I gioielli di George Balanchine

Ho visto per la prima volta Jewels alla Royal Opera House nell’estate del 2013 quando la Compagnia di Ballo del Bolshoi è venuta in tournè a Londra. Sono ancora abbastanza una novizia in fatto di balletto e tendo a preferire opere che abbiamo una certa narrativa perché sono più facili da seguire. Ma la la bellezza astratta del capolavoro (uno dei capolavori…) di George Balanchine, uno dei più grandi coreografi del ventesimo secolo e uno dei fondatori della tecnica del balletto classico negli Stati Uniti mi ha lasciata completamente a bocca aperta.

E quando, la settimana scorsa, è stata la volta del Royal Ballet non vedevo l’ora… Negli ultimi dieci anni sono diventata una vera e propri balletomane e i ballerini del Royal Ballet sono diventati un po’ quello che i Duran Duran erano per me  15 anni: i miei beniamini…

Fu una visita alla gioelleria di Van Cleef & Arpels a New York ad ispirare Balanchine per questo balletto, creato nel 1967.  E fedele al suo nome, Jewels è strutturato in tre parti, ovvero Emeralds, un omaggio poetico alla scuola romantica francese tradizionalmente danzato con dei tutù lunghi di colore verde; Rubies che incarna la tradizione americana, improntata al musical di Broadway, con intonazioni jazz e (come si può immaginare) ha per tema il colore rosso rubino, e Diamonds che si ispira allo stile e al gran virtuosismo dei grandi balletti classici della tradizione artistica russa (tutti elementi cui si deve la celebrità di questa grande scuola) è in bianco e oro.

Marianela Nuñez and Thiago Soares in ‘Diamonds’ Bill Cooper

E ancora una volta mi Jewels mi ha conquisitato. Sembravano angeli che, avvolti in costumi magnifici, si muovevano sulle note di Faurè, Stravinsky e Čaikovskij come se la loro vita stessa dipendesse da quella musica. Ci sono momenti  in cui la vita ci regala uno squarcio di perfezione assoluta, quando la bellezza con la “B” maiuscola tocca una qualche corda nascosta dell’anima. E allora quando si ha un cuore di panna come il mio salgono le lacrime agli occhi per pura gratitudine …

Mrs Dalloway di Virginia Woolf

Ho letto Orgoglio e Pregiudizio quando avevo diciassette anni e non mi è piaciuto per nulla. L’ho trovato noioso e per nulla divertente. Dov’erano quell’ironia e quella leggerezza di cui i testi di critica letteraria parlavano tanto?
Allo stesso modo ho letto Gita al Faro quando ne avevo ventisette di anni e ho provato la stessa sensazione di noia, come se di Jane Austen, così come di Virginia Woolf mi stesse sempre sfuggendo qualcosa. Qualcosa di indefinito e che non riuscivo ad afferrare. Certo leggere i romanzi in traduzione non aiuta, e lo so per esperienza essendo io stessa una traduttrice (troppo spesso disoccupata che al giorno d’oggi nessuno vuole pagare per la qualità). Il grande Umberto Eco ha persino dedicato un libro all’argomento, la bibbia del traduttore, dal titolo Dire quasi la stessa cosa. Che una traduzione non potrà mai dire esattamente la stessa cosa (a volte in una lingua mancano proprio le parole stesse adatte per farlo), ma come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. Tradurre porta inevitabilmente via qualcosa al testo originale: leggere Dante in inglese suona osceno, così come dopo aver sperimentato Shakespeare in inglese uno non potrà mai più avvicinarsi neanche di striscio ad una traduzione italiana (o francese, o tedesca…). Seppure sia quasi lo stesso, non sarà mai lo stesso.

