Allo Science Museum il connubio tra fotografia, arte e scienza

Erano gli anni Settanta del XIX secolo quando Eadweard Muybridge (1830–1904) posizionando 24 macchine fotografiche sistemate in modo parallelo lungo il tracciato e azionate da un filo colpito dagli zoccoli dell’animale, dimostrò al mondo che i cavalli sapeavano volare (o meglio che un cavallo lanciato al galoppo solleva tutti e quattro gli zoccoli). E se paragonata con quella dei cavalli al galoppo o degli uomini che camminanao Chickens scared by a torpedo non è di certo è la sua serie fotografica più riuscita o famosa, è certamente quella che ha il nome più divertente. Di certo batte in originalità i nomi del resto delle fotografie che abitano Revelations: Experiments in Photography allo Science Museum dedicate agli esperimenti dei primi fotografi vittoriani che, insieme agli scienziati dell’epoca, usarono la fotografia è per registrare fenomeni troppo veloci o troppo piccoli per l’occhio umano. Ma da quando fu inventata negli anni Quaranta dell’Ottocento anche gli artisti hanno dato un importate contributo alla fotografia, a cominciare da un pioniere della microfotografia come William Henry Fox Talbot (1800-1877) che fu anche l’inventore della tecnica della fotografia su carta salata, colui che dise che la fotografia era “un po’di magia che si realizza”. O dalla fotografa americana Berenice Abbott (1898-1991) che trascorse due anni a scattare immagini del movimento delle onde e di altri fenomeni fisici per il MIT Museum (Massachusetts Institute of Technology di Cambridge, nel Massachusetts).

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“Chickens scared by a torpedo” by Eadweard Muybridge, 1887

Le loro immagini sono esposte accanto a quelle di pilastri come Man Ray (1890-1976) e László Moholy-Nagy (1895-1946). E non sorprende, visto che fu proprio Moholy-Nagy a pronunciare la famosa frase: “Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro.” Accanto a loro, contemporanei come il giapponese Hiroshi Sugimoto e soprattutto l’israeliano Ori Gersht. Quest’ultimo (che ho scoperto negli ultimi anni) crea opere basate su dipinti di nature morte del Seicento e del Settecento spagnolo e fiammingo con fiori veri che poi congela e fa esplodere con la nitroglicerina catturando in digitale il momento culminante del processo. Sono immagini di una bellezza straordinaria realizzate con una tecnica raffinatissima. Costoro sono i veri eredi di questi primi fotografi, coloro che a due secoli di distanza continuano a catturare nelle loro opera la magia della sperimentazione e della sua astratta bellezza.

Blow-Up Ori Gershtprivate collection
Blow-Up Ori Gersht; private collection

Fino al 13 Settembre,

sciencemuseum.org.uk

Only in England: a Londra la fotografia di Tony Ray-Jones e Martin Parr

Sono una fotografa frustrata. Vorrei essere brava, ma semplicemente mi manca una delle doti principali dei grandi fotografi: la pazienza. E allora mi godo le mostre fotografiche altrui. Come questa che lo Science Museum ha dedicato ai due fotografi inglesi Tony Ray-Jones(1941-1972) e Martin Parr (1952-) il cui titolo Only in England: Photographs by Tony Ray-Jones and Martin Parr sa tanto delle abitudini eccentriche di questa eccentrica nazione. E per chi come me ama la sociologia e la fotografia come strumento sociale per documentare usi e costumi e catturare momenti di adorabile eccentricità questa è la mostra perfetta.

Glyndebourne, 1967 by Tony Ray-Jones
Glyndebourne, 1967 by Tony Ray-Jones

Divisa in tre sezioni, questa è la mostra perfetta per chi come me ama la fotografia come strumento sociale. Niente arzigogolate pretese artistiche, ma solo buona fotografica in bianco e nero per documentare usi e costumi e catturare momenti di adorabile eccentricità. La  prima parte è dedicata a Tony Ray-Jones e comprende foto d’epoca della fine degli anni Sessanta (1966-69); nella seconda parte, Martin Parr mostra che il suo debito di Parr verso Ray- Jones è evidente in ogni suo scatto (1977-79); la terza parte è quella in cui Parr ha selezionato 56 delle fotografie meno note di Ray- Jones per sottolineare ulteriormente la loro connessione.

Brighton Beach, 1966, Tony Ray Jones © National Media Museum, Bradford
Brighton Beach, 1966, Tony Ray Jones © National Media Museum, Bradford

Tony Ray-Jones è un vero e proprio antropologo sociale dotato di macchina fotografica. E soggetto del suo obbiettivo sono i suoi compatrioti alle prese con il tempo libero in tutte le sue forme e le sue foto sono allo stesso tempo cariche di gioiosa ironia e dolcemente nostalgiche – la nostalgia per un tempo che fu. Quel tipo di nostalgia tanto cara ai nostri nonni. 

Blackpool, 1968 by Tony Ray-Jones

Blackpool, 1968 by Tony Ray-Jones © National Media Museum

Tony Ray-Jones vive negli anni Sessanta, un periodo in cui “l’americanizzazione” dell’Europa occidentale stava facendo perdere all’Inghilterra la sua identita culturale e tutte quelle piccole eccentricita’ tipiche del comportamento inglese che ce lo rendono cosi caro…

Se le foto sono splendide, ancora più interessante dal mio punto di vista sono quaderni, layout e liste che offrono uno spaccato del modo in cui Ray-Jones lavorava. In una pagina Ray -Jones ha scritto semplicemente “NON scattare fotografie noiose”. E guardandosi attorno è evidente che non l’ha mai fatto . Lui stesso a quanto pare era un personaggio piuttosto un singolare. Una volta notoriamente si presentò al direttore della rivista Creative Camera  dicendogli in faccia “il tuo giornale fa schifo”. Ouch! 
Ma aveva fiducia in se stesso, una qualità affinata a Yale, negli Stati Uniti, dove nei primi anni ’60 frequentò il Design Lab gestito da Alexey Brodovitch nello studio di Richard Avedon. Tornato a Londra nel 1965, Ray-Jones iniziatò a fotografare il suo soggetto preferito, i suoi connazionali e il tempo libero, trasformando piccoli eventi quotidiani come una giornata sulla spiaggia, le corse dei cavalli, o più particolari come l’Opera Festival di Glyndebourne, concorsi di bellezza e pop festival, in qualcosa di straordinario. Le sue immagini appaiono spesso affollate e , ricche di dettagli. Ma guardate più attentamente e quello che vedrete  non sono altro che una serie di piccoli racconti contenuti in quello principale.

Elland Jubilee street party, 1977 by Martin Parr
Elland Jubilee street party, 1977 by Martin Parr

Come molti ‘grandi’ (da Raffaello a James Dean) anche Rye-Jones morì giovane, a soli 30 anni di leucemia, ma la sua opera ha influenzato una nuova generazione di fotografi britannici, tra cui Martin Parr, uno dei personaggi più rispettati del British social documentary.  Studente universitario nella Manchester degli anni Settanta, Parr non conobbe mai Ray-Jones. Ma basta guardare il quieto bianco e nero del primo per ritrovarci la stessa osservazione sociale, anche se Parr è più interessato alla vita delle piccole comunità di provincia che ritrae con dolce ironia e tanto, tantissimo affetto. Insieme, queste due mostrecomplementari, permettono di rivisitare un momento cruciale nella fotografia documentaria britannica. Una chicca da non perdere.

2013 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 14 Marzo 2014

Only in England: Photographs by Tony Ray-Jones and Martin Parr

Science Museum, London

sciencemuseum.org.uk