American Dream: pop to the present @ British Museum

Dopo quella alla Royal Academy America after the fall, che si occupava dell’arte America dopo il crollo della borsa di Wall Street, eccovi un’altra mostra sull’arte Americana degli anni Cinquanta e Sessanta, questa volta al British Museum. Ma il fatto e’ che gli ultimi sessant’anni sono stati tra i più turbolenti ed eccitanti della storia americana. Anni che hanno visto l’omicidio di JFK, il lancio dell’Apollo 11 che per primo portò gli uomini sulla Luna, la guerra del Vietnam, le lotte razziali e quelle per i diritti degli omosessuali, l’AIDS, il terrorismo, le lotte sociali e di classe. American Art fa esattamente quello che dice di fare: esamina il modo in cui gli artisti americani hanno risposto a questi terremoti storico-sociali usando principalmente il mezzo della stampa.

Anche se i Cinesi arrivarono prima, la tecnica della stampa a caratteri mobili fu introdotta in Europa alla verso la metà del XV secolo Johannes Gensfleisch zum Gutenberg, tedesco di Magonza. E il mondo non fu mai più lo stesso. Rendendo possibile la rapida riproduzione in identiche copie di un testo scritto, si aumentò la circolazione della conoscenza, dando così a più persone la possibilità di leggere testi di ogni tipo e creando le premesse per la moderna libertà di informazione. Il fatto poi che i libri stampati, anche se ancora alti, fosse infinitamente più economici dei manoscritti rese la conoscenza una risorsa disponibile se non a tutti, a molti. Questo vale anche per le immagini e quando alla fine del XVIII secolo fu introdotta la tecnica della litografia, anche le immagini a colori e disegni realizzati a mano furono disponibili al grand pubblico.

Ma la stampa come arte fine a se stessa non è mai stata l’oggetto di una mostra, perlomeno non di una così grande come questa del British Museum opportunamente chiamata American Dream: Pop to the present. E già dalla prima sala preparatevi a stupirvi che a darci il benvenuto ci sono le grandi stelle della Pop Art degli anni Sessanta come Andy Warhol a Roy Lichtenstein che si sono impossessati della tecnica della stampa con l’entusiamo di bambini con un nuovo giocattolo. Il boom del dopoguerra diede a personaggi come Lichtenstein la possibilità di accedere con facilità alle stamperie e ai laboratori in cui si producevano immagini e per la prima volta il lavoro dell’artista si trasforma da opera solitaria a lavoro di squadra. La ripetizione degli stessi motivi vuole dare l’idea di una realtà come quella americana contemporanea, mediata da una mole di immagini che sono stampate e trasmesse allo stesso tempo. Ma se si cerca un filo conduttore, questo è dove ci si perde che la quantità di opre è così vasta che si salta dall’astrazione alla figurazione, dalla Pop Art a sezioni sull’HIV/Aids e femminismo lungo cinque decenni e a volte il tutto pare un po’ affrettato. Ma i volti in tecnicolor delle Marilyn Monroe di Warhol, le bandiere americane di Jasper Jones e il sole della California di Ed Rusha restano a ballare sulla retina per un bel po dopo che si e’ usciti dalla mostra. Ipnotici , nel vero senso della parola…

Edward Ruscha’s ‘Standard Station’ (1966) © Scala

Londra//fino al 18 Giugno 2017
American Dream: pop to the present.
The British Museum

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

Eduardo Paolozzi (1924-2005) ha un passato a dir poco tubolento. Nato a Leigh, in Scozia da genitori italiani immigrati da un paesino nella provincia di Frosinone, il giovane Eduardo sembrava destinato a seguire le orme dei genitori e a lavorare nella gelateria di famiglia. Ma le cose non andarono esattamente in questo modo.

A statue of Newton at the British Library. Photograph: Sarah Lee for the Guardian

Suo padre Rudolfo Paolozzi, che non aveva problemi con il Duce e aveva deciso di emigrare puramente per ragioni economiche, si era premurato di mandare ogni anno il figlio in vacanza in Italia nelle colonie estive dell’Opera Nazionale Balilla. Cosa che, quando Mussolini dichiara guerra alla Gran Bretagna il 10 Giugno del 1939, costa all’allora quindicenne Eduardo tre mesi di prigione a Edimburgo. E se per lui le cose non erano il massino, il ragazzino ebbe comunque una sorte migliore di quella che toccò al padre, al nonno e allo zio che insieme ad altri prigionieri di guerra tedeschi e italiani, furono imbarcati sulla nave Arandora Star che li stava portando (o de-portando) in Canada. La nave fu affondata nel giugno 1940 da un U-Boat tedesco e 800 persone (il più italiani) persero la vita.

