I 250 anni della Summer Exhibition 2018

E anche quest’anno è arrivata, puntuale come la mia allergia al polline. Che con Wimbledon, i Proms e la pioggia, la Summer Exhibition è una delle certezze assolute dell’estate Londinese. Non manca infatti all’appuntamento con il calendario artistico della Capitale dal 1769 e neanche le bombe di Hitler riuscirono ad interromperla. Il motivo di tanto successo? La sua formula unica nel mondo dell’arte

Ospitata alla Royal Academy nello splendore palladiano di Burlington House, la Summer Exhibition è la più vasta – nonché la più famosa – esposizione di arte contemporanea del Regno Unito. Aperta a tutti gli artisti, quelli già famosi e quelli che sperano di diventarlo, la mostra si tiene ogni estate da Giugno ad Agosto, e si compone di dipinti, installazioni, disegni, sculture, stampe e modelli architettonici.

Quest’anno è curata da Grayson Perry. Nel chiedere artista-ceramista di co-curare la mostra, che quest’anno celebra il suo 250esimo anniversario, la Royal Academy sapeva che non poteva aspettarsi nulla troppo tradizionale. E Perry non ha deluso, salvando così (grazie al cielo!!) la Summer Exhibition dall’inevitabile mediocrità e auto-indulgenza in cui questo iconico appuntamento stava scivolando.  Ma quest’anno no: ironica, politica, divertente e piena di graffiante satira, la mostra della Royal Academy è una vera e propria sferzata di energia.

250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari

La stanza più grande della Burlington House curata dallo stesso Perry, è dipinta di giallo brillante ed è densa di opere strane e accattivanti e politicamente ed esteticamente varie ed eventuali. Accanto ad una scultura allungata in vetroresina della Pantera Rosa di Olga Lomaka, è appeso un ritratto di Nigel Farage in vendita per £25,000 sterline. Il perché qualcuno sia disposto a pagare una tale somma per il ritratto di uno stronzo è una cosa che trascende la mia capacità di comprensione, ma così lo sono molte altre cose in politica. Comunque.

Niger Farage Mp, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paol
Niger Farage Mp, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paol

Poco lontano, sulla stessa parete sta un’opera di Banksy dal titolo Vote to Love, in vendita per 350milioni di sterline: la stessa cifra che Farage e aveva promesso di donare all’NHS, il servizio sanitaro britannico se gli elettori avessero votato Brexit (il catalogo della mostra, tuttavia, invita i potenziali acquirenti a rivolgersi al punto vendita per conoscere il vero costo dell’opera…). Solo alla Summer Exhibition Banksy potrebbe condividere lo spazio con Farage.

Banksy, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari
Banksy, Vote to Love, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari

E almeno due opere sono dedicate alla Grenfell Tower, una intitolata Five Grand (colloquiale per 5,000 sterline: la somma che l’amministrazione del quartiere di Kensington si è rifiutata di spendere per un rivestimento esterno anti-incendio della torre, optando invece per uno normale (un materiale proibito sia in Germania e in USA).

Banksy, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari
Five Grand, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari

Perseguitata dal ricordo della Grenfell Tower e da Brexit, questa mostra è lontana dall’innoqua ‘festicciuola’ in giardino a cui la Summer exhibition ci aveva abituati negli ultimi anni. Al contrario, è un’affascinante e inquietante ritratto psicologico della Gran Bretagna nel 2018.

2018 © Paola Cacciari

Londra // fino al 19 Agosto,

The 250th Summer Exhibition

Royal Academy of Arts, Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD.

 

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La collezione di Re Carlo I Stuart

Arte romana, rinascimentale e barocca. Capolavori di Tiziano, Van Dyck, Leonardo, Raffaello, Rembrandt che il re aveva commissionato, acquisito o che gli erano stati donati. Oltre vent’anni di meticolosa accumulazione avevano creato la più vasta e sensazionale collezione d’arte dell’Europa occidentale. Una collezione che svanì in un attimo quando, il 30 Gennaio 1649, i Parlamentari decisero che era ora di farla finita con la storia che il sovrano regnava per diritto divino e con un taglio netto (alla testa di Charles I) cambiano la storia britannica per sempre.

Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Ma quel guastafeste di Oliver Cromwell (1653–1658), il nuovo Lord Protettore della nuova Repubblica del Commonwealth, oltre a sospendere il Natale, a proibire le mince pies e il Christmas Pudding, la musica e il teatro e tutto ciò che era anche solo remotamente divertente, procede immediatatamente alla vendita di 2000 opere d’arte con la scusa ufficiale di ripagare i debiti della corona, ma inrealtà per raccogliere fondi per il nuovo esercito repubblicano che doveva sostenere quella che era, di fatto una vera, e propria dittatura militare.

I creditori del defunto re non si fecero pregare e accorsero in massa a reclamare i loro pagamenti, come i fontanieri di palazzo, a cui Cromwell ripaga 403 delle 903 sterline che avanzavano in denaro e le restanti 500 in quadri di cui dubito nessuno di loro sapesse cosa fare, ma tra cui c’erano quasi certamente un Tiziano e un Bassano. La Spagna acquisisce il dipinto di Tiziano di Carlo V con il cane, e la Francia la sua Cena in Emmaus, mentre altri capolavori prendono in qualche modo la via dell’oceano arrivando nel Nuovo Mondo, e ora sono appesi alle pareti del Getty Museum di Los Angeles e del Frick di New York.

Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado
Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado

Ma ora sono riuniti di nuovo sotto lo stesso tetto, sebbene quello della Royal Academy anziché quello del Palazzo Reale di Whitehall dove alloggiavano inizialemente. Ma non importa: per qualche incredibile mese la collezione reale di Charles I – o meglio, una briciola di quello che era la collezione reale – è tornata a casa, a Londra.

Per ogni amante dell’arte, questa mostra è come entrare nella grotta di Alí Baba che la ricchezza è tale e tanta che gli occhi non sanno dove posarsi – troppi dipinti di Tiziano, Rubens, Raffaello e van Dyck, per non parlare dei gloriosi arazzi prodotti dalla sua manifattura di Mortlake e basati sui cartoni di Raffaello, che Charles I aveva comprato a Genova nel 1623 quando ancora era Principe di Galles e che ora fanno bella mostra di sé al Victoria and Albert Museum   e il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso.

Durante il suo primo viaggio in Europa, accompagnato dal Duca di Buckingham in Spagna alla ricerca di una sposa adatta ad un futuro re, il giovane Principe di Galles si era perdutamente innamorato – e l’oggetto di tanta passione non era l’infanta di Spagna, ma la magnifica arte del pieno Rinascimento di Tiziano e di Raffaello. Cahrles tono’ a casa senza essersi assicurato una moglie, ma carico di dipinti e statue. Come il Ratto delle sabine di Giambologna che fa bella mostra di se’ nelle Renaissance Galleries del V&A, che Charles aveva comprato come souvenir per il Duca di Buckinham, che lo aveva poi messo nel suo giardino per spaventare i passanti.

Da quando Enrico VIII aveva tagliato i ponti con Roma, pochi sovrani avevano attraversato la Manica e nessuno aveva sperimentato in prima persona il Rianascimento. Non sorprende pertanto che Charles, giovane dall’anima sensibile e piena di passione, fosse completamente sopraffatto da tanta bellezza …

I Cartoni di Raffaello rappresentano l’apice del pieno Rinascimento italiano ed europeo. Nulla del genere si era mai visto in Inghilterra in fatto di colori ed di iconografia e con la loro acquisizione nel 1623 (non furto, sia ben chiaro, che i cartoni giacevano in disuso in un laboratorio di Genova e sette dei dieci cartoni furono comprati per 300 sterline da Charles e da allora non hanno mai lasciato la Gran Bretagna, nonostante la reale Manufacture des Gobelins, lo storico laboratorio di tessitura di arazzi francese successivamente comparto da Luigi XIV, avesse provato a comprarli) il futuro sovrano dona all’Inghilterra quel Rinascimento che la Riforma  Protestante gli aveva negato.

E diciamocelo, era un’affermazione di gusto notevole, soprattutto da parte di un futuro re che era anche capo della Chiesa di un Paese anglicano come la Gran Bretagna. Ma Charles non poteva farci nulla se nel XVII secolo le opere più desiderabili erano di artisti italiani. Cerca senza successo di attirare Guercino a Londra, ma l’emiliano rifiuta – troppo lontano, troppo freddo, troppo a Nord. Ma Charles non si da per vinto e riesce a fare il colpo grosso della sua vita di collezionista quando, nel 1628 grazie alla mediazione di un noto mercante d’arte di Venezia, il fiammingo Daniel Nijs, compra da Vincenzo II Gonzaga, che si trovava in grave difficolta’ economica, parte della collezione d’arte gonzaghesca (i leggendari duchi di Mantova nel Seicento erano diventati l’ombra della potente famiglia che aveva accolto Isabella d’Este nel XVI secolo) per la somma irrisoria di 30,000 sterline.

Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018
Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018

Inutile dire che la collezione reale (o almeno una parte di essa), fu frettolosamente rimessa insieme quando , nel 1660, Charles II (in esilio in Francia dal cugino Luigi XIV) ritorna trionfalmente in Inghilterra e gli ex-sostenitori di Cromwell si affettano a restituire alla corona il maltolto con tante scuse. Ma I Trionfi di Cesare del Mantegna, arrivati in Inghilterra insieme alla collezione d’arte gonzaghesca, la famosa Celeste Galeria, invece non hanno mai lasciato Hampton Court, che quando Cromwell vendette la collezione reale, tenne questi grandi dipinti per sè. Una dimostrazione che nulla rappresenta il potere come l’arte piú grandiosa.  Ars longa, vita brevis si potebbe dire…

Una mostra magnifica, così piena di capolavori da far rischiare la sindrome di Stendhal ad ogni sala. Ma la mia personale sindrome di Stendhal l’ho avuta nell’ultima sala dove, in un angolo, stava appeso questo piccolo ritratto a matita di Charles I di van Dyck.

Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum
Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum

Mi chiedo come un semplice foglio di carta possa racchiudere così tanta vita: in questi pochi tratti sapienti, van Dyck ha reso l’essenza di una persona, di un essere umano. Un uomo destinato a raggiungere vette altissime e a cadere in modo altrettanto grandioso. E giuro che se qualcuno mi avesse chiesto, potendo portare con me una sola opera da scegliere tra le centinaia di capolavori che costituiscono questa incredibile mostra, quale opera avrei portato via con me, avrei scelto questa. Non potendo, ho comportato la cartolina. Non e’ la stessa cosa, ma si fa qual che si può…

Londra// fino al 15 Aprile 20 @ Royal Academy

 Charles I: King and Collector

royalacademy.org.uk

 2018 ©Paola Cacciari

L’arte della Rivoluzione Russa 1917-1932

La propaganda non è una cosa nuova: dalle piramidi egiziane alle statue degli imperatori romani, passando per ritratti di re e regine, l’arte è stata per millenni un modo per legittimare e manipolare il pubblico. Ma nessuno l’ha fatto nel modo cosi assolutamente sfrontato come il i bolscevichi di Lenin (prima) e di Stalin (dopo). D’altra parte non avevano scelta. I bolscevichi di Lenin erano perfettamente coscienti della fragilità del loro potere e per questo erano pronti a fare di tutto per mantenere l’ autorità che avevano guadagnato nell’ottobre del 1917.E allora Lenin in bronzo. Lenin dipinto. E ancora Lenin, questa volta sotto forma di statuetta di porcellana. Ma il suo viso lo si trova anche su foulard, piatti, vasi, tazze. Davvero, vivo o morto, non c’è verso di evitare lo sguardo severo del leader della Rivoluzione Bolscevica.

