Giorgio IV

“There was never an individual less regretted by his fellow-creatures than this deceased king.”

Cosi scrive il giornale The Times nell’obituario del re Giorgio IV nel giugno del 1830. E non aveva tutti i torti che il sovrano era idropico, ubriaco, dissipato, irresponsabile, codardo, egoista e stravagante alla follia. Era davvero la persona sbagliata per fare il re.

Ma povero Giorgio dico io. Giorgio IV dico (1762-1830). Era appena nato che già era Duca di Cornovaglia e Principe del Galles pochi mesi dopo; constantemente al di sotto delle aspettative paterne, costretto a separarsi dalla donna che amava, Maria Fitzherbert, perchè  più vecchia di lui, due volte vedova e cattolica, per sposare la cugina Carolina di Brunswick per ragioni dinastiche oltre che finanziarie, che la dote di Carolina serviva a pagare i suoi debiti, che infuriavano il padre Giorgio III quasi come l’idea di avere una nuora cattolica…. I due si odiavano, separandosi subito dopo (con un sospiro di sollievo ggiungerei io…) essersi doverosamente riprodotti. L’unica figlia, Carlotta Augusta,  muore di parto nel 1817, gettando Giorgio nella disperazione e la dinastia nel subbuglio.

Thomas_Lawrence_-_The_Prince_Regent

Debole di carattere, con una passione per la tavola, i vini pregiati, la moda, le donne e l’arte olandese, Giorgio IV non è di certo passato alla storia per le sue qualità di monarca, anzi: il popolo lo odiava quasi quanto lui odiava la moglie, il che la dice lunga.
Il suo stile di vita era grandiosamente dissoluto e spendeva soldi che non aveva con stravagante entusiamo, soprattutto in abiti costosi riprodotti con minuta attenzione nei vari ritratti commissionati al suo pittore preferito, Thomas Lawrence, e nella decorazione di suoi numerosi palazzi e nella costruzione del più improbabile edificio dell’intera Inghilterra: il Brighton Pavilion. Davvero, non doveva essere divertente per il popolino, (già fortemente provato dai costi delle guerre napoleoniche, in cui l’Inghilterra si distinse, anche se non per merito del sovrano) vivere durante il regno di Giorgio IV.

Eppure da storica dell’arte (e della buona tavola) quale sono, mi sento di spezzare una lancia in favore del tanto vituperato monarca. Colto, raffinato e con gusti splendidi in fatto di arte, Giorgio IV era  probabilmente il sovrano più colto dal tempo di Carlo I – e questo era due secoli prima. Il fatto poi che parlasse francese, italiano e tedesco, fosse un generoso patrono delle arti, un intelligente e arguto conversatore e un uomo di spirito ed di grande eleganza gli valsero il titolo di Primo Gentiluomo d’Inghilterra. Non solo: senza di lui non avremmo la National Gallery e il King’s College London, una delle più prestigiose università della Capitale.

Giorgio non avrà portato lustro alla monarchia, ma certamente lo ha portato alla Royal Collection a a partire dai nove anni in cui fui Principe Reggente, quando il padre Re Giorgio III era stato messo fuori uso dalla Porfiria e dava letteralmente di matto. Una volta libero dall’irritante supervisione paterna, il nostro Giorgio Jr puo’ finalmente dedicarsi con calma alla sua attivita preferita: lo shopping.  Il reggente/sovrano si getta nell’acquisizione di una quantità di oggetti senza precedenti – dai dipinti dei grandi maestri alle , dai mobili a gioelli, argenti, armi e armature giapponesi e persiane, porcellane di Sevres, libri antichi e disegni preparatori e studi, quando questi ultimi non erano ancora considerati “vera arte”.

George IV QueensGallery (10)
2019 ©Paola Cacciari

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici trascorse gran parte dei suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spegne la sua passione per tutto ciò che è  francese, incluso in cibo. Fortunatamente per lui, Giorgio si trova inaspettatatamente a godere di una delle immediate conseguenza della Francia post rivoluzionaria, la migrazione degli Chefs. La Rivoluzione francese infatti aveva praticamente eliminato dalla faccia della terra moltissime famiglie della nobiltà francese e i loro cuochi rimasti disoccupati, emigrarono in massa in Inghilterra, dove erano venerati e dove rivoluzionarono la cucina locale, con grande gioia dei Giorgio IV. Succede.