Paolozzi mosaics at Tottenham Court Road station. Photograph: Linda Nylind for the Guardian

Certo, per il figlio di un simpatizzante fascista in un periodo in cui il Paese in cui era nato (la Gran Bretagna) e quello da cui provenivano i suoi genitori (l’Italia) erano in guerra, il futuro era tutt’altro che roseo e al nostro Eduardo non resta altro che tenere la testa bassa e a continuare a soddisfare la golosità degli scozzesi lavorando nella gelateria di famiglia ad Edimburgo, mentre studia all’Edinburgh College of Art. Arruolato nell’esercito nel 1943, Paolozzi si finge pazzo per farsi riformare e continuare gli studi alla prestigiosa Slade School of Fine Art di Londra tra il 1944 e il 1947 prima di fare quello che i tutti i giovani artisti avevano fatto per un centinaio di anni e stanno ancora facendo oggi: andare a Parigi. In tasca aveva lettere di presentazione per Georges Braque, Alberto Giacometti e altri suoi idoli come Jean Arp, Constantin Brancusi e Fernand Léger. E la capitale mondiale dell’arte i germogli di quello che divenne Pop Art erano lì in bella mostra, per chi come lui aveva gli occhi bene aperti per vedere quello che il mondo offriva: i dadaisti avevano respinto la tradizione, Picasso aveva sperimentato con il collage, i surrealisti si erano spinti ai limiti dell’immaginazione. Eduardo torna in Gran Bretagna dopo tre anni con la mente in subbuglio.

Ma la Gran Bretagna degli anni Cinquanta non era esattamente quel vulcano di creatività e colore che è adesso, ma un paese che, sebbene vincitore, era uscito dal secondo conflitto mondiale con l’economia a pezzi, distrutto dalla povertà e da un razionamento che continuerà per gran parte degli ani Cinquanta. Ragion per cui Paolozzi si unì all’Indipendent Group una cooperativa di artisti e intellettuali che aveva come scopo scuotere il mondo dell’arte e rinnovarlo. E per far questo si serve di immagini che “trova” già pronte nella cultura popolare come la stessa parola “pop” che fa bella mostra di se nel suo collage I was a rich man’s plaything (1947) spianando la strada alla Pop Art di Andy Warhol che tutti conosciamo.

Paolozzi era un’anima inquieta e la sua irrequietezza traspare anche dalla sua arte: nel corso della sua lunga carriera utilizza praticamente ogni tecnica disponibile ed ogni materiale – dalla pittura alla scultura, dalla stampa al collage, dal bronzo alla ceramica, dal tessuto, alla serigrafia al mosaico , creando di tutto, cose grandi e cose piccole, pubbliche e private. Paolozzi era una sorta di cleptomane dell’arte e guardando le sue opere mi vienbe da pensare che la sua curiosità sia senza fine, così come la e la sua immaginazione. Sembra trovare ispirazione in tutto – dai fumetti alle rovine antiche, dalla pubblicità al disegno industriale e tutto trova posto nella sua arte, tramutato in colorata bellezza. Non sorprende che i critici dell’epoca, annoiati dalla pittura tradizionale, amassero i suoi collages. Insieme ad altri giovani scultori, come Anthony Caro e Reg Butler, Eduardo decide di misurarsi con giganti dell’epoca come Henry Moore e Barbara Hepworth, le cui sculture, un tempo derise dalla critica, erano diventato parte dell’establishment dell’arte. Fedele a se stesso, Paolozzi sperimenta con nuovi materiali per riflettere, come diceva lui, la “dinamicità” del tempo.

