James Ensor @ Royal Academy

Due scheletri si contendono un’aringa affumicata. Altri si litigano il corpo di un uomo impiccato. Altri stanno andando ad un ballo in maschera. Non solo: lo stesso artista si ritrae nei panni (se mi si concede il gioco di parole…) uno scheletro. A questo punto mi scuserete se mi viene da pensare che James Ensor (1860-1949) sia parecchio strano.

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Ensor’s Skeletons Fighting Over a Pickled Herring (1891), at MoMA.

Non me lo ricordavo questo aspetto dell’opera di questo proto-espressionista quando l’ho studiato al scuola un po’ di anni fa. Certo l’aver vissuto praticamente per tutta la vita nell’appartamento che condivideva con la madre sul piccolo negozio di famiglia nella triste e ventosa città costiera di Ostenda, circondato da maschere, cineserie, ventagli, porcellane a dipingere la strana paccottiglia per turisti venduta dalla madre non lo ha aiutato a cambiare genere…

La cosa sorprendente è che, essendo mezzo inglese, Ensor aveva un passaporto britannico, ma visitò Londra solo una volta nel 1887, anche se l’influenza della grande tradizione della satira britannica resta una presenza costante nei suoi dipinti. Tutto ciò che lo circonda trova posto nei suoi quadri, ma sono le maschere e (come si è visto) gli scheletri a fare la parte del leone. Ensor era affascinato dal Carnevale con il suo sovversivo ribaltamento delle strutture sociali e dell’autorità che le governa. I suoi quadri sono popolati da gruppi di figure con i volti coperti da maschere grottesche come quelle de L’Intrigo (1890) o da nature morte come La razza (1892) dipinte con colori acidi innaturali.

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James Ensor, The Intrigue, 1890
Antwerp, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten
Photo KMSKA (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw. Photography: Hugo Maertens / (c) DACS 2016

La violenza deformante e lo splendore cromatico sono infatti i due pilastri dell’opera di Ensor. Nello strano mondo di Ensor, si ritrova l’intera magia della tradizione fiamminga di Bruegel e Bosch, in cui il nostro eroe trova certamente due anime gemelle come dimostra il suo I bagni a Ostenda (1890) con la spiaggia densamente popolata di bagnati che si divertono nell’acqua, ma un attento esame rivela tutta una serie di divertenti episodi in atto.
Una breve parentesi a Brussel tra il 1877 e il 1880 per studiare all’Accademia di Belle Arti basta a fargli capire che la vita di città non gli si addice e che l’imbalsamato ambiente dell’Accademia, con i suoi critici d’arte borghesi e snob non fa per lui. Cosa che il nostro non esita a fare loro sapere, dipingendoli come una crudele folla inferocita o come scheletri che, ripugnanti figure simbolo dell’autorità, si contendono l’aringa–artista. Il tutto reso con colori brillanti, puri e aspri, stesi con esasperati colpi di pennello. L’effetto e’ grandioso.

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Maurice Antony, James Ensor surrounded by his paintings, 22 June 1937.
Mu.ZEE, Ostend
Photo (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw / (c) DACS 2016

Ma la sua vita da ribelle emarginato non dura a lungo che anche se la fama lo raggiunge tardi, quando non ci sperava più, gli regala successo di pubblico, di critica e persino il titolo di barone. Ensieme alla povertà, tuttavia, questa nuova celebrità si porta via anche la rabbia che caratterizzava i sui quadri e dai 40 anni in avanti il nostro eroe trova sempre meno piacere nella pittura. Eventualmente, nella sua solitudine, la sua passione si sposta dalla pittura al comporre musica – una passione che prende molto seriamente costringendo, pare, chiunque gli capitasse a tiro ad ascoltarle, ma senza riuscire a convincere nessuno della sua grandezza. Forse avrebbe dovuto continuare a dipingere. Capita.

Londra// fino al 29 gennaio 2017

 Intrigue: James Ensor by Luc Tuymans

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Tutti i colori dell’espressionismo. Ma solo se astratto. A Londra.

“L’Espressionismo Astratto non è roba da mammolette” mi viene da pensare davanti a Composizione (1955) di Willem de Kooning. Posso quasi immaginare la rabbia, e la violenza emotiva con cui l’artista attacca la tela; le pennellate sono larghe come quelle di una pennellessa e sono così cariche di colore da trasformare parti di questo quadro una sorta di oggetto tridimensionale. Davvero l’Espressionismo Astratto fa esattamente quello che dice di fare: è astratto, ed è violentemente espressivo.

Willem de Kooning Composition (1955) Solomon R. Guggenheim Museum, New York

Willem de Kooning Composition (1955) Solomon R. Guggenheim Museum, New York

Questo movimento fa il suoi ingresso sul palcoscenico dell’arte intenazionale negli anni Cinquanta a New York, atterrando sulla scena artistica americana con la violenza di un meteorite. E che esplosione! Colore, espressione, emozione – in pratica tutti quegli “ismi” (Cubismo, Costruttivismo, Surrealismo, Astrattismo, Espressionismo) che popolavano l’Europa all’inizio del XX secolo e che gli Stati Uniti non avevano mai sperimentato prima.
Colpa della Seconda Guerra Mondiale che aveva fatto si’ che l’Europa avesse visto morire o fuggire i suoi artisti migliori interrompendo bruscamente il fluire della vita artistica del vecchio continente. New York diventa la nuova Parigi e l’Espressionismo Astratto il primo movimento artistico americano. Non che i suoi artisti più famosi lo fossero, americani dico: lo diventarono dopo. Mark Rothko (1903-1970) veniva da quella che ora è la Latvia, Willem de Kooning (1904-1997) era olandese, Arshile Gorky (1904-1948) armeno. Ma dubito che quando cambiarono la  loro cittadinanza, questi artisti avrebbero mai pensato che avrebbero cambiato l’arte americana per sempre.

