Le molte facce del baritono

Quando si parla di musica lirica la mente va ai grandi tenori – che tenori! Enrico Caruso, Luciano Pavarotti, Placido Domingo, Roberto Alagna fino ad arrivare al divo di oggi, il bel tenebroso Jonas Kaufamann. Oppure si pensa alle grandi soprano come Maria Callas, Katia Ricciarelli (nella mia memoria associate per sempre a Pippo Baudo) e alla diva ex-moglie del bel Roberto sopracitato (Alagna) Angela Gheorghiu.

Ma spesso si tende a dimenticare il terzo del triangolo: il baritono. Forse perché per la natura della sua voce è destinato spesso a fare la parte del cattivo della situazione. O forse perché la maggioranza delle grandi arie, quelle più famose, che rimangono in testa e che si possono cantare sotto la doccia sono per i tenori (Nessun dorma docet…).

Basta tuttavia fare un attimo di attenzione per vedere che ci sono ruoli indimenticabili creati per il baritono. E se un baritono è del calibro del gallese Bryn Terfel allora siamo a cavallo. Terfel ha dato vita, volto (e corporatura) ad alcuni tra i più memorabili “cattivi” del melodramma italiano e non, dal perfido barone Scarpia della Tosca pucciniana…

angelaGheorghiuBrynTerfelScarpia372

Angela Gheorghiu e BrynTerfel in Tosca, Londra Royal Opera House

… allo splendido e ironico Mefistofele nel Faust di Charles Gounod…

Faust-Bryn-Terfel-Gounod--011

BrynTerfel come Mafistofele in Faust, Londra Royal Opera House 2014

fino ad arrivare al tormentato Olandese Volante di Wagner, destinato a vagare per i mari per l’eternità fino a quando non troverà una donna che gli giura fedeltà fino alla morte. Uh!

Der_Fliegende_HollanderBryn_Terfel

BrynTerfel in Der Fliegende Hollander, Londra Royal Opera House 2015

E non finisce qui. Che dal Gérard dei Andrea Chenier di Umberto Giordano allo stra-famoso Rigoletto verdiano, passando dal Don Giovanni di  Mozart, i ruoli per baritono nell’opera sono davvero infiniti (basta guardare la pagina di Wikipedia per credere!). E da quando il grande Placido Domingo ha rinunciato (per raggiunti limiti d’ età) ai ruoli da tenore, l’esercito dei baritoni ha guadagnato un’altra presenza stellare. Nabucco, Giorgio Germont ne La Traviata e il Doge Francesco Foscari de I due Foscari ringraziano!

17iht-white17A-articleLarge

Placido Domingo nei panni di Francesco Foscari. I due Foscari, Londra, Royal opera House, 2014.

E anche tra i baritoni ci sono i rubacuori e tra le due pin-up del momento ci sono il russo Dmitri Hvorostovsky, famoso per il suo repertorio verdiano e per la sua interpretazione di Eugene Onegin  nell’omonima opera di Tchaikovsky tratta dal romanzo in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin, e l’inglese Christopher Maltman, davvero bravissimo nel ruolo dei perfidi Don Giovanni e Conte di Luna de Il Trovatore.

Ma ci sono anche grandi baritoni nell’opera buffa e non bisogna essere appassionati dell’opera per conoscere, anche solo di fama, il più famoso barbiere del mondo quel Figaro del Barbiere di Siviglia di Rossini passato alla storia per Largo al factotum, o il Papageno del Flauto Magico di Mozart il giovane uccellatore al servizio della Regina della Notte, alla disperata ricerca della sua Papagena. E quando la trova la sua felicità è alle stelle, com’è evidente in questo divertentissimo duetto. E non dimentichiamo lui, il Gianni Schicchi di Puccini a cui la figlia Lauretta canta la mia aria preferita, O mio babbino caro… 🙂

Annunci

Che vita sarebbe senza Puccini?