2020 ©Paola Cacciari

Londra// Fino al 3 Maggio 2020

George IV: Art & Spectacle @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

 

Russia, Inghilterra, Romanovs e Windsor

La mia passione per la Russia è scoppiata proprio in un periodo in cui le sue relazioni diplomatiche tra quel grande paese e la mia Patria adottiva sono ritornate quasi ai livelli sub-zero della Guerra Fredda. Tipico. In ritardo su tutto, lo sono stata anche su questo. Succede.

Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.
Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.

Ma non è stato sempre così, anche se bisogna dire che relazioni tra Russia e Inghilterra, sono spesso state soggette nel corso della storia ad alti e bassi.  Tutto è cominciato con la celebrata visita di Pietro il Grande nel 1697, ospite di Guglielmo III (quello della Gloriosa Rivoluzione per intenderci),  passò il tempo nella Capitale a fare baldoria e a costruire navi. E tanto Pietro si era divertito che per ringraziare Guglielmo della sua ospitalità, commissionò un gigantesco ritratto di se stesso a Geoffrey Kneller, allora uno dei pittori piu’ in voga in Inghilterra, come dono per il sovrano britannico. Ritratto che fa bella mostra di se all’inizio della mostra Russia, Royalty & the Romanovs alla  Queen’s Gallery.

Alexander I of_Russia G.Dawe (1826, Peterhof)

E qui di teste copronate ce ne sono parecchie, a cominciare dalla matronale zarina Caterina La Grande al nipote, lo zar Alessandro I,  con la sua uniforme e gli stivali alti che, non contento di aver ricostruito San Pietroburgo in stile Neoclassico, decise di improvvisarsi sarto e disegnare nuove divise per l’esercito russo. E bisogna dire che, a dispetto di Napoleone e della sua invasione, i soldati russi erano di certo tra i più eleganti d’Europa.

Queste relazioni, dapprima rafforzate dall’alleanza nelle guerre napoleoniche, furono interrotte bruscamente dalla guerra di Crimea che vide le due nazioni scontrasi dal 1853 al 1856 sul campo di battaglia. Ma nonostante le gravi perdite da entrambe le parti (e le eroiche gesta dei soldati britannici cantate da Tennyson nella poesia The Charge of the Light Brigade) la pace torna in tempo per i figli e nipoti della  “nonna d’Europa” (come la Regina Vittoria veniva chiamata) possano cominciano a sposare i rampolli delle famiglie reali di mezza Europa, dando vita alle piu’ insolite parentele. Come quella con i Romanov, o il Kaiser di Germania.

I numerosi ritratti di famiglia e lettere e fotografie con cui la Regina Vittoria teneva i contatti con figli e nipoti lontani, soprattutto con l’adorata nipote Alix di Hesse, divenuta la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova. Mai come nell’Epoca Vittoriana, guerra e diplomazia sono davvero affari di famiglia, almeno per i Windsor (che comunquea all’epoca si chiavano ancora Sassonia-Coburgo-Gotha, che il nome Windsor fu adottato a partire da Giorgio V).

Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,
Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,

La mostra celebra il centenario della morte di Nicola II e della sua famiglia, uccisi dai Bolscevichi a Ekaterinburg nel 1918. Il Governo britannico aveva inizialmente offerto asilo alla famiglia di Nicky, solo per ritirare l’offerta poco dopo du richiesta di Giorgio V. Il triste fatto è che i due saranno anche stati cugini, ma “Nicky” e “Georgie” erano prima di tutto il Re di Gran Bretagna e lo Zar di tutte le Russie e quando la Rivoluzione Bolscevica abolisce la monarchia, Giorgio si guarda bene dall’offrire rifugio al cugino Nicky e alla sua famiglia per timore di compromettere l’alleanza con la Russia in una guerra combattuta con un altro cugino dei due sovrani in questione, il Kaiser Guglielmo II, il grande asssente tra i parenti in mostra.

Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894
Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894

Quando in rapporti cordiali, le due nazioni si scambiavano numerosi doni diplomatici grande valore, tra cui una serie di preziosi oggetti creati da l Peter Carl Fabergé che, a mio avviso, valgono da soli il prezzo del biglietto. Cornice, portasigarette, piccoli animali di pietre preziose e naturalemente le tre uova possedute dalla famiglia reale britannica, acquisite dopo la rocambolesca fuga in Inghilterra della madre di Nicola II, la zarina Marija Fëdorovna (che prima di diventare tale era la principessa Dagmar di Danimarca) dove fu  accolta dalla sorella Alessandra, madre di re Giorgio V. Uh! Confusi? Anch’io, che l’albero genealogico della monarchia britannica è un vero caos, e forse proprio per questo trovo re e regine così esotici e curiosi…

La madre di Guglielmo II, infatti, era la figlia maggiore della regina Vittoria, il che faceva di lui un primo cugino con entrambi, Re Giorgio V d’Inghilterra e lo Zar Nicola II di Russia. La guerra dei tre cugini, la chiamano qui in Inghilterra la Prima Guerra Mondiale, anche se io come sottotitolo metterei parenti serpenti… Sarebbe stata un appropriata conclusione della mostra e un esempio di come, a conti fatti,  la politica non guardi in faccia a nessuno. Con tanti saluti.

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 28 Aprile 2019

Russia, Royalty & the Romanovs @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

www.rct.uk

Canaletto & the Art of Venice @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

Prima di atterrare in Inghilterra non mi ero mai accorta in pienamente della portata dell’amore che il popolo britannico ha per Giovanni Antonio Canal, meglio noto come Canaletto (1697-1768). Un amore che io condivido dal momento in cui, alle scuole superiori, ho posato gli occhi su una delle sue luminose vedute di Venezia. Poco importa che fosse solo una foto a colori del mio manuale di Storia dell’Arte.

E se la mia passione per Canaletto e il Vedutismo veneziano in genere, non è condivisa dal mio collega (che da veneziano verace non riesce a trattenere un indulgente “Ma non ti piacerà mica quella roba lì??”), lo sarebbe stata certamente dai ricchi aristocratici inglesi che, in visita a Venezia durante l’obbligatorio Grand Tour europeo, volevano portarsi a casa un ricordo della luce dorata della città lagunare. E non essendo ancora stata inventata la fotografia si affidavano a Canaletto.

Sebbene in declino infatti, Venezia continuava ad essera nonostante tutto una tappa obbligatoria nel viaggio verso il completamento dell’educazione di ogni gentiluomo britannico che voleva essere considerato degno di questo nome. Le attrattive certo non mancavano offrendo Venezia, oltre alla sua splendida architettura, molte altre cose tra cui teatri in abbondanza (ne aveva diciannove), Opera, gioco d’azzardo, il Carnevale e splendide cortigiane. Una volta completata (in tutti i modi possibili ed immaginabili) la loro educazione,  questi aristocratici giovinotti  facevano poi ritorno nella terra natia carichi di souvenir del loro viaggio. E se per i più era paccottiglia senza valore, per i più fortunati si trattava di una tela di Canaletto, acquistata quasi certamente dal un diplomatico inglese e mercante d’arte Joseph Smith (1682-1770).

 Canaletto, The Mouth of the Grand Canal looking West towards the Carità, c.1729–30, from a set of 12 paintings of the Grand Canal Credit: Royal Collection Trust
Canaletto, The Mouth of the Grand Canal looking West towards the Carità, c.1729–30, from a set of 12 paintings of the Grand Canal Credit: Royal Collection Trust

Arrivato a Venezia nel 1700 quando aveva appena ventisei anni per lavorare con il banchiere londinese Thomas Williams (allora console britannico in città), Joseph Smith diventa presto mecenate di artisti, collezionista d’arte, banchiere, e punto di riferimento per la comunità inglese a Venezia. Fu lui a convincere Canaletto ad abbandonare i quadri di grandi dimensioni degli inizi e a dipingere gli assolati (e facilmente trasportabili) paradisi urbani popolati da dame in parasole e gondolieri in livrea che tanto piacevano ai giovanotti inglesi impegnati nel Grand Tour.

