La Casa del Futuro al Design Museum

C’è una scena ne  Il ragazzo di campagna del 1984 in cui Renato Pozzetto alias Artemio, decide di lasciare il piccolo paese lombardo in cui è nato e ha sempre vissuto, per cercare fortuna a Milano. Nella metropoli trova alloggio in un fin troppo moderno monolocale in cui lo spazio è razionalizzato all’ennesima potenza: pareti scorrevoli trasformano l’angolo cottura in bagno o in zona giorno, il tavolo ribaltabile con tovaglia al metro e sedie pieghevoli e rientranti.  Un po’ come la Total Furnishing Unit, l’unità abitativa compatta progettata da Joe Colombo nel 1972, dove si poteva vivere in soli 28 metri quadrati esposta al Design Museum, parte della mostra Home Futures.

Che se il problema dello spazio è esistito da quando la Rivoluzione Industriale aveva fatto accorrere le masse contadine a cercare lavoro nelle fabbriche tessili nella Gran Bretagna del Settecento, non è mai stato così pressante come nel nostro secolo. E come sarà la casa del futuro è un interrogativo che gli architetti e i designer si sono posti sin dal tempo della Russia post-rivoluzionaria, quando El Lissitzky tenta di progettare appartamenti compatti per i lavoratori sovietici, con letti aerodinamici modello pre-Le Corbusier. E come dimenticare i mobili ultramoderni di Villa Arpel, quelli creati per il film francese del 1950 Mon Oncle di Jacques Tati, a cui fanno eco quelli contemporanei dell’Ideal Home del 1956, la casa del “futuro” in cui tutto è automatizzato, abitata da una coppia moderna il cui momento chiave della giornata è quello di far apparire il tavolo della sala da pranzo premendo un bottone.

 Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.
Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.

Stupiti? Non dovreste. Che il dopoguerra portò con sé oltre ad un supersonico boom economico, anche un incontrollato sviluppo edilizio e un’altrettanto incontrollata crescita delle città. E non solo in Italia. Per un breve momento  infatti, tra gli anni Sessanta e Settanta, sembrava che il sogno della casa automatizzata, razionale e futuristica fosse lì per lì per realizzarsi. Nel futuro immaginato dagli architetti più progressisti, le abitazioni non sarebbero state più in materiali statici come mattoni e cemento, ma fatte di membrane di plastica trasparenti, facilmente trasportabili ovunque e trasformabili in pratici spazi casa/lavoro con vista a 360◦ sul proprio giardino preferito come quelle progettate da Hans Hollein.

Hans Hollein in his transparent Mobile Office, 1969. Photograph: Gino Molin-Pradl, Copyright: Private Archive Hollein

Ma come spesso accade, tra il dire e il c’è di mezzo il mare che in questo caso (a parte la scomodità di dover avere sempre a portata di mano un compressore per gonfiare la bolla una volta arrivati in giardino…), si è materializzato sotto forma della crisi del petrolio del 1973. Che saranno anche stati futuristici, ma questi progetti presumevano infatti illimitate forniture di energia a basso costo per riscaldare e raffreddare questi i rifugi mobili. La bolla è scoppiata e la moda architettonica lasciò così il posto al Postmodernismo, uno stile che non pretendeva di cambiare il mondo o la vita delle persone, ma solo di intrattenerli e tenerli al caldo e al coperto. E la dura realtà per gli architetti è accettare che la casa del futuro è sorprendentemente simile a quella del passato, certo più confortevole ed ecologica, ma sempre fatta da pareti soffitti, cucine, camere da letto etc etc.

ome Futures exhibition at the Design Museum, London

In breve, la storia si ripete e il sogno degli architetti di costruire case aperte, organiche, economiche e sostenibili, si è rivelato ancora una volta (appunto) un sogno e che la maggioranza dei comuni mortali in ogni grande città, deve accontentarsi di quello che trova.

A volte l’ottimismo senza fiato viene temperato dall’ironia, come nel caso dell’architettura radicale del gruppo italiano Archizoom Associati che nel 1970 con la loro No Stop City propongono non una città migliore, ma una città adeguata ai bisogni della nuova modernità, dove il design prevale sull’architettura e dove progetti provvisori e fluidi prevalgono su quelli tradizionali, e  in cui i nomadi moderni possono vivere senza oggetti o definire la loro casa come meglio preferiscono.

