Giorgio IV

“There was never an individual less regretted by his fellow-creatures than this deceased king.”

Cosi scrive il giornale The Times nell’obituario del re Giorgio IV nel giugno del 1830. E non aveva tutti i torti che il sovrano era idropico, ubriaco, dissipato, irresponsabile, codardo, egoista e stravagante alla follia. Era davvero la persona sbagliata per fare il re.

Ma povero Giorgio dico io. Giorgio IV dico (1762-1830). Era appena nato che già era Duca di Cornovaglia e Principe del Galles pochi mesi dopo; constantemente al di sotto delle aspettative paterne, costretto a separarsi dalla donna che amava, Maria Fitzherbert, perchè  più vecchia di lui, due volte vedova e cattolica, per sposare la cugina Carolina di Brunswick per ragioni dinastiche oltre che finanziarie, che la dote di Carolina serviva a pagare i suoi debiti, che infuriavano il padre Giorgio III quasi come l’idea di avere una nuora cattolica…. I due si odiavano, separandosi subito dopo (con un sospiro di sollievo ggiungerei io…) essersi doverosamente riprodotti. L’unica figlia, Carlotta Augusta,  muore di parto nel 1817, gettando Giorgio nella disperazione e la dinastia nel subbuglio.

Thomas_Lawrence_-_The_Prince_Regent

Debole di carattere, con una passione per la tavola, i vini pregiati, la moda, le donne e l’arte olandese, Giorgio IV non è di certo passato alla storia per le sue qualità di monarca, anzi: il popolo lo odiava quasi quanto lui odiava la moglie, il che la dice lunga.
Il suo stile di vita era grandiosamente dissoluto e spendeva soldi che non aveva con stravagante entusiamo, soprattutto in abiti costosi riprodotti con minuta attenzione nei vari ritratti commissionati al suo pittore preferito, Thomas Lawrence, e nella decorazione di suoi numerosi palazzi e nella costruzione del più improbabile edificio dell’intera Inghilterra: il Brighton Pavilion. Davvero, non doveva essere divertente per il popolino, (già fortemente provato dai costi delle guerre napoleoniche, in cui l’Inghilterra si distinse, anche se non per merito del sovrano) vivere durante il regno di Giorgio IV.

Eppure da storica dell’arte (e della buona tavola) quale sono, mi sento di spezzare una lancia in favore del tanto vituperato monarca. Colto, raffinato e con gusti splendidi in fatto di arte, Giorgio IV era  probabilmente il sovrano più colto dal tempo di Carlo I – e questo era due secoli prima. Il fatto poi che parlasse francese, italiano e tedesco, fosse un generoso patrono delle arti, un intelligente e arguto conversatore e un uomo di spirito ed di grande eleganza gli valsero il titolo di Primo Gentiluomo d’Inghilterra. Non solo: senza di lui non avremmo la National Gallery e il King’s College London, una delle più prestigiose università della Capitale.

Giorgio non avrà portato lustro alla monarchia, ma certamente lo ha portato alla Royal Collection a a partire dai nove anni in cui fui Principe Reggente, quando il padre Re Giorgio III era stato messo fuori uso dalla Porfiria e dava letteralmente di matto. Una volta libero dall’irritante supervisione paterna, il nostro Giorgio Jr puo’ finalmente dedicarsi con calma alla sua attivita preferita: lo shopping.  Il reggente/sovrano si getta nell’acquisizione di una quantità di oggetti senza precedenti – dai dipinti dei grandi maestri alle , dai mobili a gioelli, argenti, armi e armature giapponesi e persiane, porcellane di Sevres, libri antichi e disegni preparatori e studi, quando questi ultimi non erano ancora considerati “vera arte”.

George IV QueensGallery (10)
2019 ©Paola Cacciari

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici trascorse gran parte dei suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spegne la sua passione per tutto ciò che è  francese, incluso in cibo. Fortunatamente per lui, Giorgio si trova inaspettatatamente a godere di una delle immediate conseguenza della Francia post rivoluzionaria, la migrazione degli Chefs. La Rivoluzione francese infatti aveva praticamente eliminato dalla faccia della terra moltissime famiglie della nobiltà francese e i loro cuochi rimasti disoccupati, emigrarono in massa in Inghilterra, dove erano venerati e dove rivoluzionarono la cucina locale, con grande gioia dei Giorgio IV. Succede.