Il suo palazzo sul Canal Grande, ricco di dipinti e arredato con il meglio sul mercato allora, era il punto d’incontro dei “turisti” inglesi. Sede dell’ambasciata inglese, il palazzo di origine gotiche, fu acquistato da Smith nel 1743, che pote’ finalmente arredarlo secondo il gusto dell’epoca e appendere alle pareti la sua magnifica collezione di quadri. Diventato a sua volta Console britannico a Venezia nel 1744 (incarico che mantiene fino al 1760), Smith svolge anche la funzione di agente ed intermediario tra Canaletto e grandi collezionisti inglesi come il Conte di Fitzwilliam, il Duca di Bedford, il Duca di Leeds e il Conte di Carlisle. Ma l’instabilità politica creata in quegli anni dalla Guerra di successione austriaca (1740–1748) riduce drasticamente il numero dei visitatori britannici a Venezia e di conseguenza i potenziali clienti e pone fine al mercato del Grand Tour. Per sostenere Canaletto nel corso di questi anni di magra, Smith gli commissiona una serie di capricci per la sua collezione ispirati ad edifici di architetti Rinascimento come Jacopo Sansovino e Palladio. Ma alla fine la mancanza di clienti si fa sentire e Canaletto lascia Venezia per Inghilterra, dove si trasferisce nel 1746, sostenuto anche in questo dall’alacre opera di networking dell’infaticabile Joseph Smith.

Canaletto’s ‘The Piazzetta looking towards Santa Maria della Salute’ (c1723-4) illustrates his early style © Royal Collection Trust
Canaletto’s ‘The Piazzetta looking towards Santa Maria della Salute’ (c1723-4) illustrates his early style © Royal Collection Trust

Oltre ad esser l’agente e mecenate di Canaletto, Smith era infatti anche un attento quanto vorace collezionista di pittura veneziana acquisendo opere non solo del famoso Antonio Canal, ma anche dei suo contemporanei come Sebastiano e Marco Ricci, Pietro Longhi e Piazzetta. Ed è questa incredibile collezione, che Smith vende a re Giorgio III nel 1762 per cercare recuperare alcune delle perdite seguite ad un crollo finanziario, che rallegra le pareti della mostra delle The Queen’s Gallery di Buckingham Palace. E visto che la varietà degli interessi del Console non si limitava ai quadri, insieme ai dipinti dei vedutisti, il sovrano britannico entra in possesso di una vasta quantità di splendidi disegni, gemme, monete, cammei, libri e manoscritti. Certo, se paragonati alla triade  del Rinascimento veneziano, Tiziano, Veronese e Tintoretto, i Capricci dei vedutisti, le scene di Pietro Longhi i delicati pastelli di Rosalba Carriera ci sembrano deboli e privi di peso. L’unico in grado di competere con i grandi maestri del passato sarebbe stato Tiepolo, ma per qualche ragione a noi sconosciuta, nel corso della sua vita Joseph Smith non acquistò neppure una sua opera.

 Caneletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice Canaletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice Credit: Royal Collection Trust

Caneletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice
Canaletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice Credit: Royal Collection Trust

Dal canto mio, devo dire che i disegni di Canaletto per me sono la vera rivelazione. È una parte della sua produzione artistica che non conoscevo affatto e sono davvero bellissimi. La sua capacità di disegnare è incredibile, il suo controllo della linea è una delizia così come la delicatezza del tratto che usa per descrivere gli edifici, le figure e l’acqua.

In quanto vedutista, Canaletto operava al di fuori della tradizione pittoria rinascimentale che considerava l’importanza dei pittori secondo il soggetti in cui erano specializzati, con la pittura di storia, quella religiosa e mitologica all’apice, e la pittura di genere e le vedute in fondo. Ma proprio quel loro essere seduti sul gradino più basso della piramide sociale e artistica, permise ad artisti come Canaletto di dedicarsi a ciò che volevano – anche se per Canaletto questo significò essere nominato socio dell’Accademia Veneziana di Pittura e Scultura solo nel 1763, cinque anni prima della sua morte.

