Impressionismo russo: storie di artisti poco noti che hanno realizzato dei capolavori (parte 1)

La mia passione per la Russia è di antica data, così come per la sua arte. Godetevi questi tre bellissimi articoli di Arianna de La Sottile Linea d’Ombra. Buona lettura!

La sottile linea d'ombra

Cosa vi viene in mente quando sentite nominare l’arte russa? Scommetto che le risposte possono essere facilmente tre: le icone, le avanguardie e le monumentali sculture e architetture tipiche sovietiche.

Difficilmente a qualcuno verrà in mente l’impressionismo, e devo dire che anche io non ne sapevo molto, ma ho avuto la fortuna di documentarmi grazie ad un souvenir di Mosca ricevuto dai miei genitori, un libro che mi ha fatto scoprire un nuovo universo e da cui ho preso molto di quello che sto per scrivere (Painting of the Late 19th and Early 20th Centuries. Masterpieces of the Tretyakov Gallery, Mosca 2016).

Oggi infatti non sono qui per raccontarvi degli aspetti più noti e celebrati dell’arte russa, ma per introdurre una nuova sfaccettatura di quel movimento artistico che ha reso possibili le avanguardie e più in generale l’avvento dell’arte contemporanea, quell’impressionismo che dalla Francia si è allargato…

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Carl Fabergé, il gioielliere degli Zar

È difficile immaginare la Russia del XIX secolo. Un mondo che andava dalla Polonia all’Alaska, che copriva un sesto del globo e che che si estendeva su tre continenti. Un mondo dominato da una sola, autocratica famiglia, i Romanov che dall’isolamento di San Pietroburgo, la nuova capitale dell’impero russo che Pietro il Grande fece costruire ex novo nel 1703 come  “finestra sull’Occidente” per facilitare gli scambi commerciali e culturali, finirono come con lo scontrarsi come sonnambuli contro la dura realtà della Rivoluzione. Questo era il mondo di Peter Carl Fabergé (Карл Густавович Фаберже, 1846-1920).

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b0/Karl_Gustavovich_Faberge.jpg
Peter Carl Fabergé

Nato a San Pietroburgo da padre tedesco di origine ugonotta e da madre danese, il giovan Carl fu educato inizialmente nella capitale. Nel 1860, Gustav Fabergé decise che quel suo figlio talentuoso meritava di meglio e si traferi’ con la famiglia a Dresda, lasciando la sua attività nelle mani di esperti e fidati manager. Grazie al governo di Augusto II il Forte, il Principe elettore di Sassonia, Dresda era divenuta nel XVIII una metropoli artistica di livello europeo, la “Firenze sull’Elba”. Augusto il Forte non solo amava il lusso e i gioelli vistosi, ma amava mostrarli e la sua infatti fu la prima collezione museale aperta al pubblico che Peter Carl ebbe modo di vedere mentre frequentava un corso alla Scuola delle Arti e dei Mestieri di Dresda.

Non ci volle molto perchè il suo eccezionale talento come orefice fosse notato dallo Zar Alessandro III.
In Russia la festa più importante dell’anno è la Pasqua che generalmente cade in una data diversa da quella cattolica e, a differenza di quella italiana, viene celebrata solennemente andando a Messa e scambiandosi doni e uova decorate simboli di vita e di fertilità e di resurrezione. Ma quello che l’imperatrice Maria Feodorovna (1847-1928) ricevette nel 1885 dal marito, lo Zar Alessandro III era un uovo unico, la briscola dei regali di Pasqua.

The Faberge Hen Egg

L’Uovo con gallina (o Primo uovo con gallina) è il primo delle uova imperiali Fabergé e fu talmente apprezzato dallo zar e dalla zarina, che la famiglia reale trasformò quello che doveva essre un dono occasionale, in una tradizione annuale portata avanti anche dal figlio ed erede di Alessandro III, Nicola II che ogni anno dal 1894 fino al 1917, commissionò  due uova, una per la moglie, la Zarina Alessandra Feodorovna, e l’altra per l’Imperatrice madre. La tradizione fu interrotta solo nel 1904-05 quando, in occasione della guerra russo-giapponese  lo Zar non ritenne di buon gusto scialacquare in oggetti inutili.  Ogni anno, le uova con sorpresa diventavano più intricate e più ingegnose. Dopo il successo dell’Uovo con gallina, lo Zar diede a Fabergé il pieno controllo artistico sulle creazioni annuali. Unica condizione: che le uova contenessero una sorpresa.

 

Russian royalty Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children
Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children

 

Ciò che i Romanov non sapevano in quel giorno di Pasqua del 1885 era che 32 anni (e 49 uova) più tardi il mondo che conoscevano e governavano sarebbe crollato con violenza, portando con se’ la famiglia reale e con essa le rare creazioni di Fabergé.

 

Ma questo ancora nessuno lo sapeva, meno che meno Fabergé, che nel 1900, partecipa (sebbene fuori concorso, in quanto il gioielliere era anche membro della giuria) con le sue creazioni all’Esposizione mondiale di Parigi – il che non impedi’ alla Casa di ottenere la medaglia d’oro dell’esposizione e a Carl Fabergé di ricevere dall’associazione dei gioiellieri parigini il titolo di maître e la croce di cavaliere della Legion d’onore.  Essere russo nella Francia di fine secolo era decisamente cool.

Al suo apice, la Casa Fabergé impiegava oltre a 500 artigiani, poteva contare su un capitale di compagnia di tre milioni di rubli e, oltre alla sede di San Pietroburgo, al 16/18 dell’elegante Bol’šaja Morskaja, aveva succursali a Mosca, Odessa, Kiev e persino a Londra – quest’ultimo negozio sovvenzionato quasi per intero da un solo cliente, il godereccio re Edoardo VII che non per niente era zio di Nicola II (avendo sposato Alessandra di Danimarca, la cui sorella Dagmar altri non era che l’imperatrice Maria Feodorovn).

