Marius Petipa

Balletto Classico

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Marius Petipa, ballerino e coreografo francese, può essere considerato il vero fondatore del balletto classico per come lo conosciamo oggi, il grande continuatore della tradizione romantica ed uno dei più grandi coreografi di ogni tempo.

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Erika Fatland | Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale

Nel 2018 il Victoria and Albert Museum ha ospitato una mostra straordinaria dal titolo Fashioned from Nature, sul rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni. Ho passato molto tempo ad invigilare all’interno della mostra e ho avuto modo di apprendere molte cose inquietanti, come per esempio che la scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento.

Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione. La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferito ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

Di questo e di molte altre cose racconta l’affascinante ‘Sovietistan‘ dell’antropologa sociale norvegese Erika Fatland, la cui recensione ri-bloggo felicemente da Il Giro del mondo attraverso il Libri. Buona lettura! 🙂

Il giro del mondo attraverso i libri

Gli abitanti dell’Asia centrale non hanno mai vissuto isolati, ma attraverso i millenni hanno avuto a che fare con eserciti invasori provenienti da est e da ovest, da nord e da sud. Gruppi etnici sono arrivati a piedi da tutti i punti cardinali (…) La caratteristica distintiva dell’Asia centrale è stata, appunto sempre la sua posizione centrale, nel cuore dell’Asia, tra l’Europa e l’Asia (…) È questo destino, questa posizione, questo afflusso di genti e di idee, ad aver fatto sì che città come Samarcanda, Bukhara e Merv siano diventate ai loro tempi fiorenti centri del sapere. I decenni sotto il governo sovietico, quando l’Asia centrale costituiva la periferia dell’impero e per giunta era chiusa dietro rigide barriere di filo spinato, costituiscono (…) un’anomalia nella sua storia [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Erika Fatland è un’antropologa sociale norvegese che nel corso di due viaggi, durati…

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Marie Taglioni, la prima ballerina (quasi) sulle punte.

Nella sala dedicata alla storia del Teatro e della Performance del museo in cui lavoro (anche se sarebbe meglio dire lavoro ancora, nonostante i tagli e gli esuberi volontari o meno…) in una teca di vetro stretta tra una foto di Rudolf Nureyev scattata da David Bailey, al costume di scena ‘Bicycle John’ di Elton John, e a quattro statuette dei Beatles, c’è la minuscola scarpetta con cui la grande Maria Taglioni  (1804-1884) ballò davanti all’imperatrice Alexandra Feodorovna, moglie dello Zar Nicola I di Russia, in una funzione privata a San Pietroburgo nel 1842. Secondo l’iscrizione sulla suola, la Taglioni aveva eseguito due danze spagnole, un Herta e un Cachucha.

Questa scarpetta da cenerentola non manca mai di sturpirmi, e non solo per le sue minuscole dimensioni dei piedi delle donne dell’epoca, ma per il fatto stesso che sia sopravvissuta fino a noi. Le scarpette da ballo hanno notoriamente vita breve: basti pensare che Marianela Núñez, la prima ballerina del Royal Ballet di Londra, il cui repertorio è particolarmente impegnativo dal punto di vista fisico e tecnico, logora le scarpe dopo un solo giorno – la scatola di cartapesta della punta troppo malconcia per un ulteriore utilizzo. Il che rende questa scarpetta della metà del XIX secolo particolarmente rara. Essendo poi associata a Marie Taglioni e allo sviluppo della danza sulle punte, fa di questo artefatto è un oggetto importantissimo nella storia della costruzione delle scarpette da ballo.

