Che vita sarebbe senza Puccini?

Portare una mandria di piccoli sacchetti di ormoni pronti ad esplodere in ogni momento (come solo i ragazzini della terza media possono essere) all’opera è tempo perso. Lo so, perchè c’ero anch’io. E pur non essendo in fase ormonale come molti miei compagni delle scuole medie (sono sempre arrivata in ritardo su tutto io, anche su questo) ricordo di essermi placidamente annoiata per un paio di pomeriggi. Che se non altro avevo avuto l’occasione di dare una sbirciata all’interno del Teatro Comunale di Bologna e sognare di vivere in un altra epoca. O in un altro mondo…

Poi ho visto Camera con vista e mi sono innamorata. Dell’opera. E di Giacomo Puccini. La bellezza patinata di Firenze e della campagna inglese, i costumi del primo Novecento, la bellezza eterea di Helena Bonham-Carter persa tra i fiori delle colline toscane, ma soprattutto la musica stupenda di Puccini mi faceva venire la pelle d’oca (mentre Julian Sands nei panni del “fusto” in abiti edoardiani faceva il resto…).

Julian Sands e Helena Bonham Carter in Camera con vista

Da allora O mio Babbino caro dal Gianni Schicchi è una delle mie arie preferite, ho consumato il CD con le più belle opere di Puccini a forza di ascoltarlo; anni fa ho avuto la fortuna di sentire quell’aria cantata da Angela Gheorgiu alla Royal Festival Hall in un modo così sublime che alla fine mi sono commossa sotto gli occhi allibiti della mia dolce metà, ma non avevo mai visto l’opera. Anzi, non avevo mai visto Il Trittico.  Che a quanto pare non è molto rappresentato. Ed è stata un’eperienza. Bello e sanguigno Il Tabarro, bella e straziante la storia di Suor Angelica, ma io aspettavo solo Gianni Schicchi. E anche stavolta, in una Royal Opera House stipata fino all’inverosimile, mi è venuta la pelle d’oca che davanti alla bellezza mi commuovo sempre… Che in fondo, che vita sarebbe senza musica e senza teatro? E che vita sarebbe senza Puccini??

Annunci

La Bayadère

Quando si parla di bellezza, basta una parola: Mariinskij. Il Corpo di ballo del Teatro Mariinskij, affiliato al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo che deve il suo nome alla principessa Maria Aleksandrovna, è famoso per aver  visto il debutto di alcune delle più importanti opere e balletti russe – dall’opera Boris Godunov di Modest Musorgskij nel 1874, alle più importanti opere di Pyotr Ilyich Tchaikovsky, come La bella addormentata, Lo schiaccianoci e Il lago dei cigni. Anche La forza del destino di Giuseppe Verdi fu rappresentata qui in prima assoluta il 10 novembre 1862.

Quella del  Mariinski è una delle compagnie di danza classica più famose della storia. Nota come Balletto Imperiale prima del 1900, la compagnia scuola di balletto del Teatro Mariinskij ha lanciato le carriere di artisti come  Vaslav Nijinsky, la star dei Balletti Russi di Diaghilev, un numero incredibile di ballerini e icone come Rudolf Nureyev e Mikhail Baryshnikov. E in questo periodo è in tournee a Londra per una manciata di date alla Royal Opera House. Un’occasione unica che io naturalmente non mi sono fatta scappare.

Da quando qualche mese fa ho letto la biografia di Rudolf Nureyev, non vedevo l’ora di vedere La Bayadère, la splendida creazione di Marius Petipa (con musica è di Ludwig Minkus ) per vedere la scena de Il regno delle ombre che lui ha coreografato nel 1963 e che l’ha reso questo balletto famoso nel mondo occidentale. Un classico in Russia, La Bayadère era quasi del tutto sconosciuta in occidente prima che, nel 1961, il balleto Kirov mettesse in scena Il regno delle ombre al Palais Garnier di Parigi, con un ventitreenne Rudolf Nureyev nel ruolo di Solor che fece scalpore (anche grazie alla sua defezione nel Giugno del  1961 proprio durante quella tournè), rendendo balletto e ballerino famosi dal giorno alla notte.

Fu la versione del Kirov che Rudolf Nureyev  mette in scena per il Royal Ballet due anni più tardi, nel 1963, con Margot Fonteyn nel ruolo della Bayadère Nikiya, la danzatrice del tempio. La musica di Minkus furiorchestrata da John Lanchbery, l’allora compositore/direttore d’orchestra della Royal Opera House. Inutile dire che la prima fu un grande successo, ed è considerata tra i momenti più importanti della storia del balletto. Attualmente, La Bayadère è presentata soprattutto in due versioni differenti, quelle derivate dalla messa in scena per il balletto del Kirov (come il Teatro Mariinskij fu ribattezzata tra il 1934 in seguito all’assassinio del rivoluzionario Sergej Kirov, ma ritorno’ al nome originale nel 1991 dopo la caduta del comunismo) da parte di Vakhtang Chabukiani e Vladimir Ponomarev nel 1941 e quelle derivate dalla produzione del 1980 di Natalia Makarova per l’American Ballet Theatre.

