Il Postmodernismo in mostra: a Londra, naturalmente

Sono uscita da Postmodernism: Style and Subversion 1970-1990 completamente elettrizzata. E non solo perchè la mostra è divertente e interessante, ma perchè per una volta il passato che è già passato, non è ancora troppo passato. E le cose che stavano lì dentro me le ricordo tutte (o quasi). Che anche se sono una figlia degli anni Sessanta, sono un prodotto degli anni Ottanta. Sono postmoderna e non lo sapevo!

Grace Jones maternity dress 1979 © Jean-Paul Goude.
Grace Jones maternity dress 1979 © Jean-Paul Goude.
Cinzia Ruggeri, Homage to Lévi-Strauss dress, A/W collection 1983–4. © V&A Images.
Cinzia Ruggeri, Homage to Lévi-Strauss dress, A/W collection 1983–4. © V&A Images.

Perchè negli anni Ottanta anch’io ero un’adolescente con la permanente da barboncino  impazzito (bruciacchiata al punto giusto) che se ne andava in giro infagottata in orrendi maglioni oversize con le maniche a raglan, annegata in giacche e giubbotti dalle spalle talmente imbottite da intimidire un giocatore di football americano, piegata sotto il peso di uno dei primi modelli di Walkman creati dalla Sony (così pesante che si vendeva provvisto di un’apposita tracolla!). iPod? Mp3? Stiamo scherzando?? Mai come negli anni Ottanta è stato così faticoso essere cool…!

Se per il Modernismo la decorazione era quasi un peccato mortale, per il Postmodernismo è vero il contrario: non esiste altro dio che la la decorazione. Quello postmoderno è un mondo effimero dominato dalla teatralità e dall’esagerazione, un mondo abitato da pop stars androgine come Boy George o Grace Jones, un mondo in cui artificiale e naturale si uniscono come nelle architetture di Philip Johnson o di Hans Hollein che giocano in modo irriverente con i principi architettonici dell’architettura classica. In breve, un mondo che va affrontato con scettiscismo e ironia.

Dopo esseremi aggirata per le altre varie varie sezioni (i curatori hanno saggiamente deciso di concentrarsi solo sul design, evitando arte e letteratura contemporanee che da sole avrebbero fornito abbastanza materiale per un’altra mostra) mi sono appropriata delle cuffie attaccate al televisore che trasmetteva non stop video di Kaftwerk, Talking Heads, Devo, Visage e altre chicche di MTV, guardata con aria attonita da una moderna adolescente mentre, con le cuffie nelle orecchie, imrovvisavo goffe mosse di danza al ritmo dei Culture Club. Che la poverina in questione avrà avuto sedici anni e dubito che sappesse cosa fossero Boy George e la New Wave. Uh!

Hans Hollein, façade from Strada Novissima, The Presence of the Past, Biennale of Architecture, Venice, 1980.
Hans Hollein, façade from Strada Novissima, The Presence of the Past, Biennale of Architecture, Venice, 1980.

Ho sostato con reverenza davanti ai costumi di scena di Annie Lennox e di David Byrne, e di quelli di Pris e Rachel, le replicanti di Blade Runner, film che ho visto quando avevo quattordici anni ed ero cotta marcia di Harrison Ford e al cinema ci andavo al pomeriggio.

Ettore Sottsass for Memphis, Casablanca sideboard, plastic laminate over fibreboard, 1981. © V&A Images.
Ettore Sottsass for Memphis, Casablanca sideboard, plastic laminate over fibreboard, 1981. © V&A Images.

Ho ammirato il segno del Dollaro di Andy Warhol introduce il soggetto del denaro e la cultura degli yuppies, che io ricordo più per i film di Carlo Vanzina con Massimo Boldi e Cristian de Sica che per la manovra economica di Margaret Thatcher. Mi sono commossa davanti al prototipo della copertina di Closer dei Joy Division, e ho sorriso con tenerezza davanti ai caricaturistici utensili da cucina Alessi e ai mobili assurdi e alle assurde (e bellissime!) ceramiche del Gruppo Memphis di Ettore Sotsass e di Studio Alchymia. Che al contrario del Modernismo, dove la forma segue la funzione, per il Postmodermismo lo stile viene prima di tutto. E non a caso l’Italia e stata una delle prime nazioni ad abbracciare con entusiasmo questo movimento! È davvero una questione di stile, e di quello noi italiani ne abbiamo davvero da vendere…

Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.
Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.