Lithograph by Chalon and Lane of Marie Taglioni as Flora in Didelot’s Zéphire et Flore. London, 1831 (Victoria and Albert Museum/Sergeyev Collection)

Perchè Maria Taglioni fu la prima a eseguire un intero balletto, La Sylphide, danzando sulle punte. Non essendo ancora stata inventata la “mascherina” con la punta piatta, quella scatola rigida in tela o carta imbevute di resine speciali che permette alla ballerina moderna di restare in equilibrio sulle punte, Marie Taglioni doveva accontentarsi di ballare utilizzando queste pantofoline in seta dalle suole modificate, i cui lati e la punta erano imbottiti e rafforzati da cuciture per mantenere la forma. Questo tipo di scarpetta non forniva un vero sostegno, per cui le danzatrici erano costrette a fasciare le dita, utilizzando solo la forza dei piedi e delle caviglie.

Ma l’eredita che Marie Taglioni ha lasciato alla danza classica non si limita al danzare sulle punte. Per lei infatti il pittore Eugene Lamy crea il tutù, quel costume leggero e vaporoso, con il sottogonna bianco, che sarebbe poi diventato l’emblema della ballerina romantica. Fu lei ad introdurre anche l’acconciatura à bandeaux che divenne poi tipica della danzatrice classica.Non per nulla Marie Taglioni è considerata la prima grande ballerina romantica di tutti i tempi.

Ma chi era Marie Taglioni? Il padre, il coreografo e ballerino italiano Filippo Taglioni, si occupa personalmente della formazione artistica della figlia, sottoponendola a sessioni massacranti, ma che diedero strepitosi risultati. Filippo sa che la danza è nel DNA della giovane figlia, e la spinge a creare per se un ruolo che andasse oltre a quelli claustrofobici di moglie e madre imposte alle donne dalla società del XIX secolo. Inoltre lui è direttore dei balli alla corte di Svezia e il successo della figlia è anche la sua carta vincente per fare carriera. Dopo il debutto sulle scene a Vienna nel 1822, arrivò a Parigi nel 1827. Il trionfo parigino all’Opéra di Parigi arrivò nel 1832, con La Sylphide, coreografia creata per lei da suo padre nella quale, sulla base della tecnica ballettistica italiana che associava il rapido gioco delle gambe a movimenti lenti del busto e delle braccia.

Nello stesso anno, Marie si sposò con il conte Gelbeit de Voisins, ma il matrimonio durò soltanto tre anni. Osannata in tutta Europa (fu tra il 1837 e il 1839 l’étoile del Teatro di San Pietroburgo), ottenne consensi anche alla Scala di Milano, dove debuttò il 20 maggio 1841 con grande successo, e continuò a danzare fino ad un’età, per l’epoca, molto avanzata: quando si ritirò, nel 1848, aveva 44 anni.

Il padre, che era stato l’artefice della sua fortuna artistica, fu anche il responsabile della sua rovina economica, mandandola in bancarotta con le sue speculazioni sbagliate. La Taglioni dovette così riprendere a guadagnarsi la vita dando lezioni di danza e portamento, a Parigi e a Londra, dove visse al numero 14 dell’elegante Connaugh Square, nel quartiere di Paddington, dove una Blue Plaque eretta nel 1960 dal London County Council celebra il suo passaggio.

Marie Taglioni Blue Plaque, 14 Connaught Square. London, 2021 © Paola Cacciari

Morì in miseria, ottantenne, a Marsiglia, e là fu sepolta, finché il figlio Georges Gilbert Des Voisins non la fece trasferire nella tomba di famiglia al Père-Lachaise. Le è stato dedicato un cratere di 31 km di diametro sul pianeta Venere. Non male per una Silfide

2021 © Paola Cacciari

Vita e Destino di Vasily Grossman

“Qui si scrive, non si va a zonzo” avrebbe detto Tolstoj se avesse letto Vita e destino. E davvero qui non si va a zonzo, che ognuna delle 790 pagine di questo sterminato capolavoro ha un preciso peso specifico, come Guerra e Pace. E come Guerra e Pace, anche questo di Vasily Grosman è un romanzo profondamente russo, che rientra in pieno nella tradizione del grande romanzo russo – quella appunto di Tolstoj e di Dostoevskij. E che come questi, raggiunge vette ineguagliate.