Certo con Canaletto quando si parla di vedute non si parla di esattezza, che in fondo il veneziano ha imparato il mestiere da suo padre Bernardo che dipingeva fondali per i numerosi teatri della città lagunare, e nonostante i suoi quadri sembrino topograficamente esatti fino all’ultimo mattone, in realtà da provetto disegnatore teatrale qual’era, il nostro Antonio Canal  non esitava a manipolare la composizione e la prospettiva, spostando edifici e interi tratti di canali per creare una più vista gradevole o per soddisfare le richieste di qualche puntiglioso cliente

oman views by Canaletto at Canaletto & the Art of Venice Credit: Geoff Pugh
Roman views by Canaletto at Canaletto & the Art of Venice Credit: Geoff Pugh

Tornato a Venezia nel 1756/57, Canaletto torna a dipingire Capricci, un tema che aveva già affrontato in gioventù. Accenna alla decadenza della città, muri scrostati, mattoni esposti e vegetazione tra le crepe e che pende da colonne. Ma anche così, la sua è una Venezia da cartolina, vista con gli occhi dell’accorto mercante veneziano, fatta per compiacere i turisti di allora come le cartoline lo fanno con quelli moderni. Ma in fondo, che c’è di male nel volersi portare a cara una fetta di bellezza?

2017 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 12 Novembre 2017

Canaletto & the Art of Venice

The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

royalcollection.org.uk

La moda e le sue storie

Che una persona da sempre così poco interessata alla moda come lo sono io abbia potuto scegliere come scuola superiore un’istituto tecnico-professionale per diventare stilista di moda resta ancora ancora adesso un mistero per i più. Il fatto è che io odio la matematica . Anzi la detesto proprio. Io e i numeri non siamo fatti gli uni per l’altra: la nostra non avrebbe mai potuto essere una relazione felice.  Ragion per cui quando mi giunse notizia che la figlia diciottenne della vicina di casa frequentava una scuola SENZA matematica seppi di aver trovato la mia strada.  Il fatto poi che tale scuola offrisse il quattro ore settimanali di Storia dell’Arte (invece delle due regolamentari), due di Storia del Costume e sette di disegno non faceva altro che accrescere il mio entusiasmo.  Ok, c’era anche Taglio e Cucito, “but you can’t always get what you want” avrebbe direbbe Mick Jagger… E se alla fine all’Università ci sono andata ugualmente che se, come avevo immaginato, nelle materie tecniche come Taglio e Cucito ero senza speranza, la passione per la Storia dell’Arte e del Costume mi è rimasta e, ancora adesso, una delle cose che mi entusiasma di più nei quadri sono gli abiti.

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri, tanto che la Queen’s Gallery di Buckingham Palace nel 2013 ci ha fatto una mostra chiamata (opportunamente) In Fine Style.  Dire che questa mostra è stata una vera e propria delizia per gli occhi non rende l’idea. E’ storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume dice cose che le parole non dicono.

Elizabeth I when a Princess c.1546
Elizabeth I when a Princess c.1546

E questo lo sapeva benissimo la quattordicenne  Elisabetta I, quando invia il suo ritratto come dono al sovrano (e fratello) Edward VI. Più che un rittratto, questo è un capolavoro di diplomazia. Guardiamolo insieme.
Innanzitutto il formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – lo status di Elisabetta I che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa: anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re,  basta guardare il suo costume e suoi gioielli per rendersi conto che qui non stiamo parlando di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono. L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che sia il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro che non erano di sangue reale (e che quindi le sarebbe stato proibito se davvero illegittima), il messagio di Elisabetta ad Edward non potrebbe essere piu’ chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…

Alla Queen’s Gallery i maestri della pittura olandese

Se il buongiorno si vede dal mattino allora il tono di Masters of the Everyday: Duch Artists in the Age of Vermeer è chiaro sin dalla prima sala, che accoglie chi entra con non uno, ma bensì quattro Rembrandt così belli da togliere il fiato. E questa è solo la prima sala!! Ma non so perché mi sorprendo ancora, che ogni volta che varco la soglia della Queen’s Gallery di Buckingham Palace ho la certezza matematica di vedere cose meravigliose. E d’altra parte con una Pinacoteca come quella della Royal Collection a cui attingere uno non si aspetta nulla di meno…