Jackson Pollock, Blue poles, 1952. National Gallery of Australia, Canberra

Jackson Pollock, Blue poles, 1952. National Gallery of Australia, Canberra (c) The Pollock-Krasner Foundation ARS, NY and DACS, London 2016

Poiché erano tagliati fuori dall’Europa, e poiché a New York avevano la possibilità di vedere appartenenti a vari movimenti europei, questi artisti cominciarono a sperimentare con ciò che vedevano delle avanguardie e a sintetizzare questi stimoli in qualcosa di completamente nuovo e diverso.
Certo, in un’epoca come la nostra dove la controversia in arte è la norma, è difficile realizzare QUANTO fosse rivoluzionaria l’arte di questi pittori. Ma lo era. Il gesto di Pollock di rimuovere la tela dal cavalletto, metterla sul pavimento e coprirla di colore gocciolante, o quello di Rothko ridurre la pittura a semplici i blocchi di colore condensato, non si limita a dare una forma nuova alla pittura, ma la distrugge, ricostruendola dall’inizio. L’espressionsimo astratto diventa la risposta americana alla guerra fredda. Tradizione vs innovazione, libertà vs regime. L’Action Painting di Pollock diventa il simbolo dell’America libera di agire e di pensare, in contrasto con La Russia comunista. E tutto con il benestare della CIA.

Certo, leggendo le loro biografie viene da chiedersi se gli artisti dell’Espressionismo astratto non avessero preso un po’ troppo letteralmente l’immagine dell’artista tormentato dall’arte. Insomma: Pollock divenne un alcolista e morì in un incidente, al volante della sua auto, completamente ubriaco. Gorky morì suicida all’età di 44 anni, ma solo dopo aver visto il suo studio andare in fiamme, la moglie tradirlo con il suo migliore amico Roberto Matta, scoprire di avere il cancro e essere stato la vittima di un grave incidente incidente automobilistico in cui si fratturò l’osso del collo: davanti a questo la morte di de Kooning, sopravvissuto ad una vita dedita all’alcool e spentosi con l’Alzheimer pare davvero un sogno!

Londra// fino al 2 Gennaio 2017.

Royal Academy of Arts

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Gli artisti degli artisti @ National Gallery

Van Dyck, Thomas Lawrence, Degas, Matisse, Delacroix, Tiziano, Ingres, Corot, Lucian Freud, Corot, Constable, Cézanne. E ancora Matisse, Picasso, Gauguin, Manet, Sisley, Delacroix, Poussin. Hollywwod walk of fame? No, Painters’ Paintings alla National Gallery. In un momento come questo, in questa strana estate dello scontento del 2016 come l’ho chiamata in un precedente post, trovo il rifugiarmi nell’arte ancora più terapeutico del solito.

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Cosa hanno in comune questi artisti? Il fatto di essere stati ammirati, collezionati, ma soprattutto amati da altri grandi artisti. A partire dal bellissimo ritratto di donna italiana di Corot che Lucien Freud teneva appeso nel soggiorno della sua casa di Notting Hill, insieme alla pagina di un catalogo raffiguarante un dipinto di Cézanne che lo ispirava che rimase li’ fino a quando l’artista non riuscì a comprare il dipinto originale.

Ma non solo per Freud l’arte nasceva dall’arte e da sempre gli artisti hanno trovato guida, ispirazione in coloro che li hanno preceduti. Così apprendo che Van Dyck non solo era un devoto ammiratore di Tiziano, ma che possedeva molti dipinti del maestro veneziano tra cui il dipinto che per lungo tempo si credeva fosse un ritratto di Ludovico Ariosto, mentre Edgar Degas oltre a collezionare opere dei due grandi maestri del XIX secolo, Ingres e Delacroix, era un insaziabile collezionista di contemporanei. Impressionista lui stesso, Degas aveva la fortuna di provenire da una famiglia agiata, cosa che gli permise di comprare molte delle opere dei suoi amici-colleghi contemporanei, sostenendoli cosi anche finanziariamente.

E se sapere quale quadro appartesse a chi non investe il dipinto di un significato più intenso, apre tuttavia uno squarcio molto interessante sul gusto e le predilezioni estetiche ed artistiche di altri artisti-collezionisti. Joshua Reynolds, il primo presidente della Royal Academy utilizzava i quadri della sua vasta collezione durante le sue lezioni: ai miei tempi si usavano le diapositive o le immagini dei Maestri del Colore. Ora ci sono i tablet e internet, ma avrei di gran lunga perferito il sistema di Reynolds…

 Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

E anche se i curatori sostengono che la mostra non vuole raccontare nessuna storia, la storia ovviamente c’è, quella dell’arte vista attraverso gli occhi di artisti. Una storia in cui Reynolds guarda a van Dyck che guarda a Tiziano, mentre Matisse guarda Degas che guarda Ingres, e dove Degas, Matisse e Lucian Freud guardano tutti a Cézanne. È una splendida mostra, e una splendida dimostrazione che nella mente di artisti tutta l’arte nasce dall’arte.

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

 

Painters’ Paintings: From Freud to Van Dick

National Gallery

Londra//fino 4 Settembre 2016

L’età di Giorgione in mostra alla Royal Academy

Ci sono cosi tante mostre in questo momento ed io ho avuto così poco tempo ultimamente che quasi stavo per perdermi questa su uno dei grandi del primo Rinascimento, Giorgione (c.1477-1510).