 

Russian royalty The Family of Tsar Nicholas II of Russia
The Family of Tsar Nicholas II of Russia

 

Ma poi, l’8 Marzo 1917 la Rivoluzione bolscevica cambia tutto. Fabergé, era un uomo segnato data la sua associazione con l’elite del paese e nel 1918, la Casa Fabergé fu nazionalizzata dai bolscevichi e tutti i pezzi presenti in magazzino confiscati. Carl Fabergé lasciò San Pietroburgo in modo roccambolesco, a bordo di un treno diplomatico diretto a Riga, in Lituania. Da lì raggiunge la Svizzera, dove nel dicembre del 1918 fu raggiunto dalla moglie e dal figlio Eugène, sfuggiti alle grinfie dei bolscevichi raggiungendo a piedi la Finlandia. Peter Carl Fabergé non si riprese mai dallo shock della Rivoluzione russa. Morì, in Svizzera, il 24 settembre 1920 “di crepacuore”. O almeno così dice la leggenda metropolitana. La sua salma riposa oggi nel Cimetière du Grand Jas, a Cannes.

Dopo la caduta dei Romanov, le collezioni d’arte reale furono depredate. Le meravigliose uova di Pasqua (tranne una salvata dall’imperatrice madre Maria Feodorovna che la porta con se’ in esilio in Inghilterra, dove si rifugia dalla sorella Alessandra nel 1919) furono impacchettate e portate a Mosca, nascoste in un angolo buio dell’Armeria del Cremlino, dove rimasero fino a quando Stalin decise che era ora di vendere i tesori russi per finanziare il suo governo.

The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.
The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.

A partire dal 2006, appena ventuno uova erano ancora in Russia, per la maggior parte in esposizione nel Palazzo dell’Armeria del Cremlino di Mosca. Nel febbraio del 2004 l’oligarca russo Viktor Vekselberg acquistò le nove uova imperiali precedentemente possedute dall’editore americano Forbes, restituendo così alla Russia una parte della sua storia dell’arte.

Il Museo Fabergé, inaugurato a San Pietroburgo nell’autunno 2013 da Vekselberg nel rinnovato palazzo Šuvalovskij, gioiello neoclassico della fine XVIII secolo (forse opera dell’italiano Giacomo Quarenghi) che si affaccia sul Fontanka, uno dei canali che attraversa il centro di San Pietroburgo per gettarsi nella Neva, ospita oltre a vari reperti degli Zar di Russia, le suddette nove uova imperiali (Uovo con gallina, Uovo rinascimentale, Uovo del bocciolo di rosa, Uovo dell’incoronazione, Uovo dei mughetti, Uovo del XV anniversario, Uovo con galletto, Uovo dell’alloro e Uovo dell’Ordine di San Giorgio). Purtroppo in occasione della mia breve visita a San Pietroburgo lo scorso Marzo il museo era chiuso per due settimane. Peccato.

Almeno mi sono consolata con questo capolavoro, appartenuto ai Rothschild, in mostra al Palazzo dello Stato Maggiore, il lungo edificio (580 m) disegnato da Carlo Rossi in stile Impero e costruito fra il 1819 ed il 1829, che sta davanti Palazzo d’Inverno e che ospita collezioni di arte moderna (Impressionosmo, Post-Impressionismo e Avanguardie) dell’Ermitage.

The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Commissionata nel 1902 da Béatrice Ephrussi de Rothschild in occasione del fidanzamento del fratello minore, il barone Édouard Alphonse James de Rothschild, questa è una delle poche uova che la Casa Fabergé ha creato per altri clienti che non fossero membri della famiglia imperiale russa (e una delle più costose che Fabergé avesse mai prodotto e venduto), ed è appartenuta alla famiglia Rothschild fino al 2007, quando fu acquistata dal collezionista Aleksandr Ivanov per 9 milioni di sterline. Ouch! Dal 2014 l’abbagliante uovo Rothschild fa bella mostra di sè (insieme ad una serie di altri piccoli “oggetti di fantasia”, come i tipici deliziosi piccoli animali in pietre preziose) all’Ermitage di San Pietroburgo, donato da Vladimir Putin in occasione del 250 anniversario del museo.

2018 ©Paola Cacciari

Eugene Onegin tra Puškin e Tchaikovsky

Per anni ne ho sussurato il nome a bassa voce, con deferenza e rispetto, quasi per paura di sciuparlo. Che da sempre è stato il tempio del balletto – sul suo palcoscenico hanno ballato i piu’ grandi – Vaslav Nijinsky, Anna Pavlovna, Rudolf Nureyev. Persino il nostro Giuseppe Verdi lo scelse per la prima rappresentazione assoluta de La Forza del Destino il 10 Novembre 1862. Parlo del Teatro Imperiale di San Pietroburgo, meglio noto come Teatro Mariinskij.

The Mariinsky Opera and Ballet Theatre
The Mariinsky Opera and Ballet Theatre

Per cui potete immaginare la mia eccitazione quando la settimana scorsa, durante una manciata di giorni trascorsi nella rispledente San Pietroburgo, ne ho varcato le porte per assistere ad Eugene Onegin, il capolavoro di Pyotr Ilyich Tchaikovsky tratto dall’omonimo romanzo in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin!!

La storia, composta tra il 1822 e il 1831 e pubblicato completa per la prima volta nel 1833, è diventata un classico della letteratura mondiale. Eugenio Onegin è un giovane dandy annoiato e disilluso dalla vita. Trasferitosi in campagna, diventa amico di un giovane poeta, Vladimir Lenskij, innamorato di Olga con cui si è appena fidanzato. Mentre Lenskij corteggia Olga, e si allontana con lei, Onegin conversa con la sorella di lei,Tatyana che, affascinata da Onegin, si innamora a prima vista di lui. Giovane e impulsiva, Tanya gli scrive (dopo qualche esitazione) un’appasionata lettera in cui gli dichiara il suo amore.

Amore che Onegin respinge con un annoiata fermezza quando si incotrano in un angolo del giardino della Larina, fra cespugli di lillà e di acacie in fiore, un’antica panca, fra aiuole trascurate. Lei è troppo giovane, troppo povera, troppo inesperta e lui non pensa assolutamente a sposarsi.