Inutile dire che sono uscita dalla mostra gongolante e con un mega-sorrisone stampato sulla faccia. Che è stato impagabile rivivere quegli anni. E ancora di più è stato farlo senza la permanente bruciata…

Londra//fino al 15 Gennaio 2012

Postmodernism: Style and Subversion 1970 – 1990

Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

 

 

 

 

Richard Hamilton a Tate Modern

Postmodernista? Simbolo di un’era? Nonno della Pop-Art?
Chiamatelo come vi pare, ma Richard Hamilton (1922–2011) è stato di fatto tutte queste cose, e molto di più. Se siete in dubbio (come lo ero io) andate a vedere l’interessantissima retrospettiva che Tate Modern gli ha dedicato e cambierete idea.

Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? (1956)

Nato a Londra nel 1922, Hamilton è stato un curioso della vita fino alla fine, avvenuta nel 2011 a 89 anni. Una carriera la sua, durata sessant’anni durante la quale si è dedicato a pittura, collage, scultura, stampa di tessuti, installazioni (e via di seguito) e che lo ha definitivamente collocate nell’Olimpo dei grandi del XX secolo. Inutile dire che le sue opera del periodo Pop Art sono quelle che mi sono piaciute di più come il meraviglioso collage  del 1956 Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? è ampiamente riconosciuto come uno dei primi pezzi della Pop Art che incorpora pubblicità ritagliata da giornali e riviste popolari.
“Sexy”, “usa e getta”, “transitoria”, “sacrificabile”, “giovane”, “spiritosa”: questi sono solo alcuni degli aggettivi che Hamilton ha utilizzato per definire la sua arte. Un’arte che gioca con il consumismo e la produzione di massa che tanta parte ha nella Pop art di Warhol & C.

The Citizen, Tate. 1988-90

Ma una cosa nuova (o almeno nuova per me) sono le sue opera di stampo politico come il potente trittico fotografico ispirato alla difficile situazione politica nell’Irlanda del Nord. The Citizen, The Subject, The State rappresentanti rispettivamente un prigionero politico detenuto a Maze Prison, un orangista e un soldato: tre personaggi che seppure in modi diversi, sono tutti prigioniere delle loro scelte, delle loro idee. O che dire di un Tony Blair vestito da cow boy – novello John Wayne  alla conquista di cosa poi non si sa…
Davvero questa mostra è stata un rivelazione. E per questo “provocatoria” è un altro temine che aggiungerei agli aggettivi normalmente usati per definire l’arte di Richard Hamilton. Andate a vederla questa mostra  e giudicate da soli.

fino al 26 Maggio

Tate Modern
http://www.tate.org.uk/

Martino Gamper alla Serpentine Sackler Gallery

“Ogni oggetto ha il suo momento di gloria e una volta che questo è passato, ogni singolo pezzo dovrebbe essere reinserito nel ciclo evolutivo. Dunque, perché dovrei venerare un oggetto prodotto industrialmente se ne esistono ancora centinaia di copie, che poi sono prodotti seriali che il loro progettista non ha mai toccato né visto?” No, non è William Morris,  ma l’italianissimo Martino Gamper. 

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari
Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

Nato a Merano nel 1971, Gamper studia a Vienna prima di ritornare per un breve periodo a Milano,  per poi trasferirsi definitivamente a Londra nell’1998 dove è diventato famoso grazie al progetto 100 Chairs in 100 Days and its 100 Ways, cominciato nel 2005 (specializzato nel riutilizzo di materiali inutilizzati, Gamper ha raccolto 100 sedie inutilizzabili, smontandole e rimontandole in nuove combinazioni; dall’esperienza è nato il libro omonimo).