Vivendo in Inghilterra tendo a leggere libri in inglese – più semplice procurarseli e certamente più economico che farsi arrivare libri italiani anche se Amazon. Ma con ogni pagina, ero sempre più convita che la mia scelta mirata di leggerlo in italiano anziche in inglese sia stata quella giusta che quel poco di russo che ho imparato nell’ultimo anno mi ha convinta che la nostra lingua, con la sua grammatica complicata e la sua ricchezza espressiva (oltre che il genere, numero e formale/informale) sia molto più adatta ad esprimere le sottili sfumature dall’anima slava della diretta razionalità anglosassone.

Inutile dire che il libro mi ha stregata dall’inizio, fin dalla prima pagina. Tanto che arrivata a metà, già mi scoprivo a rallentare la lettura, che non volevo finirlo troppo presto, per assaporare meglio ogni parola, ogni frase. E tornare indietro e rileggere un brano semplicemente perce’ era troppo bello per andare avanti subito. Che nella scrittura di Grossman non sembrano esserci parole inutili, ma al contrario, tutto sembra essere necessario per descrivere grandi temi come l’amore tutto russo per la Madrepatria e per la bellezza della natura, che fanno da drammatico contraltare alla crudeltà e all’orrore della guerra. L’amore, ma soprattutto per raccontare la necessità di ogni singolo individuo a continuare a lottare perconservare la propria umanità. Nonostante i lager, i gulag, Hitler e Stalin.. Nonostante le bombe e la paura. Restare umani. Nonostante tutto.

“Soviet soldiers attack”. Soviet soldiers on the attack on the house, Stalingrad 1943. RIAN archive

E’ un libro esigente, nel senso che esige tempo e concentrazione e magari anche una carta geografica, ma bello come pochi. Quando l’ho chiuso per l’ultima volta, ho deciso di tenerlo ancora sul comodino, di non metterlo subito via sullo scaffale: semplicemente non riuscivo a lasciarli andare così, subito – Strum, Zenja, Krymov – e tutti gli altri centinaia di personaggi che li accompagnan in questo sterminato viaggio, tutti provvisti di nome, cognome, patronimico e diminutivo, grado militare e appartenenza a divisioni, unità, reggimenti, battaglioni – tanto che io dovuto stampare una lista dei personaggi da Wikipedia e tenerla alla mano durante la lettura. Un’umanità quella raccontata da Grossman, sterminata come la Russia; un vortice di vite segnate da un unico destino.

Nel 2012 la televisione russa ha prodotto il primo adattamento cinematografico del romanzo «Vita e destino». Il film consiste di dodici puntate andate in onda sul canale Rossija, e’ disponibile su Prime Video (con sottotitoli in inglese).

Paola Cacciari © 2021

Ragazzi di Zinco

Boys in Zinc, Penguin Modern Classics. London 2020© Paola Cacciari

“Siamo saliti con l’elicottero. Da lassù ho visto centinaia di bare di zinco pronte in anticipo, scintillanti al sole con una bellezza spaventosa …” (Svetlana Aexievich, 1986)

Era il 1979 quando i carri armati dell’Unione Sovietica invadono l’Afganistan. Ero ancora una bambina, piccola sì, ma grande abbastanza per comprendere che la guerra significava mosrte e distruzione ed esserne spaventata a morte.  La guerra, come la conoscevo io dai racconti dei nonni che l’avevano vissuta era una cosa lontana, una cosa brutta e dolorosa, ma che era finita tanti anni fa. Non era qualcosa che poteva ancora accadere nel mio mondo. Ora c’era la pace. O così almeno pensavo. E il fatto che tutto ciò avvenisse in una terra lontana d Bologna, non rendeva questa guerra meno spaventosa. Sono sempre stata una pacifista io.