La Russia era un paese primitivo, sorprendentemente arretrato nel 1917. E alla guida di una vasta popolazione di servi che abitavano in primitive capanne di legno in migliaia di villaggi fangosi, era la classe di proprietari terrieri chiusi nelle loro eleganti case di campagna servita da medici locali e avvocati che a loro volta, aspiraravano ai lussi goduti dalle classi superiori nelle poche città degne di questo nome – Kiev, San Pietroburgo, Mosca. Questa era la classe rappresentata nelle opere di Anton Chekov (1860-1904). In queste grandi città l’aristocrazia si mescolava a una piccola classe di autocompiaciuti intellettuali che si congratulvano per la fioritura delle arti che aveva trasformato la vita culturale russa alla fine del XIX secolo – molti dei quali (artisti, scrittori ed impresari) hanno trovato posto nella bellissima mostra “Russia and the arts tenutasi la scorsa primavera alla National Portrait Gallery.

Bolshevik (1920) by Boris Mikailovich Kustodiev. State Tretyakov Gallery. Photo © State Tretyakov Gallery

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la Russia stava attraversando una tarda quanto velocissima rivoluzione industriale. Nel 1861 lo zar Alessandro II, salito al trono nel 1855 aveva abolito la servitù della gleba e dato la possibilità ai contadini di affrancarsi se questi erano in grado di riscattare la terra in cui lavoravano. Inutile dire che, lungi dallessere in grado di trasformarsi in piccoli proprietari terrieri, nel 1881 la meta’ di questi contadini doveva ancora finire di pagare per la propria libertà. Migliaia di ex servi si trovavano improvvisamente liberati e poverissimi non hanno altra scelta che abbandonare la loro vecchia vita e cercare impiego in fabbrica. Le dimensioni di città come San Pietroburgo raddoppiano nel giro di soli quindici anni. Ma con al loro entrata nella classe operaia, gli ex servi cominciano a chiedere condizioni di lavoro migliori (la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore e il salario minimo giornaliero) e più rispetto da parte dei datori di lavoro. Ed è  qui che cominciano i problemi. In seguito ad uno sciopero generale cui avevano aderito 250.000 lavoratori, che ebbe luogo la domenica del 9 gennaio 1905, decine di migliaia di persone scesero pacificamente davanti al Palazzo d’Inverno, inneggiando allo Zar. I tapini erano infatti convinti che se lo Zar avesse saputo delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Illusi. Per tutta risposta le truppe imperiali spararono sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti, uccidendo così per sempre la cieca fiducia che il popolo russo aveva da sempre nello Zar.

Quando lo Zar, il debole e indeciso Nicola II, trascina il Paese nella trappola della Grande Guerra nel 1914 che l’arrettratezza e la debolezza dell’economia russa emersero in tutta la sua tragedia. Le truppe, mandate a combattere con armi antiquate ed uniformi e attrezzature inadeguate, furono rapidamente sconfitte dall’esercito tedesco – una sconfitta resa più facile dal fatto che lo Zar insistette (come il suo predecessore Alessandro I, quello di Guerra e Pace) a guidare personalmente la guerra invece che lasciare le manovre militari in mano agli esperti. Presto la mancanza di cibo e altre privazioni andarono ad aggiungersi all’umiliazione nazionale e alla raffica di sconfitte. Con lo Zar al fronte, il vuoto di potere da lui lasciato viene colmato dalla figura di Rasputin. La reputazione della zarina Alexandra fu rovinata. La guerra fu un disastro per i Romanov. Operai e agricoltori erano trascinati via dei loro posti di lavoro per essere trucidati dall’armata tedesca. Con le fabbriche vuote e i campi abbandonati, seguirono inevitabili la mancanza di cibo e l’inflazione. La gente era affamata e arrabbiata e fu la fame che alla fine condannò la dinastia. Alla fine, persino i soldati dell’armata imperiale, stanchi di sparare sui loro concittadini decisero di unirsi a loro. La rivoluzione era cominciata. La cosa sorprendente è che bisognerà aspettare fino alla primavera del 1917 perchè  il governo dello Zar sia rovesciato e Nicola II costretto ad abdicare.
La visione di Lenin di una Russia ideale si tramanda cristallizzandosi pienamente in quella di Stalin che, dal 1932 al 1952 regolerà profondamente la realtà sovietica in tutti i campi della vita. Le parate militari promuovevano un immagine di forte identità politica e lo sport, come la marcia, era considerato fondamentale nella vita del cittadino sovietico. Lo sport serviva a disciplinare a mente non solo il corpo, mentre quest’ultimo era modellato dall’esercizio – che lo  rendeva simile ad una scultura.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Il mondo ideale della Rivoluzione è abitato da giovani contadine che lavorano nei campi indossando abiti ricamati straordinariamente ordinate e pulite, e da contadini (naturalmente) anch’essi giovani e belli che, sudati ed abbronzati, sorridono con emozione all’arrivo della nuova trebbiatrice a motore mostrando un fila di perfetti denti bianchissimi e da statuari operai rappresentati orgogliosamente con gli strumenti di lavoro su piatti e tazze di ceramica che (a differenza di dipinti) portano il messaggio propagandistico del governo anche nei più remoti confini dell’ex impero russo. Ma la realtà era molto diversa. Le promesse fatte dai bolscevichi quando presero il potere nel 1917 non furono mantenute (suona famigliare??) e i contadini, ben diversi dagli eroi rurali dipinti dalla propaganda rivoluzionaria, non avevano nulla di cui sopravvivere.

