Marie Taglioni, la prima ballerina (quasi) sulle punte.

Nella sala dedicata alla storia del Teatro e della Performance del museo in cui lavoro (anche se sarebbe meglio dire lavoro ancora, nonostante i tagli e gli esuberi volontari o meno…) in una teca di vetro stretta tra una foto di Rudolf Nureyev scattata da David Bailey, al costume di scena ‘Bicycle John’ di Elton John, e a quattro statuette dei Beatles, c’è la minuscola scarpetta con cui la grande Maria Taglioni  (1804-1884) ballò davanti all’imperatrice Alexandra Feodorovna, moglie dello Zar Nicola I di Russia, in una funzione privata a San Pietroburgo nel 1842. Secondo l’iscrizione sulla suola, la Taglioni aveva eseguito due danze spagnole, un Herta e un Cachucha.

Questa scarpetta da cenerentola non manca mai di sturpirmi, e non solo per le sue minuscole dimensioni dei piedi delle donne dell’epoca, ma per il fatto stesso che sia sopravvissuta fino a noi. Le scarpette da ballo hanno notoriamente vita breve: basti pensare che Marianela Núñez, la prima ballerina del Royal Ballet di Londra, il cui repertorio è particolarmente impegnativo dal punto di vista fisico e tecnico, logora le scarpe dopo un solo giorno – la scatola di cartapesta della punta troppo malconcia per un ulteriore utilizzo. Il che rende questa scarpetta della metà del XIX secolo particolarmente rara. Essendo poi associata a Marie Taglioni e allo sviluppo della danza sulle punte, fa di questo artefatto è un oggetto importantissimo nella storia della costruzione delle scarpette da ballo.

Lithograph by Chalon and Lane of Marie Taglioni as Flora in Didelot’s Zéphire et Flore. London, 1831 (Victoria and Albert Museum/Sergeyev Collection)

Perchè Maria Taglioni fu la prima a eseguire un intero balletto, La Sylphide, danzando sulle punte. Non essendo ancora stata inventata la “mascherina” con la punta piatta, quella scatola rigida in tela o carta imbevute di resine speciali che permette alla ballerina moderna di restare in equilibrio sulle punte, Marie Taglioni doveva accontentarsi di ballare utilizzando queste pantofoline in seta dalle suole modificate, i cui lati e la punta erano imbottiti e rafforzati da cuciture per mantenere la forma. Questo tipo di scarpetta non forniva un vero sostegno, per cui le danzatrici erano costrette a fasciare le dita, utilizzando solo la forza dei piedi e delle caviglie.

Ma l’eredita che Marie Taglioni ha lasciato alla danza classica non si limita al danzare sulle punte. Per lei infatti il pittore Eugene Lamy crea il tutù, quel costume leggero e vaporoso, con il sottogonna bianco, che sarebbe poi diventato l’emblema della ballerina romantica. Fu lei ad introdurre anche l’acconciatura à bandeaux che divenne poi tipica della danzatrice classica.Non per nulla Marie Taglioni è considerata la prima grande ballerina romantica di tutti i tempi.

Ma chi era Marie Taglioni? Il padre, il coreografo e ballerino italiano Filippo Taglioni, si occupa personalmente della formazione artistica della figlia, sottoponendola a sessioni massacranti, ma che diedero strepitosi risultati. Filippo sa che la danza è nel DNA della giovane figlia, e la spinge a creare per se un ruolo che andasse oltre a quelli claustrofobici di moglie e madre imposte alle donne dalla società del XIX secolo. Inoltre lui è direttore dei balli alla corte di Svezia e il successo della figlia è anche la sua carta vincente per fare carriera. Dopo il debutto sulle scene a Vienna nel 1822, arrivò a Parigi nel 1827. Il trionfo parigino all’Opéra di Parigi arrivò nel 1832, con La Sylphide, coreografia creata per lei da suo padre nella quale, sulla base della tecnica ballettistica italiana che associava il rapido gioco delle gambe a movimenti lenti del busto e delle braccia.