2020 ©Paola Cacciari

Londra// Fino al 3 Maggio 2020

George IV: Art & Spectacle @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

 

Quando Carlo II inventò l’abito a tre pezzi

Ai nostri giorni è il guardaroba delle donne della famiglia reale britannica ad essere passato al microscopio. Da quando Meghan Markle, la nuova Duchessa del Sussex è entrata a far parte di casa Windsor, non passa giorno che il suo visetto sorridente non faccia capolino dalla prima pagina di qualche quotidiano, di solito accompagnato da un lungo articolo sul cosa la suddetta duchessa indossi (o, nel caso di Kate Middleton, cosa ha indossato e quante volte), cosa indosserà, il prezzo, la marca e naturalmente il nome dello/a stilista di turno. Ma c’è stato un uomo che nonostante essere morto da oltre trecento anni è considerato il creatore di un tipo di abbigliamento maschile ancora in uso adesso, l’abito a tre pezzi. Parlo del re della Restaurazione, Carlo II (1630-1685).

Quando nel 1659 il protettorato retto da Richard Cromwell (il debole figlio di Oliver) cadde, Carlo Stuart, in esilio in Francia alla corte del cugino-sovrano Luigi XIV (1638-1715), fu formalmente invitato a tornare a fare il re in patria. Non se lo fece dire due volte e il 25 maggio del 1660 Carlo sbarcò su suolo inglese. Pochi giorni dopo entrò trionfalmente a Londra dove, il 23 aprile 1661 fu incoronato re d’Inghilterra, Scozia e Irlanda nell’abbazia di Westminster, secondo la tradizione.

 

Charles II of England in Coronation robes by John Michael Wrigh, circa 1661-1662, Hampton Court Palace. London Royal Collection
Charles II of England in Coronation robes by John Michael Wrigh, circa 1661-1662, Hampton Court Palace. London Royal Collection

Tuttavia, sebbene fosse stato invitato a tornare in Inghilterra per regnare, Carlo era consapevole che la sua posizione come sovrano era ancora molto incerta. Esasperato da undici anni di puritanesimo, durante il quale Oliver Cromwell e i suoi seguaci avevano soppresso meticolosamente la danza, il teatro, il gioco d’azzardo, il Natale e tutte le cose che rendono la vita interessante, il Paese rivoleva la monarchia nella speranza che con il nuovo re almeno la vita sarebbe tornata ad essere nuovamente divertente. Il sovrano sapeva di non poter permettersi mosse false, che in fondo suo padre Carlo I era stato condannato a morte e decapitato solo undici anni prima, nel 1649, per essere stato troppo stravagante e spendaccione. E allora sceglie la strada del compromesso. Era tornato per fare il re e voleva apparire tale, ma voleva anche mandare un messaggio rassicurante ai suoi nuovi suddidti. E cosa meglio degli abiti per esprimere un concetto così semplicemente complesso? In fondo proprio il suo stesso cugino Luigi XIV  aveva detto “La moda è lo specchio della storia” e il Re Sole di moda se ne intendeva…

Carlo II si buttò con entusiasmo nel suo nuovo ruolo di monarca restaurato, scegliendo con cura cosa indossare e come presentarsi. Il problema principale era che lo splendore francese (e le mode) non erano popolari in patria. Questo era un problema per Carlo, che aveva trascorso parte della sua vita in Francia, dove era stato spedito dal padre nel 1646 quando era ancora principe di Galles, per metterselo al sicuro, una volta chiaro che le Teste Rotonde di Oliver Cromwell avrebbero vinto la guerra civile. Ma Luigi XIV viveva in grande opulenza, ed era evidente che ogni associazione anche remota del sovrano britannico con l’abbigliamento del re Re Sole che era: a) francese, b) cattolico, c) sovrano assoluto (non necessariamente in quest’ordine…) non sarebbe andato giù al Parlamento.

Carlo II deve giostrarsi in una situazione difficile. Come il suo modaiolo cugino francese, anche il nostro è perfettamente cosciente dello strettissimo legame tra moda e potere politico e cerca di ricreare alla corte inglese quello che aveva visto durante il suo esilio alla splendida corte francese, naturalemente in modo molto più ridotto. Ma in un momento in cui l’Inghilterra si stava riprendendo da una serie di tragedie come la guerra del 1664, la peste del 1665 e il grande incendio di Londra che, nel 1666, aveva distrutto una parte della capitale, avevano prostrato l’economia e prosciugato le finanze del Paese, era chiaro che non c’era posto per gli sprechi.