Portare una mandria di piccoli sacchetti di ormoni pronti ad esplodere in ogni momento (come solo i ragazzini della terza media possono essere) all’opera è tempo perso. Lo so, perchè c’ero anch’io. E pur non essendo in fase ormonale come molti miei compagni delle scuole medie (sono sempre arrivata in ritardo su tutto io, anche su questo) ricordo di essermi placidamente annoiata per un paio di pomeriggi. Che se non altro avevo avuto l’occasione di dare una sbirciata all’interno del Teatro Comunale di Bologna e sognare di vivere in un altra epoca. O in un altro mondo…

Poi ho visto Camera con vista e mi sono innamorata. Dell’opera. E di Giacomo Puccini. La bellezza patinata di Firenze e della campagna inglese, i costumi del primo Novecento, la bellezza eterea di Helena Bonham-Carter persa tra i fiori delle colline toscane, ma soprattutto la musica stupenda di Puccini mi faceva venire la pelle d’oca (mentre Julian Sands nei panni del “fusto” in abiti edoardiani faceva il resto…).

Julian Sands e Helena Bonham Carter in Camera con vista

Da allora O mio Babbino caro dal Gianni Schicchi è una delle mie arie preferite, ho consumato il CD con le più belle opere di Puccini a forza di ascoltarlo; anni fa ho avuto la fortuna di sentire quell’aria cantata da Angela Gheorgiu alla Royal Festival Hall in un modo così sublime che alla fine mi sono commossa sotto gli occhi allibiti della mia dolce metà, ma non avevo mai visto l’opera. Anzi, non avevo mai visto Il Trittico.  Che a quanto pare non è molto rappresentato. Ed è stata un’eperienza. Bello e sanguigno Il Tabarro, bella e straziante la storia di Suor Angelica, ma io aspettavo solo Gianni Schicchi. E anche stavolta, in una Royal Opera House stipata fino all’inverosimile, mi è venuta la pelle d’oca che davanti alla bellezza mi commuovo sempre… Che in fondo, che vita sarebbe senza musica e senza teatro? E che vita sarebbe senza Puccini??

Cecil Beaton: Theatre of War

C’erano molte cose che non sapevo di Cecil Beaton prima di visitare questa bellissima mostra all‘Imperial War Museum. Non sapevo che avesse disegnato i costumi di  scena per  opere famose come la Turandot di Puccini per la Royal Opera House di Londra nel 1961-62 per esempio. O per musical famosi come Gigi e My fair Lady, due produzioni che gli valsero l’Oscar. O che avesse disegnato il mitico vestito bianco e nero indossato da Audrey Hepburn. E non sapevo neanche che  la sua vera passione fosse  il teatro, ma non avendo  abbastanza talento per fare l’attore e che non potendo mantenersi come costumista e scenografo, per sbarcare il lunario, avesse cominciato a fotografare attrici famose e ricche signore per Vogue.
Audrey Hepburn in 'My Fair Lady', costume by Cecil Beaton
Ma soprattutto non sapevo che tra il 1939 e il 1945 fosse stato uno dei  fotografi ufficiali del Ministero dell’Informazione britannico, un organo politico creato alla fine della Prima Guerra Mondiale responsabile non solo dell’ informazione e della stampa, ma anche  della censura e della pubblicitá in patria e della propaganda nei paesi alleati e neutrali. Per me Beaton era soltanto colui che immortalava signore eleganti e la famiglia reale. Come sbagliavo!

Cecil Beaton
Nel 1939, infatti, stanco ed annoiato di fotografare ragazze ricche in abiti eleganti, Beaton contattò  il Ministero dell’Informazione proponendosi come fotografo ufficiale. Incoraggiato dal Ministero a lasciar perdere i reportage di guerra e a fotografare quello che voleva come lo voleva, Beaton produce una serie di scatti tanto memorabili quanto fuori dall’ordinario…  Che si trattasse di personaggi politici, di gente comune, di soldati, marinai e piloti della RAF, o di paesaggi devastati dalle bombe, per Beaton la fotografia, anche quella di guerra era qualcosa di attentamente composto e non esente persino da qualche leggero ritocco…

Cecil-Beaton
Ma la sua esperienza non si limita alla sola Inghilterra. Nel 1942 fu mandato al Cairo e nel 1944 trascorre molti mesi tra l’India e la Cina al seguito delle truppe alleate. Questa esperienze saranno le basi per numerosi costumi teatrali tra cui quelli della sopracitata Turandot.
Cecil Beaton: Theatre of War.
Imperial War Museum,
Lambeth Road
London SE1 6HZ
fino al 1 Gennaio 2013.