Questo 2016 fin’ora è stato un anno stellare qui a Londra per il Rinascimento Italiano, con la mostra dedicata a  Botticelli (beh, una parte) al Victoria al Albert Museum, quella appena termitata alla Courtauld  Gallery dedicata ai disegni fatti da Botticelli per la Divina Commedia appartenenti alla Hamilton Collection e questa della Royal Academy su questo grandissimo pittore veneto.

Giorgione Il Tramonto (The Sunset) 1506–10. Photograph The National Gallery, London

Giorgione Il Tramonto (The Sunset). Photograph The National Gallery, London

Da sempre ho una passione sviscerata per Venezia, la sua arte la sua architettura la sua cultura. E Venezia all’inizo del XVI secolo era una potenza economica e politica in grado da trattare alla pari con Papato e impero, di fare e disfare alleanze, di decidere la sorte di alleanze e trattati. Venezia allora era La Serenissima. E Giorgione era il più sereno dei suoi figli.

Non che gli altri fossero da meno sia ben chiaro. Che insieme al suddetto maestro, le pareti della Royal Academy offrono un cast stellare come personaggi come Giovanni Bellini, Dürer, Sebastiano del Piombo, Tiziano, Lorenzo Lotto – il titolo In The Age of Giorgione indica la volontà dei curatori di prendere in esame, oltre al pittore, un particolare momento storico e culturale e di un’altrettanto particolare area geografica. Il risultato è una mostra di grande bellezza e poesia che illumina con i brillanti colori veneziani questo particolare momento della storia della’arte. 

Ma non è tutto oro quello che luccica che sebbene ricca e prospera, Venezia era costantemente minacciata da guerre e pestilenze e inondazioni. E forse proprio in questo sta il fascino di Giorgione, nel senso di fragilità e caducità che è cosi tanta parte del suo lavoro.

Nato Giorgio Zorzi da Castelfranco dal nome del suo paese natale a pochi km dalla citta lagunare, della sua vita prima che diventasse “Giorgione” si conosce pochissimo. E quello che si conosce bisogna comunque maneggiarlo con cura, come i suoi bellissimi e frangilissimi dipinti.

Giorgione, La Vecchia, 1506 Gallerie dell'Accademia Venezia

Giorgione, La Vecchia, 1506 Gallerie dell’Accademia Venezia

Non si sa quando abbia lasciato Castelfranco o quando esattamente sia arrivato a Venezia. Quello che si sa è che era giovanissimo quando l’ha fatto, e approda nientemeno che alla bottega di Giovanni Bellini da cui apprende l’amore per il colore e per il paesaggio.

E se manca La Tempesta, uno dei suoi dipinti più iconici, giudicato troppo fragile per viaggiare, abbiamo il meraviglioso  Il Tramonto (1506–10) che venendo dalla National Gallery non ha dovuto viaggiare molto… E comunque considerato che i dipinti autografi del pittore sono davvero pochi, quello che c’è in mostra è bellissimo. Che Giorgione non sarà stato l’inventore della pittura di paesaggio (che quella  non esisteva come genere prima che  Albrecht Dürer la portasse da Nuremberg), ma è stato certamente il primo (o uno tra i primi) a sperimentare con la rivoluzione psicologica portata da Leonardo quando visita Venezia nel 1499.

Dipinta attorno al 1506 (con Giorgione non si sa mai), questo raffigurante La Vecchia (1506) è un quadro che mi ha sempre affascinato. Qui una donna anziana ritratta a mezzo busto dietro un parapetto, leggermente di tre quarti, stagliata su uno sfondo scuro ci lancia uno sguardo di saggia rassegnazione mentre, seppur indicando se stessa,  sembra rivolgere a chi la guarda le parole scritte sul cartiglio che essa tiene in mano: “Col tempo”. Una riflessione sulla vecchiaia portatrice di decadimento fisico, ma anche di crescita interiore e di saggezza. Che dir si voglia, siamo lontanissimi dalla satira crudele de La Duchessa brutta dipinta pochi ani dopo, nel 1513, dal fiammingo Quentin Massys. Giorgione imbeve il soggetto di una dignità totalmente assente dal quadro di Massys.

Non che la cosa l’abbia riguardato, il diventare vecchio dico. Che Giorgione muore di peste a soli 32 anni lasciando campo libero a Tiziano, come accade con Marlowe e Shakespeare. E come Marlowe, chi sa cosa sarebbe stato di Giorgione se fosse vissuto.

 

Londra//fino al 4 Giugno 2016.

The Royal Academy of Arts

royalacademy.org.uk

 

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

Jean-Étienne Liotard e il potere dei pastelli

Tra gli innumerevoli musei di Londra la Royal Academy è stata forse quella che più di tutti ha contribuito ad ampliare la mia conoscenza storico-artistica facendomi conoscere artisti come Vilhelm Hammershøi, i Glasgow Boys e Johann Zoffany (vere e prorie illuminazioni!!) e facendomi approfondire la conoscenza con altri geni come  Daumier, Modigliani e Gian Battista Moroni e dello svizzero Liotard.