Non sorprende pertanto che, anche nel pieno della rivoluzione russa, le foreste di betulle e le cupole a forma di cipolla continuano ad essere potenti simboli di identità nazionale. Il fatto che molti tra filosofi, poeti ed intellettuali avevano n nostalgia del fascino e della bellezza della vecchia Russia, quella degli zar che stava velocemete scomparendo sotto gli scarponi delle masse proletarie. In un’epoca che aborriva ogni cosa legata al passato e che aveva fatto della confisca della proprietà privata la sua bandiera, molti si ritrovano a pregare il governo di non distruggere le vecchie chiese ortodosse dale cupole colorate. Quadri come The Day of the Annunciation (1922) di Knstantin Youn celebrano la nostalgia per una Russia magica che non esiste più.

The day of the Annunciation, 1922 – Konstantin Yuon Tretyakov Gallery, Moscow, Russia

Per un breve periodo tuttavia, dopo la presa di potere da parte dei bolscevichi, artisti, compositori e scrittori furono presi da un vero e proprio furore creativo. Che se c’era una cosa che gli intellettuali condividevano con i rivoluzionari era la convinzione che l’arte potesse servire uno scopo ben più altro che quello di semplice decorazione. L’arte, pensavanno loro, poteva aiutare a ricostruire una nazione, a  rifarla da zero partendo dai posters per arrivare alle uniformi dei lavoratori e alle tazze per il tè. Era un mondo in continuo movimento quello dell’Europa del primo Novecento. Un mondo dove le idee si diffondevano in fretta e Picasso aveva appena finito di inventare il Cubismo che Malevich già lo adatta alla realtà di Mosca. Ma con l’avvento di Stalin intellettuali e artisti come Chagall,  Kandinskij, Tatlin e Shostakovich, da patrioti qual’erano, diventarono sovversivi e agli occhi di un governo paranoico e furono costretti a fuggire per non essere uccisi – il loro sogno del Comunismo trasformatosi in incubo.

2017 ©Paola Cacciari

Revolution: Russian Art 1917–1932 (dall’11 Febbraio al 17 Aprile 2017)

Royal Academy of ArtsImagine Moscow (dal 15 Marzo al 4 Giugno 2017)

Design MuseumRussian Revolution: Hope, Tragedy, Myths (dal 28 Aprile al 29 Agosto 2017)

British LibraryRed Star Over Russia: A revolution in visual culture 1905–55 (dall’8 Novembre al  18 Febbraio 2018) Tate Modern

La caduta dell’Impero americano @Royal Academy

Dove per “fall” si intende il crollo, la caduta della borsa di Wall Street nel 1929. Che la mostra della Royal Academy si occupa dell’arte prodotta negli stati uniti dopo questo storico evento. È una mostra piccola e preziosa, colma di inaspettate delizie. Lontano da tutto e da tutti, liberi dalla tradizione storica classica gli artisti americani possono fare quello che vogliono e come lo vogliono, usando iconografie e tecniche insolite per un occhio europeo abituato a certi temi e stili come il mio. E dopo il primo momento di “ma che roba è questa?” diventa tutto stranamente liberatorio.

Edward Hopper, Gas, 1940. Museum of Modern Art , New York. Mrs. Simon Guggenheim Fund, 1943 Photo © 2016. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.
Edward Hopper, Gas, 1940. Museum of Modern Art , New York. Mrs. Simon Guggenheim Fund, 1943 Photo © 2016. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Pochi dipinti dell’epoca moderna sono così iconici  come American Gothic di Grant Wood. Eppure quelle che a prima vista può sembrare un ritratto di una coppia di contadini del midwest americano è in realtà una composizione attentatene costruita. Infatti pare che un giorno dopo aver visto la casa, Wood decise che avrebbe dipinto il tipo di persone che secondo lui ci potevano vivere. In realtà l’arcigna donna del quadro è sua sorella e il fattore è il suo dentista. Ma non importa: ciò che importa è cosa rappresenta: la celebrazione di una vita più semplice di un tempo passato. Come spesso accade ai geni, anche Wood fu frainteso. Il pubblico infatti, lungi dal vedere nel quadro la metafora di un epoca felice, vide un attacco ai valori della terra  e la moglie di un fattore era così arrabbiata da arrivare a minacciare che avrebbe tagliato un orecchio a Wood. Ouch!

Grant Wood, American Gothic, 1930. Friends of American Art Collection 1930.934, The Art Institute of Chicago.
Grant Wood, American Gothic, 1930. Friends of American Art Collection 1930.934, The Art Institute of Chicago.

 

Oltre a Grant Wood ci sono anche altri iconici artisti come Edward Hopper, Georgia O’Keeffe, un giovane Jackson Pollok pre-Action Painting. Una bella mostra che riflette l’incertezza di un periodo in cui la rapida l’urbanizzazione e industrializzazione  dividono la nazione.

