I Mews di Londra: le case nelle stalle

Per molto tempo non ho avuto idea di cosa fossero i “mews“, le piccole stradine (private e non) che a Londra sembrano fare capolino dietro ogni casa signorile che si rispetti. Ne’ per tutti gli anni in cui ho abitato a Londra il non saperlo mi ha creato problemi, perfettamente contenta com’ero della definizione che avevo desunto dal contesto topografico della capitale. Ai miei occhi e ai mai piedi che li percorrevano, si trattava stradine piccole di conseguenza dovevano essere vicoli o qualcosa di simile. Neppure la presenza della stessa parola nel nome Royal Mews mi aveva illuminato, non avendo mai visitato le scuderie reali, ma limitandomi sempre e solo alla Queen’s Gallery poco distante. Se mi fossi soffermata a considerare il fatto che la parola mews era li’ usata in relazione con le scuderie reali dico, ecco, forse mi sarei posta prima prima la domanda sulla funzione originale dei mews.
O forse no, e sarei stata perfettamente felice ugualmente. Questo ci fa il lockdown: restringendo la nostra vita, ci fa guardare con occhi nuovi a cose che fino a quel momento avevamo visto senza vederle davvero. Certamente lo ha fatto a me.

London 2020 © Paola Cacciari
Kynance Mews, Kensington. London 2021 © Paola Cacciari

Originariamente indicante il luogo in cui, durante il regno di Enrico VIII erano racchiusi i falchi e gli uccelli rapaci, col tempo la parola mews diventò sinonimo di stalle. O nel caso di Londra, di una strada di servizio o un piccolo cortile su cui si affacciano una fila (o file) di stalle e rimesse per le carrozze con alloggi sopra di loro, costruiti dietro grandi case di città prima che i veicoli a motore sostituissero i cavalli all’inizio del XX secolo. I Mews di solito si trovano in zone residenziali come Kensington e Chelsea, Mayfair, Belgravia, Marylebone, Bayswater e sono un fenomeno quasi esclusivamente londinese essendo stati costruiti per provvedere ai cavalli, ai cocchieri e ai servitori delle scuderie dei ricchi residenti.

London 2021 © Paola Cacciari
Redcliffe Mews, Earl’s Court. London 2021 © Paola Cacciari

Che quando tra il XVIII e il XIX secolo la zona Ovest di Londra si coprì di imponenti residenze signorili costruite nell’architettura classica in stucco bianco furono intorno alle ampie strade, alle piazze e ai giardini di Belgravia e dintorni, era fuori questione che le stalle o l’entrata per i commercianti potessero rovinare la vista della facciata.

La soluzione ideale era quella di mettere sul retro una strada di servizio, a volte semi-nascosta dietro un arco, in cui in piacevoli ma semplici edifici erano sistemati tanto i cavalli e le carrozze dei ricchi residenti che i garzoni e cocchieri che li attendevano, ma senza che ne gli ne gli altri dessero troppo nell’occhio – e certemante senza che l’odore dei cavalli arrivasse alle delicate narici delle signore vittoriane.

Quando, nel XX secolo, l’automobile e lo sviluppo della metropolitana e della ferrovia resero obsoleti cavalli e carrozze, sia le stalle che i piccoli edifici che le ospitavano furono trasformati in garage o abitazioni.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, i mews divennero popolari tra gli artisti e personaggi anticonvenzionali come indirizzi economici e discreti nei quartiri migliori. Francis Bacon fu tra i primi ad abitare una di queste ex-scuderie convertire, al numero 7 Reece Mews, a pochi passi dalla stazione della metropolitana di South Kensington, dove la blue plaque di rito ne celebra la residenza. Ora i mews costano milioni. Come cambiano le cose…

Francis Bacon mural in Reece Mews, Kensington. London 2021 © Paola Cacciari

La piccola Venezia di Paddington

Oggi sono stata a Venezia. Ok, non proprio ma in una bella giornata di sole come oggi la piccola oasi di verde di Little Venice ha comunque il suo fascino. Stretta tra Maida Vale e Westmister, nella parte Nord della Capitale a due passi dalla frenetica stazione di Paddington, Little Venice si trova alla convergenza delle tre vie navigabili che attraversano Londra: il Grand Union Canal, il Regent’s Canal e il Paddington Basin.

Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari
Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari

Fu Lord Byron ad uscirsene con il nome Little Venice, paragonando questa parte di Londra che si trova all’incrocio tra il Regent’s Canal e il Grand Union Canal, a Venezia. Altri invece sostengono che fu il poeta Robert Browning (che tra il 1862 e il 1887 visse a Beauchamp Lodge, 19 Warwick Crescent) ad inventarlo, e dato che la pittoresca laguna triangolare formata dall’incontro dei tre canali e su cui si affacciano magnifici palazzi in stucco bianco in stile Regency, si chiama Browning’s pool , le probabilità sembrano pendere verso quest’ultimo. Indipendentemente da chi fu l’autore del nome, l’area era inizialmente conosciuta semplicemente come la Venezia di Londra: l’aggettivo il “Piccola” fu un’aggiunta successiva, con buona pace dei due poeti.

Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari
Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari

Poco distante, al numero 2 Warrington Crescente, una blue plaque indica la casa in cui naque Alan Turing (1912-1954), il matematico inglese impersonato da Benedict Cumberbatch nello splendido The Imitation Game che, durante la Seconda Guerra Mondiale lavorò a Bletchley Park, il principale centro di crittoanalisi britannico e trovò il modo di decodificare i codici tedeschi creati dalla macchina crittografica Enigma. Nel 1952 fu arrestato e condannato per omosessualità, e costretto a scegliere tra il carcere o la castrazione chimica. Turing scelse la seconda, ma la depressione seguita al trattamento e l’umiliazione subita, lo spinsero al suicido che il 7 giugno 1954.