Jean-Etienne Liotard’s Self-Portrait Laughing, c1770. Photograph: Bettina Jacot-Descombes/Musee d'art et d'histoire, Geneva

Jean-Etienne Liotard’s Self-Portrait Laughing, c1770. Photograph: Bettina Jacot-Descombes/Musee d’art et d’histoire, Geneva

Se c’era qualcuno che aveva capito da subito il potere della pubblicità quello era Jean-Étienne Liotard (1702-1789). Se fosse nato ai giorno d’oggi avrebbe sbancato Instagram. E invece nacque a Ginevra nel 1702, ma questo non gli impedì di sfruttare al massimo il suo talento mettendolo al servizio dei ricchi e famosi e diventando una vera e propria celebrità della società dell’Europa del XVIII secolo.

Con una scatola di pastelli e un incredibile fiuto per gli affari che farebbe intimidire Damien Hirst, nel 1735 Liotard si trasferisce in Italia, dove rimane per due anni e mezzo spostandosi tra Firenze, Roma e Napoli al seguito dei giovani aristocratici impegnati nel Grand Tour prima di trasferirsi a Costantinopoli nel 1739.

Jean-Etienne Liotard, Woman on a Sofa Reading, 1752

Jean-Etienne Liotard, Woman on a Sofa Reading, 1752. Galleria degli Uffizi, Florence Photo Gabinetto Fotografico dell’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze

Qui conosce Everard Fawkener, che lo introduce nel bel mondo dell’aristocrazia austriaca, britannica e francese, dei ricchi mercanti e della corte del sultano – un mondo che ritrae in centinaia di disegni a matita nera o a sanguigna fatto di diplomatici, dame europee e servi, ma anche di interni spogli e silenziosi e variopinti costumi resi con un’attenzione  a dir poco ossessiva. Sono abbagliata: pastelli, nelle mani di chi li sa usare, fanno davvero miracoli.

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Jean-Étienne Liotard, 1743-44. Gemäldegalerie Alte Meister, Dresden

Incontrarlo per le strade di Londra, dove era approdato nel 1753 (rimandovi fino al 1755) doveva essere un’esperienza indimenticabile: con la lunga barba che si era fatto crescere a Costantinopoli (e che si tagliò dovutamente quando sposò Marie Fargues nel 1757) e il cafetano rosso che aveva preso ad indossare durante gli anni trascorsi in Turchia doveva apparire alquanto eccentrico… Non soprtrende che nella capitale britannica in preda alla passione per l’Orientalismo, il successo del “Turco” (com’è conosciuto al suo ritorno in Europa) sia stato immediato!

A Londra ritrae numerosi appartenenti alla famiglia reale, inclusi eredi e discendenti di Giorgio II di Hannover e persino il giovane pretendente al trono scozzese, Charles Edward Stuart, ‘Bonnie Prince Charlie’ (1720-88) nipote di quel Giacomo II Stuart che fu l’ultimo sovrano della dinastia decaduta con la Gloriosa rivoluzione.

E se alcuni dei sui ritratti tendono ad essere un po’ zuccherosi, non erano idealizzati: what you see is what you get direbbero gli inglesi che tutto in questi ritratti è così realistico che viene voglia di allungare la mano e toccare i volti paffuti di quei bambini che emergono da cascate di pizzo…

Di tutti i dipinti in mostra l’unico che conosco è La cioccolataia di Dresda che raffigura una giovane cameriera che porta un vassoio con una tazza di cioccolato porcellana e un bicchiere d’acqua e mi chiedo perché si è aspettato fino ad ora per dedicare una mostra a questo fantastico pittore che sembra eccellere in ogni tecnica a cui mette mano – guardare le miniature smaltate del suo amico e patrono Everat Fawakner per credere. Forse per la natura stessa della tecnica o per il fatto che molti erano ritratti privati, ma dopo qualche anno dalla sua morte, la fama di Liotard era praticamente evaporata – con grande soddisfazione di Joshua Reynolds che non lo poteva sopportare (anche se questo non fa testo che pare che Reynolds non potesse sopportare molti altri pittori altrettanto dotati …).

Jean-Etienne Liotard, Archduchess Marie-Antoinette of Austria, 1762 Cabinet d'arts graphiques des Musees d'art et d'histoire, Geneva. Photo Musee d'art et d'histoire, Geneva. Photography: Bettina Jacot-Descombes

Jean-Etienne Liotard, Archduchess Marie-Antoinette of Austria, 1762 Cabinet d’arts graphiques des Musees d’art et d’histoire, Geneva. Photo Musee d’art et d’histoire, Geneva. Photography: Bettina Jacot-Descombes

Quella immortalata dai soffici pastelli di Liotard è la gioiosa società della prima metà del XVIII secolo. Un mondo fragile e delicato che di lì a poco sarà sovvertito dalla Rivoluzione Francese che insieme al vecchio regime si sarebbe portata via tanti personaggi da lui immortalati, inclusa la povera Maria Antonietta, che Liotard ritrae nel 1762 quando era una rosea arciduchessa d’Austria di sette anni, ignara di cosa l’aspettava.

Fortunatamente per lui, il pittore non visse abbastanza a lungo per assistere in prima persona alla rivoluzione, morendo di vecchiaia nel Giugno 1789, un mese prima del famigerato assalto della Bastiglia. Opportunista fino alla fine…

Londra// fino al 31 gennaio 2016.

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Ai Weiwei: quando l’arte è più forte del silenzio.