 

Londra//fino al 4 Giugno 2017

Royal Academy of Arts

America after the Fall: Painting in the 1930s

royalacademy.org.uk

James Ensor @ Royal Academy

Due scheletri si contendono un’aringa affumicata. Altri si litigano il corpo di un uomo impiccato. Altri stanno andando ad un ballo in maschera. Non solo: lo stesso artista si ritrae nei panni (se mi si concede il gioco di parole…) uno scheletro. A questo punto mi scuserete se mi viene da pensare che James Ensor (1860-1949) sia parecchio strano.

ensors-skeletons-fighting-over-a-pickled-herring-1891-at-moma
Ensor’s Skeletons Fighting Over a Pickled Herring (1891), at MoMA.

Non me lo ricordavo questo aspetto dell’opera di questo proto-espressionista quando l’ho studiato al scuola un po’ di anni fa. Certo l’aver vissuto praticamente per tutta la vita nell’appartamento che condivideva con la madre sul piccolo negozio di famiglia nella triste e ventosa città costiera di Ostenda, circondato da maschere, cineserie, ventagli, porcellane a dipingere la strana paccottiglia per turisti venduta dalla madre non lo ha aiutato a cambiare genere…

La cosa sorprendente è che, essendo mezzo inglese, Ensor aveva un passaporto britannico, ma visitò Londra solo una volta nel 1887, anche se l’influenza della grande tradizione della satira britannica resta una presenza costante nei suoi dipinti. Tutto ciò che lo circonda trova posto nei suoi quadri, ma sono le maschere e (come si è visto) gli scheletri a fare la parte del leone. Ensor era affascinato dal Carnevale con il suo sovversivo ribaltamento delle strutture sociali e dell’autorità che le governa. I suoi quadri sono popolati da gruppi di figure con i volti coperti da maschere grottesche come quelle de L’Intrigo (1890) o da nature morte come La razza (1892) dipinte con colori acidi innaturali.

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James Ensor, The Intrigue, 1890
Antwerp, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten
Photo KMSKA (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw. Photography: Hugo Maertens / (c) DACS 2016

La violenza deformante e lo splendore cromatico sono infatti i due pilastri dell’opera di Ensor. Nello strano mondo di Ensor, si ritrova l’intera magia della tradizione fiamminga di Bruegel e Bosch, in cui il nostro eroe trova certamente due anime gemelle come dimostra il suo I bagni a Ostenda (1890) con la spiaggia densamente popolata di bagnati che si divertono nell’acqua, ma un attento esame rivela tutta una serie di divertenti episodi in atto.
Una breve parentesi a Brussel tra il 1877 e il 1880 per studiare all’Accademia di Belle Arti basta a fargli capire che la vita di città non gli si addice e che l’imbalsamato ambiente dell’Accademia, con i suoi critici d’arte borghesi e snob non fa per lui. Cosa che il nostro non esita a fare loro sapere, dipingendoli come una crudele folla inferocita o come scheletri che, ripugnanti figure simbolo dell’autorità, si contendono l’aringa–artista. Il tutto reso con colori brillanti, puri e aspri, stesi con esasperati colpi di pennello. L’effetto e’ grandioso.

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Maurice Antony, James Ensor surrounded by his paintings, 22 June 1937.
Mu.ZEE, Ostend
Photo (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw / (c) DACS 2016

Ma la sua vita da ribelle emarginato non dura a lungo che anche se la fama lo raggiunge tardi, quando non ci sperava più, gli regala successo di pubblico, di critica e persino il titolo di barone. Ensieme alla povertà, tuttavia, questa nuova celebrità si porta via anche la rabbia che caratterizzava i sui quadri e dai 40 anni in avanti il nostro eroe trova sempre meno piacere nella pittura. Eventualmente, nella sua solitudine, la sua passione si sposta dalla pittura al comporre musica – una passione che prende molto seriamente costringendo, pare, chiunque gli capitasse a tiro ad ascoltarle, ma senza riuscire a convincere nessuno della sua grandezza. Forse avrebbe dovuto continuare a dipingere. Capita.

Londra// fino al 29 gennaio 2017

 Intrigue: James Ensor by Luc Tuymans

royalacademy.org.uk

 

Tutti i colori dell’espressionismo. Ma solo se astratto. A Londra.

“L’Espressionismo Astratto non è roba da mammolette” mi viene da pensare davanti a Composizione (1955) di Willem de Kooning. Posso quasi immaginare la rabbia, e la violenza emotiva con cui l’artista attacca la tela; le pennellate sono larghe come quelle di una pennellessa e sono così cariche di colore da trasformare parti di questo quadro una sorta di oggetto tridimensionale. Davvero l’Espressionismo Astratto fa esattamente quello che dice di fare: è astratto, ed è violentemente espressivo.

Willem de Kooning Composition (1955) Solomon R. Guggenheim Museum, New York
Willem de Kooning Composition (1955) Solomon R. Guggenheim Museum, New York

Questo movimento fa il suoi ingresso sul palcoscenico dell’arte intenazionale negli anni Cinquanta a New York, atterrando sulla scena artistica americana con la violenza di un meteorite. E che esplosione! Colore, espressione, emozione – in pratica tutti quegli “ismi” (Cubismo, Costruttivismo, Surrealismo, Astrattismo, Espressionismo) che popolavano l’Europa all’inizio del XX secolo e che gli Stati Uniti non avevano mai sperimentato prima.
Colpa della Seconda Guerra Mondiale che aveva fatto si’ che l’Europa avesse visto morire o fuggire i suoi artisti migliori interrompendo bruscamente il fluire della vita artistica del vecchio continente. New York diventa la nuova Parigi e l’Espressionismo Astratto il primo movimento artistico americano. Non che i suoi artisti più famosi lo fossero, americani dico: lo diventarono dopo. Mark Rothko (1903-1970) veniva da quella che ora è la Latvia, Willem de Kooning (1904-1997) era olandese, Arshile Gorky (1904-1948) armeno. Ma dubito che quando cambiarono la  loro cittadinanza, questi artisti avrebbero mai pensato che avrebbero cambiato l’arte americana per sempre.