Sarà anche stato scozzese di origini italiane, ma Paolozzi non si è mai sentito del tutto a casa in Scozia o in Gran Bretagna in genere. Forse è per questo che piu’ che britannico si considerava prima di tutto un londinese ed è nella capitale che lascia il suo marchio – letteralmente. La capitale è piena delle sue opere, tanto che in occasione della mostra alla Whitechapel Gallery il settimanale Time Out (o la Bibbia di Londra come lo chiamo io quel giornale…) gli ha persino dedicato un delizioso itinerario per la città – dai restaurati mosaici delle stazioni della metropolitana di Totteham Court Road e Aldgate alle sculture in bronzo davanti al nuovo Design Museum (l’ex Commonwealth Institute che sta accanto ad Holland Park) o in Kew Gardens solo per citarne alcune. Tutte cose che ho visto un milione di volte senza mai notarle – o notarle particolarmente che è difficile non notare il gigantesco Newton bronzeo che troneggia fuori dalla British Library… So già cosa fare la durante uno dei miei giorni liberi quindi…

Londra/fino al 14 Maggio 2017

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

whitechapelgallery.org

 

Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk

Il giro del mondo con la Pop Art

Quando penso alla Pop Art penso ai barattoli di zuppa Campbell di Andy Warhol, ai quadri-fumetto di Roy Liechtenstein, alle sculture giganti di Claes Oldenburg, ai collage Richard Hamilton. Ma se questi sono certamente i rappresentanti più famosi di questo colorato movimento artistico, non sono certamente gli unici, così come come l’America e all’Inghilterra non sono state le uniche nazioni in cui questo movimento è fiorito e si è sviluppato. Ci voleva la Tate per organizzare una mostra su quella parte della Pop Art che è sfuggita (anche se sarebbe stato meglio ire lasciata fuori…) ai manuali di storia dell’arte.

Certo, per molti la Pop Art resterà per sempre un indissolubilmente legata agli Stati Uniti. Ma per la sottoscritta, la globalità di questo fenomeno così come la racconta questa mostra, è una vera e propria rivelazione. Chi l’avrebbe detto… Dal Perù al Vietnam, dalla Francia alla Romania, da Israele all’Argentina, la Pop Art affronta temi di propaganda e protesta e condanna in modo rumoroso ed efficace problemi globali come la guerra, il consumismo o la condizione femminile.

Non conosco praticamente nessuno degli artisti in mostra (alzi la mano chi conosce il polacco Jerzy Ryszard “Jurry” Zielinski – nessuno??), e questo é proprio il punto: allontanarsi dalla storia trita e ritrita che vede il movimento nascere a Londra negli anni Cinquanta grazie ad artisti come Richard Hamilton (un altro assente di rilievo dallo show della Tate), prima di esplodere a New York nei primi anni Sessanta. Ma se non ho mai sentito parlare di Zielinski, almeno ho sentito parlare dei nostri Mario Schifano e Sergio Lombardo (di cui ammetto però di non aver mai approfondito la conoscenza) che qui rappresentano il Bel Paese. E che come molti degli artisti di questa mostra, hanno adattato il linguaggio Pop ai propri fini politici.

 John F Kennedy and Nikita Krusciov (1962) by Sergio Lombardo. Photograph: Matt Dunham/AP

John F Kennedy and Nikita Krusciov (1962) by Sergio Lombardo. Photograph: Matt Dunham/AP

Ovunque ci si giri si trova rabbiosa insoddisfazione – che si tratti dell’imperialismo americano, della guerra del Vietnam, della bomba atomica, del capitalismo. Il nostra nuovo leader laburista Jeremy Corbyn sarebbe al settimo cielo. Ma seppure colorate e divertenti, la qualità di molte delle opere in mostra semplicemente non è un gran che, e questo da solo mi pare un motivo piú che valido per relegare molti degli artisti qui presenti al dimenticatoio…

Equipo Realidad, Divine Proportion 1967 (Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid)

Equipo Realidad, Divine Proportion 1967 (Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid)

Ma ci sono eccezioni, come il caleidoscopico Doll Festival del giapponese Ushio Shinohara, dipinto nel 1966 più colorato e di una canzone dei Beatles (Lucy in the Sky with diamonds salata alla mente, che infatti fu scritta nel 1967…).