La Bohème alla Royal Albert Hall

Dai Duran Duran agli U2. Da The Clash a The Doors passando per Metallica e Gun’s n’ Roses. Senza dimenticare David Bowie e Brian Ferry e i Queen: la musica  è  sempre stata la colonna sonora della mia vita. Ma c’era anche un’altra passione, una piu’ segreta per l’opera, e per Giacomo Puccini in particolare. Da quando, a sedici anni ho visto Camera con Vista, il magnifico film diretto da James Ivory tratto dal libro omonimo di E. M. Forster) e la mia vita non è più stata la stessa. Tutto in quel film era bellezza: Firenze, la campagna inglese, i costumi dell’epoca edoardiana. Ma era soprattutto quella musica stupenda che mi faceva venire la pelle d’oca (mentre Julian Sands nei panni del “fusto” in abiti edoardiani faceva il resto…).
Certo,  a sedici anni amare l’opera non è cool, e mi vergognavo pure un po’ (cosa avrebbero pensato di me le mie compagne di classe, tutte prese  dal  synthpop e dai vestiti immacolati dei gruppi New Romantic come Duran Duran o Spandau Ballet o dal post-punk di The Cure e Siouxsie and the Banshees??), ma da allora O mio babbino caro dal Gianni Schicchi è una delle mie arie preferite. Tanto che ho consumato il CD con le più belle opere di Puccini a forza di ascoltarlo; quando poi, due anni fa ho avuto la fortuna di sentire Angela Gheorgiu cantarla (e l’ha fatto in un modo sublime) ho pianto senza ritegno…
a1f6d-002

Royal Albert Hall. London, 2014 ©Paola Cacciari

E da brava pucciniana, non importa che io avessi già visto La Bohème due volte (tre con questa): la produzione in-the-round, nell’arena circolare della Royal Albert Hall era un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela scappare. E allora in compagnia di tre college compiacenti, mi sono fatta un altro giro di Bohème!  
 
Riassumendo, si tratta di un’opera in quattro atti, su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica ispirato al romanzo di Henri Murger Scènes de la vie de bohème – libretto che ebbe una gestazione alquanto laboriosa per la difficoltà di tradurre situazioni e i personaggi del testo in un’opera musicale. L’orchestrazione della partitura procedette invece speditamente e fu completata nel dicembre 1895. L’opera, ambientata nella Parigi del 1830 racconta  la vita di un gruppo di giovani artisti bohemian, tra cui il poeta Rodolfo, e costituisce lo sfondo della sua storia storia d’amore di con Mimì (grazie Wikipedia!).
Insieme a Tosca, La Bohème ha alcune delle arie che preferisco – dalle mitiche Che gelida manina, a Sì, mi chiamano Mimí cantata rispettivamente da Rodolfo e da Mimi nel I atto, al glorioso duetto O soave fanciulla, tra Rodolfo e Mimì interpretati da un ottimo cast (bravissimo il tenore kosovano Rame Lahaj) e cantata in italiano, che a Londra per quanto ne so solo la Royal Opera House mantiene le opere in lingua originale.
Non avevo mai visto un opera nell’arena della Royal Albert Hall. Concerti molti, tra cui uno splendido Paolo Conte nel 2010, ma non l’opera che le  dimensioni mastodontiche dell’ arena mi avevano sempre dissuaso. La regista Francesca Zambello ha trasportato l’originale ambientazione nella Parigi degli anni Quaranta, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, (splendidi i costumi) nella sua fantasiosa messa in scena in-the-round che riempie creativamente il vasto spazio circolare della platea. L’unico difetto (se proprio ne vogliamo trovare uno…), l’acustica non è ottima, ma c’era da aspettarselo che nell’immensita’ dell’Arbert Hall le sublimi melodie di Puccini si perdono un poco e non rende pienamente giustizia alla bravura dei musicisti della Royal Philharmonic Orchestra. Ma queste in fondo sono solo minuzie…


fino al 9 Marzo 2014
Royal Albert Hall
Kensington Gore,
London
SW7 2AP
http://www.royalalberthall.com

La cultura è passata di moda?