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

E questo l’ho sperimentato leggendo Mrs Dalloway. Dopo il mio tentativo abortito di leggere La Signora Dalloway in italiano una ventina di anni fa, avevo esiliato Virginia Woolf tra gli autori illeggibili. Poi qualche settimana fa, alla Royal Opera House, ho assistito ad un magnifico balletto del coreografo inglese Wayne McGregor dal titolo Woolf Works che mi ha fatto ritornare la voglia di dare a Virginia Woolf una seconda possibilità. Se non altro perché Alessandra Ferri, che interpretava Clarissa Dalloway che (ironia della sorte, o forse no) ha quasi esattamente la stessa sua età, è riuscita con delicatezza a trasmettere tutta la serie di inquietanti emozioni che passano per la mente di Mrs Dalloway. Come la meditazione sulla vita e sulla morte, per esempio – che costituisce uno dei temi centrali del libro.
La trama del libro è pressoché inesistente, pointless,senza senso, inutile suggerisce gentilmente la mia dolce metà che Virginia Woolf davvero non la può proprio soffrire. Tutto il libro infatti si condensa nel corso di una giornata, mercoledì del giugno 1923 nel corso della quale la protagonista, la ricca cinquantunenne Clarissa Dalloway, si reca a Bond Street per comprare dei fiori per la festa che sta organizzando per la sera stessa e durante la giornata incontra gente e soprattutto, pensa e ricorda il suo passato. Le descrizioni esterne sono appena abbozzate, Londra è un’entità astratta, colorata, viva e pulsante come i quadri della sorella Vanessa Bell, ma questo non è il punto: ciò che importa è l’inesorabile passare del tempo. E il passare del tempo – sempre chiaramente scandito dal Big Ben attravesro tutto il libro – il suo non essere mai abbastanza o il suo dilatarsi in modo spropositato nella mente dei personaggi gioca un ruolo fondamentale nell’intero libro. Ma la cosa che mi ha colpito di più è come la stessa Clarissa diventa una persona attraverso la sua memoria sua e di chi la circonda. La realtà ha molte facce, tutte ugualmente vere direbbe Pirandello. Da giovane sono stata un’appassionata lettrice di Marcel Proust e James Joyce (in traduzione) ma erano anni che non leggevo nulla che utilizzasse la tecnica dello stream of consiounsess, del flusso di coscienza. Ritrovarlo qui mi ha elettrizzato.

Non solo. Ci sono libri che si apprezzano solo con l’esperienza portata dall’età. Come da adolescente avevo trovato Jane Austen troppo quieta per i miei gusti che un’adolescente vuole romanticismo e passione (tutte cose che abbondavano in Foscolo, Goethe o nel mondo tormentato delle per esempio…) e l’ho rivalutata in età adulta, quando i suoi romanzi perfettamente bilanciati ed armoniosi mi hanno offerto quell’oasi di pace e tranquillità in cui rifugiarmi quando la vita ha deciso di fornirmi, mio malgrado, una robusta dose di inquietudine, ansia e dolore fornitami, così è capitato con Virginia Woolf. I desideri di Clarissa Dalloway e degli altri, le loro angosce, le paure – della solitudine, della morte ma anche della vita – il loro esseri fragili esseri umani feriti dalle circostanze e impotenti di fronte alla vita. E ancora, la fatica di essere donna in una società che ancora oggi ostacola e punisce le donne che vogliono ottenere dalla vita e dalla carriera gli stessi risultati di un uomo.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Le arti dopo Brexit

Il Primo Ministro britannico Theresa May, questa reincarnazione di Margaret Thatcher che abbiamo attualmente al governo, ha in comune con la notoria signora che l’ha preceduta l’inflessibilità e pare anche l’incapacità di ascoltare. La gente protesta, le manifestazioni si susseguono, le petizioni anche (incluse quella che dovrebbe essere discussa in questi giorni dal Parlamento sulla vista di Trump a Londra). Ma lei va avanti, dritta come un treno sui suoi binari, implacabile, inflessibile e oblivia di tutto quanto le sta attorno come un cavallo a cui sono stati messi i paraocchi. E tutto quanto le sta attorno include (più che mai come in questo momento) le arti, di cui l’Inghilterra e Londra in particolare, vanno cosi giustamente fiere. Cosa succederà – si chiedono i direttori di musei e teatri, attori e registi, cantanti, musicisti e ballerini etc (che non sono solo le industrie della ristorazione, del turismo e dei servizi a beneficiare largamente dell’immigrazione), cosa succederà si chiede il mondo dell’arte, della musica e dello spettacolo britannico, dopo Brexit?

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

E se le arti rappresentano quel 48% della popolazione che voleva restare in Europa, come può questa minoranza riuscire a convincere il famigerato 52% che ha votato per uscire dall’UE che l’arte per prosperare ha bisogno di quella libertà di movimento che solo la caduta dei confini comporta?