Jackson Pollock, Blue poles, 1952. National Gallery of Australia, Canberra
Jackson Pollock, Blue poles, 1952. National Gallery of Australia, Canberra (c) The Pollock-Krasner Foundation ARS, NY and DACS, London 2016

Poiché erano tagliati fuori dall’Europa, e poiché a New York avevano la possibilità di vedere appartenenti a vari movimenti europei, questi artisti cominciarono a sperimentare con ciò che vedevano delle avanguardie e a sintetizzare questi stimoli in qualcosa di completamente nuovo e diverso.
Certo, in un’epoca come la nostra dove la controversia in arte è la norma, è difficile realizzare QUANTO fosse rivoluzionaria l’arte di questi pittori. Ma lo era. Il gesto di Pollock di rimuovere la tela dal cavalletto, metterla sul pavimento e coprirla di colore gocciolante, o quello di Rothko ridurre la pittura a semplici i blocchi di colore condensato, non si limita a dare una forma nuova alla pittura, ma la distrugge, ricostruendola dall’inizio. L’espressionsimo astratto diventa la risposta americana alla guerra fredda. Tradizione vs innovazione, libertà vs regime. L’Action Painting di Pollock diventa il simbolo dell’America libera di agire e di pensare, in contrasto con La Russia comunista. E tutto con il benestare della CIA.

Certo, leggendo le loro biografie viene da chiedersi se gli artisti dell’Espressionismo astratto non avessero preso un po’ troppo letteralmente l’immagine dell’artista tormentato dall’arte. Insomma: Pollock divenne un alcolista e morì in un incidente, al volante della sua auto, completamente ubriaco. Gorky morì suicida all’età di 44 anni, ma solo dopo aver visto il suo studio andare in fiamme, la moglie tradirlo con il suo migliore amico Roberto Matta, scoprire di avere il cancro e essere stato la vittima di un grave incidente incidente automobilistico in cui si fratturò l’osso del collo: davanti a questo la morte di de Kooning, sopravvissuto ad una vita dedita all’alcool e spentosi con l’Alzheimer pare davvero un sogno!

Londra// fino al 2 Gennaio 2017.

Royal Academy of Arts

royalacademy.org.uk

Gli artisti degli artisti @ National Gallery

Van Dyck, Thomas Lawrence, Degas, Matisse, Delacroix, Tiziano, Ingres, Corot, Lucian Freud, Corot, Constable, Cézanne. E ancora Matisse, Picasso, Gauguin, Manet, Sisley, Delacroix, Poussin. Hollywwod walk of fame? No, Painters’ Paintings alla National Gallery. In un momento come questo, in questa strana estate dello scontento del 2016 come l’ho chiamata in un precedente post, trovo il rifugiarmi nell’arte ancora più terapeutico del solito.

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery
Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Cosa hanno in comune questi artisti? Il fatto di essere stati ammirati, collezionati, ma soprattutto amati da altri grandi artisti. A partire dal bellissimo ritratto di donna italiana di Corot che Lucien Freud teneva appeso nel soggiorno della sua casa di Notting Hill, insieme alla pagina di un catalogo raffiguarante un dipinto di Cézanne che lo ispirava che rimase li’ fino a quando l’artista non riuscì a comprare il dipinto originale.

Ma non solo per Freud l’arte nasceva dall’arte e da sempre gli artisti hanno trovato guida, ispirazione in coloro che li hanno preceduti. Così apprendo che Van Dyck non solo era un devoto ammiratore di Tiziano, ma che possedeva molti dipinti del maestro veneziano tra cui il dipinto che per lungo tempo si credeva fosse un ritratto di Ludovico Ariosto, mentre Edgar Degas oltre a collezionare opere dei due grandi maestri del XIX secolo, Ingres e Delacroix, era un insaziabile collezionista di contemporanei. Impressionista lui stesso, Degas aveva la fortuna di provenire da una famiglia agiata, cosa che gli permise di comprare molte delle opere dei suoi amici-colleghi contemporanei, sostenendoli cosi anche finanziariamente.

E se sapere quale quadro appartesse a chi non investe il dipinto di un significato più intenso, apre tuttavia uno squarcio molto interessante sul gusto e le predilezioni estetiche ed artistiche di altri artisti-collezionisti. Joshua Reynolds, il primo presidente della Royal Academy utilizzava i quadri della sua vasta collezione durante le sue lezioni: ai miei tempi si usavano le diapositive o le immagini dei Maestri del Colore. Ora ci sono i tablet e internet, ma avrei di gran lunga perferito il sistema di Reynolds…

 Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond
Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

E anche se i curatori sostengono che la mostra non vuole raccontare nessuna storia, la storia ovviamente c’è, quella dell’arte vista attraverso gli occhi di artisti. Una storia in cui Reynolds guarda a van Dyck che guarda a Tiziano, mentre Matisse guarda Degas che guarda Ingres, e dove Degas, Matisse e Lucian Freud guardano tutti a Cézanne. È una splendida mostra, e una splendida dimostrazione che nella mente di artisti tutta l’arte nasce dall’arte.