Ma le ballerine russe hanno le braccia più lunghe delle altre? Riescono ad alzare le gambe più delle altre? Riescono a volare piu’ in alto degli altri comuni mortali? Che tutti i ballerini, uomini e donne, sembravano volare (letteralmente) da una parte all’altra del palco senza fare rumore, neanche fossero fatti di qualche sostanza immateriale invece che di carne e sangue. E mentre mi godevo le acrobazie delle étoiles del Mariinskij, non riuscivo a non pensare a come sarebbe stato incredibile vedere il ruolo del guerriero Solor interpretato da Nureyev.

Ma la vita è fatta così: un po’ bastarda… Non avendo trovato su You Tube un video decente di Nureyev godetevi questo di Roberto Bolle, sempre molto apprezzabile! 🙂

Marguerite and Armand: con Bolle sulle tracce di Nureyev

Ci sono spettacoli a cui si assiste da spettatori e altri a cui si partecipa con l’anima. E il programma misto dedicato al mitico coreografo Sir Frederick Ashton dal Royal Ballet il 7 Giugno 2017 appartiene decisamente alla seconda categoria. Un cast stellare (che tra gli altri ha visto anche la partecipazione del nostro Roberto Bolle) per tre balletti diversissimi tra loro, come vario e camaleontica era l’immaginazione di Ashton – dal sognante The Dream ispirato allo Shakespeare di Sogno di una notte di mezza estate, Symphonic Variations l’omaggio astratto ai Balletti Russi di Diaghilev, e il tragico Marguerite and Armand.

Quando nel 1961 Frederick Ashton (1904-1988) vide a teatro il celebre dramma “La Dame aux Camélias” di Alexandre Dumas figlio, interpretato da Vivian Leigh pensò che ne sarebbe uscito un bel balletto per la sua musa, la prima balleriana assoluta del Royal Ballet, Margot Fonteyn. Lo stesso anno, il giovane rinnegato del Kirov, Rudolf Nureyev che aveva fatto scalpore per aver defezionato in occasione di una tournee del corpo di ballo sovietico a Parigi, fu invitato dalla stessa Fonteyn a partecipare a un gala di beneficenza a Londra. Fu sempre Margot Fonteyn ad introdurlo al Royal Ballet, invitandolo a ballare Giselle con lei nel febbraio del 1962. La loro performance fu un vero trionfo. Fu l’inizio di una proficua collaborazione professionale e d’amicizia che fece del giovane tartaro il principale partner della gran dama del Royal Ballet.

Ma Ashton pensava ancora alla sua “Dame aux Camélias” e a come gli sarebbe piaciuto trasformare quella storia – la stessa che aveva ispirato Giuseppe Verdi per la sua Traviata – in un balletto. Una sera, immerso nella vasca da bagno, sentì la “Sonata in si minore” di Liszt e come spesso accade con le illuminazioni inaspettate, il balletto prese magicamente forma nella sua mente. Il fatto poi che Marie Duplessis, la cortigiana divenuta famosa come la Marguerite Gautier della La Signora delle Camelie e morta a soli 23 anni, ebbe una relazione  non solo con Alexandre Dumas, ma anche con lo stesso Franz Liszt rese Ashton ancora più sicuro della sua scelta musicale. Naturalmente, Margot Fonteyn decretò che avrebbe ballato solo con Rudolf Nureyev (cosa che anni dopo fece commentare ad un amareggiato Nureyev che durante la sua permanenza al Royal Ballet non fu mai creato nessun balletto solo per lui, ma solo per lui in quanto partner di Margot Fonteyn). Le prime prove furono difficili, soprattutto quelle dei costumi disegnati dallo scenografo (poi diventato fotografo) Cecil Beaton. Nureyev che temeva che i costumi di Beaton lo facessero sembrare piu’ basso, prese un paio di forbici e taglio’ le code della sua giacca. Ma a parte questo, la prima performance di gala del 12 marzo 1963 a Covent Garden, di fronte alla Regina Madre e alla Principessa Margaret, fu un grande successo e i due e il coreografo dovettero apparire in ventuno inchini finali.