Inaugurato nel 1801, il Paddington Basin è il capolinea del braccio di Paddington del Grand Junction Canal. La scelta cadde su Paddington per via della sua posizione sulla New Road, la strada che portava ad Est, ottima per il trasporto delle merci. All’epoca del suo massimo splendore, il bacino era un importante nodo di trasbordo per le merci arrivate via fiume. Anche se lo sviluppo del bacino è spesso considerato come parte di Little Venice, il stile architettonico non potrebbe essere più lontano dal resto della zona..

Rolling Bridge di Thomas Heatherwick, Paddingron Basin. London, 2021 © Paola Cacciari

L’atmosfera moderna della sua architetura distingue il Paddington Basin dal resto della zona. Qui si trova anche il Rolling Bridge, un tipo di ponte mobile curling progettato da Thomas Heatherwick, il prodigio del design britannico diventato famoso anche fra i non addetti al lavori per aver progettato il Calderone per la fiamma olimpica nel 2012 e i nuovi autobus Routemasters voluti da Boris Johnson, quando era ancora sindaco di Londra nel 2010. Il ponte, completato nel 2004 come parte del progetto di risanamento e kmodernizzazione dell’are, il ponte si arriccia in un ottagono ed è programmato per srotolarsi sul canale ogni mercoledì e venerdì a mezzogiorno e ogni sabato alle 14:00.

Little Venice. Paddington Basin. London 2021 © Paola Cacciari

In un giorno di sole come oggi è davvero piacevole passeggiare lungo il canale, con le vecchie barche ristrutturate adibite a case galleggianti, a caffè, a ristoranti, una è stata persino trasformata in un teatrino delle marionette, il Puppet Theatre Barge. Serve anche come capolinea per varie compagnie di barche sul canale e ospita l’annuale IWA Canalway Cavalcade, che si svolge dal 1983. Da qui un servizio regolare di vaporetto porta da Little Venice a Regent Park, e a Camden Town, fermando allo Zoo di Londra. E questo mi da l’idea per un’altra mini–avventura post Covid…

2021 © Paola Cacciari

I ritratti di John Constable

Sono a corto di mostre nuove da raccontare. E allora “rebloggo” quelle che ho visto tanti anni fa… 🙂

Vita da Museo

Chiunque abbia contemplato i suoi paesaggi converrà che l’anima di John Constable (1776–1837) abita i cieli plumbei del suo adorato Suffolk. Non è tuttavia con i verdi luminosi della campagna inglese che l’artista guadagna il primo denaro, ma con i ritratti. E considerando che nel corso della sua vita ne dipinge circa un centinaio, questa parte del suo lavoro è straordinariamente poco conosciuta.

John Constable, Autoritratto, Marzo 1806 - Copyright: Tate, London 2009. John Constable, Autoritratto, Marzo 1806 – Copyright: Tate, London 2009.

Dalla metà del XVIII secolo possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia. Ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società infatti, la ricca borghesia di provincia corre a farsi dipingere dai locali “pittori di facce”. E nella sua natia East Bergholt a Constable il lavoro non manca. Perchè questo sono per lui i ritratti: un lavoro.

John Constable, A Girl in a Red Cloak (Mary Constable), 1809 - Copyright: Private Collection. John Constable, A Girl in a Red Cloak (Mary Constable), 1809 – Copyright: Private Collection.

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Lost London – William Blake’s birthplace, Soho…

William Blake’s house in Soho, an illustration by  Frederick Adcock, published in ‘Famous houses and literary shrines of London’ (1912) and written by Arthur St John Adcock. William Blake, one of the UK’s most lauded artists and poets, was born in a property at 28 Broad Street (now Broadwick Street) in Carnaby Market, Soho, on […]

Lost London – William Blake’s birthplace, Soho…

Breve storia della Reggenza

Nel 1811 re Giorgio III, colpito da un attacco di porfiria, fu dichiarato non idoneo a governare. Non era la prima volta che questa malattia lo colpiva, ma il re si era sempre ripreso. Tuttavia alla fine del 1810, le condizioni psichiche di Giorgio III peggiorarono irrimediabilmente e il re fu dichiarato pazzo. Ma questa volta il Parlamento era pronto e con il Regency Act il Principe George Augustus Frederick diventò reggente al posto del padre. Sfortunatamente il Re non si riprese mai più, e alla sua morte nel 1820 il principe reggente divenne a sua volta re con il nome di Giorgio IV, ponendo ufficialmente termine alla Reggenza, anche se questo periodo finisce davvero solo con la morte di Giorgio IV nel 1830.

Thomas Lawrence – Scanned from the book The National Portrait Gallery History of the Kings and Queens of England by David Williamson

Ma di fatto si può dire che la Reggenza sia iniziata molto prima, addirittura nel 1789 con la presa della Bastiglia. Il fatto che il popolo di Parigi, stanco degli sprechi e dei soprusi monarchici, avesse potuto assalire quel simbolo del potere assoluto, elettrizza l’intera Europa del XIX secolo e le ripercussioni furono immense. Il messaggio dei rivoluzionari, che l’ordine prestabilito poteva essere ribaltato, innescò ovunque un dibattito sul ruolo dell’individuo nella società che getterà i semi del mondo moderno. 