A universal grid that would allow all humans to live a nomadic life. Supersurface was a speculative proposal for a universal grid that would allow people to live without objects or the need to work, in a state of permanent nomadism. Credit | Superstudio, Supersurface: The Happy Island, 1971. Image: The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Resta da vedersi se questo futuro sia da considerarsi una cosa buona o meno. Già negli anni Venti, i film di Sergei Eisenstein mostrano un mondo dalle case trasparenti, che accese negli architetti contemporanei la passione per le strutture fatte di vetro, dove la perdita della privacy e le possibilità di sorveglianza diventano una spaventosa realtà  nella Russia di Stalin. Ma l’idea della casa di vetro non è poi tanto surreale anche nella nostra società, che  quelle in cui viviamo saranno anche di pietra, ma le case sono divenate trasparenti come la bolla di Hollen (citare Stalin mi pareva esagerato…) da quando internet è entrato nelle nostre vite. L’idea della condivisione dell’essere connessi 24 ore su 24 ha reso l’idea stessa della privacy intrinsecamente fluida, trasformandola in qualcosa con cui non siamo interamente a nostro agio. Almeno io non lo sono.

Allo stesso tempo, un altro problema si pone agli abitanti delle città moderne, vale a dire trovare un luogo decente in cui vivere. Senza di questo è irrilevante considerare un progetto di doccia mobile (sebbene quella progettata da Ettore Sotsass, gridi all’ottimismo e all’ironia) se non c’è lo spazio in cui muoverla… Mi sembra che la tecnologia non faccia altro che sostituire spazio fisico con quello digitale: intere librerie possono stare in un kindle, mentre per CD e DVD ci sono iTunes e le chiavi usb. Che il bisogno di spazio sta diventando un problema pressante non solo a Londra, ma nel resto della vecchia Inghilterra e sempre più palazzoni a più piani con appartamente non più grandi dei Khrushchyovka russi degli anni Sessanta che si sostituiscono alle tradizionali villette a schiera con giardinetto. E la chiamano modernità… :/

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 24 Marzo 2019

Home Futures @ Design Museum

designmuseum.org

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Tempo di seconda mano

Tecnicamente questo libro appartiene ancora al 2018, che sono trascorsi solo 5 gg dall’inizio del nuovo anno e non ho ancora completato nessuna nuova lettura che si possa definire appartenete solo al 2019. Ma questo libro di Svetlana Aleksievic, trovato ancora una volta grazie ai preziosi consigli del blog Parla della Russia, l’ho terminato alle 8pm del 31 dicembre del 2018 e mi è rimasto dentro come pochi altri. E’ un libro bellissimo, onesto e sincero, prezioso per chi come me è cresciuto in quel periodo, ma non ci ha mai prestato attenzione a l corso della storia contemporanea e ora vuole recuperare il tempo perduto. Buona fine e buon inizio. E naturalmente, buona lettura! 🙂

Parla della Russia

9788845282010_0_0_300_75“Tempo di seconda mano” di Svetlana Aleksevich è un libro prezioso per comprendere cos’è successo in Russia all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica. Una cacofonia di voci che avvolgono e talvolta soffocano e turbano il lettore. Molteplici punti di vista della “piccola gente”, quella che non fa la Storia con la S maiuscola, di fronte alla disintegrazione di quello che aveva rappresentato il sogno politico di molti.

Attraverso questo racconto corale l’obiettivo della scrittrice bielorussa, premio Nobel per la letteratura nel 2015 – premiata per “la sua opera polifonica, un tributo al coraggio e al dolore della contemporaneità” è quello di dare voce a donne (protagoniste di molte delle storie raccontate) e uomini, vittime e carnefici tutti protagonisti del dramma collettivo del crollo dell’Unione Sovietica.

È una letteratura – reportage, quella della Aleksevich, che non può avere l’oggettività dell’analisi storica ma ha invece una profondità nell’indagare gli spazi dell’animo umano spesso…

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Russia, Inghilterra, Romanovs e Windsor

La mia passione per la Russia è scoppiata proprio in un periodo in cui le sue relazioni diplomatiche tra quel grande paese e la mia Patria adottiva sono ritornate quasi ai livelli sub-zero della Guerra Fredda. Tipico. In ritardo su tutto, lo sono stata anche su questo. Succede.

Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.
Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.

Ma non è stato sempre così, anche se bisogna dire che relazioni tra Russia e Inghilterra, sono spesso state soggette nel corso della storia ad alti e bassi.  Tutto è cominciato con la celebrata visita di Pietro il Grande nel 1697, ospite di Guglielmo III (quello della Gloriosa Rivoluzione per intenderci),  passò il tempo nella Capitale a fare baldoria e a costruire navi. E tanto Pietro si era divertito che per ringraziare Guglielmo della sua ospitalità, commissionò un gigantesco ritratto di se stesso a Geoffrey Kneller, allora uno dei pittori piu’ in voga in Inghilterra, come dono per il sovrano britannico. Ritratto che fa bella mostra di se all’inizio della mostra Russia, Royalty & the Romanovs alla  Queen’s Gallery.

Alexander I of_Russia G.Dawe (1826, Peterhof)

E qui di teste copronate ce ne sono parecchie, a cominciare dalla matronale zarina Caterina La Grande al nipote, lo zar Alessandro I,  con la sua uniforme e gli stivali alti che, non contento di aver ricostruito San Pietroburgo in stile Neoclassico, decise di improvvisarsi sarto e disegnare nuove divise per l’esercito russo. E bisogna dire che, a dispetto di Napoleone e della sua invasione, i soldati russi erano di certo tra i più eleganti d’Europa.

Queste relazioni, dapprima rafforzate dall’alleanza nelle guerre napoleoniche, furono interrotte bruscamente dalla guerra di Crimea che vide le due nazioni scontrasi dal 1853 al 1856 sul campo di battaglia. Ma nonostante le gravi perdite da entrambe le parti (e le eroiche gesta dei soldati britannici cantate da Tennyson nella poesia The Charge of the Light Brigade) la pace torna in tempo per i figli e nipoti della  “nonna d’Europa” (come la Regina Vittoria veniva chiamata) possano cominciano a sposare i rampolli delle famiglie reali di mezza Europa, dando vita alle piu’ insolite parentele. Come quella con i Romanov, o il Kaiser di Germania.

I numerosi ritratti di famiglia e lettere e fotografie con cui la Regina Vittoria teneva i contatti con figli e nipoti lontani, soprattutto con l’adorata nipote Alix di Hesse, divenuta la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova. Mai come nell’Epoca Vittoriana, guerra e diplomazia sono davvero affari di famiglia, almeno per i Windsor (che comunquea all’epoca si chiavano ancora Sassonia-Coburgo-Gotha, che il nome Windsor fu adottato a partire da Giorgio V).

Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,
Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,

La mostra celebra il centenario della morte di Nicola II e della sua famiglia, uccisi dai Bolscevichi a Ekaterinburg nel 1918. Il Governo britannico aveva inizialmente offerto asilo alla famiglia di Nicky, solo per ritirare l’offerta poco dopo du richiesta di Giorgio V. Il triste fatto è che i due saranno anche stati cugini, ma “Nicky” e “Georgie” erano prima di tutto il Re di Gran Bretagna e lo Zar di tutte le Russie e quando la Rivoluzione Bolscevica abolisce la monarchia, Giorgio si guarda bene dall’offrire rifugio al cugino Nicky e alla sua famiglia per timore di compromettere l’alleanza con la Russia in una guerra combattuta con un altro cugino dei due sovrani in questione, il Kaiser Guglielmo II, il grande asssente tra i parenti in mostra.

Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894
Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894

Quando in rapporti cordiali, le due nazioni si scambiavano numerosi doni diplomatici grande valore, tra cui una serie di preziosi oggetti creati da l Peter Carl Fabergé che, a mio avviso, valgono da soli il prezzo del biglietto. Cornice, portasigarette, piccoli animali di pietre preziose e naturalemente le tre uova possedute dalla famiglia reale britannica, acquisite dopo la rocambolesca fuga in Inghilterra della madre di Nicola II, la zarina Marija Fëdorovna (che prima di diventare tale era la principessa Dagmar di Danimarca) dove fu  accolta dalla sorella Alessandra, madre di re Giorgio V. Uh! Confusi? Anch’io, che l’albero genealogico della monarchia britannica è un vero caos, e forse proprio per questo trovo re e regine così esotici e curiosi…

La madre di Guglielmo II, infatti, era la figlia maggiore della regina Vittoria, il che faceva di lui un primo cugino con entrambi, Re Giorgio V d’Inghilterra e lo Zar Nicola II di Russia. La guerra dei tre cugini, la chiamano qui in Inghilterra la Prima Guerra Mondiale, anche se io come sottotitolo metterei parenti serpenti… Sarebbe stata un appropriata conclusione della mostra e un esempio di come, a conti fatti,  la politica non guardi in faccia a nessuno. Con tanti saluti.

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 28 Aprile 2019

Russia, Royalty & the Romanovs @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

www.rct.uk

Un gentiluomo a Mosca (A Gentleman in Moscow) di Amor Towles

Quest’anno ho letto molti libri belli. E questo di Amor Towles è certamente tra uno tra i piu’ belli. Che Un Gentiluomo a Mosca riesce ad essere allo stesso tempo un libro profondo e delicato, tragico e ironico, leggero e impeccabile, pur restando sempre attentissimo ai fatti storici di un periodo crudele e complesso come la Russia di Stalin.

Russia, Hotel Metropol in Moscow, view from the Bolshoi Theater

Una scrittura scintillante, ma controllata e permeata di una costante e gentile ironia da’ vita ad una serie di personaggi indimenticabili che va da aristocratici e cucitrici a chefs irascibili, stelle del cinema, artisti e intellettuali disillusi, managers frustrati e maître de salle di squista sensibilità. Dal lusso del Grand Hotel Metropol, in Piazza del Teatro a Mosca, a pochi passi dal famoso Bolshoi, dove è esiliato agli arresti domicigliari dal 1922, il Conte Alexander Rostov guarda per oltre trent’anni il dipanarsi della storia della Russia moderna. Bandito e dimenticato, relegato dopo la Rivoluzione al ruolo di ex-aristocratico il  Conte vede il mondo in cui è nato e cresciuto svanire sotto i propri occhi. Ma la prigione dorata in cui è stato rinchiuso a pochi passi dal Cremlino, finisce per proteggerlo dalle brutalità del regime di Stalin, dalle carestie di massa e dalle purghe, e persino dalla Seconda Guerra Mondiale.

Un libro che ha avuto su di me lo stesso effetto di Pane e Tulipani: una ventata di speranza in un mondo sempre piu’ brutale. Da lkeggere nei momenti di depressione. 🙂

2018 ©Paola Cacciari

I 900 giorni (The 900 Days: The Siege of Leningrad) di Harrison E. Salisbury

Quando qualche mese fa in fila alla biglietteria del Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo lo sguardo mi è caduto sul cartello degli sconti, ho notato accanto ai soliti studenti, insegnanti, pensionati e personale convenzionato, che l’ingresso gratuito al più bel museo del mondo era garantito ai veterani dell’assedio di Leningrado. I 900 giorni di Leningrado. Appunto.

The fire of anti-aircraft guns deployed in the neighborhood of St. Isaac's cathedral during the defense of Leningrad (now called St. Petersburg, its pre-Soviet name) in 1941.
The fire of anti-aircraft guns deployed in the neighborhood of St. Isaac’s cathedral during the defense of Leningrad (now called St. Petersburg, its pre-Soviet name) in 1941.

Passeggiando lungo Nevsky Prospect con i suoi bellissimi palazzi in stile classico e barocco e chiese dalle cupole multicolori, sembra impensabile che questo tesoro architettonico di città affacciato sul Mar Baltico sia stato testimone di una delle più grandi tragedie umane della Seconda Guerra Mondiale. Una tragedia che forse si sarebbe potuta evitare se i generali sovietici e lo stesso Stalin non avessero sottovalutato il pericolo di un’offensiva della Germania nazista.