Qualche tempo dopo, Lenskij insiste perché il suo amico assista al ballo in occasione dell’onomastico di Tatyana. Onegin, scontento e annoiato, decide di divertirsi giocando a sedurre Olga, che sta al gioco. Ma a fare la parte del terzo incomodo Lenskij proprio non ci sta (come dargli torto?). Offeso e tradito, sfida l'(ex) amico ad un duello con le pistole da tenersi il giorno seguente, all’alba. Duello che si conclude tragicamente quando un riluttante Onegin uccide Lenskij.

Costretto a lasciare la città, Onegin vi fa ritorno due anni dopo. Ed lì, nel salone di un ricco palazzo a Pietroburgo, dove gli invitati si divertono un mondo a ballare una polacca, che ritrova Tatyana al braccio del principe Gremin, generale dell’esercito ed eroe di guerra. La giovane appassionata che gli aveva scritto una lettera d’amore due anni prima è diventata una donna bellissima e raffinata, e Onegin – resosi conto dell’errore commesso tempo prima rifiutandola – le confessa il suo amore. Ma è troppo tardi: Tatiana che ha sposato il Principe, preferisce restare fedele al marito nonostante ami ancora Onegin. Nell’ultima scena la donna esce di scena e dalla vita di Onegin, lasciando l’uomo alla sua disperazione e al suo rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato mai. Ed è questa è la vera tragedia.

Ammetto senza vergogna di essere una tradizionalista e questa produzione di Eugene Onegin del Teatro Mariinsky creata da Yuri Temirkanov nel 1982, con i suoi costumi classici, senza strani esperimenti e adattamente è stata semplicemente da sogno! 🙂

 2018 ©Paola Cacciari

Revolutija

Che cosa porta ad una rivoluzione? Quali sono le sue premesse? La mostra Revolutija al Mambo di Bologna in questo post di Pensieri lib(e)ri. Buona lettura! http://www.mostrarevolutija.it #Revolutija

 

Ilya Repin What Freedom! (1903) State Russian Museum, Saint Petersburg, Russia.
Ilya Repin, What Freedom! (1903) State Russian Museum, Saint Petersburg.

 

Pensieri lib(e)ri

“Nei profondi nascondigli dell’arte si trovano i segreti dei fatti dei colpi di Stato, della riorganizzazione della vita delle persone…”

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L’arte della Rivoluzione Russa 1917-1932

La propaganda non è una cosa nuova: dalle piramidi egiziane alle statue degli imperatori romani, passando per ritratti di re e regine, l’arte è stata per millenni un modo per legittimare e manipolare il pubblico. Ma nessuno l’ha fatto nel modo cosi assolutamente sfrontato come il i bolscevichi di Lenin (prima) e di Stalin (dopo). D’altra parte non avevano scelta. I bolscevichi di Lenin erano perfettamente coscienti della fragilità del loro potere e per questo erano pronti a fare di tutto per mantenere l’ autorità che avevano guadagnato nell’ottobre del 1917.E allora Lenin in bronzo. Lenin dipinto. E ancora Lenin, questa volta sotto forma di statuetta di porcellana. Ma il suo viso lo si trova anche su foulard, piatti, vasi, tazze. Davvero, vivo o morto, non c’è verso di evitare lo sguardo severo del leader della Rivoluzione Bolscevica.

La Russia era un paese primitivo, sorprendentemente arretrato nel 1917. E alla guida di una vasta popolazione di servi che abitavano in primitive capanne di legno in migliaia di villaggi fangosi, era la classe di proprietari terrieri chiusi nelle loro eleganti case di campagna servita da medici locali e avvocati che a loro volta, aspiraravano ai lussi goduti dalle classi superiori nelle poche città degne di questo nome – Kiev, San Pietroburgo, Mosca. Questa era la classe rappresentata nelle opere di Anton Chekov (1860-1904). In queste grandi città l’aristocrazia si mescolava a una piccola classe di autocompiaciuti intellettuali che si congratulvano per la fioritura delle arti che aveva trasformato la vita culturale russa alla fine del XIX secolo – molti dei quali (artisti, scrittori ed impresari) hanno trovato posto nella bellissima mostra “Russia and the arts tenutasi la scorsa primavera alla National Portrait Gallery.

Bolshevik (1920) by Boris Mikailovich Kustodiev. State Tretyakov Gallery. Photo © State Tretyakov Gallery

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la Russia stava attraversando una tarda quanto velocissima rivoluzione industriale. Nel 1861 lo zar Alessandro II, salito al trono nel 1855 aveva abolito la servitù della gleba e dato la possibilità ai contadini di affrancarsi se questi erano in grado di riscattare la terra in cui lavoravano. Inutile dire che, lungi dallessere in grado di trasformarsi in piccoli proprietari terrieri, nel 1881 la meta’ di questi contadini doveva ancora finire di pagare per la propria libertà. Migliaia di ex servi si trovavano improvvisamente liberati e poverissimi non hanno altra scelta che abbandonare la loro vecchia vita e cercare impiego in fabbrica. Le dimensioni di città come San Pietroburgo raddoppiano nel giro di soli quindici anni. Ma con al loro entrata nella classe operaia, gli ex servi cominciano a chiedere condizioni di lavoro migliori (la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore e il salario minimo giornaliero) e più rispetto da parte dei datori di lavoro. Ed è  qui che cominciano i problemi. In seguito ad uno sciopero generale cui avevano aderito 250.000 lavoratori, che ebbe luogo la domenica del 9 gennaio 1905, decine di migliaia di persone scesero pacificamente davanti al Palazzo d’Inverno, inneggiando allo Zar. I tapini erano infatti convinti che se lo Zar avesse saputo delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Illusi. Per tutta risposta le truppe imperiali spararono sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti, uccidendo così per sempre la cieca fiducia che il popolo russo aveva da sempre nello Zar.