Che Ai Weiwei (nato nel 1957) fosse un artista scomodo lo si sapeva, che il governo cinese non si sarebbe dato la pena di demolire il suo studio di Shanghai nel 2010 se non lo fosse stato. Che fosse così scomodo da essere stato imprigionato per 81 giorni nel 2011 in una cella di massima sicurezza senza finestre guardato a vista da due guardie (anche quando andava in bagno) a cui era categoricamente vietato comunicare con lui ha a dir poco dell’incredibile. Il reato? L’aver parlato apertamente dell’ingiustizia e della corruzione che regnano sovrane nel suo paese.  L’essere costretto in uno spazio angusto con la costante, silenziosa e (soprattutto) non richiesta compagnia di due sconosciuti è una violenza incredibile, una vera e propria tortura. Io sarei impazzita dopo un giorno. Ma Ai Weiwei no. E una volta uscito è riuscito, nonostante la continua sorveglianza a cui era sottoposto, a riprodurre meticolosamente l’interno della sua cella in una serie di installazioni in scala ridotta intitolate S.A.C.R.E.D. 20111-1013 – installazioni che ho trovato profondamente inquietanti e non solo perché soffro di una leggera claustrofobia.

Ai Weiwei, S.A.C.R.E.D. 2011-2013. London, 2015 © Paola Cacciari

Ai Weiwei, S.A.C.R.E.D. 2011-2013. London, 2015 © Paola Cacciari

Ho fatto la conoscenza di questo incredibile artista proprio nel 2011, quando il museo in cui lavoro gli ha dedicato un display nelle Ceramics Galleries da titolo Ai Weiwei: Dropping the Urn (Ceramic Works, 5000 BC–AD 2010). E se all’inizio non ero particolarmente convinta che il gesto filisteo di distruggere reperti archeologici fosse arte, il lavorare ripetutamente in quelle sale per otto ore al giorno mi ha fatto cambiare idea. Che se ancora sono contraria alla distruzione di un vaso antico (sarei stata una buona restauratrice mi disse anni fa una restauratrice…) se non altro ora comprendo l’idea e la politica dietro questo gesto, che è fondamentalmente la condanna della Cina contemporanea che non si fa scrupolo di distruggere la sua storia passata davanti al progresso e alla modernità. Non sorprende che la Cina non lo lo ami.

Alla mostra che la Royal Academy gli ha dedicato, Ai Weiwei ha lavorato – almeno inizialmente – dalla Cina. Non per scelta, ma perché nel 2011 le autorità cinesi lo avevano arrestato all’aereoporto di Pechino con l’accusa (flebile) di frode fiscale e gli avevano ritirato il passaporto. i sono voluti cinque anni, 81 giorni di prigionia e innumerevoli raccolte di firme in tutto il mondo perché l’artista cinese potesse riottenere, insieme al suo passaporto, anche la possibilità di viaggiare e accompagnare così le sue opere alla mostra della Royal Academy, un’istituzione di cui è stato eletto membro onorario dopo il suo arresto nel 2011 come gesto di solidarietà da parte dei suoi compagni artisti e architetti.

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Ai Weiwei, Dropping the Urn. 2015 © Paola Cacciari

Che per Ai Weiwei arte e attivismo sono la stessa cosa, e tutta la sua arte parla delle condizioni della Cina anche quando indossa i panni del ready-made modello Duchamp (che non per niente era il suo eroe quando il giovane Ai studiava a New York negli anni Ottanta) come il gigantesco lampadario fatto di biciclette argentate – la bicicletta uno degli oggetti più tipici della Cina. Ma se Ai crea (o ri-crea), non esita anche a distruggere.

E infatti qui ho ritrovato i famosi vasi della Dinastia Qing coperti di vernice di Dropping the Urn e ho fatto conoscenza con le inquietanti Surveillance Camera and Video Camera, copie a grandezza natural delle telecamere installate dal governo cinese attorno al suo studio, una volta tornato il “libertà”, sebbene realizzate in marmo, il materiale “nobile” della Cina.

Ai Weiwei, Straight 2008-12. 2015 © Paola Cacciari

Ai Weiwei, Straight 2008-12. 2015 © Paola Cacciari

Per Ai Weiwei l’atto di onorare i morti è importante come l’arte stessa, anzi forse di più. Certo il pezzo più agghiacciante dal mio punto di vista è quello che occupa la sala più grande di Burlington House, un’installazione composta da duecento tonnellate di barre di ferro raccolte, raddrizzate una per una, a mano e ammassate con pazienza da certosino dall’artista e dai suoi assistenti. Si chiama Straight 2008-12 e tratta di in omaggio alle oltre cinquemila vittime, perlopiù bambini, del terremoto di Sichuan del 2008 che causò il crollo di venti scuole – le stesse da cui provengono le barre di ferro. Scuole costruite al risparmio da una classe politica corrotta che si è arricchita con il sangue di 5000 persone innocenti.Vi ricorda qualcosa??

Londra// fino al 13 Dicembre 2015

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Maybe it’s because I’m a Londoner #5

E anche quest’anno è arrivata, puntuale come Wimbledon e la pioggia. Sto parlando della Summer Exhibition, l’evento più amato, criticato, atteso e discusso dell’estate londinese e che non manca ad un appuntamento con il calendario britannico dal 1769. E ogni anno da 246 anni una collezione di umanità varia ed eventuale composta da artisti (affermati o aspiranti), critici d’arte, giornalisti, collezionisti e semplici curiosi (come la sottoscritta) continua ad accorrere a frotte per toccare con mano (metaforicamente s’intende…) il polso della situazione dell’arte contemporanea Britannica. E in questo nulla è cambiato dal tempo in cui Turner e Costable, i due giganti del paesaggio britannico, si erano trovati con le loro tele appese l’una accanto all’altra a fare confronti su quale delle due era la più bella. Se i due non si detestavano già (e pare che non lo facessero…), quello fu il momento in cui iniziarono.