San Pietroburgo, che allora si chiamava Leningrado contava prima della guerra una popolazione di tre milioni di abitanti. Ma con l’arrivo dei tedeschi alle porte dei sobborghi meridionali della città nell’agosto del 1941 e la riconquista dell’Istmo di Carelia da parte delle forze finlandesi (alleate ai tedeschi) a nord-ovest della città in settembre, la città venne completamente isolata dall’accesso via terra. E visto che prendere la città sarebbe stato troppo costoso, alla luce dell’aspra resistenza sovietica, i tedeschi decisero di assediarla e farla capitolare con la fame. E quasi ci riuscirono. Che presto oltre al cibo vennero a mancare elettricità, acqua e riscaldamento e migliaia di cittadini di Leningrado morirono assiderati durante quel primo implacabile inverno. E quelli che non morirono per il freddo morirono di fame.

L’assedio durò 900 giorni. Quando le forze sovietiche infine sollevarono l’assedio nel gennaio 1944, oltre un milione di abitanti di Leningrado erano morti per fame o per l’esposizione ai bombardamenti tedeschi. Oltre 300.000 soldati erano morti nella difesa e nel portare soccorso alla città.

Ed è questa storia eroica e terribile, per lungo tempo avvolta nell’oscurità e nascosta dalla censura stalinista, che Harrison E. Salisbury ha per primo ricostruito attingendo a testimonianze, diari, memorie e archivi, in una ricerca durata venticinque anni.
Nelle pagine de I 900 giorni scorre l’eroica difesa dell’Armata Rossa e di folle di volontari male equipaggiati; la pressione costante delle divisioni del Terzo Reich; gli episodi di coraggio e abnegazione, quelli di vigliaccheria; le morti per la fame, il gelo e i bombardamenti; gli sforzi di scrittori e artisti per tenere viva l’anima della città; i controlli feroci dell’apparato poliziesco; le disperate strategie dei generali per spezzare l’assedio e tenere aperta l’unica via per i rifornimenti, attraverso la superfi cie gelata del lago Ladoga.
Con il rigore dello storico e lo stile tagliente del giornalista, Salisbury ha costruito una narrazione epica che coglie pienamente la materia della Storia, plasmata dal coraggio e dalle azioni di uomini e donne comuni che vivono e agiscono. Non semplici comparse su uno sfondo, ma protagonisti.


Harrison E. Salisbury (1908-1993) ha lavorato come reporter e corrispondente dall’estero per numerose testate tra cui il Minneapolis Journal, il New York Times e Times. Nel 1955 ha vinto il Premio Pulitzer. È stato anche autore di numerosi libri sull’Unione sovietica, il Vietnam e la Cina, molti dei quali tradotti in italiano: L’orbita della Cina (1967), Rapporto da Hanoi (1967), 50 anni di vita sovietica (1968), L’Unione Sovietica nel dopoguerra (1971), La vera storia della lunga marcia (1987), Diario di Tien An Men (1989).

www.ilsaggiatore.com

2018 ©Paola Cacciari

A Londra i Capolavori della Fotografia Sovietica

Vadislav Mikosha aveva solo sette anni quando la Rivoluzione d’Ottobre scosse la Russia, portando alla fine del dominio zarista e alla nascita dell’Unione Sovietica. Quando nel 1990 l’URSS fu demolita insieme al muro di Berlino, il famoso fotografo e cameraman aveva 80 anni. Il che significa che è stato testimone dell’intera storia della Russia sovietica – dall’immediato periodo seguito alla rivoluzione, alla Seconda Guerra Mondiale, alla guerra fredda e oltre. 

Morning exercise, Moscow, 1937, by Vladislav Mikosha. Photograph: Courtesy of the Atlas Gallery, London

Solo tra i suoi contemporanei ad essere fotografo di scena e cameraman, Mikosha è stato l’autore di immagini iconiche di eventi come la brutale demolizione di Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nel 1931, la difesa di Sebastopoli e la liberazione di Varsavia. Mikosha, che era ebreo, sopravvisse alle purghe antisemitiche di Stalin attenedosi attentamente alla linea del partito. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è diventato un fotografo documentarista per pubblicazioni come Pravda e Ogoniok – l’equivalente sovietico della rivista Life – che copre la parata della vittoria sulla Piazza Rossa e gli incontri storici tra Stalin e Mao, Chruscev e Kennedy. Morì nel 2004, all’età di 95 anni, lasciando dietro di sé un vasto numero di immagini che documentavano un secolo di cambiamenti che senza dubbio avrebbe trovato inimmaginabili come quel bambino di sette anni.