Nello stesso anno, Marie si sposò con il conte Gelbeit de Voisins, ma il matrimonio durò soltanto tre anni. Osannata in tutta Europa (fu tra il 1837 e il 1839 l’étoile del Teatro di San Pietroburgo), ottenne consensi anche alla Scala di Milano, dove debuttò il 20 maggio 1841 con grande successo, e continuò a danzare fino ad un’età, per l’epoca, molto avanzata: quando si ritirò, nel 1848, aveva 44 anni.

Il padre, che era stato l’artefice della sua fortuna artistica, fu anche il responsabile della sua rovina economica, mandandola in bancarotta con le sue speculazioni sbagliate. La Taglioni dovette così riprendere a guadagnarsi la vita dando lezioni di danza e portamento, a Parigi e a Londra, dove visse al numero 14 dell’elegante Connaugh Square, nel quartiere di Paddington, dove una Blue Plaque eretta nel 1960 dal London County Council celebra il suo passaggio.

Marie Taglioni Blue Plaque, 14 Connaught Square. London, 2021 © Paola Cacciari

Morì in miseria, ottantenne, a Marsiglia, e là fu sepolta, finché il figlio Georges Gilbert Des Voisins non la fece trasferire nella tomba di famiglia al Père-Lachaise. Le è stato dedicato un cratere di 31 km di diametro sul pianeta Venere. Non male per una Silfide

2021 © Paola Cacciari

Anna Karenina

OTTO DOMENICHE IN RUSSIA, OVVERO QUALCHE RIFLESSIONE SU QUESTA PRIMA SPLENDIDA LETTURA DI GRUPPO Leggere Anna Karenina non è mai stato nei miei piani. Ho una lista infinita di libri che vorrei leggere, un buon cinquanta per cento è composto da grandi classici ma Anna non era in cima alla lista. Ad un certo punto, […]

Anna Karenina

Eugenio Onegin (Евгений Онегин)

Come descrivere un libro come Eugenio Onegin (Евгений Онегин) senza apparire scontati? Non si può. O almeno io non posso, proprio non ci riesco, che mi mancano le parole per farlo, tanto in italiano che in inglese. Capolavoro suona scontato, ma è l’unico aggettivo che gli si avvicina. Questo romanzo in versi di Aleksandr Puškin, composto dal 1822 al 1831 e pubblicato completo per la prima volta nel 1833, è divertente, tragico, tenero e profondo e riesce ad essere tutte queste cose allo stesso tempo.

Aleksandr Puškin
Aleksandr Puškin

Il linguaggio poi è bellissimo (e che io l’ho letto in inglese) ed è fresco ed attuale, come lo era nel 1830, quando Pushkin lo finì (anche se mai “ufficialmente”). Forse perchè, come spiega  Paolo Nori  ne La Grande Russia portatile, in Russia non ci sono dialetti, e il russo letterario di Puškin, Gogol’, Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj e tutti gli altri, altro non è che la lingua del popolo, parlata da secoli da tutti i russi in ogni parte dell’Impero. Ed è a questa lingua, che era prima parlata e poi scritta (che i russi hanno acquisito un alfabeto solo nel IX secolo dopo Cristo, con la missione di evangelizzazione di Cirillo e Metodio nel 862) che Puškin dà dignità letteraria con l’Evgenij Onegin. Ed questo strumento così immediato, allo stesso tempo comprensibile e diretto,  tenero e  volgare che ha prodotto la letteratura russa dell’Otto e del Novecento.

Continua Nori:

“Se leggo l’inizio dell’Evgenij Onegin a un bambino russo di cinque anni, che non è ancora andato a scuola, lui capisce tutto perfettamente; se leggo a un bambino italiano di cinque anni un’opera italiana dell’ottocento, come Il cinque maggio di Manzoni, che è del 1821, «Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro», cosa capisce?, mi chiedo. E racconto di quando ho fatto la prova con mia figlia, quando aveva cinque anni, le ho recitato l’inizio del Cinque maggio e le ho chiesto cosa significava e lei è rimasta un po’ a pensarci e poi ha detto «Eh, che lui era lì, immobile, che giocava a memory respirando».