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Ma il motivo di tanto successo non sta nel fatto che Turner, Constable e i Preraffaelliti hanno visto le loro opere appese alle pareti della famosa istituzione un paio di secoli fa (almeno non solo), quanto nella sua formula – che rende la Sumer Exhibition un’esposizione unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare le celebrità del futuro. Uno dei principi dei fondatori della Royal Academy of Arts infatti era quello di ‘montare una mostra annuale aperta a tutti gli artisti di merito.’ Quest’anno la mostra è coordinata dall’artista concettuale Michael Craig-Martin (famoso per aver coltivato talenti come Gary Hume, Sarah Lucas e Damien Hirst) che insieme al suo comitato ha selezionato con cura gli artisti partecipanti tra gli oltre 12.000 candidati. Fino al 16 Agosto 2015. royalacademy.org.uk 640139890_21c520af42_b-590x284 Ma l’estate a Londra non sarebbe tale senza Wimbledon, il torneo più antico e prestigioso del tennis e che si tiene tra giugno e luglio nel quartiere omonimo, al Sud-Ovest della Capitale. Certo, quando nel 1878 Spencer Gore vinse il titolo probabilmente non aveva idea che avrebbe dato origine ad una delle più grandi tradizioni britanniche. E d’altronde perché avrebbe dovuto? Che con i suoi 22 partecipanti (rigorosamente uomini) e una manciata di spettatori, quell’embrione di torneo non si sarebbe davvero potuto considerare un successo, almeno non per gli standard moderni. Come si sbagliava! Al giorno d’oggi Wimbledon è il terzo dei tornei del Grand Slam in ordine cronologico annuale. Inizia sei settimane prima del primo lunedì di Agosto ed è preceduto dall’Australian Open e dagli Open di Francia, e seguito dagli US Open. I suoi colori ufficiali sono il verde e il viola e come ad Ascot, anche per il torneo di Wimbledon esiste uno stretto dress code che vuole che giocatorie giocatrici vestano rigorosamente di bianco – anche se negli ultimi anni sempre più partecipanti sembrano infrangerlo. E basta capitare in terra angla tra Giugno e Luglio per assistere ad una vere e propria Wimbledon craze con file chilometriche e tendopoli equiparabili solo a quelle presenti al Festival di Glastonbury fuori dai campi da tennis. E chi non è riuscito ad assicurarsi uno dei preziosissimi biglietti per assistere alle parteite, è attaccato al televisore ad ogni ora consentita dalla vita moderna (lavoro, pendolarismo, famiglia) mangiando fragole e bevendo Pimms. E questo da solo basta a fare di Wimbledon uno degli eventi dell’estate. Pioggia permettendo. Dal 29 Giugno al 12 Luglio. wimbledon.com

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Royal Albert Hall by Paola Cacciari

Per un’appassionata (quanto squattrinata) amante della musica classica quale sono, l’arrivo dell’Estate a Londra significa una cosa sola: l’inizio dei Proms. I Proms (Promenade Concerts) non solo sono uno degli eventi da non perdere dell’estate londinese, ma sono anche il festival di musica classica più grande del mondo. Nell’arco di otto settimane, la Royal Albert Hall, la straordinaria sala da concerti di epoca vittoriana che dal 1895 ospita questo evento, diventa il palco su cui le migliori orchestre internazionali condotte da direttori d’orchestra (o semidei se chiedete a me) come Antonio Pappano e Daniel Barenboim, rinomati solisti e compositori contemporanei si esibiscono in opere nuove e grandi classici. E il tutto a partire da sole 5 sterline! La dichiarazione d’intenti era semplice e resta la stessa anche oggi: provvedere musica classica di prima qualità in modo ugualitario e ad un prezzo abbordabile. E se questo da solo non bastasse (e vi assicuro che per me è più che sufficiente) è l’atmosfera rilassata e festaiola che fa dei Proms un evento unico nel suo genere – un po’ come il Glastonbury della musica classica. I posti della platea sono rimossi e la grande arena diventa standing room only, in cui i “Promenaders” (il popolo dei Proms) si ammassa per ascoltare il meglio del meglio (e a volte del peggio) della classica: dalla musica barocca italiana alle nuove creazioni di compositori emergenti, da concerti di jazz alla musica Indiana e contemporanea. Armatevi di programma, sandwiches e scarpe commode. E buon divertimento! Dal 17 Luglio al 12 Settembre 2015. Per il programma dettagliato guardate BBC proms 2015.

pubblicato su No Borders Magazine

L’estate è magica con la Summer Exhibition 2015

Guerre e rivoluzioni vanno e vengono, monarchi e Primi Ministri si susseguono, ma la Summer Exhibition resta una delle assolute certezze dell’estate londinese – con Wimbledon e i Proms e la pioggia.

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The Royal Academy, Burlington House, London. 2015 © Paola Cacciari

Nata nell’anno in cui Napoleone viene alla luce ad Ajaccio e il Capitano James Cook sbarca in Nuova Zelanda, la Summer Exhibition non manca dalla Capitale dal 1769 e nei 246 anni della sua esistenza è rimasta un potente barometro per misurare il polso della situazione dell’arte contemporanea Britannica, e in questo nulla è cambiato dal tempo in cui Turner e Costable nel 1832 trovarono le loro tele appese l’una accanto all’altra scatenando (se non era già accaduto prima) una delle più plateali rivalità della storia dell’arte moderna. Ma il motivo di tanto successo non sta nel fatto che Turner, Constable e i Preraffaelliti hanno visto le loro opere appese alle pareti della famosa istituzione poco meno di un paio di secoli fa, quanto nella sua formula rivoluzionaria che rende questa esposizione unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare il Damien Hirst del futuro. Uno degli obbiettivi principali dell’Accademia infatti, sin dalla sua fondazione nel 1768 era proprio quello di istituire una grande esposizione annuale aperta ad tutti gli artisti di merito e al pubblico pagante. E ieri come oggi, tutte (o quasi) le opere esposte sono in vendita, con tanto di prezzo dovutamente indicato nel catalogo. E come in passato, il 30% dei proventi è destinato al finanziamento della Scuola della Royal Academy dove nascono, crescono e sono lanciate nel mondo dell’arte le future generazioni di artisti.