Quando lo Zar, il debole e indeciso Nicola II, trascina il Paese nella trappola della Grande Guerra nel 1914 che l’arrettratezza e la debolezza dell’economia russa emersero in tutta la sua tragedia. Le truppe, mandate a combattere con armi antiquate ed uniformi e attrezzature inadeguate, furono rapidamente sconfitte dall’esercito tedesco – una sconfitta resa più facile dal fatto che lo Zar insistette (come il suo predecessore Alessandro I, quello di Guerra e Pace) a guidare personalmente la guerra invece che lasciare le manovre militari in mano agli esperti. Presto la mancanza di cibo e altre privazioni andarono ad aggiungersi all’umiliazione nazionale e alla raffica di sconfitte. Con lo Zar al fronte, il vuoto di potere da lui lasciato viene colmato dalla figura di Rasputin. La reputazione della zarina Alexandra fu rovinata. La guerra fu un disastro per i Romanov. Operai e agricoltori erano trascinati via dei loro posti di lavoro per essere trucidati dall’armata tedesca. Con le fabbriche vuote e i campi abbandonati, seguirono inevitabili la mancanza di cibo e l’inflazione. La gente era affamata e arrabbiata e fu la fame che alla fine condannò la dinastia. Alla fine, persino i soldati dell’armata imperiale, stanchi di sparare sui loro concittadini decisero di unirsi a loro. La rivoluzione era cominciata. La cosa sorprendente è che bisognerà aspettare fino alla primavera del 1917 perchè  il governo dello Zar sia rovesciato e Nicola II costretto ad abdicare.
La visione di Lenin di una Russia ideale si tramanda cristallizzandosi pienamente in quella di Stalin che, dal 1932 al 1952 regolerà profondamente la realtà sovietica in tutti i campi della vita. Le parate militari promuovevano un immagine di forte identità politica e lo sport, come la marcia, era considerato fondamentale nella vita del cittadino sovietico. Lo sport serviva a disciplinare a mente non solo il corpo, mentre quest’ultimo era modellato dall’esercizio – che lo  rendeva simile ad una scultura.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Il mondo ideale della Rivoluzione è abitato da giovani contadine che lavorano nei campi indossando abiti ricamati straordinariamente ordinate e pulite, e da contadini (naturalmente) anch’essi giovani e belli che, sudati ed abbronzati, sorridono con emozione all’arrivo della nuova trebbiatrice a motore mostrando un fila di perfetti denti bianchissimi e da statuari operai rappresentati orgogliosamente con gli strumenti di lavoro su piatti e tazze di ceramica che (a differenza di dipinti) portano il messaggio propagandistico del governo anche nei più remoti confini dell’ex impero russo. Ma la realtà era molto diversa. Le promesse fatte dai bolscevichi quando presero il potere nel 1917 non furono mantenute (suona famigliare??) e i contadini, ben diversi dagli eroi rurali dipinti dalla propaganda rivoluzionaria, non avevano nulla di cui sopravvivere.

Non sorprende pertanto che, anche nel pieno della rivoluzione russa, le foreste di betulle e le cupole a forma di cipolla continuano ad essere potenti simboli di identità nazionale. Il fatto che molti tra filosofi, poeti ed intellettuali avevano n nostalgia del fascino e della bellezza della vecchia Russia, quella degli zar che stava velocemete scomparendo sotto gli scarponi delle masse proletarie. In un’epoca che aborriva ogni cosa legata al passato e che aveva fatto della confisca della proprietà privata la sua bandiera, molti si ritrovano a pregare il governo di non distruggere le vecchie chiese ortodosse dale cupole colorate. Quadri come The Day of the Annunciation (1922) di Knstantin Youn celebrano la nostalgia per una Russia magica che non esiste più.

The day of the Annunciation, 1922 – Konstantin Yuon Tretyakov Gallery, Moscow, Russia

Per un breve periodo tuttavia, dopo la presa di potere da parte dei bolscevichi, artisti, compositori e scrittori furono presi da un vero e proprio furore creativo. Che se c’era una cosa che gli intellettuali condividevano con i rivoluzionari era la convinzione che l’arte potesse servire uno scopo ben più altro che quello di semplice decorazione. L’arte, pensavanno loro, poteva aiutare a ricostruire una nazione, a  rifarla da zero partendo dai posters per arrivare alle uniformi dei lavoratori e alle tazze per il tè. Era un mondo in continuo movimento quello dell’Europa del primo Novecento. Un mondo dove le idee si diffondevano in fretta e Picasso aveva appena finito di inventare il Cubismo che Malevich già lo adatta alla realtà di Mosca. Ma con l’avvento di Stalin intellettuali e artisti come Chagall,  Kandinskij, Tatlin e Shostakovich, da patrioti qual’erano, diventarono sovversivi e agli occhi di un governo paranoico e furono costretti a fuggire per non essere uccisi – il loro sogno del Comunismo trasformatosi in incubo.

2017 ©Paola Cacciari

Revolution: Russian Art 1917–1932 (dall’11 Febbraio al 17 Aprile 2017)

Royal Academy of ArtsImagine Moscow (dal 15 Marzo al 4 Giugno 2017)

Design MuseumRussian Revolution: Hope, Tragedy, Myths (dal 28 Aprile al 29 Agosto 2017)

British LibraryRed Star Over Russia: A revolution in visual culture 1905–55 (dall’8 Novembre al  18 Febbraio 2018) Tate Modern

La Bayadère

Quando si parla di bellezza, basta una parola: Mariinskij. Il Corpo di ballo del Teatro Mariinskij, affiliato al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo che deve il suo nome alla principessa Maria Aleksandrovna, è famoso per aver  visto il debutto di alcune delle più importanti opere e balletti russe – dall’opera Boris Godunov di Modest Musorgskij nel 1874, alle più importanti opere di Pyotr Ilyich Tchaikovsky, come La bella addormentata, Lo schiaccianoci e Il lago dei cigni. Anche La forza del destino di Giuseppe Verdi fu rappresentata qui in prima assoluta il 10 novembre 1862.

Quella del  Mariinski è una delle compagnie di danza classica più famose della storia. Nota come Balletto Imperiale prima del 1900, la compagnia scuola di balletto del Teatro Mariinskij ha lanciato le carriere di artisti come  Vaslav Nijinsky, la star dei Balletti Russi di Diaghilev, un numero incredibile di ballerini e icone come Rudolf Nureyev e Mikhail Baryshnikov. E in questo periodo è in tournee a Londra per una manciata di date alla Royal Opera House. Un’occasione unica che io naturalmente non mi sono fatta scappare.

