰🇿🇺🇸

Covid, lockdown, esuberi e Brexit: quando la realtà diventa troppo, meglio fuggire nella graffiante ironia di Sacha Baron Cohen e del suo Borat – Seguito di film cinema (Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan), conosciuto anche come Borat – Seguito di film cinema. Consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan (grazie Wikipedia per il titolo completo!)

Ritroviamo il giornalista kazako Borat Sagdiyev (interpretato dall’attore, comico, sceneggiatore e produttore cinematografico britannico Sacha Baron Cohen) quattordici anni dopo la sua prima avventura americana (Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan), costretto ai lavori forzati in un gulag per il disonore arrecato al suo Paese con il suo primo film. Ma quando tutto sembra perduto, il nostro eroe viene inaspettatamente richiamato dal suo presidente, che lo incarica di ingraziarsi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Durante le riprese del sequel, girato e completato in gran segreto in piena pandemia di COVID-19, spesso all’insaputa dei presenti come una lunga Candid-Camera, il film abbonda di divertentissimi momenti, tanto esilaranti quanto imbarazzanti che mi hanno fatto ridere fino alle lacrime. 😂

Come quando Sacha Baron Cohen si è infiltrato in incognito al congresso repubblicano vestito da membro del Ku Klux Klan, o quando ha fatto irruzione al comizio di Mike Pence travestito da Donald Trump con la figlia Tutar (aka l’attrice bulgara Maria Bakalova). O quando, a causa della quarantena, si è tro

vato a vivere impersonando il personaggio di Borat per alcuni giorni in casa di repubblicani negazionisti del COVID. O quando ha cantato una canzone violentemente razzista durante una manifestazione di estrema destra, acclamato dal pubblico – solo per poi rischiare il linciaggio quando l’organizzazione ha scoperto che si trattava di una presa in giro… 😬

Il film è stato distribuito il 23 ottobre 2020 su Prime Video che ha pagato 80 milioni di dollari per ottenere la pellicola, accontentando così Sacha Baron Cohen che voleva distribuire a tutti i costi il film prima delle elezioni americane del 2020 🇺🇸.

Per chi ama la commedia satirica e il mockumentary.

2020© Paola Cacciari

A year at the Circus by Jon Sopel

Inutile dire che, oltre ai bollettini di guerra del Covid e alle elucubrazioni governative sull’allentamento natalizio del lockdown, la politica in questo momento sembra occupare uno spazio notevole all’interno delle mie giornate di cassa-integrata. Che dopo la Brexit incombente e il Covid, le elezioni americane (e il fatto che Trump si ostina a non concedere a Biden, standosene attaccato alla poltrona della Sala Ovale come un ostrica allo scoglio) sono state uno degli eventi chiave di questo 2020. Cosi ho pensato che era arrivato il momento di entrare nella tana del leone e cercare di capire un po’ di più il funzionamento della Casa Bianca con una guida straordinaria, il giornalista inglese Jon Sopel.

Jon Sopel è dal 2014 redattore della BBC per il Nord America, e come tale ha seguito in prima persona le elezioni del 2016 queste del 2020 riferendo per la BBC. In in quanto appartenente al White House Press Corps, il gruppo di giornalisti, corrispondenti e membri dei media solitamente assegnati alla Casa Bianca a Washington DC, Sopel ha accesso a luoghi (come accompagnare il presidente – nel suo caso sia Obama che Trump – sull’Air Force One per esempio) e a persone solitramente off-limits alla persona comune.

Di lui avevo già letto If Only They Did Not Speak English: Notes from Trump’s America, e questo suo secondo libro, dal titolo appropriato (mi ha convinto soprattutto la parola ‘circo’…) A Year at the Circus: Inside Trump’s White House, sembrava un’ideale continuazione della storia.

E devo dire che ho riso molto, soprattutto per l’incredulità che non avrei mai pensato di vedere con i miei occhi un personaggio come Trump nel ruolo di Presidente. Credevo che con Ronald Regan fosse finita l’era dei Presidenti celebrità, ma dove Regan si è dimostrato più all’altezza di un simile ruolo (o perlomeno lo ha preso più seriamente…) l’idea di Trump alla guida degli Stati Uniti è come un bambino alla guida di un autoarticolato: un disastro in attesa. Guidandoci attraverso le stanze della Casa Bianca, Jon Sopel racconta non solo il funzionamento interno dell’amministrazione Trump, anche i momenti chiave e le conversazioni che si sono svolte tra le sue mura.
Dall’incontro con Kim Jong-un, alle accuse di collusione con la Ruassia di Putin, le accuse di molestie sessuali, all’Inchiesta Mueller e all’impeachment: per Trump tutto il mondo è un palcoscenico. E lui è la stella incontrastata. O almeno fino ad ora….

Per chi legge in inglese.