Ricordo di essere andata a casa e di aver chiesto alla mamma perché gli uomini facessero la guerra. Se lo è  chiesto anche Svetlana Aexievich e il risultato è questo straordinario Ragazzi di Zinco, dedicato ai reduci della guerra in Afganistan.

Conosco bene i libri della Alexievich, scrittrice e giornalista bielorussa, Premio Nobel per la Letteratura 2015. I suoi sono struggenti romanzo corali, straordinarie testimonianze dei principali eventi dell’Unione Sovietica (La guerra non ha un volto di donna) e della Russia post-comunista (Tempo di Seconda Mano). Lei si definisce “una storica del non rintracciabile” perché i suoi non sono libri di storia nel senso noto, con date, bandiere e mappe, ma nascono dal suoi profiondo odio per la guerra. Come i libri precedenti, anche Ragazzi di Zinco nasce, oltre che dalla sua testimonianza personale dell’Afghanistan, visitato durante il conflitto, dalle memorie di veterani, medici, vedove e madri di soldati uccisi.

Il tutto inizia nel settembre 1979 quando Nur Mohammad Taraki leader della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, venne assassinato su ordine del suo vice primo ministro Hafizullah Amin, che lo sostituisce alla guida del paese. L’URSS, sospettando Amin di legami con la CIA, decide così di invadere il paese. L’Armata Rossa entra a Kabul  il 27 dicembre 1979, ma la guerra con i mujaheddin (finanziati anche dagli Stati Uniti) fu lunga e cruenta e terminò dieci anni dopo solo, con l’abbandono del paese da parte dei sovietici nel febbraio 1989.

Un milione di ragazzi e ragazze partono per la guerra, e circa quattordicimila di loro tornano in URSS sigillati, appunto, in bare di zinco. Perché come era accaduto in Vietnam, anche questa che infuriava in Afganistan era una guerra che nulla aveva a che fare con le gesta eroiche della Grande Guerra Patriottica (come in Russia si chiama la Seconda Guerra Mondiale), ma qualcosa di cui ci si doveva vergognare. Qualcosa che bisognava dimenticare, insieme alle madri disperate e ai reduci storpi e ai corpi dei soldati morti sepolti in silenzio e senza cerimonie.

Pubblicato solo nel 1985 – quando la censura fu ammorbidita dal nuovo corso della Perestrojka di Gorbačëv, il successore di Brežnev, il libro suscitò grande scandalo e Svetlana Aleksievič  fu accusata di aver falsificato e deformato le testimonianze dei reduci e delle loro madri e nel 1993 viene persino citata in giudizi da alcuni degli intervistati, che a distanza di anni avevano deciso di ritrattare la loro testimonianza. A chi la accusa di diffamazione, la scrittice risponde:

“Siamo tutti colpevoli, siamo tutti implicati in quella menzogna – di questo tratta il mio libro. Qual è il pericolo del totalitarismo? Trasforma tutti in complice dei propri crimini.” (Svetlana Aleksievič, dalla trascrizione della seduta conclusiva del tribunale, 8 dicembre 1993)

2020© Paola Cacciari

Le gioie di Duolingo 😄🇷🇺

Durante il lockdown mi e’ venuta l’idea di mettermi a studiare quell’enigma linguistico che e’ il russo. D’altronde i caratteri cirillici hanno sempre avuto su di me, cresciuta nelle ultime due decadi della guerra fredda – l’effetto misterioso di una calamita. Devo ammettere che non ho fatto molti progressi, ma mi sto divertendo un sacco!

Svetlana Zakharova & Vladislav Lantratov – Spartacus Pas De Deux

Svetlana Zakharova & Vladislav Lantratov – Spartacus Pas De Deux

Svetlana Zakharova as Aegina and Vladislav Lantratov as Crassus perform a pas de deux from Grigorovich’s Spartacus with the Bolshoi Ballet. The music is by Aram Khachaturian.