Il balletto, che usa la tecnica del flashback, è diviso in cinque scene: “Prologue”, “The Meeting”, “In the Countryside”, “The Insult” e “The Death of La Dame aux Camélias”. L’arredamento sobrio ha un solo elemento costante, il letto su cui Marguerite Gautier sta morendo e da cui rivive la sua tumultuosa relazione con Armand. Tanta era la fama della coppia Nureyev-Fonteyn che nessun’altro artista osò cimentarsi con il balletto mentre i due artisti furono vita e bisognerà attendere il Marzo del 2000 perchè Sylvie Guillem, una delle ballerine preferite di Nureyev, cedesse alle richieste dell’allora direttore del Royal Ballet Antony Dowell e accettasse di ballare Marguerite and Armard rompendo un taboo durato sette anni. Da allora il balletto è entrato nel repertorio non solo di Covent Garden, ma anche della Scala.

Quella di questa sera è stata anche l’ultima performance di Zenaida Yanowsky che si ritira dal ruolo di Prima ballerina del Royal Ballet dopo una splendida carriera durata 23 anni. Ho avuto la fortuna di vederla ballare diverse volte nel drammatico Manon con lo stesso Roberto Bolle e Carlos Acosta, nel poetico The Winter’s Tales di Christopher Wheeldon, nel sanguigno Mayeling di Kennet MacMillan. Inutile dire che Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle sono stati meravigliosi. Entrambi ultraquarantenni, i due possiedono quel bagaglio emotivo che li rende capaci di infondere una staordinaria carica emotiva ai due personaggi che incarnano. E qui l’emozione è tutto – alla faccia di chi dice che Ashton è frivolo e superficiale.

Le pene della danza secondo Sergei Polunin

Mentre attendo con impazienza che arrivi Giugno e con esso il divino Roberto Bolle (che si esibirà con Zenaida Yanowsky che con questa performance si ritira dal ruolo di Prima ballerina del Royal Ballet dopo una carriera di 23 anni con la Compagnia londinese) in  Marguerite and Armand – creato da Frederick Ashton per la storica coppia Margot Fonteyn e Rudolf Nureyev nel 1963 – lo sguardo mi cade sulla scritta SOLD OUT delle due date di Sergei Polunin, il bambino cattivo della danza come è stato ribattezzato dopo il suo clamoroso abbandono del Royal Ballet nel 2012. E dopo aver visto il video qua sotto capisco anche il perchè…

Come Mikhail Baryshnikov, l’ucraino Sergei Polunin ha un viso spigoloso, occhi azzurrissimi, quasi trasparenti, e l’incredibile capacità di levarsi nell’aria, come se volare fosse la cosa più normale del mondo per un essere umano. Nato a Kherson, una povera città dell’Ucraina sud poco distante dalle coste del Mar Nero, Polunin ricorda la sua infanzia come felice. Ma sua madre, Galina avendo notato l’insolita elasticità del bambino guarda lontano e lo iscrive prima a ginnastica e poi al balletto e quando la portata del suo talento diventa ovvia e Polunin è accettato alla scuola di ballo di Kiev, lei è  determinata a fare di lui una stella a tutti i costi. Ma la scuola di danza di Kiev era costosa e per pagare la retta suo padre accetta un lavoro in Portogallo e sua nonna in Grecia, mentre Galina abbandona la sua vita a Kherson per trasferirsi a Kiev con Sergei.

Eppoi la svolta nel 2003 quando, grazie ad una borsa di studio della Rudolf Nureyev Foundation, Polunin entra a far parte della British Royal Ballett School e si trasferisce a Londra.  “E qui”, dice Polunin, “è quando il divertimento è finito.”

Studente superdotato, Polunin era prima di tutto un adolescente che per la prima volta si trovava a vivere da solo, e a farlo in una città come Londra. Non è difficile capire perché il giovane Sergei sia uscito di testa al primo assaggio di libertà. Ma la sua vita fatta di sesso droghe e rock’n’roll non gli impedisce di diventare, appena diciannovenne la più giovane étoile del Royal Ballet di Londra. Ed è qui che cominciano i problemi. Se il periodo che segue  è  professionalmente molto positivo, a livello personale è l’inizio di una profonda crisi che nei successivi due anni si manifesta con vari segnali di irrequietezza, palesando la propria insofferenza anche molto pubblicamente tramite i social network. Nel frattempo, la sua famiglia implode e quando Galina e Vladimir divorziano due anni dopo, qualcosa si rompe nel delicato equilibrio del quindicenne Sergei. Continua a danzare e a fare progressi e neanche ventenne ha già raggiunto la maggior parte dei suoi obiettivi professionali. Ma con la motivazione se ne va anche la gioia che derivava dal suo lavoro. Un lavoro che comunque a lui non importava più, visto che la sua famiglia non c’era più per trarre beneficio dal suo successo – e anche se ci fossero stati Sergei non voleva più aver a che fare con loro, soprattutto con sua madre, a cui rimproverava di averlo costretto ad una carriera che non avrebbe  mai scelto. Entro il 2012, Polunin ne ha abbastanza e se ne va dal Royal Ballet tra lo stupore generale.