A differenza di altri stati europei, che vivono disordini e agitazioni politiche ispirate da quanto avvenuto in Francia, l’Inghilterra fu risparmiata da una rivoluzione violenta. Ma neanche la Gran Bretagna è immune dall’ondata di cambiamenti sociali, politici ed economici provenienti da oltre la Manica. Gli ideali di uguaglianza e progresso promossi dalla rivoluzione francese ispirarono i riformatori inglesi, nello stesso modo in cui i controrivoluzionari terrorizzarono la monarchia e le classi di proprietari terrieri. L’arrivo in Inghilterra poi di un gran numero di nobili francesi fuggiti alla violenza del nuovo regime, e le guerre napoleoniche che impegnano l’Inghilterra (e il resto dell’Europa) tra il 1803 e il 1815, fecero il resto. La diffusione della cultura francese nella società britannica dell’epoca influenzò settori come la lingua, l’arredamento, la moda femminile, e persino la cucina.

Washstand (athénienne or lavabo); 1800–1814. New York, Metropolitan Museum of Art

L’Inghilterra della Reggenza è un mondo in bilico tra due secoli, stretto tra l’eleganza del diciottesimo secolo e il claustrofobico moralismo dell’età vittoriana, dominato dall’esuberante figura del Principe reggente e dal suo seguito di dandy libertini più impegnati a gozzovigliare e a giocare d’azzardo che a governare il paese, in cui i ricchi vivono nello splendore e i poveri muoiono nello squallore. E in cui il crescente benessere portato dalla rivoluzione industriale, contrasta amaramente con il degrado sociale portato alla classe operaia da quella stessa meccanizzazione che aveva tanto migliorato il reddito e lo stile della piccola e media borghesia.

Una classe nuova, fatta di ricchi agricoltori, mercanti, banchieri e avvocati con aspirazioni sociali come quello descritto da Jane Austen nei suoi romanzi (pubblicati tra il 1811 e il 1817, in piena Reggenza), che si fanno largo a gomitate in un mondo in cui fino ad allora erano esclusi, sotto gli occhi sdegnati della grande aristocrazia terriera. Un mondo dominato dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove un buon matrimonio può assicurare, se non la felicità, almeno denaro e un posto in società. Cosa ben nota alle donne, il cui destino resta comunque legato al matrimonio e ai figli, e il cui futuro in società, occupazioni e amicizie dipendevano esclusivamente dalla loro capacità di trovare un marito.

James Gillray Caricature of George IV as the Prince of Wales A Voluptuary under the Horrors of Digestion (1792)

In inghilterra quelli tra il 1760 e il 1820-40 sono anni di incredibile avanzamento tecnico e scientifico, che vedono lo sviluppo della macchina a vapore e il suo utilizzo nell’industria tessile e nei trasporti. Si costruiscono nuove strade, una rete di canali e corsi d’acqua e la ferrovia, nasce il telegrafo e si introduce l’illuminazione a gas nelle strade. Viaggiare diventa più facile, e non solo per le materie prime destinate alle industrie e al commenrcio, ma anche per le persone e per le idee. Il mondo diventa più piccolo ma gli orizzonti si allargano.

Industrializzazione e urbanizzazione vanno di pari passo e questa nuova classe mercantile e borghese arricchitasi con il commercio o la libera professione, ha tempo e denaro per una serie di attività prima impensabili. Si dedicano alle corse dei cavalli, al giardinaggio, alla danza e fanno shopping nei negozi esclusivi aperti in strade eleganti come lo Strand e Piccadilly, o in eleganti gallerie commerciali, come Burlington Arcade a Londra. Bevono te e caffè importati dalle colonie, vanno a teatro e all’opera, visitano musei e gallerie (la Dulwich Picture Gallery, il British Museum e la National Gallery di Londra, il Fitzwillam Museum di Cambridge e l’Ashmolean Museum di Oxford aprono tutti in questo periodo) e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells diventano accessisibili. Concetti come hobby e turismo nascono in questo periodo. Con il consumismo, nasce l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era (naturalmente) quello delle classi aristocratiche, la cui determinazione a spendere denaro era un segno di status sociale – e quella del ceto medio di emularli – crea l’ambiente ideale in cui artisti, architetti, artigiani e progettisti possono prosperare.

John Nash, Regent’s Crescent. Photo Courtesy of Regents Crescent

Con l’avvento della borghesia, i grandi quadri a soggetto storico prediletti  dall’aristocrazia diventano all’improvviso obsoleti in soggetto e dimensioni. Il ceto medio richiede soggetti quotidiani, ritratti e paesaggi come quelli dipinti da John Costable e J.W.M. Turner, dalle dimensioni più piccole per le nuove case a schiera che cominciano a sorgere numerose nelle zone alla moda di Londra, nelle città termali e sulla costa. Questa è un’epoca d’oro per l’urbanistica. Lo splendore barocco del secolo precedente lascia il posto al classicismo palladiano, reinterpretato da una nuova generazione di architetti come Robert Adam, John Soane e John Nash, il creatore di Regent Park, Regent Crescent e Regent Street, la cui formula di facciate a schiera diverrà popolarissima in città alla moda come Brighton e Cheltenham e Bath.

È in questo periodo che la lettura di romanzi diventa una delle principali forme di intrattenimento per le classi medie. Romanzi gotici e sentimentali, racconti esotici ambientati nel lontano oriente con ambientazioni improbabili e trame goffe sono fagocitati con entusiasmo da un pubblico, che grande ai progressi dell’alfabetizzazione diventa sempre più largo e in cerca di evasione e intrattenimento. E se il prezzo dei libri era ancora proibitivo per molti, le biblioteche circolanti e i vari club di lettura permettevano una larga diffusione di libri e giornali, e con essi di nuove idee in strati diversi della società mai prima raggiunti.