John Rose (1619–1677), the Royal Gardener, presenting a Pineapple to King Charles II (1630–1685) Henry Danckerts Royal Collection Trust / © Her Majesty Queen Elizabeth II
John Rose (1619–1677), the Royal Gardener, presenting a Pineapple to King Charles II (1630–1685) Henry Danckerts Royal Collection Trust / © Her Majesty Queen Elizabeth II

Così, per mettere a tacere una volta per tutte le voci che la sua corte fosse dissoluta e spendacciona, il 7 ottobre 1666 Carlo emise una dichiarazione con cui ripudiava le “mode francesi”. Invece, avrebbe adottato ciò che era noto all’epoca come il “giubbotto persiano”, un lungo panciotto bordato di nastri in vita e al ginocchio da indossare con un cappotto, anch’esso al ginocchio, con polsini ampi e risvoltati per mostrare la camicia di lino sottostante, realizzato in lana inglese e non in seta francese. Quello di Carlo è uno stile semplice nei colori e materiali, come mostra il dipinto di Henry Danckerts raffigurante John Rose il giardiniere reale che offre un ananas a Re Carlo II appartenente alla Royal Collection e di cui ne esiste una copia nella seicentesca Ham House, nell sobborgo londinese di Richmond.

Il dipinto è insolito, in quanto raffigura Carlo II che indossa un tipico abbigliamento alla moda degli anni 1670, piuttosto che le vesti cerimoniali o l’armatura in cui veniva solitamente raffigurato e che sembra gridare a chi guarda: “Guardatemi, mi vesto come voi: sono uno di voi!” Certo dietro l’ostentata semplicità di Carlo c’era anche un altro motivo: al contrario di quanto accadeva in Francia, le finanze del sovrano britannico erano strettamente controllate dal Parlamento – e questo valeva anche per le questioni di guardaroba. Gli sprechi non erano permessi. Ma non fatevi ingannare: la ricchezza sta tutta nei dettagli, che stiamo pur sempre parlando del re! L’enfasi si sposta su stoffa e taglio, non su volant e accessori come accadeva in Francia. Unici accessori permessi, una fascia, calze e scarpe con la fibbia. Con il trascorrere del tempo il gilet divenne sempre più corto, fino a raggiungere nel 1790 circa, la lunghezza che conosciamo oggi, arrivata a noi nella versione in bianco o nero indossata dal dandy per eccellenza Beau Brummel.

Sfortunatamente Luigi XIV rimase così poco colpito dall’ostentata semplicità di questo nuovo tipo di abbigliamento che decise di adottarlo per l’unico abito per cui lo riteneva adatto: la livrea dei suoi servitori. L’ennesima dimostrazione che il costume dice cose che le parole non dicono…

2018 ©Paola Cacciari

Grazie a Laura di Bellezza In The City che ha pubblicato questo mio post sul caro vecchio Carlo II sul suo blog! Laura si è fatta promotrice di una bellissima iniziativa sul suo blog, il Blogger Corner in cui ospita guest authors che hanno qualcosa in comune con i suoi interessi e la sua personalita’. Se non conoscete ancora, vi invito a farci un giro perchè è pieno di conisgli utili ed interessanti. Buona lettura!

Canaletto & the Art of Venice @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

Prima di atterrare in Inghilterra non mi ero mai accorta in pienamente della portata dell’amore che il popolo britannico ha per Giovanni Antonio Canal, meglio noto come Canaletto (1697-1768). Un amore che io condivido dal momento in cui, alle scuole superiori, ho posato gli occhi su una delle sue luminose vedute di Venezia. Poco importa che fosse solo una foto a colori del mio manuale di Storia dell’Arte.

E se la mia passione per Canaletto e il Vedutismo veneziano in genere, non è condivisa dal mio collega (che da veneziano verace non riesce a trattenere un indulgente “Ma non ti piacerà mica quella roba lì??”), lo sarebbe stata certamente dai ricchi aristocratici inglesi che, in visita a Venezia durante l’obbligatorio Grand Tour europeo, volevano portarsi a casa un ricordo della luce dorata della città lagunare. E non essendo ancora stata inventata la fotografia si affidavano a Canaletto.