E già gli effetti si fanno sentire: è di qualche giorno fa infatti la notizia che la European Union Baroque Orchestra, un’orchestra, co-fondata dalla UE che offre ai giovani musicisti provenienti da tutta Europa l’opportunità di fare un anno di esperienza esibendosi in un orchestra barocca, lascerà per sempre la sua sede di Woodstock, nell’Oxfordshire. Anzi, lascerà la Gran Bretagna per trasferire la sua sede permanentente ad Anversa, in Belgio, entro il 2018. Davanti alla possibilità reale che i propri musicisti debbano in futuro richiedere il visto o permessi di lavoro – una lunga e costosa burocrazia – l’orchestra ha preferito non correre rischi. Chissà chi sarà il prossimo.

Lo stesso Alex Beard, l’amministratore delegato della Royal Opera House ha dichiarato di recente che la qualità del lavoro del famoso teatro londinese conta sulla possibilità, in caso di malattia di un artista o di un musicista, di accedere immediatamente ad un bacino di talenti sostitutivi dall’Europa tempo breve. E se questo è vero per tutte le istituzioni artistiche della Gran Bretagna, è particolarmente vero per Londra.

Ed proprio questo indiscusso primato di Londra sul resto del Paese la causa anche di un diffuso risentimento della “provincia” nei confronti della Capitale – un fatto che impossibile da negare. Perchè come famosamente disse Samuel Johnson “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire.” E questo -soprattutto per quanto mi riguarda – è certamente vero per la vita intellettuale. Opera, teatro, arte, mostre, musical, concerti, balletti: a Londra la vita culturale è un vulcano in continua ebollizione e la qualita’ è sempre di alto, altissimo livello. E questo, bisogna dirlo, è (oltre alla mia dolce meta’, naturalemente!) uno dei motivi che mi tiene ancorata alla Capitale come un’ostrica allo scoglio da quasi 18 anni. E per una vita culturale così, vale anche la pena di sopportare qualche estate un po’ più fredda della nostra italiana…

Ma come il mondo delle arti anch’io sono rimasta traumatizzata da Brexit e dal risultato del referendum. Mi sembra un controsenso che il colto conservatore benestante che applaude estasiato la nostra étoile nostrana Roberto Bolle quando appare come ospite del Royal Ballet, il corpo di balldo della Royal Opera House di Londra o la soprano rumena Angela Gheorghiu (o lo spagnolo Placido Domingo, o il maltese Joseph Calleja, o il tedesco Jonas Kaufmann o il francese Roberto Alagna)  sia la stessa persona che non vuole stranieri in Gran Bretagna, motivato da un anacronistico desiderio di tornare al grandioso isolazionismo dell’Impero britannico.

La stessa cosa vogliono anche i cittadini di Barnsley, città nel Sud dello Yorkshire dove un’incredibile 68% ha votato per Brexit. Ma i motivi sono diversi da quelli di alcuni abitanti del benestante Sud dell’Inghilterra. Che forse il disoccupato dello Yorkshire o il pensionato del Lancashire che abitano in cittadine devastate dal pugno di ferro di Margaret Thatcher non sanno neppure chi la Gheorghiu sia, perché magari non sono mai stati all’opera o a teatro. O a visitare una mostra o un muso. O ad assistere ad un concerto. Questo, ammesso, che la città in questione ce abbia un teatro, o un museo, o una sala da concerti. Il punto è che senza queste istituzioni non sorprende che la gente cresca senza la consapevolezza dell’importanza delle arti, dell’importanza della cultura come mezzo per aprire la mente, per capire a apprezzare il mondo che ci sta attorno. Non sorprende pertanto che i gli abitanti di Barnsley siano scandalizzati alla notizia che Bruxelles abbia investito milioni di sterline (“tax payers money!” dice scandalizzato uno degli intervistati nel video qui sotto) nelle arti mentre tra loro c’è gente che è disoccupata da anni. Per loro Angela Gheorghiu è semplicemente un’altra rumena di cui farebbero volentieri a meno, come il mussulmano che viene dalla Siria o dal Pakistan.

Allora, mi chiedo io, se forse questo non sia il momento buono per le arti in generale di affrontare questo tema, Brexit dico con tutto quello che comporta il perché, il percome, le conseguenze. Sono soggetti importanti. L’aria è piena di domante: le arti forse possono provare a dare qualche risposta.

