La San Pietroburgo di Gogol

Non l’avrei mai pensato che il più eccentrico degli scrittori russi non fosse neppure russo. Che Nikolai Vasilievich Gogol (1809-1852) veniva dall’Ucraina, da una famiglia di piccoli proprietrai terrieri. Ma il mio incontro con la letteratura russa è avvenuto tardi (e principalmente grazie allo sceneggiato  Guerra e Pace trasmesso dalla BBC nel 2016) e ho un sacco di lavoro da fare prima di recuperare.

Ma la mia curiosità non è mai stata così forte come dopo la mia visita a San Pietroburgo. Ed è stato in preda alla nostalgia per quella città così magica che ho cominciato a leggere i Racconti di Pietroburgo.

Statue ofStatue of Nikolay Gogol on Malaya Konyushennaya Ulitsa, in Saint-Petersburg, Russia.
Statue of Nikolay Gogol on Malaya Konyushennaya Ulitsa, in Saint-Petersburg, Russia.

Questo piccolo gentiluomo di provincia arrivò a San Pietroburgo nel 1828 alla tenera età di 18 anni. La nuova Capitale aveva da poco festeggiato il primo secolo di esistenza e già vantava oltre 450.000 abitanti. Costruita su un numero imprecisato di isole (chi dice 40 chi dice 100) sul delta del fiume Neva, attraversata da decine di canali e centinaia di ponti, San Pietroburgo abbagliava ogni nuovo venuto con l’imponente architettura dei suoi palazzi e la grandiosità delle sue sculture. Pietro il Grande l’aveva costruita come la sua finestra sull’Occidente. Una finestra da cui l’arte e l’architettura e la musica europea, ma anche il costume, le maniere, il cibo, la religione e le lingue occidentali potevano entrare liberamente in Russia, sommergendo la sua antica cultura slavofila come un fiume in piena.

“In genere ogni capitale è caratterizzata dai sui abitanti, che imprimono la loro identità nazionale su si essa; ma San Pietroburgo non ha nessuna di queste caratteristiche: i forestieri che si sono stabiliti qui si sono messi comodi, come se fossero a cara propria, mentre i russi che ci vivono hanno acquisito un’aria forestiera e non sono ne una cosa ne l’altra.”

Gogol trova difficile comprendere le dinamiche della citta’ e dei suo abitanti e dalla mancaza di interazione sociale: “Ci sono gli aristocratici, i mercanti, gli inglesi, i tedeschi, i burocrati – tutti formano circoli separati…” Di certo paragonata con la colorata realtà della provincia ucraina da cui veniva, San Pietroburgo gli doveva apparire deprimente e senz’anima. “Non c’è niente qui se non impiegati statali e funzionari governativi.”

La Pietroburgo di Gogol è una città fatta di nebbia piuttosto che di pietra, un luogo sinistro e iperbolico dove accadono cose surreali e dove niente è quello che sembra. Dove funzionari statali si svegliano senza il loro naso e cappotti hanno una vita propria, dove creature fatte di baffi e colletti, stivali e uniformi invece che da tratta fisiognomici precisi, popolano ad ogni opera del giorno e della notte l’elegante Prospettiva Nevsky. Sono i piccoli impiegati statali, la nuova classe socio-economica nata con Pietro il Grande e impegnata a gestire la montagna della burocrazia imperiale. Poco attraente e profondamente prosaico, impegnato unicamente nella selvaggia scalata sociale che dal quattordicesimo rango l’avrebbe portato alle soglie della nobilità (in Russia la nobiltà era un rango ottenibile in questo modo) l’impiegato statale di Gogol è l’antitesi assoluta dell’eroe romantico. La Pietroburgo di Gogol è un microcosmo popolato da omuncoli impegnati in rituali privi di senso, ossessionati dal rango e dalle apparenze, le cui anime sono più morte delle anime morte da lui stesso descritte nel suo ultimo romanzo, scritto nel 1842 e intitolato (appunto) Anime morte.

llustration to The Overcoat by Boris Kustodiev
llustration to The Overcoat by Boris Kustodiev

2018 ©Paola Cacciari

Il giovane Verdi e Shakespeare

Che mi piaccia l’opera non è un segreto, così come il fatto che abbia una passione sfegatata per William Shakespeare. E mi sono spesso chiesta perchè in Italia abbiamo dovuto aspettare Giuseppe Verdi per avere un’opera che prendesse a soggetto una delle tragedie del Bardo.