Da quando qualche mese fa ho letto la biografia di Rudolf Nureyev, non vedevo l’ora di vedere La Bayadère, la splendida creazione di Marius Petipa (con musica è di Ludwig Minkus ) per vedere la scena de Il regno delle ombre che lui ha coreografato nel 1963 e che l’ha reso questo balletto famoso nel mondo occidentale. Un classico in Russia, La Bayadère era quasi del tutto sconosciuta in occidente prima che, nel 1961, il balleto Kirov mettesse in scena Il regno delle ombre al Palais Garnier di Parigi, con un ventitreenne Rudolf Nureyev nel ruolo di Solor che fece scalpore (anche grazie alla sua defezione nel Giugno del  1961 proprio durante quella tournè), rendendo balletto e ballerino famosi dal giorno alla notte.

Fu la versione del Kirov che Rudolf Nureyev  mette in scena per il Royal Ballet due anni più tardi, nel 1963, con Margot Fonteyn nel ruolo della Bayadère Nikiya, la danzatrice del tempio. La musica di Minkus furiorchestrata da John Lanchbery, l’allora compositore/direttore d’orchestra della Royal Opera House. Inutile dire che la prima fu un grande successo, ed è considerata tra i momenti più importanti della storia del balletto. Attualmente, La Bayadère è presentata soprattutto in due versioni differenti, quelle derivate dalla messa in scena per il balletto del Kirov (come il Teatro Mariinskij fu ribattezzata tra il 1934 in seguito all’assassinio del rivoluzionario Sergej Kirov, ma ritorno’ al nome originale nel 1991 dopo la caduta del comunismo) da parte di Vakhtang Chabukiani e Vladimir Ponomarev nel 1941 e quelle derivate dalla produzione del 1980 di Natalia Makarova per l’American Ballet Theatre.

Ma le ballerine russe hanno le braccia più lunghe delle altre? Riescono ad alzare le gambe più delle altre? Riescono a volare piu’ in alto degli altri comuni mortali? Che tutti i ballerini, uomini e donne, sembravano volare (letteralmente) da una parte all’altra del palco senza fare rumore, neanche fossero fatti di qualche sostanza immateriale invece che di carne e sangue. E mentre mi godevo le acrobazie delle étoiles del Mariinskij, non riuscivo a non pensare a come sarebbe stato incredibile vedere il ruolo del guerriero Solor interpretato da Nureyev.

Ma la vita è fatta così: un po’ bastarda… Non avendo trovato su You Tube un video decente di Nureyev godetevi questo di Roberto Bolle, sempre molto apprezzabile! 🙂

Rodin e Nijinsky

Quando penso ad un’artista ossessionato dalla danza il primo nome che mi viene in mente è Degas. Eppure la danza non fu meno importante per Auguste Rodin, in particolare nella fase più tarda della sua carriera. Rappresentare le dinamiche di movimento, la tensione muscolare e l’espressività del corpo umano professionalmente addestrato alla danza era una sfida che decise di raccogliere.

E qui comincia un’altra piccola e preziosa mostra allestita dalla sempre impeccabile Courtauld Gallery, dal titolo Rodin and Dance: The Essence of Movement che riunisce un gruppo di disegni e di piccole sculture in varie pose di danza, spesso appena abbozzate che Rodin non ha mai mostrato in pubblico (e che forse non aveva intenzione di mostrare – pare uno di quei casi in cui un gruppo di sconosciuti se ne va a ficcare il naso in qualche cassetto e tra i calzini e mutande trova cose che non deve trovare…). Visti nell’insieme, chiusi nella teca di vetro, queste piccoli bozzetti di gesso o terracotta sembrano una raccolta di primitive divinità di terracotta, solo aggressivamente moderne.

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Ma mentre Degas si limitava a studiare le ballerine, Rodin era affascinato da una nuova generazione di radicali innovatori della danza come Loie Fuller, Isadora Duncan e Vasilij Nijinsky (1889-1950), “musa” e amante (almeno per un certo tempo) del padre di tutti gli impresari e il creatore dei Balletti Russi, Sergei Diaghilev.

Ma chi era Nijinsky? Nato a Kiev da una famiglia di ballerini polacchi emigrata in Russia, Nijinsky frequentò la Scuola di Ballo Imperiale di San Pietroburgo nel 1900, dove studiò con Enrico Cecchetti. A 18 anni si esibì sul palco del Teatro Mariinskij in ruoli da protagonista insieme alla sorella Bronislava Nižinskaja, che lo seguì per parte della sua carriera, diventando anch’essa grande ballerina e coreografa.

L’entusiamo dell’Europa occidentale per Nijinsky era generale, anche se la sua performance de L’Après-midi d’un Faun di Claude Debussy prodotta da Diaghilev in cui ruolo principale fu danzato dal giovane ballerino, qui anche in veste di coreografo, aveva scandalizzato mezza Parigi tanto che Le Figaro, il cui editore Gaston Calmette giudicò malissimo il balletto, iniziò una campagna contro di lui.

Fortunatamente, nel Maggio del 1912 Rodin vide danzare Nijinsky e, colpito dal virtuosismo e dall’intensità del giovane russo, pubblicò insieme al pittore simbolista Odilon Redon un articolo in difesa della coreografia su Le Figaro. Forse fu proprio per ringraziare lo scultore del sostegno datogli durante la controversia sui Balletti Russi che Nijinsky abbia accettato di posare per lui, probabilmente nel mese di luglio 1912. Rodin lo disegnò in varie pose derivate dal balletto L’Après-midi d’un Faun prima di fermarne le forme in  un rapido bozzetto di creta (al contrario della tradizione accademica che voleva li voleva fermi in pose statiche durante la posa, Rodin preferiva che i modelli si muovessero con naturalezza nel suo studio).  Se gli schizzi sono sopravvissuti, lo stampo per la figurina di Nijinsky fu scoperta solo dopo la morte dello scultore e il piccolo bronzo fu creato solo nel 1957.

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin
Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

Devo dire che dopo tanti disegni, fotografie e figurine dell’acrobata e ballerina Alda Moreno, diventata (sebbene a sua insaputa) la musa di Rodin, questo piccolo, esplosivo bronzo di Nijinsky cosi’ carico di selvaggia vitalità e straripante trattenuta energia, è una e propria ventata d’aria fresca – certamente il pezzo più espressivo e affascinante della mostra.  anche se il bronzo è di per sé di piccole dimensioni. Mi manca il respiro: davanti a questa piccola bomba di selvaggia enegia posso solo immaginare l’effetto esplosivo che Nijinsky ebbe sulla società d’inizio secolo.