James Gillray Short-bodied gowns, a Neo-Classical trend in women’s clothing styles (1794)

Anche la satira è un fenomeno della Reggenza e le caricature politiche e sociali di James Gillray e di Thomas Rowlandson non risparmiano nessuno, nemmeno lo stesso Reggente burlandosi tanto della classe politica che degli eccessi della moda dell’epoca importata dalla francia, spesso così stravagante e pretenziosa da rasentare l’assurdità.

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici, Giorgio IV, trascorse gran parte del suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spense la sua passione per tutto ciò che è  francese, soprattutto per il cibo cucinatogli dai cuochi francesi al suo servizio. C’è un lato positivo in tutte le cose.

2021© Paola Pacciari

Pubblicato su LondonIta

Sognando il Cotswolds

Piantina Cotswolds
Cotswolds © Natural England copyright 2012.

Colline ondulate, boschi rigogliosi, pittoreschi villaggi ed eleganti palazzi color miele.
No, non stiamo parlando di Downtown Abbey o di un episodio dell’Ispettore Barnaby (che pure sono stati ambientati da queste parti), ma dell’Inghilterra da cartolina, quella tutta fiori, ponticelli e ruscelli illustrata sulle vecchie scatole di cioccolatini. Insomma, del Cotswolds.
Designata come Area of Outstanding Natural Beauty (AONB) nel 1966, il Cotswolds si srotola sopra una superficie di 2.040 km2, attraverso le sei contee di Gloucestershire, Oxfordshire, Wiltshire, Somerset, Worcestershire e Warwickshire. Sulla mappa appare come un’area a forma di losanga allungata, compresa approssimativamente tra le città di Stratford-Upon-Avon a Nord, Bath a Sud, Gloucester e Cheltenham ad Ovest, e Oxford a Est.

Cotswolds landscape by Saffron Blaze

Origini del nome Cotswolds

Non si sa per certo da dove derivi il nome Cotswolds.
Tra le numerose spiegazioni, quella più comunemente accettata sostiene che derivi dall’unione di “cot” inteso come “recinto per le pecore”, e “wold” che significa “collina” – quindi, qualcosa come ‘recinto per le pecore sulle dolci colline’. Il che, visto che la regione deve la sua ricchezza al commercio medievale della lana, sembra più che appropriato.
La lana pregiata prodotta dalla razza di pecore “Cotswold Lion” era apprezzata in tutta Europa ed era la merce di esportazione più importante durante il Medioevo. I numerosi mercanti fiamminghi e italiani che popolavano i mercati dell’Inghilterra medievale, acquistavano la lana grezza nei mercati locali, che poi spedivano via mare nelle Fiandre o in Italia per essere lavorata. E dato che nel XIV secolo la lana rappresentava il 50% dell’economia nazionale, non sorprende che il grande cuscino imbottito e ricoperto di panno rosso privo di braccioli che costituisce il seggio ufficiale del Lord Speaker della House of Lords nel Palazzo di Westminster, sia chiamato Woolsack – letteralmente “sacco”, o “balla di lana.

Ancora oggi l’antica ricchezza dell’area si riflette nell’architettura religiosa della regione, le cui chiese imponenti sono realizzate nello stile gotico perpendicolare prediletto nell’Europa del Nord tra il XIV e il XVI secolo.
Le abitazioni civili, invece, sono spesso costruite con la pietra calcarea locale sono caratterizzate da tetti a due spioventi di pietra o tegole. Il colore della pietra utilizzata varia in base alla posizione geografica dell’abitato, con la pietra color miele usata nel nord e nordest, quella dorata comune al centro della regione, e quella perlata associata a Bath, tipica del sud dell’area.

Castle Combe, Cotswolds. By Saffron Blaze

I Villaggi del Cotswolds

I villaggi del Cotswolds sono numerosi e tutti offrono qualcosa di particolare all’occhio del visitatore curioso.
Da Bourton-on-the-Water con i suoi caratteristici ponti bassi sul fiume Windrush, che attraversa il centro della città, alle pittoresche locande in legno di Winchcombe, a quella piccola gemma dell’architettura medievale (risale al XII secolo) che è Chipping Campden.
E se William Morris, il celebre scrittore, designer e socialista e padre dell’Arts and Crafts, definì Bibury “il villaggio più bello d’Inghilterra”, da non perdere è anche il pittoresco villaggio di Broadway, punteggiato da negozi di antiquariato e deliziose sale da tè, e nelle cui vicinanze sorge la bizzarra Broadway Tower, una una torre di 17 metri a forma di castello sassone, ideata tra il 1798-1799 da due grandi architetti dell’epoca, Capability Brown e James Wyatt per Lady Coventry.

Broadway Tower, Cotswolds. By MykReeve

Oltre ai magnifici resti termali della più famosa Bath, gli appassionati di storia romana non vorranno farsi scappare una visita a Cirencester, l’antica Corinium romana, le cui origini risalgono invece al I secolo d.C.
Situata sulla Fosse way, una delle più importanti strade romane, costruita tra il I e il II o secolo d.C. per collegare Exeter con Lincoln, Cirencester era probabilmente la più grande città della Britannia romana dopo Londinium (Londra), come attestano i resti di numerose ville e accampamenti militari ritrovati nell’area.
Le mura racchiudevano una città di 240 acri (100 ettari) e scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di una basilica romana, di un anfiteatro e di numerose ville dalla ricca decorazione a mosaico, ora esibiti nel Corinium Museum insieme ad una vasta e interessantissima collezione di antichità della Britannia romana.