Lev Borodulin, Pyramid. Moscow, 1954

Ma Mikosha e’ in buona compagnia che insieme a lui in questa piccola e prezioza mostra fotografica della Atlas Gallery di Londra, ci sono alcuni dei piu’ grandi nomi della fotografia sovietica proveninenti della Borudilin Collection di Mosca

Nato a Mosca nel 1923, il russo/israeliano Lev Abramovich Borodulin è un maestro di fotografia sportiva residente a tel Aviv dal 1972. Oltre lavorare come fotografo, Borodulin ha raccolto una collezione di primo piano di fotografi sovietici che include oltre al sopracitato Mikosha e molti altri, anche le iconiche immagini di Alexander Rodchenko, Arkadii Shaikhet e Boris Ignatovich.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Sono fotografie che ritraggono giovani contadini ed operai pieni di salute e dai sorris smaglianti, impegnati in attivita’ fisiche come la danza, l’atletica e sport di ogni tipo, che la prestaza fisica era un soggetto caro alla propaganda di Stalin. A quel tempo, un’enorme percentuale della popolazione russa era analfabeta, quindi la comunicazione visiva era estremamente importante.

Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924
Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924

La fotografia stava facendo passi da gigante e i fotografi sovietici avevano l’obbligo di fare foto che simboleggiassero il progresso collettivo, il proletariato moderno e l’idea di comunità. Quelli ritratti erano giovani russi pieni di salute che saltellavano ottimisticamente – poco male che nello stesso periodo la Russia fosse attanagliata da una carestia incredibile. Occhio non vede cuore non duole. Potere della propaganda. #sovietphotography

Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937
Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 24 Novembre 2018

Masterpieces of Soviet Photography is at Atlas Gallery, 

Atlas Gallery, London W1

Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Nella sua vita Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940) è riuscito ad essere allo stesso tempo dentro e (pericolosamente) fuori dagli schemi, considerato il periodo storico in cui si è trovato a vivere…

Laureatosi in medicina nel 1916 all’Università di Kiev, Bulgakov viene inviato a Nikol’skoe nel governatorato di Smolensk, come dirigente medico dell’ospedale del circondariato prima di fare ritorno a Kiev nel 1918, dove apre uno studio medico di dermatosifilopatologia. A Kiev Bulgakov afferma di aver assistito a diversi capovolgimenti politici, molti dei quali lo coinvolgono in prima persona. Non a caso è in questo periodo che decide di abbandonare la medicina, visto come pubblico ufficiale era troppo soggetto al potere politico.

La Russia di Iosif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin (1878-1953) infatti non era un luogo facile per nessuno, meno che meno  per artisti e scrittori. Bulgakov si trova pertanto intrappolato in una nazione che riesce al tempo stesso ad affascinarlo e a sconvolgerlo dopo la Guerra Civile. Che mentre la sua famiglia abbandona la Russia per rifugiarsi in Europa, il nostro finisce i suoi giorni nella terra dei suoi avi, dove non si preoccupa di celare la sua offesa per le ruberie e la barbarie del nuovo regime.

Collerico di natura, lo scrittore si rifiuta di moderare le sue frequenti parodie del brutale regime bolscevico, cosa che lo vede abitare in modo pressoché perpetuo la lista nera di Stalin. Ma se questo significava che non poteva vivere della sua penna – una condizione peraltro comune a molti altri scrittori del periodo (la poetessa Anna Akhmatova e lo scrittore Boris Pasternak salgono alla mente), bisogna dire che a differenza di altri artisti e letterati contemporaneai, l’avere ammiratori ai piani alti del regime ha salvato Bulgakov dal gulag se non dalla condanna a morte. E a salvarlo dal suo destino fu proprio il più improbabile dei personaggi, Stalin. Pare infatti che nel 1932 il Leader dello stato bolscevico abbia fatto annullare la censura su uno dei drammi di Bulgakov, I giorni dei Turbin, tratto dal romanzo La guardia bianca del 1924, semplicemente perchè gli piaceva. E pare che gli fosse piaciuto così tanto da vederlo una quindicina di volte, spesso in incognito.