Londra//fino al 22 gennaio 2017

Rodin and Dance: The Essence of Movement @ Courtauld Gallery

courtauld.ac.uk

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Da quando ho letto Guerra e Pace sono stata assalita dalla curiosità per la Russia e per la storia e la cultura di questa immensa nazione. Che si tratti di trascorrere intere giornate a lavorare nelle sale dell’europa, quelle dedicate e Napoleone e Caterina II La Grande, di leggere con rinnovato interesse e attenzione articoli che sembrano apparire dal nulla ogni volta che riordino la mia mia collezione di Art & Dossier, o lo sbrodolare d’invidia per lo stage di una mia giovane collega/studentessa universitaria di Lingua e Letteratura Russa che ha trascorso tre mesi di studio nientemeno che a San Pietroburgo per migliorare la lingua e a fare la gallery assistant come volontaria all’Hermitage, il fascino per l’arte russa non mi ha ancora abbandonato.

Ma se conosco i grandi nomi della letteratura come Tolstoy, Dostoevsky, Chekhov, Turgenev  della musica come Tchaikovsky, Mussorgsky e Rimsky-Korsakov (etc etc etc) e naturalemente l’impresario  per antonomasia, Sergei Pavlovich Diaghilev che con il suo protetto il danzatore Vaslav Nijinsky hanno preso d’assalto l’Europa Occidentale con i Balletti Russi (e qui non in mostra perchè al di fuori del periodo storico qui preso in esame), devo ammettere che la mia conoscenza della pittura russa, soprattutto quella del XIX secolo, è praticamente inesistente: una voragine storica artistica profonda come la Fossa delle Marianne che sembra contemplare il nulla nel periodo compreso tra le icone bizantine e le Avanguardie.

E così la piccola e perfetta mostra della National Portrait Gallery, con i suoi 12 dipinti provenienti dal Museo Tretyakov di Mosca è la benvenuta (il titolo Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky non necessita ulteriori spiegazioni) arriva a proposito ad allargare le mie magre conoscenze dei grandi russi della pittura.

Il ricco mercante e filantropo Pavel Mikhaylovich Tretyakov (1832-1898) cominciò a collezionare opere di artisti russi nel 1856 e già nel 1881 ne aveva accumulati così tanti che nel 1881  eventualmente trasformando la sua dimora vicino al Kremlino in un tesoro di arte russa che desiderando celebrare i grandi musicisti, compositori, scrittori, drammaturghi russi, ne commissiona ritratti in un momento in cui il ritratto realista si stava aprendo ad influenze  dell’Impressionismo e al Simbolismo. Ne accumulò così tanti che nel 1881 aprì un’importante pinacoteca che porta il suo nome e che fu da lui donata alla città di Mosca nel 1892.

Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow
Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Tra tutti i ritratti in esposizione, quello di Modest Mussorgsky (1839-1881) è il mio preferito. E non solo perché la pennelata larga e intrisa di colore di Ilya Repin (1844-1930) mi ricorda quella di un altro mio grande favorito, l’olandese Franz Hals, ma perché è l’ultimo che ritrae il musicista ancora in vita. Eseguito nella primavera del 1881 nell’ospedale di San Pietroburgo dove il compositore di opere come Boris Godunov e la straordinaria Quadri da un’esposizione era ricoverato per alcolismo, lo mostra in vestaglia, con i capelli arruffati, gli occhi brillanti e il naso rosso dell’acolista cronico. Repin rimase profondamente colpito dalla brillante personalità del musicista, con cui aveva passato il tempo a discutere di politica e a leggere i giornali insieme. Ma quando, qualche giorno dopo, il pittore ritornò  per continuare la seduta, il compositore era già morto: nonostante gli stretti ordini di mantenersi sobrio infatti, quailcuno gli face avere una bottiglia di cognac per il suo onomastico che gli fu fatale. Sulla fronte, un ricciolo morbido ci ricorda che Musorgskij era ancora un uomo nel fiore degli anni, che 42 anni sono davvero ancora pochi. Più che un ritratto, quello di Repin è un atto di riverenza, da un grande artista ad un altro.

Repin dipinse anche Ivan Turgenev (1818-1883), ma i due ebbero un dissenso. Tretyakov volle ugualmente che il pittore terminasse il ritratto, ma lo sdegno e freddezza che i due uomini provavano l’uno per l’altro è evidente e, a differenza di quello Mussorgsky, il ritratto manca totalmente  di empatia.

Portrait of Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov
Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov, 1893.

Ilya Repin è l’unico artista tra quelli esposti di cui avevo già sentito parlare in occasione di una mostra tenutasi alla Royal Academy nel 2008 da titolo From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg, ma qui ci sono molti altri grandi (per me) sconosciuti, come Valentin Serov per esempio che ci regala uno splendido Nikolai Rimsky-Korsakov (1844-1908) all’opera, all’apparenza inconsapevole della presenza del pittore. O Nicholai Kutnezon che ritrae un malinconico Peter Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) nel 1893, una mano posata su uno spartito, l’altra nascosta dietro la schiena. Tchaikovsky era un uomo molto infelice e il ritratto non fa nulla per nasconderlo. All’apice del successo dopo aver diretto vari concerti della Carnegie Hall a New York nel 1891, il compositore trova sempre più difficile celare al mondo la sua omosessualità. La sua scomparsa nel 1893, dove aver terminato la sua ultima sinfonia Pathétique, fa ancora discutere: l’ opinione comune è che abbia commesso suicidio, ma si è anche parlato di colera, contratto bevendo acqua infetta, e persino da avvelenamento da arsenico.

Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow
Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Uno degli allievi di Repin fu Iosi Braz che ci regala questo spelndido ritratto del drammaturgo Anton Chekhov (1860-1904) eseguito nel 1898, quando lo scrittore aveva 38 anni, solo sei anni prima che la tubercolosi se lo portasse via. Comodamente appoggiato allo schienale della poltrona, Cechov si porta un dito alla tempia pensieroso, guardandoci dritto attraverso le lenti del pince-nez con l’espressione attenta del medico che contempla una diagnosi. Chechov, che era davvero laureato in medicina ed esercitò la professione per qualche tempo mentre cercava di sfondare come scrittore.