“Non riuscivo a trovare un equilibrio, dal punto di vista della danza, io sentivo di non poter decidere su nulla. Mi trovavo in un posto fantastico a lavorare con persone fantastiche, ma il prezzo da pagare era il non poter decidere.”

Dopo la crisi e un vagabondaggio artistico attraverso vari teatri russi mantenendo però la libertà di potersi esibire altrove ed impegnarsi in altri progetti personali come la moda o vari servizi fotografici. La storia della sua vita è raccontata in Dancer il documentario cinematografico Steve Cantor di cui fa parte anche il video di David La Chapelle che vede Polunin danzare un assolo incredibile sulle note di Take me to the Church di Hozier. Che dire? Avendo perso l’occasione di vederlo ballare con la sua compagna, la sublime Natalia Osipova alla Royal Opera House (dove mi sono affannata a cercare i biglietti per Roberto Bolle ancora prima di vedere nel casting il nome di Polunin*) cercherò il dvd… E nel frattempo, Roberto aspettami! 🙂

*(e meno male che non l’ho fatto comprare i biglietti per il suo balletto che Polunin ha cancellato la sua performance. Infaffidabile fino alla fine…)

 

Il Mayerling di Kennet MacMillan

Sesso, droga e un doppio suicidio: benvenuti nel tragico mondo di Mayerling. Il balletto, basato sui cosidetti Fatti di Mayerling, è la vera quella serie di eventi che condussero alla morte violenta dell’Arciduca Rodolfo d’Asburgo-Lorena e della sua amante adolescente, la diciassettenne baronessina Maria Vetsera, fu creato da Sir Kennet McMillan nel 1978 per il Royal ballet di Londra. I  corpi furono ritrovati a Mayerling, un piccolo paese nella Bassa Austria, il 30 gennaio del 1889. Pare che i due avessero stabilito un lugubre patto di morte, dopo che il padre di Rodolfo, l’arciduca Francesco Giuseppe aveva richiesto che i due si separassero. Pare che Rodolfo abbia sparato alla tempia della Vetsera (pienamente consenziente, si spera…) prima di togliersi lui stesso la vita. Inutile dire che si fece di tutto per mettere a tacere lo scandalo. La versione ufficiale fatta circolare imputava la causa della morte di Rodolfo ad un attacco di cuore, mentre l’esistenza di Maria Vetsera scomparve compleatamnte dalla scena e dalla storia. Il suo corpo, completamente vestito e con tanto di cappello di cappello (legato ad un manico di scopa per tenerne diritta la schiena) fu trasportato in carrozza ad Heiligenkreuz, dove fu seppellito segretamente e in tutta fretta.

McMillan è insieme a Frederick Ashton uno dei più grandi coreografi del ventesimo secolo. A lui si deve per esempio quel capolavoro assoluto che è Romeo e Giulietta con le musiche di Prokofiev. Ma diversamente da Ashton, McMillan non aveva paura di confrontarsi con temi controversi e mettere a nudo la parte più oscura della natura umana e della sessualità e spesso i suoi balletti sono incentrati su personaggi che sarebbero considerati degli outsider nella società moderna. Come il meraviglioso Manon e questo altrettanto meravigioso Mayerling.

Natalia Osipova and Edward Watson in Mayerling Credit: Alastair Muir

Natalia Osipova and Edward Watson in Mayerling Credit: Alastair Muir

Lo show appartiene ad Edward Watson perfetto nel ruolo dell’anti-principe, il dannato Rodolfo. Alto, snodato e flessibile in modo insolito e con una capacità di torsione che altri non possiedono, Watson (che è primo ballerino con il Royal Ballet di Londra) è l’opposto dell’eroe atletico e benigno di Carlos Acosta o Roberto Bolle. A Watson non piace fare il principe, a meno che non sia un pazzo o un suicida – e propio quel suo corpo elastico gli permette di esprimere l’angoscia interiore di un personaggio come Rodolfo, un donnaiolo violento ed crudele. Rodolfo è un uomo a disagio nel suo stesso corpo, in lotta con se stesso la cui pazzia sarà la causa della tragedia finale.

Ma sono le scene che precedono l’epilogo le più sinistre. La violenza con cui Rodolfo-Watson fisicamente “maneggia” (letteralmente)  la moglie bambina e le sue varie amanti  con violenza e non curanza come se invece di persone si trattasse di bambole di pezza. Pazzia,  passione e sensualità sono emozioni che di rado sono mostrate così apertamente in un balletto.