2020© Paola Cacciari

Drawing dialogues on Bolognina

Once upon a time, just across the central Station, there was quite a large district of town called Bolognina (yes, it translates exactly “Little Bologna”: how sweet is that?). Mainly inhabited by the working class and quietly out of the radar, it gained some popularity in the Nineties after becoming synonymous with the official death […]

Drawing dialogues on Bolognina

Elezioni americane #4

È la fine di un incubo durato quattro anni. La vittoria di Joe Biden su Donald Trump, dico. La prima cosa positiva di questo apocalittico 2020, dominato da intolleranza, crisi economica, politica, e dal Covid. Da Armageddon, insomma.

Il mio amico-collega astrologo parla di rinnovamento, dell’avvento di una nuova era, quella dell’Acquario ♒

Possiamo (cautamente) ritornare a sperare?

Ragazzi di Zinco

Boys in Zinc, Penguin Modern Classics. London 2020© Paola Cacciari

“Siamo saliti con l’elicottero. Da lassù ho visto centinaia di bare di zinco pronte in anticipo, scintillanti al sole con una bellezza spaventosa …” (Svetlana Aexievich, 1986)

Era il 1979 quando i carri armati dell’Unione Sovietica invadono l’Afganistan. Ero ancora una bambina, piccola sì, ma grande abbastanza per comprendere che la guerra significava mosrte e distruzione ed esserne spaventata a morte.  La guerra, come la conoscevo io dai racconti dei nonni che l’avevano vissuta era una cosa lontana, una cosa brutta e dolorosa, ma che era finita tanti anni fa. Non era qualcosa che poteva ancora accadere nel mio mondo. Ora c’era la pace. O così almeno pensavo. E il fatto che tutto ciò avvenisse in una terra lontana d Bologna, non rendeva questa guerra meno spaventosa. Sono sempre stata una pacifista io.

Ricordo di essere andata a casa e di aver chiesto alla mamma perché gli uomini facessero la guerra. Se lo è  chiesto anche Svetlana Aexievich e il risultato è questo straordinario Ragazzi di Zinco, dedicato ai reduci della guerra in Afganistan.

Conosco bene i libri della Alexievich, scrittrice e giornalista bielorussa, Premio Nobel per la Letteratura 2015. I suoi sono struggenti romanzo corali, straordinarie testimonianze dei principali eventi dell’Unione Sovietica (La guerra non ha un volto di donna) e della Russia post-comunista (Tempo di Seconda Mano). Lei si definisce “una storica del non rintracciabile” perché i suoi non sono libri di storia nel senso noto, con date, bandiere e mappe, ma nascono dal suoi profiondo odio per la guerra. Come i libri precedenti, anche Ragazzi di Zinco nasce, oltre che dalla sua testimonianza personale dell’Afghanistan, visitato durante il conflitto, dalle memorie di veterani, medici, vedove e madri di soldati uccisi.

Il tutto inizia nel settembre 1979 quando Nur Mohammad Taraki leader della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, venne assassinato su ordine del suo vice primo ministro Hafizullah Amin, che lo sostituisce alla guida del paese. L’URSS, sospettando Amin di legami con la CIA, decide così di invadere il paese. L’Armata Rossa entra a Kabul  il 27 dicembre 1979, ma la guerra con i mujaheddin (finanziati anche dagli Stati Uniti) fu lunga e cruenta e terminò dieci anni dopo solo, con l’abbandono del paese da parte dei sovietici nel febbraio 1989.

Un milione di ragazzi e ragazze partono per la guerra, e circa quattordicimila di loro tornano in URSS sigillati, appunto, in bare di zinco. Perché come era accaduto in Vietnam, anche questa che infuriava in Afganistan era una guerra che nulla aveva a che fare con le gesta eroiche della Grande Guerra Patriottica (come in Russia si chiama la Seconda Guerra Mondiale), ma qualcosa di cui ci si doveva vergognare. Qualcosa che bisognava dimenticare, insieme alle madri disperate e ai reduci storpi e ai corpi dei soldati morti sepolti in silenzio e senza cerimonie.

Pubblicato solo nel 1985 – quando la censura fu ammorbidita dal nuovo corso della Perestrojka di Gorbačëv, il successore di Brežnev, il libro suscitò grande scandalo e Svetlana Aleksievič  fu accusata di aver falsificato e deformato le testimonianze dei reduci e delle loro madri e nel 1993 viene persino citata in giudizi da alcuni degli intervistati, che a distanza di anni avevano deciso di ritrattare la loro testimonianza. A chi la accusa di diffamazione, la scrittice risponde:

“Siamo tutti colpevoli, siamo tutti implicati in quella menzogna – di questo tratta il mio libro. Qual è il pericolo del totalitarismo? Trasforma tutti in complice dei propri crimini.” (Svetlana Aleksievič, dalla trascrizione della seduta conclusiva del tribunale, 8 dicembre 1993)

2020© Paola Cacciari