Verdi and Shakespeare Photo Huttom ArchiveGetty Images
Verdi and Shakespeare. Photo: Huttom Archive/Getty Images

Certo, nel 1816 ci aveva provato Gioacchino Rossini (1792-1868) con il suo Otello ossia Il moro di Venezia, che tuttavia tratta il Bardo con tale leggerezza e libertà (inserendo un gondoliere che canta sotto le finestre di Desdemona il famoso verso dantesco: “nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria” e talvolta – che orrore!! – sostituendo la conclusione tragica con un lieto fine, a seconda delle perefrenze del pubblico) che è di fatto difficile riconoscere la struttura della trama del dramma originale shakespiriano. Uh!

Specchio delle passioni e di tutte le umane contraddizioni, Shakespeare diventa presto uno dei simboli del Romanticismo – o almeno di quello dell’Europa del Nord. Ma in Italia, dove le traduzioni dal Bardo erano poche e poco accurate e dove imperversava ancora la tradizione neoclassica, le passioni raccontate da questo poeta “barbaro” erano considerate troppo violente per un pubblico dalle miti inclinazioni come quello del Bel Paese. Ma questo era prima di Madame de Stäel che, nel gennaio del 1816, scrive un lungo articolo in forma di lettera, dal titolo Sulla maniera e la utilità delle traduzioni che viene pubblicato sulla rivista Biblioteca italiana. E scoppia la polemica.

Portrait of Germaine de Staël, by François Gérard, 1810
Portrait of Germaine de Staël, by François Gérard, 1810

Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein, meglio nota con il nome di Madame de Staël (1766-1817), intellettuale francese di origini svizzere, donna coltissima e molto amante delle arti in generale e della letteratura italiana in particolare, non era famosa per il suo tatto. “Dovrebbero a mio avviso gl’italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche; onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini.” Scrive la letterata andando dritta al punto. La sua lettera voleva solo essere un affettuoso scossone alle coscienze dei letterati italiani che, privi del desiderio di confrontarsi con altre tradizioni letterarie, continuavano ad imitare i maestri greci e latini producendo opere obsolete come abiti fuori moda. “L’affettuoso scossone” ebbe l’effetto voluto e, nonostante le polemiche,  il lavoro di traduzione della letteraura straniera cominciò con entusiasmo e tra il 1829 e il 1834 furono pubblicate varie traduzioni italiane di almeno otto tragedie di Shakespeare, anche se bisognerà attendere il 1839 perché Carlo Rusconi completi la traduzione di tutti i drammi del Bardo. Traduzione che Verdi utilizzerà come base per il libretto del suo Macbeth.

La lunga storia d’amore di Verdi con le opere di Shakespeare inizia proprio con Macbeth, tragedia che il Maestro considerava “una delle più grandi creazioni dell’uomo”. E come dargli torto? Ricordo ancora con un brivido lo splendido Macbeth a cui ho assistito al Globe Theatre  la prima volta che ho sentito recitare Shakespeare in lingua originale. Anche Verdi adorava Macbeth e insieme al suo librettista Francesco Maria Piave voleva creare “qualcosa fuori dall’ordinario”.  E dopo aver assitito alla suddetta opera alla Royal Opera House non posso che applaudirlo ancora piú selvaggiamente di quanto ho fatto l’altra sera a teatro. L’opera, scritta nel 1847, vede Verdi nella sua versione più teatrale, traboccante di energia e di passione.

Anna Netrebko and Zeljko Lucic star as the scheming Macbeths. Royal Opera House 2018. Credit: Alistair Muir
Anna Netrebko and Zeljko Lucic star as the scheming Macbeths. Royal Opera House 2018. Credit: Alistair Muir

È la prima opera italiana davvero shakespiriana. La vita di Macbeth, generale dell’esercito scozzese, cambia quando tre streghe predicono che sarà nominato signore di Cawdor dal re di Scozia Duncan, per poi ascendere lui stesso al trono. Lady Macbeth istiga lo sposo a commettere una serie di atroci delitti: ambizione, sangue e intrigo caratterizzano il loro breve regno. Ma le streghe fanno un’altra predizione che diventa realtà: Macbeth e la sua signora moriranno e la giustizia viene ripristinata.