Rodolfo trova pane per i suoi denti nella giovanissima Maria Vetsera, l’ultima delle sue amanti anch’essa ossessionata dalla morte e dal sesso, qui interpretata dalla sublime Natalia Osipova (nota  a molti per essere la compagna del bambino cattivo della danza, Sergei Polunin). La Osipova è un ex-Bolshoi e fa suo questo personaggio con un’energia, una sicurezza e una passione pari a quella di Watson. Lo splendido pas de deux finale in cui i due si gettano è al tempo stesso selvaggio e sublime. Lo so perché grazie ai binocoli ho potuto vedere le loro espressioni.  Ero con loro sul palco, dentro il palco ed ad un certo punto ho realizzato che così assorta che ho quasi dimenticato di respirare. E se questa non è magia, non so cosa sia. Certamente per me è puro genio.

I gioielli di George Balanchine

Ho visto per la prima volta Jewels alla Royal Opera House nell’estate del 2013 quando la Compagnia di Ballo del Bolshoi è venuta in tournè a Londra. Sono ancora abbastanza una novizia in fatto di balletto e tendo a preferire opere che abbiamo una certa narrativa perché sono più facili da seguire. Ma la la bellezza astratta del capolavoro (uno dei capolavori…) di George Balanchine, uno dei più grandi coreografi del ventesimo secolo e uno dei fondatori della tecnica del balletto classico negli Stati Uniti mi ha lasciata completamente a bocca aperta.

E quando, la settimana scorsa, è stata la volta del Royal Ballet non vedevo l’ora… Negli ultimi dieci anni sono diventata una vera e propri balletomane e i ballerini del Royal Ballet sono diventati un po’ quello che i Duran Duran erano per me  15 anni: i miei beniamini…

Fu una visita alla gioelleria di Van Cleef & Arpels a New York ad ispirare Balanchine per questo balletto, creato nel 1967.  E fedele al suo nome, Jewels è strutturato in tre parti, ovvero Emeralds, un omaggio poetico alla scuola romantica francese tradizionalmente danzato con dei tutù lunghi di colore verde; Rubies che incarna la tradizione americana, improntata al musical di Broadway, con intonazioni jazz e (come si può immaginare) ha per tema il colore rosso rubino, e Diamonds che si ispira allo stile e al gran virtuosismo dei grandi balletti classici della tradizione artistica russa (tutti elementi cui si deve la celebrità di questa grande scuola) è in bianco e oro.

Marianela Nuñez and Thiago Soares in ‘Diamonds’ Bill Cooper

E ancora una volta mi Jewels mi ha conquisitato. Sembravano angeli che, avvolti in costumi magnifici, si muovevano sulle note di Faurè, Stravinsky e Čaikovskij come se la loro vita stessa dipendesse da quella musica. Ci sono momenti  in cui la vita ci regala uno squarcio di perfezione assoluta, quando la bellezza con la “B” maiuscola tocca una qualche corda nascosta dell’anima. E allora quando si ha un cuore di panna come il mio salgono le lacrime agli occhi per pura gratitudine …

Mrs Dalloway di Virginia Woolf

Ho letto Orgoglio e Pregiudizio quando avevo diciassette anni e non mi è piaciuto per nulla. L’ho trovato noioso e per nulla divertente. Dov’erano quell’ironia e quella leggerezza di cui i testi di critica letteraria parlavano tanto?
Allo stesso modo ho letto Gita al Faro quando ne avevo ventisette di anni e ho provato la stessa sensazione di noia, come se di Jane Austen, così come di Virginia Woolf mi stesse sempre sfuggendo qualcosa. Qualcosa di indefinito e che non riuscivo ad afferrare. Certo leggere i romanzi in traduzione non aiuta, e lo so per esperienza essendo io stessa una traduttrice (troppo spesso disoccupata che al giorno d’oggi nessuno vuole pagare per la qualità). Il grande Umberto Eco ha persino dedicato un libro all’argomento, la bibbia del traduttore, dal titolo Dire quasi la stessa cosa. Che una traduzione non potrà mai dire esattamente la stessa cosa (a volte in una lingua mancano proprio le parole stesse adatte per farlo), ma come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. Tradurre porta inevitabilmente via qualcosa al testo originale: leggere Dante in inglese suona osceno, così come dopo aver sperimentato Shakespeare in inglese uno non potrà mai più avvicinarsi neanche di striscio ad una traduzione italiana (o francese, o tedesca…). Seppure sia quasi lo stesso, non sarà mai lo stesso.