Le Dimore Storiche nella campagna del Cotswolds

La splendida campagna del Cotswolds vanta alcune delle dimore storiche e dei giardini più belli e meglio conservati del paese, a cominciare dal sontuoso Blenheim Palace. Situato al limitare della cittadina di Woodstock, vicino a Oxford, questo grandioso palazzo barocco fu costruito nel XVIII secolo per il generale John Churchill, il I Duca di Malborough come ricompensa la sua decisiva vittoria nella battaglia di Blenheim nel 1704 e rimase la residenza dei Churchill per i successivi tre secoli, il più famoso dei quali, Winston Churchill, nacque qui nel 1874.

Blenheim Palace Cortwolds
Blenheim Palace By Magnus Manske

Il castello di Sudeley, vicino a Winchcombe e costruito nel 1443, e appartenuto per un periodo alla potente famiglia Seymour, fu per un breve periodo la residenza di Katherine Parr, la sesta ed ultima moglie di Enrico VIII.
Uscita incolume dal matrimonio con Enrico, (che muore nel 1547), la povera Katherine riesce finalmente a sposare l’amato Sir Thomas Seymour a cui era stata costretta a rinunciare dal re, solo per morire di parto nel 1548. Quando si dice la sfortuna…

Nonostante l’importante ruolo giocato dalla rivoluzione industriale nel Sud della regione, i paesaggi bucolici e la pittoresca architettura del Cotswolds furono risparmiati dall’industrializzazione galoppante del tardo Ottocento. Cosa che entusiasmò William Morris e gli artisti delle Arts and Crafts, che nel XIX secolo si ispirarono per il loro prodotti di design alle tradizioni domestiche della campagna britannica per i loro prodotti di artigianato.
Kelmscott Manor, la bella casa nei pressi del piccolo villaggio di Kelmscott, nell’Oxfordshire e costruita nel 1570 circa, divenne la residenza di campagna di Morris dal 1871 fino alla sua morte nel 1896.

Il Cotswolds ispirazione di artisti e scrittori

Per generazioni, artisti e scrittori hanno trovato ispirazione tra la rigogliosa campana del Cotswolds, da William Shakespeare, nato a Stratford-Upon-Avon, al limitare del Nord Cotswolds, a Lewis Carroll, l’autore di Alice’s Adventures in Wonderland e Through the Looking-Glass che trascorse così tanto tempo nell villaggio di Stow-on-the-Wold, a casa dell’amico, il reverendo Edward Litton, da arrivare a basare il suo personaggio più famoso, sulla figlia di Litton.
Bath, l’elegante città neoclassica al limitare del Cotswolds, dove Jane Austen visse per alcuni anni e non sempre felicemente, divenne la scena per due dei suoi sei romanzi, Persuasion e Northanger Abbey, mentre J.M. Barrie trovò l’ispirazione per molte delle avventure del suo Peter Pan durante le sue numerose visite a Stanway House.
Il Cotswolds non è probabilmente il primo posto a cui si pensa leggendo Il Signore degli Anelli, ma le descrizioni delle ondulate colline della Terra di Mezzo abitata dagli Hobbit lasciano pochi dubbi sui luoghi che ispirarono J.R.R. Tolkien. I fanatici dello scrittore non vorranno farsi scappare una visita alla pittoresca cittadina di Moreton-in-Marsh, dove il caratteristico pub The Bell Inn ispirò il Prancing Pony, la locanda in cui gli Hobbit incontrano per la prima volta Aragorn.

E se la magnifica trilogia di Tolkien è stata filmata in Nuova Zelanda, la campagna e i villaggi del Cotswolds sono certamente tra i grandi favoriti del cinema e della televisione, britannica e internazionale.
La parrocchia di St Mary nel fittizio villaggio di Kembleford, per esempio, sede del simpatico sacerdote-detective Padre Brown, è in realtà la chiesa medievale di St Peter and Paul a Blockley, poco lontano da Moreton-in-Marsh, mentre i corridoi di Hogwarts in Harry Potter sono gli splendidi chiostri della cattedrale di Gloucester.
La stessa cattedrale ha fornito le ambientazioni anche per numerose scene della serie televisiva Wolf Hall, tratta dai libri di Hilary Mantel, oltre che per episodi di Sherlock e Doctor Who.
Gli amanti del regista James Ivory, invece, non mancheranno di riconoscere Dyrham Park in Quel che resta del giorno (The Remains of the Day): lo spettacolare palazzo del XVII secolo, con tanto di immensi giardini e parco dei cervi) a circa 24 km rispettivamente da Bath e Bristol, è stato infatti utilizzato nel 1993 come set per l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro.

Infine, qualche suggerimento pratico. Sebbene autobus e treni non manchino, i trasporti pubblici che attraversano il Cotswolds sono piuttosto limitati – gli autobus hanno corse ogni ora, e la ferrovia sfiora appena le città principali; pertanto chi desidera più flessibilità e la possibilità di uscire dalle aree più turistiche, dovrebbe considerare l’opzione di noleggiare un’auto. Gli appassionati di trekking poi, non vorranno lasciarsi scappare la Cotswold Way, un sentiero pedonale designato per escursioni che si estende per oltre 160 km che parte da Chipping Campden, non lontano da Stratford-upon-Avon e, attraversando villaggi-cartolina come Broadway, Winchcombe, Cleeves Hill, Painswick e termina a Bath.

Ulteriori informazioni e itinerari sono disponibili sul sito ufficiale di informazioni turistiche del Cotswolds http://www.cotswolds.com/ e sul sito del National Trust http://www.nationaltrust.org.uk/days-out/regionsouthwest/cotswolds

2021 Paola Cacciari su Londonita

La Londra di Hogarth

Violenza, inganno, corruzione e una nazione divisa. No, non è l’ennesimo articolo sull’Inghilterra della Brexit (anche se potrebbe esserlo) ma la serie Humours of an Election, dipinta nel 1754 da quel genio della satira che era William Hogarth (1697-1764), che rappresenta una falsa elezione generale che va di male in peggio – e in cui mi pare che ogni personaggio assomigli a Boris Johnson & C.