Sebbene in declino infatti, Venezia continuava ad essera nonostante tutto una tappa obbligatoria nel viaggio verso il completamento dell’educazione di ogni gentiluomo britannico che voleva essere considerato degno di questo nome. Le attrattive certo non mancavano offrendo Venezia, oltre alla sua splendida architettura, molte altre cose tra cui teatri in abbondanza (ne aveva diciannove), Opera, gioco d’azzardo, il Carnevale e splendide cortigiane. Una volta completata (in tutti i modi possibili ed immaginabili) la loro educazione,  questi aristocratici giovinotti  facevano poi ritorno nella terra natia carichi di souvenir del loro viaggio. E se per i più era paccottiglia senza valore, per i più fortunati si trattava di una tela di Canaletto, acquistata quasi certamente dal un diplomatico inglese e mercante d’arte Joseph Smith (1682-1770).

 Canaletto, The Mouth of the Grand Canal looking West towards the Carità, c.1729–30, from a set of 12 paintings of the Grand Canal Credit: Royal Collection Trust
Canaletto, The Mouth of the Grand Canal looking West towards the Carità, c.1729–30, from a set of 12 paintings of the Grand Canal Credit: Royal Collection Trust

Arrivato a Venezia nel 1700 quando aveva appena ventisei anni per lavorare con il banchiere londinese Thomas Williams (allora console britannico in città), Joseph Smith diventa presto mecenate di artisti, collezionista d’arte, banchiere, e punto di riferimento per la comunità inglese a Venezia. Fu lui a convincere Canaletto ad abbandonare i quadri di grandi dimensioni degli inizi e a dipingere gli assolati (e facilmente trasportabili) paradisi urbani popolati da dame in parasole e gondolieri in livrea che tanto piacevano ai giovanotti inglesi impegnati nel Grand Tour.

Il suo palazzo sul Canal Grande, ricco di dipinti e arredato con il meglio sul mercato allora, era il punto d’incontro dei “turisti” inglesi. Sede dell’ambasciata inglese, il palazzo di origine gotiche, fu acquistato da Smith nel 1743, che pote’ finalmente arredarlo secondo il gusto dell’epoca e appendere alle pareti la sua magnifica collezione di quadri. Diventato a sua volta Console britannico a Venezia nel 1744 (incarico che mantiene fino al 1760), Smith svolge anche la funzione di agente ed intermediario tra Canaletto e grandi collezionisti inglesi come il Conte di Fitzwilliam, il Duca di Bedford, il Duca di Leeds e il Conte di Carlisle. Ma l’instabilità politica creata in quegli anni dalla Guerra di successione austriaca (1740–1748) riduce drasticamente il numero dei visitatori britannici a Venezia e di conseguenza i potenziali clienti e pone fine al mercato del Grand Tour. Per sostenere Canaletto nel corso di questi anni di magra, Smith gli commissiona una serie di capricci per la sua collezione ispirati ad edifici di architetti Rinascimento come Jacopo Sansovino e Palladio. Ma alla fine la mancanza di clienti si fa sentire e Canaletto lascia Venezia per Inghilterra, dove si trasferisce nel 1746, sostenuto anche in questo dall’alacre opera di networking dell’infaticabile Joseph Smith.

Canaletto’s ‘The Piazzetta looking towards Santa Maria della Salute’ (c1723-4) illustrates his early style © Royal Collection Trust
Canaletto’s ‘The Piazzetta looking towards Santa Maria della Salute’ (c1723-4) illustrates his early style © Royal Collection Trust

Oltre ad esser l’agente e mecenate di Canaletto, Smith era infatti anche un attento quanto vorace collezionista di pittura veneziana acquisendo opere non solo del famoso Antonio Canal, ma anche dei suo contemporanei come Sebastiano e Marco Ricci, Pietro Longhi e Piazzetta. Ed è questa incredibile collezione, che Smith vende a re Giorgio III nel 1762 per cercare recuperare alcune delle perdite seguite ad un crollo finanziario, che rallegra le pareti della mostra delle The Queen’s Gallery di Buckingham Palace. E visto che la varietà degli interessi del Console non si limitava ai quadri, insieme ai dipinti dei vedutisti, il sovrano britannico entra in possesso di una vasta quantità di splendidi disegni, gemme, monete, cammei, libri e manoscritti. Certo, se paragonati alla triade  del Rinascimento veneziano, Tiziano, Veronese e Tintoretto, i Capricci dei vedutisti, le scene di Pietro Longhi i delicati pastelli di Rosalba Carriera ci sembrano deboli e privi di peso. L’unico in grado di competere con i grandi maestri del passato sarebbe stato Tiepolo, ma per qualche ragione a noi sconosciuta, nel corso della sua vita Joseph Smith non acquistò neppure una sua opera.

 Caneletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice Canaletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice Credit: Royal Collection Trust

Caneletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice
Canaletto, Piazza San Marco looking East towards the Basilica and the Campanile, c.1723–4 , part of a set of six views of Venice Credit: Royal Collection Trust

Dal canto mio, devo dire che i disegni di Canaletto per me sono la vera rivelazione. È una parte della sua produzione artistica che non conoscevo affatto e sono davvero bellissimi. La sua capacità di disegnare è incredibile, il suo controllo della linea è una delizia così come la delicatezza del tratto che usa per descrivere gli edifici, le figure e l’acqua.

In quanto vedutista, Canaletto operava al di fuori della tradizione pittoria rinascimentale che considerava l’importanza dei pittori secondo il soggetti in cui erano specializzati, con la pittura di storia, quella religiosa e mitologica all’apice, e la pittura di genere e le vedute in fondo. Ma proprio quel loro essere seduti sul gradino più basso della piramide sociale e artistica, permise ad artisti come Canaletto di dedicarsi a ciò che volevano – anche se per Canaletto questo significò essere nominato socio dell’Accademia Veneziana di Pittura e Scultura solo nel 1763, cinque anni prima della sua morte.

Certo con Canaletto quando si parla di vedute non si parla di esattezza, che in fondo il veneziano ha imparato il mestiere da suo padre Bernardo che dipingeva fondali per i numerosi teatri della città lagunare, e nonostante i suoi quadri sembrino topograficamente esatti fino all’ultimo mattone, in realtà da provetto disegnatore teatrale qual’era, il nostro Antonio Canal  non esitava a manipolare la composizione e la prospettiva, spostando edifici e interi tratti di canali per creare una più vista gradevole o per soddisfare le richieste di qualche puntiglioso cliente

oman views by Canaletto at Canaletto & the Art of Venice Credit: Geoff Pugh
Roman views by Canaletto at Canaletto & the Art of Venice Credit: Geoff Pugh

Tornato a Venezia nel 1756/57, Canaletto torna a dipingire Capricci, un tema che aveva già affrontato in gioventù. Accenna alla decadenza della città, muri scrostati, mattoni esposti e vegetazione tra le crepe e che pende da colonne. Ma anche così, la sua è una Venezia da cartolina, vista con gli occhi dell’accorto mercante veneziano, fatta per compiacere i turisti di allora come le cartoline lo fanno con quelli moderni. Ma in fondo, che c’è di male nel volersi portare a cara una fetta di bellezza?

2017 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 12 Novembre 2017

Canaletto & the Art of Venice

The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

royalcollection.org.uk

Gli incontri: l’artista e il suo soggetto alla National Portrait Gallery

Young Boy Wearing a Round Cap, attributed to Annibale Carracci, 1580s. Photograph: Chatsworth Settlement Trustees

Chi dice che il disegno preparatorio è inferiore al quadro finito non ha mai visto gli schizzi di Holbein. O di Rubens. O di van Dyck. O di Annibale Carracci. E potrei continuare fino a nominare ciascuno dei 48 artisti i cui disegni compongono la piccola e preziosa mostra della National Portrait Gallery. Si chiama The Encounter: Drawings from Leonardo to Rembrandt. Gli incontri. Che in fondo che cos’è un ritratto se non l’incontrro di due persone e di due personalità quella del pittore e quella del suo soggetto? Schizzi fatti per gioco o in preparazione di un ritratto ufficiale; schizzi di amici, colleghi artisti, di alteri aristocratici o di amati membri della famiglia: questa mostra esplora il legame psicologico che si stabilisce (o meno) tra chi dipinge e chi è dipinto. E quando questo legame manca, anche se tecnicamente è un capolavoro, il ritratto fallisce.

La stella indiscussa del mostra è Hans Holbein il Giovane, di cui sono esposti ben sette disegni provenienti dalla Royal Collection. Adoro Holbein, si tratti di ritratti finiti o delle sue miniature (il museo in cui lavoro possiede il ritratto miniato di Anne de Cleves che tanto dolor causò tanto al tedesco – che, a sentire Enrico VIII l’aveva dipinta troppo bella, che a colui che il ritratto l’aveva commissionato, il cancelliere Thomas Cromwell che per questo perse la testa). Ma i suoi disegni sono di un’altra lega. Holbein costituisce un’eccezione nel mondo dell’arte in quanto oltre un centinao dei disegni eseguiti durante i suoi due soggiorni alla Corte di Enrico VIII sono arrivati fino a noi, anche grazie alla lungimiranza della Regina Carolina, la consorte di Re Giorgio II che scoperta questa collezione in un mobile di Kensington Palace (dove allora risiedeva la corte) decide di esporla alle pareti (come si trattasse di opere d’arte finite) invece che rimetterla nei cassetti. Si tratta di ritratti di nobili e dame di corte, ma anche di mercanti e di semplici membri della servitù di corte. Sono una vera rarità, visto che all’epoca i disegni erano considerati unicamente meri strumenti preparatori finalizzati all’opera finita, non un’opera d’arte in sé, e nel corso dei secoli moltissimi sono andati perduti. Ma quando sopravvivono ci raccontano un scacco di cose – dal colore di un abito ai dettagli dello sfondo: veri e propri piccoli promemoria scritti di pugno da alcuni artisti.