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari (2)
Martino Gamper. Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

In Design is a State of Mind alla  Serpentine Sackler Gallery, la succursale della Serpentine Gallery inaugurata nel 2013 e ricavata da un’ex-polveriera costruita nel 1805 il cui futuristico padiglione è stato disegnato nientepopodimeno che da Zaha Hadid, Gamper si dedica all’esame di ripiani, mensole e scaffali.

Martino Gamper. Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari
Martino Gamper. Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

Ce ne sono una quarantina lungo le pareti della galleria e vanno dai classici del design come quelli di Anna Castelli Ferrieri, Charlotte Perriand, Gio Ponti e Dieter Rams, ad un esempio più umile come il sistema Ivar prodotto in serie da Ikea. Su di esse sono disposte collezioni di oggetti creati e prestati da amici e collaboratori di Gamper, tra cui leggende come Ron Arad ed Enzo Mari, o colleghi Michael Marriott e Bethan Laura Wood e l’artista Richard Wentworth.

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari
Martino Gamper. Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

La storia della scaffalatura offerta dalla mostra è un soggetto inaspettatamente interessante. Dalla  struttura modernista del designer britannico Gerald Summer (1934), al Postmodernismo di Ettore Sottsass e dei designer italiani, si arriva alla contemporaneità dei progetti di Gamper e Marriott e al suo atteggiamento che mi pare cosi simile alle Arts and Crafts di Morris.

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari
Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari


“Non c’è nessun disegno perfetto o un tipo di design che si trova al di sopra degli altri. Gli oggetti ci parlano singolarmente e personalmente. Alcuni potrebbero essere più funzionali rispetto ad altri, e l’attaccamento emotivo è sempre molto individuale”, dice Gamper per spiegare questo straordi
nario Wunderkammer di mostra. Una mostra che con le scaffalature racconta l’arte di raccogliere gli oggetti. Perché in fondo cosa sarebbero mensole e scaffali senza gli oggetti che ci mettiamo sopra? Ogni oggetto, libro fotografia racconta un pezzo di vita. E allora a ciascuno la sua mensola. E a ciascuno la sua storia…
 
fino al 21 aprile 2014  

Martino Gamper: Design Is a State of Mind
Serpentine Sackler Gallery,  
Kensington Gardens
London W2 3XA

Pop Art Design, Barbican Art Gallery

Alzi la mano chi non ha mia sentito parlare della Pop Art e dei suoi discepoli, Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Warhol, quello dei barattoli di zuppa Campbell, del culto della celebrità e del consumismo etc etc. E Roy Lichtenstein, quello dei fumetti trasformati in quadri.
Ma forse meno conosciuto è il fatto che la Pop Art oltre ad artisti come Warhol e Lichtenstein (e Martial Raysse e Claes Oldenburg), è stata per i designers un’impareggiabile fonte d’ispirazione.

The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican
The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican

E allora ci pensa Pop Art Design, una splendida e divertentissima mostra alla Barbican Gallery, che  esamina quel momento di trasformazione sociale avvenuto tra il secondo dopoguerra e il Postmodernismoquando, in seguito a profondi mutamenti storico-sociali, gli Stati Uniti assumono un ruolo di primo piano nella politica mondiale.Con ripercussioni di portata storica anche sul vecchio continente. Questa nuova forma d’arte “popolare” è in netta contrapposizione con l’eccessivo intellettualismo dell’Espressionismo Astratto e rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti e ai linguaggi della società dei consumi. L’appellativo “popolare” deve essere inteso però in modo corretto. Non come arte del popolo o per il popolo ma, più puntualmente, come arte di massa, cioè prodotta in serie. E poiché la massa non ha volto, l’arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone (almeno a sentire Wikipedia…).

Just what is it that makes today's homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.
Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.