Ma il fatto che Stalin fosse un ammiratore della sua opera, non significò che Bulgakov fosse libero di scrivere quello che voleva, al contrario. Che lungi da dargli mano libera, il suo baffuto patrono si preoccupò di censurare virtualmente tutto ciò che lo scrittore produceva. Forse fu proprio questo strano altalenarsi tra libertà e censura e il vivere in una situazione di continua incertezza che diede a Bulgakov la spinta necessaria per scrivere il suo capolavoro, Il Maestro e Margherita (non vi sto a raccontare la trama che trovate qui)…

Il ragionamento di Bulgakov non fa una piega: visto che praticamente tutte le sue opere erano censurate, una più non avrebbe fatto nessuna differenza. Ma a differenza di altri scrittori del periodo, Bulgakov sapeva che l’avere Stalin tra i suoi lettori significava che almeno non sarebbe stato ucciso e questa non era una cosa da poco nel pieno del Grande Terrore e basta a dargli coraggio. Ma cosa ne sarebbe stato del suo romanzo Bulgakov non lo seppe mai, visto che morì nel 1940 a quasi 49 anni, per una nefrosclerosi, la stessa malattia di cui era morto anche il padre, mentre stava apportando gli ultimi ritocchi al capolavoro che lo aveva impegnato per gli ultimi dieci anni della sua vita.

Naturalmente il romanzo non passò la censura. Fu solo nel 1967 che Il Maestro e Margherita filtrò in Europa, sebbene pesantemente censurato. Ma a quanto pare aveva mantenuto abbastanza verve da ispirare Mick Jagger a scrivere la canzone Simpathy for the Devil. Uh

Come sempre accade con la grande letterature, il romanzo si presta a numerose letture: ilare presa in giro, profonda allegoria filosofica, caustica satira politica e sociale sulla società sovietica e sulla sua immancabile burocrazia. A voi l’ardua sentenza. Io personalmente mi chiedo solo come mai non l’ho letto prima…

2018 ©Paola Cacciari

#5libri .. e qualcosa in più sulla Grande Guerra

Oggi in Italia si celebra il Centenario dell’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale. E allora vi segnalo questo post di Tatiana Larina con una cascata di romanzi tutti da leggere sull’argomento del primo conflitto mondiale. Buona lettura! 🙂

Parla della Russia

4 novembre 1918. Come si fa a festeggiare una vittoria come quella dell’Italia nella Grande Guerra? Si può festeggiare la fine della guerra, la rottura di un fronte che ha dilaniato il continente e il mondo, il tentativo di ritorno ad una normalità, ma no, la vittoria proprio no.

Una vittoria che proprio all’Italia costò una delle più sanguinose disfatte della nostra storia, Caporetto, e che per tutti i paesi coinvolti ha significato un bagno di sangue mai visto prima, la sperimentazione di armi di distruzione di massa (le armi chimiche), il coinvolgimento di milioni di civili, la devastazione di intere nazioni.

E poi cosa c’è da festeggiare in una guerra che ha gettato i semi di una follia ancora duratura per l’Europa e per il mondo? Come suonano strani i nome di Rommel e Badoglio qui… eppure a Caporetto c’erano loro.

Gli scrittori che il quel periodo hanno vissuto…

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La grande Russia portatile

L’ho letto in pochi giorni questo Parla Della Russia, il libretto “portatile” di Paolo Nori e ci sto ancora rimuginando sopra. Una prosa facile, un amore vero quello di Nori per la Russia e per l’Italia (o forse sarebbe meglio dire per l’Emilia) tanti, tantissimi spunti di riflessione. Grazie, grazie e grazie ancora a voi di Parla della Russia per un altro prezioso consiglio letterario. Mi avete fatto scoprire un conterraneo che non conoscevo.

Parla della Russia

Paolo Nori continua la lunga tradizione italiana degli studiosi di russo e come spesso capita in questi casi (russo-slavisti, arabisti, germanofili, ecc), il loro non sembra un lavoro ma una vera missione: diffondere il più possibile non solo la letteratura, ma la cultura, le peculiarità, le forze e le debolezze di un mondo.