Alessandra Ferri in Woolf Works

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then (da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia di vivere, la bellezza pura del suo esser lì, in quel momento. Viva, pulsante. Una vera pin-up per noi donne di mezza età, che (un po’ come Mrs Dalloway?) siamo spesso troppo pronte a rassegnarci a quell’invisibilità a cui la vita dopo gli -anta (siano essi quaranta o novanta…) spesso ci relega.

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Era tanto che desideravo vederla danzare, Alessandra Ferri che per chi ama il balletto lei  una leggenda vivente avendo danzato con compagnie come il Royal Ballet di Londra (1980–1984), l’American Ballet Theatre di New York (1985–2007) e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano (1992–2007) e con personaggi come il leggendario Mikhail Baryshnikov e il nostro magnifico Roberto Bolle... solo per citare alcuni nomi. E nel 2015 c’ero quasi riuscita a vederla qui a Londra, in occasione di un allestimento di Chéri alla Royal Opera House anche se poi ho dovuto rinunciare all’ultimo momento per motivi di famiglia. Ma lei ha continuato a stuzzicarmi per tutto questo tempo – anche se sotto forma di uno spot televisivo per il gigante farmaceutico inglese Boots, che è riuscito a convincerla ad accettare di pubblicizzare una delle loro creme per il viso. Lei ha accettato, ma ad una condizione: niente ritocchi alle rughe. Inutile dire che ho esultato. Ricordo mia madre, allora una bellissima quarantenne (plus) arrabbiarsi con le pubblicità delle creme per il viso pubblicizzate da modelle adolescentiche che promettevano risultati miracolosi.

E a questo Alessandra Ferri si è semplicemente opposta. All’idea che ci sia qualcosa di sbagliato con l’avere qualche ruga. Certo, è perfettamente normale per le donne (e anche gli uomini) il voler apparire al meglio. Ma questo – continua – la Ferri, significa fare le cose che ci fanno sentire meglio. È inutile negare quello che siamo e a meno che non impariamo ad accettare il fatto che il passare del tempo sia parte della vita, saremo sempre insoddisfatti. Che la vita continua anche dopo gli –anta. E, come nel caso della Ferri, può riservare ancora tante sorprese. Applausi

L’importanza della passione: Ezio Bosso

Se non lavorassi al museo mi piacerebbe lavorare in teatro. Anzi, nel più bel teatro di Londra: la Royal Opera House. E non solo perché gli usher hanno una bella uniforme (che se voi come me foste costretti per contratto a trascorrere i tre quarti del vostro tempo indossando un uniforme allora capireste il mio interesse per quelle degli altri), ma perché è un edificio bellissimo e da quando vivo a Londra e ho scoperto che per il prezzo di un biglietto da cinema o pco più posso andare all’opera e al balletto, vado ogni volta che posso. E finisce che scopro cose nuove. Come qualche sera fa, per esempio quando ho visto un programma misto dal titolo Obsidian Tear/The Invitation/Within the Golden Hour, tre balletti di un atto ad opera rispettivamente dei coreografi Wayne McGregor, Sir Kenneth MacMillan (sì, quello di Romeo e Giulietta con le musiche di Prokofiev), e Christopher Wheeldon. Ed è stato quest’ultimo quello che mi ha strappato il cuore.

ezio-bosso

Se il balletto è musica fatta immagine, allora questo Within The Golden Hour creato nel 2008 dal coreografo del Royal Ballet Christopher Wheeldon per il San Francisco Ballet è un  inno alla bellezza del movimento, un piccolo gioiello di astrazione neoclassica. Ma per me non sarebbe stata la stessa cosa senza la meravigliosa musica del compositore  Ezio Bosso. Non mi interesso molto di musica contemporanea e a parte quel mito di Ennio Morricone e quel ricciolone di Giovanni Allevi non conosco molti altri compositori contemporanei di spicco. Così l’ho cercato su Google e oltre ad un CV da far paura, ho scoperto che Ezio è affetto da Sclerosi Multipla (SM), una malattia autoimmune che gli è stata diagnosticata nel 2011. Inutile dire che la cosa mi ha gelato il sangue anche solo per il fatto che mia madre se n’è andata da questo mondo con una malattia neurologica autoimmune, e so quanto le malattie di questo tipo siano terribili per chi ne è affetto e per i famigliari.