Lady Macbeth è il personaggio psicologicamente più sfaccettato: è malvagia, ma al tempo stesso è fragile e compassionevole. È lei a spingere Macbeth, di per sé codardo, a commettere la serie di efferati delitti che lo portano al trono. Alla soprano (in questo caso la divina Anna Netrebko) sono richieste potenza e agilità insolite, una notevole estensione e tenuta nel registro grave e una tecnica inappuntabile. Fatta eccezione per un paio di arie del primo atto, la musica ha un tono lugubre e molto inquietante. Pare che alla prima dell’opera, Verdi abbia detto che la sua Lady avrebbe duvuto avere una voce sgradevole e strisciare sul palcoscenico, con caratteri più da demone che da donna…

A scene from Macbeth by Verdi, conducted by Antonio Pappano. Royal Opera House 2018. Photograph: Tristram Kenton for the Guardian
A scene from Macbeth by Verdi, conducted by Antonio Pappano. Royal Opera House 2018. Photograph: Tristram Kenton for the Guardian

Chiunque abbia letto il Macbeth di Shakespeare sa che le tre streghe sono personaggi essenziali della tragedia, il mezzi attraverso cui si manifesta il fato. Ma Verdi fa a meno di loro trasformandole in un intero coro ( inizialmente Verdi aveva previsto un coro di diciotto streghe!). Questo non era insolito nelle produzioni teatrali di Shakespeare dell’Ottocento. Verdi aveva le idee chiare sull’effetto che voleva creare quando disse a Francesco Maria Piave che i “cori” delle streghe dovevano essere “volgari, eppure bizzarri e originali (triviali, ma stravaganti ed originali) “. L’umorismo diabolico delle streghe esalta le qualita’ sublimi delle altre parti dell’opera.

Ma a differenza di Rossini, che con il suo Otello aveva trasformato un capolavoro letterario in un’opera lirica italiana, Verdi si avvicina a Macbeth lo con lo spirito di chi vuole fare dell’opera lirica italiana un mezzo in grado di trasmettere la stessa forza e la stessa passione di un capolavoro letterario.  Una cosa del genere era completamente nuova nel modo dell’opera italiana. Certo, tra i due Macbeth le differenze ci sono. L’opera non è il mezzo adatto per analizzare profondi problemi morali, ma tramite l’emozione della musica rappresenta il modo in cui i personaggi vivono il presente, ricordano o il passato o immaginano il futuro.

Ma nonostante la sua passione per l’Inghilterra, Verdi conosceva poco l’inglese e la sua conoscenza di Shakespeare era avvenuta dal punto di vista letterario piuttosto che teatrale, (proprio grazie tramite le traduzioni in lingua italiana tanto auspicate da Madame de Staël). E non era l’unico, che la ragione principale per cui Shakespeare era praticamente sconosciuto nell’italia dell’XIX secolo era che, fondametalmente, mancavano le traduzioni e fino alla fine del  XVIII secolo solo Giulio Cesare era stato tradotto in italiano nel 1756. Macbeth è la prima delle sue tre opere shakespeariane, seguita nel 1880 da Otello (1887) e Falstaff (1893), la sua unica opera buffa basata su Le allegre comari di Windsor di Shakespeare, i cui libretti furono entrambi scritti in collaborazione con lo scrittore e compositore Arrigo Boito. Verdi avrebbe voluto comporre un’opera basata sul Re Lear, ma fu sconfitto dalla mancanza dei cantanti giusti per questo suo ambizioso progetto. Altri sogni come La Tempesta, e l’Amleto, non furono mai sviluppatu, e restarono, appunto, sogni. #ROHMacbeth

