Omaggio a Jane Austen

“È cosa universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.”

Così inizia uno dei romanzi più famosi della storia della letteratura inglese. Scritto nel 1796 con il titolo di Prime Impressioni, ma pubblicato nella sua forma originale solo nel 1813, Orgoglio e Pregiudizio è ancora oggi, a due secoli di distanza, uno tra i libri più richiesti nelle biblioteche di tutto il mondo. E mentre il mondo letterario si accinge a commemorare il bicentenario della morte di colei che lo scrisse con mostre, conferenze, itinerari e spettacoli, la domanda sorge spontanea: perché a distanza di due secoli leggiamo ancora Jane Austen?

La domanda è lecita. Walter Scott sarebbe certamente caduto nell’oblio se non fosse stato per l’aiuto dei periodici remake cinematografici e televisivi di Ivanhoe. Ma la Austen sarebbe arrivata a noi anche senza la serie televisiva della BBC (quella del 1995 per intenderci) e la camicia bagnata di Colin Firth. Jane Austen è la sola ad avere società a lei dedicate, fan club, website forum e persino un festival, il Jane Austen Festival a Bath.  Al Jane Austen centre di Bath si possono comprare tazze, souvenir, borse e spillette con I Love Mr Darcy e le  Jane Austen Society si moltiplicano ai due lati dell’Atlantico. Per non parlare dei libri a lei dedicati, tanto in inglese che in traduzione – dai ricettari alla serie di polizieschi di Stephanie Barron, Le indagini di Jane Austen. Lost in Austen non è solo una una serie televisiva britannica del 2008 realizzata per il canale ITV  (in cui la protagonista entrando nel bagno di casa sua ci trova la sua eroina preferita, Elizabeth Bennet e le due finiscono con con lo scambiarsi di posto e d secolo), ma un libro-gioco interattivo che permette ai partecipanti di vestire i panni della stessa Lizzie (almeno per qualche ora) e di scegliere il finale che si vuole.

Quando si spense il 18 Luglio 1817, Jane Austen (1775-1817) aveva solo quarantuno anni e al suo attivo sei romanzi che, a due secoli dalla sua morte, continuano ad affascinare lettori di tutte le età: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813), Mansfield Park (1814), Emma (1815) e L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803) e Persuasione (Persuasion) entrambi pubblicati postumi nel 1818.

Tra questi, Orgoglio e Pregiudizio è certamente il mio preferito, con la sua solare eroina, Elizabeth Bennet, la sua graffiante satira sociale, una galleria di personaggi indimenticabili ed uno degli incipit più accattivanti della storia della letteratura inglese. E pensare che quando lo lessi per la prima volta mi lasciò piuttosto indifferente: lo trovai troppo leggero e frivolo, ed io ero un’adolescente. E un’adolescente vuole sensazioni forti, vuole gli eroi romantici di Foscolo e Goethe: il piccolo mondo di provincia di Jane Austen mi sembrava davvero troppo quieto. Ma il Sublime a lungo andare stanca, e da adulti le vicende amorose di un gruppo di fanciulle nell’Inghilterra della Reggenza, raccontate con ironia e una punta di cinismo, sono un toccasana contro l’eccesso di sensazioni forti fornito quotidianamente dalla vita. I romanzi di Jane Austen sono come gli interni creati da Robert Adams, il grande architetto del Neoclassicismo britannico: straordinariamente carichi di dettagli, eppure perfettamente bilanciati. E continuo a rileggerli, quando ho bisogno di trovare quella pace e leggerezza che talvolta il pragmatismo della vita “reale” mi nega.  E visto l’esercito dei suo fedeli ammiratori, non sembro essere la sola a pensarla così…

Ma questo romanzo tanto amato nasce in un periodo particolarmente infelice per la nostra scrittrice, quello compreso tra il 1796 e il 1797, un periodo in che vede la morte del promesso sposo dell’adorata sorella Cassandra, un lutto da cui non si riprenderà mai più, mentre la stessa Jane si trova a dover far fronte al profondo sentimento che prova per Tom Lefroy – che nella versione cinematografica ha il bel viso di James McAvoy. E allora si butta a capofitto nella creazione di qualcosa di divertente e che allo stesso tempo le massaggi l’anima. Un mondo in cui il lieto fine è assicurato e in cui tutti “vissero felici e contenti”. Persino lei. Come biasimarla? Chi non avrebbe fatto lo stesso?