Tra i tanti video che ho trovato su Internet, c’è quello della sua performance al Festival di San Remo di quest’anno e mi ha commosso profondamente. Ma non perché Ezio è sulla sedia a rotelle, al contrario. No, la mia era pura ammirazione. Così come la mia ammirazione per Beethoven cresce ogni volta che ascolto il Chiaro di Luna e non riesco a capacitarmi del fatto che quando l’ha composto il musicista era completamente sordo. E così, mentre guardavo le mani di Ezio Bosso – di questa persona di cui fino a ieri non conoscevo l’esistenza e la cui bellissima musica The Sky seen from the Moon per  Whitin The Golden Hour mi ha toccato il cuore così profondamente qualche sera prima a teatro – accarezzare delicatamente i tasti del pianoforte con un sorriso pieno di pura gioia stampato sulla faccia, ho avuto ancora una volta la conferma che le passioni, quelle vere, saranno sempre un inno alla bellezza della vita, anche quando è un po’ bastarda.

                                   San Francisco Ballet in “Within the Golden Hour”

No way Home di Carlos Acosta

Forse non passerà alla storia della letterartura per le sue qualità di scrittore, ma poco importa visto che Carlos Acosta (L’Avana, 2 Giugno 1973) è già passato alla storia come uno dei più grandi danzatori classici del mondo. Ma anche se non è certo un capolavoro, non riuscivo a staccarmi da questo libro. Forse proprio per la sua prosa semplice e diretta che da’ spazio al racconto di una vita straordinaria, narrata con semplicità e tanta, tanta autoironia.

Carlos Acosta

Figlio mulatto di una casalinga e di un camionista di colore, Carlos cresce nella difficile realtà della Cuba degli anni Ottanta, in una famiglia povera, con poche opzioni e uno spirito indipendente che spesso lo fa finire nei guai con bande di monelli come lui, con cui ballava la break-dance e sognava di diventare un grande calciatore come il suo idolo Pelè. E proprio per allontanarlo dalle cattive compagnie il padre lo iscrive, contro la sua volontà, alla scuola di ballo de L’Avana. A nulla valgono gli innumerevoli tentativi del giovane Carlos di farsi espellere per tornare a giocare a calcio con gli amici di sempre. Sfortunatamente per lui (e fortunatamente per tutti gli amanti della danza classica), già da bambino il nostro eroe aveva un talento straordinario. Un talento che lo ha portato appena diciasettenne in Italia alla Compagnia Teatro Nuovo di Torino a ballare niente di meno che con Luciana Savignano, eppoi a Losanna dove vinse la Medaglia d’oro 1990 al Prix de Lausanne. Eppoi Parigi, Huston e infine Londra, al Royal Ballet dove la sua stella ha brillato per 17 anni.

Carlos Acosta, Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle. Manon, Royal Opera House. 2014 © Paola Cacciari

Carlos Acosta, Zenaida Yanowsky e Roberto Bolle. Manon, Royal Opera House. 2014 © Paola Cacciari

Proprio alla Royal Opera House di Covent Garden ho avuto la fortuna di vederlo nei panni di Romeo in Romeo e Giulietta, di Basilio in Don Chisciotte, di Colas ne la La fille mal gardée, del principe Siegfried ne Il lago dei Cigni e Lescaut ne L’histoire de Manon, con il Roberto Bolle nazionale ospite del Royal Ballet per l’occasione, che interpretava Grieux. Una gara di bravura tra fuoriclasse che non dimenticherò mai e che mi ha ridotto in lacrime.

E quest’anno, dopo 17 anni al Royal Ballet di Londra, Carlos Acosta ha deciso di lasciare Covent Garden per concentrarsi su altri progetti, come il costituire una compagnia di danza contemporanea nella sua nativa Cuba, ma non prima di averci regalato la sua versione di Carmen, creata appositamente per il Royal Ballet.

Che dire? Meno male che non era bravo a giocare a calcio. Avremo perso uno dei più carismatici danzatori classici del nostro secolo!

9780007250783

La bella addormentata alla Royal Opera House

Tutti conoscono la storia della Bella Addormentata (o almeno si spera che tutti la conoscano anche in quest’era digitale di e-books e e-reader): alla corte di re Floristano, viene indetta una festa per il battesimo della principessa Aurora: cavalieri, dame e le fate buone del regno sono invitati al battesimo. Tutti tranne lei, la strega Carabosse che verde dalla rabbia si vendica dell’affronto gettando una maledizione alla piccola: al sedicesimo anno di età, la principessa morirà pungendosi con un fuso. Ma la fata dei Lillà modifica la maledizione e invece della morte la principessa sprofonderà in un sonno eterno e con lei tutta la corte. Solo il bacio di un giovane principe porrà fine all’incantesimo.