2018 ©Paola Cacciari

Rigoletto e il Duca

Qualche sera fa, con un paio di amiche, ho visto uno splendido Rigoletto alla Royal Opera House e da allora non riesco a pensare ad altro che alla sua magnifica musica. E non a caso, visto che insieme a Il trovatore  e a La traviata (opere entrambe composte nel 1853) Rigoletto appartiene alla cosiddettatrilogia popolare“, quella del Verdi migliore, quello che ha raggiunto la fama e la piena maturità artistica e che scrive opere così belle e potenti, e così incredibilmente in sintonia con le emozioni più profonde dell’animo umano, che ti toglie il respiro. Ma se in tutte e tre le opere del periodo maturo Verdi ha affrontato le grandi questioni che non hanno risposta – la vita, la morte, l’amore, la gelosia, il sesso, l’odio, l’intrigo, il tradimento, la vendetta, mai come in Rigoletto il grande emiliano (scusate la nota di malcelato orgoglio regionalistico… 🙂 ) ha regalato ai suoi protagonisti una dimensione emotiva così profondamente umana e ricca in sfumature, tanto caratteriali che musicali.

Ma nonostante la splendida musica, Rigoletto è un’opera cupa, oltre che profondamente innovativa. Per la prima volta infatti, al centro della vicenda, invece dalle grandi figure storiche, mitologiche o nobili dei melodrammi del passato, troviamo un buffone di corte, per di più deforme – un emarginato sociale insomma.

Dimitri Platanias as Rigoletto. Royal Opera House
Dimitri Platanias as Rigoletto. Royal Opera House

Nell’opera Rigoletto, il buffone di corte del duca libertino di Mantova, viene maledetto dal padre di una delle vittime del duca per le sue risate irriverenti. Ma quando il Duca ne seduce la figlia, Gilda, sembra che la maledizione si sia avverata e Rigoletto incarica Sparafucile di assassinare il Duca. Ma Gilda, innamorata del Duca donnaiolo, si sacrifica al suo posto e quando il meschino Rigoletto va a scoprire il cadavere, opportunamente presentatogli dal bandito Sparafucile, si trova davanti invece la figlia ferita a morte, che muore tra le sue braccia. E fin qui la trama.

Ma passare dal libretto all’azione fu molto piu’ difficile del previsto per la coppia Verdi e Piave  che dovettero circumnavigare non pochi ostacoli, visto che il Rigoletto, basato sul dramma storico di Victor Hugo, Le Roi s’amuse, descriveva senza mezzi termini le dissolutezze della corte francese e del re Francesco I, oltre ad inscenare un tentato regicidio. Verdi e Piave avevano dovuto penare non poco per convincere la censura austriaca ad acconsentire alla messa in scena dell’opera. Solo quando la rappresentazione della depravazione della corte francese fu trasformata nella depravazione della corte del Duca di Mantova – quella andava bene – i censori approvarono.

La prima del Rigoletto, avvenuta l’11 marzo 1851 alla La Fenice, a Venezia dove la morale era un po’ più rilassata che in altre città italiane (anche se nonostante il Carnevale, le autorità veneziane lamentarono le oscenità della trama e della storia), ebbe un enorme con successo e Verdi (e Piave che aveva scritto il libretto) fu ripagato della dura battaglia contro la censura e contro una società “prude e ipocrita.

L’opera fu eseguita 250 volte nei successivi 10 anni ed è rimasta una delle più popolari tra tutte le opere del nostro Giuseppe nazionale. E come dissentire? Rigoletto vanta non solo il magico quartetto di ‘Bella Figlia dell’Amore‘, la cui gloriosa musica quasi da sola vale un viaggio a teatro, ma una delle più famose arie d’opera mai scritte, ‘La donna è mobile‘, una melodia tanto accattivante e popolare che forse solo un marziano può dire di non conoscerla. Verdi era così sicuro del fatto di aver scritto un’aria da hit parade che, per timore di plagio, escluse l’orchestra dalle prove, facendo provare il tenore separatamente e vietando fischiare la melodia in pubblico prima del debutto. E non si sbagliava, che da nuova questa melodia divenne subito il tormentone del momento, fischiettata ovunque da tutti nelle strade e nelle piazze.

 Non solo Rigoletto ci regala una combinazione di ricchezza melodica e potenza drammatica mozzafato, ma mette in evidenza anche le tensioni sociali di un’epoca tumultuosa come il Romanticismo con un ochhio anche alla condizione femminile, in una realtà nella quale il pubblico ottocentesco poteva facilmente rispecchiarsi.