Nel suo divertente The Anna Karenina Fix: Life Lessons from Russian Literature che ho letto un paio d’anni fa, la scrittrice e giornalista britannica Viv Groskop dice che per lei  “la qualità più attraente di Eugene Onegin è la quieta bellezza del suo fatalismo, che è molto russo, ma anche in qualche modo, molto umano e universale.”

Che in fondo siamo tutti un po’ Eugenio Onegin, poveri sciocchi che non sanno cosa è bene per loro fino a quando non è troppo tardi. Perdiamo così la possibilità di essere felici e la colpa è solo nostra.  Ma come possiamo sapere cosa è bene per noi, soprattutto quando da giovani, non abbiamo vissuto abbastanza per saperlo? Per sapere come la vita, il FATO, tratterà le nostre speranze e i nostri sogni? Per sapere come e, soprattutto SE, saremo mai nel posto giusto al momento giusto per essere felici?

C’è una stanza bellissima in Onegin che dice:

“Ma triste è pensare che invano / la giovinezza ci fu data, / che sempre tradita l’abbiamo / e che essa ci ha ingannato; / che le migliori aspirazioni, / le nostre più fresche visioni, / come foglie sono marcite / in un autunno infracidite.”

Mi ricorda la stanza di Lorenzo il Magnifico, quella che dice: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto sia, del doman non c’è certezza.”

Ecco.

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2020 ©Paola Cacciari

Cronache nemediane – Cenni storici sull’archetipo femminile nella Madre Russia — — l’eta’ della innocenza

Articolo di Daniele Dal Bosco Tratto dalla rivista Centro Studi La Runa Nel linguaggio comune odierno si usa sovente l’espressione Madre Russia, preceduta ed incoronata, talvolta, dagli aggettivi Grande o Santa. 1.589 altre parole via Cronache nemediane – Cenni storici sull’archetipo femminile nella Madre Russia —

via Cronache nemediane – Cenni storici sull’archetipo femminile nella Madre Russia — — l’eta’ della innocenza

San Pietroburgo, la città imperiale

Quando sono nata si chiamava ancora Leningrado, ma quando finalmente sono riuscita ad andarci nel Marzo di quest’anno era già ritornata da almeno ventisette anni al suo vecchio, glorioso nome: San Pietroburgo. Un nome ripristinato il 6 settembre 1991, con un referendum popolare. E’ passato un anno esatto da quando ci sono andata, e ora piu’ che mai mi sembra un sogno.

La nuova capitale russa fu fondata ufficialmente nel Maggio del 1703. Strategicamente situata sul Baltico, la nuova città godeva, al contrario di Mosca, di una posizione privilegiata da cui partecipare agli affari europei. Non solo Pietro il Grande voleva costruire una città nuova, ma la voleva completamente differente dalle preesistenti città russe.

All’epoca Luigi XIV stava ancora costruendo la Reggia di Versailles e non a caso Pietro si ispira al “collega” francese che di lusso se ne intendeva. E parlando di lusso, bisogna dire che i due sovrani avevano le idee ben chiare sul ruolo dell’architertuura come mezzo per comunicare il loro status di monarchi assoluti. Ma non fu Parigi, bensì Amsterdam a fornire il modello per la pianta della nuova capitale. Pietro era stato in Europa nel 1697 ed era rimasto molto colpito da ciò che aveva visto in Olanda e in Inghilterra e da monarca effettivo qual’era, voleva essere coinvolto in ogni dettaglio della costruzione della città e esaminando minuziosamente ogni dettaglio della pianificazione della sua creatura.