La Bella Addormentata è il primo per cronologia di composizione, dei tre balletti creati da Pyotr Ilyich Tchaikovsky – gli altri sono Lo Schiaccianoci (1892) e Il lago dei Cigni (1895). Il libretto, basato sulla fiaba di Charles Perrault e scritto interamente dal principe e sovrintendente dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo Ivan Vsevolozhsky, fu coreografato da Marius Petipa. La prima rappresentazione ebbe luogo il 3 gennaio 1890 presso il Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, Russia: inutile dire che il successo fu immediato.

Steven McRae and Sarah Lamb in Sleeping Beauty

Steven McRae and Sarah Lamb in Sleeping Beauty

Ma ieri sera sono stati Steven Mc Rae nel ruolo del Principe e Sarah Lamb in quello di Aurora a gettare un incantesimo sull’intero auditorium della Royal Opera House che ha seguito le loro piroette in un silezio completamente rapito. E ci credo: i sue sono stati divini dall’inizio alla fine e il celebre passo a due, in cui i due promessi sposi danzano (e con loro anche tutti gli invitati in onore del futuro re e della futura regina e anche molti dei personaggi delle fiabe di Perrault  come Il gatto con gli stivali e la gatta bianca, Cenerentola e il Principe Fortuné, Cappuccetto rosso e il lupo) è un capolavoro di bravura, grazia e leggerezza. E se sono i movimenti diagonali che si notano subito con Sarah Lamb il modo in cui braccia, gambe e piedi formano linee perfette, l‘australiano McRae combina sensibilità di interpretazione con una mascolina eccellenza tecnica. Inutile dire che il loro virtuosismo e la perfezione tecnica dell’intero cast del Royal Ballet fa di questo balletto una performance assolutamente da non perdere.

Londra//fino al 9 Aprile 2014

Royal Opera House
Bow Street
Covent Garden
London WC2E 9DD

Che vita sarebbe senza Puccini?

Portare una mandria di piccoli sacchetti di ormoni pronti ad esplodere in ogni momento (come solo i ragazzini della terza media possono essere) all’opera è tempo perso. Lo so, perchè c’ero anch’io. E pur non essendo in fase ormonale come molti miei compagni delle scuole medie (sono sempre arrivata in ritardo su tutto io, anche su questo) ricordo di essermi placidamente annoiata per un paio di pomeriggi. Che se non altro avevo avuto l’occasione di dare una sbirciata all’interno del Teatro Comunale di Bologna e sognare di vivere in un altra epoca (o in un altro mondo…).

 

Poi ho visto Camera con vista e qualcosa è cambiato in me: mi sono innamorata. Dell’opera. E di Giacomo Puccini. La bellezza patinata di Firenze e della campagna inglese, i costumi del primo Novecento, la bellezza eterea di Helena Bonham-Carter persa tra i fiori delle colline toscane, ma soprattutto la musica stupenda di Puccini mi faceva venire la pelle d’oca (mentre Julian Sands nei panni del “fusto” in abiti edoardiani faceva il resto…).

Da allora O mio Babbino caro dal Gianni Schicchi è una delle mie arie preferite, ho consumato il CD con le più belle opere di Puccini a forza di ascoltarlo; anni fa ho avuto la fortuna di sentire quell’aria cantata da Angela Gheorgiu alla Royal Festival Hall in un modo così sublime che alla fine mi sono commossa sotto gli occhi allibiti della mia dolce metà, ma non avevo mai visto l’opera. Anzi, non avevo mai visto Il Trittico.  Che a quanto pare non è molto rappresentato (l’ultima volta che la Royal Opera House di Londra l’ha rappresentato era nel 1965…). Ed è stata un’eperienza. Bello e sanguigno Il Tabarro, bella e straziante la storia di Suor Angelica, ma io aspettavo solo Gianni Schicchi. E anche stavolta, in una Royal Opera House stipata fino all’inverosimile, mi è venuta la pelle d’oca che davanti alla bellezza mi commuovo sempre… Che vita sarebbe senza musica e senza teatro? Che vita sarebbe senza Puccini?