Al contrario, Fedor Dostoevsky (1821- 1881), ritratto nel 1879 da Vasily Perov, si trova nell’oscurità, la testa, di tre quarti, il cranio ossuto e pallido. Arrestato nel 1849, all’età di 28 anni, per il suo coinvolgimento in una società socialista segreta, lo scrittore dovette subire una finta esecuzione, prima di trascorrere quattro anni in un campo di lavoro e altri cinque in servizio militare forzato. Quanto torna in libertà, la sua salute era irrimediabilmente compromessa.

Tutto quello a cui riesco a pensare quando esco dalla mostra è quanto sia forte la presenza della storia in questa piccola mostra che racconta una societtà sull’orlo del baratro in cui chi non muore di morte naturale (di solito per tubercolosi o alcolismo) sembra essere destinato ad essere spazzato via dal lungo braccio della Rivoluzione Bolscevica del 1917 che, a mio avviso, lungi dall’aver segnato l’inizio del Modernismo Russo, ha segnato la tragica fine di un periodo d’oro per l’arte russa.

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Londra// fino al 26 Giugno 2016.

National Portrait Gallery,


Guerra e Pace di Lev Tolstoj

Il 2016 passerà alla mia storia personale come l’anno in cui ho conquistato Guerra e Pace. Ho sempre voluto leggerlo, il capolavoro di Lev Tolstoj (1828-1910), da quando alle scuole medie la professoressa di italiano ce ne fece leggere alcuni brani sull’antologia. Da allora, la scena del ballo, quello in cui il Principe Andrei Bolkonsky balla con la giovane Natasha Rostova e si innamora di lei, mi è rimasta scolpita nel cuore: è una delle scene più romantiche della storia della letteratura mondiale. Davanti a loro, Cenerentola e il principe azzurro sembrano due dilettanti…

Lily James and James Norton in War and Peace
Lily James (Natasha) and James Norton (Andrei) in War and Peace

Ricordo di aver chiesto alla mamma di comprarmi il libro, che da brava secchiona qual’ero volevo leggerlo tutto, ma dopo aver guardato con puro sgomento quel mastodontico romanzo in edizione integrale che lei mi aveva comprato, l’ho messo da parte e da allora quei quattro volumi dell’Einaudi, giacciono nascosti da qualche parte nella cantina della casa dei miei a Bologna, dimenticati. Che in fondo avevo tredici anni…

E da allora non ho più avuto il coraggio di avvicinarmici a quel libro, intimidita dalle proporzioni epiche di quei quattro volumi – un’impresa erculea. D’altra parte chi non ha mai esclamato riguardo alla lunghezza di qualcosa: “È lungo come Guerra e Pace!”? Le metafore sulla lunghezza del romanzo si sprecano. Eppure i libri di Ken Follet non sono molto più brevi. Lo stesso si puo’ dire di Wolf Hall di Hilary Mantell. E l’anno scorso ho letto Il Cardellino di Donna Tart che di pagine ne conta quasi 1000 e l’ho fatto in una settimana che davvero non riuscivo a staccarmici da quel libro, anche se quando ho raggiunto la fine ero quasi isterica per la mancanza di sonno…

Ma grazie alla BBC e al suo meraviglioso sceneggiato trasmesso di recente, la mia vecchia curiosità di sapere “tutta” la storia, senza scorciatoie, è tornata più prepotente che mai che per quanto sei puntate siano certamente poche per condensare il meraviglioso romanzo di Tolstoj, proprio l’inevitabile semplificazione della trama (che tanto ha irritato chi il libro l’aveva già letto e si era fatto un’idea ben precisa dei personaggi) ha tuttavia reso accessibile la trama ai profani come me. E così, non potendo sopportare il pensiero che lo sceneggiato fosse finito e con loro le vicende di Pierre, Andrei e Nathasha in preda ad un’impulso irrefrenabile, il giorno dopo sono andata da Waterstones (la Feltrinelli londinese) e ho acquistato il romanzo. “Visto lo sceneggiato, eh?” Mi ha sorriso il commesso con aria complice quando, con aria vagamente imbarazzata, ho appoggiato il tomo sul banco per pagarlo. Chissà quanti ne hanno venduti nell’ultimo mese agli addolorati orfani dello sceneggiato della BBC…

Paul Dano, Lily James and James Norton
Paul Dano (Pierre), Lily James (Natasha) and James Norton (Andrei)

E fin dalla prima pagina sono iniziate le sorprese, che ero pronta ad una battaglia e mi sono ritrovata a fare una passeggiata in campagna – sebbene lunga quasi 1400 pagine. Mi aspettavo un testo difficile e ostico, e con mia grande sorpresa ho trovato una prosa fluida, personaggi vivi, vicende, intrighi, passioni, sentimenti universali. Guerra e Pace  è un romanzo ancora oggi attuale come lo è stato nel XIX secolo. I personaggi principali sono tutti giovani alla soglia della maturità (Natasha è ancora una bambina quando la incontriamo) e Tolstoj ci accompagna con loro in questi anni cruciali, quando le emozioni sono più intense, si forgiano amicizie che durano un vita e si commettono errori che avranno effetti devastanti sulle loro vite.

James Norton as Prince Andrei in War and Peace
James Norton as Prince Andrei in War and Peace

Pierre, il figlio illegittimo del conte Bezhukov, l’uomo più ricco di Russia, considerato uno sciocco e un semplicione in società, è amato e rispettato per la sua onestà dal Principe Andrei Bolkonsky che, giovane, bello e ricco, è già irrimediabilmente cinico e terribilmente infelice per la vita che conduce e che considera vuota e priva di significato. Cosi’ tanto che preferisce andare in guerra piuttosto che trascorrere tempo con la giovane moglie e i suoi insipidi amici. Natasha Rostova è bella, frizzante, impulsiva e appassionata. Generosi, affettuosi e caldi, i Rostov sono una famiglia adorabile, una di quelle a cui tutti vorrebbero appartenere. Nikolai, il fratello di Natasha è cosi abituato ad essere amato da tutti che non riesce e credere che, durante la sua prima battaglia, i francesi stiano davvero tentando di ucciderlo. È una scena quasi comica se non fosse per la tragedia della Guerra

I cattivi poi non mancano, e sono splendidi: il Principe Vassily Kuragin e i suoi depravati figli Anatole e Helene, l’autodistruttivo Dolokov che riesce a rovinare sempre per sé e per gli altri tutto ciò di buono che gli capita nella vita, la scheming Anna Pavlovna che dirige le serate del suo salotto di San Pietroburgo con la stessa abilità tattica impiegata dal Generale Kutuzov con le armate di Napoleone.