Da bravo autocrata qual’era, Pietro non esita a imporre il suo gusto, come bene sanno i suoi nobili che, insieme a barbe e cafetani per un look occidentale, si vedono costretti a rinunciare a anche allo stile tradizionale russo delle loro abitazioni e scambiare legno e tessuti caldi per marni e specchi. Naturalmente, come in ogni cosa in Russia (e e non solo) lo stile e la grandezza della facciata  e dell’abitazione stessa dipendevano dallo status socioeconomico del padrone di casa.

St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

La manifattura e il materiale e il denaro necessari a quella epica impresa furono organizzati con impietosa efficienza dal sempre presente Pietro e versati con torrenziale puntualità nel paludoso estuario della Neva, come l’acqua da una brocca. Cosa positiva fu la preoccupazione per li incendi che fece sì che i tetti fossero costruiti con tegole invece che di paglia che le stufe per riscaldare le case non fossero addossate alle pareti e che fossero regolamente pulite. Nel corso dell’XVIII secolo Pietroburgo divenne sempre più simile ad Amsterdam con i suoi semicerchi concentrici di canali e strade che si irradiavano dal punto di fuga dell’Ammiragliato, per gettarsi nella Neva. Costruito in stile Impero l’Ammiragliato fu progetto dell’architetto Andrejan Zacharov fra il 1806 ed il 1823: la sua guglia dorata è il punto focale della vecchia San Pietroburgo e tutt’ora marca la convergenza delle tre strade principali Nevskij Prospekt, Ulica Gorokhovaja e Vosnesenskij Prospekt, riprendendo lo schema del tridente romano e sottolineando l’importanza che Pietro I attribuiva alla Marina imperiale.

The Admiralty, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Admiralty, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

La Prospettiva Nevskij o Nevskij Prospekt (“Corso della Neva”) è la strada principale che attraversa la città di San Pietroburgo. Voluta da Pietro il Grande come l’inizio della strada che avrebbe collegato la nuova capitale alla città di Velikij Novgorod e poi a Mosca e costruita sul modello degli degli Champs-Élysées di Parigi, venne subito progettata con una larghezza di varie corsie, pur non raggiungendo la magnificenza del corso parigino. La strada che attraversa anche alcuni dei canali della città, fu presto affiancata da palazzi come la Biblioteca Nazionale Russa, il Caffè letterario o il Palazzo Stroganov e numerose chiese di svariate confessioni, fra cui la chiesa armena di Santa Caterina e la magnifica Cattedrale di Kazan. Anche la letteratura ha spesso citato la prospettiva Nevskij e lo scrittore Nikolaj Gogol le ha dedicato il racconto La Prospettiva Nevskij (nei Racconti di Pietroburgo), dove racconta la vita di questa arteria cittadina.

Al nord della Neva sorge l’imponente Fortezza di Pietro e Paolo, al centro della quale è la cattedrale in cui riposano Pietro ed i suoi successori. La sua spira dorata, ispirata alle chiese lituane, è visibile da ogni punto della città (o quasi). Alla metà del XVIII secolo cominciaro i lavori per il Palazzo d’Inverno, che fa bella mostra di se poco distante dal ammiragliato e che ora ospita il Museo dell’Ermitage.

River Neva and St'speter and Paul's Fortress, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
River Neva and St’speter and Paul’s Fortress, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Pietroburgo è un città di aria e di acqua e l’impressione che si ha è quella di spazio e armonia. E nessuno era più ossessionato dall’armonia e dall’uniformità dello zar Alessandro I  che arriva persino a decretare che era proibito ai cittadini dipingere le loro case di colori volgari e che i soli permessi erano il giallo pallido, il grigio (chiaro e scuro), l’azzurro, il verde, il rosa e il bianco. Lo scopo finale era il raggiungere la perfezione estetica nella capitale. Gli stessi architetti si sforzavano di mantenere lo stile architettonico unitario lungo la Neva o i canali come il Fontanka che tanto mi ha incantato durante la mie breve permanenza. Lo stesso avviene con il suo successore Nicola I che, come Alessandro I  prima di lui si dava la pena di esaminare ogni progetto architettonico prima di approvarlo.