Ushio Shinohara, Doll Festival 1966 (Download high resolution image 2.02 MB) Doll Festival 1966 Fluorescent paint, oil, plastic board on plywood Hyogo Prefectural Museum of Art (Yamamura Collection) © Ushio and Noriko Shinohara

Ushio Shinohara, Doll Festival 1966 (Download high resolution image 2.02 MB)
Doll Festival 1966 Hyogo Prefectural Museum of Art (Yamamura Collection)
© Ushio and Noriko Shinohara

A parte la politica, l’altro, tema che ha forse più successo è il sesso – in particolare, il modo in cui le donne erano (sono, ahime, ancora oggi) presentate nei media. Paradossalmente, in passato la Pop Art è stata occasionalmente criticata per essere sessista. Questo almeno fino a quando, di recente, è stato riscoperto il lavoro di un gruppo di artiste Pop Art completamente dimenticate dalla storia dell’arte. Guardandole adesso, certe opere che vogliono condannare la condizione della donna nella società dell’epoca sono davvero all’acqua di rose che con quello che si trova oggi in Internet una donna che mangia una banana non farebbe arrossire neppure un neonato, ma quarant’anni fa dovevano certamente apparire sovversive davvero e la mostra della Tate offre un esempio della loro arte. Basta guardare l’allegra ventata di femminismo dell’austriaca Kiki Kogelnik (1935-1997), di cui non avevo mai sentito parlare prima e che affronta temi femminili con umorismo e ironia, qualità pressoché sconosciute alla rabbiosa estetica femminista degli anni Sessanta e Settanta.

Friends, 1971, by Kiki Kogelnik is part of the World Goes Pop exhibition at Tate Modern. Photograph: Guy Bell/Rex Shutterstock

Friends, 1971, by Kiki Kogelnik is part of the World Goes Pop exhibition at Tate Modern. Photograph: Guy Bell/Rex Shutterstock

Per i puristi, questa mostra sarà certamente troppo. Innanzi tutto troppo vasta, con le sue 160 opere; e cronologicamente e geograficamente troppo estesa, in quanto allarga la già elastica definizione della Pop Art al punto di rottura. Che, diciamocelo, se un po’ di revisionismo non è sempre una brutta cosa, omettere i padri fondatori del movimento è un vero e proprio sacrilegio, che senza Warhol & C. non sarebbe esistito quel linguaggio visivo che questi artisti di periferia hanno adottato cosi velocemente e con tanto entusiasmo (ma senza possederlo mai fino in fondo) per dire cose che altrimenti non sarebbero state notate.

Nel complesso, però, questa colorata mostra regala in tutto il suo splendore al neon, una divertente e istruttiva istantanea dello stato della controcultura mondiale degli anni Sessanta e Settanta. È una storia vecchia raccontata in modo diverso. E già di per sé questo merita rispetto…

Londra// fino al 24 Gennaio 2016.

Nuove scoperte alle Serpentine Galleries #1

È il nostro week-end anche se è Mercoledì ed io la mia dolce metà ce ne stiamo placidamente sdraiati sul prato verde di Kensington Gardens che lavorando entrambi al museo la nostra settimana non coincide mai con quella dei comuni mortali che hanno una vita ‘monday to Friday’. Il giornale aperto davanti, libro e crema solare (che quando decide di farsi vedere il sole brucia parecchio anche a queste latitudini) ci stiamo godendo questa mini-ondata di caldo di BEN due settimane che dicono che sia l’Estate. “Cosa c’è da vedere alla Serpentine Gallery?” Sto sonnecchiando pigra assaporando il calore del sole riscaldarmi le ossa sentendomi molto vicina al D’Annunzio in Meriggio (quando sono al sole mi viene sempre in mente la prof. d’italiano delle superiori leggerci estatica questa poesia: ciao prof!!) quando mi arriva la domanda da parte del mio lui che evidentemente da bravo inglese, si è già stancato di arrostirsi corpo e cervello modello lucertola.

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Lynette Yadom-Boakye, Serpentine Gallery, London. 2015 © Paola Cacciari

Non ricordo il nome dell’artista in questione, molto probabilmente perché non ne ho mai sentito parlare prima che, come si sarà capito dalla natura delle mie peregrinazioni artistiche tra le mostre ed io musei di Londra, l’arte contempoaranea non è davvero il mio forte. E comunque se vogliamo arrivare in tempo prima della chiusura bisogna che ci sbrighiamo, ci incamminiamo più o meno pigramente verso una degli spazi espositivi più carini di Londra.