The Polling from The Humours of an Election series, 1755
The Polling from The Humours of an Election series, 1755

Con un tempismo impeccabile infatti, il Sir John Soane Museum ha riunito per la prima volta tutte le serie di William Hogarth: La carriera di una prostituta (The Harlot’s Progress, 1731), Carriera di un libertino (A Rake’s Progress, 1732-33) Quattro momenti del giorno (1738), I quattro stadi della crudeltà (1741) e Marriage A-la-Mode (1743). Le aveva ribattezzate ‘Modern Moral Subjects‘ e sono  costruite come commedie fatte di immagini.
Ho sempre avuto una passione sviscerata per Hogarth e il suo spietato sarcasmo. Mi chiedo se sarebbe stato cosi cattivo verso quella ricca borghesia a cui non apparteneva se fosse riuscito ad farne parte. Il non essere riuscito a fare il Gran Tour, il pellegrinaggio artistico-godereggio nel sud dell’Europa necessario per un gentiluomo che si volesse considerare tale, per mancanza di mezzi: fu un colpo da cui non si riprese più…
A Hogarth piaceva dipingere serie di opere: gli permettevano di raccontare una storia, di sviluppare una narrativa mentre si abbandonava al suo istinto . Ed erano facilmente riproducibili come incisioni che potevano essere vendute per SOLDI. Forse non è un caso che tutte le sue grandi serie di opere hanno in come il soggetto del denaro: la sua mancanza, la sua influenza e il suo abuso. La gente ruba, muore e impazzisce per il denaro

A Rake's Progress: The Arrest. William Hogarth, 1732–34
A Rake’s Progress: The Arrest. William Hogarth, 1732–34

Il “Rake” eredita, sperpera e impazzisce. La coppia in “Marriage-A-la-Mode” si sposa per convenienza (lui per soldi e lei per entrare a fare parte dell’aristocrazia) ed entrambi muoiono. Oh sì, c’è anche morte, e in abbondanza: il mondo di Hogarth è fatto di estremi, ma quello era il mondo in cui viveva e lavorava, la Londra dell’Epoca Georgiana.

Una delle cose più affascinanti della mostra è il modo in cui queste storie portano i protagonisti per tutta Londra: dall’elegante West End all’allora squallido mercato di Covent Garden, fino ai bassifondi del Barbican. Questa non è una fantasia – la carriera di questi personaggi è letterale, catastrofico e posto tra punti di riferimento riconoscibili.

Marriage à-la-mode, After the old Earl's funeral (scene four of six) William Hogarth - The National Gallery
Marriage à-la-mode, After the old Earl’s funeral (scene four of six)
William Hogarth – The National Gallery

Ma non c’è solo miseria e bruttra nei dipinti di Hogarth, anzi. Che e con l’età forse si addolcisce e, i suoi dipinti più tardi sono pieni di bellezza. Forse perché invece della commedia umana si dedicata al sublime della Natura, a cieli, fiumi e boschi. E mi viene da pensare che sia un’altra delle sue gomitate, un modo per rammentarci che la natura è perfetta ed è stato l’uomo a rovinare tutto. Un altro attualissimo riquadro del XXI secolo. Greta Thunberg sarebbe fiera di lui.
2019 ©Paola Cacciari

Londra/fino al 5 Gennaio 2020

Hogarth: Place and Progress @ Sir John Soane’s Museum , Holborn

Gite Fuori Porta: Bath

“Oh! Who can be ever tired of Bath?”

Jane Austen ha scritto questa celebre frase ne L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803), la sua personale parodia del genere del romanzo gotico così in voga tra la fine del Settecento e l’inizio del nuovo secolo.

E personalmente non potrei essere più d’accordo: adoro Bath e ci torno ogni volta che posso e ogni volta rimango stupita dalla neoclassica bellezza della sua architettura. Il fatto che a Jane la città non piacesse era più un fatto legato alla sua personale situazione di nomade forzata, che ad obiezioni riguardo all’architettura georgiana. E comunque fu proprio qui che scrisse oltre al suddetto Northanger Abbey, anche un’altro dei miei romanzi pereferiti, Persuasion.

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Jane Austen ceramic teapot, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Jane visse a Bath dal 1801 al 1806, quando l’alta società inglese prese a riversarsi nella città termale per i suoi presunti benefici per la salute. I suoi genitori trasferirono la famiglia qui per seguire quella moda. Durante il periodo trascorso nella citta termale, la famiglia di Jane Austen visse a vari indirizzi, tra cui il n. 4 di Sydney Place, una bella casa a schiera che Jane trovò relativamente piacevole, anche se non era felice per la mossa in generale, come scrive Claire Tomalin descrive nella sua splendida biografia Jane Austen: A Life.Sfortunatamente fu qui che il padre morì improvvisamente nel Gennaio del 1805, lasciando la moglie e le due figlie in precarie condizioni finanziarie, non avendo risorse proprie. Abbandonata Sidney Street, Jane e Cassandra si trasferirono con la madre nella al n. 25 di Gay Street, riducendo il personale ad una sola cameriera di per tutto il lavoro. Al numero 40 di Gay Street, ssi trova il Jane Austen Centre, una tappa da non perdere per tutti gli appassionati di Jane Austen.

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Jane Austen Centre, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Quella di Sydney Place era una delizosa casa a schiera di recente costruzione, vicino a Sydney Gardens , un parco in cui Jane faceva lunghe passeggiate e abbastanza al di fuori dall’affollato centro di Bath, ma a breve distanza a piedi da Pulteney Bridge, il bel ponte in stile palladiano sul fiume Avon, che attraversa la città.