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Per poche centinaia di sterline pertanto, chiunque può tornare a casa con un disegno di un artista emergente o (per qualche centinaia di sterline in più) con una stampa dell’immancabile Tracey Emin, la ragazza terribile di Margate diventata famosa nel 1999 il suo letto disfatto e che nel 2011 ha scambiato il suo anticonformismo con un ruolo come artista associata della Royal Academy – il che dimostra ancora una volta come gli antagonisti di ieri, con l’età (e un discreto conto in banca), finiscano per trovarsi incredibilmente a proprio agio nel mainstream di oggi.

Quest’anno la mostra è coordinata dall’artista concettuale irlandese Michael Craig-Martin, famoso per aver coltivato talenti come Gary Hume, Sarah Lucas e il suddetto Damien Hirst, e che insieme ad un comitato costituito da artisti e architetti (come vuole la secolare tradizione dell’Accademia) ha selezionato circa 1100 opere da esporre sulle pareti di Burlington House, sede della Royal Academy, e che in una spettacolare rottura con la tradizione, invece del solito bianco abbagliante sono state dipinte in gioiosi toni di turchese, rosa confetto e blu cielo.

Michael Craig-Martin CBE RA unveiling a new site-specific artwork by Jim Lambie for the Summer Exhibition 2015  © David Parry, Royal Academy of Arts

Michael Craig-Martin CBE RA unveiling a new site-specific artwork by Jim Lambie for the Summer Exhibition 2015 © David Parry, Royal Academy of Arts

Che Craig-Martin fosse un artista fuori dalla norma era un fatto risaputo – almeno da coloro che conoscono i suoi pictorial readymades che mostrano oggetti d’uso comune come un iPhone che, estrapolati da fotografie, sono disegnati e colorati con gli stessi colori accesi ed esagerati che decorano le sale centrali della Royal Academy. Ma la sua personalità eccentrica e innovativa non si esaurisce in questo esercizio di imbiancatura, ma è palpabile nell’atmosfera totalmente insolita e (perché no?) decisamente edificante dell’edizione di quest’anno. E sebbene la pittura continui a regnare sovrana, con diverse opere dello stesso Craig-Martin presenti in varie sale e di Norman Ackroyd, non mancano grandi nomi della scultura come Anish Kapoor, Mimmo Paladino e Anthony Gormley e progetti e modelli di divinità dell’architettura come Renzo Piano e Zaha Hadid, oltre a numerosi disegni e stampe e una sala interamente dedicata alla fotografia.

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Grayson Perry tapestry, London. 2015 © Paola Cacciari

Da un Budda creato con grucce di ferro da David Mach ad un coloratissimo arazzo di Grayson Perry, dalle peculiari installazioni di ferro rugginoso di Ron Arad agli immancabili (e stranamente rassicuranti nella loro normalità) omaggi al Venezia dipinti dall’onnipresente Ken Howard, la Summer Exhibition è tutto questo: un miscuglio di nomi famosi e di perfetti sconosciuti, del tradizionale e dell’eccentrico, del piccolo e del gigantesco, del bello e dell’assurdo dove le opere più disparate lottano per contendersi l’attenzione dei presenti. Soprattutto non occorre essere esperti di arte contemporanea per godersi questo pezzo di storia culturale della Capitale: basta la piccola guida alle opere in mostra, una biro per scribacchiare nomi che si finirà per dimenticare all’uscita e una buona dose di curiosità.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Fino al 16 Agosto 2015,

Summer Exhibition

Royal Academy,

Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD

royalacademy.org.uk

Rubens conquista la Royal Academy di Londra

Celebrato in vita, venerato dopo la morte, definito tanto “il principe dei pittori” che “l’Omero della Pittura”, Pieter Paul Rubens (1577-1640) è stato indiscutibilmente uno dei più grandi pittori della nostra storia. Un narratore di straordinaria versatilità, era a proprio agio tanto nel dipingere maestosi ritratti di re e aristocratici che tenere scene familiari, luminosi paesaggi, teatrali pale d’altare o violente scene di caccia e le sue opere decoravano le chiese e i palazzi di tutta Europa. È pertanto un curioso scherzo del destino che Rubens sia entrato nella storia dell’arte “solo” (o almeno in parte…) per le bellezze carnose e discinte dei suoi dipinti, tanto che “rubensiana” è diventato sinonimo di bellezza voluttuosa. Ma chi si aspetta una festa di nuda sensualità rimarrà deluso che, lungi dal dilungarsi sulle tanto famose corpulente presenze femminili, Rubens and His legacy. Van Dyck to Cézanne, la grande mostra della Royal Academy, esplora l’influenza di Rubens sugli artisti che sono venuti dopo di lui, dal il suo allievo Van Dyck a Watteau, da Gainsborough a Turner e Constable fino ad arrivare a Cézanne.