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Lynette Yadom-Boakye, Serpentine Gallery, London. 2015 © Paola Cacciari

Lynette Yadom-Boakye. Dice il cartello fuori dall’edificio. Africana di origine e londinese di nascita, l’artista crea ritratti un po’ surreali di donne e uomini volutamente indefiniti e altrettanto volutamente anonimi, dipinti con la pennellata larga, frastagliata e carica di colore che mi piace tanto e che qui rende i protagonisti di questi ritratti ancora più sradicati da ogni contesto storico e sociale. Non ci sono costume o fondali che ci possano aiutare a farci un’idea della provenienza geografica o del periodo storico: sono solo persone. E basta. Una cosa sola salta immediatamente all’occhio: tutti i suoi soggetti sono persone di colore. Da sempre marginalizzate nella storia dell’arte occidentale e costretti in ruoli precisi quando dipinti (lo schiavo, il valletto, il cameriere, il musicista jazz) in un mondo di bianchi, qui costituiscono la normalità. E credo sia questo ciò che l’artista vuole dimostrare, che la diversità non è altro che la stessa realtà osservata da un punto di vista diverso.

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Lynette Yadom-Boakye, Interstellar, 2012. Serpentine Gallery, London © Paola Cacciari

Attraversando poi il ponte su Exhibition Road che passa sul lago, appare all’orizzonte la Serpentine Sackler Gallery, la succursale della Serpentine Gallery inaugurata nel 2013  e ricavata da un’ex-polveriera costruita nel 1805  e ora dotata di un futuristico padiglione adiacente alla galleria che ospita il Restaurant Magazine disegnato nientepopodimeno che dalla gran dama dell’architettura, sua maestà Zaha Hadid. Con 900 metri quadrati di nuova galleria,  negozio e spazi culturali, la “seconda casa” della Serpentine nei Kensington Gardens è diventata una nuova meta culturale nel cuore di Londra.

 

Serpentine Galleries‬ Lynette Yiadom-Boakye: Verses After Dusk

Londra // fino al 13 Settembre;

serpentinegalleries.org

Richard Hamilton a Tate Modern

Postmodernista? Simbolo di un’era? Nonno della Pop-Art?
Chiamatelo come vi pare, ma Richard Hamilton (1922–2011) è stato di fatto tutte queste cose, e molto di più. Se siete in dubbio (come lo ero io) andate a vedere l’interessantissima retrospettiva che Tate Modern gli ha dedicato e cambierete idea.

Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? (1956)

Nato a Londra nel 1922, Hamilton è stato un curioso della vita fino alla fine, avvenuta nel 2011 a 89 anni. Una carriera la sua, durata sessant’anni durante la quale si è dedicato a pittura, collage, scultura, stampa di tessuti, installazioni (e via di seguito) e che lo ha definitivamente collocate nell’Olimpo dei grandi del XX secolo. Inutile dire che le sue opera del periodo Pop Art sono quelle che mi sono piaciute di più come il meraviglioso collage  del 1956 Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? è ampiamente riconosciuto come uno dei primi pezzi della Pop Art che incorpora pubblicità ritagliata da giornali e riviste popolari.
“Sexy”, “usa e getta”, “transitoria”, “sacrificabile”, “giovane”, “spiritosa”: questi sono solo alcuni degli aggettivi che Hamilton ha utilizzato per definire la sua arte. Un’arte che gioca con il consumismo e la produzione di massa che tanta parte ha nella Pop art di Warhol & C.

The Citizen, Tate. 1988-90

Ma una cosa nuova (o almeno nuova per me) sono le sue opera di stampo politico come il potente trittico fotografico ispirato alla difficile situazione politica nell’Irlanda del Nord. The Citizen, The Subject, The State rappresentanti rispettivamente un prigionero politico detenuto a Maze Prison, un orangista e un soldato: tre personaggi che seppure in modi diversi, sono tutti prigioniere delle loro scelte, delle loro idee. O che dire di un Tony Blair vestito da cow boy – novello John Wayne  alla conquista di cosa poi non si sa…
Davvero questa mostra è stata un rivelazione. E per questo “provocatoria” è un altro temine che aggiungerei agli aggettivi normalmente usati per definire l’arte di Richard Hamilton. Andate a vederla questa mostra  e giudicate da soli.

fino al 26 Maggio

Tate Modern
http://www.tate.org.uk/

Pop Art Design, Barbican Art Gallery

Alzi la mano chi non ha mia sentito parlare della Pop Art e dei suoi discepoli, Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Warhol, quello dei barattoli di zuppa Campbell, del culto della celebrità e del consumismo etc etc. E Roy Lichtenstein, quello dei fumetti trasformati in quadri.
Ma forse meno conosciuto è il fatto che la Pop Art oltre ad artisti come Warhol e Lichtenstein (e Martial Raysse e Claes Oldenburg), è stata per i designers un’impareggiabile fonte d’ispirazione.