2018 ©Paola Cacciari

I Celti al British Museum di Londra

Una vecchia foto di molti anni fa mi ritrae in un pub di Leather Lane, alla soglia della City of London con gli (allora) colleghi del Pret a Mager a celebrare la festa di San Patrizio. In mano una pinta di Guinness, in testa il cappellone di spugna bianco e nero con il quadrifoglio. Che quando si pensa ai Celti si pensa al verde smeraldo dell’Irlanda, ad antiche leggende, a druidi e a musiche antiche, al Book of Kells. Giusto?
Sbagliato. Almeno a sentire i curatori di Celts: art and identity, la mostra del British Museum. E visto che loro certamente ne sanno più di me in fatto di questo popolo, sono propensa a credergli. Pare infatti che i celti non fossero neppure un popolo. Certamente non lo erano all’inizio della loro storia…

Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark
Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark

Con il nome di Celti infatti, infatti si indica un insieme di popoli indoeuropei che tra il IV-III secolo a.C. abitavano un’ampia area dell’Europa che andava dalle Isole britanniche al bacino del Danubio. Ma i Celti arrivarono persino ad insediarsi, seppure in modo più sparso ed isolato, anche più a Sud, persino in Spagna, Italia e Anatolia. Aristotele e Plutarco furono i primi a riferirsi a questi popoli con il termine Κέλται (Kéltai), da cui deriva il latino Celtae.

Celts_in_III_century_BC

Probabilmente il termine Celti indicava inizialmente una singola tribù dell’area della colonia greca di Marsiglia, il primo luogo di contatto con i Greci, per poi diventare sinonimo di tutte le genti che avevano caratteristiche simili. Di fatto pare che la parola “celta” fosse usata dai greci per indicare tutti quei popoli che non erano come loro – barbuti, capelluti e poco civilizzati. Un esempio seguito anche dai romani con i barbari. Nel corso dei secoli successivi, la cultura e le lingue di queste varie tribù e popoli si sparsero per l’Europa (e sul “come” si discute ancora), dando cosi’ origine ai celti che conosciano oggi: un popolo la cui visione del mondo è tanto ricca e  complessa quanto anti-classica.

Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.
Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.

 

Lungo il percorso della mostra si incontrano bellissimi oggetti provenienti da Francia, Germania e dalle Isole Britanniche. E non manacano i tesori sepolti da persone che non riuscirono ad andarli a riprendere. Ci sono poi  armi, oggetti sacri e di uso domestico – molti provenienti da Londra, come il famoso Scudo di Battersea, estratto dal fango Tamigi nei pressi del Ponte di Battersea nel 1857.

The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.
The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.

 

Ma oltre a quella dei celti di un tempo, la mostra racconta anche un’altra storia, quella dei celti di oggi, gli scozzesi e gli irlandesi, la cui moderna eredità  nasce dalla riscoperta in epoca  vittoriana dell’identità celtica di queste popolazioni. 

Se mi aspettavo le croci e i collari torcs, gli scudi e gli elmi e la pittoresca rivisitazione vittoriana della Celtificatione, non mi aspettavo di veder pezzi di murales di Belfast o le magliette bianco-verdi del Celtic F.C., una delle due squadre di calcio di Glasgow, tradizionalmente associato alla comunità cattolica, ma che ha anche un nutritissimo seguito tra i cattolici irlandesi (l’altra squadra, i Rangers rappresentano la parte protestante). Con il referendum per la separazione della Scozia dall’Inghilterra dello scorso anno ancora fresco nella memoria, non posso che applaudire i curatori per non aver tralasciato argomenti spinosi come l’aspetto nazionalistico e religioso che ancora oggi divide gli abitanti dello stesso stato.