La mercificazione dell’uomo moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo piu’ sfrontato diventano nuovi valori di riferimento come nei collages dell’inglese Richard Hamilton, considerato uno dei primi artisti Pop del dopoguerra . In questo mondo cosi superficiale, il fumetto diventa l’unico veicolo rimasto di comunicazione scritta. tutti fenomeni a cui gli artisti pop hanno attinto a piene mani le loro motivazioni. Tirata giù dal suo piedistallo (almeno metaforicamente) l’arte entra di prepotenza nelle case, diventa parte della vita quotidiana – specialmente di quella della società americana – basandosi sul fatto che i soggetti di cui si occupa sono noti a tutti e sono per tutti riconoscibili. E picohe’ da cosa nasce cosa, il consumismo e la prosperità diventano presto evidenti anche nel design.

Girovagare per questa mostra è elettrizzante: sono due piani di colorata celebrazione dell’energia e della produttività del dopoguerra americano ed europeo. Qui sono esaminate e rielaborate questioni come funzione, rappresentazione ed iconografia; qui oggetti quotidiani sono investiti da nuovi significati. Artisti e designers condividono lo stesso vocabolario, stilizzano ed esagerano fumetti, figure politiche, miti del cinema, dei giornali e della TV. Le donne sono idealizzate per la ragione sbagliata e divengono miti del quotidiano alla pari di divani e poltrone come sembra pensare Gaetano Pesce che nella sua celebre UP5 e 6 riprende le forme delle statue votive delle dee della fertilità per dare vita a un vero e proprio manifesto di espressione politica sulla condizione femminile. La società della fine degli anni Sessanta non è pronta a riconoscere alle donne le loro numerose capacità e le rilega ai margini del panorama politico e sociale. E allora poltrona e sgabello si trasformano in  una donna con una palla attaccata alla gamba, l’immagine di un prigioniero. L’immagine delle donne di tutto il mondo, prigioniere del pregiudizio e di un mondo maschile. E su questo c’è ancora molta strada da percorrere…

Up 5 e 6 (1969-73)
Gaetano Pesce, Up 5 e 6 (1969-73)

Gaetano Pesce è  solo uno dei grandi italiani presenti in questa mostra. Che se la Pop Art è generalmente considerata come un fenomeno angloamericano, molti degli oggetti di design più interessanti vengono dall’Europa continentale  e in particolare dall’Italia.
Personaggi come Ettore Sotsass cominciano e a sperimentare con nuovi materiali creando oggetti provocatori che sono anche e soprattutto un commento sociale alla realtà italiana. di un’epoca come gli anni Sessanta in pieno boom economico. Di questo periodo il computer Elea(1964), la macchina da scrivere Tecne 3 e la mitica  portatile Valentine (1969). E il 1961 è l’anno della prima edizione del Salone Internazionale del Mobile di Milano. La diffusione della plastica e del poliuretano, sintetizzato già nel 1941 e utilizzato per le imbottiture, sarà poi utilizzati nel settore del furniture design da aziende come la Gufram con i suoi celebri Pratone.

Novelli William Morris o Bahuaus, i designers Pop del primo dopoguerra volevano fare cose belle che rendessero il mondo un posto migliore. Ma progressivamente spogliata dei suo valori didascalico-morali, l’arte del passato diventa un cliché come la sedia Capitello di Studio 65  realizzata in schiuma di poliuretano e modellata come un elemento architettonico in stile ionico. L’ironia  sta nel contrasto tra il materiale moderno morbido e flessibile in cui è stata modellata e la durezza della forma portante dell’architettura greca. I riferimenti visivi derivati ​​da architettura e l’arte sostituiscono la funzionalita’ come del resto capita nella maggior parte degli oggetti disegnati da Studio 65 e da altri gruppi di designers di questo periodo, trasformando mobili, gioielli, accessori, e anche architettura stessa in oggetti di fantasia. Tutti elementi che ritroveremo nel nuovo stile che mette faccia a faccia passato e presente: il Postmodernismo.
Pop Art Design

Londra//fino al 9 febbraio 2014

Barbican Gallery
barbican.org.uk