The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican

The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican

E allora ci pensa Pop Art Design, una splendida e divertentissima mostra alla Barbican Gallery, che  esamina quel momento di trasformazione sociale avvenuto tra il secondo dopoguerra e il Postmodernismoquando, in seguito a profondi mutamenti storico-sociali, gli Stati Uniti assumono un ruolo di primo piano nella politica mondiale.Con ripercussioni di portata storica anche sul vecchio continente. Questa nuova forma d’arte “popolare” è in netta contrapposizione con l’eccessivo intellettualismo dell’Espressionismo Astratto e rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti e ai linguaggi della società dei consumi. L’appellativo “popolare” deve essere inteso però in modo corretto. Non come arte del popolo o per il popolo ma, più puntualmente, come arte di massa, cioè prodotta in serie. E poiché la massa non ha volto, l’arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone (almeno a sentire Wikipedia…).

Just what is it that makes today's homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.

Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.

La mercificazione dell’uomo moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo piu’ sfrontato diventano nuovi valori di riferimento come nei collages dell’inglese Richard Hamilton, considerato uno dei primi artisti Pop del dopoguerra . In questo mondo cosi superficiale, il fumetto diventa l’unico veicolo rimasto di comunicazione scritta. tutti fenomeni a cui gli artisti pop hanno attinto a piene mani le loro motivazioni. Tirata giù dal suo piedistallo (almeno metaforicamente) l’arte entra di prepotenza nelle case, diventa parte della vita quotidiana – specialmente di quella della società americana – basandosi sul fatto che i soggetti di cui si occupa sono noti a tutti e sono per tutti riconoscibili. E picohe’ da cosa nasce cosa, il consumismo e la prosperità diventano presto evidenti anche nel design.

Girovagare per questa mostra è elettrizzante: sono due piani di colorata celebrazione dell’energia e della produttività del dopoguerra americano ed europeo. Qui sono esaminate e rielaborate questioni come funzione, rappresentazione ed iconografia; qui oggetti quotidiani sono investiti da nuovi significati. Artisti e designers condividono lo stesso vocabolario, stilizzano ed esagerano fumetti, figure politiche, miti del cinema, dei giornali e della TV. Le donne sono idealizzate per la ragione sbagliata e divengono miti del quotidiano alla pari di divani e poltrone come sembra pensare Gaetano Pesce che nella sua celebre UP5 e 6 riprende le forme delle statue votive delle dee della fertilità per dare vita a un vero e proprio manifesto di espressione politica sulla condizione femminile. La società della fine degli anni Sessanta non è pronta a riconoscere alle donne le loro numerose capacità e le rilega ai margini del panorama politico e sociale. E allora poltrona e sgabello si trasformano in  una donna con una palla attaccata alla gamba, l’immagine di un prigioniero. L’immagine delle donne di tutto il mondo, prigioniere del pregiudizio e di un mondo maschile. E su questo c’è ancora molta strada da percorrere…

Up 5 e 6 (1969-73)

Gaetano Pesce, Up 5 e 6 (1969-73)

Gaetano Pesce è  solo uno dei grandi italiani presenti in questa mostra. Che se la Pop Art è generalmente considerata come un fenomeno angloamericano, molti degli oggetti di design più interessanti vengono dall’Europa continentale  e in particolare dall’Italia.
Personaggi come Ettore Sotsass cominciano e a sperimentare con nuovi materiali creando oggetti provocatori che sono anche e soprattutto un commento sociale alla realtà italiana. di un’epoca come gli anni Sessanta in pieno boom economico. Di questo periodo il computer Elea(1964), la macchina da scrivere Tecne 3 e la mitica  portatile Valentine (1969). E il 1961 è l’anno della prima edizione del Salone Internazionale del Mobile di Milano. La diffusione della plastica e del poliuretano, sintetizzato già nel 1941 e utilizzato per le imbottiture, sarà poi utilizzati nel settore del furniture design da aziende come la Gufram con i suoi celebri Pratone.