The Alexandrinsky Theatre and the statue of Catherine the Great. St Petersburg 2018 © Paola Cacciari
The Alexandrinsky Theatre and the statue of Catherine the Great. St Petersburg 2018 © Paola Cacciari

Sfortunatamente come ancora succede, la gente comune, il popolino che doveva vivere in quelle case, camminare lungo quelle strade e navigare lungo i canali, non aveva nessuna voce in capitolo. Nonostante le promesse del governo, poco fu fatto e quel poco spesso fu fatto male (suona familiare??), le case di legno erano consentite solamete lontano dalle arterie principali e dovevano essere distanziate al meno 2 m per evitare gli incendi. Altri servizi come gli ospedali erano considerati responsabilità delle associazioni benefiche e della chiesa (cosa comune al resto del mondo occidentale) sebbene con la crescita delle città passarono eventualmente sotto la gestione dello stato.

The Bronze Horseman, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Bronze Horseman, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Essendo stata costruita principalmente nel XVIII secolo, San Pietroburgo rispecchia lo stile di quel periodo: dal Barocco di Pietro il Grande al Rococò di sua figlia, la zarina Elisabetta, al Neoclassicismo di Caterina la Grande e di Alessandro I, entrambi parziali all’architettura greca, resa popolare da Winkelman. Lo status dell’architetto era tale che pesino Gogol si sente in dovere di inserire un architetto tra le figure di impiegati statali che popolano una remota cittadina russa nel suo Anime Morte (1830).

St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Scopo principale dell’architetto di San Pietroburgo era creare grandiosità, armonia, nobiltà,  permanenza: la città di Pietro il grande era lì per restare. Con le sue grandi piazze, fatte per ospitare parate militare del vittorioso esercito che aveva sconfitto Napoleone, la città degli zar era uno splendido monumento all’autocrazia.

2019 © Paola Cacciari

Il Moro di Pietro il Grande

Uno dei motivi per cui amo lavorare in un museo sono le storie che si celano dietro gli oggetti piu’ impensabili. Come questa miniatura, un dono diplomatico, dipinta da Gustav von Mardfelt nel 1720 nascosta in un cassetto delle sale dedicate all’Europa del museo in cui lavoro.

Rappresenta Pietro il Grande (1672-1725) zar e, dal 1721, imperatore di Russia. Peter indossa un abito di foggia francese ed è rasato (aveva obbligato i nobili a radere le barbe, simbolo della vecchia Russia) porta le insegne del potere , il bastone del comando, l’aquila imperiale.
Nel corso del suo regno, Pietro il Grande introdusse un programma di riforme civili, militari, religiose e amministrative ispirate dai suoi viaggi in europa nel 1697 che diedero indizio alla modernizzazione dlel Russia e al suo sviluppo come stato europeo. La sua passione per gli esercizî militari, le costruzioni navali e la navigazione, l’immensa sete di apprendere e la decisa volontà di far progredire la Russia secondo il modello dell’Occidente, lo spinsero a varcare (1697), col nome di Pietro Michajlov, i confini della patria per un lungo viaggio di studio e di aggiornamento. Dai cantieri d’Olanda passò in Inghilterra, dove seguì un corso di costruzione navale; si recò quindi in Prussia, in Boemia e a Vienna. Stava per recarsi a Venezia quando una rivolta degli strelcy lo richiamò precipitosamente a Mosca, dove centinaia d’impiccagioni (sett.-ott. 1698) segnarono l’inizio del suo duro regime autocratico. Lo sforzo espansivo, sul Baltico e sul Mar Nero e verso i Balcani, e l’opera riformatrice di P. costituiscono gli aspetti congiunti di un unico sforzo, diretto a mettere la Russia in condizione di reggere a un confronto armato con le potenze dell’Occidente, anche più progredite.