Orgoglio e Pregiudizio fu pubblicato in modo anonimo, semplicemente sotto il nome di “a Lady”. Che all’inizio del XIX secolo scrivere romanzi era ancora un’occupazione disdicevole per uno scrittore serio. Se poi a farlo era una donna si rasentava lo scandalo. Tanto che la sua lapide nella cattedrale di Winchester la descrive come “figlia” e come “cristiana”, ma non menziona i suoi romanzi. Cosa che indusse il  sacrestano della cattedrale a chiedere ad uno dei numerosi visitatori della tomba chi era la signora in questione e cosa avesse fatto di tanto particolare da attirare tanta attenzione – come racconta il nipote James Edward Austen-Leigh nella biografia della zia Jane.

Jane Austen non scrive di guerre o di politica, ma di “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” e per gran parte del romanzo i discorsi dei personaggi femminili ruota attorno a banalità (balli, nastri, cappellini) e la sua unica concessione agli eventi storici contemporanei è la presenza a Brighton delle uniformi rosse dei reggimenti della Milizia, impegnati nelle guerre napoleoniche. Ma pare impensabile che sebbene la sua vita protetta la Austen non avesse notizia di quanto accadeva nel mondo. Le sue non sono tragedie, ma commedie, popolate da giovani eroine in cerca del principe azzurro e da eroi giovani, belli e ricchi in cerca di una moglie, dove i buoni sono premiati, i cattivi sono puniti (anche se mai troppo duramente), nessuno muore e tutti vissero felici e contenti. E poco importa se questi personaggi siano solo abbozzati: non sapremo mai quello che Darcy dice a Bingley a per dissuaderlo dallo sposare la sorella di Lizzie, Jane, o di cosa dice a Wickham per costringerlo a sposare quella testa calda di Lydia o cosa Lizzie ha risposto a Darcy quando ha accettato di sposarlo. Le loro vicende, le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, sono senza tempo e il genio di Jane Austen è l’essersi accorta che nulla è più divertente della gente comune. E di averlo fatto molto prima dell’avvento dei reality show della televisione.

240px-Jane_Austen_coloured_versionÈ un mondo in bilico tra due secoli quello dell’Inghilterra della Reggenza, in cui la vecchia aristocrazia deve con riluttanza fare posto a quella ricca borghesia a cui appartiene la stessa Jane. Una classe nuova incarnata dalla famiglia Bennet, fatta di parroci di campagna, banchieri e avvocati, la cui recente ricchezza e le cui aspirazioni sociali sono guardate con sdegno dai rappresentanti della grande aristocrazia terriera a cui appartenevano Darcy e sua zia, Lady Catherine de Bourgh.  È un mondo dominato dal denaro e dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove con un buon matrimonio si possono ottenere sia denaro che status. Al giorno d’oggi sposarsi è una scelta che si può fare o no; ma in passato – un passato ancora piuttosto recente a pensarci bene – era l’unico destino biologicamente e socialmente accettabile per una donna: il suo futuro, il suo posto in società, la sue occupazioni, le sue amicizie dipendevano esclusivamente dalla sua capacità di assicurarsi un marito. Lungi dall’essere solo un gioco romantico, il matrimonio era una vera e propria necessità economica. Questo era vero soprattutto per le figlie femmine, che non potevano ereditare i beni di famiglia e che in assenza di eredi maschi, si ritrovavano alla mercé degli eventi (o dei parenti), il che spiega l’ansia di Mrs Bennet di sistemare quanto prima le sue cinque figlie femmine. Lo scopre anche Jane Austen in prima persona quando, nel 1805, alla morte del padre, il pastore anglicano George Austen, la nostra eroina si ritrova senza una casa e senza denaro, costretta a vivere con la madre e la sorella Cassandra a carico dei fratelli, sballotattata da una casa all’altra come un pacco.

 

Nata a Steventon nello Hampshire, ultima di sette figli di un pastore anglicano, Jane Austen non ha avuto una vita facile e nonostante sia riuscita a guadagnarsi da vivere con la sua penna, sa benissimo che

“Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà – il che costituisce un argomento molto forte in favore del matrimonio”

come scrive nel 1817 alla nipote Fanny Knight. Argomento questo, di cui Elizabeth Bennet è consapevole quando rifiuta la mano del ridicolo Mr Collins, preferendo il rischio del nubilato a quello del passare la vita con il marito sbagliato: un atto coraggioso per una donna senza mezzi come lei. Ma Mr Collins, che è determinato a sposarsi e non è schizzinoso, ripiega prontamente su Charlotte Lucas; e lei, che è una donna pratica e sa che ventisette anni, scialba e senza una buona dote non può aspettarsi nulla di meglio, lo accetta.