Novelli William Morris o Bahuaus, i designers Pop del primo dopoguerra volevano fare cose belle che rendessero il mondo un posto migliore. Ma progressivamente spogliata dei suo valori didascalico-morali, l’arte del passato diventa un cliché come la sedia Capitello di Studio 65  realizzata in schiuma di poliuretano e modellata come un elemento architettonico in stile ionico. L’ironia  sta nel contrasto tra il materiale moderno morbido e flessibile in cui è stata modellata e la durezza della forma portante dell’architettura greca. I riferimenti visivi derivati ​​da architettura e l’arte sostituiscono la funzionalita’ come del resto capita nella maggior parte degli oggetti disegnati da Studio 65 e da altri gruppi di designers di questo periodo, trasformando mobili, gioielli, accessori, e anche architettura stessa in oggetti di fantasia. Tutti elementi che ritroveremo nel nuovo stile che mette faccia a faccia passato e presente: il Postmodernismo.
Pop Art Design

Londra//fino al 9 febbraio 2014

Barbican Gallery
barbican.org.uk

 

 


Lichtenstein: A Retrospective a Tate Modern

Ecco una mostra che ho atteso con ansia in quanto la Pop Art mi incuriosisce da sempre per la sua combinazione di arte aulica e oggetti quotidiani come lattine di zuppe.

Roy Lichtenstein, 'Whaam!' 1963
Roy Lichtenstein  Whaam! 1963 Purchased 1966© Estate of Roy Lichtenstein

Personaggio chiave della Pop Art Americana, Roy Lichtenstein(1923 –1997) è stato uno degli artisti più rappresentativi del XX secolo. Nei primi anni Sessanta ruppe con l’Espressionismo astratto per dedicarsi ad un nuovo concetto di pittura ispirata ai fumetti, alla pubblicità e all’immaginario collettivo. Questi dipinti, come si può ben immaginare, fecero scalpore provocando allo stesso tempo oltraggio  delizia e nelle 4 decadi successive l’opera di Lichtenstein diventò immediatamente riconoscibile a livello internazionale per la forza visiva delle sue icone a fumetti.

Roy Lichtenstein Landscape in Fog 1996
Roy Lichtenstein, Landscape in Fog 1996
© Estate of Roy Lichtenstein/DACS 2012
E la retrospettiva di Tate Modern, di Lichtenstein rivaluta e non solo l’opera ma anche l’eredità. Dai suoi iconici fumetti Pop alle “parodie” e “appropriazioni” del 1972 al 1981 ispirate al Futurismo, a De Stijl, al Costruttivismo russo, al Surrealismo e all’Espressionismo tedesco, fino alle atmosfere sognanti dei paesaggi cinesi ispirati alla dinastia Cheng. Questi ultimi, creati nel 1995  poco prima della sua morte, sono stati per me una vera rivelazione e suggeriscono una nuova direzione presa da Lichtenstein, dinamico fino alla fine.
Londra // fina al 27 Maggio 2013
Lichtenstein: A Retrospective

The bride and the bachelors @ Barbican


Marcel Duchamp’s Fountain (1950, replica of 1917 original). Photograph: Succession Marcel Duchamp, 2013, ADAGP/Paris, DACS/London

Marchel Duchamp è considerato uno dei più rappresentativi artisti del XX secolo. E se non fu per tutti, certo lo fu per i quattro artisti americani del dopoguerra protagonisti della grande mostra della Barbican Gallery: Jasper Johns, Robert Rauchenberg, il coreografo Merce Cunningham e il compositore John Cage.

Duchamp che era tanto filosofo quanto artista e il cui contributo alla storia dell’arte, il readymade – un oggetto già pronto presentato come un’opra d’arte – dimostra che è l’idea che conta e non l’oggetto in sè, era entusiasmato dall’idea della “possibilità”. Lo stesso concetto esplorato nell’opera di questi quattro artisti, a partire dalla musica di John Cage le cui composizioni sono suonate da due pianoforti sono appositamente programmati. Allo stesso modo, uno stage offre un’assggio delle performances dal vivo create da Cunningham.
Jasper Johns’s Figure 8 (1959). Photograph: The Sonnabend Collection, New York
E se Rauschenberg unisce dipinti e readymade, Jasper Johns inverte il concetto di readymadestesso producendo opere che sembrano oggetti d’uso.

Una mostra affascinante in cui c’è molto da vedere e soprattutto da sentire.


Londra // fino al 9 giugno 2013
The bride and the bachelors
BARBICAN ART GALLERY
Silk Street
+44 0845 1207550