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Pulteney Bridge, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Trovo assolutamente impossibile non restare a bocca aperta davanti alla serena bellezza del suo centro storico, costruito nel XVIII secolo in stile Georgiano, per rispondere al crescente bisogno di benessere e comfort da parte dei visitatori delle terme e non mi sorprende neanche un po’ che la città di Bath sia stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

La cosa positiva di Bath è il suo essere una citta compatta, con gli edifici piú significativi l’uno accanto all’atro. E cosi’ raccolti in un breve spazio abbiamo le famossime Terme Romane, L’Abbazia (originariamente una cattedrale normanna che venne poi ricostruita in stile gotico nel secolo XVII; ulteriori lavori di ristrutturazione vennero poi fatti all’interno di essa nel XIX secolo), e la deliziosa Vittoria Gallery.

Una delle caratteristiche di Bath che amo di piú il Royal Crescent, l’elegante complesso residenziale composto da 30 unità abitative a schiera disposte secondo una mezzaluna, che in inglese si chiama crescent. Ideato e progettato da John Wood il Giovane e costruito fra il 1767 e il 1774, questo è il più importante esempio di architettura georgiana del Regno Unito.

Royal Crescent, Bath. 2019 © Paola Cacciari (11)
Royal Crescent, Bath, 2019 © Paola Cacciari

A complementare il Royal Crescent è vicino Circus (dal latino circus, che significa anello, ovale o cerchio), un’altro complesso residenziale di forma circolare, anch’esso ideato da John Wood il Vecchio e realizzato da John Wood il Giovane tra il 1754 e il 1768, e suddiviso in tre corpi di ugual misura, con al centro una strada circolare ed un ampio spazio verde all’interno. Le tre strade di accesso perfettamente equidistanti puntano ognuna verso uno dei tre corpi curvilinei del complesso, permettendo ai visitatori una visione ottimale del Circus da qualunque parte si giunga. Ogni segmento è diviso in più unità abitative, esattamente speculari ed ognuna col proprio ingresso, sullo stile del Royal Crescent. Entrambi i complessi residenzialei sono la quen’essenza del sogno visionario dell’architettura georgiana.

E naturalmente non si poteva non fare un pellegrinaggio da Sally Lunn’s, la sala da il té che ha reso celebre quella che e’ diventata la specialità cittadina: i bun. Questi sono simili a brioches di pasta lievitata e leggermente dolci, e possono essere serviti dolci o salati, un po’ come le crepes. Non a caso l’inventrice di tale leccornia fu una certa Sally Lunn, una francese sfuggita alla persecuzione degli Ugonotti nel 1680.

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Sally Lunn’s Tea Room, Bath, 2019 © Paola Cacciari

La Victoria Art Gallery La collezione comprende arte decorativa e dipinti di pittori britannici del XVIII secolo ad oggi, tra cui Thomas Gainsborough, Walter Sickert ed Howard Hodgkin.

Victoria gallery, Bath. 2019 © Paola Cacciari (32)
Victoria Gallery, Bath, 2019 © Paola Cacciari

Lungo il perimetro della sala si srotola in stucco bianco il fregio del Partenone.  La ciliegina sulla torta. 🙂

visitbath.co.uk

 

 

 

 

 

 

I ritratti di Thomas Gainsborough

Una cosa che ho sempre amato di Thomas Gainsborough (1727-1788) sono i suoi paesaggi, quelle distese ondulate di prati punteggiati di alberi e basse sotto cui coppie eleganti si fanno fare il ritratto. Il mio quadro preferito, Mrs and Ms Andrews  non fa parte di Gainsborough’s Family Album, la mostra a lui dedicata alla National Portrait Gallery anche se non è lontano da lì trovandosi alla National Gallery. Dipinto da Gainsborough attorno alla metà del XVIII secolo, Mr and Mrs Andrews ritrae una coppia di compiaciuti proprietari terrieri inglesi le cui terre erano situate tra le contee del Suffolk e dell’Essex. Il colore è sottile e risplendente, quasi trasparente e l’atmosfera di una una fresca (quanto variabile) giornata primaverile nella bellissima campagna inglese. Il cielo plumbeo enfatizza il blu cielo dell’abito della giovane moglie e il verde brillante del prato. Sembra di sentire il fruscio delle foglie del grande albero sotto cui siede in una posa informale la coppia: sono un uomo e una donna persi nell’abbraccio della Natura. Come nell’autoritratto dell’artista con la moglie, The Artist with his Wife Margaret and Eldest Daughter Mary, dipinto dall’artista nel 1748 che sembra essere il prototipo per quello, dipinto due anni dopo, di Mrs e Ms Andrews.

The Artist with his Wife Margaret and Eldest Daughter Mary by Thomas Gainsborough, c1748. Photograph © The National Gallery, London
The Artist with his Wife Margaret and Eldest Daughter Mary by Thomas Gainsborough, c1748. Photograph © The National Gallery, London

Thomas Gainsborough, Mr and Mrs Andrews (about 1750) The National Gallery, London
Thomas Gainsborough, Mr and Mrs Andrews (about 1750) The National Gallery, London

Che tutta la storia della pittura di paesaggio comincia con lui, Gainsborough, non con John Constable – anche se Constable porterà all’ennesima potenza ciò che Gainsborough aveva iniziato. Anche Gainsborough, come Constable dopo di lui, dipingeva ritratti per dipingere paesaggi, che i paesaggi non pagavano, mentre i ritratti sì. Gainsborough si considerava un mestierante del ritratto e guadagnava bene grazie a quella nuova classe sociale che stava nascendo proprio in quel periodo, la ricca borghesia, che lo pagava profumatamente per farsi farsi immortalare dall’artista del momento. E come Constable dopo di lui, anche Gainsborough dava il meglio di sé con  i ritratti delle persone che davvero voleva dipingere che erano poi la sua famiglia e i suoi amici. E i 50 ritratti nell’album di famiglia di Gainsborough sono fatti per amore e non denaro. Nessun altro artista del XVIII secolo ha lasciato così tante immagini dei suoi parenti – genitori, zii, cugini, figli, nipoti e animali domestici assortiti – e questo non è semplicemente perché Gainsborough aveva una famiglia numerosa. L’olio di Gainsborough è fluido come il pastello e le immagini, così frammentarie e veloci, sembrano moderne come quelle di Manet o Degas.