Oggi sono andata al Coliseum a vedere il Flauto Magico di Mozart. È stato un pomeriggio denso di scoperte: non avevo mai visto un’opera di Mozart e non avevo mai visto un’opera al Colisseum (solo il balletto). Il London Coliseum è il secondo teatro di Londra, ma nell’Olimpo dei teatri d’opera londinesi sta alla Royal Opera House come la stazione radio di musica classica BB3 sta a Classic FM: è la versione easy listening. Il che non è affatto una brutta cosa, soprattutto per chi come me di musica non è un esperto. Il fatto è che le produzioni dell’ENO (English National Opera, non Brian Eno) sono sempre cantate in inglese ed io essendo italiana mi sono sempre rifiutata di vedere Tosca o Rigoletto in una lingua che non fosse quella di Puccini o Verdi (lo so, questo apre tutta la questione dei doppiaggi dei film, magari ci faccio un altro post; e comunque Il Flauto Magico è in tedesco e allora non importa poi tanto…). Sempre all’avanguardia in termini di innovazione teatrale, bisogna dire però che raramente l’ENO raggiunge la qualita’ della Royal Opera House.
Comunque. Tutto questo per dire che il teatro era pieno. Ogni volta che mi capita di andare a vedere qualche spettacolo – si tratti di opera, balletto, concerto, teatro o musical, i teatri sono sempre pieni. E se non sono al completo ci vanno vicino. Lo stesso vale per musei e gallerie che sono gratis, ma non tutti; certo non sono gratis le mostre che con una media di £14 a testa non scherzano. Ma basta fare un giro uno qualsiasi dei musei di Londra per toccare con mano una realtà viva e pulsante che non è solo della capitale, ma della Gran Bretagna in genere.
E questo è lontano mille miglia da quando ho visto in Novembre, durante il mio soggiorno bolognese quando il centro brulicava di gente in visita al Choccoshow mentre il bellissimo Museo della Storia di Bologna a Palazzo Pepoli era praticamente deserto. ‘Dove sono tutti?’ ho chiesto ad una “collega” gallery assistant bolognese. Mi ha guardato stralunata e mi ha risposto che era sempre così.

Colisseum

London Coliseum. London. 2013 © Paola Cacciari

Allora è vero, mi chiedo io, quel che dice il sondaggio pubblicato dall’Unione Europea  sul consumo e la partecipazione culturale. Uno studio certo inesatto e incompleto, ma sufficiente a dare un assaggio della situazione culturale odierna nel continente. Comparando i risultati attuali con il precedente studio sull’attività culturale condotto nel 2007 (prima della crisi economica), è evidente che è in atto un calo generale dei consumi culturali in tutta l’Europa. Leggiamo meno libri “per mancanza di tempo” (l’Italia è poco avanti a Romania, Grecia e Portogallo, mentre siamo e indietro anni luce rispetto a Svezia, Paesi Bassi e Danimarca, dove rispettivamente il 90%, l’86% e l’82% degli intervistati leggono almeno un libro l’anno), ma continuamo ad andare al cinema; mentre sono davvero pochini (solo il 17% degli italiani) coloro a cui interessano la danza e l’opera, ancora considerati passatempi elitari e di nicchia. E se lo scarso interesse per queste descipline è giustificato anche dall’elevato costo dei biglietti degli spettacoli (io stessa non andavo praticamente mai a teatro quando abitavo a Bologna, per pigrizia o scarsa conoscenza della disponibilita’ locale – in questo internet mi ha aperto gli orizzonti…) bisogna anche dire che la mancanza d’interesse espressa dal 55% degli italiani intervistati è alquanto sconcertante, soprattutto visto che l’opera l’abbiamo inventata noi. Ma niente paura che pare siamo particolarmente bravi ad usare internet “come strumento culturale”: leggiamo i giornali online, blog culturali, e scarichiamo musica. A questo punto la domanda sorge spontanea: visto che sono così in pochi a dedicarsi ad attività culturali, cosa fanno tutti gli altri?