Una cosa mi fa trasalire guardando la mappa delle popolazioni Celtiche sparse per l’Europa che fa bella mostra di se’ sulle pareti della mostra: in Italia, l’Emilia era parte della Gallia Cisalpina. Quando, nel V-IV secolo a.C. i Galli scesero nella penisola, gli Etruschi furono progressivamente sopraffatti. Il dominio gallico sulla zona durò fino al 196 a.C., anno in cui i Galli Boi furono soggiogati dai Romani. Nel 189 a.C. questi ultimi fondarono sul sito una colonia di diritto latino, Bononia. Ma allora sono un po’ celtica pure io?? 😉

2016 © Paola Cacciari

Londra// fino al 31 Gennaio 2016

Celts: art and identity

British Museum

britishmuseum.org

Christen Købke, il maestro della luce

Gentile, evocativo, delicatamente memorabile, dipinge la vita borghese della Danimarca post-napoleonica. A metà tra la bellezza misurata del neoclassicismo e le incertezze romantiche…

Celebrato nella natia Danimarca come uno dei maggiori talenti del “periodo d’oro” della pittura locale, Christen Købke (Copenhagen, 1810-1848) è per l’arte quello che il suo contemporaneo Hans Christian Andersen è per la letteratura. Ma al di fuori dei confini danesi pochi ancora lo sanno. E davanti alla serena tranquillità della Veduta del lago Sortedam (1838), che apre la nuova antologica della National Gallery, ci si chiede con stupore il perché.

Christen Købke - Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 - Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.
Christen Købke – Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 – Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.

E per una volta il titolo risonante, Danish Master of Light, non mente. Ritratti, paesaggi e audaci prospettive di monumenti nazionali danesi dal sapore decisamente moderno, resi con una pennellata larga e carica di trattenuta emotività: Købke è davvero un maestro nel ricreare le delicate tonalità della luce chiara del Nord. Le sue tele sono piccoli capolavori di minuzia in cui nessun dettaglio – muschi sulle pareti, piante, ragnatele -, per quanto minuscolo, è lì senza un motivo. E le dimensioni ridotte si adattano bene al suo stile misurato, alla delicatezza dei suoi colori. Købke fa della quotidianità un’opera d’arte.

One of the Small towers on Frederiksborg Castle, about 1834.
Christen Købke – Torre del Castello di Frederiksborg –1834 circa – The David Collection, Copenhagen.

Ma proprio a causa di questa delicatezza è facile sorvolare sull’elaborata struttura della composizione, sulla sua finezza.
Quelli all’inizio dell’XIX secolo sono anni di intenso nazionalismo per la Danimarca che, relegata a un ruolo subalterno dal Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, deve rialzare la bandiera dell’orgoglio nazionale. Da parte sua, l’Accademia Reale di Copenhagen reagisce promuovendo in pittura l’immagine di una società tranquilla, semplice e ordinata, che celebra il paesaggio danese e i suoi monumenti.

Dal suo maestro Eckersberg, Købke apprende a osservare la natura dal vero. E lo fa con paziente costanza, dipingendo con devozione ossessiva i luoghi che conosce e che gli sono cari alla periferia di Copenaghen. Come la Cittadella, il Lago Sortedam, il Castello di Fredersborg: importanti simboli nazionali che rende con prospettive audaci, dal taglio quasi fotografico. Come per Constable, anche per Købke la ritrattistica è meno importante del paesaggio, ma costituisce una sicura fonte di guadagno. E come per l’inglese, anche Købke ama dipingere la famiglia e gli amici (molti dei quali artisti come lui, ad esempio l’amico-pittore Frederik Sødring), immortalandoli in ritratti affettuosamente informali che catturano la personalità dei soggetti con straordinaria finezza.

A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen
Christen Købke. A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen, 1838.

Købke non si allontanò mai troppo da Copenaghen. Cresciuto nella Cittadella, è con riluttanza che nel 1838 parte alla volta dell’Italia, pellegrinaggio di rigore per ogni artista degno di questo nome. Visita Roma, Pompei e Napoli, ma il sole accecante del Sud non si addice alla sua delicatezza nordica. La sua Arcadia è in Danimarca ed è qui che torna con sollievo nel 1840. E qui muore nel 1848, a soli 37 anni, stroncato dalla polmonite mentre i moti rivoluzionari che scuotono l’Europa mettono fine al periodo d’oro della pittura danese. Anche se forse sarebbe meglio dire al periodo d’oro di Købke.

Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834
Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834

 

pubblicato su Exibart

paola cacciari
mostra visitata il 30 marzo 2010