Gainsborough Dupont c.1770-5 Thomas Gainsborough 1727-1788 Bequeathed by Lady d’Abernon 1954 http://www.tate.org.uk/art/work/N06242

Nelle sue immagini Gainsborough ha radiosamente espresso l’etica di un’intera epoca, quella del sentimento (sensibility). Originatosi  negli scritti filosofici e scientifici di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), il sentimento divenne presto un movimento artistico e letterario, soprattutto per quanto riguarda  il nuovo genere del romanzo che prediligeva come protagonisti individui fortemente emotivi che no esitavano a a svenire o a farsi prendere da sentimenti potenti  davanti ad un’esperienza emotivamente commovente. Nella persona dell’uomo e della donna di “sentimento” si univano coraggio e un cuore generoso che, al contrario di quanto era accaduto fino ad allora, non esitava a commuoversi davanti al dolore, alla gioa e all’amore.

Thomas Gainsborough(1727-1788), Portrait of Mrs Gainsborough, 1778 (circa), The Samuel Courtauld Trust, The Courtauld Gallery, London
Thomas Gainsborough(1727-1788), Portrait of Mrs Gainsborough, 1778 (circa), The Samuel Courtauld Trust, The Courtauld Gallery, London

Gainsborough che nasce in Suffolk, vive a Bath (1759-73) e si trasferisce a a Londra nel 1774, è la quint’essenza del nuovo ideale , quello dell’ informalità, che investe la società inglese  della metà del Settecento grazie soprattutto al pensiero rivoluzionario del suddetto Rosseau. Nell’Émile, pubblicato nel 1762 e tradotto in Inghilterra nel 1763, Rousseau sosteneva che bisognava riscoprire la natura umana nelle sue fondamenta primordiali, eliminando le sovrastruttura sociale, culturale ed educativo imposto dalla società. Ciò porta una vera e propria rivoluzione nell’educazione dei bambini che, considerati fino ad allora come mini-adulti, possono finalmente comportasi come tali e godersi la loro infanzia.

Mary and Margaret Gainsborough, the Artist’s Daughters, c1760-1

E Margaret e Marion Gainsborough sono di certo le figlie più dipinte del XVIII secolo. Gainsborough infatti le ritrae bambine, adolescenti e donne: tutta la loro vita si svolge sotto gli occhi attenti di un babbo affettuoso Uno dei miei dipinti preferiti è Mary and Margaret Gainsborough, the Artist’s Daughters, ancora una volta un prestito dal Victoria ad Albert Museum in cui Marion cerca di fissare i capelli di Margaret – una scena di eccezionale intimità emotiva. Lo schizzo a olio di Gainsborough delle sue figlie è incredibilmente attento ed empatico. Mary sta sistemando i capelli della sua sorellina come nessun adulto sarebbe permesso, e Margaret lo sopporta con imbronciata tolleranza come si conviene alla sorella minore.

2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Febbraio 2019

Gainsborough’s Family Album @ The National Portrait Gallery

L’Infinito (anche in un quadro)

Certo, il Victoria and Albert Museum non è una galleria d’arte come la National Gallery, ma non se la cava male ugualmente. Che oltre ad ospitare la collezione nazionale di ritratti miniati (ne possiede circa duemila) e una serie di dipinti di artisti europei e britannici, tra cui gli immancabili JW Turner e John Constable, ospita anche una bella collezione di dipinti. Anzi, due. Donate da due collezionisti John Sheepshanks (1787–1863) che si era arricchito con l’industria tessile e il broker di origine greca Constantine Alexander Ionides (1833–1900).

La collezione di dipinti era parte originale del Museum of Ornamental Art, il Museo di Arti Ornamentali, poi rinominato Victoria and Albert Museum, che aprì i battenti nel quartiere di South Kensington nel giugno 1857. In quell’anno John Sheepshanks decise di donare al museo la sua collezione di circa 500 dipinti moderni oli britanniche , acquerelli e disegni per fondare una “National Gallery of British Art”. Preferiva la “posizione ariosa” di South Kensington all’atmosfera inquinata del centro di Londra e credeva nell’importanza di rendere l’arte accessibile al pubblico. La prima delle gallerie del V&A fu aperta nel 1857 ed è la parte più vecchia del Museo.

Gustave Courbet (1819-1877) L'Immensité, 1869 France. Victoria and Albert Museum Bequeathed by Constantine Alexander Ionides
Gustave Courbet (1819-1877) L’Immensité, 1869 France. Victoria and Albert Museum Bequeathed by Constantine Alexander Ionides

Ogni volta che mi trovo a passare davanti a questo quadro di Gustave Courbet (1819-1877) – e quando sono di turno nella sala dei dipinti mi trovo a farlo circa un milione di volte nel corso della giornata- mi viene in mente  L’Infinito di Giacomo Leopardi. E mi ci perdo…

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

2017 ©Paola Cacciari