E questo pare fare Nori. La Grande Russia Portatile non è testo strutturato; è una raccolta di pensieri che lo scrittore riporta e condivide sulla Russia. Badate bene, non sulla Russia in assoluto, ma sulla SUA Russia, sulla Russia che lui ha conosciuto, visitato, vissuto. La Russia che gli ha conquistato il cuore.

Nori parte cercando di raccontare cosa la lingua russa abbia rappresentato per lui e finisce per dire quello che è la Russia per tutti noi. Anche per chi (come me) in Russia non ha mai messo piede, ma si nutre di letteratura russa, anzi…

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Il dilemma del XXI secolo: vivere la vita o fotografarla?

Quesito: state davvero vivendo questo momento? Questo essere qui, ora a fare quello che state facendo – scrivendo sulla tastiera delo vostro computer, mangiando un gelato, guardando un quadro, un paesaggio, assistendo ad uno spettacolo, leggendo il giornale, o questo post. Lo chiedo perchè ovunque vada, per la strada o al lavoro al museo, tutto ciò che vedo sono persone di tutte le età che guardano nei fissi nei loro smartphone. Io sono una delle colpevoli, lo ammetto.

Perchè sentiamo così ungentemente il bisogno di aggiornare lo status di Facebook o di controllare per la millesima volta Twitter, Instagram gli e-mail sui nostri smartphones, la mano ansiosa che scava nella borsa o nelle tasche dei jeans a cercare il telefono non appena sentiamo il bing di una notifica indipendentemente dal luogo in cui ci troviamo?  La cosa mi preoccupa. Sarò antiquata, ma trovo estremamente maleducato verso gli artisti e gli altri spettatori usare il telefono a teatro o al cinema durante uno spettacolo. Come qualche sera fa alla Royal Albert Hall, la bellissima sala da concerti vittoriana in quel di South Kensington, dove per un colpo di fortuna stratosferico avevo trovato un biglietto bazza per un magnifico concerto di musica sinfonica russa, una fantastica hit-parade di grandi compositori come Borodin, Mussorgsky, Rimsky-Korsakov e Tchaikovsky per intenderci. Davanti a me era seduta una giovane coppia di turisti che continuava ad ignorare allegramente i richiami della maschera che ripetutamente chiedeva loro di smettere di filmare il concerto e spegnere il telefono.

Dal mio posto nella fila dietro, li vedevo incessantemente inviare messaggi su WhatsApp, picchiettare la tastiera dello smartphone con dita più veloci della luce. La luce emanata dallo schermo del telefono era in linea con la mia visione del direttore d’orchestra che finiva così per diventare tutt’uno con lo sfondo verde e giallo di WhatsApp. Ogni tanto la ragazza alzava il telefono per scattare una foto al palcoscenico prentamente condivisa su Facebook. Vedere il concerto attraverso lo schermo di un cellulare altrui non era la mia idea di una serata live. Vincedo la tentazione di afferrare il suo smartphone e ficcarglielo in gola, mi sono limitata a picchiettare gentilmente la ragazza sulla spalla chiedendole con tutta la cortesia che sono riuscita a raccogliere di metterlo via perché disturbava noi che si stava dietro. La maschera mi ha lanciato uno sguardo grato e lo stesso ha fatto la signora seduta a poca distanza da me. Non capisco. Che senso ha pagare per un concerto (ma potrebbe essere uno spettacolo teatrale, una mostra o un balletto) se poi non la si vive in pieno perché si è troppo occupati a condividerla con i milleetrecentocinquadue amici che si hanno in Facebook?

Uno studio del 2013 ha scoperto che le persone che vanno in giro per musei fotografando tutto ricordano molto meno della loro visita di coloro che invece si limitano a guardare e a scattare qualche foto occasionale. La cosa non mi sorprende. In fondo perché affaticare il cerverlo con ricordi “inutili” (cosa discutibile) quando possiamo accedere all’immenso archivo fotografico del nostro iPhone o simili o trovare la stesssa informazione su Google? Detto questo, io adoro la fotografia e scatto foto ovunque. I ricordi scivolano via come sabbia tra le dita e la fotografia è un mezzo meraviglioso per fermare il tempo. Ma c’è un tempo e un luogo per tutto. Voi cosa ne pensate?

2018 © Paola Cacciari