Generalmente realizzati con il torso in schizzato in matita, questi i disegni di Holbein presentano solo i tratti del visto con tracce di colore a pastello. E se questo pare impossibile, sembrano ancora più visi e pulsanti dei quadri finiti.

E che dire dei disegni di Gianlorenzo Bernini? Con il fatto che il nostro toscano è un tale maestro nell’architettura e nella scultura, si tende a dimenticare che, come Michelangelo (ovviamente anche lui presente nella mostra…) anche Bernini era un artista completo e sapeva pure dipingere e disegnare molto bene. I suoi schizzi, uno dei quali e’ quello di colui si pensa sia il fratello Luigi, sono pieni dello stesso plasticismo, della stessa vita pulsante che anima le sue sculture.

Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II
Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II

Insomma, una mostra davvero da non perdere! #TheEncounter

 

Londra// fino al 22 ottobre 2017
The Encounter: drawings from Leonardo to Rembrandt
National Portrait Gallery, Londra

La moda e le sue storie

Che una persona da sempre così poco interessata alla moda come lo sono io abbia potuto scegliere come scuola superiore un’istituto tecnico-professionale per diventare stilista di moda resta ancora ancora adesso un mistero per i più. Il fatto è che io odio la matematica . Anzi la detesto proprio. Io e i numeri non siamo fatti gli uni per l’altra: la nostra non avrebbe mai potuto essere una relazione felice.  Ragion per cui quando mi giunse notizia che la figlia diciottenne della vicina di casa frequentava una scuola SENZA matematica seppi di aver trovato la mia strada.  Il fatto poi che tale scuola offrisse il quattro ore settimanali di Storia dell’Arte (invece delle due regolamentari), due di Storia del Costume e sette di disegno non faceva altro che accrescere il mio entusiasmo.  Ok, c’era anche Taglio e Cucito, “but you can’t always get what you want” avrebbe direbbe Mick Jagger… E se alla fine all’Università ci sono andata ugualmente che se, come avevo immaginato, nelle materie tecniche come Taglio e Cucito ero senza speranza, la passione per la Storia dell’Arte e del Costume mi è rimasta e, ancora adesso, una delle cose che mi entusiasma di più nei quadri sono gli abiti.

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri, tanto che la Queen’s Gallery di Buckingham Palace nel 2013 ci ha fatto una mostra chiamata (opportunamente) In Fine Style.  Dire che questa mostra è stata una vera e propria delizia per gli occhi non rende l’idea. E’ storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume dice cose che le parole non dicono.

Elizabeth I when a Princess c.1546
Elizabeth I when a Princess c.1546

E questo lo sapeva benissimo la quattordicenne  Elisabetta I, quando invia il suo ritratto come dono al sovrano (e fratello) Edward VI. Più che un rittratto, questo è un capolavoro di diplomazia. Guardiamolo insieme.
Innanzitutto il formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – lo status di Elisabetta I che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa: anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re,  basta guardare il suo costume e suoi gioielli per rendersi conto che qui non stiamo parlando di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono. L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che sia il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro che non erano di sangue reale (e che quindi le sarebbe stato proibito se davvero illegittima), il messagio di Elisabetta ad Edward non potrebbe essere piu’ chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…

Alla Queen’s Gallery i maestri della pittura olandese

Se il buongiorno si vede dal mattino allora il tono di Masters of the Everyday: Duch Artists in the Age of Vermeer è chiaro sin dalla prima sala, che accoglie chi entra con non uno, ma bensì quattro Rembrandt così belli da togliere il fiato. E questa è solo la prima sala!! Ma non so perché mi sorprendo ancora, che ogni volta che varco la soglia della Queen’s Gallery di Buckingham Palace ho la certezza matematica di vedere cose meravigliose. E d’altra parte con una Pinacoteca come quella della Royal Collection a cui attingere uno non si aspetta nulla di meno…