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

E questo l’ho sperimentato leggendo Mrs Dalloway. Dopo il mio tentativo abortito di leggere La Signora Dalloway in italiano una ventina di anni fa, avevo esiliato Virginia Woolf tra gli autori illeggibili. Poi qualche settimana fa, alla Royal Opera House, ho assistito ad un magnifico balletto del coreografo inglese Wayne McGregor dal titolo Woolf Works che mi ha fatto ritornare la voglia di dare a Virginia Woolf una seconda possibilità. Se non altro perché Alessandra Ferri, che interpretava Clarissa Dalloway che (ironia della sorte, o forse no) ha quasi esattamente la stessa sua età, è riuscita con delicatezza a trasmettere tutta la serie di inquietanti emozioni che passano per la mente di Mrs Dalloway. Come la meditazione sulla vita e sulla morte, per esempio – che costituisce uno dei temi centrali del libro.
La trama del libro è pressoché inesistente, pointless,senza senso, inutile suggerisce gentilmente la mia dolce metà che Virginia Woolf davvero non la può proprio soffrire. Tutto il libro infatti si condensa nel corso di una giornata, mercoledì del giugno 1923 nel corso della quale la protagonista, la ricca cinquantunenne Clarissa Dalloway, si reca a Bond Street per comprare dei fiori per la festa che sta organizzando per la sera stessa e durante la giornata incontra gente e soprattutto, pensa e ricorda il suo passato. Le descrizioni esterne sono appena abbozzate, Londra è un’entità astratta, colorata, viva e pulsante come i quadri della sorella Vanessa Bell, ma questo non è il punto: ciò che importa è l’inesorabile passare del tempo. E il passare del tempo – sempre chiaramente scandito dal Big Ben attravesro tutto il libro – il suo non essere mai abbastanza o il suo dilatarsi in modo spropositato nella mente dei personaggi gioca un ruolo fondamentale nell’intero libro. Ma la cosa che mi ha colpito di più è come la stessa Clarissa diventa una persona attraverso la sua memoria sua e di chi la circonda. La realtà ha molte facce, tutte ugualmente vere direbbe Pirandello. Da giovane sono stata un’appassionata lettrice di Marcel Proust e James Joyce (in traduzione) ma erano anni che non leggevo nulla che utilizzasse la tecnica dello stream of consiounsess, del flusso di coscienza. Ritrovarlo qui mi ha elettrizzato.

Non solo. Ci sono libri che si apprezzano solo con l’esperienza portata dall’età. Come da adolescente avevo trovato Jane Austen troppo quieta per i miei gusti che un’adolescente vuole romanticismo e passione (tutte cose che abbondavano in Foscolo, Goethe o nel mondo tormentato delle per esempio…) e l’ho rivalutata in età adulta, quando i suoi romanzi perfettamente bilanciati ed armoniosi mi hanno offerto quell’oasi di pace e tranquillità in cui rifugiarmi quando la vita ha deciso di fornirmi, mio malgrado, una robusta dose di inquietudine, ansia e dolore fornitami, così è capitato con Virginia Woolf. I desideri di Clarissa Dalloway e degli altri, le loro angosce, le paure – della solitudine, della morte ma anche della vita – il loro esseri fragili esseri umani feriti dalle circostanze e impotenti di fronte alla vita. E ancora, la fatica di essere donna in una società che ancora oggi ostacola e punisce le donne che vogliono ottenere dalla vita e dalla carriera gli stessi risultati di un uomo.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Le arti dopo Brexit

Il Primo Ministro britannico Theresa May, questa reincarnazione di Margaret Thatcher che abbiamo attualmente al governo, ha in comune con la notoria signora che l’ha preceduta l’inflessibilità e pare anche l’incapacità di ascoltare. La gente protesta, le manifestazioni si susseguono, le petizioni anche (incluse quella che dovrebbe essere discussa in questi giorni dal Parlamento sulla vista di Trump a Londra). Ma lei va avanti, dritta come un treno sui suoi binari, implacabile, inflessibile e oblivia di tutto quanto le sta attorno come un cavallo a cui sono stati messi i paraocchi. E tutto quanto le sta attorno include (più che mai come in questo momento) le arti, di cui l’Inghilterra e Londra in particolare, vanno cosi giustamente fiere. Cosa succederà – si chiedono i direttori di musei e teatri, attori e registi, cantanti, musicisti e ballerini etc (che non sono solo le industrie della ristorazione, del turismo e dei servizi a beneficiare largamente dell’immigrazione), cosa succederà si chiede il mondo dell’arte, della musica e dello spettacolo britannico, dopo Brexit?

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

E se le arti rappresentano quel 48% della popolazione che voleva restare in Europa, come può questa minoranza riuscire a convincere il famigerato 52% che ha votato per uscire dall’UE che l’arte per prosperare ha bisogno di quella libertà di movimento che solo la caduta dei confini comporta?

E già gli effetti si fanno sentire: è di qualche giorno fa infatti la notizia che la European Union Baroque Orchestra, un’orchestra, co-fondata dalla UE che offre ai giovani musicisti provenienti da tutta Europa l’opportunità di fare un anno di esperienza esibendosi in un orchestra barocca, lascerà per sempre la sua sede di Woodstock, nell’Oxfordshire. Anzi, lascerà la Gran Bretagna per trasferire la sua sede permanentente ad Anversa, in Belgio, entro il 2018. Davanti alla possibilità reale che i propri musicisti debbano in futuro richiedere il visto o permessi di lavoro – una lunga e costosa burocrazia – l’orchestra ha preferito non correre rischi. Chissà chi sarà il prossimo.