Natasha, Andrei, Pierre e tutti gli altri resterrano con me per sempre. E chissà, forse un giorno lo rileggerò. Che in fondo, come ha detto Italo Calvino, è per questo che si rileggono i classici: perchè sono libri che non hanno mai finito di dire quello che hanno da dire.

2016 ©Paola Cacciari

From Russia: capolavori francesi e russi dal 1870–1925 in mostra alla Royal Academy di Londra

Attesa, discussa, politicizzata: ha rischiato di non farsi. Alla Royal Academy of Arts di Londra centoventi opere provenienti dai quattro maggiori musei russi arrivano per la prima volta nel Regno Unito a colmare un vuoto storico durato decenni….

Che fosse destinata a creare scalpore si sapeva. Ma quando due anni fa la della Royal Academy decise di organizzare From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg contando sulla collaborazione dei quattro maggiori musei stato russi (il Museo Pushkin, la Galleria Nazionale Tretyakov di Mosca, l’Ermitage e il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo) che avevano acconsentito al prestito di oltre centoventi capolavori, non avrebbe mai immaginato di rischiare il disastro. Appena qualche settimana prima dell’arrivo delle opere, l’agenzia di stato russa aveva infatti annullato la mostra temendo che i discendenti degli antichi proprietari potessero reclamare sul suolo inglese i capolavori nazionalizzati da Lenin dopo la Rivoluzione del 1917. Con i cataloghi già in stampa e nessuno show d’emergenza, l’annullamento della mostra avrebbe potuto costare alla la Royal Academy la bancarotta. Momentaneamente accantonata la freddezza che dal 2006 turba le relazioni diplomatiche con la Russia in seguito all’omicidio dell’ex agente del KGB Alexander Litvinenko, il governo britannico ha emanato a tempo di record una legge che tutela i beni stranieri da eventuali sequestri e le opere arrivano: il 9 Gennaio…

Preceduta da molto clamore e da notevoli aspettative, From Russia non delude. Cronologicamente organizzata in nove sale e strutturata in quattro sezioni, la mostra è incentrata sul periodo compreso tra il 1870 e il 1925.

Henri Matisse - The Dance – 1910- olio su tela- 260 x 391 cm Museo di Stato dell’Ermitage, San Pietroburgo – courtesy of Photo Archives Matisse, Paris.
Henri Matisse – The Dance – 1910- olio su tela, Museo di Stato dell’Ermitage, San Pietroburgo – courtesy of Photo Archives Matisse, Paris.

Paesaggi e scene di vita quotidiana ispirati a Corot che si alternano a dipinti realisti di carattere marcatamente sociale, come Manifesto of October 17th 1905  (1911) di  Ilya Repin nella prima sala, preludono alla seconda  sezione dedicata ai capolavori appartenuti ai due ricchissimi mercanti di tessuti Sergei Shchukin e Ivan Morozov. Tra i primi ad apprezzare le opere degli Impressionisti francesi, le loro collezioni contavano centinaia di tele di Monet, Cézanne, Renoir, Van Gogh, Gauguin, Picasso. Diventato uno dei maggiori committenti del giovane Henry Matisse, Shchukin gli commissionò La dance (1910) qui esposta nella terza sala, la più grande. Per la prima volta nel Regno Unito, si tratta della seconda versione esistente al mondo. Il percorso espositivo prosegue fluido nella quarta sala, dove l’intimo Portrait of Sergei Diaghilev with his nanny (1906) di Léon Bakst celebra il ruolo centrale avuto dall’impresario teatrale Sergei Diaghilev, nello scambio culturale avvenuto tra Francia e Russia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo. Fondatore del Ballets Russes, Diaghilev introdusse l’arte francesce in Russia, promuovendo allo stesso tempo l’arte russa in Occidente.

From Russia: French and Russian Master Paintings 1870-1925 from Moscow and St Petersburg 26 January 2008 to 18 April 2008 Key. 87 / Cat. 0 L??on Bakst Portrait of Sergei Diaghilev with His Nanny, 1906 Oil on canvas 161 x 116 cm The State Russian Museum, St Petersburg Photo ?? The State Russian Museum, St Petersburg
Leon Bakst, Portrait of Sergei Diaghilev with His Nanny, 1906. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo – courtesy of Photo © The State Russian Museum, St Petersburg

Questo affascinante scambio culturale portò nelle prime due decadi del Novecento gli artisti russi a cercare nuove direzioni. Dagli esperimenti di Natalia Goncharova che in A Smoking Man (1911) innesta il vigore dell’arte folkrorica sul Post-impressionismo francese, a Bathing the Red Horse (1912) di Kuzma Petrov-Vodkin impensabile senza il  colorismo di Matisse, la mostra si conclude con le geometrie pure di Malevich e del celebrato trittico Black square, Black Circle e Black Cross (1923).

Nazionalizzate dai commissari di Lenin, le opere di Shchukin e Morozov divennero con Stalin la personificazione dei valori malati della borghesia occidentale e per meglio sottrale alla vista nel 1941 vennero nascoste nei magazzini di stato in Siberia.

I capolavori francesi furono mostrati al pubblico solo molti anni dopo la morte di Stalin, alterando per decenni la comprensione di un capitolo fondamentale della storia dell’arte moderna. Merito di From Russia è restituire al pubblico la storia di questo capitolo.

Paola Cacciari, articolo pubblicato su  Exibart

Londra//fino al 18 Aprile 2008

From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg. Royal Academy of Arts, Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD.

www.royalacademy.org.uk/