Rembrandt van Rijn Agatha Bas 1641. London, Royal CollectionIl soggetto della mostra, tuttavia, non è così raffinato: ci sono cameriere che scendeno le scale, mogli che spiano i mariti, interni di taverne, gruppi di giocatori di carte. Ma per gli artisti olandesi, la quotidianità di queste scene di genere non significava trascuratezza pittorica e si vede abbondantemente dalla qualità di ogni singolo quadro. Per questa mostra dobbiamo ringraziare quel piantagrane godereccio del Principe Reggente, poi diventato Giorgio IV che amava l’arte olandese come amava le donne e fare baldoria e a cui non importava quanti dipinti straordinari di altrettanto straordinari artisti avrebbe ereditato da suo padre una volta salito al trono: ne voleva di più. E una fortunata combinazione di denaro e ottimo gusto ha fatto il resto…

Ma il legame tra l’Olanda e l’inghilterra ha radici più antiche. Già dall’Epoca Stuart, i sovrani britannici sono sempre stati grandi amanti dell’arte olandese e già Carlo I aveva invitato artisti come Rubens e van Dyck in Inghilterra. Nel corso del XVII secolo le famiglie reali inglese e olandese erano imparentate e il risultato di queste unioni è Guglielmo III d’Orange, meglio noto come Guglielmo d’Inghilterra che insieme alla moglie Maria, la figlia protestante del cattolico Giacomo II, nel 1688 viene invitato dal Parlamento a salire al trono. Un’evento passato alla storia come Gloriosa Rivoluzione – dove l’aggettivo gloriosa non sta ad indicare grandi episodi di valore militare, ma al fatto che avvenne senza spargimenti di sangue né massacri e stabilì un equilibrio tra potere parlamentare e potere regio. La monarchia costituzionale che conosciamo oggi nasce da qui.

Quando la storia non è raccontata nella scena, lo è nei dettagli. E il livello di realismo è stupefacente e potrei restare ore ad osservare i piccoli dettagli di ogni scena e con più i quadri sono piccoli con più i particolari sembrano moltiplicarsi: la luce che si riflette su ogni acino d’uva che abita il cestello di una giovane contadina, o le cipolle tagliate di fresco della giovane dipinta da Gerrit Dou. E come non faceva distinzione tra pittori olandesi e fiamminghi, il nostro Giorgio IV non distingueva tra arte aulica e scene di genere, che lui ammirava la maestria e destrezza ovunque la vedesse – si trattasse di un ritratto di Rembrandt, di una scena da taverna di Jan Steen o una cucina di David Teniers il Giovane.

The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44 Royal Collection Trust© Her Majesty Queen
David Teniers the Younger, The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen

Ma d’altra parte a nessuno sano di mente verrebbe in mente di considerare la Lezione di musica di Jan Vermeer pittura di Serie B, no? Certemente non lo pensava Giorgio III, che lo comprò nel 1762 (anche se crendedolo un Frans van Mieris…). Adoro Vermeer, l’ho detto e ripetuto più volte in questo blog (vedi post Vermeer and Music). E lo adoro in particolare quando dipinge qualcuno impegnato a afre musica – anche se la rappresentazione di strumenti musicali non è una prerogativa solo sua, ma di moltissimi artistia dell’Età d’Oro della pittura olandese. Qui, una donna di spalle suona la spinetta, mentre un uomo, in piedi, l’ascolta. Nello specchio sopra la spinetta la luce bianca che entra dalla finestre illumina il viso assorto della giovane. È un momento di pausa, uno di quei momenti di totale immobilità in cui la vita è sospesa nell’aria prima di ricominciare il suo scorrere. E noi che osserviamo da fuori possiamo solo starcene buoni buoni con il fiato sospeso per non disturbare.

Johannes Vermeer - Lady at the Virginal with a Gentleman, 'The Music Lesson' London, Royal Collection
Johannes Vermeer – Lady at the Virginal with a Gentleman, ‘The Music Lesson’ London, Royal Collection

Ma la cosa più sorprendente è che quello di Vermeer non è neppure il quadro più bello della mostra. Sulla stessa parete, ai lati della Lezione di musica sono due scene di vita quotidiana di Pieter de Hooch. Sono La filatrice (1657) e I giocatori di Carte (1658). Qui, immersi nella luce dorata del crepuscolo, persone normali fanno cose normali. Eppure questi squarci di normalità sospesi nella calma perfetta della tela racchiudono tutta la magia di un’epoca.

Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection
Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection

Londra// fino al 14 Febbraio 2016

The Queen’s Gallery, Buckingham Palace Rd, London SW1A 1AA

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Le delizie dei Royal Parks (e non solo)

Una delle cose che adoro di Londra sono i parchi. Per essere una metropoli con una decina di milioni di abitanti, la Capitale è infatti sorprendentemente verde. Ma ci sono parchi e parchi. Ci sono i parchi normali e ci sono i Royal Parks, che sono le Ferrari della situazione.

Belli, eleganti, tenuti a regola d’arte nonostante la gente ne faccia ampio uso (non si vede quasi mai il cartello “Non calpestare l’erba”… ) i Royal Parks sono una vera e propria opera d’arte. Aperti al pubblico nel 1851, appartengono ancora ancora a tutti gli effetti alla Regina (da qui l’aggettivo Royal). A Londra ce ne sono otto: Green Park, St James’s Park e Regent’s Park, la più grande area verde nel centro della città; Hyde park e Kensington Gardens che da soli occupano un’area grande come il Central Park di New York; Greenwich Park (74 ettari) a Sud-Est del Tamigi, che ospita oltre al National Marittime Museum, l’Osservatorio e il Meridiano di Greenwich; ad Ovest, uscendo dalla città, si incontrano i 955 ettari di Richmond Park (con tanto di 630 tra daini e cervi) e i 445 ettari di Bushy Park, vicino ad Hampton Court. E non dimentichiamo Kew Gardens, gli splendidi Giardini Botanici Reali, un magnifico complesso di serre e giardini che si trovano tra Richmond upon Thames e Kew, a circa 10 km a sud-ovest di Londra. Qui si trova anche il delizioso Kew Palace (l’ingresso al palazzo è incluso nel prezzo del biglietto), piccolo per gli standard dell’epoca era piú una casa che un palazzo reale, ma che proprio per questo era la residenza prediletta del re Giorgio III e della regina Charlotte. kew.org

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Kew Palace, Kew Gardens. London. 2015©Paola Cacciari

Ma Kew non è l’unico orto botanico di Londra. Il Chelsea Physic Garden è un luogo davvero affascinante, oltre ad essere un centro di studio con le sue oltre 7000 varieta di piante esotiche e non. Fondato nel 1673 per coltivare le piante medicinali a scopo di studio, non è il più antico giardino botanico del mondo (quelli di Pisa e Oxford sono più antichi), ma è certo uno dei più celebri. chelseaphysicgarden.co.uk

Se oltre ad ammirarli i fiori invece volete anche comprali, allora non perdete quella vera e propria istituzione britannica che è il RHS Chelsea Flower Show che si tiene pressoché ininterrottamente (guerre mondiali escluse) da 102 anni. Una delle più antiche e frequentate esposizioni floreali al mondo che attrae ogni anno oltre centocinquantamila visitatori e 550 espositori, il RHS Chelsea Flower Show è organizzato annualmente dalla Royal Horticultural Society e si tiene al Royal Hospital Chelsea , il magnifico edificio costruito nel 1681 da Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral). Quest’anno si tiene tra il 19 e il 23 Maggio. rhs.org.uk

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Ma se soffrite di allergia al polline e i fiori preferite vederli solo da lontano, allora immergetevi nei giardini dipinti di Painting Paradise: The Art of the Garden alla  di Buckingham Palace, una bellissima mostra che traccia l’evoluzione del giardino dal XVI al XX secolo e che include una carrellata di delizie pittoriche che non richiedono una laurea in botanica (o ecologia vegetale come pare chiamarsi adesso) per essere apprezzate. Dai manoscritti persiani ai ritratti miniati di Isaac Oliver, passando dall’immancabile Leonardo, l’autore di alcune tra le più significative immagini di piante. Naturalmente re e regine e aristocratici hanno sempre avuto grande influenza nel decidere lo stile dei loro giardini, se non altro perché erano gli unici che potevano permettersi di farlo. Basta pensare che dalla rivalità (vera o presunta) tra Guglielmo III d’Orange e il suo contemporaneo Luigi XIV, naquero due dei più grandi e giardini reali mai creati: Hampton Court e Versailles. Fino all’11 Ottobre. royalcollection.org.uk/

Hampton Court (21)
Hampton Court, London. 2012 ©Paola Cacciari

2015 © Paola Cacciari

Pubblicato su No Borders Magazine