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016
Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

2016 ©Paola Cacciari

Painters’ Paintings: From Freud to Van Dick

National Gallery

Londra//fino 4 Settembre 2016

L’età di Giorgione in mostra alla Royal Academy

Ci sono cosi tante mostre in questo momento ed io ho avuto così poco tempo ultimamente che quasi stavo per perdermi questa su uno dei grandi del primo Rinascimento, Giorgione (c.1477-1510).

Questo 2016 fin’ora è stato un anno stellare qui a Londra per il Rinascimento Italiano, con la mostra dedicata a  Botticelli (beh, una parte) al Victoria al Albert Museum, quella appena termitata alla Courtauld  Gallery dedicata ai disegni fatti da Botticelli per la Divina Commedia appartenenti alla Hamilton Collection e questa della Royal Academy su questo grandissimo pittore veneto.

Giorgione Il Tramonto (The Sunset) 1506–10. Photograph The National Gallery, London
Giorgione Il Tramonto (The Sunset). Photograph The National Gallery, London

Da sempre ho una passione sviscerata per Venezia, la sua arte la sua architettura la sua cultura. E Venezia all’inizo del XVI secolo era una potenza economica e politica in grado da trattare alla pari con Papato e impero, di fare e disfare alleanze, di decidere la sorte di alleanze e trattati. Venezia allora era La Serenissima. E Giorgione era il più sereno dei suoi figli.

Non che gli altri fossero da meno sia ben chiaro. Che insieme al suddetto maestro, le pareti della Royal Academy offrono un cast stellare come personaggi come Giovanni Bellini, Dürer, Sebastiano del Piombo, Tiziano, Lorenzo Lotto – il titolo In The Age of Giorgione indica la volontà dei curatori di prendere in esame, oltre al pittore, un particolare momento storico e culturale e di un’altrettanto particolare area geografica. Il risultato è una mostra di grande bellezza e poesia che illumina con i brillanti colori veneziani questo particolare momento della storia della’arte. 

Ma non è tutto oro quello che luccica che sebbene ricca e prospera, Venezia era costantemente minacciata da guerre e pestilenze e inondazioni. E forse proprio in questo sta il fascino di Giorgione, nel senso di fragilità e caducità che è cosi tanta parte del suo lavoro.

Nato Giorgio Zorzi da Castelfranco dal nome del suo paese natale a pochi km dalla citta lagunare, della sua vita prima che diventasse “Giorgione” si conosce pochissimo. E quello che si conosce bisogna comunque maneggiarlo con cura, come i suoi bellissimi e frangilissimi dipinti.

Giorgione, La Vecchia, 1506 Gallerie dell'Accademia Venezia
Giorgione, La Vecchia, 1506 Gallerie dell’Accademia Venezia

Non si sa quando abbia lasciato Castelfranco o quando esattamente sia arrivato a Venezia. Quello che si sa è che era giovanissimo quando l’ha fatto, e approda nientemeno che alla bottega di Giovanni Bellini da cui apprende l’amore per il colore e per il paesaggio.

E se manca La Tempesta, uno dei suoi dipinti più iconici, giudicato troppo fragile per viaggiare, abbiamo il meraviglioso  Il Tramonto (1506–10) che venendo dalla National Gallery non ha dovuto viaggiare molto… E comunque considerato che i dipinti autografi del pittore sono davvero pochi, quello che c’è in mostra è bellissimo. Che Giorgione non sarà stato l’inventore della pittura di paesaggio (che quella  non esisteva come genere prima che  Albrecht Dürer la portasse da Nuremberg), ma è stato certamente il primo (o uno tra i primi) a sperimentare con la rivoluzione psicologica portata da Leonardo quando visita Venezia nel 1499.

Dipinta attorno al 1506 (con Giorgione non si sa mai), questo raffigurante La Vecchia (1506) è un quadro che mi ha sempre affascinato. Qui una donna anziana ritratta a mezzo busto dietro un parapetto, leggermente di tre quarti, stagliata su uno sfondo scuro ci lancia uno sguardo di saggia rassegnazione mentre, seppur indicando se stessa,  sembra rivolgere a chi la guarda le parole scritte sul cartiglio che essa tiene in mano: “Col tempo”. Una riflessione sulla vecchiaia portatrice di decadimento fisico, ma anche di crescita interiore e di saggezza. Che dir si voglia, siamo lontanissimi dalla satira crudele de La Duchessa brutta dipinta pochi ani dopo, nel 1513, dal fiammingo Quentin Massys. Giorgione imbeve il soggetto di una dignità totalmente assente dal quadro di Massys.

Non che la cosa l’abbia riguardato, il diventare vecchio dico. Che Giorgione muore di peste a soli 32 anni lasciando campo libero a Tiziano, come accade con Marlowe e Shakespeare. E come Marlowe, chi sa cosa sarebbe stato di Giorgione se fosse vissuto.

 

Londra//fino al 4 Giugno 2016.

The Royal Academy of Arts

royalacademy.org.uk

 

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

Jean-Étienne Liotard e il potere dei pastelli

Tra gli innumerevoli musei di Londra la Royal Academy è stata forse quella che più di tutti ha contribuito ad ampliare la mia conoscenza storico-artistica facendomi conoscere artisti come Vilhelm Hammershøi, i Glasgow Boys e Johann Zoffany (vere e prorie illuminazioni!!) e facendomi approfondire la conoscenza con altri geni come  Daumier, Modigliani e Gian Battista Moroni e dello svizzero Liotard.