Lo stesso Alex Beard, l’amministratore delegato della Royal Opera House ha dichiarato di recente che la qualità del lavoro del famoso teatro londinese conta sulla possibilità, in caso di malattia di un artista o di un musicista, di accedere immediatamente ad un bacino di talenti sostitutivi dall’Europa tempo breve. E se questo è vero per tutte le istituzioni artistiche della Gran Bretagna, è particolarmente vero per Londra.

Ed proprio questo indiscusso primato di Londra sul resto del Paese la causa anche di un diffuso risentimento della “provincia” nei confronti della Capitale – un fatto che impossibile da negare. Perchè come famosamente disse Samuel Johnson “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire.” E questo -soprattutto per quanto mi riguarda – è certamente vero per la vita intellettuale. Opera, teatro, arte, mostre, musical, concerti, balletti: a Londra la vita culturale è un vulcano in continua ebollizione e la qualita’ è sempre di alto, altissimo livello. E questo, bisogna dirlo, è (oltre alla mia dolce meta’, naturalemente!) uno dei motivi che mi tiene ancorata alla Capitale come un’ostrica allo scoglio da quasi 18 anni. E per una vita culturale così, vale anche la pena di sopportare qualche estate un po’ più fredda della nostra italiana…

Ma come il mondo delle arti anch’io sono rimasta traumatizzata da Brexit e dal risultato del referendum. Mi sembra un controsenso che il colto conservatore benestante che applaude estasiato la nostra étoile nostrana Roberto Bolle quando appare come ospite del Royal Ballet, il corpo di balldo della Royal Opera House di Londra o la soprano rumena Angela Gheorghiu (o lo spagnolo Placido Domingo, o il maltese Joseph Calleja, o il tedesco Jonas Kaufmann o il francese Roberto Alagna)  sia la stessa persona che non vuole stranieri in Gran Bretagna, motivato da un anacronistico desiderio di tornare al grandioso isolazionismo dell’Impero britannico.

La stessa cosa vogliono anche i cittadini di Barnsley, città nel Sud dello Yorkshire dove un’incredibile 68% ha votato per Brexit. Ma i motivi sono diversi da quelli di alcuni abitanti del benestante Sud dell’Inghilterra. Che forse il disoccupato dello Yorkshire o il pensionato del Lancashire che abitano in cittadine devastate dal pugno di ferro di Margaret Thatcher non sanno neppure chi la Gheorghiu sia, perché magari non sono mai stati all’opera o a teatro. O a visitare una mostra o un muso. O ad assistere ad un concerto. Questo, ammesso, che la città in questione ce abbia un teatro, o un museo, o una sala da concerti. Il punto è che senza queste istituzioni non sorprende che la gente cresca senza la consapevolezza dell’importanza delle arti, dell’importanza della cultura come mezzo per aprire la mente, per capire a apprezzare il mondo che ci sta attorno. Non sorprende pertanto che i gli abitanti di Barnsley siano scandalizzati alla notizia che Bruxelles abbia investito milioni di sterline (“tax payers money!” dice scandalizzato uno degli intervistati nel video qui sotto) nelle arti mentre tra loro c’è gente che è disoccupata da anni. Per loro Angela Gheorghiu è semplicemente un’altra rumena di cui farebbero volentieri a meno, come il mussulmano che viene dalla Siria o dal Pakistan.

Allora, mi chiedo io, se forse questo non sia il momento buono per le arti in generale di affrontare questo tema, Brexit dico con tutto quello che comporta il perché, il percome, le conseguenze. Sono soggetti importanti. L’aria è piena di domante: le arti forse possono provare a dare qualche risposta.

Alessandra Ferri in Woolf Works

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then (da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia di vivere, la bellezza pura del suo esser lì, in quel momento. Viva, pulsante. Una vera pin-up per noi donne di mezza età, che (un po’ come Mrs Dalloway?) siamo spesso troppo pronte a rassegnarci a quell’invisibilità a cui la vita dopo gli -anta (siano essi quaranta o novanta…) spesso ci relega.

federico-bonelli-beatriz-stix-brunell-alessandra-ferri-francesca-hayward-and-gary-avis-in-the-ii-now-i-theni-section-of-iwoolf-worksi-br-dave-morgan-courtesy-the-royal-opera-house-d