Jane Austen aveva la stessa età di Charlotte quando nel 1802 riceve una proposta di matrimonio dall’amico di famiglia Harris Bigg-Wither, bruttino e con un marcato difetto di pronuncia. Proposta che lei dapprima accetta, ma che poi rifiuta. Nella vita come nella letteratura, anche Jane non scende a compromessi. Ma al contrario del suo alter ego Lizzy, che conquista il cuore del bel Darcy, l’unico uomo amato dalla Austen, il giovane irlandese Tom Lefroy, si fece persuadere dalla zia a rinunciare a lei (che non aveva status, o una dote abbastanza ricca per compensare l’assenza del primo) e a tornare quietamente in Irlanda, dove sposa un’ereditiera e diventa un brillante avvocato. Jane aveva capito e l’aveva acettato, che il suo non era il mondo delle sorelle Brönte in cui l’amore trionfa su tutto e bellezza e virtù compensano la mancanza di denaro o l’appartenenza alla classe sociale sbagliata. Ma ne aveva sofferto, e non si sposò mai, preferendo l’affetto della famiglia e degli amici ad una sicurezza economica mercenaria. Idee, queste, a dir poco rivoluzionarie per l’inizio del XIX secolo: non sorprende che la critica degli anni Settanta abbia visto in Jane Austen una femminista ante litteram!

Scrive di gioie quotidiane Jane Austen, ma sa tutto della pena dell’amore deluso, del non essere abbastanza bella, ricca, giovane e dell’essere fuori dagli schemi: è tutto lì nelle sue storie, insieme alle gioie e ai dolori delle relazioni familiari, all’ironia e alla leggerezza. E poiché lascia spazio alla fantasia del lettore, generazioni diverse hanno potuto di immaginarsi nei panni dei suoi personaggi. Perché cambiano gli abiti e il linguaggio, ma la commedia umana, con i suoi desideri e paure, speranze e meschinità e inaspettati atti di  generoso altruismo, quella è la sempre la stessa.

 

2017. By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Bibliografia:

Jane Austen: A Life, Claire Tomalin. Knopf, 1997.

Jane Austen’s Letters, edited by Deirdre Le Faye. Oxford University Press, 1995.

Susannah Carson, A Truth Universally Acknowledged: 33 Great Writers on Why We Read Jane Austen, Penguin, 2009.

Jane and Her Gentlemen, Audrey Hawkridge. Peter Owen Publishers, 2000

Pride and Prejudice, Jane Austen. Penguin, 1996.

 

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Thomas Lawrence, pittore della Reggenza a Londra

Che periodo incredibile l’Epoca Georgiana! Ma chi erano questi ‘georgiani’? Con il nome di Epoca Georgiana si definisce il periodo della storiografia anglosassone che prende il nome dai regni dei quattro giorgi che si susseguirono sul trono britannico tra il 1714 e il 1830. Un periodo di grandissimi cambiamenti storici, sociali ed inevitabilemnte artistici, specialmente in Gran Betagna.

L’espansione commerciale Britannica dell’inizio del XIX secolo crea numerose opportunità per i singoli individui di arricchirsi con il commercio. Individui che, ansiosi di reclamare il posto che spettava loro in società, correvano poi a farsi ritrarre da un artista famoso. Appartenente alla cosidetta ‘età d’oro della ritrattista Britannica’, quella di Gainsborough e Reynolds per intenderci, Sir Thomas Lawrence fu di certo il più famoso pittore della Reggenza, nonché uno degli artisti più celebri e celebrati dell’Europa post-napoleonica.

Bristol nel 1769, Lawrence era un contemporaneo di Wordsworth e Coleridge, una bambino prodigio che sin dalla più tenera età produceva pastelli di incredibile finezza (soprattutto quelli delle signore alla moda) che il padre, proprietario di una taverna, rivendeva poi al miglior offerente. Determinati a sfruttare questa inaspettata gallina dalle uova d’oro che era il loro bambino, i genitori portano il giovane Thomas dapprima a Oxford e poi a Bath, dove (naturalmnete) attira l’attenzione non solo della societa’ galante, ma anche dell’attrice Sarah Siddons e della Duchessa del Devonshire (quella del film con Keira Knightly per intenderci…). Quando arriva a Londra ha soli 17 anni.