Paul Cezanne, Three Bathers, c. 1875, Private Collection- Photo: Ali Elai, Camerarts

Paul Cezanne, Three Bathers, c. 1875, Private Collection- Photo: Ali Elai, Camerarts

Organizzato tematicamente piuttosto che cronologicamente, il percorso espositivo si srotola attraverso sezioni dedicate a Poesia, Ritratti, Religione, Violenza e Lussuria. Ma come spesso accade con mostre di questo tipo (comparative), il numero di opere di Rubens è relativamente basso: solo 30 delle 130 opere in esposizione appartengono infatti all’artista, la metà delle quali sono disegni.

Lasciate quindi ogni speranza, voi che vi aspettate una di quelle magnifiche retrospettive che capitano poche volte nella vita, come quella recente dedicata a Rembrandt alla National Gallery, per esempio. Perchè questa è una mostra completamente differente. Detto questo, si tratta comunque di una straordinaria carrellata di straordinari dipinti che vi accompagneranno attraverso tre secoli, dal XVII al XX, anche se a volte (bisogna dirlo) il filo che accomuna queste opere a quelle di Rubens è piuttosto tenue – come nel caso delle Tre Bagnanti (1875) di Cézanne, dove le similitudini con la vicina tela di Rubens raffigurante Pan e Siringa si esauriscono nella presenza di alcune curvacee signore.

Sir Anthony Van Dyck, A Genoese Noblewoman and Her Son, c. 1626 – National Gallery of Art, Washington, Widener Collection, 1942.9.91 – Photo

Nato nell’Anversa protestante, ma cresciuto nella fede cattolica, Rubens trascorre otto anni (dal 1600 al 1608) viaggiando in lungo e in largo per l’Italia, studiando i dipinti di Michelangelo, Caravaggio e Tiziano, diventando pittore di Corte dei duchi di Mantova, i raffinati Gonzaga, e conservando tale carica fino alla fine del suo soggiorno italiano nel 1608. E non sorprende. Rubens era un propagandista eccezionale e nessun sovrano degno di questo nome si sarebbe fatto sfuggire l’opportunità di farsi dipingere un ciclo pittorico dal “principe dei pittori”. Certo non lo fece Maria de’ Medici, madre del re francese Luigi XIII, che nel 1621 lo incaricò di dipingere una serie di quadri monumentali per ornare la galleria del Palais du Luxembourg con un ciclo allegorico che illustrava la vita e le idee politiche della regina.E non lo fece neppure neppure Giacomo I Stuart (1566-1625), il successore di Elisabetta I sul trono d’Inghilterra, che nel 1621 incaricò Rubens di decorare il soffitto a cassettoni della Banqueting House, il primo di questo tipo in Inghilterra. Commissionata dal sovrano nel 1619 all’architetto Inigo Jones (1573-1652) e completata nel 1622, la Banqueting House era parte del Palazzo di Whitehall, la residenza principale del monarca a Londra ed è tutt’ora un magnifico esempio di Palladianesimo inglese. Ma sfortunatamente Giacomo I morì nel 1625, prima che Rubens (uomo davvero molto impegnato) avesse potuto mettersi all’opera.

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Interior of the Banqueting House at Whitehall Crown copyright: Historic Royal Palaces

Con alcune modifiche, il progetto fu tuttavia portato avanti e completato dal figlio, Carlo I  Stuart (1600-1649) che con la celebrazione delle virtù del padre, voleva in realtà celebrare (e neanche troppo implicitamente) le sue. Ma una volta terminate e srotolate sul pavimento, Inigo Jones e gli assistenti di Rubens dovettero constatare con orrore che le tele non si adattavano al soffitto. Semplicemente perché – nonostante Belgio e Inghilterra utilizzassero piedi e pollici, i due paesi avevano utilizzato lunghezza diverse per le unità di misura! Inutile dire che furono necessari drastici cambiamenti per adattare le tele ai cassettoni…

Rubens era anche un ritrattista straordinario. In Italia lusinga l’alta società genovese con grandiosi ritratti in cui le mogli dei ricchi banchiere sfoggiano con nonchalance sete preziose, pizzi straordinarie e favolosi gioielli. Il ritratto di Maria Grimaldi e il suo Nano (1607) domina assoluto la sala dedicata ai ritratti con la bella e giovane aristocratica ci osserva divertita dall’alto della sua enorme gorgiera, mentre i grandi occhi del nano ci spiano sinistri da dietro le sue spalle. Tanta eleganza colpì profondamente il sofisticato Anthony van Dick (1599-1641) quando, dopo aver lavorato con Rubens ad Anversa, visitò la famosa città portuale italiana. Ma anche in questa sala, come nelle altre, Rubens finisce con il travolgere gli artisti che appaiono accanto a lui. Persino un genio come van Dyck.

Peter Paul Rubens, Tiger, Lion and Leopard Hunt, 1616; Rennes, Musee des Beaux Arts

Peter Paul Rubens, Tiger, Lion and Leopard Hunt, 1616; Rennes, Musee des Beaux Arts

La caccia alla Tigre, al Leone e al Leopardo (1616) che ha ispirato Delacroix, non è altro che una straordinaria vetrina delle eccezionali capacità pittoriche e compositive di Rubens. Guardando questo quadro sfido chiunque a non rabbrividire al pensiero delle zanne della tigre che affondano nella carne umana, del suo peso che trascina con sé nella caduta cavallo e cavaliere, della ferocia di questa lotta per la sopravvivenza. Ed è facile capire perché la sua pittura abbia continuato ad abbagliare artisti e committenti

 
Paola Cacciari
Pubblicato su Londonita

Royal Academy of Arts
(Burlington House)
Tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00
Venerdì fino alle 22:00