Era tanto che desideravo vederla danzare, Alessandra Ferri che per chi ama il balletto lei  una leggenda vivente avendo danzato con compagnie come il Royal Ballet di Londra (1980–1984), l’American Ballet Theatre di New York (1985–2007) e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano (1992–2007) e con personaggi come il leggendario Mikhail Baryshnikov e il nostro magnifico Roberto Bolle... solo per citare alcuni nomi. E nel 2015 c’ero quasi riuscita a vederla qui a Londra, in occasione di un allestimento di Chéri alla Royal Opera House anche se poi ho dovuto rinunciare all’ultimo momento per motivi di famiglia. Ma lei ha continuato a stuzzicarmi per tutto questo tempo – anche se sotto forma di uno spot televisivo per il gigante farmaceutico inglese Boots, che è riuscito a convincerla ad accettare di pubblicizzare una delle loro creme per il viso. Lei ha accettato, ma ad una condizione: niente ritocchi alle rughe. Inutile dire che ho esultato. Ricordo mia madre, allora una bellissima quarantenne (plus) arrabbiarsi con le pubblicità delle creme per il viso pubblicizzate da modelle adolescentiche che promettevano risultati miracolosi.

E a questo Alessandra Ferri si è semplicemente opposta. All’idea che ci sia qualcosa di sbagliato con l’avere qualche ruga. Certo, è perfettamente normale per le donne (e anche gli uomini) il voler apparire al meglio. Ma questo – continua – la Ferri, significa fare le cose che ci fanno sentire meglio. È inutile negare quello che siamo e a meno che non impariamo ad accettare il fatto che il passare del tempo sia parte della vita, saremo sempre insoddisfatti. Che la vita continua anche dopo gli –anta. E, come nel caso della Ferri, può riservare ancora tante sorprese. Applausi

L’importanza della passione: Ezio Bosso

Se non lavorassi al museo mi piacerebbe lavorare in teatro. Anzi, nel più bel teatro di Londra: la Royal Opera House. E non solo perché gli usher hanno una bella uniforme (che se voi come me foste costretti per contratto a trascorrere i tre quarti del vostro tempo indossando un uniforme allora capireste il mio interesse per quelle degli altri), ma perché è un edificio bellissimo e da quando vivo a Londra e ho scoperto che per il prezzo di un biglietto da cinema o pco più posso andare all’opera e al balletto, vado ogni volta che posso. E finisce che scopro cose nuove. Come qualche sera fa, per esempio quando ho visto un programma misto dal titolo Obsidian Tear/The Invitation/Within the Golden Hour, tre balletti di un atto ad opera rispettivamente dei coreografi Wayne McGregor, Sir Kenneth MacMillan (sì, quello di Romeo e Giulietta con le musiche di Prokofiev), e Christopher Wheeldon. Ed è stato quest’ultimo quello che mi ha strappato il cuore.

 

Se il balletto è musica fatta immagine, allora questo Within The Golden Hour creato nel 2008 dal coreografo del Royal Ballet Christopher Wheeldon per il San Francisco Ballet è un  inno alla bellezza del movimento, un piccolo gioiello di astrazione neoclassica. Ma per me non sarebbe stata la stessa cosa senza la meravigliosa musica del compositore  Ezio Bosso. Non mi interesso molto di musica contemporanea e a parte quel mito di Ennio Morricone e quel ricciolone di Giovanni Allevi non conosco molti altri compositori contemporanei di spicco. Così l’ho cercato su Google e oltre ad un CV da far paura, ho scoperto che Ezio è affetto da Sclerosi Multipla (SM), una malattia autoimmune che gli è stata diagnosticata nel 2011. Inutile dire che la cosa mi ha gelato il sangue anche solo per il fatto che mia madre se n’è andata da questo mondo con una malattia neurologica autoimmune, e so quanto le malattie di questo tipo siano terribili per chi ne è affetto e per i famigliari.

 

 

 

800px-Ezio-bosso

Ezio Bosso

Tra i tanti video che ho trovato su Internet, c’è quello della sua performance al Festival di San Remo di quest’anno e mi ha commosso profondamente. Ma non perché Ezio è sulla sedia a rotelle, al contrario. No, la mia era pura ammirazione. Così come la mia ammirazione per Beethoven cresce ogni volta che ascolto il Chiaro di Luna e non riesco a capacitarmi del fatto che quando l’ha composto il musicista era completamente sordo. E così, mentre guardavo le mani di Ezio Bosso – di questa persona di cui fino a ieri non conoscevo l’esistenza e la cui bellissima musica The Sky seen from the Moon per  Whitin The Golden Hour mi ha toccato il cuore così profondamente qualche sera prima a teatro – accarezzare delicatamente i tasti del pianoforte con un sorriso pieno di pura gioia stampato sulla faccia, ho avuto ancora una volta la conferma che le passioni, quelle vere, saranno sempre un inno alla bellezza della vita, anche quando è un po’ bastarda.

                                   San Francisco Ballet in “Within the Golden Hour”