Rembrandt van Rijn Agatha Bas 1641. London, Royal CollectionIl soggetto della mostra, tuttavia, non è così raffinato: ci sono cameriere che scendeno le scale, mogli che spiano i mariti, interni di taverne, gruppi di giocatori di carte. Ma per gli artisti olandesi, la quotidianità di queste scene di genere non significava trascuratezza pittorica e si vede abbondantemente dalla qualità di ogni singolo quadro. Per questa mostra dobbiamo ringraziare quel piantagrane godereccio del Principe Reggente, poi diventato Giorgio IV che amava l’arte olandese come amava le donne e fare baldoria e a cui non importava quanti dipinti straordinari di altrettanto straordinari artisti avrebbe ereditato da suo padre una volta salito al trono: ne voleva di più. E una fortunata combinazione di denaro e ottimo gusto ha fatto il resto…

Ma il legame tra l’Olanda e l’inghilterra ha radici più antiche. Già dall’Epoca Stuart, i sovrani britannici sono sempre stati grandi amanti dell’arte olandese e già Carlo I aveva invitato artisti come Rubens e van Dyck in Inghilterra. Nel corso del XVII secolo le famiglie reali inglese e olandese erano imparentate e il risultato di queste unioni è Guglielmo III d’Orange, meglio noto come Guglielmo d’Inghilterra che insieme alla moglie Maria, la figlia protestante del cattolico Giacomo II, nel 1688 viene invitato dal Parlamento a salire al trono. Un’evento passato alla storia come Gloriosa Rivoluzione – dove l’aggettivo gloriosa non sta ad indicare grandi episodi di valore militare, ma al fatto che avvenne senza spargimenti di sangue né massacri e stabilì un equilibrio tra potere parlamentare e potere regio. La monarchia costituzionale che conosciamo oggi nasce da qui.

Quando la storia non è raccontata nella scena, lo è nei dettagli. E il livello di realismo è stupefacente e potrei restare ore ad osservare i piccoli dettagli di ogni scena e con più i quadri sono piccoli con più i particolari sembrano moltiplicarsi: la luce che si riflette su ogni acino d’uva che abita il cestello di una giovane contadina, o le cipolle tagliate di fresco della giovane dipinta da Gerrit Dou. E come non faceva distinzione tra pittori olandesi e fiamminghi, il nostro Giorgio IV non distingueva tra arte aulica e scene di genere, che lui ammirava la maestria e destrezza ovunque la vedesse – si trattasse di un ritratto di Rembrandt, di una scena da taverna di Jan Steen o una cucina di David Teniers il Giovane.

The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44 Royal Collection Trust© Her Majesty Queen
David Teniers the Younger, The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen

Ma d’altra parte a nessuno sano di mente verrebbe in mente di considerare la Lezione di musica di Jan Vermeer pittura di Serie B, no? Certemente non lo pensava Giorgio III, che lo comprò nel 1762 (anche se crendedolo un Frans van Mieris…). Adoro Vermeer, l’ho detto e ripetuto più volte in questo blog (vedi post Vermeer and Music). E lo adoro in particolare quando dipinge qualcuno impegnato a afre musica – anche se la rappresentazione di strumenti musicali non è una prerogativa solo sua, ma di moltissimi artistia dell’Età d’Oro della pittura olandese. Qui, una donna di spalle suona la spinetta, mentre un uomo, in piedi, l’ascolta. Nello specchio sopra la spinetta la luce bianca che entra dalla finestre illumina il viso assorto della giovane. È un momento di pausa, uno di quei momenti di totale immobilità in cui la vita è sospesa nell’aria prima di ricominciare il suo scorrere. E noi che osserviamo da fuori possiamo solo starcene buoni buoni con il fiato sospeso per non disturbare.

Johannes Vermeer - Lady at the Virginal with a Gentleman, 'The Music Lesson' London, Royal Collection
Johannes Vermeer – Lady at the Virginal with a Gentleman, ‘The Music Lesson’ London, Royal Collection

Ma la cosa più sorprendente è che quello di Vermeer non è neppure il quadro più bello della mostra. Sulla stessa parete, ai lati della Lezione di musica sono due scene di vita quotidiana di Pieter de Hooch. Sono La filatrice (1657) e I giocatori di Carte (1658). Qui, immersi nella luce dorata del crepuscolo, persone normali fanno cose normali. Eppure questi squarci di normalità sospesi nella calma perfetta della tela racchiudono tutta la magia di un’epoca.

Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection
Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection

Londra// fino al 14 Febbraio 2016

The Queen’s Gallery, Buckingham Palace Rd, London SW1A 1AA

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The First Georgians: Art and Monarchy 1714–1760

L’epoca georgiana ha molte facce, tutte ugualmente vere: c’è quella dominata da questioni politiche e religiose, da sanguinose guerre e insurrezioni e da da un monarca straniero che non parlava neppure la lingua dei suoi sudditi, ma che era preferibile ad uno autoctono, ma cattolico. C’è quella tutta “sesso, droga e rock’n’roll” immortalata da William Hogarth e Thomas Rowlandson, in cui  bellimbusti sovrappeso in tricorno si aggirano per giardini all’italiana per fare incontri galanti e giocare d’azzardo. Ma c’è anche quella di Handel, Jane Austen e Robert Adam, di Josiah Wedgwood and del Grand Tour, dell’arte e della letteratura, della rivoluzione industriale e della nascita del ceto medio. Da qualunque parte la si guardi, è sotto il regno di quattro Giorgio che la Gran Bretagna ha iniziato il suo viaggio verso la grandezza politica ed economica.

Come monarchi costituzionali, i primi sovrani di Hanover erano subordinati al Parlamento e allo Stato e lo sapevano benissimo, come dimostra una lettera del 1749 scritta da Frederick, principe di Galles (figlio di Giorgio II) al figlio maggiore, il futuro Giorgio III – lettera in mostra al pubblico per la prima volta. Qui Frederick esorta il figlio, allora undicenne, alla prudenza fiscale piuttosto che all’ostentazione.

Consci di avere gli occhi di tutta la nazione puntati addosso, i primi due Giorgio si dedicarono a costruire un’immagine della monarchia cautamente all’interno di questi vincoli finanziari e costituzionali. Non cercarono mai di emulare gli altri sovrani continentali buttandosi in costosi progetti edili, ma si limitarono ad adattare ciò che avevano ereditato con la corona – Saint James Palace, Hampton Court e Kensington Palace, che Giorgio II  fece ridecorare dal suo pupillo William Kent. (A proposito del quale il Vitoria and Albert Museum ha montato una deliziosa mostra visibile fino al 13 Luglio).

The Cupola Room, Kensington Palace (c. 1817), R Cattermole. Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013
The Cupola Room, Kensington Palace (c. 1817), R Cattermole. Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013

Ma con la diminuzione dell’influenza della corte, l’attenzione degli artisti si sposta su altri soggetti: le feste galanti, le conversaioni e il paesaggio. Ed è in questo periodo che Londra emerge come un soggetto in sé e per sé. Diventata il fulcro della vita culturale britannica e di un impero in continua crescita, la Capitale è il luogo in cui si crea la ricchezza e dove, altrettanto vistosamente, la si consuma come dimostrano le due splendide vedute dipinte con veneziana eleganza da Canaletto che, abbandonata Venezia per l’Inghilterra a causa dell’instabilità politica creata in quegli anni dalla Guerra di successione austriaca (1740–1748) che pone fine al mercato del Grand Tour e ai suoi clienti.

The Thames from Somerset House Terrace towards Westminster (c. 1750), Giovanni Antonio Canal, called Canaletto Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013
The Thames from Somerset House Terrace towards Westminster (c. 1750), Giovanni Antonio Canal, called Canaletto Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013

Inutile dire che la qualità delle opere in mostra (appartenenti alla Royal Collection) non è seconda a nessuno, ma la cosa interessante è leggere sotto ogni quadro il monarca che lo ha acquisito. E se Giorgio I e II prediligevano artisti pomposi e un po’ legnosi come Godfrey Kneller, John Shackleton e lo stesso William Kent, l’occhio di Frederick per la qualità era infallibile. E se il suo gusto per i pittori classici della Scuola romana e bolognese del XVII secolo era abbastanza convenzionale per l’epoca, il giovane Principe aveva anche un’insolita capacità di deviare dalla norma, come quando comprò un dipinto dell’olandese David Teniers, anticipando una moda per la pittura di genere che diventerà tipica di un periodo successivo. Chissà che re sarebbe diventato se non fosse morto anzitempo nel 1751…

Fino al12 Ottobre 2014
The First Georgians: Art and Monarchy 1714–1760
The Queen’s Gallery, Buckingham Palace,
London SW1A 1AA