Miniature painting showing Peter the Great, by Baron Gustav von Mardefeld, 1720. Victoria and Albert Museum

Con lui è un paggio di colore, Abram Petrovič Gannibal (1696-1781). Le sue origini sono incerte. Nato nel 1696 in Africa, in una famiglia nobile le cui origini geografiche precise sono molto discusse (tra Etiopia, Eritrea e Camerun), nel 1703 Gannibal fu portato a Costantinopoli alla corte del Sultano Ottomano come ostaggio per garantire il buon comportamenteo del padre. Con lui fu catturata anche la sorella, che pero’ morì durante il viaggio.

Nel 1704, dopo aver trascorso un anno a Costantinopoli, Gannibal fu riscattato e portato in Russia, dove fu donato all’Imperatore Pietro il Grande che, colpito dall’intelligenza del ragazzo, lo adottò e lo crebbe assieme ai suoi figli. Gannibal fu battezzato nel 1705, nella chiesa di Santa Parasceve, a Vilnius, con Pietro come padrino. Nel 1717, ormai ventunenne, Abram si traferisce a Metz, in Francia, per studiare le arti, le scienze e le discipline militari, tra cui l’ingegneria. Qui, dopo un anno, il nostro giovanotto decise  – con l’incoraggiamento dello Zar – di unirsi all’esercito francese per  fare esperienza pratica nel campo nell’ingegneria militare. Arruolatosi nell’esercito di Luigi XV di Francia combatte contro Filippo V di Spagna, si distinse fino a raggiungere il grado di capitano. Fu durante il soggiorno francese che adottò il cognome Gannibal, in onore del celebre generale cartaginese Annibale (Gannibal è, infatti, la tradizionale traslitterazione del nome in russo). A Parigi, Gannibal ebbe modo di conoscere famose personalità dell’Illuminismo come Denis Diderot, il barone di Montesquieu e Voltaire (che lo definì “stella oscura dell’Illuminismo“), con i quali strinse rapporti d’amicizia.

Una volta conseguita un’istruzione universitaria e un’esperienza sul campo di battaglia, nel 1723 Abram tornò a Mosca. Non ancora trentenne, il giovane ufficiale era ansioso di intraprendere una carriera di successo nell’esercito imperiale russo. Sfortunatamente per lui, il destino aveva altri piani. Lo zar Pietro I morì a soli 52 anni dopo una lunga malattia nominando erede la moglie, Caterina, che salì al trono come Imperatrice, ma il vero potere era nelle mani di un gruppo di “consiglieri”, tra cui il corrotto principe Aleksandr Danilovich Menshikov che detestava Abram per la sua influenza a corte. Cosi’ il principe Menshikov fece assegnare il capitano Gannibal ad un’unità dell’esercito di stanza in Siberia, con il compito di usare le sue abilità ingegneristiche per misurare la Grande Muraglia cinese, allora appena oltre il confine russo. Fu un breve esilio, comunque. In uno dei drammatici cambiamenti di fortuna che caratterizzano la stori dell’impero russo, Menshikov perse favore con la nuova imperatrice Anna I (1693-1740) e fu mandato in esilio in Siberia. Nel 1730 Gannibal tornò a Mosca, dove riprese la sua carriera nell’esercito imperiale da punto in cui era stata interrotta.

Ma fu durante il regno dell’imperatrice Elisabetta (1709-1762), la figlia di Pietro salita al trono nel 1741, che la fortuna torna davvero a sorridere al nostro Gannibal, che divenne un personaggio molto importante a corte. Raggiunto il grado di maggior generale, Gannibal è nominato soprintendente di Reval (oggi Tallinn, in Estonia, carica che ricoprì dal 1742 al 1752) dall’imperatrice, che nel 1742 gli assegna la tenuta di Mikhailovskoye, nella provincia di skov, con centinaia di servi dove il nostro eroe si ritira nel 1762.