King George IV by Sir Thomas Lawrence, c. 1814. London, National Portrait Gallery

King George IV by Sir Thomas Lawrence, c. 1814. London, National Portrait Gallery

Che Lawrence sia un artista eccezionale e’ evidente: basta guardare il ritratto incompiuto di Giorgio IV per essere travolti dalla sicurezza della sua mano, dalla padronaza del linea, dalla freschezza del coloro e dalla sua tecnica sublime. Non sorprende pertanto che a soli vent’anni diventasse uno dei più giovani soci della Royal Academy – con l’approvazione di Joshua Reynolds, di cui da questo momento in poi è considerato il degno erede.
Arguto, spiritoso e raffinato, Lawrence si trovava a proprio agio nell’elegante società della Reggenza che era chiamato a ritrarre; un mondo aristocratico fatto di moda, balli e del teatro, in cui l’artista si immerge con entusiasmo e a cui
deve il suo folgorante successo professionale, così come la sua ascesa nella società londinese.

Dipinge tutto e tutti – tutto coloro che contavano qualcosa in società almeno inclusi sdolcinati ritratti di bambini e soavi fanciulle dalle guance rosate. Ma anche e soprattutto, Lawrence crea un nuova tipologia di ritratto maschile, che spopolerà tra i giovanotti che abitano quegli anni memorabili della Reggenza, in cui ancora risonano gli echi della la Rivoluzione Francese e che vedono l’Inghilterra impegnata nelle guerre napoleoniche. I suoi sono uomini affascinanti, dallo sguardo ardente, la cui virilità non e’ diminuita dall’indossare abiti vivaci, acconciature elaborate. Praticamente crea l’eroe byroniano prima di Byron…
Il fatto e’ che per Lawrence non c’era nulla di meglio di un uomo in uniforme, soprattutto se erano come quelle degli ussari, con le finiture in treccia dorate, anche se nulla batteva un re o un duca agghindati in pompa magna…

Sir Thomas Lawrence. Portrait of Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington c.1815-16. Apsley House, The Wellington Museum, London

Sir Thomas Lawrence. Portrait of Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington c.1815-16. Apsley House, The Wellington Museum, London

Per lui i meriti di un soggetto erano di solito meno importanti che l’aspetto che costui presentava al mondo. Lo stesso vale per ritratti femminili. E a meno che non si tratti della vecchia e agguerrita (e bellissima) Lady Robert Manners, l’esplorazione del carattere personaggio per Lawrenece non è una priorità, in particolare se una donna non si veste per fare colpo.

Nonostante tutto i personaggi della Londra elegante si accapigliavano per farsi ritrarre da Lawrence che si impegnava anche in cinque sedute al giorno di due ore ciascuna, facendosi pagare un acconto del 50%. Dopodiché spesso perdeva interesse nel dipinto. Di conseguenza, gran parte della sua corrispondenza riguarda la mancata consegna ritratti finiti, anche dopo anni. Come quella con un tale Lord Ellenborough che lo minacciò di portarlo in tribunale per aver rifiutato di completare un dipinto di sua moglie, mentre un altro cliente lo sfidò addirittura in un duello all’alba a Hyde Park. Ma anche i ritratti non finiti erano molto apprezzati, in particolare dalle clienti di una certa età, come suggerise maliziosamente assistenti di Lawrence.

Per tutta la stravaganza dei suoi ritrattisti, la vita di Lawrence appare – almeno in superficie – stranamente sobria. Non solo non giocava alle carte o ai cavalli e non si ubriacava con gli amici (tutti i passatempi maschili reggenza propri), ma amava leggere Jane Austen e giocare a biliardo. Non si sposò mai. Eppure era bello e affascinante.

Ma come spesso accade a coloro che raggiungono grande altezze, la caduta di Lawrence dalle stelle alle stalle dopo la sua morte nel 1830 fu immediata e totale. Condannato dal moralismo dell’epoca vittoriana che non apprezzata la spavalderia dei ritratti maschile e l’erotismo e la maliziosa civetteria di quelli femminili e definito un pittore da “scatola di cioccolatini” dagli storici dell’arte del XX secolo come William Vaughan, Lawrence fu cosegnato all’oblio o peggio, ridicolizzato. Tanto che che divenne una battuta di spirito dire che l’unico degno erede di Thoas Lawrence fosse il fotografo di moda Cecil Beaton. Che dire? Adoro la cioccolata e in questo momento in cui l’austerità la fa da padrona sono felice di indulgere.

Londra//Fino al 23 gennaio 2011

National Portrait Gallery

Thomas Lawrence: Regency Power and Brilliance