Jean-Etienne Liotard’s Self-Portrait Laughing, c1770. Photograph: Bettina Jacot-Descombes/Musee d'art et d'histoire, Geneva
Jean-Etienne Liotard’s Self-Portrait Laughing, c1770. Photograph: Bettina Jacot-Descombes/Musee d’art et d’histoire, Geneva

Se c’era qualcuno che aveva capito da subito il potere della pubblicità quello era Jean-Étienne Liotard (1702-1789). Se fosse nato ai giorno d’oggi avrebbe sbancato Instagram. E invece nacque a Ginevra nel 1702, ma questo non gli impedì di sfruttare al massimo il suo talento mettendolo al servizio dei ricchi e famosi e diventando una vera e propria celebrità della società dell’Europa del XVIII secolo.

Con una scatola di pastelli e un incredibile fiuto per gli affari che farebbe intimidire Damien Hirst, nel 1735 Liotard si trasferisce in Italia, dove rimane per due anni e mezzo spostandosi tra Firenze, Roma e Napoli al seguito dei giovani aristocratici impegnati nel Grand Tour prima di trasferirsi a Costantinopoli nel 1739.

Jean-Etienne Liotard, Woman on a Sofa Reading, 1752
Jean-Etienne Liotard, Woman on a Sofa Reading, 1752. Galleria degli Uffizi, Florence Photo Gabinetto Fotografico dell’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze

Qui conosce Everard Fawkener, che lo introduce nel bel mondo dell’aristocrazia austriaca, britannica e francese, dei ricchi mercanti e della corte del sultano – un mondo che ritrae in centinaia di disegni a matita nera o a sanguigna fatto di diplomatici, dame europee e servi, ma anche di interni spogli e silenziosi e variopinti costumi resi con un’attenzione  a dir poco ossessiva. Sono abbagliata: pastelli, nelle mani di chi li sa usare, fanno davvero miracoli.

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Jean-Étienne Liotard, 1743-44. Gemäldegalerie Alte Meister, Dresden

Incontrarlo per le strade di Londra, dove era approdato nel 1753 (rimandovi fino al 1755) doveva essere un’esperienza indimenticabile: con la lunga barba che si era fatto crescere a Costantinopoli (e che si tagliò dovutamente quando sposò Marie Fargues nel 1757) e il cafetano rosso che aveva preso ad indossare durante gli anni trascorsi in Turchia doveva apparire alquanto eccentrico… Non soprtrende che nella capitale britannica in preda alla passione per l’Orientalismo, il successo del “Turco” (com’è conosciuto al suo ritorno in Europa) sia stato immediato!

A Londra ritrae numerosi appartenenti alla famiglia reale, inclusi eredi e discendenti di Giorgio II di Hannover e persino il giovane pretendente al trono scozzese, Charles Edward Stuart, ‘Bonnie Prince Charlie’ (1720-88) nipote di quel Giacomo II Stuart che fu l’ultimo sovrano della dinastia decaduta con la Gloriosa rivoluzione.

E se alcuni dei sui ritratti tendono ad essere un po’ zuccherosi, non erano idealizzati: what you see is what you get direbbero gli inglesi che tutto in questi ritratti è così realistico che viene voglia di allungare la mano e toccare i volti paffuti di quei bambini che emergono da cascate di pizzo…

Di tutti i dipinti in mostra l’unico che conosco è La cioccolataia di Dresda che raffigura una giovane cameriera che porta un vassoio con una tazza di cioccolato porcellana e un bicchiere d’acqua e mi chiedo perché si è aspettato fino ad ora per dedicare una mostra a questo fantastico pittore che sembra eccellere in ogni tecnica a cui mette mano – guardare le miniature smaltate del suo amico e patrono Everat Fawakner per credere. Forse per la natura stessa della tecnica o per il fatto che molti erano ritratti privati, ma dopo qualche anno dalla sua morte, la fama di Liotard era praticamente evaporata – con grande soddisfazione di Joshua Reynolds che non lo poteva sopportare (anche se questo non fa testo che pare che Reynolds non potesse sopportare molti altri pittori altrettanto dotati …).

Jean-Etienne Liotard, Archduchess Marie-Antoinette of Austria, 1762 Cabinet d'arts graphiques des Musees d'art et d'histoire, Geneva. Photo Musee d'art et d'histoire, Geneva. Photography: Bettina Jacot-Descombes
Jean-Etienne Liotard, Archduchess Marie-Antoinette of Austria, 1762 Cabinet d’arts graphiques des Musees d’art et d’histoire, Geneva. Photo Musee d’art et d’histoire, Geneva. Photography: Bettina Jacot-Descombes

Quella immortalata dai soffici pastelli di Liotard è la gioiosa società della prima metà del XVIII secolo. Un mondo fragile e delicato che di lì a poco sarà sovvertito dalla Rivoluzione Francese che insieme al vecchio regime si sarebbe portata via tanti personaggi da lui immortalati, inclusa la povera Maria Antonietta, che Liotard ritrae nel 1762 quando era una rosea arciduchessa d’Austria di sette anni, ignara di cosa l’aspettava.

Fortunatamente per lui, il pittore non visse abbastanza a lungo per assistere in prima persona alla rivoluzione, morendo di vecchiaia nel Giugno 1789, un mese prima del famigerato assalto della Bastiglia. Opportunista fino alla fine…

Londra// fino al 31 gennaio 2016.

royalacademy.org.uk