Gannibal si sposò due volte. La sua prima moglie fu Evdokija Dioper, una nobildonna di origine greca che gli diede una figlia. Ma non fu un matrimonio felice. Evdokija disprezzava suo marito, che era stata costretta a sposare; quando Gannibal scoprì che lei gli era stata infedele, la fece arrestare e gettare in prigione, dove la poveretta trascorse undici anni in condizioni terribili. Gannibal si consolò con Christina Regina Siöberg (1705–1781), discendente da una nobile famiglia di origini scandinave e tedesche, e la sposò a Reval, nel 1736, un anno dopo la nascita del loro primo figlio, mentre lui era ancora legalmente sposato con la prima moglie. Ma visto che il suo divorzio da Evdokija non divenne definitivo fino al 1753, Gannibal, in quanto bigamo, dovette pagare una multa e fare una penitenza (se la cavò comunque molto meglio della povera Evdokija che dopo aver passato undici anni in prigione, fu costretta a ritirarsi in un convento per il resto della sua vita…). Il secondo matrimonio di Gannibal venne comunque ritenuto legale dopo il divorzio.

In un documento ufficiale presentato nel 1742 dallo stesso Gannibal all’Imperatrice Elisabetta per acquisire un blasone, il noetro chiese il diritto di usare come stemma di famiglia un elefante e la misteriosa parola FVMMO, che forse sta per “patria” in lingua Kotoko-Yedina – anche se a me sembra molto piu’ appropriata la versione che vuole che FVMMO stia per la locuzione latina Fortuna Vitam Meam Mutavit Oppido, ovvero «La fortuna ha cambiato la mia vita completamente». Se non l’ha cambiata a lui…

Abram Gannibal e Christina Regina Siöberg ebbero dieci figli, tra cui un maschio, Osip, che, a sua volta, ebbe una figlia, Nadežda, che ebbe un figlio. Questo bambino crebbe fino a diventare un pilastro della letteratura russa. Il suo nome era Aleksandr Puškin.

Orgoglioso delle sue origini africane, Puškin immortalò il celebre bisnonno in un romanzo rimasto incompiuto, Il Negro di Pietro il Grande, scritto tra il 1827–1828 e pubblicato nel 1837 e  la prima opera in prosa del grande poeta russo.

2019 ©Paola Cacciari

Tempo di seconda mano, di Svetlana Aleksievic

Tecnicamente questo libro appartiene ancora al 2018, che sono trascorsi solo 5 gg dall’inizio del nuovo anno e non ho ancora completato nessuna nuova lettura che si possa definire appartenete solo al 2019. Ma questo libro di Svetlana Aleksievic, trovato ancora una volta grazie ai preziosi consigli del blog Parla della Russia, l’ho terminato alle 8pm del 31 dicembre del 2018 e mi è rimasto dentro come pochi altri. E’ un libro bellissimo, onesto e sincero, prezioso per chi come me è cresciuto in quel periodo, ma non ci ha mai prestato attenzione, al corso della storia contemporanea dico, e ora vuole recuperare il tempo perduto. Buona fine e buon inizio. E naturalmente, buona lettura! 🙂

PARLA DELLA RUSSIA

9788845282010_0_0_300_75“Tempo di seconda mano” di Svetlana Aleksevich è un libro prezioso per comprendere cos’è successo in Russia all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica. Una cacofonia di voci che avvolgono e talvolta soffocano e turbano il lettore. Molteplici punti di vista della “piccola gente”, quella che non fa la Storia con la S maiuscola, di fronte alla disintegrazione di quello che aveva rappresentato il sogno politico di molti.

Attraverso questo racconto corale l’obiettivo della scrittrice bielorussa, premio Nobel per la letteratura nel 2015 – premiata per “la sua opera polifonica, un tributo al coraggio e al dolore della contemporaneità” è quello di dare voce a donne (protagoniste di molte delle storie raccontate) e uomini, vittime e carnefici tutti protagonisti del dramma collettivo del crollo dell’Unione Sovietica.

È una letteratura – reportage, quella della Aleksevich, che non può avere l’oggettività dell’analisi storica ma ha invece una profondità nell’indagare gli spazi dell’animo umano spesso…

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